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2021-08-31
Aperto un fascicolo sul palazzo in cenere. Dubbi sul collante usato per i pannelli
La Torre del Moro di Milano in fiamme (Ansa)
Mentre gli inquilini in fila, uno alla volta, consegnano al banchetto allestito dalla Protezione civile le loro chiavi in una cassetta, gli investigatori avanzano le prime ipotesi sul rogo da inferno di cristallo che ha divorato i 18 piani della Torre del Moro di via Antonini a Milano, dove l'unica vittima è un cagnolino. Un cortocircuito al quindicesimo piano, vuoto da due settimane, avrebbe innescato la fiammata che si sarebbe diffusa in fretta grazie alla facciata ventilata. Gli esperti lo chiamano «effetto camino», creatosi nell'intercapedine tra le finestre e la struttura in metallo che sorreggeva la vela esterna in Alucobond, due fasce di alluminio con al centro polimeri minerali ritenuti isolanti e difficilmente infiammabili. Come, d'altra parte, il resto del cappotto: in lana di vetro. Ma bisognerà controllare anche il materiale fissante usato all'epoca della costruzione, ovvero solo 11 anni fa, così come esistenza e corretta installazione degli elementi tagliafuoco. Fatto sta che il rivestimento dell'immobile è andato in fumo in soli 15 minuti. «Non abbiamo mai fatto nulla sulla facciata quindi nel breve si voleva approfittare delle agevolazioni fiscali per fare una pulizia», ha spiegato l'amministratore del condominio, Augusto Bononi, che ha aggiunto: «E poi si pensava di verificare gli stati di ancoraggio delle lastre». Per fissare gli innesti si usano delle malte speciali, sulle quali verranno svolte verifiche.
Gli investigatori, anche se per ora si è nel campo delle ipotesi, parlano di «concause». Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano sospetta che ci sia stato anche un parziale malfunzionamento dell'impianto antincendio. «Stiamo verificando», ha detto la pm. Si sa però che dal decimo piano in poi, a salire, ha funzionato. Anche se, al massimo, può aver protetto l'interno degli appartamenti. I vigili del fuoco spiegano che al momento non sembrano esserci seri problemi di stabilità. «Il grande calore che si è sviluppato», ha spiegato Siciliano, «ha distrutto le solette. La struttura nell'insieme regge, ma le solette sono pericolanti». Il magistrato ritiene che «in un tempo molto ragionevole si potrà cominciare ad avere qualche risposta». Ma, mette le mani avanti, «qualunque ipotesi sarebbe veramente dissennata in questo momento», confermando che «il cortocircuito è una delle ipotesi». Ma non l'unica. «Abbiamo visto che i pannelli di alluminio che rivestivano il palazzo hanno preso fuoco», ha detto ancora il pm, «però bisognerà esaminare il materiale». La polizia giudiziaria è già stata delegata per acquisire le schede tecniche e di sicurezza (che dovrebbero contenere anche le indicazioni sulla classe di comportamento al fuoco e le omologazioni) di tutti i materiali utilizzati per l'edificio tirato su dalla Moro costruzioni spa del Gruppo Moro, che si occupa di costruzioni generali dal 1936. L'intervento di via Antonini è stato realizzato a seguito di un piano di recupero che risale al 2006. L'avvio dei lavori, con Denuncia di inizio attività (Dia), da parte della Sasso Blu spa, è datato 25 settembre 2006. Poi c'è stata una variante, nel 2010, presentata da Polo srl. L'operazione si è conclusa con la presentazione, in data 25 marzo 2011, della documentazione relativa all'agibilità. Tutta la documentazione amministrativa di archivio consta di un totale di 10 faldoni. L'opera è stata progettata dall'ingegner Orio Delpiano di Biella con la collaborazione dell'ingegnere torinese Michele Motta. Il primo ha spiegato