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2019-08-13
In Senato vincono i perditempo ma il centrodestra è tornato unito
Ansa
I tempi della crisi si allungano e bisognerà aspettare fino al prossimo martedì per vedere il premier, Giuseppe Conte, in Aula. Solo allora il presidente del Consiglio riferirà sull'epilogo del governo gialloblù. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo tenutasi ieri al Senato, che ha inoltre convocato i senatori in emiciclo alle 18 di oggi per votare il calendario definitivo. Si tratta di una prima piccola «sconfitta» per il centrodestra, che, essendosi presentato unito, sperava di abbreviare l'iter di uscita dal divorzio della Lega con i 5 stelle, ma che si è trovato a far i conti, all'interno della capigruppo, con avversari (Pd, M5s, Misto e Autonomie) più che mai determinati a mantenere il punto.
Spieghiamo meglio. Dopo meno di due ore di riunione è arrivata la prima spaccatura: i presidenti dei vari gruppi, non avendo raggiunto l'unanimità sulla data in cui Conte fosse dovuto andare in Aula, hanno dovuto passare la palla all'Assemblea. M5s, Pd, Misto e Autonomie avevano indicato la data del 20, mentre Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia avevano chiesto che le comunicazioni del premier si svolgessero domani, 14 agosto, dopo le commemorazioni del crollo del ponte di Genova. Ma, nonostante i tentativi della presidente, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per affrettare i tempi, sarà solo l'Assemblea dei senatori a decidere nella seduta di oggi il calendario definitivo a maggioranza. Lo prevede l'articolo 55 del regolamento del Senato e da questo non si sfugge. Se stamane, dunque, nessun gruppo proporrà un diverso ordine del giorno per la seduta e un diverso giorno rispetto al 20 agosto, il calendario stabilito ieri dalla capigruppo diventerà definitivo. Se, invece, uno o più gruppi proporranno modifiche, allora le richieste saranno messe in votazione e passeranno se otterranno la maggioranza dei voti.
Ma quali saranno i possibili scenari a Palazzo Madama? I numeri, sulla carta, parlano chiaro. La Lega, al cui fianco si sono schierati anche Fdi e Fi, ha poche chance di ottenere che l'Aula si riunisca già domani, 14 agosto, per discutere e votare sulla mozione di sfiducia a Conte. Se, come è prevedibile, il premier si presenterà martedì 20, dopo le sue comunicazioni si potrebbe svolgere il voto sulle risoluzioni che ogni gruppo deciderà di presentare. O, ancora, il premier potrà decidere di non attendere alcun voto e salire al Colle per dimettersi senza che l'Aula si sia prima espressa. Se, quindi, oggi la Lega, con Fi e Fdi, dovesse riproporre in Aula la richiesta di voto sulla mozione di sfiducia a Conte il 14 agosto, la proposta verrebbe messa ai voti. Le tre forze di centrodestra possono contare su 138 voti. Di cui, 58 della Lega, anche se difficilmente il Senatur, Umberto Bossi, ancora in convalescenza, sarà presente; 62 di Forza Italia e 18 di Fdi.
Il fronte opposto, costituito da M5s, Pd, Autonomie e Misto può contare invece su almeno 170 voti se non 175, numeri che però potrebbero crescere ulteriormente. I 5 stelle infatti hanno 107 senatori, 51 il Pd, 8 le Autonomie e sarebbero circa 8 i senatori del Misto (in tutto 15) pronti a votare compatti. Anche se la Lega riuscisse a portare dalla sua parte alcuni senatori sparsi, comunque non avrebbe i numeri per ribaltare la decisione della capigruppo.
Ai numeri sulla carta, tuttavia, potrebbero dover essere sottratti alcuni senatori che non riusciranno a rientrare a Roma in tempo per la seduta di oggi. Dunque, salvo sorprese dell'ultimo minuto, oggi il Senato confermerà la convocazione del 20 agosto sulle comunicazioni del premier. Stante la situazione, e visti i numeri e il regolamento del Senato, quel giorno le comunicazioni del premier dovrebbero avere la meglio sulle mozioni di sfiducia già presentate in Parlamento (da Lega contro Conte e da Pd contro Salvini), che decadrebbero e non verrebbero più affrontate. Un nodo delicatissimo nella battaglia del Capitano contro tutti, che fatica a uscire dalle sabbie mobili.
