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2024-09-19
Linea dura dell’Olanda con Bruxelles: chiede la deroga sull’immigrazione
Il nuovo premier olandese Dick Schoof (Ansa)
La nuova Commissione Ue non ha neanche fatto in tempo a insediarsi e ha già una una grossa grana: i Paesi Bassi, in aperta sfida con Bruxelles, hanno alzato il tiro sulla questione migratoria, annunciando che attiveranno «il più rapidamente possibile» la clausola d’emergenza sull’immigrazione e dichiarando una vera e propria crisi dell’asilo. Una specie di Oland-exit legata all’accoglienza. Un ulteriore passo che segna la linea dura del governo olandese, deciso a riprendere il controllo delle sue frontiere e a limitare drasticamente i flussi migratori. Questo strumento, che permette agli Stati membri di derogare a determinati obblighi comunitari in situazioni di emergenza, è l’ultima carta giocata dal premier Dick Schoof per affrontare quella che viene descritta come una «pressione insostenibile» sui servizi pubblici e sulla società olandese. Marjolein Faber, ministro per l’Asilo e portavoce del Pvv, il partito di destra guidato da Geert Wilders, su X, ha ribadito con fermezza la necessità di ricorrere a questa misura straordinaria: «Non possiamo più attendere. La situazione è critica e la nostra priorità è proteggere i cittadini olandesi e le risorse del nostro Paese». Dietro queste parole sembra celarsi una visione politica che punta a costruire un muro normativo contro l’immigrazione. La decisione di attivare la clausola d’emergenza arriva dopo settimane di pressioni interne e un dibattito acceso sull’immigrazione, tema centrale della campagna elettorale che ha portato alla vittoria dell’attuale esecutivo. Faber, infatti, ha sottolineato più volte come il sistema olandese sia al collasso: ospedali sovraccarichi, difficoltà nell’assegnazione di alloggi pubblici, scuole che faticano a integrare i nuovi arrivati. «È arrivato il momento di dire basta», aveva già dichiarato senza mezzi termini, «e questa crisi dell’asilo è la prova che l’Europa ha fallito nel proteggere i suoi cittadini». Nessuno però immaginava questa nuova mossa. Che mette ulteriore pressione sull’Unione Europea, già in difficoltà nel gestire le tensioni interne tra i Paesi membri. Se la richiesta di opt-out (la deroga) era già un segnale forte, l’attivazione della clausola d’emergenza rappresenta un’accelerazione verso una politica di chiusura senza precedenti. Il governo olandese non sembra intenzionato a fare passi indietro e anzi punta a coinvolgere altri Paesi europei nella sua battaglia. Faber ha fatto capire chiaramente che l’obiettivo è creare una «coalizione dei volenterosi», ovvero di quei Paesi che sono stanchi di subire le politiche migratorie decise a Bruxelles. Questa dichiarazione di crisi dell’asilo si inserisce in un contesto europeo già segnato da altre emergenze migratorie, che comprende anche i Paesi solitamente accoglienti, come la Germania, che ha recentemente aumentato il numero di espulsioni, e la Francia. Ma ciò che distingue l’azione olandese è la sua fermezza politica: l’attivazione della clausola d’emergenza viene presentata come una misura necessaria e inevitabile per salvaguardare il benessere dei Paesi Bassi. E mentre a Bruxelles si tenta di trovare una soluzione condivisa, in Italia la Lega ha elogiato l’azione del governo olandese e lancia l’ennesima bordata contro la sinistra: «L’Olanda ha il coraggio di fare ciò che è giusto per il proprio popolo», si legge in una nota del Carroccio, «mentre in Italia la sinistra ha portato Matteo Salvini a processo per aver difeso i confini». Secondo la Lega, la richiesta di opt-out e l’attivazione della clausola d’emergenza sono segnali chiari di un’Europa che non riesce più a contenere la pressione migratoria e che sta andando incontro a un inevitabile cambiamento. «Ora siamo concentrati nell’attuare il Patto sulla migrazione», ha sottolineato un portavoce della Commissione Europea, liquidando così la questione: «Abbiamo adottato una legge, l’Olanda l’ha approvata e nell’Ue, in generale, non si chiede di derogare a una legge adottata». E non è l’unica risposta arrivata: «Non ci aspettiamo alcun cambiamento immediato delle regole», ha spiegato una portavoce della Commissione Ue confermando la ricezione della lettera dei Paesi Bassi nella quale viene riconosciuto il requisito legale secondo il quale «un opt-out è possibile solo nel quadro della riforma dei Trattati (che passa dall’approvazione unanime di tutti gli Stati membri, ndr)», una possibilità che Bruxelles esclude nel breve termine. Tant'è che viene accolto con favore il passaggio della lettera nel quale Faber afferma che fino a quel momento l’Olanda continuerà ad attuare il Patto sulla migrazione». L’Europa, già frammentata e in difficoltà, però, deve ora rispondere a una crisi che rischia di spaccare ulteriormente il blocco comunitario. Resta da capire se Bruxelles sarà in grado di frenare Amsterdam o se l’esempio olandese sarà seguito da altri Paesi, aprendo un nuovo capitolo di conflitto all’interno dell’Unione. Ma è già muro contro muro.
