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2019-08-13
In Senato vincono i perditempo ma il centrodestra è tornato unito
Ansa
I tempi della crisi si allungano e bisognerà aspettare fino al prossimo martedì per vedere il premier, Giuseppe Conte, in Aula. Solo allora il presidente del Consiglio riferirà sull'epilogo del governo gialloblù. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo tenutasi ieri al Senato, che ha inoltre convocato i senatori in emiciclo alle 18 di oggi per votare il calendario definitivo. Si tratta di una prima piccola «sconfitta» per il centrodestra, che, essendosi presentato unito, sperava di abbreviare l'iter di uscita dal divorzio della Lega con i 5 stelle, ma che si è trovato a far i conti, all'interno della capigruppo, con avversari (Pd, M5s, Misto e Autonomie) più che mai determinati a mantenere il punto.
Spieghiamo meglio. Dopo meno di due ore di riunione è arrivata la prima spaccatura: i presidenti dei vari gruppi, non avendo raggiunto l'unanimità sulla data in cui Conte fosse dovuto andare in Aula, hanno dovuto passare la palla all'Assemblea. M5s, Pd, Misto e Autonomie avevano indicato la data del 20, mentre Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia avevano chiesto che le comunicazioni del premier si svolgessero domani, 14 agosto, dopo le commemorazioni del crollo del ponte di Genova. Ma, nonostante i tentativi della presidente, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per affrettare i tempi, sarà solo l'Assemblea dei senatori a decidere nella seduta di oggi il calendario definitivo a maggioranza. Lo prevede l'articolo 55 del regolamento del Senato e da questo non si sfugge. Se stamane, dunque, nessun gruppo proporrà un diverso ordine del giorno per la seduta e un diverso giorno rispetto al 20 agosto, il calendario stabilito ieri dalla capigruppo diventerà definitivo. Se, invece, uno o più gruppi proporranno modifiche, allora le richieste saranno messe in votazione e passeranno se otterranno la maggioranza dei voti.
Ma quali saranno i possibili scenari a Palazzo Madama? I numeri, sulla carta, parlano chiaro. La Lega, al cui fianco si sono schierati anche Fdi e Fi, ha poche chance di ottenere che l'Aula si riunisca già domani, 14 agosto, per discutere e votare sulla mozione di sfiducia a Conte. Se, come è prevedibile, il premier si presenterà martedì 20, dopo le sue comunicazioni si potrebbe svolgere il voto sulle risoluzioni che ogni gruppo deciderà di presentare. O, ancora, il premier potrà decidere di non attendere alcun voto e salire al Colle per dimettersi senza che l'Aula si sia prima espressa. Se, quindi, oggi la Lega, con Fi e Fdi, dovesse riproporre in Aula la richiesta di voto sulla mozione di sfiducia a Conte il 14 agosto, la proposta verrebbe messa ai voti. Le tre forze di centrodestra possono contare su 138 voti. Di cui, 58 della Lega, anche se difficilmente il Senatur, Umberto Bossi, ancora in convalescenza, sarà presente; 62 di Forza Italia e 18 di Fdi.
Il fronte opposto, costituito da M5s, Pd, Autonomie e Misto può contare invece su almeno 170 voti se non 175, numeri che però potrebbero crescere ulteriormente. I 5 stelle infatti hanno 107 senatori, 51 il Pd, 8 le Autonomie e sarebbero circa 8 i senatori del Misto (in tutto 15) pronti a votare compatti. Anche se la Lega riuscisse a portare dalla sua parte alcuni senatori sparsi, comunque non avrebbe i numeri per ribaltare la decisione della capigruppo.
Ai numeri sulla carta, tuttavia, potrebbero dover essere sottratti alcuni senatori che non riusciranno a rientrare a Roma in tempo per la seduta di oggi. Dunque, salvo sorprese dell'ultimo minuto, oggi il Senato confermerà la convocazione del 20 agosto sulle comunicazioni del premier. Stante la situazione, e visti i numeri e il regolamento del Senato, quel giorno le comunicazioni del premier dovrebbero avere la meglio sulle mozioni di sfiducia già presentate in Parlamento (da Lega contro Conte e da Pd contro Salvini), che decadrebbero e non verrebbero più affrontate. Un nodo delicatissimo nella battaglia del Capitano contro tutti, che fatica a uscire dalle sabbie mobili.
