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2019-09-04
In Kenya temono che il governo giallorosso rallenti l'inchiesta su Cmc
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Ansa
C'è particolare apprensione in Kenya per la nascita del nuovo governo giallorosso. Da mesi le autorità kenyote indagano sulla Cmc di Ravenna, cooperativa di costruzioni da sempre vicina al centrosinistra, vincitrice tra il 2014 e il 2015 (governo Renzi) di tre appalti per la costruzione di tre dighe in Kenya, del valore di 800 milioni di euro, dove sarebbero transitate tangenti. Da mesi il Dpp (Director of public prosecutions) di Nordin Haji, che coordina le indagini insieme con il Dci (Director of criminal investigations) di George Kinoti, hanno impostato un dialogo con la procura di Roma per verificare se ci siano stati casi di corruzione. Il problema, si interrogano ora gli investigatori di Nairobi, è cosa potrebbe succedere adesso, dal momento che i contratti per le tre dighe furono stipulati proprio ai tempi del governo Renzi nel 2015.
Ci sarà un rallentamento delle indagini che già appaiono più che mai rallentate? Non solo. Tra Kenya e Italia si lavora anche per trovare la cooperante Silvia Romano, che operava per la onlus fanese Africa Milele. Scomparsa il 20 novembre dello scorso anno, secondo le ultime indagini della procura di Roma (il fascicolo è in mano a Sergio Colaiocco) sarebbe stata portata in Somalia. I Ros sono stati in Kenya a fine agosto. A questo punto va capito come mai il gruppo terroristico somalo All Shabbab abbia voluto proprio rapire una cooperante italiana. Perché? Va approfondito anche il comportamento della Farnesina che in questi mesi ha preferito il silenzio, come riportato in un articolo del Corriere della Sera di gennaio, dove c'era un esplicito invito a «stare zitti». Ci sono nodi tra i rapporti diplomatici di Italia e Somalia che non sono ancora venuti a galla? A questa domande stanno lavorando gli investigatori kenyoti che però si aspettano anche una mano sul fronte Cmc.
Al centro delle accuse contro la cooperativa, come rivelato dalla Verità in questi mesi, c'è anche il contratto di consulenza «al 3%» con l'azienda Stansha Limited che l'attuale direttore generale Paolo Porcelli firmò nel 2013 quando era responsabile Cmc per l'Africa subsahariana. Il suo contatto era Stanley Muhatma, parlamentare kenyota, proprietario di Stansha, arrestato nelle scorse settimane per evasione fiscale. A indagare a Roma è il pm Lucia Lotti. Altro punto che deve essere chiarito è il ruolo che Rita Ricciardi, presidente dell'Associazione per il Commercio tra Italia e Kenya, sarebbe in società con il ministro del Tesoro Henry Rotich, già fermato il mese scorso perché ritenuto punto di riferimento dell'inchiesta. Proprio alla fine di agosto gli investigatori kenyoti hanno scoperto che Rotich e il suo ex segretario principale Kamau Thugge avrebbero violato la legge sulle assicurazioni per garantire la costruzione delle dighe di Kimwarer e Arror. I conti di Rotich e Thugge sono stati congelati a inizio agosto. L'ordine di congelamento delle banche è stato emesso dal giudice Caroline Nzibe Muthoni. Il tribunale ha stabilito che i conti bancari rimarranno congelati per un periodo di 180 giorni. Il Dpp di Haji è già pronto a utilizzare oltre mezzo milione di pagine di documenti e a portare in aula 142 testimoni. Del resto che i governi di centrosinistra sappiano qualcosa di più su quei contratti è un dato assodato. Dal momento che i contratti per le tre dighe furono firmati tra il 2014 e il 2015: c'è una foto dell'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi con un giubbotto antiproiettili insieme al presidente Uhuru Kenyatta a testimoniarlo.
