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2018-03-26
Il regno cinese delle donne dove l'uomo vale solo una notte
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La loro cultura è basata totalmente sul potere delle donne. Il girl power che in Occidente si manifesta con picchetti, pressoché inutili giornate in rosa e striscioni che ricordano vagamente il lontano Sessantotto, qui è regola quotidiana. Gli uomini, infatti, non hanno alcun tipo di potere decisionale né tantomeno diritto di parola. A loro non spetta nemmeno il compito di badare ai figli o provvedere al loro sostentamento. Così, il loro ruolo si riduce a quello di semplici «portatori di vita». La missione dell'uomo mosuo è infatti quella di inseminare la donna che lo sceglie, e poi… scomparire. Letteralmente. Fino a che questa non decida di rivederlo. O di ripetere l'atto sessuale.
I mosuo hanno vissuto in isolamento, in una sorta di paradiso terrestre incontaminato, fino agli anni Novanta, quando, complice il crescente interesse del mondo verso la Cina e le prime ondate di turismo, hanno portato i più curiosi a spingersi alla scoperta dell'entroterra cinese. I primi turisti che hanno visitato i villaggi mosuo hanno scoperto una cultura in cui la donna non è colei che è destinata a badare a casa e figli, come ci si potrebbe aspettare da una società rigida e maschilista come quella cinese. Tutt'altro. La donna mosuo gode infatti di una libertà nella gestione della propria vita e del rapporto con l'altro sesso che va al di là di qualsiasi immaginazione occidentale. Decide tutto. La «nonna» è a capo del villaggio. È nella sua abitazione che si decide l'andamento economico e politico dei villaggi. Sceglie quanto grano vendere e quanto riso tenere come riserva nei villaggi. Il suo cognome è quello che viene dato non soltanto ai suoi figli, ma anche ai figli dei figli e a coloro che vengono ritenuti degni di entrare a far parte della «famiglia reale». Che è composta, ovviamente, solo da donne. E sono le stesse donne che lavorano, anche i campi, e sono totalmente indipendenti a livello economico.
La pratica più particolare di questa tribù unica nel suo genere è quella del walking marriage, il matrimonio di passaggio. Quando la giovane diventa sessualmente matura (di solito intorno ai 13 anni), dopo un rito di iniziazione, riceve un simbolo che da quel momento la renderà a pieno titolo membro adulto del clan: la chiave della sua camera da letto, simbolo della presa di coscienza del proprio corpo e sopratutto della possibilità di iniziare a scegliere i propri partner per la notte.
La nuova ah mi, così si chiamano le donne adulte mosuo, si guadagna così la possibilità di essere inviata alle danze in onore della dea dell'Amore, Gan Mu, che si tengono tutte le sere al centro del villaggio. In queste occasioni, la ah mi sceglie ogni volta un nuovo partner fra i giovani uomini presenti nel villaggio. Anche in questo caso, a scegliere sono sempre e solo le donne e l'uomo non ha alcuna possibilità di rifiutare la nottata d'amore. L'unico compito che spetta ai mosuo di sesso maschile, infatti, è riposare durante il giorno per essere pronti per la notte a svolgere il compito di «mariti di passaggio». I prescelti, durante le danze dell'amore, prendono il nome di axia e vengono considerati come dei veri e propri eletti a cui viene concessa la possibilità di andare a trovare la donna nella sua camera da letto la notte stessa.
Tutto rose e fiori? Non proprio. Perché l'amore mosuo è passeggero e dura solo poche ore. La mattina seguente alla danza, prima che sorga il sole, gli uomini devono obbligatoriamente abbandonare la stanza della ah mi e tornare dalle loro madri, poiché essi non godono in alcun modo del diritto di vivere con la donna che lo ha scelto. Al maschio, non resta che obbedire, uscire dalla finestra della stanza e lasciare spazio al prossimo prescelto.
