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2021-11-23
Immunità naturale, rischi calcolati. E ora Londra schiva l’ondata di panico
Come solo questo giornale vi aveva raccontato già mesi fa, era molto probabile che i britannici avessero ragione (e che avrebbero continuato ad averla in futuro) nella gestione dell'emergenza Covid. Qui invece, a reti e testate unificate, si rideva di Boris Johnson . Di più: si descriveva il Regno Unito come un lazzaretto. Peccato che i britannici non lo sapessero: al punto che l'allarme coronavirus era praticamente sparito dai giornali Uk da un paio di mesi. Suscitando l'involontariamente comico stupore del conduttore Corrado Formigli, che qualche settimana fa ha raccontato di aver portato la sua bimba a Londra per un weekend (se era convinto che fosse un inferno, perché ci andato?) e di essersi ritrovato in un cinema - unico con sua figlia - a indossare la mascherina. «Sono cretino io o gli inglesi?», s'è chiesto. Ciascuno può abbozzare un'ipotesi di risposta, considerando che non risulta che Formigli abbia mai vinto guerre mondiali.
Sta di fatto che l'allarme coronavirus è improvvisamente ricomparso ieri sui media britannici, ma solo per descrivere il disastro in corso nelle capitali dell'Europa continentale. Ecco il Daily Telegraph: «Rabbia in Europa mentre le regole Covid innescano rivolte», con eloquenti immagini di fuochi e guerriglia urbana a Bruxelles.
La realtà (ieri pomeriggio registrata per la prima volta perfino dall'edizione online del Corriere, il quotidiano italiano che più di tutti, con le sue corrispondenze, aveva descritto Johnson come una via di mezzo tra un pagliaccio e un pericolo pubblico) è che a Londra, pur compiendo scelte controverse e audaci, hanno fatto la scommessa giusta.
Ricapitoliamo la tabella di marcia del governo Uk. Dapprima una campagna vaccinale acceleratissima, già dagli ultimi giorni del 2020, al ritmo di 6-700.000 somministrazioni al giorno. Su questa base, da marzo in poi, una sequenza di riaperture assai anticipate: prima le scuole, poi i pub e i teatri, quindi gli stadi. In teoria il freedom day definitivo sarebbe dovuto scattare a fine giugno, con la fine di qualunque restrizione. Ma il diffondersi della variante Delta ha indotto Johnson a posticipare tutto al 19 luglio. In quelle settimane, Johnson ha perfino ipotizzato l'eventuale entrata in vigore in autunno di un limitato green pass riservato ai grandi eventi. Risultato? PI media conservatori (in testa il Telegraph e lo Spectator) lo hanno attaccato, rivendicando la storia di un Paese dove la carta di identità neppure esiste, e accusandolo di paternalismo all'europea. Lo Spectator ha addirittura descritto il primo ministro britannico come una specie di Mary Poppins sotto il titolo «Nanny Boris» (non certo un complimento, nelle intenzioni del magazine). E così Johnson ha ancora una volta seguito i suoi istinti di conservatore libertario, riaprendo tutto il 19 luglio e cestinando qualunque ipotesi di pass vaccinale o di restrizione. Limitandosi a tenere in un cassetto un piano B, nel caso in cui la situazione fosse peggiorata. Per qualche settimana, effettivamente, i contagi sono molto saliti, ma ricoveri e decessi sono sempre rimasti sotto controllo. A un certo punto, poi, anche i casi di positività hanno raggiunto un fisiologico plateau, schiacciandosi e quindi decrescendo. E, a meno di sorprese, Londra sta vincendo la partita. Qual è stato, dunque, il mix efficace? Ottima campagna vaccinale (assai accelerati anche i ritmi della somministrazione della terza dose: il 25% degli over 12 ha avuto il suo booster), nessun obbligo, nessuna restrizione, e anche la scelta di una controllata circolazione del virus.
È proprio il Corriere a registrare l'opinione di sir John Bell, docente di medicina a Oxford: «Una delle cose interessanti è che potrebbe ben essere che il ritardo nel lockdown e il vasto livello di circolazione della malattia ci abbia fornito una protezione a lungo termine». E ancora: «Si può argomentare che l'esposizione al virus ora stia pagando i suoi dividendi, perché abbiamo molte persone che hanno avuto una infezione naturale». Consiglio del prof per il Natale: «Ordinare il tacchino, perché andrà tutto bene».