E in Nepal c'è l'altra inchiesta sugli appalti della cooperativa
Assegni scoperti, spese fuori controllo, consistenti ammanchi in banca (si parla di una cifra superiore al milione di dollari misteriosamente scomparsa) familiari del management di area collocati nelle posizioni di vertice senza averne le qualifiche e parenti assunti localmente all'insaputa della sede, nessuna copertura finanziaria in cassa. I vertici della Cooperativa cementisti e muratori di Ravenna erano stati avvisati che in Nepal qualcosa non stava andando per il verso giusto eppure i vertici di allora (molti dei quali confermati con la riorganizzazione) decisero stranamente di non intervenire. Lo stesso Paolo Porcelli, dopo aver sostituito Roberto Macri' come direttore generale, era andato a Kathmandu in visita ufficiale con tanto di ambasciatore a gennaio 2019 per cercare di salvare il progetto. Invece tra gennaio e febbraio 2019 la cooperativa è costretta a uscire dal progetto di Melamchi (premiato tre anni prima come miglior investimento straniero dall'Asian Development Bank dal Ministero delle Finanze Nepalese) e Tanhau. Languono ancora i tre impianti idroelettrici di Solu Kola, Likhu e Trishuli (valore complessivo 287 milioni di euro). Se lo scandalo in Kenya inizia a svilupparsi, quello in Nepal è deflagrato pubblicamente solo in parte, ma all'interno dell'azienda ha provocato enormi frizioni. Nepal e Kenya nel 2017 erano definiti nel Bilancio d'esercizio Paesi che davano «un considerevole contributo alla produzione». Sono diventate le micce che hanno innescato una delle peggiori crisi nella storia centenaria della cooperativa.
La situazione in Nepal è degenerata nel marzo del 2018, quando come direttore generale c'era ancora Roberto Macrì, poi costretto alle dimissioni a luglio probabilmente a causa delle problematiche sorte in Nepal e della totale mancanza di trasparenza, Giuseppe di Giorgio (Pm a Melamchi) e Salvatore Casciaro (Area Manager) erano infatti persone di fiducia di Roberto Macri'. Comunicazioni interne dell'azienda di cui La Verità è venuta a conoscenza dimostrano che il 25 marzo gli operai sono stati invitati a non andare sul cantiere per il rischio di ritorsioni e proteste nei loro confronti. Erano giorni delicati, in cui Di Giorgio e Casciaro stavano discutendo con delle banche locali l'accesso al credito per la cooperativa. I conti erano infatti ormai vuoti, nonostante l'azienda fosse già molto esposta, con tassi di interesse che arrivavano al 14%. Non solo: l'azienda aveva anche degli assegni post-datati, in bianco, depositati in banca, già firmati, pronti per essere distribuiti.
A dicembre 2017 lo stesso Casciaro aveva firmato per Cmc una lettera in cui ringraziava Rajesh Shrestha per le due subappaltatrici di Cmc Bira Motors e Bira Forniture per «la vostra cooperazione nell'ottenere un advance mobilization guarantee (una garanzia per la mobilitazione dei lavori) dal valore di 816 Npr (circa sei milioni di euro) attraverso la Nepal Investment Bank». La banca di investimento nepalese copriva l'investimento per l'ultimo progetto ottenuto all'epoca, il Solu Khola Dudhkoshi Hydroelectric Project. Secondo quanto riporta il Kathmandu Post, Sharesta era un vero e proprio intermediario: avrebbe pagato stecche al gdirettore esecutivo del progetto, Surya Raj Kadel e all'ex sottosegretario al ministero dell'Energia e dell'Acqua Gajendra Kumar Thakur, allo scopo di sbloccare le provvigioni per l'azienda oltre ad aver finanziato lui stesso la coop per circa 10 milioni di dollari tra garanzie emesse e finanziamenti erogati. Appare del tutto anomalo che un'azienda di queste dimensioni, utilizzi questi canali alternativi per finanziarsi. Le altre aziende in subappalto in Nepal, al contrario, vantano ancora crediti con l'azienda italiana.
Ma in tutto questo non bisogna dimenticare che sempre in quei giorni mentre i dipendenti all'estero non avevano accesso all'assistenza sanitaria e al vitto previsti da contratto, Porcelli andava in missione di lavoro all'estero in business class, pernottando in hotel a 5 stelle. Sono dettagli che i lavoratori di Cmc non hanno ancora dimenticato.