Bloccata in porto la Mare Jonio
Le ispezioni a bordo della Mare Jonio, la nave che l’associazione Mediterranea saving humans ha affidato al timone del commodoro Luca Casarini, ex tuta bianca e leader No global, hanno prodotto l’ennesimo fermo amministrativo. La nave, che era pronta per una nuova missione nel Mediterraneo, rimarrà ormeggiata a Trapani. La squadra della Guardia costiera specializzata in sicurezza della navigazione inviata dal ministero delle Infrastrutture aveva un compito: «Accertare il mantenimento delle condizioni di sicurezza» perché, era il sospetto, la nave non sarebbe «abilitata alle operazioni di salvataggio».
Casarini aveva replicato ipotizzando un complotto: «Abbiamo informato i nostri legali di parte civile al processo Open Arms (nel quale la Procura ha chiesto 6 anni per il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, ndr) è in merito a quello che sta accadendo in queste ore, con questa ispezione occasionale durata dieci ore a bordo della nostra nave. Crediamo che sia importante che il presidente del Tribunale di Palermo ne venga a conoscenza». Durante l’ispezione, la quarta, indicata come «straordinaria», la Mare Jonio ha dovuto sbarcare i mezzi di soccorso che aveva a bordo, compresi i gommoni rescue, l’infermeria, i container e i bagni chimici. E ora Casarini rivendica che nel corso degli ultimi soccorsi in mare proprio la Guardia costiera avrebbe chiesto loro di usare quella strumentazione. Fatto sta che dopo l’approfondita verifica è arrivato il fermo amministrativo. In sostanza è risultato che la Mare Jonio può navigare ma non soccorrere e, per questo motivo, il ministero dei Trasporti ha intimato all’armatore (la società Idra social shipping) di lasciare a terra i mezzi di soccorso presenti, pena la perdita dell’idoneità alla navigazione. E Casarini si lagna: «Noi però operiamo da sei anni e il registro navale indica la Mare Jonio come nave da soccorso». Ma non è la prima volta che la nave del commodoro Casarini è costretta agli ormeggi. Nel settembre 2020, quando al ministero dei Trasporti non c’era Salvini ma Paola De Micheli, la Capitaneria di porto negò l’imbarco sulla Mare Jonio di un paramedico soccorritore e di un esperto di ricerca e soccorso in mare del Rescue team di Mediterranea. Solo qualche mese prima la nave era stata raggiunta da quattro diffide, inviate al comandante e all’armatore, perché le strumentazioni di soccorso non risultavano essere strutturali. Poi, multe e sequestri: nell’ottobre 2023 e nell’aprile 2024. Ma Casarini se la prende con Salvini: «Mettiti il cuore in pace, non riuscirai mai a dire a delle persone di non aiutare altre persone. Non riuscirà mai a dire a delle persone di non soccorrere chi ha bisogno di soccorso in mare». E subito dopo ha lanciato un guanto di sfida: «Torneremo presto in mare». A sostenerlo c’è anche l’armatore, Alessandro Metz: «Siamo partiti in missione per la prima volta il 3 ottobre 2018, quando il governo si vantava e applicava la politica dei «porti chiusi» e si scagliava contro i «taxi del mare». In sei anni hanno cercato di fermarci con inchieste penali, provvedimenti amministrativi e con tanti altri modi ma noi continueremo a soccorrere, a essere là dove bisogna stare finché le persone non potranno raggiungere l’Europa» attraverso canali che Metz ritiene «sicuri e legali». Ovvero la partenza con i barconi messi in mare dagli scafisti trafficanti di esseri umani. Per ora, però, la Mare Jonio resta al molo.