La scelta britannica è stata tutt'altro che avventata: far circolare il virus proprio nei mesi in cui, stando all'aria aperta, il pericolo era inferiore. Ottenendo contestualmente un buon livello di immunità naturale, aggiuntiva al lavoro svolto dal vaccino. E infatti Johnson e il suo ministro della Sanità, Sajid Javid, possono oggi confermare la linea. Ecco Javid sull'obbligatorietà: «Non penso che sia qualcosa che considereremo mai». Archiviato pure il piano B. Secondo Bojo, «non ci sono motivi per introdurli».
Dopo la crociata economica e geopolitica contro Astrazeneca (a favore di Pfizer-Biontech), e dopo la mostrificazione mediatica ai danni di Johnson, tra Bruxelles-Berlino-Parigi-Roma, avranno l'onestà intellettuale di scusarsi con i britannici? Dalle parti di Palazzo Chigi, qualcuno commise una gaffe clamorosa, provando a sostenere che Londra non dovesse ospitare le semifinali e la finale degli Europei di calcio. Chi lo ricorderà al premier?
Spahn denigra il vaccino tedesco
Meglio una Rolls Royce o una Mercedes? De gustibus non est disputandum, chiaro. Ma uno si aspetterebbe da un politico tedesco un po' di patriottismo. Certo, il celebre marchio automobilistico britannico è ormai da oltre vent'anni proprietà del gruppo tedesco Bmw. Ma la sua immagine non è forse comunque più inglese di quella di Mercedes?
Fatto sta che Jens Spahn, ministro della Salute del governo tedesco, guidato dalla cancelliera uscente Angela Merkel, si è lanciato ieri in un'equazione che ha provocato non pochi mugugni. In conferenza stampa ha definito quello prodotto da Moderna come «la Rolls Royce» dei vaccini e quello di Pfizer come «la Mercedes». Dicendo questo ha di fatto contraddetto l'intera campagna vaccinale del governo tedesco, che ha puntato sul vaccino studiato da Ugur Şahin e Özlem Türeci, moglie e marito, figli di immigrati turchi, fondatori dell'azienda farmaceutica tedesca Biontech, e realizzato insieme alla statunitense Pfizer. Due critiche sono arrivate anche dal suo partito «gemello». Il leader bavarese della Csu, Markus Söder, ha definito la comunicazione del ministro «disastrosa»: «Porta a un'inutile incertezza tra la popolazione».
Ma a che cosa si deve questa svolta? La risposta sta nei magazzini. «Purtroppo l'impressione è che insisteremo su Moderna solo per evitare la scadenza di quei vaccini nel primo trimestre del 2022», ha detto Spahn in conferenza stampa. «Questo è un aspetto importante ma non è quello decisivo», ha aggiunto. Peccato poi abbia pronunciato una frase che sembra contraddittoria: «Quello che è decisivo è che le nostre riserve di Biontech stanno diminuendo così velocemente che a partire dalla prossima settimana non saremo in grado di consegnare più di 2-3 milioni di dosi a settimana».
La situazione è tale che il ministro ha inviato una lettera ai medici dei Stati federati, avvertendo che, a causa di una mancanza di rifornimenti sufficienti di dosi Biontech, il richiamo dovrà essere effettuato anche con dosi Moderna. Una circostanza che ha aperto forti polemiche in Germania.
Il governo tedesco è tornata a spingere sulla campagna vaccinale esortando i cittadini ad aderire per bloccare la corsa del Covid-19. Ieri sono 30.643 i nuovi contagi registrati dal Robert Koch Institut in 24 ore. Secondo gli esperti il dato risente dell'effetto del weekend ed è di molto superiore a quello della settimana scorsa (23.607 casi). L'incidenza settimanale su 100.000 abitanti è di 386,5, si legge nel bollettino. I morti sono stati 62, Il tasso di ospedalizzazione nelle terapie intensive è di 5,34 sui 10.000 abitanti, una soglia ancora lontana dal record federale che fu di 15,5, raggiunto nel dicembre scorso. Ci sono però Stati federali, come Sassonia, Turingia e Baviera, dove il tasso di occupazione dei posti letto è molto più alto e si devono già trasferire i pazienti.