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Il Dpp (Director of public prosecutions) di Nordin Haji ha in mano 500.000 pagine di documenti sui presunti casi di corruzione che coinvolgono la cooperativa di Ravenna da sempre vicina al centrosinistra. I contratti per le dighe sono stati stipulati ai tempi del governo di Matteo Renzi. Nuovi incroci con le indagini sulla cooperante Silvia Romano. Se lo scandalo di Nairobi è ormai internazionale, quello in Nepal è deflagrato pubblicamente solo in parte, ma all'interno dell'azienda ha provocato enormi frizioni. Lo speciale contiene due articoliC'è particolare apprensione in Kenya per la nascita del nuovo governo giallorosso. Da mesi le autorità kenyote indagano sulla Cmc di Ravenna, cooperativa di costruzioni da sempre vicina al centrosinistra, vincitrice tra il 2014 e il 2015 (governo Renzi) di tre appalti per la costruzione di tre dighe in Kenya, del valore di 800 milioni di euro, dove sarebbero transitate tangenti. Da mesi il Dpp (Director of public prosecutions) di Nordin Haji, che coordina le indagini insieme con il Dci (Director of criminal investigations) di George Kinoti, hanno impostato un dialogo con la procura di Roma per verificare se ci siano stati casi di corruzione. Il problema, si interrogano ora gli investigatori di Nairobi, è cosa potrebbe succedere adesso, dal momento che i contratti per le tre dighe furono stipulati proprio ai tempi del governo Renzi nel 2015. Ci sarà un rallentamento delle indagini che già appaiono più che mai rallentate? Non solo. Tra Kenya e Italia si lavora anche per trovare la cooperante Silvia Romano, che operava per la onlus fanese Africa Milele. Scomparsa il 20 novembre dello scorso anno, secondo le ultime indagini della procura di Roma (il fascicolo è in mano a Sergio Colaiocco) sarebbe stata portata in Somalia. I Ros sono stati in Kenya a fine agosto. A questo punto va capito come mai il gruppo terroristico somalo All Shabbab abbia voluto proprio rapire una cooperante italiana. Perché? Va approfondito anche il comportamento della Farnesina che in questi mesi ha preferito il silenzio, come riportato in un articolo del Corriere della Sera di gennaio, dove c'era un esplicito invito a «stare zitti». Ci sono nodi tra i rapporti diplomatici di Italia e Somalia che non sono ancora venuti a galla? A questa domande stanno lavorando gli investigatori kenyoti che però si aspettano anche una mano sul fronte Cmc. Al centro delle accuse contro la cooperativa, come rivelato dalla Verità in questi mesi, c'è anche il contratto di consulenza «al 3%» con l'azienda Stansha Limited che l'attuale direttore generale Paolo Porcelli firmò nel 2013 quando era responsabile Cmc per l'Africa subsahariana. Il suo contatto era Stanley Muhatma, parlamentare kenyota, proprietario di Stansha, arrestato nelle scorse settimane per evasione fiscale. A indagare a Roma è il pm Lucia Lotti. Altro punto che deve essere chiarito è il ruolo che Rita Ricciardi, presidente dell'Associazione per il Commercio tra Italia e Kenya, sarebbe in società con il ministro del Tesoro Henry Rotich, già fermato il mese scorso perché ritenuto punto di riferimento dell'inchiesta. Proprio alla fine di agosto gli investigatori kenyoti hanno scoperto che Rotich e il suo ex segretario principale Kamau Thugge avrebbero violato la legge sulle assicurazioni per garantire la costruzione delle dighe di Kimwarer e Arror. I conti di Rotich e Thugge sono stati congelati a inizio agosto. L'ordine di congelamento delle banche è stato emesso dal giudice Caroline Nzibe Muthoni. Il tribunale ha stabilito che i conti bancari rimarranno congelati per un periodo di 180 giorni. Il Dpp di Haji è già pronto a utilizzare oltre mezzo milione di pagine di documenti e a portare in aula 142 testimoni. Del resto che i governi di centrosinistra sappiano qualcosa di più su quei contratti è un dato assodato. Dal momento che i contratti per le tre dighe furono firmati tra il 2014 e il 2015: c'è una foto dell'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi con un giubbotto antiproiettili insieme al presidente Uhuru Kenyatta a testimoniarlo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-kenya-temono-che-il-governo-giallorosso-rallenti-linchiesta-su-cmc-2640193205.