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2021-11-23
Immunità naturale, rischi calcolati. E ora Londra schiva l’ondata di panico
Come solo questo giornale vi aveva raccontato già mesi fa, era molto probabile che i britannici avessero ragione (e che avrebbero continuato ad averla in futuro) nella gestione dell'emergenza Covid. Qui invece, a reti e testate unificate, si rideva di Boris Johnson . Di più: si descriveva il Regno Unito come un lazzaretto. Peccato che i britannici non lo sapessero: al punto che l'allarme coronavirus era praticamente sparito dai giornali Uk da un paio di mesi. Suscitando l'involontariamente comico stupore del conduttore Corrado Formigli, che qualche settimana fa ha raccontato di aver portato la sua bimba a Londra per un weekend (se era convinto che fosse un inferno, perché ci andato?) e di essersi ritrovato in un cinema - unico con sua figlia - a indossare la mascherina. «Sono cretino io o gli inglesi?», s'è chiesto. Ciascuno può abbozzare un'ipotesi di risposta, considerando che non risulta che Formigli abbia mai vinto guerre mondiali.
Sta di fatto che l'allarme coronavirus è improvvisamente ricomparso ieri sui media britannici, ma solo per descrivere il disastro in corso nelle capitali dell'Europa continentale. Ecco il Daily Telegraph: «Rabbia in Europa mentre le regole Covid innescano rivolte», con eloquenti immagini di fuochi e guerriglia urbana a Bruxelles.
La realtà (ieri pomeriggio registrata per la prima volta perfino dall'edizione online del Corriere, il quotidiano italiano che più di tutti, con le sue corrispondenze, aveva descritto Johnson come una via di mezzo tra un pagliaccio e un pericolo pubblico) è che a Londra, pur compiendo scelte controverse e audaci, hanno fatto la scommessa giusta.
Ricapitoliamo la tabella di marcia del governo Uk. Dapprima una campagna vaccinale acceleratissima, già dagli ultimi giorni del 2020, al ritmo di 6-700.000 somministrazioni al giorno. Su questa base, da marzo in poi, una sequenza di riaperture assai anticipate: prima le scuole, poi i pub e i teatri, quindi gli stadi. In teoria il freedom day definitivo sarebbe dovuto scattare a fine giugno, con la fine di qualunque restrizione. Ma il diffondersi della variante Delta ha indotto Johnson a posticipare tutto al 19 luglio. In quelle settimane, Johnson ha perfino ipotizzato l'eventuale entrata in vigore in autunno di un limitato green pass riservato ai grandi eventi. Risultato? PI media conservatori (in testa il Telegraph e lo Spectator) lo hanno attaccato, rivendicando la storia di un Paese dove la carta di identità neppure esiste, e accusandolo di paternalismo all'europea. Lo Spectator ha addirittura descritto il primo ministro britannico come una specie di Mary Poppins sotto il titolo «Nanny Boris» (non certo un complimento, nelle intenzioni del magazine). E così Johnson ha ancora una volta seguito i suoi istinti di conservatore libertario, riaprendo tutto il 19 luglio e cestinando qualunque ipotesi di pass vaccinale o di restrizione. Limitandosi a tenere in un cassetto un piano B, nel caso in cui la situazione fosse peggiorata. Per qualche settimana, effettivamente, i contagi sono molto saliti, ma ricoveri e decessi sono sempre rimasti sotto controllo. A un certo punto, poi, anche i casi di positività hanno raggiunto un fisiologico plateau, schiacciandosi e quindi decrescendo. E, a meno di sorprese, Londra sta vincendo la partita. Qual è stato, dunque, il mix efficace? Ottima campagna vaccinale (assai accelerati anche i ritmi della somministrazione della terza dose: il 25% degli over 12 ha avuto il suo booster), nessun obbligo, nessuna restrizione, e anche la scelta di una controllata circolazione del virus.
