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2024-09-19
Linea dura dell’Olanda con Bruxelles: chiede la deroga sull’immigrazione
Il nuovo premier olandese Dick Schoof (Ansa)
La nuova Commissione Ue non ha neanche fatto in tempo a insediarsi e ha già una una grossa grana: i Paesi Bassi, in aperta sfida con Bruxelles, hanno alzato il tiro sulla questione migratoria, annunciando che attiveranno «il più rapidamente possibile» la clausola d’emergenza sull’immigrazione e dichiarando una vera e propria crisi dell’asilo. Una specie di Oland-exit legata all’accoglienza. Un ulteriore passo che segna la linea dura del governo olandese, deciso a riprendere il controllo delle sue frontiere e a limitare drasticamente i flussi migratori. Questo strumento, che permette agli Stati membri di derogare a determinati obblighi comunitari in situazioni di emergenza, è l’ultima carta giocata dal premier Dick Schoof per affrontare quella che viene descritta come una «pressione insostenibile» sui servizi pubblici e sulla società olandese. Marjolein Faber, ministro per l’Asilo e portavoce del Pvv, il partito di destra guidato da Geert Wilders, su X, ha ribadito con fermezza la necessità di ricorrere a questa misura straordinaria: «Non possiamo più attendere. La situazione è critica e la nostra priorità è proteggere i cittadini olandesi e le risorse del nostro Paese». Dietro queste parole sembra celarsi una visione politica che punta a costruire un muro normativo contro l’immigrazione. La decisione di attivare la clausola d’emergenza arriva dopo settimane di pressioni interne e un dibattito acceso sull’immigrazione, tema centrale della campagna elettorale che ha portato alla vittoria dell’attuale esecutivo. Faber, infatti, ha sottolineato più volte come il sistema olandese sia al collasso: ospedali sovraccarichi, difficoltà nell’assegnazione di alloggi pubblici, scuole che faticano a integrare i nuovi arrivati. «È arrivato il momento di dire basta», aveva già dichiarato senza mezzi termini, «e questa crisi dell’asilo è la prova che l’Europa ha fallito nel proteggere i suoi cittadini». Nessuno però immaginava questa nuova mossa. Che mette ulteriore pressione sull’Unione Europea, già in difficoltà nel gestire le tensioni interne tra i Paesi membri. Se la richiesta di opt-out (la deroga) era già un segnale forte, l’attivazione della clausola d’emergenza rappresenta un’accelerazione verso una politica di chiusura senza precedenti. Il governo olandese non sembra intenzionato a fare passi indietro e anzi punta a coinvolgere altri Paesi europei nella sua battaglia. Faber ha fatto capire chiaramente che l’obiettivo è creare una «coalizione dei volenterosi», ovvero di quei Paesi che sono stanchi di subire le politiche migratorie decise a Bruxelles. Questa dichiarazione di crisi dell’asilo si inserisce in un contesto europeo già segnato da altre emergenze migratorie, che comprende anche i Paesi solitamente accoglienti, come la Germania, che ha recentemente aumentato il numero di espulsioni, e la Francia. Ma ciò che distingue l’azione olandese è la sua fermezza politica: l’attivazione della clausola d’emergenza viene presentata come una misura necessaria e inevitabile per salvaguardare il benessere dei Paesi Bassi. E mentre a Bruxelles si tenta di trovare una soluzione condivisa, in Italia la Lega ha elogiato l’azione del governo olandese e lancia l’ennesima bordata contro la sinistra: «L’Olanda ha il coraggio di fare ciò che è giusto per il proprio popolo», si legge in una nota del Carroccio, «mentre in Italia la sinistra ha portato Matteo Salvini a processo per aver difeso i confini». Secondo la Lega, la richiesta di opt-out e l’attivazione della clausola d’emergenza sono segnali chiari di un’Europa che non riesce più a contenere la pressione migratoria e che sta andando incontro a un inevitabile cambiamento. «Ora siamo concentrati nell’attuare il Patto sulla migrazione», ha sottolineato un portavoce della Commissione Europea, liquidando così la questione: «Abbiamo adottato una legge, l’Olanda l’ha approvata e nell’Ue, in generale, non si chiede di derogare a una legge adottata». E non è l’unica risposta arrivata: «Non ci aspettiamo alcun cambiamento immediato delle regole», ha spiegato una portavoce della Commissione Ue confermando la ricezione della lettera dei Paesi Bassi nella quale viene riconosciuto il requisito legale secondo il quale «un opt-out è possibile solo nel quadro della riforma dei Trattati (che passa dall’approvazione unanime di tutti gli Stati membri, ndr)», una possibilità che Bruxelles esclude nel breve termine. Tant'è che viene accolto con favore il passaggio della lettera nel quale Faber afferma che fino a quel momento l’Olanda continuerà ad attuare il Patto sulla migrazione». L’Europa, già frammentata e in difficoltà, però, deve ora rispondere a una crisi che rischia di spaccare ulteriormente il blocco comunitario. Resta da capire se Bruxelles sarà in grado di frenare Amsterdam o se l’esempio olandese sarà seguito da altri Paesi, aprendo un nuovo capitolo di conflitto all’interno dell’Unione. Ma è già muro contro muro.