Le élite insistono: Conte è il nuovo Andreotti
L'establishment nostrano aveva a fatica trattenuto le risatine quando, al Parlamento Ue, Guy Verhofstadt aveva definito Giuseppe Conte un «burattino» di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Però, da quando si è aperta la crisi di governo, Conte è diventato un asso nella manica per chi punta agli inciuci e ha bisogno di un personaggio rassicurante. Così è partita la campagna mediatica: trasformare Conte in uno statista.
Un pioniere è stato, a luglio, il Fondatore, Eugenio Scalfari, che aveva tirato fuori uno spericolato paragone con Aldo Moro. Il filone è stato ripreso, in questi ultimi giorni, dal Dubbio di Carlo Fusi. Da una parte, è anche logico che che il giornale dell'Ordine degli avvocati difenda l'«avvocato del popolo». Dall'altra, attorno alla figura di Conte si vede un milieu accademico (dietro il quale si starebbe muovendo l'ubiquo ex giudice costituzionale Sabino Cassese) fare quadrato non tanto per solidarietà professionale, quanto per cooptare un leader spendibile. Una sorta di Mario Monti mascherato da amico delle classi «subalterne».
Sarà per questo che, sul quotidiano degli avvocati, Paolo Armaroli, docente di diritto pubblico ed ex deputato di An, noto per aver impugnato la delibera sul taglio del vitalizio, ha esortato il premier, che è «la cortesia fatta persona», a chiarire se vuole somigliare al bocconiano, al Divo Giulio Andreotti, a Moro, o se si sente «indaffarato» come Giovanni Spadolini. Un dibattito appassionato, che ha coinvolto pure Giuseppe Morbidelli, amministrativista alla Sapienza. Il prof comprende «l'accostamento ad Andreotti per il suo lavorare dietro le quinte e senza proclami altisonanti», quello a Moro «per la sua capacità di tessitore», però lo vede vicino a Lamberto Dini: «del pari non politico di professione, misurato nei modi, non propenso alle esternazioni, a suo agio nei consessi internazionali». È in quei consessi, d'altronde, che Conte, come con la nomina di Ursula von der Leyen, ha provato le sue doti di puntello del vecchio sistema. Ora che può essere funzionale alle manovrine di palazzo, si può concludere che l'avvocato del popolo riunisca in sé i carismi di tutti gli statisti, dalla prima alla seconda Repubblica, che ne conservi, superandole, le virtù, come nell'hegeliana Aufhebung.
Non a caso, Enzo Cheli, ex vicepresidente della Corte costituzionale, amico di Ugo De Siervo (ex presidente della Consulta) e membro del comitato di esperti di Enrico Letta, sempre sul Dubbio, venerdì definiva il premier «persona abile e dotata nelle mediazioni», «tecnicamente molto preparata», di cui era facile preconizzare «una carriera politica destinata a durare molti anni». Magari non al livello dei «giganti» Andreotti, Moro, o Amintore Fanfani, «ma chissà. Staremo a vedere».
L'obiettivo di questo corteggiamento da parte dell'élite, che aveva screditato il presidente del Consiglio persino dal punto di vista dei titoli accademici? Preparare il terreno a un Conte bis, con l'avvocato del popolo trasformato nell'inquisitore della Lega.
Basta leggere tra le righe del pezzo scritto poco prima del divorzio di Salvini dal politologo Gianfranco Pasquino, dell'ateneo bolognese, vicino ad Augusto Barbera, giudice costituzionale. Non conta tanto se Conte somigli al Divo o a Moro. Conta che, nel governo gialloblù, è stato «l'unico non rimpastabile». In grado di condurre un «veicolo traballante». Pertanto, se ne deve dedurre, adatto a guidare anche la carovana pentarenziana. Il futuro «Grillo magico».
