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2019-10-13
Il voto in Umbria è Chiesa contro cattolici
Ansa
Su, dategliene atto. Almeno stavolta. Se c'è uno che ha sepolto l'anticomunismo clericale quello è Matteo Salvini. Prima i preti di campagna guardavano in cagnesco i compagni e i loro eredi. Adesso c'è il leader leghista. Un novello Peppone, senza baffi e d'opposte simpatie politiche. Per chierichetti, curati e cardinali Matteo è il diavolo. Anti migranti, cattivista, sempre con il crocifisso in mano… Vade retro. I fedeli guardino altrove, e pongano la loro crocetta il più lontano possibile. A partire dalla verdeggiante Umbria, dove il 27 ottobre si elegge il prossimo governatore. L'Ohio d'Italia, la chiamano. Perché l'esito potrebbe determinare gli assetti nazionali, dopo la scossa estiva e la rinascita del governo. Ed è pure la prima prova sul campo dell'alleanza tra Pd e M5s. Mentre Salvini medita vendetta, visto lo scorno agostano.
Voto strategico, quindi. Così tanto da aver convinto le gerarchie ecclesiastiche a non tirarsi indietro: giallorossi, senza se e senza ma. Meglio mantenere intatto l'esistente: quel groviglio di potere che governa la regione da 70 anni. Il centrodestra, di converso, può invece contare sull'appoggio del Family day. Il 17 ottobre a Perugia sarà presentato agli aspiranti presidenti un «manifesto valoriale», di chiara impronta cristiana, da sottoscrivere. Arriveranno i leader del centro destra: Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. Insomma, da una parte la Chiesa, disposta persino a digerire l'asse tra democratici e grillini. Dall'altra, i cattolici e le associazioni pro vita e famiglia, che s'allontanano dai giallorossi a passi lunghi e ben distesi. Morale: il voto umbro non è solo una battaglia politica. Ma è diventata anche una singolar tenzone tra Chiesa e i fedeli.
Del resto, le intenzioni del clero sono sempre state manifeste. L'Umbria è la terra di San Francesco. E, più modestamente, anche del presidente della Conferenza episcopale italiana: il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia. La diocesi, in questa tornata elettorale, non s'era di certo tirata indietro. Il primo candidato del Pd è stato Andrea Fora, contiguo e cattolicissimo. Ma viene scartato dai grillini. Avanti un'altra: è Francesca Di Maolo, presidente del Serafico, l'istituto di Assisi che si occupa di assistenza a bambini malati. A sponsorizzarla sarebbe nientemeno che Bassetti. Ma lei alla fine desiste. Ecco quindi arrivare Vincenzo Bianconi, albergatore pacato e spirituale. È lui il prescelto. Certo, è un imprenditore, mica un frate svestito. Ma nei suoi incontri non dimentica le radici. Eccone un assaggio: «Pace, cura degli altri e del creato, accoglienza, fraternità, solidarietà. Gli insegnamenti di Francesco sono l'identità della nostra meravigliosa terra e i valori su cui s'intrecciano le nostre comunità». Meno misericordioso è Nicola Zingaretti, segretario del Pd. Dal palco di Perugia, ha tuonato: «Questa è la terra della pace e di San Francesco e non sarà mai la terra dell'odio e della Lega». Mentre il leader alleato, Luigi Di Maio, e il premier Giuseppe Conte, non hanno mancato di partecipare alle celebrazioni del patrono d'Italia ad Assisi.
Al loro fianco ci schierano dunque Chiesa, Cei, francescani e ortodossi. Bisogna fermare l'anticristiano che brandisce il rosario e attacca gli immigrati. L'Umbria deve restare terra accogliente e solidale. Il verbo corre dalle città alle vallate: Salvini è il demonio. E la Sanitopoli che ha terremotato la governatrice uscente, Catiuscia Marini? Peccatucci. E il sistema di potere che, dal Pci al Pd, avviluppa la regione da decenni? Tutto espiato. L'importante è tener a debita distanza il vichingo lombardo. L'Umbria è la regione dei santi: Francesco, Rita, Chiara e Benedetto. Mica si possono ripudiare millenni di misericordia? Peccato che i sondaggi diano in testa la senatrice leghista Donatella Tesei, candidata del centrodestra. E giovedì prossimo è previsto a Perugia il Family day, con il suo leader Massimo Gandolfini. Piazze contro sacrestie, famiglie contro gerarchie, cattolici contro (alcuni) sacerdoti. Il gregge seguirà i messia giallorossi o i dioscuri sovranisti?
Le schermaglie tra il leghista e i prelati erano già cominciate lo scorso maggio. Quando il Capitano, in piazza Duomo a Milano, mostra il rosario e invoca la protezione dei santi. Quanta inopportuna blasfemia… Le gerarchie ecclesiastiche si rivoltano. E interviene pure Bassetti: «Non si vive di ricordi, di richiami a tradizioni e simboli religiosi». Salvo poi negare, due giorni più tardi, ogni ingerenza: «Non è nel mio stile, nel mio temperamento, nel mio modo di pensare».