Ma il paragone automobilistico non è l'unica dichiarazione pronunciata ieri da Spahn ad aver fatto aggrottare qualche sopracciglio. Ce n'è un'altra, molto dura: «Probabilmente entro la fine di questo inverno, come a volte si dice cinicamente, praticamente tutti in Germania saranno vaccinati, guariti o morti». Il ministro ha puntato il faro sulla «molto contagiosa variante Delta» sottolineando che «con grande probabilità le persone non vaccinate contrarranno il coronavirus». «Ecco perché», ha aggiunto, raccomandiamo così urgentemente la vaccinazione». Parole per alcuni drammatiche, a dimostrazione della gravità della situazione. Per altri, convinti che minacciare l'apocalisse non spinge le persone a vaccini, spaventose. Di certo, un'occasione colta al volo da Walter Ricciardi, consigliere di Roberto Speranza, che su Twitter ha rilanciato l'appello del ministro Spahn alla vaccinazione. Un occhio alla Germania per spargere un po' di terrore in Italia.
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La rivincita del modello inglese: Boris Johnson ha lasciato circolare il virus in estate, limitando i danni e potenziando gli anticorpi. Oggi, con il Covid sotto controllo, rifiuta pass e obbligo vaccinale. Mentre mezza Europa chiude.Per smaltire le scorte il ministro della Salute del governo tedesco, guidato dalla cancelliera uscente Angela Merkel, fa lo spot masochista a Moderna: «È una Rolls Royce, Biontech è solo una Mercedes». Poi minaccia i dubbiosi: «Morirete entro fine inverno».Lo speciale contiene due articoli.Come solo questo giornale vi aveva raccontato già mesi fa, era molto probabile che i britannici avessero ragione (e che avrebbero continuato ad averla in futuro) nella gestione dell'emergenza Covid. Qui invece, a reti e testate unificate, si rideva di Boris Johnson . Di più: si descriveva il Regno Unito come un lazzaretto. Peccato che i britannici non lo sapessero: al punto che l'allarme coronavirus era praticamente sparito dai giornali Uk da un paio di mesi. Suscitando l'involontariamente comico stupore del conduttore Corrado Formigli, che qualche settimana fa ha raccontato di aver portato la sua bimba a Londra per un weekend (se era convinto che fosse un inferno, perché ci andato?) e di essersi ritrovato in un cinema - unico con sua figlia - a indossare la mascherina. «Sono cretino io o gli inglesi?», s'è chiesto. Ciascuno può abbozzare un'ipotesi di risposta, considerando che non risulta che Formigli abbia mai vinto guerre mondiali. Sta di fatto che l'allarme coronavirus è improvvisamente ricomparso ieri sui media britannici, ma solo per descrivere il disastro in corso nelle capitali dell'Europa continentale. Ecco il Daily Telegraph: «Rabbia in Europa mentre le regole Covid innescano rivolte», con eloquenti immagini di fuochi e guerriglia urbana a Bruxelles. La realtà (ieri pomeriggio registrata per la prima volta perfino dall'edizione online del Corriere, il quotidiano italiano che più di tutti, con le sue corrispondenze, aveva descritto Johnson come una via di mezzo tra un pagliaccio e un pericolo pubblico) è che a Londra, pur compiendo scelte controverse e audaci, hanno fatto la scommessa giusta.Ricapitoliamo la tabella di marcia del governo Uk. Dapprima una campagna vaccinale acceleratissima, già dagli ultimi giorni del 2020, al ritmo di 6-700.000 somministrazioni al giorno. Su questa base, da marzo in poi, una sequenza di riaperture assai anticipate: prima le scuole, poi i pub e i teatri, quindi gli stadi. In teoria il freedom day definitivo sarebbe dovuto scattare a fine giugno, con la fine di qualunque restrizione. Ma il diffondersi della variante Delta ha indotto Johnson a posticipare tutto al 19 luglio. In quelle settimane, Johnson ha perfino ipotizzato l'eventuale entrata in vigore in autunno di un limitato green pass riservato ai grandi eventi. Risultato? PI media conservatori (in testa il Telegraph e lo Spectator) lo hanno attaccato, rivendicando la storia di un Paese dove la carta di identità neppure esiste, e accusandolo di paternalismo all'europea. Lo Spectator ha addirittura descritto il primo ministro britannico come una specie di Mary