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La capigruppo si spacca in due e convoca l'Aula oggi alle 18 per decidere il calendario della sfiducia. Da una parte sinistra e grillini, dall'altra Lega-Fi-Fdi. Presidente del Consiglio atteso, con calma, il 20.Il giornale degli avvocati e i giuristi che contano incensano l'ex «burattino». Con la regia di Sabino Cassese.Lo speciale contiene due articoli.I tempi della crisi si allungano e bisognerà aspettare fino al prossimo martedì per vedere il premier, Giuseppe Conte, in Aula. Solo allora il presidente del Consiglio riferirà sull'epilogo del governo gialloblù. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo tenutasi ieri al Senato, che ha inoltre convocato i senatori in emiciclo alle 18 di oggi per votare il calendario definitivo. Si tratta di una prima piccola «sconfitta» per il centrodestra, che, essendosi presentato unito, sperava di abbreviare l'iter di uscita dal divorzio della Lega con i 5 stelle, ma che si è trovato a far i conti, all'interno della capigruppo, con avversari (Pd, M5s, Misto e Autonomie) più che mai determinati a mantenere il punto. Spieghiamo meglio. Dopo meno di due ore di riunione è arrivata la prima spaccatura: i presidenti dei vari gruppi, non avendo raggiunto l'unanimità sulla data in cui Conte fosse dovuto andare in Aula, hanno dovuto passare la palla all'Assemblea. M5s, Pd, Misto e Autonomie avevano indicato la data del 20, mentre Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia avevano chiesto che le comunicazioni del premier si svolgessero domani, 14 agosto, dopo le commemorazioni del crollo del ponte di Genova. Ma, nonostante i tentativi della presidente, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per affrettare i tempi, sarà solo l'Assemblea dei senatori a decidere nella seduta di oggi il calendario definitivo a maggioranza. Lo prevede l'articolo 55 del regolamento del Senato e da questo non si sfugge. Se stamane, dunque, nessun gruppo proporrà un diverso ordine del giorno per la seduta e un diverso giorno rispetto al 20 agosto, il calendario stabilito ieri dalla capigruppo diventerà definitivo. Se, invece, uno o più gruppi proporranno modifiche, allora le richieste saranno messe in votazione e passeranno se otterranno la maggioranza dei voti. Ma quali saranno i possibili scenari a Palazzo Madama? I numeri, sulla carta, parlano chiaro. La Lega, al cui fianco si sono schierati anche Fdi e Fi, ha poche chance di ottenere che l'Aula si riunisca già domani, 14 agosto, per discutere e votare sulla mozione di sfiducia a Conte. Se, come è prevedibile, il premier si presenterà martedì 20, dopo le sue comunicazioni si potrebbe svolgere il voto sulle risoluzioni che ogni gruppo deciderà di presentare. O, ancora, il premier potrà decidere di non attendere alcun voto e salire al Colle per dimettersi senza che l'Aula si sia prima espressa. Se, quindi, oggi la Lega, con Fi e Fdi, dovesse riproporre in Aula la richiesta di voto sulla mozione di sfiducia a Conte il 14 agosto, la proposta verrebbe messa ai voti. Le tre forze di centrodestra possono contare su 138 voti. Di cui, 58 della Lega, anche se difficilmente il Senatur, Umberto Bossi, ancora in convalescenza, sarà presente; 62 di Forza Italia e 18 di Fdi. Il fronte opposto, costituito da M5s, Pd, Autonomie e Misto può contare invece su almeno 170 voti se non 175, numeri che però potrebbero crescere ulteriormente. I 5 stelle infatti hanno 107 senatori, 51 il Pd, 8 le Autonomie e sarebbero circa 8 i senatori del Misto (in tutto 15) pronti a votare compatti. Anche se la Lega riuscisse a portare dalla sua parte alcuni senatori sparsi, comunque non avrebbe i numeri per ribaltare la decisione della capigruppo. Ai numeri sulla carta, tuttavia, potrebbero dover essere sottratti alcuni senatori che non riusciranno a rientrare a Roma in tempo per la seduta di oggi. Dunque, salvo sorprese dell'ultimo minuto, oggi il Senato confermerà la convocazione del 20 agosto sulle comunicazioni del premier. Stante la situazione, e visti i numeri e il regolamento del Senato, quel giorno le comunicazioni del premier dovrebbero avere la meglio sulle mozioni di sfiducia già presentate in Parlamento (da Lega contro Conte e da Pd contro Salvini), che decadrebbero e non verrebbero più affrontate. 