che il suo compito era occuparsi «delle strutture che sostengono le famose vele che hanno preso fuoco». E ha sottolineato che queste «hanno retto». Motta ha aggiunto: «Noi facciamo i conti per garantire che la struttura sorregga le parti esterne, ma poi non indaghiamo su come vengono fatti i rivestimenti. Le parti esterne, fra l'altro, non sono nemmeno sottoposte alla normativa antincendio, quindi non devono avere una particolare resistenza al fuoco. Poi, certo, in ogni caso il palazzo non avrebbe dovuto bruciare in quel modo». La Procura pensa a una consulenza tecnica da affidare a un esperto. Un fascicolo per disastro colposo e incendio colposo è stato aperto già ieri e delegato anche al pm Pasquale Addesso. Gli inquilini che si sono accorti dell'incendio, quelli ai piani superiori, già sentiti dagli investigatori, appena sono stati avvolti dal fumo hanno avvisato chi era presente nel palazzo (una trentina di persone) tramite una chat. Tra i testimoni oculari c'è anche il cantante Morgan, che da qualche settimana si è trasferito in un loft a poca distanza dalla Torre del Moro. «Il palazzo è bruciato come una torcia. Era rivestito da una superficie bianca che ha propagato il rogo e si è disciolta come plastica. Evidentemente non era ignifuga». C'è anche polemica politica: «A seconda delle case che bruciano il sindaco Sala corre, ma solo per quelle dei ricchi che lo votano», ha denunciato il consigliere comunale e regionale del Carroccio Max Bastoni, secondo il quale «si è precipitato per quello dove vivono i vip, tra cui anche il cantante Mahmood, ma quando è andata in fiamme una palazzina nel quartiere Ponte Lambro non si è fatto vedere». A Torre del Moro, però, Beppe Sala non deve essere andato oltre la visita, visto che un inquilino intervistato dalle agenzie di stampa si chiede: «Il Comune ieri ci ha aiutato a trovare un alloggio, ma oggi dov'è?».
«Quel materiale è molto diffuso. Il vero nodo sono le normative»
«Cause e responsabilità da verificare saranno molte. Bisognerà andare a monte, alla fornitura dei materiali e alle loro certificazioni, non dimenticando anche la correttezza dell'applicazione di quei materiali». L'architetto Antonella Guida, professore ordinario di architettura tecnica dell'Università della Basilicata, dove, a Matera, coordina anche uno spin off accademico per la diagnostica sperimentale sui materiali e il contenimento energetico degli edifici, da ieri è al telefono con i colleghi milanesi, tra i quali Angelo Lucchini, che insegna al Politecnico e che è stato tra i primi a intervenire pubblicamente sul rogo di Torre del Moro.
Cosa può essere accaduto?
«È presto per esprimere un parere sul fatto specifico. È come quando viene commesso un omicidio. Bisognerebbe leggere la questione nell'insieme. Come insegniamo, nella costruzione ogni parte collabora a tutto il resto. L'edificio è come un organismo umano e infatti lo chiamiamo organismo edilizio. Quando viene meno una parte, viene meno la sua funzione e potrebbe far venir meno la funzionalità del resto del corpo».
Quindi non ci si può concentrare solo sull'Alucobond, il materiale di rivestimento?
«Quel materiale viene considerato ignifugo. Ma bisogna verificare anche il sottopannello, il sistema di fissaggio, la complessità della fornitura, insomma. E soprattutto bisognerà vedere cosa c'è nelle schede tecniche. Anche se, una volta che la scheda ha certificato il materiale, poi il progettista, il direttore dei lavori si sentono tranquilli. Ma non è detto che se tutti i materiali sono certificati, allora la sicurezza è certa. Bisogna stare attenti in fase di progetto e di costruzione anche alla loro corretta applicazione».
Le norme non ci aiutano?