Bloccata in porto la Mare Jonio
Le ispezioni a bordo della Mare Jonio, la nave che l’associazione Mediterranea saving humans ha affidato al timone del commodoro Luca Casarini, ex tuta bianca e leader No global, hanno prodotto l’ennesimo fermo amministrativo. La nave, che era pronta per una nuova missione nel Mediterraneo, rimarrà ormeggiata a Trapani. La squadra della Guardia costiera specializzata in sicurezza della navigazione inviata dal ministero delle Infrastrutture aveva un compito: «Accertare il mantenimento delle condizioni di sicurezza» perché, era il sospetto, la nave non sarebbe «abilitata alle operazioni di salvataggio».
Casarini aveva replicato ipotizzando un complotto: «Abbiamo informato i nostri legali di parte civile al processo Open Arms (nel quale la Procura ha chiesto 6 anni per il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, ndr) è in merito a quello che sta accadendo in queste ore, con questa ispezione occasionale durata dieci ore a bordo della nostra nave. Crediamo che sia importante che il presidente del Tribunale di Palermo ne venga a conoscenza». Durante l’ispezione, la quarta, indicata come «straordinaria», la Mare Jonio ha dovuto sbarcare i mezzi di soccorso che aveva a bordo, compresi i gommoni rescue, l’infermeria, i container e i bagni chimici. E ora Casarini rivendica che nel corso degli ultimi soccorsi in mare proprio la Guardia costiera avrebbe chiesto loro di usare quella strumentazione. Fatto sta che dopo l’approfondita verifica è arrivato il fermo amministrativo. In sostanza è risultato che la Mare Jonio può navigare ma non soccorrere e, per questo motivo, il ministero dei Trasporti ha intimato all’armatore (la società Idra social shipping) di lasciare a terra i mezzi di soccorso presenti, pena la perdita dell’idoneità alla navigazione. E Casarini si lagna: «Noi però operiamo da sei anni e il registro navale indica la Mare Jonio come nave da soccorso». Ma non è la prima volta che la nave del commodoro Casarini è costretta agli ormeggi. Nel settembre 2020, quando al ministero dei Trasporti non c’era Salvini ma Paola De Micheli, la Capitaneria di porto negò l’imbarco sulla Mare Jonio di un paramedico soccorritore e di un esperto di ricerca e soccorso in mare del Rescue team di Mediterranea. Solo qualche mese prima la nave era stata raggiunta da quattro diffide, inviate al comandante e all’armatore, perché le strumentazioni di soccorso non risultavano essere strutturali. Poi, multe e sequestri: nell’ottobre 2023 e nell’aprile 2024. Ma Casarini se la prende con Salvini: «Mettiti il cuore in pace, non riuscirai mai a dire a delle persone di non aiutare altre persone. Non riuscirà mai a dire a delle persone di non soccorrere chi ha bisogno di soccorso in mare». E subito dopo ha lanciato un guanto di sfida: «Torneremo presto in mare». A sostenerlo c’è anche l’armatore, Alessandro Metz: «Siamo partiti in missione per la prima volta il 3 ottobre 2018, quando il governo si vantava e applicava la politica dei «porti chiusi» e si scagliava contro i «taxi del mare». In sei anni hanno cercato di fermarci con inchieste penali, provvedimenti amministrativi e con tanti altri modi ma noi continueremo a soccorrere, a essere là dove bisogna stare finché le persone non potranno raggiungere l’Europa» attraverso canali che Metz ritiene «sicuri e legali». Ovvero la partenza con i barconi messi in mare dagli scafisti trafficanti di esseri umani. Per ora, però, la Mare Jonio resta al molo.