Le élite insistono: Conte è il nuovo Andreotti
L'establishment nostrano aveva a fatica trattenuto le risatine quando, al Parlamento Ue, Guy Verhofstadt aveva definito Giuseppe Conte un «burattino» di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Però, da quando si è aperta la crisi di governo, Conte è diventato un asso nella manica per chi punta agli inciuci e ha bisogno di un personaggio rassicurante. Così è partita la campagna mediatica: trasformare Conte in uno statista.
Un pioniere è stato, a luglio, il Fondatore, Eugenio Scalfari, che aveva tirato fuori uno spericolato paragone con Aldo Moro. Il filone è stato ripreso, in questi ultimi giorni, dal Dubbio di Carlo Fusi. Da una parte, è anche logico che che il giornale dell'Ordine degli avvocati difenda l'«avvocato del popolo». Dall'altra, attorno alla figura di Conte si vede un milieu accademico (dietro il quale si starebbe muovendo l'ubiquo ex giudice costituzionale Sabino Cassese) fare quadrato non tanto per solidarietà professionale, quanto per cooptare un leader spendibile. Una sorta di Mario Monti mascherato da amico delle classi «subalterne».
Sarà per questo che, sul quotidiano degli avvocati, Paolo Armaroli, docente di diritto pubblico ed ex deputato di An, noto per aver impugnato la delibera sul taglio del vitalizio, ha esortato il premier, che è «la cortesia fatta persona», a chiarire se vuole somigliare al bocconiano, al Divo Giulio Andreotti, a Moro, o se si sente «indaffarato» come Giovanni Spadolini. Un dibattito appassionato, che ha coinvolto pure Giuseppe Morbidelli, amministrativista alla Sapienza. Il prof comprende «l'accostamento ad Andreotti per il suo lavorare dietro le quinte e senza proclami altisonanti», quello a Moro «per la sua capacità di tessitore», però lo vede vicino a Lamberto Dini: «del pari non politico di professione, misurato nei modi, non propenso alle esternazioni, a suo agio nei consessi internazionali». È in quei consessi, d'altronde, che Conte, come con la nomina di Ursula von der Leyen, ha provato le sue doti di puntello del vecchio sistema. Ora che può essere funzionale alle manovrine di palazzo, si può concludere che l'avvocato del popolo riunisca in sé i carismi di tutti gli statisti, dalla prima alla seconda Repubblica, che ne conservi, superandole, le virtù, come nell'hegeliana Aufhebung.
Non a caso, Enzo Cheli, ex vicepresidente della Corte costituzionale, amico di Ugo De Siervo (ex presidente della Consulta) e membro del comitato di esperti di Enrico Letta, sempre sul Dubbio, venerdì definiva il premier «persona abile e dotata nelle mediazioni», «tecnicamente molto preparata», di cui era facile preconizzare «una carriera politica destinata a durare molti anni». Magari non al livello dei «giganti» Andreotti, Moro, o Amintore Fanfani, «ma chissà. Staremo a vedere».
L'obiettivo di questo corteggiamento da parte dell'élite, che aveva screditato il presidente del Consiglio persino dal punto di vista dei titoli accademici? Preparare il terreno a un Conte bis, con l'avvocato del popolo trasformato nell'inquisitore della Lega.
Basta leggere tra le righe del pezzo scritto poco prima del divorzio di Salvini dal politologo Gianfranco Pasquino, dell'ateneo bolognese, vicino ad Augusto Barbera, giudice costituzionale. Non conta tanto se Conte somigli al Divo o a Moro. Conta che, nel governo gialloblù, è stato «l'unico non rimpastabile». In grado di condurre un «veicolo traballante». Pertanto, se ne deve dedurre, adatto a guidare anche la carovana pentarenziana. Il futuro «Grillo magico».
