Rocchi non si presenterà in tribunale. Il cuore dell’inchiesta sono i soldi

Prima ancora delle designazioni sospette, prima della sala Var di Lissone, prima degli arbitri «graditi» e di quelli «schermati», c’è il sistema della classe arbitrale italiana. Una macchina che decide chi va in campo, chi cresce, chi resta fermo, chi viene promosso e chi viene messo alla porta.
Un mondo consumato da guerre interne, denunce e Procure. E adesso anche senza una vera guida: ieri il Collegio di garanzia dello sport del Coni ha respinto il ricorso di Antonio Zappi, presidente dell’Aia già inibito per 13 mesi dalla giustizia federale per la vicenda delle pressioni su Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi, chiamati a farsi da parte per favorire l’ascesa di Daniele Orsato e Stefano Braschi. La condanna sportiva diventa definitiva, Zappi decade dalla presidenza e l’Aia resta sospesa: Gabriele Gravina, dimissionario in Figc, può commissariarla subito oppure lasciare la scelta al nuovo presidente federale (che sarà eletto il 22 giugno).
È dentro questo vuoto di potere che il tema dei soldi diventa ancora più pesante. Perché la classe arbitrale italiana è sorretta da un paradosso: ogni anno decine di milioni di euro pubblici e federali finiscono sugli arbitri. Soldi che passano anche da Sport e Salute, quindi risorse dello Stato. In altre parole: soldi nostri, dei cittadini. Eppure, molti fischietti restano senza una vera contrattualistica, senza tutele piene, appesi a designazioni, gettoni, rimborsi e graduatorie. Più vieni mandato in campo, più incassi. Meno vieni designato, più sparisci dal circuito.
E allora il potere tecnico diventa anche potere economico. Dentro questa terra di mezzo - un’Aia senza presidente, in crisi di fondi e credibilità - che esplode l’inchiesta della Procura di Milano su Gianluca Rocchi.
A Milano il fascicolo nasce il 7 gennaio 2024, con la denuncia-querela dell’avvocato Michele Croce dopo Inter-Verona, per la mancata review sulla gomitata di Alessandro Bastoni. La posizione di Rocchi sarebbe stata iscritta solo a fine 2024 e, dopo 12 mesi, la Procura avrebbe chiesto la proroga, quindi nel maggio del 2025 si sarebbe aggiunto anche l’esposto dell’ex assistente arbitrale Domenico Rocca: il fascicolo potrebbe quindi avviarsi alla chiusura tra fine maggio e inizio estate. Ma pesa anche un altro elemento: il pm Maurizio Ascione ha fatto domanda per la Procura europea e, se il passaggio si concretizzasse, l’indagine potrebbe cambiare mano.
In ogni caso Rocchi non si presenterà all’interrogatorio di domani: il suo avvocato Antonio D’Avirro ha annunciato la facoltà di non rispondere, spiegando che «andare sarebbe un suicidio» senza conoscere meglio il fascicolo. Andrea Gervasoni, invece, dovrebbe rispondere al pm, ma D’Avirro ha spiegato alla Verità che nemmeno dopo il suo interrogatorio si saprà molto di più. Il nodo resta l’incontro del 2 aprile 2025 a San Siro: chi, insieme a Rocchi, avrebbe partecipato al presunto accordo sulle designazioni «gradite» all’Inter?
La Procura lavora sull’ipotesi Andrea Colombo per Bologna-Inter e su Daniele Doveri «schermato» in Inter-Milan di Coppa Italia per tenerlo lontano dagli snodi finali della stagione. Gli altri soggetti sarebbero del mondo arbitrale, ma i nomi restano il buco nero dell’inchiesta. Anche se in Procura sostengono di averli già individuati.
Dalle carte, dagli esposti di Rocca e Pasquale De Meo, dalle testimonianze e dalle parole di ex arbitri come Eugenio Abbattista e Daniele Minelli, emerge l’impressione di un «circolino» di preferiti attorno a Rocchi: arbitri e varisti più ascoltati, tutelati e spendibili. Chi era dentro lavorava, cresceva e incassava; chi restava fuori perdeva designazioni, gettoni e futuro. Un arbitro anonimo lo sintetizza così al nostro giornale: «Si parla di contratti, ma il termine è impreciso. Non è mai stato un vero contratto regolare». Senza tutele piene, chi decide se designarti decide anche quanto guadagni.
Ed è qui che i soldi entrano nell’inchiesta. L’Aia non è solo un’associazione in crisi tecnica: è una macchina finanziata con risorse enormi. In un documento Figc sulla destinazione delle risorse Sport e Salute per il 2023, visionato dalla Verità, il contributo ordinario assegnato alla Federcalcio è pari a 36,2 milioni di euro. Nello stesso allegato, però, la voce «Ufficiali di gara» vale da sola 34,4 milioni, quasi l’intero contributo pubblico ordinario. A questi si aggiungono 4,8 milioni per Formazione, Ricerca e Documentazione, destinati prevalentemente al comparto arbitrale. Nella tabella finale, la colonna Aia + Cr-Aa arriva a circa 44,86 milioni su 66,77 milioni di costi istituzionali rendicontati.
Formalmente il meccanismo può reggere: Sport e Salute finanzia la Figc, non direttamente l’Aia, e gli arbitri rientrano nella gestione dei campionati. Politicamente, però, il dato è esplosivo. Fondi pubblici che, nella missione rivendicata anche dal ministro Andrea Abodi, dovrebbero sostenere sport di base, giovani, inclusione, territori e impianti, finiscono in larga parte nel cuore di un sistema oggi attraversato da inchieste, esposti, designazioni opache e conti fuori controllo. Dopo la condanna definitiva di Zappi, il commissariamento dell’Aia sembra ormai inevitabile. Giuseppe Chinè, procuratore federale della Figc, ha indagato sulle pressioni interne e sulle nomine, mentre la Federazione ha aperto l’audit sui conti dopo il budget da oltre 53 milioni del 2025 quasi bruciato, i raduni cancellati e la formazione bloccata. Ora Abodi potrebbe chiedere conto dell’uso di quei fondi: se emergessero, rendicontazioni non coerenti o gravi inadempimenti, il tema del recupero delle somme diventerebbe inevitabile.