«Il problema è che c'è una normativa generica, datata e che per gli esterni non è stringente. Non ci sono insomma delle regole certe come quelle per il sisma. Ma anche in quel caso dopo quanto tempo, quanti danni e dopo quanti morti ci siamo arrivati? Dovremmo ricominciare a discuterne, tra tecnici, imprese e progettisti, perché alla base c'è una cultura costruttiva spesso superficiale e legata solo a determinati parametri, come quelli economici o esclusivamente estetici. Servono delle linee guida prescrittive che permettano di superare una certa ignoranza costruttiva che purtroppo è ampiamente diffusa».
Tornando all'Alucobond, è un prodotto che si usa comunemente?
«Sì, è di uso comune ed è anche molto diffuso. Non solo per gli esterni. Lo si usa anche negli interni, per rivestimenti, per gli arredi, delle cucine per esempio. Ma concentrarsi solo su quel tipo di materiale è riduttivo. Bisognerà accertare qual è stata la causa che ha scatenato l'incendio, poi quella che ha permesso la sua propagazione, fino a ciò che ha compromesso la struttura. Probabilmente il rivestimento esterno è solo uno dei tasselli. In conclusione, ritengo che per accertare con precisione cosa è accaduto sarà indispensabile un perito molto esperto».
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Inchiesta per disastro colposo. Il progettista: «Non doveva bruciare così». Valutazioni su rivestimento esterno e malta.L'esperta: «L'Alucobond è largamente impiegato e considerato ignifugo: andrà esaminata la struttura nell'insieme. Servono regole certe, come per i terremoti».Lo speciale contiene due articoli. Mentre gli inquilini in fila, uno alla volta, consegnano al banchetto allestito dalla Protezione civile le loro chiavi in una cassetta, gli investigatori avanzano le prime ipotesi sul rogo da inferno di cristallo che ha divorato i 18 piani della Torre del Moro di via Antonini a Milano, dove l'unica vittima è un cagnolino. Un cortocircuito al quindicesimo piano, vuoto da due settimane, avrebbe innescato la fiammata che si sarebbe diffusa in fretta grazie alla facciata ventilata. Gli esperti lo chiamano «effetto camino», creatosi nell'intercapedine tra le finestre e la struttura in metallo che sorreggeva la vela esterna in Alucobond, due fasce di alluminio con al centro polimeri minerali ritenuti isolanti e difficilmente infiammabili. Come, d'altra parte, il resto del cappotto: in lana di vetro. Ma bisognerà controllare anche il materiale fissante usato all'epoca della costruzione, ovvero solo 11 anni fa, così come esistenza e corretta installazione degli elementi tagliafuoco. Fatto sta che il rivestimento dell'immobile è andato in fumo in soli 15 minuti. «Non abbiamo mai fatto nulla sulla facciata quindi nel breve si voleva approfittare delle agevolazioni fiscali per fare una pulizia», ha spiegato l'amministratore del condominio, Augusto Bononi, che ha aggiunto: «E poi si pensava di verificare gli stati di ancoraggio delle lastre». Per fissare gli innesti si usano delle malte speciali, sulle quali verranno svolte verifiche.Gli investigatori, anche se per ora si è nel campo delle ipotesi, parlano di «concause». Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano sospetta che ci sia stato anche un parziale malfunzionamento dell'impianto antincendio. «Stiamo verificando», ha detto la pm. Si sa però che dal decimo piano in poi, a salire, ha funzionato. Anche se, al massimo, può aver protetto l'interno degli appartamenti. I vigili del fuoco spiegano che al momento non sembrano esserci seri problemi di stabilità. «Il grande calore che si è sviluppato», ha spiegato Siciliano, «ha distrutto le solette. La struttura nell'insieme regge, ma le solette sono pericolanti». Il magistrato ritiene che «in un tempo molto ragionevole si potrà cominciare ad avere qualche risposta». Ma, mette le mani avanti, «qualunque ipotesi sarebbe veramente dissennata in questo momento», confermando che «il cortocircuito è una delle ipotesi». Ma non l'unica. «Abbiamo visto che i pannelli di alluminio che rivestivano il palazzo hanno preso fuoco», ha detto ancora il pm, «però bisognerà esaminare il materiale». La polizia giudiziaria è già stata delegata per acquisire le schede tecniche e di sicurezza (che dovrebbero contenere anche le indicazioni sulla classe di comportamento al fuoco e le omologazioni) di tutti i materiali utilizzati per l'edificio tirato su dalla Moro costruzioni spa del Gruppo Moro, che si occupa di costruzioni generali dal 1936. L'intervento di via Antonini è stato realizzato a seguito di un piano di recupero che risale al 2006. L'avvio dei lavori, con Denuncia di inizio attività (Dia), da parte della Sasso Blu spa, è datato 25 settembre 2006. Poi c'è stata una variante, nel 2010, presentata da Polo srl. L'operazione si è conclusa con la presentazione, in data 25 marzo 2011, della documentazione relativa all'agibilità. Tutta la documentazione amministrativa di archivio consta di un totale di 10 faldoni. L'opera è stata progettata dall'ingegner Orio Delpiano di Biella con la collaborazione dell'ingegnere torinese Michele Motta. Il primo ha spiegato che il suo compito era occuparsi «delle strutture che sostengono le famose vele che hanno preso fuoco». E ha sottolineato che queste «hanno retto». Motta ha aggiunto: «Noi facciamo i conti per garantire che la struttura sorregga le parti esterne, ma poi non indaghiamo su come vengono fatti i rivestimenti. Le parti esterne, fra l'altro, non sono nemmeno sottoposte alla normativa antincendio, quindi non devono avere una particolare resistenza al fuoco. Poi, certo, in ogni caso il palazzo non avrebbe dovuto bruciare in quel modo». La Procura pensa a una consulenza tecnica da affidare a un esperto. Un fascicolo per disastro colposo e incendio colposo è stato aperto già ieri e delegato anche al pm Pasquale Addesso. Gli inquilini che si sono accorti dell'incendio, quelli ai piani superiori, già sentiti dagli investigatori, appena sono stati avvolti dal fumo hanno avvisato chi era presente nel palazzo (una trentina di persone) tramite una chat. Tra i testimoni oculari c'è anche il cantante Morgan, che da qualche settimana si è trasferito in un loft a poca distanza dalla Torre del Moro. «Il palazzo è bruciato come una torcia. Era rivestito da una superficie bianca che ha propagato il rogo e si è disciolta come plastica. Evidentemente non era ignifuga». C'è anche polemica politica: «A seconda delle case che bruciano il sindaco Sala corre, ma solo per quelle dei ricchi che lo votano», ha denunciato il consigliere comunale e regionale del Carroccio Max Bastoni, secondo il quale «si è precipitato per quello dove vivono i vip, tra cui anche il cantante Mahmood, ma quando è andata in fiamme una palazzina nel quartiere Ponte Lambro non si è fatto vedere». A Torre del Moro, però, Beppe Sala non deve essere andato oltre la visita, visto che un inquilino intervistato dalle agenzie di stampa si chiede: «Il Comune ieri ci ha aiutato a trovare un alloggio, ma oggi dov'è?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/incendio-milano-2654849107.