È proprio il Corriere a registrare l'opinione di sir John Bell, docente di medicina a Oxford: «Una delle cose interessanti è che potrebbe ben essere che il ritardo nel lockdown e il vasto livello di circolazione della malattia ci abbia fornito una protezione a lungo termine». E ancora: «Si può argomentare che l'esposizione al virus ora stia pagando i suoi dividendi, perché abbiamo molte persone che hanno avuto una infezione naturale». Consiglio del prof per il Natale: «Ordinare il tacchino, perché andrà tutto bene».
La scelta britannica è stata tutt'altro che avventata: far circolare il virus proprio nei mesi in cui, stando all'aria aperta, il pericolo era inferiore. Ottenendo contestualmente un buon livello di immunità naturale, aggiuntiva al lavoro svolto dal vaccino. E infatti Johnson e il suo ministro della Sanità, Sajid Javid, possono oggi confermare la linea. Ecco Javid sull'obbligatorietà: «Non penso che sia qualcosa che considereremo mai». Archiviato pure il piano B. Secondo Bojo, «non ci sono motivi per introdurli».
Dopo la crociata economica e geopolitica contro Astrazeneca (a favore di Pfizer-Biontech), e dopo la mostrificazione mediatica ai danni di Johnson, tra Bruxelles-Berlino-Parigi-Roma, avranno l'onestà intellettuale di scusarsi con i britannici? Dalle parti di Palazzo Chigi, qualcuno commise una gaffe clamorosa, provando a sostenere che Londra non dovesse ospitare le semifinali e la finale degli Europei di calcio. Chi lo ricorderà al premier?
Spahn denigra il vaccino tedesco
Meglio una Rolls Royce o una Mercedes? De gustibus non est disputandum, chiaro. Ma uno si aspetterebbe da un politico tedesco un po' di patriottismo. Certo, il celebre marchio automobilistico britannico è ormai da oltre vent'anni proprietà del gruppo tedesco Bmw. Ma la sua immagine non è forse comunque più inglese di quella di Mercedes?
Fatto sta che Jens Spahn, ministro della Salute del governo tedesco, guidato dalla cancelliera uscente Angela Merkel, si è lanciato ieri in un'equazione che ha provocato non pochi mugugni. In conferenza stampa ha definito quello prodotto da Moderna come «la Rolls Royce» dei vaccini e quello di Pfizer come «la Mercedes». Dicendo questo ha di fatto contraddetto l'intera campagna vaccinale del governo tedesco, che ha puntato sul vaccino studiato da Ugur Şahin e Özlem Türeci, moglie e marito, figli di immigrati turchi, fondatori dell'azienda farmaceutica tedesca Biontech, e realizzato insieme alla statunitense Pfizer. Due critiche sono arrivate anche dal suo partito «gemello». Il leader bavarese della Csu, Markus Söder, ha definito la comunicazione del ministro «disastrosa»: «Porta a un'inutile incertezza tra la popolazione».
Ma a che cosa si deve questa svolta? La risposta sta nei magazzini. «Purtroppo l'impressione è che insisteremo su Moderna solo per evitare la scadenza di quei vaccini nel primo trimestre del 2022», ha detto Spahn in conferenza stampa. «Questo è un aspetto importante ma non è quello decisivo», ha aggiunto. Peccato poi abbia pronunciato una frase che sembra contraddittoria: «Quello che è decisivo è che le nostre riserve di Biontech stanno diminuendo così velocemente che a partire dalla prossima settimana non saremo in grado di consegnare più di 2-3 milioni di dosi a settimana».
La situazione è tale che il ministro ha inviato una lettera ai medici dei Stati federati, avvertendo che, a causa di una mancanza di rifornimenti sufficienti di dosi Biontech, il richiamo dovrà essere effettuato anche con dosi Moderna. Una circostanza che ha aperto forti polemiche in Germania.
