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2019-08-13
In Senato vincono i perditempo ma il centrodestra è tornato unito
Ansa
I tempi della crisi si allungano e bisognerà aspettare fino al prossimo martedì per vedere il premier, Giuseppe Conte, in Aula. Solo allora il presidente del Consiglio riferirà sull'epilogo del governo gialloblù. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo tenutasi ieri al Senato, che ha inoltre convocato i senatori in emiciclo alle 18 di oggi per votare il calendario definitivo. Si tratta di una prima piccola «sconfitta» per il centrodestra, che, essendosi presentato unito, sperava di abbreviare l'iter di uscita dal divorzio della Lega con i 5 stelle, ma che si è trovato a far i conti, all'interno della capigruppo, con avversari (Pd, M5s, Misto e Autonomie) più che mai determinati a mantenere il punto.
Spieghiamo meglio. Dopo meno di due ore di riunione è arrivata la prima spaccatura: i presidenti dei vari gruppi, non avendo raggiunto l'unanimità sulla data in cui Conte fosse dovuto andare in Aula, hanno dovuto passare la palla all'Assemblea. M5s, Pd, Misto e Autonomie avevano indicato la data del 20, mentre Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia avevano chiesto che le comunicazioni del premier si svolgessero domani, 14 agosto, dopo le commemorazioni del crollo del ponte di Genova. Ma, nonostante i tentativi della presidente, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per affrettare i tempi, sarà solo l'Assemblea dei senatori a decidere nella seduta di oggi il calendario definitivo a maggioranza. Lo prevede l'articolo 55 del regolamento del Senato e da questo non si sfugge. Se stamane, dunque, nessun gruppo proporrà un diverso ordine del giorno per la seduta e un diverso giorno rispetto al 20 agosto, il calendario stabilito ieri dalla capigruppo diventerà definitivo. Se, invece, uno o più gruppi proporranno modifiche, allora le richieste saranno messe in votazione e passeranno se otterranno la maggioranza dei voti.
Ma quali saranno i possibili scenari a Palazzo Madama? I numeri, sulla carta, parlano chiaro. La Lega, al cui fianco si sono schierati anche Fdi e Fi, ha poche chance di ottenere che l'Aula si riunisca già domani, 14 agosto, per discutere e votare sulla mozione di sfiducia a Conte. Se, come è prevedibile, il premier si presenterà martedì 20, dopo le sue comunicazioni si potrebbe svolgere il voto sulle risoluzioni che ogni gruppo deciderà di presentare. O, ancora, il premier potrà decidere di non attendere alcun voto e salire al Colle per dimettersi senza che l'Aula si sia prima espressa. Se, quindi, oggi la Lega, con Fi e Fdi, dovesse riproporre in Aula la richiesta di voto sulla mozione di sfiducia a Conte il 14 agosto, la proposta verrebbe messa ai voti. Le tre forze di centrodestra possono contare su 138 voti. Di cui, 58 della Lega, anche se difficilmente il Senatur, Umberto Bossi, ancora in convalescenza, sarà presente; 62 di Forza Italia e 18 di Fdi.
Il fronte opposto, costituito da M5s, Pd, Autonomie e Misto può contare invece su almeno 170 voti se non 175, numeri che però potrebbero crescere ulteriormente. I 5 stelle infatti hanno 107 senatori, 51 il Pd, 8 le Autonomie e sarebbero circa 8 i senatori del Misto (in tutto 15) pronti a votare compatti. Anche se la Lega riuscisse a portare dalla sua parte alcuni senatori sparsi, comunque non avrebbe i numeri per ribaltare la decisione della capigruppo.