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quel-materiale-e-molto-diffuso-il-vero-nodo-sono-le-normative" data-post-id="2654849107" data-published-at="1630415209" data-use-pagination="False"> «Quel materiale è molto diffuso. Il vero nodo sono le normative» «Cause e responsabilità da verificare saranno molte. Bisognerà andare a monte, alla fornitura dei materiali e alle loro certificazioni, non dimenticando anche la correttezza dell'applicazione di quei materiali». L'architetto Antonella Guida, professore ordinario di architettura tecnica dell'Università della Basilicata, dove, a Matera, coordina anche uno spin off accademico per la diagnostica sperimentale sui materiali e il contenimento energetico degli edifici, da ieri è al telefono con i colleghi milanesi, tra i quali Angelo Lucchini, che insegna al Politecnico e che è stato tra i primi a intervenire pubblicamente sul rogo di Torre del Moro. Cosa può essere accaduto? «È presto per esprimere un parere sul fatto specifico. È come quando viene commesso un omicidio. Bisognerebbe leggere la questione nell'insieme. Come insegniamo, nella costruzione ogni parte collabora a tutto il resto. L'edificio è come un organismo umano e infatti lo chiamiamo organismo edilizio. Quando viene meno una parte, viene meno la sua funzione e potrebbe far venir meno la funzionalità del resto del corpo». Quindi non ci si può concentrare solo sull'Alucobond, il materiale di rivestimento? «Quel materiale viene considerato ignifugo. Ma bisogna verificare anche il sottopannello, il sistema di fissaggio, la complessità della fornitura, insomma. E soprattutto bisognerà vedere cosa c'è nelle schede tecniche. Anche se, una volta che la scheda ha certificato il materiale, poi il progettista, il direttore dei lavori si sentono tranquilli. Ma non è detto che se tutti i materiali sono certificati, allora la sicurezza è certa. Bisogna stare attenti in fase di progetto e di costruzione anche alla loro corretta applicazione». Le norme non ci aiutano? «Il problema è che c'è una normativa generica, datata e che per gli esterni non è stringente. Non ci sono insomma delle regole certe come quelle per il sisma. Ma anche in quel caso dopo quanto tempo, quanti danni e dopo quanti morti ci siamo arrivati? Dovremmo ricominciare a discuterne, tra tecnici, imprese e progettisti, perché alla base c'è una cultura costruttiva spesso superficiale e legata solo a determinati parametri, come quelli economici o esclusivamente estetici. Servono delle linee guida prescrittive che permettano di superare una certa ignoranza costruttiva che purtroppo è ampiamente diffusa». Tornando all'Alucobond, è un prodotto che si usa comunemente? «Sì, è di uso comune ed è anche molto diffuso. Non solo per gli esterni. Lo si usa anche negli interni, per rivestimenti, per gli arredi, delle cucine per esempio. Ma concentrarsi solo su quel tipo di materiale è riduttivo. Bisognerà accertare qual è stata la causa che ha scatenato l'incendio, poi quella che ha permesso la sua propagazione, fino a ciò che ha compromesso la struttura. Probabilmente il rivestimento esterno è solo uno dei tasselli. In conclusione, ritengo che per accertare con precisione cosa è accaduto sarà indispensabile un perito molto esperto».
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L’ayatollah ha inoltre bollato le proteste come frutto di una «cospirazione americana». «L’obiettivo dell’America è quello di inghiottire l’Iran», ha proseguito. «Per grazia di Dio, la nazione iraniana deve spezzare la schiena dei sediziosi, proprio come ha spezzato la schiena della sedizione», ha continuato Khamenei. Non solo. Il procuratore di Teheran, Ali Salehi, ha anche platealmente smentito Trump, il quale, nei giorni scorsi, aveva affermato che il regime khomeinista aveva annullato alcune centinaia di esecuzioni. «Dovrebbe farsi gli affari suoi», ha affermato Salehi, riferendosi al presidente americano, per poi promettere una risposta «decisa» della magistratura iraniana contro i manifestanti.