Un terribile fraintendimento. Ma qualche mese dopo, all'inizio di agosto, il presidente della Cei riaffonda: i cattolici non devono «mettersi in fila dietro i pifferai magici di turno». E a chi si riferiva mai il sibillino cardinale? Proprio al pifferaio che adesso zufola nella sua Umbria, con frotte di fedeli al seguito.
Il M5s sconfessa sé stesso e per salvare Bianconi studia una legge su misura
Chi se lo sarebbe mai aspettato che i grillini, che esordirono con i Vaffa day, 10 anni dopo proponessero addirittura una legge ad personam per sostenere il «loro» candidato presidente dell'Umbria? Anche i duri e puri hanno capito che, a Perugia e dintorni, il M5s si gioca una parte rilevante del futuro nonché la sopravvivenza del governo di Giuseppe Conte. Mentre Luigi Di Maio - a Napoli all'adunata celebrativa pentastellata - deve contrastare un' agguerrita contestazione da parte dei suoi, in Umbria volano gli stracci con inversioni a «U» e clamorose dimissioni. Terni è una polveriera, l'epicentro della contestazione - sia nel Pd sia nel M5s - per la scelta di Bianconi. Per i dem c'è un'altra grana. Il commissario regionale del partito Walter Verini, sotto accusa per la scelta di Bianconi, ha chiesto il commissariamento della federazione di Terni. Lì il Pd è andato in frantumi dopo che il 30 settembre il segretario, Paolo Silveri, ha sbattuto la porta. Ieri si è saputo che Silveri ha lasciato perché il Pd ha «candidato Bianconi, che ha un conflitto d'interessi irrisolto come imprenditore che partecipa a bandi pubblici». La scelta del capo degli albergatori umbri (a Norcia la sua famiglia possiede ben cinque strutture) come antagonista della senatrice indipendente della Lega Donatella Tesei, divide anche il M5s. Sempre da Terni è partita una nuova offensiva: la consigliera comunale e portavoce grillina Patrizia Braghiroli - una della prima ora - ha lasciato gruppo e Movimento con una motivazione che non ammette repliche: «Mi sono sentita tradita. Non si sono accorti che nella lista del Pd c'è tutto il vecchio sistema?». Contro quel sistema si era battuta molto la consigliera regionale uscente - ricandidata - Maria Grazia Carbonari. È stata lei a dare il via allo scandalo della sanità che ha portato agli arresti dell'ex segretario regionale del Pd, Gianpiero Bocci; dell'assessore alla Sanità Luca Barberini (per i quali, con altri otto, ieri il pm Mario Formisano ha chiesto il rinvio a giudizio) e alle dimissioni della governatrice Catiuscia Marini. Ebbene la Carbonari ha mandato giù il boccone, molto amaro, dell'alleanza elettorale col Pd e oggi è costretta a dire: «È vero, sul capo di Bianconi per via dei contributi post terremoto pende un grave indizio di incompatibilità e di conflitto d' interessi. Se fosse eletto, per evitare questo conflitto d'interessi dovrà chiedere una modifica del decreto terremoto. Sarebbe a posto. Non ci sono altre strade, serve un decreto ad hoc». Il M5s - teoricamente - aborrisce le leggi ad personam. Ma, se serve, è pronto a fare eccezioni. Tutto parte dai contributi sul terremoto chiesti e ricevuti dalla famiglia Bianconi per ristrutturare gli alberghi di Norcia danneggiati dal sisma del 2016. A seguito di un'interpellanza della lista del Pd al sindaco di Norcia - Nicola Alemanno di Forza Italia, eletto con il sostegno convinto e forte di Bianconi - riguardo la destinazione dei fondi per la ricostruzione delle strutture alberghiere, si è scoperto che i Bianconi, i più importanti albergatori della zona, hanno avuto 6 milioni: l'80% di quelli destinati a Norcia. Non solo, hanno avuto anche 2,4 milioni di appalti per le mense e 200.000 euro per il trasporto locale. Tutto raccontato dal Corriere dell'Umbria, poi duramente attaccato dal Pd per aver fatto della cronaca. Bianconi si è difeso dicendo - come in effetti è - che quei contributi sono del tutto legittimi e che comunque, in caso di elezione a presidente, delegherebbe ad altri le pratiche della ricostruzione post sisma. Ma seguendo questo filo La Verità ha scoperto che il decreto 189 del 10 ottobre 2016 non consente al presidente della Regione di delegare ad altri le pratiche post sisma. Vincenzo Bianconi tre giorni fa, peraltro, ha annunciato che la sua famiglia ha chiesto altri 15 milioni, mentre a Norcia alcuni operatori economici cominciano a chiedere conto del perché lui abbia avuto tanti contributi e così in fretta. Se fosse eletto, Bianconi erogherebbe - in parole povere - fondi a sé stesso. Ma la legge 154 del 1981, proprio in forza di quei contributi, rende Bianconi ineleggibile. Da qui l'idea della consigliera pentastellata: salvare l'alleato con un decreto ad personam.