Il governo tedesco è tornata a spingere sulla campagna vaccinale esortando i cittadini ad aderire per bloccare la corsa del Covid-19. Ieri sono 30.643 i nuovi contagi registrati dal Robert Koch Institut in 24 ore. Secondo gli esperti il dato risente dell'effetto del weekend ed è di molto superiore a quello della settimana scorsa (23.607 casi). L'incidenza settimanale su 100.000 abitanti è di 386,5, si legge nel bollettino. I morti sono stati 62, Il tasso di ospedalizzazione nelle terapie intensive è di 5,34 sui 10.000 abitanti, una soglia ancora lontana dal record federale che fu di 15,5, raggiunto nel dicembre scorso. Ci sono però Stati federali, come Sassonia, Turingia e Baviera, dove il tasso di occupazione dei posti letto è molto più alto e si devono già trasferire i pazienti.
Ma il paragone automobilistico non è l'unica dichiarazione pronunciata ieri da Spahn ad aver fatto aggrottare qualche sopracciglio. Ce n'è un'altra, molto dura: «Probabilmente entro la fine di questo inverno, come a volte si dice cinicamente, praticamente tutti in Germania saranno vaccinati, guariti o morti». Il ministro ha puntato il faro sulla «molto contagiosa variante Delta» sottolineando che «con grande probabilità le persone non vaccinate contrarranno il coronavirus». «Ecco perché», ha aggiunto, raccomandiamo così urgentemente la vaccinazione». Parole per alcuni drammatiche, a dimostrazione della gravità della situazione. Per altri, convinti che minacciare l'apocalisse non spinge le persone a vaccini, spaventose. Di certo, un'occasione colta al volo da Walter Ricciardi, consigliere di Roberto Speranza, che su Twitter ha rilanciato l'appello del ministro Spahn alla vaccinazione. Un occhio alla Germania per spargere un po' di terrore in Italia.
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La rivincita del modello inglese: Boris Johnson ha lasciato circolare il virus in estate, limitando i danni e potenziando gli anticorpi. Oggi, con il Covid sotto controllo, rifiuta pass e obbligo vaccinale. Mentre mezza Europa chiude.Per smaltire le scorte il ministro della Salute del governo tedesco, guidato dalla cancelliera uscente Angela Merkel, fa lo spot masochista a Moderna: «È una Rolls Royce, Biontech è solo una Mercedes». Poi minaccia i dubbiosi: «Morirete entro fine inverno».Lo speciale contiene due articoli.Come solo questo giornale vi aveva raccontato già mesi fa, era molto probabile che i britannici avessero ragione (e che avrebbero continuato ad averla in futuro) nella gestione dell'emergenza Covid. Qui invece, a reti e testate unificate, si rideva di Boris Johnson . Di più: si descriveva il Regno Unito come un lazzaretto. Peccato che i britannici non lo sapessero: al punto che l'allarme coronavirus era praticamente sparito dai giornali Uk da un paio di mesi. Suscitando l'involontariamente comico stupore del conduttore Corrado Formigli, che qualche settimana fa ha raccontato di aver portato la sua bimba a Londra per un weekend (se era convinto che fosse un inferno, perché ci andato?) e di essersi ritrovato in un cinema - unico con sua figlia - a indossare la mascherina. «Sono cretino io o gli inglesi?», s'è chiesto. Ciascuno può abbozzare un'ipotesi di risposta, considerando che non risulta che Formigli abbia mai vinto guerre mondiali. Sta di fatto che l'allarme coronavirus è improvvisamente ricomparso ieri sui media britannici, ma solo per descrivere il disastro in corso nelle capitali dell'Europa continentale. Ecco il Daily Telegraph: «Rabbia in Europa mentre le regole Covid innescano rivolte», con eloquenti immagini di fuochi e guerriglia urbana a Bruxelles. La realtà (ieri pomeriggio registrata per la prima volta perfino dall'edizione online del Corriere, il quotidiano italiano che più di tutti, con le sue corrispondenze, aveva descritto Johnson come una via di mezzo tra un pagliaccio e un