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2021-11-23
Immunità naturale, rischi calcolati. E ora Londra schiva l’ondata di panico
Come solo questo giornale vi aveva raccontato già mesi fa, era molto probabile che i britannici avessero ragione (e che avrebbero continuato ad averla in futuro) nella gestione dell'emergenza Covid. Qui invece, a reti e testate unificate, si rideva di Boris Johnson . Di più: si descriveva il Regno Unito come un lazzaretto. Peccato che i britannici non lo sapessero: al punto che l'allarme coronavirus era praticamente sparito dai giornali Uk da un paio di mesi. Suscitando l'involontariamente comico stupore del conduttore Corrado Formigli, che qualche settimana fa ha raccontato di aver portato la sua bimba a Londra per un weekend (se era convinto che fosse un inferno, perché ci andato?) e di essersi ritrovato in un cinema - unico con sua figlia - a indossare la mascherina. «Sono cretino io o gli inglesi?», s'è chiesto. Ciascuno può abbozzare un'ipotesi di risposta, considerando che non risulta che Formigli abbia mai vinto guerre mondiali.
Sta di fatto che l'allarme coronavirus è improvvisamente ricomparso ieri sui media britannici, ma solo per descrivere il disastro in corso nelle capitali dell'Europa continentale. Ecco il Daily Telegraph: «Rabbia in Europa mentre le regole Covid innescano rivolte», con eloquenti immagini di fuochi e guerriglia urbana a Bruxelles.
La realtà (ieri pomeriggio registrata per la prima volta perfino dall'edizione online del Corriere, il quotidiano italiano che più di tutti, con le sue corrispondenze, aveva descritto Johnson come una via di mezzo tra un pagliaccio e un pericolo pubblico) è che a Londra, pur compiendo scelte controverse e audaci, hanno fatto la scommessa giusta.
Ricapitoliamo la tabella di marcia del governo Uk. Dapprima una campagna vaccinale acceleratissima, già dagli ultimi giorni del 2020, al ritmo di 6-700.000 somministrazioni al giorno. Su questa base, da marzo in poi, una sequenza di riaperture assai anticipate: prima le scuole, poi i pub e i teatri, quindi gli stadi. In teoria il freedom day definitivo sarebbe dovuto scattare a fine giugno, con la fine di qualunque restrizione. Ma il diffondersi della variante Delta ha indotto Johnson a posticipare tutto al 19 luglio. In quelle settimane, Johnson ha perfino ipotizzato l'eventuale entrata in vigore in autunno di un limitato green pass riservato ai grandi eventi. Risultato? PI media conservatori (in testa il Telegraph e lo Spectator) lo hanno attaccato, rivendicando la storia di un Paese dove la carta di identità neppure esiste, e accusandolo di paternalismo all'europea. Lo Spectator ha addirittura descritto il primo ministro britannico come una specie di Mary Poppins sotto il titolo «Nanny Boris» (non certo un complimento, nelle intenzioni del magazine). E così Johnson ha ancora una volta seguito i suoi istinti di conservatore libertario, riaprendo tutto il 19 luglio e cestinando qualunque ipotesi di pass vaccinale o di restrizione. Limitandosi a tenere in un cassetto un piano B, nel caso in cui la situazione fosse peggiorata. Per qualche settimana, effettivamente, i contagi sono molto saliti, ma ricoveri e decessi sono sempre rimasti sotto controllo. A un certo punto, poi, anche i casi di positività hanno raggiunto un fisiologico plateau, schiacciandosi e quindi decrescendo. E, a meno di sorprese, Londra sta vincendo la partita. Qual è stato, dunque, il mix efficace? Ottima campagna vaccinale (assai accelerati anche i ritmi della somministrazione della terza dose: il 25% degli over 12 ha avuto il suo booster), nessun obbligo, nessuna restrizione, e anche la scelta di una controllata circolazione del virus.