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La capigruppo si spacca in due e convoca l'Aula oggi alle 18 per decidere il calendario della sfiducia. Da una parte sinistra e grillini, dall'altra Lega-Fi-Fdi. Presidente del Consiglio atteso, con calma, il 20.Il giornale degli avvocati e i giuristi che contano incensano l'ex «burattino». Con la regia di Sabino Cassese.Lo speciale contiene due articoli.I tempi della crisi si allungano e bisognerà aspettare fino al prossimo martedì per vedere il premier, Giuseppe Conte, in Aula. Solo allora il presidente del Consiglio riferirà sull'epilogo del governo gialloblù. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo tenutasi ieri al Senato, che ha inoltre convocato i senatori in emiciclo alle 18 di oggi per votare il calendario definitivo. Si tratta di una prima piccola «sconfitta» per il centrodestra, che, essendosi presentato unito, sperava di abbreviare l'iter di uscita dal divorzio della Lega con i 5 stelle, ma che si è trovato a far i conti, all'interno della capigruppo, con avversari (Pd, M5s, Misto e Autonomie) più che mai determinati a mantenere il punto. Spieghiamo meglio. Dopo meno di due ore di riunione è arrivata la prima spaccatura: i presidenti dei vari gruppi, non avendo raggiunto l'unanimità sulla data in cui Conte fosse dovuto andare in Aula, hanno dovuto passare la palla all'Assemblea. M5s, Pd, Misto e Autonomie avevano indicato la data del 20, mentre Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia avevano chiesto che le comunicazioni del premier si svolgessero domani, 14 agosto, dopo le commemorazioni del crollo del ponte di Genova. Ma, nonostante i tentativi della presidente, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per affrettare i tempi, sarà solo l'Assemblea dei senatori a decidere nella seduta di oggi il calendario definitivo a maggioranza. Lo prevede l'articolo 55 del regolamento del Senato e da questo non si sfugge. Se stamane, dunque, nessun gruppo proporrà un diverso ordine del giorno per la seduta e un diverso giorno rispetto al 20 agosto, il calendario stabilito ieri dalla capigruppo diventerà definitivo. Se, invece, uno o più gruppi proporranno modifiche, allora le richieste saranno messe in votazione e passeranno se otterranno la maggioranza dei voti. Ma quali saranno i possibili scenari a Palazzo Madama? I numeri, sulla carta, parlano chiaro. La Lega, al cui fianco si sono schierati anche Fdi e Fi, ha poche chance di ottenere che l'Aula si riunisca già domani, 14 agosto, per discutere e votare sulla mozione di sfiducia a Conte. Se, come è prevedibile, il premier si presenterà martedì 20, dopo le sue comunicazioni si potrebbe svolgere il voto sulle risoluzioni che ogni gruppo deciderà di presentare. O, ancora, il premier potrà decidere di non attendere alcun voto e salire al Colle per dimettersi senza che l'Aula si sia prima espressa. Se, quindi, oggi la Lega, con Fi e Fdi, dovesse riproporre in Aula la richiesta di voto sulla mozione di sfiducia a Conte il 14 agosto, la proposta verrebbe messa ai voti. Le tre forze di centrodestra possono contare su 138 voti. Di cui, 58 della Lega, anche se difficilmente il Senatur, Umberto Bossi, ancora in convalescenza, sarà presente; 62 di Forza Italia e 18 di Fdi. Il fronte opposto, costituito da M5s, Pd, Autonomie e Misto può contare invece su almeno 170 voti se non 175, numeri che però potrebbero crescere ulteriormente. I 5 stelle infatti hanno 107 senatori, 51 il Pd, 8 le Autonomie e sarebbero circa 8 i senatori del Misto (in tutto 15) pronti a votare compatti. Anche se la Lega riuscisse a portare dalla sua parte alcuni senatori sparsi, comunque non avrebbe i numeri per ribaltare la decisione della capigruppo. Ai numeri sulla carta, tuttavia, potrebbero dover essere sottratti alcuni senatori che non riusciranno a rientrare a Roma in tempo per la seduta di oggi. Dunque, salvo sorprese dell'ultimo minuto, oggi il Senato confermerà la convocazione del 20 agosto sulle comunicazioni del premier. Stante la situazione, e visti i numeri e il regolamento del Senato, quel giorno le comunicazioni del premier dovrebbero avere la meglio sulle mozioni di sfiducia già presentate in Parlamento (da Lega contro Conte e da Pd contro Salvini), che decadrebbero e non verrebbero più affrontate. Un nodo delicatissimo nella battaglia del Capitano contro tutti, che fatica a uscire dalle sabbie mobili. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-senato-vincono-i-perditempo-ma-il-centrodestra-e-tornato-unito-2639789419.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-elite-insistono-conte-e-il-nuovo-andreotti" data-post-id="2639789419" data-published-at="1774135664" data-use-pagination="False"> Le élite insistono: Conte è il nuovo Andreotti L'establishment nostrano aveva a fatica trattenuto le risatine quando, al Parlamento Ue, Guy Verhofstadt aveva definito Giuseppe Conte un «burattino» di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Però, da quando si è aperta la crisi di governo, Conte è diventato un asso nella manica per chi punta agli inciuci e ha bisogno di un personaggio rassicurante. Così è partita la campagna mediatica: trasformare Conte in uno statista. Un pioniere è stato, a luglio, il Fondatore, Eugenio Scalfari, che aveva tirato fuori uno spericolato paragone con Aldo Moro. Il filone è stato ripreso, in questi ultimi giorni, dal Dubbio di Carlo Fusi. Da una parte, è anche logico che che il giornale dell'Ordine degli avvocati difenda l'«avvocato del popolo». Dall'altra, attorno alla figura di Conte si vede un milieu accademico (dietro il quale si starebbe muovendo l'ubiquo ex giudice costituzionale Sabino Cassese) fare quadrato non tanto per solidarietà professionale, quanto per cooptare un leader spendibile. Una sorta di Mario Monti mascherato da amico delle classi «subalterne». Sarà per questo che, sul quotidiano degli avvocati, Paolo Armaroli, docente di diritto pubblico ed ex deputato di An, noto per aver impugnato la delibera sul taglio del vitalizio, ha esortato il premier, che è «la cortesia fatta persona», a chiarire se vuole somigliare al bocconiano, al Divo Giulio Andreotti, a Moro, o se si sente «indaffarato» come Giovanni Spadolini. Un dibattito appassionato, che ha coinvolto pure Giuseppe Morbidelli, amministrativista alla Sapienza. Il prof comprende «l'accostamento ad Andreotti per il suo lavorare dietro le quinte e senza proclami altisonanti», quello a Moro «per la sua capacità di tessitore», però lo vede vicino a Lamberto Dini: «del pari non politico di professione, misurato nei modi, non propenso alle esternazioni, a suo agio nei consessi internazionali». È in quei consessi, d'altronde, che Conte, come con la nomina di Ursula von der Leyen, ha provato le sue doti di puntello del vecchio sistema. Ora che può essere funzionale alle manovrine di palazzo, si può concludere che l'avvocato del popolo riunisca in sé i carismi di tutti gli statisti, dalla prima alla seconda Repubblica, che ne conservi, superandole, le virtù, come nell'hegeliana Aufhebung. Non a caso, Enzo Cheli, ex vicepresidente della Corte costituzionale, amico di Ugo De Siervo (ex presidente della Consulta) e membro del comitato di esperti di Enrico Letta, sempre sul Dubbio, venerdì definiva il premier «persona abile e dotata nelle mediazioni», «tecnicamente molto preparata», di cui era facile preconizzare «una carriera politica destinata a durare molti anni». Magari non al livello dei «giganti» Andreotti, Moro, o Amintore Fanfani, «ma chissà. Staremo a vedere». L'obiettivo di questo corteggiamento da parte dell'élite, che aveva screditato il presidente del Consiglio persino dal punto di vista dei titoli accademici? Preparare il terreno a un Conte bis, con l'avvocato del popolo trasformato nell'inquisitore della Lega. Basta leggere tra le righe del pezzo scritto poco prima del divorzio di Salvini dal politologo Gianfranco Pasquino, dell'ateneo bolognese, vicino ad Augusto Barbera, giudice costituzionale. Non conta tanto se Conte somigli al Divo o a Moro. Conta che, nel governo gialloblù, è stato «l'unico non rimpastabile». In grado di condurre un «veicolo traballante». Pertanto, se ne deve dedurre, adatto a guidare anche la carovana pentarenziana. Il futuro «Grillo magico».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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