pericolo pubblico) è che a Londra, pur compiendo scelte controverse e audaci, hanno fatto la scommessa giusta.Ricapitoliamo la tabella di marcia del governo Uk. Dapprima una campagna vaccinale acceleratissima, già dagli ultimi giorni del 2020, al ritmo di 6-700.000 somministrazioni al giorno. Su questa base, da marzo in poi, una sequenza di riaperture assai anticipate: prima le scuole, poi i pub e i teatri, quindi gli stadi. In teoria il freedom day definitivo sarebbe dovuto scattare a fine giugno, con la fine di qualunque restrizione. Ma il diffondersi della variante Delta ha indotto Johnson a posticipare tutto al 19 luglio. In quelle settimane, Johnson ha perfino ipotizzato l'eventuale entrata in vigore in autunno di un limitato green pass riservato ai grandi eventi. Risultato? PI media conservatori (in testa il Telegraph e lo Spectator) lo hanno attaccato, rivendicando la storia di un Paese dove la carta di identità neppure esiste, e accusandolo di paternalismo all'europea. Lo Spectator ha addirittura descritto il primo ministro britannico come una specie di Mary Poppins sotto il titolo «Nanny Boris» (non certo un complimento, nelle intenzioni del magazine). E così Johnson ha ancora una volta seguito i suoi istinti di conservatore libertario, riaprendo tutto il 19 luglio e cestinando qualunque ipotesi di pass vaccinale o di restrizione. Limitandosi a tenere in un cassetto un piano B, nel caso in cui la situazione fosse peggiorata. Per qualche settimana, effettivamente, i contagi sono molto saliti, ma ricoveri e decessi sono sempre rimasti sotto controllo. A un certo punto, poi, anche i casi di positività hanno raggiunto un fisiologico plateau, schiacciandosi e quindi decrescendo. E, a meno di sorprese, Londra sta vincendo la partita. Qual è stato, dunque, il mix efficace? Ottima campagna vaccinale (assai accelerati anche i ritmi della somministrazione della terza dose: il 25% degli over 12 ha avuto il suo booster), nessun obbligo, nessuna restrizione, e anche la scelta di una controllata circolazione del virus. È proprio il Corriere a registrare l'opinione di sir John Bell, docente di medicina a Oxford: «Una delle cose interessanti è che potrebbe ben essere che il ritardo nel lockdown e il vasto livello di circolazione della malattia ci abbia fornito una protezione a lungo termine». E ancora: «Si può argomentare che l'esposizione al virus ora stia pagando i suoi dividendi, perché abbiamo molte persone che hanno avuto una infezione naturale». Consiglio del prof per il Natale: «Ordinare il tacchino, perché andrà tutto bene».La scelta britannica è stata tutt'altro che avventata: far circolare il virus proprio nei mesi in cui, stando all'aria aperta, il pericolo era inferiore. Ottenendo contestualmente un buon livello di immunità naturale, aggiuntiva al lavoro svolto dal vaccino. E infatti Johnson e il suo ministro della Sanità, Sajid Javid, possono oggi confermare la linea. Ecco Javid sull'obbligatorietà: «Non penso che sia qualcosa che considereremo mai». Archiviato pure il piano B. Secondo Bojo, «non ci sono motivi per introdurli».Dopo la crociata economica e geopolitica contro Astrazeneca (a favore di Pfizer-Biontech), e dopo la mostrificazione mediatica ai danni di Johnson, tra Bruxelles-Berlino-Parigi-Roma, avranno l'onestà intellettuale di scusarsi con i britannici? Dalle parti di Palazzo Chigi, qualcuno commise una gaffe clamorosa, provando a sostenere che Londra non dovesse ospitare le semifinali e la finale degli Europei di calcio. Chi lo ricorderà al premier?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immunita-naturale-rischi-calcolati-londra-2655776859.