Poppins sotto il titolo «Nanny Boris» (non certo un complimento, nelle intenzioni del magazine). E così Johnson ha ancora una volta seguito i suoi istinti di conservatore libertario, riaprendo tutto il 19 luglio e cestinando qualunque ipotesi di pass vaccinale o di restrizione. Limitandosi a tenere in un cassetto un piano B, nel caso in cui la situazione fosse peggiorata. Per qualche settimana, effettivamente, i contagi sono molto saliti, ma ricoveri e decessi sono sempre rimasti sotto controllo. A un certo punto, poi, anche i casi di positività hanno raggiunto un fisiologico plateau, schiacciandosi e quindi decrescendo. E, a meno di sorprese, Londra sta vincendo la partita. Qual è stato, dunque, il mix efficace? Ottima campagna vaccinale (assai accelerati anche i ritmi della somministrazione della terza dose: il 25% degli over 12 ha avuto il suo booster), nessun obbligo, nessuna restrizione, e anche la scelta di una controllata circolazione del virus. È proprio il Corriere a registrare l'opinione di sir John Bell, docente di medicina a Oxford: «Una delle cose interessanti è che potrebbe ben essere che il ritardo nel lockdown e il vasto livello di circolazione della malattia ci abbia fornito una protezione a lungo termine». E ancora: «Si può argomentare che l'esposizione al virus ora stia pagando i suoi dividendi, perché abbiamo molte persone che hanno avuto una infezione naturale». Consiglio del prof per il Natale: «Ordinare il tacchino, perché andrà tutto bene».La scelta britannica è stata tutt'altro che avventata: far circolare il virus proprio nei mesi in cui, stando all'aria aperta, il pericolo era inferiore. Ottenendo contestualmente un buon livello di immunità naturale, aggiuntiva al lavoro svolto dal vaccino. E infatti Johnson e il suo ministro della Sanità, Sajid Javid, possono oggi confermare la linea. Ecco Javid sull'obbligatorietà: «Non penso che sia qualcosa che considereremo mai». Archiviato pure il piano B. Secondo Bojo, «non ci sono motivi per introdurli».Dopo la crociata economica e geopolitica contro Astrazeneca (a favore di Pfizer-Biontech), e dopo la mostrificazione mediatica ai danni di Johnson, tra Bruxelles-Berlino-Parigi-Roma, avranno l'onestà intellettuale di scusarsi con i britannici? Dalle parti di Palazzo Chigi, qualcuno commise una gaffe clamorosa, provando a sostenere che Londra non dovesse ospitare le semifinali e la finale degli Europei di calcio. Chi lo ricorderà al premier?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immunita-naturale-rischi-calcolati-londra-2655776859.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spahn-denigra-il-vaccino-tedesco" data-post-id="2655776859" data-published-at="1637612674" data-use-pagination="False"> Spahn denigra il vaccino tedesco Meglio una Rolls Royce o una Mercedes? De gustibus non est disputandum, chiaro. Ma uno si aspetterebbe da un politico tedesco un po' di patriottismo. Certo, il celebre marchio automobilistico britannico è ormai da oltre vent'anni proprietà del gruppo tedesco Bmw. Ma la sua immagine non è forse comunque più inglese di quella di Mercedes? Fatto sta che Jens Spahn, ministro della Salute del governo tedesco, guidato dalla cancelliera uscente Angela Merkel, si è lanciato ieri in un'equazione che ha provocato non pochi mugugni. In conferenza stampa ha definito quello prodotto da Moderna come «la Rolls Royce» dei vaccini e quello di Pfizer come «la Mercedes». Dicendo questo ha di fatto contraddetto l'intera campagna vaccinale del governo tedesco, che ha puntato sul vaccino studiato da Ugur Şahin e Özlem Türeci, moglie e marito, figli di immigrati turchi, fondatori dell'azienda farmaceutica tedesca Biontech, e realizzato insieme alla statunitense Pfizer. Due critiche sono arrivate anche dal suo partito «gemello». Il leader bavarese della Csu, Markus Söder, ha definito la comunicazione del ministro «disastrosa»: «Porta a un'inutile incertezza tra la popolazione». Ma a che cosa si deve questa svolta? La risposta sta nei magazzini. «Purtroppo l'impressione è che insisteremo su Moderna solo per evitare la scadenza di quei vaccini nel primo trimestre del 2022», ha detto Spahn in