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Il nuovo premier Dick Schoof ha annunciato l’attivazione delle clausole d’emergenza che permettono la chiusura delle frontiere: «Non possiamo più attendere. La priorità è proteggere i nostri cittadini».La Mare Jonio di Luca Casarini è stata sottoposta a un fermo amministrativo dalla Guardia costiera. La nave non sarebbe «abilitata al salvataggio».Lo speciale contiene due articoli.La nuova Commissione Ue non ha neanche fatto in tempo a insediarsi e ha già una una grossa grana: i Paesi Bassi, in aperta sfida con Bruxelles, hanno alzato il tiro sulla questione migratoria, annunciando che attiveranno «il più rapidamente possibile» la clausola d’emergenza sull’immigrazione e dichiarando una vera e propria crisi dell’asilo. Una specie di Oland-exit legata all’accoglienza. Un ulteriore passo che segna la linea dura del governo olandese, deciso a riprendere il controllo delle sue frontiere e a limitare drasticamente i flussi migratori. Questo strumento, che permette agli Stati membri di derogare a determinati obblighi comunitari in situazioni di emergenza, è l’ultima carta giocata dal premier Dick Schoof per affrontare quella che viene descritta come una «pressione insostenibile» sui servizi pubblici e sulla società olandese. Marjolein Faber, ministro per l’Asilo e portavoce del Pvv, il partito di destra guidato da Geert Wilders, su X, ha ribadito con fermezza la necessità di ricorrere a questa misura straordinaria: «Non possiamo più attendere. La situazione è critica e la nostra priorità è proteggere i cittadini olandesi e le risorse del nostro Paese». Dietro queste parole sembra celarsi una visione politica che punta a costruire un muro normativo contro l’immigrazione. La decisione di attivare la clausola d’emergenza arriva dopo settimane di pressioni interne e un dibattito acceso sull’immigrazione, tema centrale della campagna elettorale che ha portato alla vittoria dell’attuale esecutivo. Faber, infatti, ha sottolineato più volte come il sistema olandese sia al collasso: ospedali sovraccarichi, difficoltà nell’assegnazione di alloggi pubblici, scuole che faticano a integrare i nuovi arrivati. «È arrivato il momento di dire basta», aveva già dichiarato senza mezzi termini, «e questa crisi dell’asilo è la prova che l’Europa ha fallito nel proteggere i suoi cittadini». Nessuno però immaginava questa nuova mossa. Che mette ulteriore pressione sull’Unione Europea, già in difficoltà nel gestire le tensioni interne tra i Paesi membri. Se la richiesta di opt-out (la deroga) era già un segnale forte, l’attivazione della clausola d’emergenza rappresenta un’accelerazione verso una politica di chiusura senza precedenti. Il governo olandese non sembra intenzionato a fare passi indietro e anzi punta a coinvolgere altri Paesi europei nella sua battaglia. Faber ha fatto capire chiaramente che l’obiettivo è creare una «coalizione dei volenterosi», ovvero di quei Paesi che sono stanchi di subire le politiche migratorie decise a Bruxelles. Questa dichiarazione di crisi dell’asilo si inserisce in un contesto europeo già segnato da altre emergenze migratorie, che comprende anche i Paesi solitamente accoglienti, come la Germania, che ha recentemente aumentato il numero di espulsioni, e la Francia. Ma ciò che distingue l’azione olandese è la sua fermezza politica: l’attivazione della clausola d’emergenza viene presentata come una misura necessaria e inevitabile per salvaguardare il benessere dei Paesi Bassi. E mentre a Bruxelles si tenta di trovare una soluzione condivisa, in Italia la Lega ha elogiato l’azione del governo olandese e lancia l’ennesima bordata contro la sinistra: «L’Olanda ha il coraggio di fare ciò che è giusto per il proprio popolo», si legge in una nota del Carroccio, «mentre in Italia la sinistra ha portato Matteo Salvini a processo per aver difeso i confini». Secondo la Lega, la richiesta di opt-out e l’attivazione della clausola d’emergenza sono segnali chiari di un’Europa che non riesce più a contenere la pressione migratoria e che sta andando incontro a un inevitabile cambiamento. «Ora siamo concentrati nell’attuare il Patto sulla migrazione», ha sottolineato un portavoce della Commissione Europea, liquidando così la questione: «Abbiamo adottato una legge, l’Olanda l’ha approvata e nell’Ue, in generale, non si chiede di derogare a una legge adottata». E non è l’unica risposta arrivata: «Non ci aspettiamo alcun cambiamento immediato delle regole», ha spiegato una portavoce della Commissione Ue confermando la ricezione della lettera dei Paesi Bassi nella quale viene riconosciuto il requisito