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-in-nepal-c-e-l-altra-inchiesta-sugli-appalti-della-cooperativa" data-post-id="2640193205" data-published-at="1776369604" data-use-pagination="False"> E in Nepal c'è l'altra inchiesta sugli appalti della cooperativa Assegni scoperti, spese fuori controllo, consistenti ammanchi in banca (si parla di una cifra superiore al milione di dollari misteriosamente scomparsa) familiari del management di area collocati nelle posizioni di vertice senza averne le qualifiche e parenti assunti localmente all'insaputa della sede, nessuna copertura finanziaria in cassa. I vertici della Cooperativa cementisti e muratori di Ravenna erano stati avvisati che in Nepal qualcosa non stava andando per il verso giusto eppure i vertici di allora (molti dei quali confermati con la riorganizzazione) decisero stranamente di non intervenire. Lo stesso Paolo Porcelli, dopo aver sostituito Roberto Macri' come direttore generale, era andato a Kathmandu in visita ufficiale con tanto di ambasciatore a gennaio 2019 per cercare di salvare il progetto. Invece tra gennaio e febbraio 2019 la cooperativa è costretta a uscire dal progetto di Melamchi (premiato tre anni prima come miglior investimento straniero dall'Asian Development Bank dal Ministero delle Finanze Nepalese) e Tanhau. Languono ancora i tre impianti idroelettrici di Solu Kola, Likhu e Trishuli (valore complessivo 287 milioni di euro). Se lo scandalo in Kenya inizia a svilupparsi, quello in Nepal è deflagrato pubblicamente solo in parte, ma all'interno dell'azienda ha provocato enormi frizioni. Nepal e Kenya nel 2017 erano definiti nel Bilancio d'esercizio Paesi che davano «un considerevole contributo alla produzione». Sono diventate le micce che hanno innescato una delle peggiori crisi nella storia centenaria della cooperativa.La situazione in Nepal è degenerata nel marzo del 2018, quando come direttore generale c'era ancora Roberto Macrì, poi costretto alle dimissioni a luglio probabilmente a causa delle problematiche sorte in Nepal e della totale mancanza di trasparenza, Giuseppe di Giorgio (Pm a Melamchi) e Salvatore Casciaro (Area Manager) erano infatti persone di fiducia di Roberto Macri'. Comunicazioni interne dell'azienda di cui La Verità è venuta a conoscenza dimostrano che il 25 marzo gli operai sono stati invitati a non andare sul cantiere per il rischio di ritorsioni e proteste nei loro confronti. Erano giorni delicati, in cui Di Giorgio e Casciaro stavano discutendo con delle banche locali l'accesso al credito per la cooperativa. I conti erano infatti ormai vuoti, nonostante l'azienda fosse già molto esposta, con tassi di interesse che arrivavano al 14%. Non solo: l'azienda aveva anche degli assegni post-datati, in bianco, depositati in banca, già firmati, pronti per essere distribuiti. A dicembre 2017 lo stesso Casciaro aveva firmato per Cmc una lettera in cui ringraziava Rajesh Shrestha per le due subappaltatrici di Cmc Bira Motors e Bira Forniture per «la vostra cooperazione nell'ottenere un advance mobilization guarantee (una garanzia per la mobilitazione dei lavori) dal valore di 816 Npr (circa sei milioni di euro) attraverso la Nepal Investment Bank». La banca di investimento nepalese copriva l'investimento per l'ultimo progetto ottenuto all'epoca, il Solu Khola Dudhkoshi Hydroelectric Project. Secondo quanto riporta il Kathmandu Post, Sharesta era un vero e proprio intermediario: avrebbe pagato stecche al gdirettore esecutivo del progetto, Surya Raj Kadel e all'ex sottosegretario al ministero dell'Energia e dell'Acqua Gajendra Kumar Thakur, allo scopo di sbloccare le provvigioni per l'azienda oltre ad aver finanziato lui stesso la coop per circa 10 milioni di dollari tra garanzie emesse e finanziamenti erogati. Appare del tutto anomalo che un'azienda di queste dimensioni, utilizzi questi canali alternativi per finanziarsi. Le altre aziende in subappalto in Nepal, al contrario, vantano ancora crediti con l'azienda italiana.Ma in tutto questo non bisogna dimenticare che sempre in quei giorni mentre i dipendenti all'estero non avevano accesso all'assistenza sanitaria e al vitto previsti da contratto, Porcelli andava in missione di lavoro all'estero in business class, pernottando in hotel a 5 stelle. Sono dettagli che i lavoratori di Cmc non hanno ancora dimenticato.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.