conferenza stampa. «Questo è un aspetto importante ma non è quello decisivo», ha aggiunto. Peccato poi abbia pronunciato una frase che sembra contraddittoria: «Quello che è decisivo è che le nostre riserve di Biontech stanno diminuendo così velocemente che a partire dalla prossima settimana non saremo in grado di consegnare più di 2-3 milioni di dosi a settimana». La situazione è tale che il ministro ha inviato una lettera ai medici dei Stati federati, avvertendo che, a causa di una mancanza di rifornimenti sufficienti di dosi Biontech, il richiamo dovrà essere effettuato anche con dosi Moderna. Una circostanza che ha aperto forti polemiche in Germania. Il governo tedesco è tornata a spingere sulla campagna vaccinale esortando i cittadini ad aderire per bloccare la corsa del Covid-19. Ieri sono 30.643 i nuovi contagi registrati dal Robert Koch Institut in 24 ore. Secondo gli esperti il dato risente dell'effetto del weekend ed è di molto superiore a quello della settimana scorsa (23.607 casi). L'incidenza settimanale su 100.000 abitanti è di 386,5, si legge nel bollettino. I morti sono stati 62, Il tasso di ospedalizzazione nelle terapie intensive è di 5,34 sui 10.000 abitanti, una soglia ancora lontana dal record federale che fu di 15,5, raggiunto nel dicembre scorso. Ci sono però Stati federali, come Sassonia, Turingia e Baviera, dove il tasso di occupazione dei posti letto è molto più alto e si devono già trasferire i pazienti. Ma il paragone automobilistico non è l'unica dichiarazione pronunciata ieri da Spahn ad aver fatto aggrottare qualche sopracciglio. Ce n'è un'altra, molto dura: «Probabilmente entro la fine di questo inverno, come a volte si dice cinicamente, praticamente tutti in Germania saranno vaccinati, guariti o morti». Il ministro ha puntato il faro sulla «molto contagiosa variante Delta» sottolineando che «con grande probabilità le persone non vaccinate contrarranno il coronavirus». «Ecco perché», ha aggiunto, raccomandiamo così urgentemente la vaccinazione». Parole per alcuni drammatiche, a dimostrazione della gravità della situazione. Per altri, convinti che minacciare l'apocalisse non spinge le persone a vaccini, spaventose. Di certo, un'occasione colta al volo da Walter Ricciardi, consigliere di Roberto Speranza, che su Twitter ha rilanciato l'appello del ministro Spahn alla vaccinazione. Un occhio alla Germania per spargere un po' di terrore in Italia.
Giorgia Meloni (Ansa)
Il crescendo di azioni, dichiarazioni e post sui social del presidente degli Stati Uniti, sempre più scomposte e volgari, avevano ridotto drasticamente il consenso di Trump tra gli italiani; l’attacco maleducato e senza precedenti a papa Leone XIV ha suscitato un moto di sdegno tale che per il presidente del Consiglio non era più possibile restare in silenzio. Non lo ha fatto: Giorgia, «donna, madre, e cristiana», ha difeso a spada tratta il Santo Padre, e la reazione di Trump, anche in questo caso al di fuori di ogni regola diplomatica, ha dimostrato che in questo momento storico il tycoon, almeno dal punto di vista del dialogo con gli altri leader, è indifendibile.
Giorgia Meloni di nuovo in sintonia con gli italiani, dicevamo: lo si era capito immediatamente leggendo le reazioni degli esponenti politici, anche di opposizione, e sbirciando i social. Ma anche i maggiori esperti di sondaggi confermano: «Non abbiamo ancora dati precisi», dice all’Adnkronos Renato Mannheimer, «ma la Meloni potrebbe guadagnare qualche punto e passare dal 40% al 45%. Ritengo che le parole di Trump abbiamo giovato al premier, che, al contrario, nei mesi scorsi sia stata danneggiata dalla sua relazione con il presidente Usa, tanto da aver perso al referendum della giustizia. Molti elettori di destra non hanno voluto votare sì perché infastiditi dalla posizione della Meloni verso Trump. Il premier con Sigonella aveva un po’ cambiato rotta e determinante è stata la sua presa di distanza dalle parole del tycoon contro il Pontefice. Credo senz’altro che il distacco da Trump le giovi». Del resto, come rileva Youtrend, Fratelli d’Italia ha la percentuale più alta di cattolici tra i suoi elettori: ben l’84%.