Ai numeri sulla carta, tuttavia, potrebbero dover essere sottratti alcuni senatori che non riusciranno a rientrare a Roma in tempo per la seduta di oggi. Dunque, salvo sorprese dell'ultimo minuto, oggi il Senato confermerà la convocazione del 20 agosto sulle comunicazioni del premier. Stante la situazione, e visti i numeri e il regolamento del Senato, quel giorno le comunicazioni del premier dovrebbero avere la meglio sulle mozioni di sfiducia già presentate in Parlamento (da Lega contro Conte e da Pd contro Salvini), che decadrebbero e non verrebbero più affrontate. Un nodo delicatissimo nella battaglia del Capitano contro tutti, che fatica a uscire dalle sabbie mobili.
Le élite insistono: Conte è il nuovo Andreotti
L'establishment nostrano aveva a fatica trattenuto le risatine quando, al Parlamento Ue, Guy Verhofstadt aveva definito Giuseppe Conte un «burattino» di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Però, da quando si è aperta la crisi di governo, Conte è diventato un asso nella manica per chi punta agli inciuci e ha bisogno di un personaggio rassicurante. Così è partita la campagna mediatica: trasformare Conte in uno statista.
Un pioniere è stato, a luglio, il Fondatore, Eugenio Scalfari, che aveva tirato fuori uno spericolato paragone con Aldo Moro. Il filone è stato ripreso, in questi ultimi giorni, dal Dubbio di Carlo Fusi. Da una parte, è anche logico che che il giornale dell'Ordine degli avvocati difenda l'«avvocato del popolo». Dall'altra, attorno alla figura di Conte si vede un milieu accademico (dietro il quale si starebbe muovendo l'ubiquo ex giudice costituzionale Sabino Cassese) fare quadrato non tanto per solidarietà professionale, quanto per cooptare un leader spendibile. Una sorta di Mario Monti mascherato da amico delle classi «subalterne».
Sarà per questo che, sul quotidiano degli avvocati, Paolo Armaroli, docente di diritto pubblico ed ex deputato di An, noto per aver impugnato la delibera sul taglio del vitalizio, ha esortato il premier, che è «la cortesia fatta persona», a chiarire se vuole somigliare al bocconiano, al Divo Giulio Andreotti, a Moro, o se si sente «indaffarato» come Giovanni Spadolini. Un dibattito appassionato, che ha coinvolto pure Giuseppe Morbidelli, amministrativista alla Sapienza. Il prof comprende «l'accostamento ad Andreotti per il suo lavorare dietro le quinte e senza proclami altisonanti», quello a Moro «per la sua capacità di tessitore», però lo vede vicino a Lamberto Dini: «del pari non politico di professione, misurato nei modi, non propenso alle esternazioni, a suo agio nei consessi internazionali». È in quei consessi, d'altronde, che Conte, come con la nomina di Ursula von der Leyen, ha provato le sue doti di puntello del vecchio sistema. Ora che può essere funzionale alle manovrine di palazzo, si può concludere che l'avvocato del popolo riunisca in sé i carismi di tutti gli statisti, dalla prima alla seconda Repubblica, che ne conservi, superandole, le virtù, come nell'hegeliana Aufhebung.
Non a caso, Enzo Cheli, ex vicepresidente della Corte costituzionale, amico di Ugo De Siervo (ex presidente della Consulta) e membro del comitato di esperti di Enrico Letta, sempre sul Dubbio, venerdì definiva il premier «persona abile e dotata nelle mediazioni», «tecnicamente molto preparata», di cui era facile preconizzare «una carriera politica destinata a durare molti anni». Magari non al livello dei «giganti» Andreotti, Moro, o Amintore Fanfani, «ma chissà. Staremo a vedere».
L'obiettivo di questo corteggiamento da parte dell'élite, che aveva screditato il presidente del Consiglio persino dal punto di vista dei titoli accademici? Preparare il terreno a un Conte bis, con l'avvocato del popolo trasformato nell'inquisitore della Lega.
