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2021-08-31
Aperto un fascicolo sul palazzo in cenere. Dubbi sul collante usato per i pannelli
La Torre del Moro di Milano in fiamme (Ansa)
Mentre gli inquilini in fila, uno alla volta, consegnano al banchetto allestito dalla Protezione civile le loro chiavi in una cassetta, gli investigatori avanzano le prime ipotesi sul rogo da inferno di cristallo che ha divorato i 18 piani della Torre del Moro di via Antonini a Milano, dove l'unica vittima è un cagnolino. Un cortocircuito al quindicesimo piano, vuoto da due settimane, avrebbe innescato la fiammata che si sarebbe diffusa in fretta grazie alla facciata ventilata. Gli esperti lo chiamano «effetto camino», creatosi nell'intercapedine tra le finestre e la struttura in metallo che sorreggeva la vela esterna in Alucobond, due fasce di alluminio con al centro polimeri minerali ritenuti isolanti e difficilmente infiammabili. Come, d'altra parte, il resto del cappotto: in lana di vetro. Ma bisognerà controllare anche il materiale fissante usato all'epoca della costruzione, ovvero solo 11 anni fa, così come esistenza e corretta installazione degli elementi tagliafuoco. Fatto sta che il rivestimento dell'immobile è andato in fumo in soli 15 minuti. «Non abbiamo mai fatto nulla sulla facciata quindi nel breve si voleva approfittare delle agevolazioni fiscali per fare una pulizia», ha spiegato l'amministratore del condominio, Augusto Bononi, che ha aggiunto: «E poi si pensava di verificare gli stati di ancoraggio delle lastre». Per fissare gli innesti si usano delle malte speciali, sulle quali verranno svolte verifiche.
Gli investigatori, anche se per ora si è nel campo delle ipotesi, parlano di «concause». Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano sospetta che ci sia stato anche un parziale malfunzionamento dell'impianto antincendio. «Stiamo verificando», ha detto la pm. Si sa però che dal decimo piano in poi, a salire, ha funzionato. Anche se, al massimo, può aver protetto l'interno degli appartamenti. I vigili del fuoco spiegano che al momento non sembrano esserci seri problemi di stabilità. «Il grande calore che si è sviluppato», ha spiegato Siciliano, «ha distrutto le solette. La struttura nell'insieme regge, ma le solette sono pericolanti». Il magistrato ritiene che «in un tempo molto ragionevole si potrà cominciare ad avere qualche risposta». Ma, mette le mani avanti, «qualunque ipotesi sarebbe veramente dissennata in questo momento», confermando che «il cortocircuito è una delle ipotesi». Ma non l'unica. «Abbiamo visto che i pannelli di alluminio che rivestivano il palazzo hanno preso fuoco», ha detto ancora il pm, «però bisognerà esaminare il materiale». La polizia giudiziaria è già stata delegata per acquisire le schede tecniche e di sicurezza (che dovrebbero contenere anche le indicazioni sulla classe di comportamento al fuoco e le omologazioni) di tutti i materiali utilizzati per l'edificio tirato su dalla Moro costruzioni spa del Gruppo Moro, che si occupa di costruzioni generali dal 1936. L'intervento di via Antonini è stato realizzato a seguito di un piano di recupero che risale al 2006. L'avvio dei lavori, con Denuncia di inizio attività (Dia), da parte della Sasso Blu spa, è datato 25 settembre 2006. Poi c'è stata una variante, nel 2010, presentata da Polo srl. L'operazione si è conclusa con la presentazione, in data 25 marzo 2011, della documentazione relativa all'agibilità. Tutta la documentazione amministrativa di archivio consta di un totale di 10 faldoni. L'opera è stata progettata dall'ingegner Orio Delpiano di Biella con la collaborazione dell'ingegnere torinese Michele Motta. Il primo ha spiegato che il suo compito era occuparsi «delle strutture che sostengono le famose vele che hanno preso fuoco». E ha sottolineato che queste «hanno retto». Motta ha aggiunto: «Noi facciamo i conti per garantire che la struttura sorregga le parti esterne, ma poi non indaghiamo su come vengono fatti i rivestimenti. Le parti esterne, fra l'altro, non sono nemmeno sottoposte alla normativa antincendio, quindi non devono avere una particolare resistenza al fuoco. Poi, certo, in ogni caso il palazzo non avrebbe dovuto bruciare in quel modo». La Procura pensa a una consulenza tecnica da affidare a un esperto. Un fascicolo per disastro colposo e incendio colposo è stato aperto già ieri e delegato anche al pm Pasquale Addesso. Gli inquilini che si sono accorti dell'incendio, quelli ai piani superiori, già sentiti dagli investigatori, appena sono stati avvolti dal fumo hanno avvisato chi era presente nel palazzo (una trentina di persone) tramite una chat. Tra i testimoni oculari c'è anche il cantante Morgan, che da qualche settimana si è trasferito in un loft a poca distanza dalla Torre del Moro. «Il palazzo è bruciato come una torcia. Era rivestito da una superficie bianca che ha propagato il rogo e si è disciolta come plastica. Evidentemente non era ignifuga». C'è anche polemica politica: «A seconda delle case che bruciano il sindaco Sala corre, ma solo per quelle dei ricchi che lo votano», ha denunciato il consigliere comunale e regionale del Carroccio Max Bastoni, secondo il quale «si è precipitato per quello dove vivono i vip, tra cui anche il cantante Mahmood, ma quando è andata in fiamme una palazzina nel quartiere Ponte Lambro non si è fatto vedere». A Torre del Moro, però, Beppe Sala non deve essere andato oltre la visita, visto che un inquilino intervistato dalle agenzie di stampa si chiede: «Il Comune ieri ci ha aiutato a trovare un alloggio, ma oggi dov'è?».