Ci permettiamo di aggiungere che anche le dure prese di posizione degli ultimi giorni nei confronti del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, altro personaggio le cui azioni in Italia (e non solo) vengono ormai giudicate positive soltanto da una esigua minoranza, non potranno che far crescere ancora la popolarità della Meloni.
La giornata del premier è stata densa: al mattino, un videomessaggio realizzato per l’evento «Mille marchi storici per il futuro del Made in Italy», promosso dal ministero delle Imprese e dall’Associazione Marchi storici d’Italia; poi le congratulazioni alla Dda di Roma e all’Arma dei Carabinieri per l’importante operazione contro la criminalità messa a segno; un rapido «Ciao!» a Fiorello, che l’ha contattata durante la puntata de La Pennicanza, e nel pomeriggio, un appuntamento estremamente importante, l’incontro a Palazzo Chigi con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky. Un colloquio al quale sono seguite dichiarazioni ai giornalisti.
Giorgia Meloni, pur senza mai citare Trump, non si è mossa di un millimetro dalla sua rotta: l’unione tra Usa e Ue è stato e continua, naturalmente, a essere il pilastro della politica estera del governo: «L’Italia», argomenta Giorgia Meloni, «intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise, che tutelino la sovranità di Kiev che assicurino la solidità dell’alleanza euroatlantica perché un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca». Non sapremo mai se Giorgia ha ricevuto qualche messaggio privato dai leader europei dopo l’attacco di Trump nei suoi confronti, ma è evidente che il richiamo all’unità europea non è banale, né di circostanza. Così come non banali e non di circostanza sono le parole che la Meloni dedica alla guerra in Ucraina: del resto, la postura del suo partito prima e del suo governo poi è stata sempre la stessa, sia che alla Casa Bianca ci fosse Joe Biden, che con l’arrivo di Trump: «Gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace giusta e duratura», chiamano direttamente in causa l’Europa e l’Italia intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise che tutelino la sovranità di Kiev. L’Italia continuerà a promuovere in sede G7 e in sede di Unione europea la pressione economica sulla Federazione russa, che continua a non mostrare segnali concreti nel percorso negoziale, insiste negli attacchi contro i civili, persevera nel colpire le infrastrutture indispensabili per la popolazione. Il ventesimo pacchetto di sanzioni che l’Europa si appresta ad adottare rappresenta da questo punto di vista un passaggio importante per ridurre ancora le entrate che alimentano la macchina bellica russa». Uno sguardo alla crisi in Iran: «Con Zelensky», sottolinea ancora la Meloni, «abbiamo avuto modo di confrontarci su quello che accade intorno a noi, quin anche sulla crisi iraniana che ovviamente preoccupa tutti, che sta diventando sempre più complessa. Continuiamo ovviamente a credere nella validità del cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati, nutriamo la speranza che il negoziato di pace possa riprendere, anche se in un contesto sicuramente non facile. L’Italia è come sempre pronta a fare la sua parte. Ed è molto interessata a sviluppare con Kiev una produzione congiunta di droni».
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L'incontro del 17 aprile 2025 alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa)
Oltre a mantenere il punto, dopo che martedì aveva già tacciato il presidente del Consiglio di «mancanza di coraggio», ieri il tycoon, abituato ai giri di valzer, non ha escluso un cambiamento nelle relazioni tra i due alleati: «Chiunque abbia rifiutato il proprio aiuto nella gestione della situazione con l’Iran, con quel Paese non abbiamo più lo stesso rapporto». E non si è risparmiato nel ribadire la vulnerabilità italiana riguardo al petrolio. Se al Corriere della Sera aveva detto: «A voi italiani piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?», anche nell’intervista a Fox Business ha affermato: «Giusto per vostra informazione: l’Italia riceve grandi quantità di petrolio dallo Stretto di Hormuz».