È proprio il Corriere a registrare l'opinione di sir John Bell, docente di medicina a Oxford: «Una delle cose interessanti è che potrebbe ben essere che il ritardo nel lockdown e il vasto livello di circolazione della malattia ci abbia fornito una protezione a lungo termine». E ancora: «Si può argomentare che l'esposizione al virus ora stia pagando i suoi dividendi, perché abbiamo molte persone che hanno avuto una infezione naturale». Consiglio del prof per il Natale: «Ordinare il tacchino, perché andrà tutto bene».
La scelta britannica è stata tutt'altro che avventata: far circolare il virus proprio nei mesi in cui, stando all'aria aperta, il pericolo era inferiore. Ottenendo contestualmente un buon livello di immunità naturale, aggiuntiva al lavoro svolto dal vaccino. E infatti Johnson e il suo ministro della Sanità, Sajid Javid, possono oggi confermare la linea. Ecco Javid sull'obbligatorietà: «Non penso che sia qualcosa che considereremo mai». Archiviato pure il piano B. Secondo Bojo, «non ci sono motivi per introdurli».
Dopo la crociata economica e geopolitica contro Astrazeneca (a favore di Pfizer-Biontech), e dopo la mostrificazione mediatica ai danni di Johnson, tra Bruxelles-Berlino-Parigi-Roma, avranno l'onestà intellettuale di scusarsi con i britannici? Dalle parti di Palazzo Chigi, qualcuno commise una gaffe clamorosa, provando a sostenere che Londra non dovesse ospitare le semifinali e la finale degli Europei di calcio. Chi lo ricorderà al premier?
Spahn denigra il vaccino tedesco
Meglio una Rolls Royce o una Mercedes? De gustibus non est disputandum, chiaro. Ma uno si aspetterebbe da un politico tedesco un po' di patriottismo. Certo, il celebre marchio automobilistico britannico è ormai da oltre vent'anni proprietà del gruppo tedesco Bmw. Ma la sua immagine non è forse comunque più inglese di quella di Mercedes?
Fatto sta che Jens Spahn, ministro della Salute del governo tedesco, guidato dalla cancelliera uscente Angela Merkel, si è lanciato ieri in un'equazione che ha provocato non pochi mugugni. In conferenza stampa ha definito quello prodotto da Moderna come «la Rolls Royce» dei vaccini e quello di Pfizer come «la Mercedes». Dicendo questo ha di fatto contraddetto l'intera campagna vaccinale del governo tedesco, che ha puntato sul vaccino studiato da Ugur Şahin e Özlem Türeci, moglie e marito, figli di immigrati turchi, fondatori dell'azienda farmaceutica tedesca Biontech, e realizzato insieme alla statunitense Pfizer. Due critiche sono arrivate anche dal suo partito «gemello». Il leader bavarese della Csu, Markus Söder, ha definito la comunicazione del ministro «disastrosa»: «Porta a un'inutile incertezza tra la popolazione».
Ma a che cosa si deve questa svolta? La risposta sta nei magazzini. «Purtroppo l'impressione è che insisteremo su Moderna solo per evitare la scadenza di quei vaccini nel primo trimestre del 2022», ha detto Spahn in conferenza stampa. «Questo è un aspetto importante ma non è quello decisivo», ha aggiunto. Peccato poi abbia pronunciato una frase che sembra contraddittoria: «Quello che è decisivo è che le nostre riserve di Biontech stanno diminuendo così velocemente che a partire dalla prossima settimana non saremo in grado di consegnare più di 2-3 milioni di dosi a settimana».
La situazione è tale che il ministro ha inviato una lettera ai medici dei Stati federati, avvertendo che, a causa di una mancanza di rifornimenti sufficienti di dosi Biontech, il richiamo dovrà essere effettuato anche con dosi Moderna. Una circostanza che ha aperto forti polemiche in Germania.