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Un pioniere è stato, a luglio, il Fondatore, Eugenio Scalfari, che aveva tirato fuori uno spericolato paragone con Aldo Moro. Il filone è stato ripreso, in questi ultimi giorni, dal Dubbio di Carlo Fusi. Da una parte, è anche logico che che il giornale dell'Ordine degli avvocati difenda l'«avvocato del popolo». Dall'altra, attorno alla figura di Conte si vede un milieu accademico (dietro il quale si starebbe muovendo l'ubiquo ex giudice costituzionale Sabino Cassese) fare quadrato non tanto per solidarietà professionale, quanto per cooptare un leader spendibile. Una sorta di Mario Monti mascherato da amico delle classi «subalterne». Sarà per questo che, sul quotidiano degli avvocati, Paolo Armaroli, docente di diritto pubblico ed ex deputato di An, noto per aver impugnato la delibera sul taglio del vitalizio, ha esortato il premier, che è «la cortesia fatta persona», a chiarire se vuole somigliare al bocconiano, al Divo Giulio Andreotti, a Moro, o se si sente «indaffarato» come Giovanni Spadolini. Un dibattito appassionato, che ha coinvolto pure Giuseppe Morbidelli, amministrativista alla Sapienza. Il prof comprende «l'accostamento ad Andreotti per il suo lavorare dietro le quinte e senza proclami altisonanti», quello a Moro «per la sua capacità di tessitore», però lo vede vicino a Lamberto Dini: «del pari non politico di professione, misurato nei modi, non propenso alle esternazioni, a suo agio nei consessi internazionali». È in quei consessi, d'altronde, che Conte, come con la nomina di Ursula von der Leyen, ha provato le sue doti di puntello del vecchio sistema. Ora che può essere funzionale alle manovrine di palazzo, si può concludere che l'avvocato del popolo riunisca in sé i carismi di tutti gli statisti, dalla prima alla seconda Repubblica, che ne conservi, superandole, le virtù, come nell'hegeliana Aufhebung. Non a caso, Enzo Cheli, ex vicepresidente della Corte costituzionale, amico di Ugo De Siervo (ex presidente della Consulta) e membro del comitato di esperti di Enrico Letta, sempre sul Dubbio, venerdì definiva il premier «persona abile e dotata nelle mediazioni», «tecnicamente molto preparata», di cui era facile preconizzare «una carriera politica destinata a durare molti anni». Magari non al livello dei «giganti» Andreotti, Moro, o Amintore Fanfani, «ma chissà. Staremo a vedere». L'obiettivo di questo corteggiamento da parte dell'élite, che aveva screditato il presidente del Consiglio persino dal punto di vista dei titoli accademici? Preparare il terreno a un Conte bis, con l'avvocato del popolo trasformato nell'inquisitore della Lega. Basta leggere tra le righe del pezzo scritto poco prima del divorzio di Salvini dal politologo Gianfranco Pasquino, dell'ateneo bolognese, vicino ad Augusto Barbera, giudice costituzionale. Non conta tanto se Conte somigli al Divo o a Moro. Conta che, nel governo gialloblù, è stato «l'unico non rimpastabile». In grado di condurre un «veicolo traballante». Pertanto, se ne deve dedurre, adatto a guidare anche la carovana pentarenziana. Il futuro «Grillo magico».
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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