Basta leggere tra le righe del pezzo scritto poco prima del divorzio di Salvini dal politologo Gianfranco Pasquino, dell'ateneo bolognese, vicino ad Augusto Barbera, giudice costituzionale. Non conta tanto se Conte somigli al Divo o a Moro. Conta che, nel governo gialloblù, è stato «l'unico non rimpastabile». In grado di condurre un «veicolo traballante». Pertanto, se ne deve dedurre, adatto a guidare anche la carovana pentarenziana. Il futuro «Grillo magico».
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La capigruppo si spacca in due e convoca l'Aula oggi alle 18 per decidere il calendario della sfiducia. Da una parte sinistra e grillini, dall'altra Lega-Fi-Fdi. Presidente del Consiglio atteso, con calma, il 20.Il giornale degli avvocati e i giuristi che contano incensano l'ex «burattino». Con la regia di Sabino Cassese.Lo speciale contiene due articoli.I tempi della crisi si allungano e bisognerà aspettare fino al prossimo martedì per vedere il premier, Giuseppe Conte, in Aula. Solo allora il presidente del Consiglio riferirà sull'epilogo del governo gialloblù. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo tenutasi ieri al Senato, che ha inoltre convocato i senatori in emiciclo alle 18 di oggi per votare il calendario definitivo. Si tratta di una prima piccola «sconfitta» per il centrodestra, che, essendosi presentato unito, sperava di abbreviare l'iter di uscita dal divorzio della Lega con i 5 stelle, ma che si è trovato a far i conti, all'interno della capigruppo, con avversari (Pd, M5s, Misto e Autonomie) più che mai determinati a mantenere il punto. Spieghiamo meglio. Dopo meno di due ore di riunione è arrivata la prima spaccatura: i presidenti dei vari gruppi, non avendo raggiunto l'unanimità sulla data in cui Conte fosse dovuto andare in Aula, hanno dovuto passare la palla all'Assemblea. M5s, Pd, Misto e Autonomie avevano indicato la data del 20, mentre Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia avevano chiesto che le comunicazioni del premier si svolgessero domani, 14 agosto, dopo le commemorazioni del crollo del ponte di Genova. Ma, nonostante i tentativi della presidente, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per affrettare i tempi, sarà solo l'Assemblea dei senatori a decidere nella seduta di oggi il calendario definitivo a maggioranza. Lo prevede l'articolo 55 del regolamento del Senato e da questo non si sfugge. Se stamane, dunque, nessun gruppo proporrà un diverso ordine del giorno per la seduta e un diverso giorno rispetto al 20 agosto, il calendario stabilito ieri dalla capigruppo diventerà definitivo. Se, invece, uno o più gruppi proporranno modifiche, allora le richieste saranno messe in votazione e passeranno se otterranno la maggioranza dei voti. Ma quali saranno i possibili scenari a Palazzo Madama? I numeri, sulla carta, parlano chiaro. La Lega, al cui fianco si sono schierati anche Fdi e Fi, ha poche chance di ottenere che l'Aula si riunisca già domani, 14 agosto, per discutere e votare sulla mozione di sfiducia a Conte. Se, come è prevedibile, il premier si presenterà martedì 20, dopo le sue comunicazioni si potrebbe svolgere il voto sulle risoluzioni che ogni gruppo deciderà di presentare. O, ancora, il premier potrà decidere di non attendere alcun voto e salire al Colle per dimettersi senza che l'Aula si sia prima espressa. Se, quindi, oggi la Lega, con Fi e Fdi, dovesse riproporre in Aula la richiesta di voto sulla mozione di sfiducia a Conte il 14 agosto, la proposta verrebbe messa ai voti. Le tre forze di centrodestra possono contare su 138 voti. Di cui, 58 della Lega, anche se difficilmente il Senatur, Umberto Bossi, ancora in convalescenza, sarà presente; 62 di Forza Italia e 18 di Fdi. Il fronte opposto, costituito da M5s, Pd, Autonomie e Misto può contare invece su almeno 170 voti se non 175, numeri che però potrebbero crescere ulteriormente. I 5 stelle infatti hanno 107 senatori, 51 il Pd, 