Ma cosa succede nel caso in cui la ah mi, dopo una notte di passione, dovesse rimanere incinta? La risposta è semplicissima: nulla. Cambiando partner ogni notte, è raro che le ah mi conoscano il padre dei propri figli. E il rapporto di coppia così come concepito nel mondo occidentale non esiste tra i mosuo. La donna non lascia mai la casa della propria famiglia, i termini «padre» e «marito» non esistono nel dialetto locale e i figli non sono un vincolo o una forma di sicurezza per la coppia. Tanto che il padre, o presunto tale, viene chiamato semplicemente zio dal figlio.
Ultimamente questa particolare comunità sta vivendo un vero e proprio boom di turisti attratti proprio dal loro bizzarro sistema di coppia. Il governo cinese ha così deciso di monetizzare il «matrimonio di passaggio» mosuo installando all'ingresso dei villaggi dei veri e propri caselli dove pagare un biglietto da 5 dollari per accedere al villaggio. Una cifra irrisoria soprattutto per quei turisti che vedono nella tradizione mosuo una nuova forma di turismo sessuale. Solo nell'ultimo anno, infatti, nell'area un tempo incontaminata intorno al lago Lugo sono stati costruiti hotel, motel, ristoranti, bar e addirittura karaoke e casinò di proprietà della vicina Thailandia. Qui lavorano decine e decine di prostitute che vengono istruite a vestirsi come le mosuo per attrarre quella parte di turismo incontrollato. La differenza sostanziale? In questo caso, per consumare il rapporto, gli uomini non dovranno arrampicarsi su un muro, entrare da una finestra e lasciare appese le scarpe sul davanzale per segnalare la loro presenza. Basterà pagare per aver accesso diretto alla porta della falsa mosuo.
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Si chiama zou hun ed è la versione cinese della «una botta e via» occidentale. Letteralmente, significa «matrimonio di passaggio». Una pratica unica nel suo genere, in cui sono le donne a decidere con chi trascorrere una notte d'amore. A portare avanti quella che non è altro che la forma più estrema di matriarcato sono i mosuo, un tribù antichissima composta da circa 40.000 persone che vive all'ombra dell'Himalaya, in minuscoli villaggi affacciati sul lago Lugu, tra le province dello Yunnan e del Sichuan. La loro cultura è basata totalmente sul potere delle donne. Il girl power che in Occidente si manifesta con picchetti, pressoché inutili giornate in rosa e striscioni che ricordano vagamente il lontano Sessantotto, qui è regola quotidiana. Gli uomini, infatti, non hanno alcun tipo di potere decisionale né tantomeno diritto di parola. A loro non spetta nemmeno il compito di badare ai figli o provvedere al loro sostentamento. Così, il loro ruolo si riduce a quello di semplici «portatori di vita». La missione dell'uomo mosuo è infatti quella di inseminare la donna che lo sceglie, e poi… scomparire. Letteralmente. Fino a che questa non decida di rivederlo. O di ripetere l'atto sessuale. I mosuo hanno vissuto in isolamento, in una sorta di paradiso terrestre incontaminato, fino agli anni Novanta, quando, complice il crescente interesse del mondo verso la Cina e le prime ondate di turismo, hanno portato i più curiosi a spingersi alla scoperta dell'entroterra cinese. I primi turisti che hanno visitato i villaggi mosuo hanno scoperto una cultura in cui la donna non è colei che è destinata a badare a casa e figli, come ci si potrebbe aspettare da una società rigida e maschilista come quella cinese. Tutt'altro. La donna mosuo gode infatti di una libertà nella gestione della propria vita e del rapporto con l'altro sesso che va al di là di qualsiasi immaginazione occidentale. Decide tutto. La «nonna» è a capo del villaggio. È nella sua abitazione che si decide l'andamento economico e politico dei villaggi. Sceglie quanto grano vendere e quanto riso tenere come riserva nei villaggi. Il suo cognome è quello che viene dato non soltanto ai suoi