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Giovedì prossimo il Family day fa tappa a Perugia, in piazza anche Matteo Salvini e gli altri leader del centrodestra. Però i prelati della regione, paradossalmente, sono schierati sulla sponda opposta ai credenti: pur di osteggiare la Lega, vanno a sinistra.Il M5s sconfessa sé stesso e per salvare Vincenzo Bianconi studia una legge su misura. Il candidato rischia l'incompatibilità, perché la famiglia attinge ai fondi post sisma. La soluzione grillina? Riscrivere la norma.Lo speciale comprende due articoli. Su, dategliene atto. Almeno stavolta. Se c'è uno che ha sepolto l'anticomunismo clericale quello è Matteo Salvini. Prima i preti di campagna guardavano in cagnesco i compagni e i loro eredi. Adesso c'è il leader leghista. Un novello Peppone, senza baffi e d'opposte simpatie politiche. Per chierichetti, curati e cardinali Matteo è il diavolo. Anti migranti, cattivista, sempre con il crocifisso in mano… Vade retro. I fedeli guardino altrove, e pongano la loro crocetta il più lontano possibile. A partire dalla verdeggiante Umbria, dove il 27 ottobre si elegge il prossimo governatore. L'Ohio d'Italia, la chiamano. Perché l'esito potrebbe determinare gli assetti nazionali, dopo la scossa estiva e la rinascita del governo. Ed è pure la prima prova sul campo dell'alleanza tra Pd e M5s. Mentre Salvini medita vendetta, visto lo scorno agostano.Voto strategico, quindi. Così tanto da aver convinto le gerarchie ecclesiastiche a non tirarsi indietro: giallorossi, senza se e senza ma. Meglio mantenere intatto l'esistente: quel groviglio di potere che governa la regione da 70 anni. Il centrodestra, di converso, può invece contare sull'appoggio del Family day. Il 17 ottobre a Perugia sarà presentato agli aspiranti presidenti un «manifesto valoriale», di chiara impronta cristiana, da sottoscrivere. Arriveranno i leader del centro destra: Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. Insomma, da una parte la Chiesa, disposta persino a digerire l'asse tra democratici e grillini. Dall'altra, i cattolici e le associazioni pro vita e famiglia, che s'allontanano dai giallorossi a passi lunghi e ben distesi. Morale: il voto umbro non è solo una battaglia politica. Ma è diventata anche una singolar tenzone tra Chiesa e i fedeli.Del resto, le intenzioni del clero sono sempre state manifeste. L'Umbria è la terra di San Francesco. E, più modestamente, anche del presidente della Conferenza episcopale italiana: il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia. La diocesi, in questa tornata elettorale, non s'era di certo tirata indietro. Il primo candidato del Pd è stato Andrea Fora, contiguo e cattolicissimo. Ma viene scartato dai grillini. Avanti un'altra: è Francesca Di Maolo, presidente del Serafico, l'istituto di Assisi che si occupa di assistenza a bambini malati. A sponsorizzarla sarebbe nientemeno che Bassetti. Ma lei alla fine desiste. Ecco quindi arrivare Vincenzo Bianconi, albergatore pacato e spirituale. È lui il prescelto. Certo, è un imprenditore, mica un frate svestito. Ma nei suoi incontri non dimentica le radici. Eccone un assaggio: «Pace, cura degli altri e del creato, accoglienza, fraternità, solidarietà. Gli insegnamenti di Francesco sono l'identità della nostra meravigliosa terra e i valori su cui s'intrecciano le nostre comunità». Meno misericordioso è Nicola Zingaretti, segretario del Pd. Dal palco di Perugia, ha tuonato: «Questa è la terra della pace e di San Francesco e non sarà mai la terra dell'odio e della Lega». Mentre il leader alleato, Luigi Di Maio, e il premier Giuseppe Conte, non hanno mancato di partecipare alle celebrazioni del patrono d'Italia ad Assisi.Al loro fianco ci schierano dunque Chiesa, Cei, francescani e ortodossi. Bisogna fermare l'anticristiano che brandisce il rosario e attacca gli immigrati. L'Umbria deve restare terra accogliente e solidale. Il verbo corre dalle città alle vallate: Salvini è il demonio. E la Sanitopoli che ha terremotato la governatrice uscente, Catiuscia Marini? Peccatucci. E il sistema di potere che, dal Pci al Pd, avviluppa la regione da decenni? Tutto espiato. L'importante è tener a debita distanza il vichingo lombardo. L'Umbria è la regione dei santi: Francesco, Rita, Chiara e Benedetto. Mica si possono ripudiare millenni di misericordia? Peccato che i sondaggi diano in testa la senatrice leghista Donatella Tesei, candidata del centrodestra. E giovedì prossimo è previsto a Perugia il Family day, con il suo leader Massimo Gandolfini. Piazze contro sacrestie, famiglie contro gerarchie, cattolici contro (alcuni) sacerdoti. Il gregge seguirà i messia giallorossi o i dioscuri sovranisti?Le schermaglie tra il leghista e i prelati erano già cominciate lo scorso maggio. Quando il Capitano, in piazza Duomo a Milano, mostra il rosario e invoca la protezione dei santi. Quanta inopportuna blasfemia… Le gerarchie ecclesiastiche si rivoltano. E interviene pure Bassetti: «Non si vive di ricordi, di richiami a tradizioni e simboli religiosi». Salvo poi negare, due giorni più tardi, ogni ingerenza: «Non è nel mio stile, nel mio temperamento, nel mio modo di pensare».Un terribile fraintendimento. Ma qualche mese dopo, all'inizio di agosto, il presidente della Cei riaffonda: i cattolici non devono «mettersi in fila dietro i pifferai magici di turno». E a chi si riferiva mai il sibillino cardinale? Proprio al pifferaio che adesso zufola nella sua Umbria, con frotte di fedeli al seguito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-voto-in-umbria-e-chiesa-contro-cattolici-2640947884.