«Quel materiale è molto diffuso. Il vero nodo sono le normative»
«Cause e responsabilità da verificare saranno molte. Bisognerà andare a monte, alla fornitura dei materiali e alle loro certificazioni, non dimenticando anche la correttezza dell'applicazione di quei materiali». L'architetto Antonella Guida, professore ordinario di architettura tecnica dell'Università della Basilicata, dove, a Matera, coordina anche uno spin off accademico per la diagnostica sperimentale sui materiali e il contenimento energetico degli edifici, da ieri è al telefono con i colleghi milanesi, tra i quali Angelo Lucchini, che insegna al Politecnico e che è stato tra i primi a intervenire pubblicamente sul rogo di Torre del Moro.
Cosa può essere accaduto?
«È presto per esprimere un parere sul fatto specifico. È come quando viene commesso un omicidio. Bisognerebbe leggere la questione nell'insieme. Come insegniamo, nella costruzione ogni parte collabora a tutto il resto. L'edificio è come un organismo umano e infatti lo chiamiamo organismo edilizio. Quando viene meno una parte, viene meno la sua funzione e potrebbe far venir meno la funzionalità del resto del corpo».
Quindi non ci si può concentrare solo sull'Alucobond, il materiale di rivestimento?
«Quel materiale viene considerato ignifugo. Ma bisogna verificare anche il sottopannello, il sistema di fissaggio, la complessità della fornitura, insomma. E soprattutto bisognerà vedere cosa c'è nelle schede tecniche. Anche se, una volta che la scheda ha certificato il materiale, poi il progettista, il direttore dei lavori si sentono tranquilli. Ma non è detto che se tutti i materiali sono certificati, allora la sicurezza è certa. Bisogna stare attenti in fase di progetto e di costruzione anche alla loro corretta applicazione».
Le norme non ci aiutano?
«Il problema è che c'è una normativa generica, datata e che per gli esterni non è stringente. Non ci sono insomma delle regole certe come quelle per il sisma. Ma anche in quel caso dopo quanto tempo, quanti danni e dopo quanti morti ci siamo arrivati? Dovremmo ricominciare a discuterne, tra tecnici, imprese e progettisti, perché alla base c'è una cultura costruttiva spesso superficiale e legata solo a determinati parametri, come quelli economici o esclusivamente estetici. Servono delle linee guida prescrittive che permettano di superare una certa ignoranza costruttiva che purtroppo è ampiamente diffusa».
Tornando all'Alucobond, è un prodotto che si usa comunemente?
«Sì, è di uso comune ed è anche molto diffuso. Non solo per gli esterni. Lo si usa anche negli interni, per rivestimenti, per gli arredi, delle cucine per esempio. Ma concentrarsi solo su quel tipo di materiale è riduttivo. Bisognerà accertare qual è stata la causa che ha scatenato l'incendio, poi quella che ha permesso la sua propagazione, fino a ciò che ha compromesso la struttura. Probabilmente il rivestimento esterno è solo uno dei tasselli. In conclusione, ritengo che per accertare con precisione cosa è accaduto sarà indispensabile un perito molto esperto».
