True
2022-05-29
Il viaggio di Salvini diventa un caso. «Se creo divisioni resto con i figli»
Matteo Salvini (Ansa)
Fino a ieri pomeriggio Matteo Salvini, a quanto risulta alla Verità da fonti di governo, non aveva comunicato né confermato a Palazzo Chigi la volontà di andare a Mosca per interloquire con non meglio precisati esponenti del governo russo. Considerato che fonti del Carroccio hanno fatto sapere che «al momento si parla di una possibilità, qualora l’eventualità diventasse più concreta, Matteo Salvini informerà il presidente Mario Draghi e ne parlerà con i vertici della Lega», possiamo trarre la conclusione che almeno per il momento questo viaggio è destinato a restare una pura ipotesi. Nessuna comunicazione in merito, del resto, è arrivata neanche al ministero degli Esteri: «Non sono stato informato», spiega Luigi Di Maio, ospite del forum «In Masseria» a Manduria, «il governo italiano non sapeva di questa intenzione, quanto passi fra intenzione e ciò che accadrà non lo so, fatto sta che queste vicende richiedono ulteriore responsabilità, in un momento così delicato è la postura del Paese che viene rappresentata. Con Putin ci parla Draghi», aggiunge Di Maio, «consiglio molta prudenza. Andare a Mosca è una cosa complicata. Ognuno di noi quando fa un’azione del genere rappresenta tutto il Paese». «Non commento ipotesi di viaggi anche abbastanza improbabili, quindi non faccio nessun commento», dichiara al Tg3 il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini.
In linea puramente teorica, ci spiegano persone informate dei fatti, a Salvini basterebbe il visto d’ingresso (che ha ottenuto) per volare a Mosca, mentre per recarsi in Ucraina la procedura è molto più complicata, poiché i servizi segreti devono attivarsi per garantire la sicurezza del protagonista dell’iniziativa e del suo staff. Dal punto di vista politico, invece, sarebbe inappropriato che il leader di un partito di maggioranza si assumesse la responsabilità di intavolare trattative con emissari di Vladimir Putin all’insaputa del governo. «Il minimo», ci dice una fonte autorevole, «sarebbe coordinarsi con la presidenza del Consiglio».
«Dopo un lavoro di settimane e a tutti i livelli», ha scritto venerdì sera Salvini nella chat whatsapp della Lega, «ed ormai entrati nel quarto mese di guerra, si sta aprendo la possibilità di incontrare, per parlare di cessate il fuoco, forniture di grano e ritorno al dialogo, rappresentanti dei governi di Russia e Turchia, nonché rappresentanti di altri governi e istituzioni internazionali. Qualora la possibilità si facesse concreta», ha aggiunto Salvini, «nelle prossime ore ne parlerò direttamente coi vertici del movimento e delle istituzioni».
Ieri Salvini è tornato sull’argomento: «Vedremo se sarà tecnicamente possibile adesso o più avanti. Si fa se serve», precisa Salvini a Rai Radio1, «chiunque possa portare un mattoncino che ricostruisca la casa della pace e del dialogo dovrebbe poterlo fare. Io sono piccolissimo, non vado a nome del governo. È evidente, ma vado rappresentando il sentimento della maggioranza degli italiani. Certezze di ascolto nessuno ne ha. Potrei starmene a casa il 2 giugno come faranno in molti. Se il 2 giugno possa essere la data giusta per il viaggio a Mosca? Non dipende da me», argomenta Salvini, «se dovessi riuscire a incontrare Putin gli chiederei, anzitutto, il cessate il fuoco. Incontrerei anche Zelensky. Ci andrei volentieri a Kiev. È una possibilità verso la pace. Bisogna fare di tutto per riportare a un tavolo chi sta combattendo e fermare l’allargarsi del conflitto. Significa salvare vite in Ucraina e salvare posti di lavoro in Italia. Vedremo. D’altronde, io non mi rassegno alla guerra prolungata per settimane, mesi e anni e cerco e cercherò di fare di tutto per fermarla questa guerra. Se poi darò il mio piccolo contributo da Milano, da Roma, da Washington», sottolinea Salvini, «da Mosca, da Pechino, da chissà dove, spero di essere utile. La pace dovrebbe essere patrimonio di tutti. Mi spiace che ci sia qualcuno, soprattutto del Pd, che polemizza». Critico il commento di Giorgia Meloni: «Il viaggio di Salvini a Mosca? Non ne conosco i contenuti», dice la leader di Fratelli d’Italia, «dovrei capirne i contorni, immagino che se fa una scelta del genere ne abbia parlato con il governo del quale fa parte. L’unica cosa sulla quale bisogna fare molta attenzione è non dare segnali di crepe nel fronte, abbiamo in questa fase bisogno di una postura solida dell’Occidente». Va all’attacco il segretario del Pd, Enrico Letta: «Anche in queste ore», dice Letta, «vedo come viene accolta l’ennesima e ultima boutade di Salvini: viene derubricata a folklore. Credo sia il modo di fare sbagliato rispetto al momento e ai tempi drammatici. Non è con il folklore, ma con la serietà che si risolvono le cose. Con i governi parlano i governi. Che si discuta di una visita di Salvini a Mosca», aggiunge Letta, «rende l’idea del livello a cui siamo arrivati».