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-m5s-sconfessa-se-stesso-e-per-salvare-bianconi-studia-una-legge-su-misura" data-post-id="2640947884" data-published-at="1780117025" data-use-pagination="False"> Il M5s sconfessa sé stesso e per salvare Bianconi studia una legge su misura Chi se lo sarebbe mai aspettato che i grillini, che esordirono con i Vaffa day, 10 anni dopo proponessero addirittura una legge ad personam per sostenere il «loro» candidato presidente dell'Umbria? Anche i duri e puri hanno capito che, a Perugia e dintorni, il M5s si gioca una parte rilevante del futuro nonché la sopravvivenza del governo di Giuseppe Conte. Mentre Luigi Di Maio - a Napoli all'adunata celebrativa pentastellata - deve contrastare un' agguerrita contestazione da parte dei suoi, in Umbria volano gli stracci con inversioni a «U» e clamorose dimissioni. Terni è una polveriera, l'epicentro della contestazione - sia nel Pd sia nel M5s - per la scelta di Bianconi. Per i dem c'è un'altra grana. Il commissario regionale del partito Walter Verini, sotto accusa per la scelta di Bianconi, ha chiesto il commissariamento della federazione di Terni. Lì il Pd è andato in frantumi dopo che il 30 settembre il segretario, Paolo Silveri, ha sbattuto la porta. Ieri si è saputo che Silveri ha lasciato perché il Pd ha «candidato Bianconi, che ha un conflitto d'interessi irrisolto come imprenditore che partecipa a bandi pubblici». La scelta del capo degli albergatori umbri (a Norcia la sua famiglia possiede ben cinque strutture) come antagonista della senatrice indipendente della Lega Donatella Tesei, divide anche il M5s. Sempre da Terni è partita una nuova offensiva: la consigliera comunale e portavoce grillina Patrizia Braghiroli - una della prima ora - ha lasciato gruppo e Movimento con una motivazione che non ammette repliche: «Mi sono sentita tradita. Non si sono accorti che nella lista del Pd c'è tutto il vecchio sistema?». Contro quel sistema si era battuta molto la consigliera regionale uscente - ricandidata - Maria Grazia Carbonari. È stata lei a dare il via allo scandalo della sanità che ha portato agli arresti dell'ex segretario regionale del Pd, Gianpiero Bocci; dell'assessore alla Sanità Luca Barberini (per i quali, con altri otto, ieri il pm Mario Formisano ha chiesto il rinvio a giudizio) e alle dimissioni della governatrice Catiuscia Marini. Ebbene la Carbonari ha mandato giù il boccone, molto amaro, dell'alleanza elettorale col Pd e oggi è costretta a dire: «È vero, sul capo di Bianconi per via dei contributi post terremoto pende un grave indizio di incompatibilità e di conflitto d' interessi. Se fosse eletto, per evitare questo conflitto d'interessi dovrà chiedere una modifica del decreto terremoto. Sarebbe a posto. Non ci sono altre strade, serve un decreto ad hoc». Il M5s - teoricamente - aborrisce le leggi ad personam. Ma, se serve, è pronto a fare eccezioni. Tutto parte dai contributi sul terremoto chiesti e ricevuti dalla famiglia Bianconi per ristrutturare gli alberghi di Norcia danneggiati dal sisma del 2016. A seguito di un'interpellanza della lista del Pd al sindaco di Norcia - Nicola Alemanno di Forza Italia, eletto con il sostegno convinto e forte di Bianconi - riguardo la destinazione dei fondi per la ricostruzione delle strutture alberghiere, si è scoperto che i Bianconi, i più importanti albergatori della zona, hanno avuto 6 milioni: l'80% di quelli destinati a Norcia. Non solo, hanno avuto anche 2,4 milioni di appalti per le mense e 200.000 euro per il trasporto locale. Tutto raccontato dal Corriere dell'Umbria, poi duramente attaccato dal Pd per aver fatto della cronaca. Bianconi si è difeso dicendo - come in effetti è - che quei contributi sono del tutto legittimi e che comunque, in caso di elezione a presidente, delegherebbe ad altri le pratiche della ricostruzione post sisma. Ma seguendo questo filo La Verità ha scoperto che il decreto 189 del 10 ottobre 2016 non consente al presidente della Regione di delegare ad altri le pratiche post sisma. Vincenzo Bianconi tre giorni fa, peraltro, ha annunciato che la sua famiglia ha chiesto altri 15 milioni, mentre a Norcia alcuni operatori economici cominciano a chiedere conto del perché lui abbia avuto tanti contributi e così in fretta. Se fosse eletto, Bianconi erogherebbe - in parole povere - fondi a sé stesso. Ma la legge 154 del 1981, proprio in forza di quei contributi, rende Bianconi ineleggibile. Da qui l'idea della consigliera pentastellata: salvare l'alleato con un decreto ad personam.