Dopo queste dichiarazioni, Trump ha rilasciato a Politico un commento lapidario. «È tempo di cercare una nuova leadership in Iran», ha dichiarato. Poi, riferendosi a Khamenei, ha aggiunto: «Questo è un uomo malato che dovrebbe governare il suo Paese come si deve e smettere di uccidere. Il suo Paese è il posto peggiore in cui vivere al mondo a causa della sua pessima leadership». Particolarmente duro si è mostrato anche il Dipartimento di Stato americano che, in un post sul suo account X in lingua farsi, ha affermato: «Abbiamo ricevuto notizie secondo cui la Repubblica islamica starebbe preparando opzioni per colpire le basi americane. Come ha ripetutamente sottolineato il presidente Trump, tutte le opzioni restano sul tavolo e, se il regime della Repubblica islamica attaccasse gli asset americani, la Repubblica islamica si troverebbe ad affrontare una forza molto, molto potente». Insomma, se negli ultimi giorni la tensione sembrava essersi parzialmente smorzata, è chiaro che ieri le fibrillazioni tra Washington e Teheran sono tornate a salire. Sotto questo aspetto, le parole di Khamenei e di Salehi hanno notevolmente gettato benzina sul fuoco. Non dimentichiamo infatti che, venerdì, Trump aveva lasciato intendere di aver cancellato (o comunque rimandato) l’attacco militare proprio in conseguenza dell’annullamento di 800 esecuzioni da parte del regime. Non solo. Nei giorni scorsi, il presidente americano aveva espresso più volte scetticismo verso l’ipotesi che il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, potesse guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran, lasciando così intendere di non essere troppo convinto di un regime change in piena regola. Certo, la Casa Bianca non aveva rinunciato a esercitare pressione sul governo iraniano tra nuove sanzioni e spostamento della portaerei Lincoln verso il Mediterraneo. Tuttavia, tra giovedì e venerdì, Trump era sembrato meno propenso a ricorrere all’opzione bellica. Dall’altra parte, non è un mistero che, già a partire dallo scorso fine settimana, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si fosse mosso diplomaticamente per cercare di scongiurare un’operazione militare da parte di Washington. Una serie di manovre, quelle di Araghchi, che rischiano di essere state affossate dalle recenti parole di Khamenei e Salehi.
Il regime khomeinista, che potrebbe tenere bloccato internet fino a fine marzo, è del resto internamente spaccato. Delle divisioni erano già emerse a giugno, a seguito dell’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani. In quell’occasione, si registrò un contrasto tra la linea maggiormente diplomatica dello stesso Araghchi e quella più battagliera dei pasdaran. È dunque probabile che oggi si stiano ripresentando delle dinamiche simili in seno al regime. E adesso, le dure parole di Khamenei hanno portato Trump a propendere per un regime change. Un regime change che, qualora dovesse essere attuato, sarebbe tuttavia più simile alla «soluzione venezuelana», che a quella «afgana» o «irachena». Il presidente americano potrebbe, in altre parole, colpire il vertice del regime e scegliere poi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. Se questa è la linea che Trump intende seguire, è chiaro che a rischiare di più sarebbero Khamenei, il suo entourage e i capi dei pasdaran. La rivista specializzata 19FortyFive ha definito questa strategia «coercizione senza proprietà». Come ha fatto in Venezuela, Trump, anche in Iran, non procederebbe a un regime change completo né tantomeno a un’operazione di nation building: due politiche, queste, rispetto a cui l’attuale presidente americano si è sempre mostrato scettico, considerandole rischiose, costose e foriere di instabilità. La soluzione migliore, per lui, sarebbe quella di «domare» il regime avversario (magari epurandone gli esponenti più problematici), per riorientare la sua politica estera, evitando al contempo che gli Usa restino impelagati in un pantano. È così che sta spingendo oggi il governo chavista «de-madurizzato» lontano dalla Cina. Ed è così che potrebbe presto fare con il governo iraniano. Non a caso, ieri il presidente americano ha appuntato i suoi strali soprattutto contro Khamenei, definendolo un «uomo malato». Chi ha orecchie per intendere...
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La villetta di Lonate Pozzolo, nel varesotto, dove il 14 gennaio, Adamo Massa, 37 anni, pregiudicato, è stato ucciso nel corso di una rapina dal poprietario di casa, Jonathan Rivolta (Ansa)
Diverso il discorso se e maneggiare la lama è un maranza marocchino di 19 anni come Zouhair Atif, il ragazzo che ha infilzato a morte, a scuola, il diciottenne Abanoub Youssef, egiziano. Ecco, in questo caso i toni sono molto diversi. Orde di psicologi sono pronte a intervenire per sostenere che le coltellate siano il prodotto del «disagio giovanile» che va combattuto non con nuove leggi sulle armi da taglio o con multe. No, dice l’esperto Matteo Lancini sulla Stampa, «non serve repressione ma un adulto autentico capace di stare in relazione». Interessante: bisognerebbe illustrare questi concetti a una banda di maranza e osservarne la reazione, sarebbe un esperimento istruttivo.