figli, ma anche ai figli dei figli e a coloro che vengono ritenuti degni di entrare a far parte della «famiglia reale». Che è composta, ovviamente, solo da donne. E sono le stesse donne che lavorano, anche i campi, e sono totalmente indipendenti a livello economico. La pratica più particolare di questa tribù unica nel suo genere è quella del walking marriage, il matrimonio di passaggio. Quando la giovane diventa sessualmente matura (di solito intorno ai 13 anni), dopo un rito di iniziazione, riceve un simbolo che da quel momento la renderà a pieno titolo membro adulto del clan: la chiave della sua camera da letto, simbolo della presa di coscienza del proprio corpo e sopratutto della possibilità di iniziare a scegliere i propri partner per la notte. La nuova ah mi, così si chiamano le donne adulte mosuo, si guadagna così la possibilità di essere inviata alle danze in onore della dea dell'Amore, Gan Mu, che si tengono tutte le sere al centro del villaggio. In queste occasioni, la ah mi sceglie ogni volta un nuovo partner fra i giovani uomini presenti nel villaggio. Anche in questo caso, a scegliere sono sempre e solo le donne e l'uomo non ha alcuna possibilità di rifiutare la nottata d'amore. L'unico compito che spetta ai mosuo di sesso maschile, infatti, è riposare durante il giorno per essere pronti per la notte a svolgere il compito di «mariti di passaggio». I prescelti, durante le danze dell'amore, prendono il nome di axia e vengono considerati come dei veri e propri eletti a cui viene concessa la possibilità di andare a trovare la donna nella sua camera da letto la notte stessa. Tutto rose e fiori? Non proprio. Perché l'amore mosuo è passeggero e dura solo poche ore. La mattina seguente alla danza, prima che sorga il sole, gli uomini devono obbligatoriamente abbandonare la stanza della ah mi e tornare dalle loro madri, poiché essi non godono in alcun modo del diritto di vivere con la donna che lo ha scelto. Al maschio, non resta che obbedire, uscire dalla finestra della stanza e lasciare spazio al prossimo prescelto. Ma cosa succede nel caso in cui la ah mi, dopo una notte di passione, dovesse rimanere incinta? La risposta è semplicissima: nulla. Cambiando partner ogni notte, è raro che le ah mi conoscano il padre dei propri figli. E il rapporto di coppia così come concepito nel mondo occidentale non esiste tra i mosuo. La donna non lascia mai la casa della propria famiglia, i termini «padre» e «marito» non esistono nel dialetto locale e i figli non sono un vincolo o una forma di sicurezza per la coppia. Tanto che il padre, o presunto tale, viene chiamato semplicemente zio dal figlio. Ultimamente questa particolare comunità sta vivendo un vero e proprio boom di turisti attratti proprio dal loro bizzarro sistema di coppia. Il governo cinese ha così deciso di monetizzare il «matrimonio di passaggio» mosuo installando all'ingresso dei villaggi dei veri e propri caselli dove pagare un biglietto da 5 dollari per accedere al villaggio. Una cifra irrisoria soprattutto per quei turisti che vedono nella tradizione mosuo una nuova forma di turismo sessuale. Solo nell'ultimo anno, infatti, nell'area un tempo incontaminata intorno al lago Lugo sono stati costruiti hotel, motel, ristoranti, bar e addirittura karaoke e casinò di proprietà della vicina Thailandia. Qui lavorano decine e decine di prostitute che vengono istruite a vestirsi come le mosuo per attrarre quella parte di turismo incontrollato. La differenza sostanziale? In questo caso, per consumare il rapporto, gli uomini non dovranno arrampicarsi su un muro, entrare da una finestra e lasciare appese le scarpe sul davanzale per segnalare la loro presenza. Basterà pagare per aver accesso diretto alla porta della falsa mosuo. !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js");
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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