Il governo tedesco è tornata a spingere sulla campagna vaccinale esortando i cittadini ad aderire per bloccare la corsa del Covid-19. Ieri sono 30.643 i nuovi contagi registrati dal Robert Koch Institut in 24 ore. Secondo gli esperti il dato risente dell'effetto del weekend ed è di molto superiore a quello della settimana scorsa (23.607 casi). L'incidenza settimanale su 100.000 abitanti è di 386,5, si legge nel bollettino. I morti sono stati 62, Il tasso di ospedalizzazione nelle terapie intensive è di 5,34 sui 10.000 abitanti, una soglia ancora lontana dal record federale che fu di 15,5, raggiunto nel dicembre scorso. Ci sono però Stati federali, come Sassonia, Turingia e Baviera, dove il tasso di occupazione dei posti letto è molto più alto e si devono già trasferire i pazienti.
Ma il paragone automobilistico non è l'unica dichiarazione pronunciata ieri da Spahn ad aver fatto aggrottare qualche sopracciglio. Ce n'è un'altra, molto dura: «Probabilmente entro la fine di questo inverno, come a volte si dice cinicamente, praticamente tutti in Germania saranno vaccinati, guariti o morti». Il ministro ha puntato il faro sulla «molto contagiosa variante Delta» sottolineando che «con grande probabilità le persone non vaccinate contrarranno il coronavirus». «Ecco perché», ha aggiunto, raccomandiamo così urgentemente la vaccinazione». Parole per alcuni drammatiche, a dimostrazione della gravità della situazione. Per altri, convinti che minacciare l'apocalisse non spinge le persone a vaccini, spaventose. Di certo, un'occasione colta al volo da Walter Ricciardi, consigliere di Roberto Speranza, che su Twitter ha rilanciato l'appello del ministro Spahn alla vaccinazione. Un occhio alla Germania per spargere un po' di terrore in Italia.
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La rivincita del modello inglese: Boris Johnson ha lasciato circolare il virus in estate, limitando i danni e potenziando gli anticorpi. Oggi, con il Covid sotto controllo, rifiuta pass e obbligo vaccinale. Mentre mezza Europa chiude.Per smaltire le scorte il ministro della Salute del governo tedesco, guidato dalla cancelliera uscente Angela Merkel, fa lo spot masochista a Moderna: «È una Rolls Royce, Biontech è solo una Mercedes». Poi minaccia i dubbiosi: «Morirete entro fine inverno».Lo speciale contiene due articoli.Come solo questo giornale vi aveva raccontato già mesi fa, era molto probabile che i britannici avessero ragione (e che avrebbero continuato ad averla in futuro) nella gestione dell'emergenza Covid. Qui invece, a reti e testate unificate, si rideva di Boris Johnson . Di più: si descriveva il Regno Unito come un lazzaretto. Peccato che i britannici non lo sapessero: al punto che l'allarme coronavirus era praticamente sparito dai giornali Uk da un paio di mesi. Suscitando l'involontariamente comico stupore del conduttore Corrado Formigli, che qualche settimana fa ha raccontato di aver portato la sua bimba a Londra per un weekend (se era convinto che fosse un inferno, perché ci andato?) e di essersi ritrovato in un cinema - unico con sua figlia - a indossare la mascherina. «Sono cretino io o gli inglesi?», s'è chiesto. Ciascuno può abbozzare un'ipotesi di risposta, considerando che non risulta che Formigli abbia mai vinto guerre mondiali. Sta di fatto che l'allarme coronavirus è improvvisamente ricomparso ieri sui media britannici, ma solo per descrivere il disastro in corso nelle capitali dell'Europa continentale. Ecco il Daily Telegraph: «Rabbia in Europa mentre le regole Covid innescano rivolte», con eloquenti immagini di fuochi e guerriglia urbana a Bruxelles. La realtà (ieri pomeriggio registrata per la prima volta perfino dall'edizione online del Corriere, il quotidiano italiano che più di tutti, con le sue corrispondenze, aveva descritto Johnson come una via di mezzo tra un pagliaccio e un pericolo pubblico) è