Paolo Gentiloni (Ansa)
Quando Sergio Mattarella lascerà il Quirinale per scadenza del mandato, il discendente dei conti di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino avrà 75 anni, uno in più di Pier Ferdinando Casini, ma a differenza dell’ex segretario dell’Udc transitato nelle liste del Pd, Er Moviola, come lo chiamano i compagni, ha un discreto numero di sponsor, che cominciano con Romano Prodi e finiscono con un po’ di cancellerie che contano. E poi, Camomilla (è questo l’altro suo soprannome) piace anche all’attuale inquilino del Quirinale, perché i due provengono dalla stessa parrocchia, quella dei democristiani di sinistra.
Dunque, essendo questa l’ambizione, Gentiloni è impegnato a segnalarsi come riserva della Repubblica, pronta all’uso in caso di bisogno. E per farlo non perde occasione di mettersi in mostra, anche a scapito degli interessi nazionali. L’ultima prodezza è di ieri, sulla Stampa. Con un’intervista al quotidiano torinese, l’ex commissario Ue si è schierato apertamente contro qualsiasi concessione di flessibilità sui conti pubblici, criticando la scelta di Giorgia Meloni. Non contento, ha pure aperto le porte all’Ucraina nell’Unione europea. Una scelta che, come abbiamo spiegato ieri, per il nostro Paese oltre a essere una beffa sarebbe una catastrofe, in quanto Kiev si accaparrerebbe gran parte dei fondi agricoli messi a disposizione da Bruxelles, sottraendoli ai nostri coltivatori.
Gentiloni non dice come uscire dalla crisi energetica che rischia di travolgere l’Europa e di conseguenza l’Italia, la quale, a differenza della Francia, non ha fonti alternative al gas. Non spiega come finanziare gli investimenti pubblici nell’Intelligenza artificiale, come sollecitato ieri dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. No, l’erede dei conti di Filottrano eccetera, che deve le sue fortune alle bizze di Matteo Renzi (il quale lo nominò ministro degli Esteri per fare un dispetto a Lapo Pistelli, di cui il Rottamatore stesso era stato portaborse, quindi lo indicò a Mattarella come suo sostituto nella vana speranza che gli scaldasse la poltrona in vista delle elezioni), respinge in blocco qualsiasi richiesta disturbi l’amata Ursula von der Leyen. E definisce ridicola la pretesa di flessibilità sulle regole di bilancio. Secondo lui, l’Italia (e anche l’Europa) dovrebbe procedere dritta verso il baratro e lamenta che i fondi messi a disposizione da Bruxelles con il Pnrr siano stati investiti, più che nel cambiamento, nei condomini. «Poche riforme e troppi soldi concentrati in un settore come le costruzioni, che non eccelle per incrementi di produttività». L’ex commissario ed ex premier del Pd dimentica tuttavia di dire che il Piano di rilancio e resilienza finanziato dalla commissione Ue di cui anche lui faceva parte fu abbozzato dal governo Conte, sorretto dai voti del Partito democratico, e dal governo Draghi, di cui pure il suo schieramento faceva parte. E quando questo giornale pubblicò l’elenco dei progetti, tra i quali figuravano campi di padel, parcheggi nei cimiteri e altre opere di dubbia utilità, non ricordo sue prese di posizione per denunciare sperperi o criticare gli interventi. Eppure, Gentiloni aveva la delega per gli Affari economici. Né ho memoria di sue vibrate proteste contro il Superbonus, altra ideona del governo giallorosso. Adesso però lo smemorato di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino dice che la scelta di «drammatizzare» le nostre esigenze di bilancio non la capisce.