«La morte di Abanoub Youssef, lo studente di 18 anni accoltellato all’interno dell’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia, ci lascia sgomenti e profondamente addolorati», dice Sandro Ruotolo del Pd. «Si muore e si uccide a 18, 19, 15, 16 anni. È il segno di un tempo attraversato dall’odio e dalla violenza, sempre più normalizzati, come se fossero inevitabili. Avanza una cultura del fai-da-te: armi che circolano con facilità, solitudini che si radicalizzano, modelli violenti che diventano linguaggio quotidiano. Ma non basta rispondere solo con la repressione. Punire senza prevenire non cura, non ricostruisce, non salva». Vero, bisognerebbe prevenire. Ad esempio evitando che certi soggetti entrassero in Italia o cacciandoli quando arrivano. Ma questo tipo di prevenzione alle anime belle non interessa.
Dunque sì, come vedete le armi producono effetti diversi a seconda di chi le usa. Se le sventola il marocchino per colpire, povero lui figlio della mancata integrazione. Se l’arma la utilizza invece il carabiniere Emanuele Marroccella per difendere un collega aggredito, sé stesso e la collettività, non si fanno tante chiacchiere: lo si punisce con tre anni di galera e un risarcimento monstre da versare alla famiglia del criminale che ha ucciso. Perché su Marroccella non si fanno tanti psicologismi? E se le multe e la repressione non servono, perché i sinceri progressisti non si indignano per la pena che gli è piovuta addosso? «La via securitaria intrapresa dalla destra di governo mostra tutti i limiti. Chi sbaglia non deve semplicemente pagare. Deve poter cambiare», dice ancora Sandro Ruotolo. Eppure Marroccella paga, deve sborsare e zitto.
Si svela qui quale sia il reale pensiero della sinistra occidentale sulle armi. Esse vanno osteggiate e proibite e demonizzate quando sono utilizzate per difendersi e fare valere i propri diritti. Cioè quando servono a difendere una sovranità, quella dell’individuo su sé stesso e i propri beni. Che le armi siano utili a questo fine lo insegna la tradizione libertaria americana: un cittadino deve poter portare pistole o altro perché ha il diritto di tutelare la proprietà e, eventualmente, di rivoltarsi contro il governo che lo opprime. Nella tradizione progressista e oppressiva europea, invece, l’arma va tolta al cittadino proprio per le stesse ragioni: egli deve restare imbelle, non può opporsi ai governanti e ai malviventi che questi governanti lasciano liberi per strada. Analogo discorso vale per gli Stati: se questi si armano per rivendicare la sovranità militare, che è parte della loro libertà e tutela il diritto di esistere, ecco che i progressisti si oppongono e strepitano. Ma se il riarmo serve ad arricchire qualche grande azienda, magari tedesca o americana, allora va tutto bene. Le armi diventano indispensabili se a gestirle sono le burocrazie europee, magari con la scusa di rivolgerle contro Vladimir Putin (cosa che tutti sanno essere falsa).
Questo è il nodo: i progressisti devono poter gestire lo spazio e le proprietà. Hanno deciso che una marea di stranieri deve entrare nel territorio europeo e opporsi non si può, nemmeno con un decreto sicurezza. Hanno deciso che il singolo cittadino deve essere in balia delle decisioni dei vari apparati di controllo senza possibilità di difesa e opposizione. Hanno deciso che il denaro pubblico deve essere utilizzato per finanziare un certo tipo di industria militare e certi precisi interessi geopolitici. La verità è semplice: il modello progressista non è nemico della violenza in generale, ma solo di quella che non giova ai suoi scopi.