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Inchiesta per disastro colposo. Il progettista: «Non doveva bruciare così». Valutazioni su rivestimento esterno e malta.L'esperta: «L'Alucobond è largamente impiegato e considerato ignifugo: andrà esaminata la struttura nell'insieme. Servono regole certe, come per i terremoti».Lo speciale contiene due articoli. Mentre gli inquilini in fila, uno alla volta, consegnano al banchetto allestito dalla Protezione civile le loro chiavi in una cassetta, gli investigatori avanzano le prime ipotesi sul rogo da inferno di cristallo che ha divorato i 18 piani della Torre del Moro di via Antonini a Milano, dove l'unica vittima è un cagnolino. Un cortocircuito al quindicesimo piano, vuoto da due settimane, avrebbe innescato la fiammata che si sarebbe diffusa in fretta grazie alla facciata ventilata. Gli esperti lo chiamano «effetto camino», creatosi nell'intercapedine tra le finestre e la struttura in metallo che sorreggeva la vela esterna in Alucobond, due fasce di alluminio con al centro polimeri minerali ritenuti isolanti e difficilmente infiammabili. Come, d'altra parte, il resto del cappotto: in lana di vetro. Ma bisognerà controllare anche il materiale fissante usato all'epoca della costruzione, ovvero solo 11 anni fa, così come esistenza e corretta installazione degli elementi tagliafuoco. Fatto sta che il rivestimento dell'immobile è andato in fumo in soli 15 minuti. «Non abbiamo mai fatto nulla sulla facciata quindi nel breve si voleva approfittare delle agevolazioni fiscali per fare una pulizia», ha spiegato l'amministratore del condominio, Augusto Bononi, che ha aggiunto: «E poi si pensava di verificare gli stati di ancoraggio delle lastre». Per fissare gli innesti si usano delle malte speciali, sulle quali verranno svolte verifiche.Gli investigatori, anche se per ora si è nel campo delle ipotesi, parlano di «concause». Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano sospetta che ci sia stato anche un parziale malfunzionamento dell'impianto antincendio. «Stiamo verificando», ha detto la pm. Si sa però che dal decimo piano in poi, a salire, ha funzionato. Anche se, al massimo, può aver protetto l'interno degli appartamenti. I vigili del fuoco spiegano che al momento non sembrano esserci seri problemi di stabilità. «Il grande calore che si è sviluppato», ha spiegato Siciliano, «ha distrutto le solette. La struttura nell'insieme regge, ma le solette sono pericolanti». Il magistrato ritiene che «in un tempo molto ragionevole si potrà cominciare ad avere qualche risposta». Ma, mette le mani avanti, «qualunque ipotesi sarebbe veramente dissennata in questo momento», confermando che «il cortocircuito è una delle ipotesi». Ma non l'unica. «Abbiamo visto che i pannelli di alluminio che rivestivano il palazzo hanno preso fuoco», ha detto ancora il pm, «però bisognerà esaminare il materiale». La polizia giudiziaria è già stata delegata per acquisire le schede tecniche e di sicurezza (che dovrebbero contenere anche le indicazioni sulla classe di comportamento al fuoco e le omologazioni) di tutti i materiali utilizzati per l'edificio tirato su dalla Moro costruzioni spa del Gruppo Moro, che si occupa di costruzioni generali dal 1936. L'intervento di via Antonini è stato realizzato a seguito di un piano di recupero che risale al 2006. L'avvio dei lavori, con Denuncia di inizio attività (Dia), da parte della Sasso Blu spa, è datato 25 settembre 2006. Poi c'è stata una variante, nel 2010, presentata da Polo srl. L'operazione si è conclusa con la presentazione, in data 25 marzo 2011, della documentazione relativa all'agibilità. Tutta la documentazione amministrativa di archivio consta di un totale di 10 faldoni. L'opera è stata progettata dall'ingegner Orio Delpiano di Biella con la collaborazione dell'ingegnere torinese Michele Motta. Il primo ha spiegato che il suo compito era occuparsi «delle strutture che sostengono le famose vele che hanno preso fuoco». E ha sottolineato che queste «hanno retto». Motta ha aggiunto: «Noi facciamo i conti per garantire che la struttura sorregga le parti esterne, ma poi non indaghiamo su come vengono fatti i rivestimenti. Le parti esterne, fra l'altro, non sono nemmeno sottoposte alla normativa antincendio, quindi non devono avere una particolare resistenza al fuoco. Poi, certo, in ogni caso il palazzo non avrebbe dovuto bruciare in quel modo». La Procura pensa a una consulenza tecnica da affidare a un esperto. Un fascicolo per disastro colposo e incendio colposo è stato aperto già ieri e delegato anche al pm Pasquale Addesso. Gli