Noi purtroppo capiamo benissimo: anche di fronte a una delle crisi energetiche più gravi della storia, l’ex esponente del Pdup, Partito di unità proletaria, formazione di estrema sinistra in cui militò prima di fare comunella con Francesco Rutelli nella Margherita, preferisce difendere i suoi interessi invece di quelli nazionali.
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Donald Trump (Ansa)
«L’Iran deve accettare di non dotarsi mai di armi nucleari o bombe atomiche. Lo Stretto di Hormuz deve essere immediatamente aperto, senza pedaggi, per il libero traffico marittimo in entrambe le direzioni», ha specificato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Tutte le mine acquatiche (bombe), se presenti, saranno neutralizzate (abbiamo già rimosso, tramite detonazione, numerose mine di questo tipo con i nostri potenti dragamine sottomarini). L’Iran completerà immediatamente la rimozione e/o la detonazione di tutte le mine rimanenti». «Le navi bloccate nello Stretto a causa del nostro blocco navale incredibile e senza precedenti, che ora verrà revocato, possono iniziare il processo di ritorno a casa!», ha proseguito. L’inquilino della Casa Bianca ha anche dichiarato che la «polvere nucleare» iraniana sarà «dissotterrata» e distrutta da Washington in coordinamento con l’Aiea e con la stessa Repubblica islamica.
L’altro ieri, Axios aveva riferito che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un accordo, ma che mancava ancora l’ok definitivo sia di Trump che della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. Al di là dei dettagli già resi noti dalla testata, ieri il New York Times ha rivelato che, in caso, l’intesa prevedrebbe anche un fondo d’investimento postbellico da 300 miliardi di dollari, finalizzato alla ricostruzione economica di Teheran. Tutto questo, mentre, nella serata di mercoledì, era stato espresso cauto ottimismo da vari rappresentanti dell’amministrazione statunitense. «Non ci siamo ancora, ma ci siamo molto vicini. Continueremo a lavorarci su», aveva affermato JD Vance, riferendosi alla possibilità di un accordo tra Washington e Teheran. Al contempo, il vice capo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, aveva detto che Trump risultava «direttamente e personalmente coinvolto nei negoziati». Nel frattempo, ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha ricevuto a Washington il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar. Non è del resto un mistero che il governo di Islamabad stia svolgendo un ruolo centrale per mediare un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran.
Piuttosto fredda è invece apparsa la reazione di Teheran all’annuncio effettuato ieri dal presidente americano. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, la Repubblica islamica avrebbe, sì, confermato che l’accordo con gli Stati Uniti sarebbe nelle fasi finali di ratifica, ma ha anche aggiunto che non sarebbe stata ancora presa una decisione definitiva. La stessa testata ha inoltre riferito che, contrariamente a quanto asserito da Trump, nell’intesa non sarebbe prevista né la riapertura di Hormuz senza pedaggi né la distruzione del materiale atomico iraniano. Vale comunque la pena di ricordare che l’agenzia Fars è considerata assai vicina alle Guardie della rivoluzione: vale a dire a quel potere che, all’interno del regime khomeinista, è maggiormente favorevole a tenere la linea dura nei confronti degli Stati Uniti.
Un alto funzionario iraniano ha inoltre riferito a Reuters che le due parti avrebbero raggiunto una «intesa politica» ma che l’accordo vero e proprio non sarebbe ancora stato concluso. «Per quanto riguarda l’intesa, come ho detto parlando con voi, lo scambio di messaggi continua, ma non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo», ha infine fatto sapere il ministero degli Esteri della Repubblica islamica.
Come che sia, nonostante i progressi diplomatici, Washington e Teheran non hanno rinunciato a mostrare i muscoli. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Ghalibaf, ha detto che la Repubblica islamica «conquisterà i suoi diritti non attraverso il dialogo, ma con i missili». Dall’altra parte, il dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni volte a colpire il greggio iraniano e, in particolare, le Guardie della rivoluzione. Al contempo, il dossier di Hormuz resta centrale. Proprio ieri, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha parlato con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, per discutere della «futura amministrazione» dello Stretto.
E così, mentre la situazione diplomatica ieri sera restava sospesa, i due contendenti tendono comunque ad avvicinarsi a causa dei rispettivi problemi. Trump ha necessità di chiudere il conflitto sia per scongiurare il pantano che per far abbassare il costo dell’energia. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha invece bisogno di arrivare a un accordo per alleviare le significative sofferenze economiche in cui versa il regime khomeinista: in tal senso, nonostante l’opposizione dei pasdaran, spera nella diplomazia per ottenere la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei fondi iraniani congelati. Vedremo quindi come si svilupperà la questione nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
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Vladimir Putin (Ansa)
Sono insorti i leader europei e la Nato dopo che un drone, già bollato come russo, ha invaso lo spazio aereo rumeno colpendo un condominio. Non hanno però battuto ciglio quando a sconfinare sono stati i velivoli senza pilota ucraini.