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Il nuovo premier Dick Schoof ha annunciato l’attivazione delle clausole d’emergenza che permettono la chiusura delle frontiere: «Non possiamo più attendere. La priorità è proteggere i nostri cittadini».La Mare Jonio di Luca Casarini è stata sottoposta a un fermo amministrativo dalla Guardia costiera. La nave non sarebbe «abilitata al salvataggio».Lo speciale contiene due articoli.La nuova Commissione Ue non ha neanche fatto in tempo a insediarsi e ha già una una grossa grana: i Paesi Bassi, in aperta sfida con Bruxelles, hanno alzato il tiro sulla questione migratoria, annunciando che attiveranno «il più rapidamente possibile» la clausola d’emergenza sull’immigrazione e dichiarando una vera e propria crisi dell’asilo. Una specie di Oland-exit legata all’accoglienza. Un ulteriore passo che segna la linea dura del governo olandese, deciso a riprendere il controllo delle sue frontiere e a limitare drasticamente i flussi migratori. Questo strumento, che permette agli Stati membri di derogare a determinati obblighi comunitari in situazioni di emergenza, è l’ultima carta giocata dal premier Dick Schoof per affrontare quella che viene descritta come una «pressione insostenibile» sui servizi pubblici e sulla società olandese. Marjolein Faber, ministro per l’Asilo e portavoce del Pvv, il partito di destra guidato da Geert Wilders, su X, ha ribadito con fermezza la necessità di ricorrere a questa misura straordinaria: «Non possiamo più attendere. La situazione è critica e la nostra priorità è proteggere i cittadini olandesi e le risorse del nostro Paese». Dietro queste parole sembra celarsi una visione politica che punta a costruire un muro normativo contro l’immigrazione. La decisione di attivare la clausola d’emergenza arriva dopo settimane di pressioni interne e un dibattito acceso sull’immigrazione, tema centrale della campagna elettorale che ha portato alla vittoria dell’attuale esecutivo. Faber, infatti, ha sottolineato più volte come il sistema olandese sia al collasso: ospedali sovraccarichi, difficoltà nell’assegnazione di alloggi pubblici, scuole che faticano a integrare i nuovi arrivati. «È arrivato il momento di dire basta», aveva già dichiarato senza mezzi termini, «e questa crisi dell’asilo è la prova che l’Europa ha fallito nel proteggere i suoi cittadini». Nessuno però immaginava questa nuova mossa. Che mette ulteriore pressione sull’Unione Europea, già in difficoltà nel gestire le tensioni interne tra i Paesi membri. Se la richiesta di opt-out (la deroga) era già un segnale forte, l’attivazione della clausola d’emergenza rappresenta un’accelerazione verso una politica di chiusura senza precedenti. Il governo olandese non sembra intenzionato a fare passi indietro e anzi punta a coinvolgere altri Paesi europei nella sua battaglia. Faber ha fatto capire chiaramente che l’obiettivo è creare una «coalizione dei volenterosi», ovvero di quei Paesi che sono stanchi di subire le politiche migratorie decise a Bruxelles. Questa dichiarazione di crisi dell’asilo si inserisce in un contesto europeo già segnato da altre emergenze migratorie, che comprende anche i Paesi solitamente accoglienti, come la Germania, che ha recentemente aumentato il numero di espulsioni, e la Francia. Ma ciò che distingue l’azione olandese è la sua fermezza politica: l’attivazione della clausola d’emergenza viene presentata come una misura necessaria e inevitabile per salvaguardare il benessere dei Paesi Bassi. E mentre a Bruxelles si tenta di trovare una soluzione condivisa, in Italia la Lega ha elogiato l’azione del governo olandese e lancia l’ennesima bordata contro la sinistra: «L’Olanda ha il coraggio di fare ciò che è giusto per il proprio popolo», si legge in una nota del Carroccio, «mentre in Italia la sinistra ha portato Matteo Salvini a processo per aver difeso i confini». Secondo la Lega, la richiesta di opt-out e l’attivazione della clausola d’emergenza sono segnali chiari di un’Europa che non riesce più a contenere la pressione migratoria e che sta andando incontro a un inevitabile cambiamento. «Ora siamo concentrati nell’attuare il Patto sulla migrazione», ha sottolineato un portavoce della Commissione Europea, liquidando così la questione: «Abbiamo adottato una legge, l’Olanda l’ha approvata e nell’Ue, in generale, non si chiede di derogare a una