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spahn-denigra-il-vaccino-tedesco" data-post-id="2655776859" data-published-at="1637612674" data-use-pagination="False"> Spahn denigra il vaccino tedesco Meglio una Rolls Royce o una Mercedes? De gustibus non est disputandum, chiaro. Ma uno si aspetterebbe da un politico tedesco un po' di patriottismo. Certo, il celebre marchio automobilistico britannico è ormai da oltre vent'anni proprietà del gruppo tedesco Bmw. Ma la sua immagine non è forse comunque più inglese di quella di Mercedes? Fatto sta che Jens Spahn, ministro della Salute del governo tedesco, guidato dalla cancelliera uscente Angela Merkel, si è lanciato ieri in un'equazione che ha provocato non pochi mugugni. In conferenza stampa ha definito quello prodotto da Moderna come «la Rolls Royce» dei vaccini e quello di Pfizer come «la Mercedes». Dicendo questo ha di fatto contraddetto l'intera campagna vaccinale del governo tedesco, che ha puntato sul vaccino studiato da Ugur Şahin e Özlem Türeci, moglie e marito, figli di immigrati turchi, fondatori dell'azienda farmaceutica tedesca Biontech, e realizzato insieme alla statunitense Pfizer. Due critiche sono arrivate anche dal suo partito «gemello». Il leader bavarese della Csu, Markus Söder, ha definito la comunicazione del ministro «disastrosa»: «Porta a un'inutile incertezza tra la popolazione». Ma a che cosa si deve questa svolta? La risposta sta nei magazzini. «Purtroppo l'impressione è che insisteremo su Moderna solo per evitare la scadenza di quei vaccini nel primo trimestre del 2022», ha detto Spahn in conferenza stampa. «Questo è un aspetto importante ma non è quello decisivo», ha aggiunto. Peccato poi abbia pronunciato una frase che sembra contraddittoria: «Quello che è decisivo è che le nostre riserve di Biontech stanno diminuendo così velocemente che a partire dalla prossima settimana non saremo in grado di consegnare più di 2-3 milioni di dosi a settimana». La situazione è tale che il ministro ha inviato una lettera ai medici dei Stati federati, avvertendo che, a causa di una mancanza di rifornimenti sufficienti di dosi Biontech, il richiamo dovrà essere effettuato anche con dosi Moderna. Una circostanza che ha aperto forti polemiche in Germania. Il governo tedesco è tornata a spingere sulla campagna vaccinale esortando i cittadini ad aderire per bloccare la corsa del Covid-19. Ieri sono 30.643 i nuovi contagi registrati dal Robert Koch Institut in 24 ore. Secondo gli esperti il dato risente dell'effetto del weekend ed è di molto superiore a quello della settimana scorsa (23.607 casi). L'incidenza settimanale su 100.000 abitanti è di 386,5, si legge nel bollettino. I morti sono stati 62, Il tasso di ospedalizzazione nelle terapie intensive è di 5,34 sui 10.000 abitanti, una soglia ancora lontana dal record federale che fu di 15,5, raggiunto nel dicembre scorso. Ci sono però Stati federali, come Sassonia, Turingia e Baviera, dove il tasso di occupazione dei posti letto è molto più alto e si devono già trasferire i pazienti. Ma il paragone automobilistico non è l'unica dichiarazione pronunciata ieri da Spahn ad aver fatto aggrottare qualche sopracciglio. Ce n'è un'altra, molto dura: «Probabilmente entro la fine di questo inverno, come a volte si dice cinicamente, praticamente tutti in Germania saranno vaccinati, guariti o morti». Il ministro ha puntato il faro sulla «molto contagiosa variante Delta» sottolineando che «con grande probabilità le persone non vaccinate contrarranno il coronavirus». «Ecco perché», ha aggiunto, raccomandiamo così urgentemente la vaccinazione». Parole per alcuni drammatiche, a dimostrazione della gravità della situazione. Per altri, convinti che minacciare l'apocalisse non spinge le persone a vaccini, spaventose. Di certo, un'occasione colta al volo da Walter Ricciardi, consigliere di Roberto Speranza, che su Twitter ha rilanciato l'appello del ministro Spahn alla vaccinazione. Un occhio alla Germania per spargere un po' di terrore in Italia.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.