Dalla maggioranza, che ha espresso a più riprese la vicinanza a Giorgia Meloni e la ferma condanna alle parole del tycoon contro il premier e papa Leone XIV, emerge un’interpretazione comune in merito alla solidità dei rapporti bilaterali. A stemperare i toni e a ridimensionare l’impatto dei contrasti è stato infatti il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, durante un punto stampa a Berlino. Assodato che «un rapporto di alleanza e di amicizia come quello fra l’Italia e gli Stati Uniti debba essere fatto di lealtà e rispetto» a cui il nostro Paese non è mai venuto meno, il vicepremier ha sottolineato che si tratta meramente di «una divergenza d’opinioni». Esclusa quindi l’esistenza di una crisi tra i due Paesi, Tajani ha sottolineato: «Non è un confronto franco su questioni dove non si è d’accordo a poter lacerare le relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti». E visto che «quando non si è d’accordo lo si dice», Tajani ha ricordato: «Non abbiamo condiviso le parole a proposito del Santo Padre, come non abbiamo condiviso le parole sulla Groenlandia perché abbiamo una posizione diversa, così come non abbiamo partecipato alla guerra in Iran perché non è la nostra guerra. Ma questo non significa non avere buone relazioni con gli Stati Uniti».
Anche secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, le relazioni tra Roma e Washington non sono in discussione: «I rapporti con gli Stati Uniti sono e continueranno a essere positivi, non è qualche caduta di stile di queste ore a mettere in discussione il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti». Oltre ad augurarsi che «smettano gli attacchi al Papa», Salvini, riferendosi alle immagini blasfeme postate da Trump, ha fatto presente: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso che aiuti la pace o la credibilità di nessuno». Tra l’altro, ha invitato a prendere con le pinze le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in merito alla fine del conflitto in Medio Oriente: «Se la guerra, come dice Trump, finisce tra una settimana, tanto meglio, ma la guerra a parole di Trump è già finita parecchie volte e non è ancora finita. E quindi se dovesse ancora andare avanti alcune settimane, non vogliamo lasciare a piedi gli italiani». Poco prima del nuovo affondo del capo della Casa Bianca contro Meloni, il vicepremier ha ribadito il «totale sostegno all’attività del governo e del presidente del Consiglio da tutti i punti di vista. Se Trump attacca il Papa sbaglia, se attacca il governo italiano sbaglia».
Dello stesso avviso è stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Non c’è niente di insanabile perché la Meloni e il governo italiano sanno benissimo che anche nei rapporti di amicizia la chiarezza è d’obbligo». E quindi «nessuno come la Meloni è stata così chiara nel dire “sono d’accordo con certe scelte di Trump“», ma è altrettanto vero che «nessuno come la Meloni è stata così chiara, quando non è stata d’accordo, nel dire “non sono d’accordo con alcune dichiarazioni di Trump“». Il presidente del Senato ha anche ricordato come fosse inevitabile la presa di posizione del premier contro gli insulti che il tycoon ha rivolto al pontefice: «Giorgia Meloni non può e non avrebbe mai potuto stare in silenzio di fronte a un atteggiamento nei confronti del Papa come quello che si è verificato da parte del presidente Trump, come cattolica e come presidente del Consiglio».
Pare che non si intravedano criticità all’orizzonte in ambito commerciale. A rassicurare su questo fronte, prima però dell’ultima invettiva di Donald Trump, è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. A Radio24 ha infatti dichiarato che «non ci sarà nessun contraccolpo commerciale dopo lo scontro tra il presidente del Consiglio, Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Trump», considerato il fatto che è «anche grazie al governo italiano, responsabile e lungimirante, che l’Ue ha ratificato un accordo con gli Usa per dazi orientativi del 15 per cento che i nostri prodotti hanno saputo oltrepassare». Oltretutto, «il consumatore americano ha dimostrato in questi mesi di non aver nessuna intenzione di rinunciare al made in Italy». Urso ha anche aggiunto: «Tutti hanno compreso che la Meloni ha tutelato l’immagine e l’interesse nazionale. Noi riconosciamo al Sommo pontefice il suo Magistero che deve esercitare al meglio e credo che lo comprendano bene anche gli americani e l’amministrazione degli Stati Uniti».
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Con Margherita Mastromauro (presidente pastai Uif) raccontiamo il Carbonara day, la giornata di grande successo dedicata a un piatto simbolo della cucina italiana.