legge adottata». E non è l’unica risposta arrivata: «Non ci aspettiamo alcun cambiamento immediato delle regole», ha spiegato una portavoce della Commissione Ue confermando la ricezione della lettera dei Paesi Bassi nella quale viene riconosciuto il requisito legale secondo il quale «un opt-out è possibile solo nel quadro della riforma dei Trattati (che passa dall’approvazione unanime di tutti gli Stati membri, ndr)», una possibilità che Bruxelles esclude nel breve termine. Tant'è che viene accolto con favore il passaggio della lettera nel quale Faber afferma che fino a quel momento l’Olanda continuerà ad attuare il Patto sulla migrazione». L’Europa, già frammentata e in difficoltà, però, deve ora rispondere a una crisi che rischia di spaccare ulteriormente il blocco comunitario. Resta da capire se Bruxelles sarà in grado di frenare Amsterdam o se l’esempio olandese sarà seguito da altri Paesi, aprendo un nuovo capitolo di conflitto all’interno dell’Unione. 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La squadra della Guardia costiera specializzata in sicurezza della navigazione inviata dal ministero delle Infrastrutture aveva un compito: «Accertare il mantenimento delle condizioni di sicurezza» perché, era il sospetto, la nave non sarebbe «abilitata alle operazioni di salvataggio». Casarini aveva replicato ipotizzando un complotto: «Abbiamo informato i nostri legali di parte civile al processo Open Arms (nel quale la Procura ha chiesto 6 anni per il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, ndr) è in merito a quello che sta accadendo in queste ore, con questa ispezione occasionale durata dieci ore a bordo della nostra nave. Crediamo che sia importante che il presidente del Tribunale di Palermo ne venga a conoscenza». Durante l’ispezione, la quarta, indicata come «straordinaria», la Mare Jonio ha dovuto sbarcare i mezzi di soccorso che aveva a bordo, compresi i gommoni rescue, l’infermeria, i container e i bagni chimici. E ora Casarini rivendica che nel corso degli ultimi soccorsi in mare proprio la Guardia costiera avrebbe chiesto loro di usare quella strumentazione. Fatto sta che dopo l’approfondita verifica è arrivato il fermo amministrativo. In sostanza è risultato che la Mare Jonio può navigare ma non soccorrere e, per questo motivo, il ministero dei Trasporti ha intimato all’armatore (la società Idra social shipping) di lasciare a terra i mezzi di soccorso presenti, pena la perdita dell’idoneità alla navigazione. E Casarini si lagna: «Noi però operiamo da sei anni e il registro navale indica la Mare Jonio come nave da soccorso». Ma non è la prima volta che la nave del commodoro Casarini è costretta agli ormeggi. Nel settembre 2020, quando al ministero dei Trasporti non c’era Salvini ma Paola De Micheli, la Capitaneria di porto negò l’imbarco sulla Mare Jonio di un paramedico soccorritore e di un esperto di ricerca e soccorso in mare del Rescue team di Mediterranea. Solo qualche mese prima la nave era stata raggiunta da quattro diffide, inviate al comandante e all’armatore, perché le strumentazioni di soccorso non risultavano essere strutturali. Poi, multe e sequestri: nell’ottobre 2023 e nell’aprile 2024. Ma Casarini se la prende con Salvini: «Mettiti il cuore in pace, non riuscirai mai a dire a delle persone di non aiutare altre persone. Non riuscirà mai a dire a delle persone di non soccorrere chi ha bisogno di soccorso in mare». E subito dopo ha lanciato un guanto di sfida: «Torneremo presto in mare». A sostenerlo c’è anche l’armatore, Alessandro Metz: «Siamo partiti in missione per la prima volta il 3 ottobre 2018, quando il governo si vantava e applicava la politica dei «porti chiusi» e si scagliava contro i «taxi del mare». In sei anni hanno cercato di fermarci con inchieste penali, provvedimenti amministrativi e con tanti altri modi ma noi continueremo a soccorrere, a essere là dove bisogna stare finché le persone non potranno raggiungere l’Europa» attraverso canali che Metz ritiene «sicuri e legali». Ovvero la partenza con i barconi messi in mare dagli scafisti trafficanti di esseri umani. Per ora, però, la Mare Jonio resta al molo.
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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iStock
La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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