Le critiche, comunque, sembrano aver colpito nel segno. Ieri, nel tardo pomeriggio, Salvini è tornato a parlare della vicenda: «Sono a Roma, poi valuterò, viste le reazioni isteriche soprattutto della sinistra: avere insulti, minacce e attacchi per una missione di pace fa riflettere. Se devo creare divisioni sto con i miei figli», ha detto il segretario della Lega. «Non essendo un viaggio di piacere, ma un viaggio in una zona di guerra, se si aggiunge il coro di sottofondo di Letta, Meloni, Renzi, Calenda e degli intellettuali radical chic che preferiscono le armi e il conflitto, vediamo se ci sono le condizioni: per la pace sono disposto a tutto, a incontrare tutti».
Macron e Scholz in pressing su Putin
La linea telefonica sull’asse Parigi-Berlino-Mosca continua a essere calda anche se, fin qui, all’intensità dei contatti non sono corrisposti altrettanti risultati diplomatici concreti. Ieri Vladimir Putin, Emmanuel Macron e Olaf Scholz hanno avuto un nuovo colloquio.
Nella conversazione, durata 80 minuti, è stato affrontato il tema del blocco del grano, con una promessa del presidente russo di «accordare un accesso delle navi al porto» di Odessa «per l’esportazione di cereali senza che esso sia utilizzato militarmente dalla Russia» se il porto stesso «sarà stato in precedenza sminato». Putin ha tuttavia posto ancora l’accento sulla fornitura di armi a Kiev che «rischia di creare una ulteriore destabilizzazione, un ulteriore peggioramento della situazione e un aggravamento della crisi umanitaria».
Il governo tedesco ha reso noto che sia il cancelliere che il presidente francese hanno chiesto al presidente russo «negoziati diretti e seri» con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nella telefonata con il presidente russo, come ha precisato l’Eliseo, i due leader europei hanno «insistito sul fatto che qualsiasi soluzione alla guerra deve essere negoziata fra Mosca e Kiev, nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina». Macron e Scholz «hanno ribadito l’esigenza di un cessate il fuoco». Il capo del Cremlino, dal canto suo, ha assicurato che «la Russia è pronta a riprendere il dialogo con l’Ucraina». Ha tuttavia fatto presente che il negoziato «è congelato per colpa di Kiev».
Scholz e Macron hanno inoltre chiesto a Putin di liberare i 2.500 combattenti ucraini catturati nell’acciaieria Azovstal di Mariupol. Non è chiaro che garanzie abbia dato Putin in questo senso, ma la liberazione dei soldati non sembrerebbe in cima alle preoccupazioni del Cremlino, anche perché Mosca parrebbe interessata a portare quei militari alla sbarra in uno spettacolare processo per crimini di guerra, una sorta di nuova Norimberga, che ovviamente costituirebbe anche una fantastica tribuna propagandistica per il governo russo. «Stiamo progettando di organizzare un tribunale internazionale sul territorio della repubblica», ha affermato in questi giorni Denis Pushilin, il leader di un territorio controllato dalla Russia nella regione di Donetsk.
Tornando al colloquio di ieri con Scholz e Macron, il presidente russo ha comunque rassicurato gli interlocutori che le forze russe sono impegnate «a ristabilire la pace» a Mariupol e nelle altre «città liberate» del Donbass. Inoltre Putin ha affermato che le forze russe «osservano strettamente le norme del diritto umanitario internazionale».