inquilini che si sono accorti dell'incendio, quelli ai piani superiori, già sentiti dagli investigatori, appena sono stati avvolti dal fumo hanno avvisato chi era presente nel palazzo (una trentina di persone) tramite una chat. Tra i testimoni oculari c'è anche il cantante Morgan, che da qualche settimana si è trasferito in un loft a poca distanza dalla Torre del Moro. «Il palazzo è bruciato come una torcia. Era rivestito da una superficie bianca che ha propagato il rogo e si è disciolta come plastica. Evidentemente non era ignifuga». C'è anche polemica politica: «A seconda delle case che bruciano il sindaco Sala corre, ma solo per quelle dei ricchi che lo votano», ha denunciato il consigliere comunale e regionale del Carroccio Max Bastoni, secondo il quale «si è precipitato per quello dove vivono i vip, tra cui anche il cantante Mahmood, ma quando è andata in fiamme una palazzina nel quartiere Ponte Lambro non si è fatto vedere». A Torre del Moro, però, Beppe Sala non deve essere andato oltre la visita, visto che un inquilino intervistato dalle agenzie di stampa si chiede: «Il Comune ieri ci ha aiutato a trovare un alloggio, ma oggi dov'è?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/incendio-milano-2654849107.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quel-materiale-e-molto-diffuso-il-vero-nodo-sono-le-normative" data-post-id="2654849107" data-published-at="1630415209" data-use-pagination="False"> «Quel materiale è molto diffuso. Il vero nodo sono le normative» «Cause e responsabilità da verificare saranno molte. Bisognerà andare a monte, alla fornitura dei materiali e alle loro certificazioni, non dimenticando anche la correttezza dell'applicazione di quei materiali». L'architetto Antonella Guida, professore ordinario di architettura tecnica dell'Università della Basilicata, dove, a Matera, coordina anche uno spin off accademico per la diagnostica sperimentale sui materiali e il contenimento energetico degli edifici, da ieri è al telefono con i colleghi milanesi, tra i quali Angelo Lucchini, che insegna al Politecnico e che è stato tra i primi a intervenire pubblicamente sul rogo di Torre del Moro. Cosa può essere accaduto? «È presto per esprimere un parere sul fatto specifico. È come quando viene commesso un omicidio. Bisognerebbe leggere la questione nell'insieme. Come insegniamo, nella costruzione ogni parte collabora a tutto il resto. L'edificio è come un organismo umano e infatti lo chiamiamo organismo edilizio. Quando viene meno una parte, viene meno la sua funzione e potrebbe far venir meno la funzionalità del resto del corpo». Quindi non ci si può concentrare solo sull'Alucobond, il materiale di rivestimento? «Quel materiale viene considerato ignifugo. Ma bisogna verificare anche il sottopannello, il sistema di fissaggio, la complessità della fornitura, insomma. E soprattutto bisognerà vedere cosa c'è nelle schede tecniche. Anche se, una volta che la scheda ha certificato il materiale, poi il progettista, il direttore dei lavori si sentono tranquilli. Ma non è detto che se tutti i materiali sono certificati, allora la sicurezza è certa. Bisogna stare attenti in fase di progetto e di costruzione anche alla loro corretta applicazione». Le norme non ci aiutano? «Il problema è che c'è una normativa generica, datata e che per gli esterni non è stringente. Non ci sono insomma delle regole certe come quelle per il sisma. Ma anche in quel caso dopo quanto tempo, quanti danni e dopo quanti morti ci siamo arrivati? Dovremmo ricominciare a discuterne, tra tecnici, imprese e progettisti, perché alla base c'è una cultura costruttiva spesso superficiale e legata solo a determinati parametri, come quelli economici o esclusivamente estetici. Servono delle linee guida prescrittive che permettano di superare una certa ignoranza costruttiva che purtroppo è ampiamente diffusa». Tornando all'Alucobond, è un prodotto che si usa comunemente? «Sì, è di uso comune ed è anche molto diffuso. Non solo per gli esterni. Lo si usa anche negli interni, per rivestimenti, per gli arredi, delle cucine per esempio. Ma concentrarsi solo su quel tipo di materiale è riduttivo. Bisognerà accertare qual è stata la causa che ha scatenato l'incendio, poi quella che ha permesso la sua propagazione, fino a ciò che ha compromesso la struttura. Probabilmente il rivestimento esterno è solo uno dei tasselli. In conclusione, ritengo che per accertare con precisione cosa è accaduto sarà indispensabile un perito molto esperto».
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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