legale secondo il quale «un opt-out è possibile solo nel quadro della riforma dei Trattati (che passa dall’approvazione unanime di tutti gli Stati membri, ndr)», una possibilità che Bruxelles esclude nel breve termine. Tant'è che viene accolto con favore il passaggio della lettera nel quale Faber afferma che fino a quel momento l’Olanda continuerà ad attuare il Patto sulla migrazione». L’Europa, già frammentata e in difficoltà, però, deve ora rispondere a una crisi che rischia di spaccare ulteriormente il blocco comunitario. Resta da capire se Bruxelles sarà in grado di frenare Amsterdam o se l’esempio olandese sarà seguito da altri Paesi, aprendo un nuovo capitolo di conflitto all’interno dell’Unione. 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La squadra della Guardia costiera specializzata in sicurezza della navigazione inviata dal ministero delle Infrastrutture aveva un compito: «Accertare il mantenimento delle condizioni di sicurezza» perché, era il sospetto, la nave non sarebbe «abilitata alle operazioni di salvataggio». Casarini aveva replicato ipotizzando un complotto: «Abbiamo informato i nostri legali di parte civile al processo Open Arms (nel quale la Procura ha chiesto 6 anni per il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, ndr) è in merito a quello che sta accadendo in queste ore, con questa ispezione occasionale durata dieci ore a bordo della nostra nave. Crediamo che sia importante che il presidente del Tribunale di Palermo ne venga a conoscenza». Durante l’ispezione, la quarta, indicata come «straordinaria», la Mare Jonio ha dovuto sbarcare i mezzi di soccorso che aveva a bordo, compresi i gommoni rescue, l’infermeria, i container e i bagni chimici. E ora Casarini rivendica che nel corso degli ultimi soccorsi in mare proprio la Guardia costiera avrebbe chiesto loro di usare quella strumentazione. Fatto sta che dopo l’approfondita verifica è arrivato il fermo amministrativo. In sostanza è risultato che la Mare Jonio può navigare ma non soccorrere e, per questo motivo, il ministero dei Trasporti ha intimato all’armatore (la società Idra social shipping) di lasciare a terra i mezzi di soccorso presenti, pena la perdita dell’idoneità alla navigazione. E Casarini si lagna: «Noi però operiamo da sei anni e il registro navale indica la Mare Jonio come nave da soccorso». Ma non è la prima volta che la nave del commodoro Casarini è costretta agli ormeggi. Nel settembre 2020, quando al ministero dei Trasporti non c’era Salvini ma Paola De Micheli, la Capitaneria di porto negò l’imbarco sulla Mare Jonio di un paramedico soccorritore e di un esperto di ricerca e soccorso in mare del Rescue team di Mediterranea. Solo qualche mese prima la nave era stata raggiunta da quattro diffide, inviate al comandante e all’armatore, perché le strumentazioni di soccorso non risultavano essere strutturali. Poi, multe e sequestri: nell’ottobre 2023 e nell’aprile 2024. Ma Casarini se la prende con Salvini: «Mettiti il cuore in pace, non riuscirai mai a dire a delle persone di non aiutare altre persone. Non riuscirà mai a dire a delle persone di non soccorrere chi ha bisogno di soccorso in mare». E subito dopo ha lanciato un guanto di sfida: «Torneremo presto in mare». A sostenerlo c’è anche l’armatore, Alessandro Metz: «Siamo partiti in missione per la prima volta il 3 ottobre 2018, quando il governo si vantava e applicava la politica dei «porti chiusi» e si scagliava contro i «taxi del mare». In sei anni hanno cercato di fermarci con inchieste penali, provvedimenti amministrativi e con tanti altri modi ma noi continueremo a soccorrere, a essere là dove bisogna stare finché le persone non potranno raggiungere l’Europa» attraverso canali che Metz ritiene «sicuri e legali». Ovvero la partenza con i barconi messi in mare dagli scafisti trafficanti di esseri umani. Per ora, però, la Mare Jonio resta al molo.
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Prima guida pediatrica «dedicata ai temi dell’identità di genere, dell’orientamento affettivo e sessuale e dell’accoglienza delle differenze nei percorsi di cura pediatrici», è stata pubblicata il 15 giugno e verrà presentata il prossimo 6 novembre a Roma, nientepopodimeno che presso l’Istituto superiore di sanità (Iss).
Dunque, l’Italia preme per un impegno comune contro la gestazione per altri (Gpa), che nel nostro Paese è reato universale punibile anche se commessa all’estero, invece le associazioni che rappresentano i nostri medici dei bambini la descrivono come tecnica procreativa dei padri gay, fornendo istruzioni al pediatra su come gestirne le implicazioni cliniche.