L’incidente è stato annunciato dal ministero della Difesa rumeno: mentre nella notte la Russia stava attaccando l’Ucraina «in prossimità del confine fluviale» con la Romania, «uno di questi droni è entrato nello spazio aereo rumeno, è stato seguito dal radar fino alla parte meridionale della città di Galati e si è schiantato sul tetto di un condominio, provocando un incendio». A essere feriti leggermente sono stati una donna e un bambino. Poco dopo, il generale di brigata rumeno Gheorghe Maxim ha rivelato che il velivolo senza pilota ha percorso 10 km a bassa quota, scomparendo dai radar dopo quattro minuti. Per il generale si è trattato di un intervallo di tempo troppo breve per qualsiasi risposta tempestiva. Secondo il presidente della Romania, Nicusor Dan, si tratta «del più grave incidente di sicurezza» nel Paese «dall’inizio della guerra». Ritenendo Mosca «responsabile», l’ha tacciata di dimostrare «un totale disprezzo per il diritto internazionale e per la sicurezza dei cittadini di uno Stato membro della Nato». Ha poi comunicato che l’Alleanza atlantica è pronta a trasferire una parte delle sue attrezzature della difesa alla Romania in via provvisoria. Peraltro, è stato reso noto che il ministero degli Interni rumeno ha ordinato due velivoli da trasporto tattico C-27J Spartan di Leonardo. Nel frattempo, Bucarest ha dichiarato il console generale della Russia a Costanza «persona non grata», chiudendo il consolato generale russo. Solo nel pomeriggio il ministero della Difesa rumeno ha riferito che il drone è «probabilmente un Geran 2 di provenienza russa». Dan ha in seguito dichiarato che il drone era stato colpito dalla difesa aerea ucraina, facendogli cambiare traiettoria. Dan ha tuttavia sottolineato che la responsabilità dell’incidente ricade sulla Russia. Nonostante le dure dichiarazioni, Bucarest non ha considerato l’incidente come un attacco. Maxim ha infatti affermato: «Non stiamo subendo un attacco contro la Romania. Stiamo subendo le conseguenze di un conflitto che si sta svolgendo nelle vicinanze del nostro confine». E pure lo stesso presidente rumeno ha detto che il drone faceva parte di «uno sciame» di 43 velivoli senza pilota diretti contro l’Ucraina. Fattori che non sono considerati dall’Alleanza atlantica e dall’Europa. Il susseguirsi di reazioni a cascata è stato immediato. Non si può dire che sia successo lo stesso quando i droni ucraini si sono spinti nello spazio aereo dei Paesi baltici. Solo a marzo in Estonia i velivoli senza pilota ucraini hanno colpito la ciminiera di una centrale elettrica, mentre un altro drone si è schiantato in Lettonia. A maggio si sono verificati episodi simili. E solo pochi giorni fa un drone ucraino è precipitato in un campo della Lituania.
Poco importa ai vertici del Vecchio continente. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha assicurato che l’Alleanza «è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato», ribadendo che «il comportamento sconsiderato della Russia è un pericolo per tutti noi».
Per il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, Mosca «ha superato un altro limite». Per il Regno Unito si tratta di un atto «pericoloso e sconsiderato». Il premier Giorgia Meloni ha definito l’episodio come «un atto gravissimo che dimostra come questa guerra di aggressione non risparmi nessuno, ignorando ogni limite e mettendo a rischio la sicurezza europea». «L’incursione dimostra ancora una volta la volontà della Russia di inasprire la situazione» ha detto il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. La reazione forse più realista è stata espressa dal primo ministro slovacco, Robert Fico: «In assenza di un dialogo tra l’Ue e la Russia, qualsiasi drone vagante potrebbe portare a un’escalation che potremmo non essere in grado di gestire».
In tutto ciò Mosca si è detta disponibile a condurre un’indagine obiettiva sul drone caduto. A dirlo è stato lo stesso presidente russo, Vladimir Putin, che ha anche ricordato che quando i droni ucraini hanno invaso gli spazi aerei, è stato sempre detto: «I russi stanno attaccando». Ha quindi assicurato che «la Russia non minaccia i Paesi europei». Riguardo all’origine del drone, lo zar ha messo sul tavolo l’ipotesi che si tratti di un velivolo senza pilota ucraino deviato dalle difese elettroniche. A intervenire con frasi provocatorie è stato invece il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev: «Cittadini dei Paesi dell’Ue, sappiate che le vostre autorità sono entrate unilateralmente in guerra con la Russia. Il sonno tranquillo è finito».