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La vittima, originaria di Fayyum, vicino Al Cairo, viveva alla Spezia con la famiglia da anni. Mentre l’adolescente lottava tra la vita e la morte in un letto di ospedale, Atif spiegava ai poliziotti il perché di quella furia omicida. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, dopo aver inviato alla vittima un messaggio minaccioso («Domani ti sistemo io»), l’arrestato avrebbe affrontato Abanoub prima nel bagno della scuola durante la ricreazione e poi nel corridoio, dove lo ha colpito con un coltello da cucina portato da casa. Il giovane marocchino avrebbe sferrato un solo colpo letale che ha ferito la vittima al fegato, al diaframma e al polmone. A quel punto un docente della scuola, che ha assistito alla scena, si è fiondato sul ragazzo e lo ha disarmato in attesa dell’arrivo della polizia. Gli agenti lo hanno poi trovato seduto su una sedia e lo hanno arrestato. Su di lui pende l’accusa di omicidio, ma gli elementi investigativi raccolti fino ad ora (in particolare il messaggio e il coltello portato da casa), porterebbero anche alla contestazione della premeditazione.
La vittima è stata trasportata d’urgenza in ospedale in condizioni disperate: ha superato un primo intervento durante il quale è andato in arresto cardiaco più volte, ma poco prima delle 20 di venerdì il suo cuore ha smesso di battere. Da quel momento in poi, i riflettori si sono accesi su La Spezia, dove i sentimenti di dolore si mescolano alla rabbia e allo shock. I familiari della vittima e anche qualche studente, da ieri, ripetono che non era la prima volta che Atif portava il coltello a scuola. Il giovane marocchino è entrato in carcere di notte e da allora è recluso nella prima sezione del carcere, camera 1, in isolamento giudiziario. Ma per lui è stata disposta la «massima sorveglianza» con controlli ogni quindici minuti. All’Istituto «Einaudi-Chiodo» sono tutti sotto shock ed esprimono «il più profondo e sentito cordoglio alla famiglia della vittima del grave episodio di violenza». Intanto, l’Ufficio scolastico regionale della Liguria, su impulso del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, ha già conferito l’incarico per un’ispezione nella scuola teatro della tragedia.
Momenti di tensione si sono vissuti ieri anche davanti all’obitorio di La Spezia, dove un fotografo e alcuni giornalisti televisivi, compresa la troupe del Tg3, sono stati aggrediti e inseguiti dalla famiglia del giovane ucciso. L’Associazione ligure dei giornalisti, l’Ordine dei giornalisti della Liguria e il Gruppo cronisti liguri, in una nota, hanno stigmatizzato quanto accaduto nonostante la «comprensione per un dolore così forte»: «Un fotografo è stato aggredito verbalmente e inseguito all’esterno dell’obitorio nel tentativo, da parte di diverse persone, di sottrargli la macchina fotografica». Stessa aggressione ai giornalisti del Tg3 e ad altri cronisti ai quali hanno «spaccato il microfono».
Il sindaco di La Spezia, Pierluigi Peracchini, ha reso noto che oggi sarà convocato un incontro in Prefettura con il ministro Valditara «per capire come gestire questa situazione in vista della riapertura della scuola lunedì». Intanto, la Comunità islamica di La Spezia, «in segno di lutto», ha invitato «la comunità marocchina alla preghiera».
Ma la violenza tra giovanissimi non si arresta: quattro ragazzi, di cui tre minorenni, sono stati denunciati per aver preso a colpi di accetta un sedicenne nei pressi della stazione ferroviaria di Bastia Umbra, nel Perugino. Mentre ieri sera, i carabinieri hanno fermato un diciassettenne di Sora, nel Frusinate, per aver accoltellato un coetaneo all’esterno della scuola che frequenta. Il giovane fermato ha poi consegnato ai militari il coltello a serramanico con cui ha aggredito il liceale.
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