8 le Autonomie e sarebbero circa 8 i senatori del Misto (in tutto 15) pronti a votare compatti. Anche se la Lega riuscisse a portare dalla sua parte alcuni senatori sparsi, comunque non avrebbe i numeri per ribaltare la decisione della capigruppo. Ai numeri sulla carta, tuttavia, potrebbero dover essere sottratti alcuni senatori che non riusciranno a rientrare a Roma in tempo per la seduta di oggi. Dunque, salvo sorprese dell'ultimo minuto, oggi il Senato confermerà la convocazione del 20 agosto sulle comunicazioni del premier. Stante la situazione, e visti i numeri e il regolamento del Senato, quel giorno le comunicazioni del premier dovrebbero avere la meglio sulle mozioni di sfiducia già presentate in Parlamento (da Lega contro Conte e da Pd contro Salvini), che decadrebbero e non verrebbero più affrontate. 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Un pioniere è stato, a luglio, il Fondatore, Eugenio Scalfari, che aveva tirato fuori uno spericolato paragone con Aldo Moro. Il filone è stato ripreso, in questi ultimi giorni, dal Dubbio di Carlo Fusi. Da una parte, è anche logico che che il giornale dell'Ordine degli avvocati difenda l'«avvocato del popolo». Dall'altra, attorno alla figura di Conte si vede un milieu accademico (dietro il quale si starebbe muovendo l'ubiquo ex giudice costituzionale Sabino Cassese) fare quadrato non tanto per solidarietà professionale, quanto per cooptare un leader spendibile. Una sorta di Mario Monti mascherato da amico delle classi «subalterne». Sarà per questo che, sul quotidiano degli avvocati, Paolo Armaroli, docente di diritto pubblico ed ex deputato di An, noto per aver impugnato la delibera sul taglio del vitalizio, ha esortato il premier, che è «la cortesia fatta persona», a chiarire se vuole somigliare al bocconiano, al Divo Giulio Andreotti, a Moro, o se si sente «indaffarato» come Giovanni Spadolini. Un dibattito appassionato, che ha coinvolto pure Giuseppe Morbidelli, amministrativista alla Sapienza. Il prof comprende «l'accostamento ad Andreotti per il suo lavorare dietro le quinte e senza proclami altisonanti», quello a Moro «per la sua capacità di tessitore», però lo vede vicino a Lamberto Dini: «del pari non politico di professione, misurato nei modi, non propenso alle esternazioni, a suo agio nei consessi internazionali». È in quei consessi, d'altronde, che Conte, come con la nomina di Ursula von der Leyen, ha provato le sue doti di puntello del vecchio sistema. Ora che può essere funzionale alle manovrine di palazzo, si può concludere che l'avvocato del popolo riunisca in sé i carismi di tutti gli statisti, dalla prima alla seconda Repubblica, che ne conservi, superandole, le virtù, come nell'hegeliana Aufhebung. Non a caso, Enzo Cheli, ex vicepresidente della Corte costituzionale, amico di Ugo De Siervo (ex presidente della Consulta) e membro del comitato di esperti di Enrico Letta, sempre sul Dubbio, venerdì definiva il premier «persona abile e dotata nelle mediazioni», «tecnicamente molto preparata», di cui era facile preconizzare «una carriera politica destinata a durare molti anni». Magari non al livello dei «giganti» Andreotti, Moro, o Amintore Fanfani, «ma chissà. Staremo a vedere». L'obiettivo di questo corteggiamento da parte dell'élite, che aveva screditato il presidente del Consiglio persino dal punto di vista dei titoli accademici? Preparare il terreno a un Conte bis, con l'avvocato del popolo trasformato nell'inquisitore della Lega. Basta leggere tra le righe del pezzo scritto poco prima del divorzio di Salvini dal politologo Gianfranco Pasquino, dell'ateneo bolognese, vicino ad Augusto Barbera, giudice costituzionale. Non conta tanto se Conte somigli al Divo o a Moro. Conta che, nel governo gialloblù, è stato «l'unico non rimpastabile». In grado di condurre un «veicolo traballante». Pertanto, se ne deve dedurre, adatto a guidare anche la carovana pentarenziana. Il futuro «Grillo magico».