Sul fronte del negoziatore europeo, Putin ha sostenuto che «gli europei non hanno ancora proposto nessuno». Nel dietro le quinte, sembra che il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko stia spingendo l’omologo francese, Emmanuel Macron, ad assumere tali vesti. Lukashenko ha infatti rivelato di aver detto a Macron: «Sei al potere da tanti anni! E chi altro c’è? Merz è un politico molto giovane. Anche Starmer. In Italia c’è una donna primo ministro. Vuoi addossare questo peso a una donna? Sei la forza trainante in Europa oggi».
A Putin non importa di Kiev nell’Ue. L’unico veto è l’ingresso nella Nato
L’adesione dell’Ucraina all’Unione europea pare uno di quei dossier che mettono d’accordo (quasi) tutti. Oltre a esserne propensi Kiev e Bruxelles, anche Mosca acconsente. Non è una novità, i russi lo ripetono dall’inizio della guerra. La presentazione ufficiale della domanda risale al 28 febbraio 2022, poco dopo l’inizio dell’invasione russa, ma solo nelle prossime settimane, in vista del vertice dei leader Ue del 18-19 giugno, la Commissione europea aprirà i primi capitoli negoziali con Kiev.
S’è fatto sentire il cambio di governo a Budapest, dove l’avvento del nuovo premier ungherese Péter Magyar, che incontrerà il 2 giugno il cancelliere tedesco Friedrich Merz: scoglio del veto del predecessore Viktor Orbàn è sparito. Proprio i russi, gli acerrimi nemici dell’Ucraina, non si sono mai opposti all’adesione di Kiev. E ciò nonostante il fatto che, fra le origini della crisi ucraina, ci sia stata nel 2014 la rivolta di piazza Maidan che rovesciò il governo del filorusso Viktor Janukovic proprio avendo come scintilla un mancato accordo d’associazione fra Kiev e l’Ue. L’evento fece slittare l’Ucraina dalla storica sfera d’influenza russa a quella occidentale. Ma col tempo parve sempre più chiaro ai russi che il vero rischio non era economico, bensì strategico-militare, ovvero l’ingresso nell’Alleanza Atlantica.
Non a caso già durante i negoziati russo-ucraini di Istanbul, nel marzo-aprile 2022, poi andati a monte, Mosca si espresse per l’ok a Kiev nella UE, purché restasse neutrale e non aderisse mai alla Nato. Pochi mesi dopo, intervenendo il 17 giugno 2022 al Forum di San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin disse: «L’Ue non è un blocco politico-militare, a differenza della Nato, e non abbiamo nulla in contrario all’adesione». Ricordò tuttavia: «La struttura economica dell’Ucraina richiederà ingenti sussidi, rischia di diventare colonia dell’Ue».
Punto importante ancora oggi, poiché la constatazione che il devastato Paese necessiterà di enormi spese, contribuisce a fare dell’assenso al suo ingresso nell’Ue una carta positiva in mano ai russi che permette loro di mostrarsi in parte «magnanimi», offrendo un importante nulla osta, e nel contempo di scansare la ricostruzione, che, secondo le stime potrebbe richiedere 500 miliardi di dollari. Negli anni non si sono contate le asserzioni di Mosca in tal senso. Il 18 febbraio 2025 il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha detto che «l’adesione all’Ue è un diritto sovrano di Kiev». Poi, il 2 settembre successivo, ancora Putin, incontrando a Pechino il premier slovacco Robert Fico, a margine delle celebrazioni per la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha ribadito che «non siamo mai stati contrari all’Ucraina nell’Ue».
Il 16 dicembre scorso, indiscrezioni di funzionari statunitensi impegnati nei colloqui intermediati Mosca-Kiev hanno confermato «l’apertura della Russia a un’Ucraina nell’Unione come parte di un accordo di pace». Nel gennaio 2026, l’undicesimo dei 28 punti del piano del presidente Usa Donald Trump recitava: «L’Ucraina è idonea all’adesione all’Ue e otterrà un accesso preferenziale a breve termine al mercato europeo mentre questa questione viene valutata». La Russia, insomma, se fino al 2014 riteneva ancora possibile mantenere l’Ucraina sotto la sua sfera egemonica, ha da allora, e a maggior ragione con la lunga attuale guerra, rimodulato le sue priorità, riconoscendo che, se il Paese non è più recuperabile come mercato preferenziale, lo si può almeno tenere fuori dalla Nato, che è ciò che più conta.
Si prendano pure macerie e un’economia da ricostruire, a prezzo di miliardi che non Mosca, ma Bruxelles pagherà, riprendendoseli in parte strappando a Kiev concessioni economiche e indebitamenti semi-coloniali, devono pensare al Cremlino, purché non ci siano basi, né truppe occidentali sul territorio. Quanto all’Ue, che dell’Ucraina ha fatto ormai una questione di prestigio politico fondativo, ben contenta di guadagnare un simile territorio con numerosa popolazione, dovrà calcolarne freddamente l’effettiva convenienza.
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