che a Londra, pur compiendo scelte controverse e audaci, hanno fatto la scommessa giusta.Ricapitoliamo la tabella di marcia del governo Uk. Dapprima una campagna vaccinale acceleratissima, già dagli ultimi giorni del 2020, al ritmo di 6-700.000 somministrazioni al giorno. Su questa base, da marzo in poi, una sequenza di riaperture assai anticipate: prima le scuole, poi i pub e i teatri, quindi gli stadi. In teoria il freedom day definitivo sarebbe dovuto scattare a fine giugno, con la fine di qualunque restrizione. Ma il diffondersi della variante Delta ha indotto Johnson a posticipare tutto al 19 luglio. In quelle settimane, Johnson ha perfino ipotizzato l'eventuale entrata in vigore in autunno di un limitato green pass riservato ai grandi eventi. Risultato? PI media conservatori (in testa il Telegraph e lo Spectator) lo hanno attaccato, rivendicando la storia di un Paese dove la carta di identità neppure esiste, e accusandolo di paternalismo all'europea. Lo Spectator ha addirittura descritto il primo ministro britannico come una specie di Mary Poppins sotto il titolo «Nanny Boris» (non certo un complimento, nelle intenzioni del magazine). E così Johnson ha ancora una volta seguito i suoi istinti di conservatore libertario, riaprendo tutto il 19 luglio e cestinando qualunque ipotesi di pass vaccinale o di restrizione. Limitandosi a tenere in un cassetto un piano B, nel caso in cui la situazione fosse peggiorata. Per qualche settimana, effettivamente, i contagi sono molto saliti, ma ricoveri e decessi sono sempre rimasti sotto controllo. A un certo punto, poi, anche i casi di positività hanno raggiunto un fisiologico plateau, schiacciandosi e quindi decrescendo. E, a meno di sorprese, Londra sta vincendo la partita. Qual è stato, dunque, il mix efficace? Ottima campagna vaccinale (assai accelerati anche i ritmi della somministrazione della terza dose: il 25% degli over 12 ha avuto il suo booster), nessun obbligo, nessuna restrizione, e anche la scelta di una controllata circolazione del virus. È proprio il Corriere a registrare l'opinione di sir John Bell, docente di medicina a Oxford: «Una delle cose interessanti è che potrebbe ben essere che il ritardo nel lockdown e il vasto livello di circolazione della malattia ci abbia fornito una protezione a lungo termine». E ancora: «Si può argomentare che l'esposizione al virus ora stia pagando i suoi dividendi, perché abbiamo molte persone che hanno avuto una infezione naturale». Consiglio del prof per il Natale: «Ordinare il tacchino, perché andrà tutto bene».La scelta britannica è stata tutt'altro che avventata: far circolare il virus proprio nei mesi in cui, stando all'aria aperta, il pericolo era inferiore. Ottenendo contestualmente un buon livello di immunità naturale, aggiuntiva al lavoro svolto dal vaccino. E infatti Johnson e il suo ministro della Sanità, Sajid Javid, possono oggi confermare la linea. Ecco Javid sull'obbligatorietà: «Non penso che sia qualcosa che considereremo mai». Archiviato pure il piano B. Secondo Bojo, «non ci sono motivi per introdurli».Dopo la crociata economica e geopolitica contro Astrazeneca (a favore di Pfizer-Biontech), e dopo la mostrificazione mediatica ai danni di Johnson, tra Bruxelles-Berlino-Parigi-Roma, avranno l'onestà intellettuale di scusarsi con i britannici? Dalle parti di Palazzo Chigi, qualcuno commise una gaffe clamorosa, provando a sostenere che Londra non dovesse ospitare le semifinali e la finale degli Europei di calcio. Chi lo ricorderà al premier?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immunita-naturale-rischi-calcolati-londra-2655776859.