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.
Con il Presidente degli Stati Uniti andare allo scontro frontale non ha mai portato risultati a nessuno. Nemmeno ai leader europei tanto incensati dalla sinistra. Giorgia Meloni ha fatto bene a mettere alcuni punti fermi senza andare alla rottura.
Iolanda Apostolica
Scatto di carriera. Postumo, però. Perché la giudice nel 2024 si è dimessa dopo le polemiche per la disapplicazione del decreto Cutro e per un video che la immortalava alla testa di una manifestazione pro-migranti e contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una promozione a carriera finita. Sembra un paradosso, ma è un passaggio tecnico rispetto alla progressione economica dei magistrati. Gli scatti non sono tutti uguali: c’è quello economico, che incide sullo stipendio, e quello funzionale, che apre la strada a incarichi più rilevanti. In questo caso inciderà sulla pensione dell’ex toga salva-migranti.
Non ci gira attorno la consigliera laica Claudia Eccher: «Indipendentemente dal fatto che la Apostolico abbia lasciato la magistratura, il nostro dovere è valutare nel merito il quadriennio di servizio seguendo le leggi e le circolari del Csm. La settima e ultima valutazione di professionalità non è un mero passaggio burocratico, ma determina un avanzamento sia professionale che economico, con riflessi diretti anche sul trattamento pensionistico e di fine rapporto». E arriva al punto: «Nel caso della Apostolico si riscontra una carenza sul prerequisito dell’indipendenza. Non si contesta il diritto ad avere opinioni politiche, ma la scelta di manifestarle in un contesto di contrapposizione frontale con le autorità di pubblica sicurezza e con le scelte del governo, proprio su una materia che rientra nelle sue specifiche competenze funzionali».
Il togato Tullio Morello spiega perché il Csm ha votato a favore della ex collega: «Le sue idee non hanno influenzato la decisione giurisdizionale. Se nelle motivazioni fosse emerso un pregiudizio, allora potremmo discutere della sua imparzialità». Il Consiglio però si è spaccato. Il laico Enrico Aimi è stato duro: «Doveroso esprimere una posizione critica rispetto alla proposta di riconoscere alla Apostolico il superamento della settima valutazione di professionalità. Non può essere un automatismo, ma richiede una verifica rigorosa e sostanziale del permanere dei requisiti fondamentali, ovvero indipendenza, imparzialità ed equilibrio. Nel caso di specie, tali requisiti appaiono meritevoli di un approfondimento ben più incisivo».
Dopo la partecipazione alla manifestazione filmata, «il magistrato», secondo Aimi, «avrebbe dovuto astenersi dalla trattazione di procedimenti in materia di immigrazione». «Non basta essere imparziali, bisogna anche apparirlo, perché la credibilità della giurisdizione si fonda sulla fiducia dei cittadini», ha ricordato la consigliera Isabella Bertolini, aggiungendo: «Proprio per questo ho sottolineato che questi principi impongono rigore, coerenza e senso del limite, soprattutto quando si toccano temi sensibili o esposti al confronto pubblico». Infine, un colpo al Consiglio: «La decisione del Csm rappresenta, a mio avviso, un’occasione persa. Si poteva, e si doveva, aprire una riflessione vera sul modello di magistrato che vogliamo, non solo tecnicamente preparato ma capace di incarnare fino in fondo terzietà, misura ed equilibrio. Senza questa chiarezza, il rischio è quello di indebolire la percezione stessa di imparzialità della magistratura. Oggi il Csm sul caso Apostolicoha dato l’ennesima pessima prova».
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