Più che una guida, risulta un manuale di indottrinamento, costruito attorno alla premessa che bambini e adolescenti Lgbtqia+ «sperimentano stigma, incomprensioni e discriminazioni» e che il pediatra deve essere «primo punto di ascolto». Oltre che specialista delle malattie infantili, può anche essere un supporto per il benessere emotivo e psicologico dei bambini e un riferimento per le famiglie, ma secondo Sip e Acp dovrebbe dare assistenza al coming out, inclusa la promozione della carriera alias scolastica. Scorrendo il documento, si resta stupefatti dall’inquadramento suggerito ai pediatri.
Si parte con una annotazione che è già piena adesione al mondo Lgbtqia+, dove il simbolo addizionale è spiegato come «apertura verso un linguaggio in evoluzione, rappresentativo e rispettoso di ogni identità e vissuto». L’excusatio è altrettanto significativa: «Pur consapevoli dei limiti dell’impiego del maschile sovraesteso, si è scelto di aderirvi per garantire maggiore comprensibilità del testo e ridurre il carico cognitivo per il lettore». Insomma, un manifesto delle rivendicazioni di gay o trans anche nel linguaggio. Ma veniamo ai consigli pratici per i poveri medici. Dovrebbero utilizzare «nomi e pronomi elettivi», in base all’identità di genere che il bimbo avrebbe scelto (sic), e un «linguaggio verbale e non verbale inclusivo con bambini e bambine indipendentemente dall’espressione di genere». Ovvero asterischi, schwa che fluttuano nell’aria come nuvolette dei fumetti?
L’ambulatorio deve mostrare «segnali di accoglienza», per esempio un logo con l’arcobaleno, e nella sala d’attesa occorre lasciare in bella vista non giornaletti o giocattoli bensì «brochure/libri per bambini che rappresentino diverse tipologie di famiglie (incluse omogenitoriali) e la diversità di genere». Non è finita, il bagno deve essere «neutro rispetto al genere o con indicazione che l’accesso è libero per tutti». Per chi si fosse distratto, ricordiamo che è una guida per pediatri. Fortemente raccomandata è una modulistica inclusiva: «Indipendentemente dalla presenza di spazio dedicato nel software gestionale della cartella clinica, è importante specificare nelle note il sesso», ovvero se «maschio, femmina o indeterminato». Il genere: «Maschile/femminile/non binario/agender»; il nome d’elezione (alias).
Mamma e papà sono banditi dai moduli di iscrizione, viene suggerita la sostituzione «con diciture neutre come “genitore/genitore” anche se non legalmente riconosciuti in toto per finalità di cura». Per «prevenire il minority stress», dovuto a «stigma sociale e discriminazioni», è vietato chiedere «Che lavoro fa il papà?». Bisogna optare per un neutro «Che lavoro fanno i tuoi genitori?». Già, ma se uno dei due è morto, non si rischia di intristire il piccolo?
Il catalogo delle «parole che feriscono», e che un pediatra non deve mai utilizzare proviene direttamente dall’agenda Lgbtqia+. Guai se il medico chiede a un bimbo che si affaccia al suo studio: «Sei maschio o femmina?». Orrore fare a una bimba ben vestita l’apprezzamento: «Sembri una principessa!», così pure vanno bandite frasi del tipo: «Quando avrai dei figli…». Sì, perché secondo la guida la maternità non è un bene da affermare. Meglio optare per una recriminazione: «In Italia coppie dello stesso sesso possono unirsi civilmente e accedere all’ “adozione speciale del figlio del partner”, ma non possono accedere al matrimonio, all’adozione piena di bambini e alla Pma», lamenta il manualetto.
Attenzione a come Sip e Acp descrivono l’utero in affitto, reato universale in Italia: «Nelle coppie maschili, che ricorrono alla Gpa, il padre biologico fornisce il seme, l’altro è il genitore intenzionale; l’ovocita proviene da una donatrice, mentre la gravidanza viene portata avanti dalla gestante (secondo modalità altruistica o contrattuale), la quale rinuncia alla responsabilità genitoriale mantenendo comunque nella maggior parte dei casi rapporti di comunicazione con la famiglia».
Insomma, una pratica clinica neutra, del tutto normale.
Chissà come mai c’è chi si affanna per una moratoria, con il fine di sviluppare un quadro giuridico internazionale per abolire la Gpa in tutto il mondo. Non bastasse, le associazioni dei pediatri italiani dichiarano con assoluta certezza: «La comunità scientifica concorda, i genitori omosessuali sono adeguati quanto quelli eterosessuali». Sottinteso, ma non troppo: fateli usare il corpo delle donne per ottenere bambini da strappare alle loro mamme.
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Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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Iran, New York socialista e Greenspan: la settimana americana tra diplomazia difficile, sinistra urbana e fine del mito della Fed.