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spahn-denigra-il-vaccino-tedesco" data-post-id="2655776859" data-published-at="1637612674" data-use-pagination="False"> Spahn denigra il vaccino tedesco Meglio una Rolls Royce o una Mercedes? De gustibus non est disputandum, chiaro. Ma uno si aspetterebbe da un politico tedesco un po' di patriottismo. Certo, il celebre marchio automobilistico britannico è ormai da oltre vent'anni proprietà del gruppo tedesco Bmw. Ma la sua immagine non è forse comunque più inglese di quella di Mercedes? Fatto sta che Jens Spahn, ministro della Salute del governo tedesco, guidato dalla cancelliera uscente Angela Merkel, si è lanciato ieri in un'equazione che ha provocato non pochi mugugni. In conferenza stampa ha definito quello prodotto da Moderna come «la Rolls Royce» dei vaccini e quello di Pfizer come «la Mercedes». Dicendo questo ha di fatto contraddetto l'intera campagna vaccinale del governo tedesco, che ha puntato sul vaccino studiato da Ugur Şahin e Özlem Türeci, moglie e marito, figli di immigrati turchi, fondatori dell'azienda farmaceutica tedesca Biontech, e realizzato insieme alla statunitense Pfizer. Due critiche sono arrivate anche dal suo partito «gemello». Il leader bavarese della Csu, Markus Söder, ha definito la comunicazione del ministro «disastrosa»: «Porta a un'inutile incertezza tra la popolazione». Ma a che cosa si deve questa svolta? La risposta sta nei magazzini. «Purtroppo l'impressione è che insisteremo su Moderna solo per evitare la scadenza di quei vaccini nel primo trimestre del 2022», ha detto Spahn in conferenza stampa. «Questo è un aspetto importante ma non è quello decisivo», ha aggiunto. Peccato poi abbia pronunciato una frase che sembra contraddittoria: «Quello che è decisivo è che le nostre riserve di Biontech stanno diminuendo così velocemente che a partire dalla prossima settimana non saremo in grado di consegnare più di 2-3 milioni di dosi a settimana». La situazione è tale che il ministro ha inviato una lettera ai medici dei Stati federati, avvertendo che, a causa di una mancanza di rifornimenti sufficienti di dosi Biontech, il richiamo dovrà essere effettuato anche con dosi Moderna. Una circostanza che ha aperto forti polemiche in Germania. Il governo tedesco è tornata a spingere sulla campagna vaccinale esortando i cittadini ad aderire per bloccare la corsa del Covid-19. Ieri sono 30.643 i nuovi contagi registrati dal Robert Koch Institut in 24 ore. Secondo gli esperti il dato risente dell'effetto del weekend ed è di molto superiore a quello della settimana scorsa (23.607 casi). L'incidenza settimanale su 100.000 abitanti è di 386,5, si legge nel bollettino. I morti sono stati 62, Il tasso di ospedalizzazione nelle terapie intensive è di 5,34 sui 10.000 abitanti, una soglia ancora lontana dal record federale che fu di 15,5, raggiunto nel dicembre scorso. Ci sono però Stati federali, come Sassonia, Turingia e Baviera, dove il tasso di occupazione dei posti letto è molto più alto e si devono già trasferire i pazienti. Ma il paragone automobilistico non è l'unica dichiarazione pronunciata ieri da Spahn ad aver fatto aggrottare qualche sopracciglio. Ce n'è un'altra, molto dura: «Probabilmente entro la fine di questo inverno, come a volte si dice cinicamente, praticamente tutti in Germania saranno vaccinati, guariti o morti». Il ministro ha puntato il faro sulla «molto contagiosa variante Delta» sottolineando che «con grande probabilità le persone non vaccinate contrarranno il coronavirus». «Ecco perché», ha aggiunto, raccomandiamo così urgentemente la vaccinazione». Parole per alcuni drammatiche, a dimostrazione della gravità della situazione. Per altri, convinti che minacciare l'apocalisse non spinge le persone a vaccini, spaventose. Di certo, un'occasione colta al volo da Walter Ricciardi, consigliere di Roberto Speranza, che su Twitter ha rilanciato l'appello del ministro Spahn alla vaccinazione. Un occhio alla Germania per spargere un po' di terrore in Italia.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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