Le triangolazioni tra Parigi, Berlino e Mosca, come detto, sono state frequenti in questi mesi, anche nei momenti di più alta tensione militare e diplomatica. Su quell’asse esiste del resto un consolidato canale diplomatico che risale almeno ai tempi della guerra in Iraq, quando Putin, Jacques Chirac e Gerhard Schröder incarnarono la principale opposizione politica alla guerra di George W. Bush. Finora, tuttavia, i colloqui non sono mai andati oltre generiche raccomandazioni e promesse. Anche perché è forte l’impressione che Putin voglia avere definitivamente in mano la vittoria militare, lasciando le vere trattative per il momento in cui potrà arrivare al tavolo con i confini dell’Ucraina già stravolti dagli eventi bellici.
Continua a leggereRiduci
L’ipotesi di una missione del leader leghista in Russia agita la politica. Luigi Di Maio lo gela: «Con il presidente russo ci parla Draghi». Critica pure Giorgia Meloni. L’ex ministro dell’Interno tentenna: «Vediamo se ci sono le condizioni».Emmanuel Macron e Olaf Scholz in pressing su Vladimir Putin. Telefonata di 80 minuti tra gli statisti: «Abbiamo chiesto negoziati diretti e seri». Ma il Cremlino insiste: «Le armi all’Ucraina creano ulteriore destabilizzazione». Lo speciale comprende due articoli.Fino a ieri pomeriggio Matteo Salvini, a quanto risulta alla Verità da fonti di governo, non aveva comunicato né confermato a Palazzo Chigi la volontà di andare a Mosca per interloquire con non meglio precisati esponenti del governo russo. Considerato che fonti del Carroccio hanno fatto sapere che «al momento si parla di una possibilità, qualora l’eventualità diventasse più concreta, Matteo Salvini informerà il presidente Mario Draghi e ne parlerà con i vertici della Lega», possiamo trarre la conclusione che almeno per il momento questo viaggio è destinato a restare una pura ipotesi. Nessuna comunicazione in merito, del resto, è arrivata neanche al ministero degli Esteri: «Non sono stato informato», spiega Luigi Di Maio, ospite del forum «In Masseria» a Manduria, «il governo italiano non sapeva di questa intenzione, quanto passi fra intenzione e ciò che accadrà non lo so, fatto sta che queste vicende richiedono ulteriore responsabilità, in un momento così delicato è la postura del Paese che viene rappresentata. Con Putin ci parla Draghi», aggiunge Di Maio, «consiglio molta prudenza. Andare a Mosca è una cosa complicata. Ognuno di noi quando fa un’azione del genere rappresenta tutto il Paese». «Non commento ipotesi di viaggi anche abbastanza improbabili, quindi non faccio nessun commento», dichiara al Tg3 il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. In linea puramente teorica, ci spiegano persone informate dei fatti, a Salvini basterebbe il visto d’ingresso (che ha ottenuto) per volare a Mosca, mentre per recarsi in Ucraina la procedura è molto più complicata, poiché i servizi segreti devono attivarsi per garantire la sicurezza del protagonista dell’iniziativa e del suo staff. Dal punto di vista politico, invece, sarebbe inappropriato che il leader di un partito di maggioranza si assumesse la responsabilità di intavolare trattative con emissari di Vladimir Putin all’insaputa del governo. «Il minimo», ci dice una fonte autorevole, «sarebbe coordinarsi con la presidenza del Consiglio». «Dopo un lavoro di settimane e a tutti i livelli», ha scritto venerdì sera Salvini nella chat whatsapp della Lega, «ed ormai entrati nel quarto mese di guerra, si sta aprendo la possibilità di incontrare, per parlare di cessate il fuoco, forniture di grano e ritorno al dialogo, rappresentanti dei governi di Russia e Turchia, nonché rappresentanti di altri governi e istituzioni internazionali. Qualora la possibilità si facesse concreta», ha aggiunto Salvini, «nelle prossime ore ne parlerò direttamente coi vertici del movimento e delle istituzioni». Ieri Salvini è tornato sull’argomento: «Vedremo se sarà tecnicamente possibile adesso o più avanti. Si fa se serve», precisa Salvini a Rai Radio1, «chiunque possa portare un mattoncino che ricostruisca la casa della pace e del dialogo dovrebbe poterlo fare. Io sono piccolissimo, non vado a nome del governo. È evidente, ma vado rappresentando il sentimento della maggioranza degli italiani. Certezze di ascolto nessuno ne ha. Potrei starmene a casa il 2 giugno come faranno in molti. Se il 2 giugno possa essere la data giusta per il viaggio a Mosca? Non dipende da me», argomenta Salvini, «se dovessi riuscire a incontrare Putin gli chiederei, anzitutto, il cessate il fuoco. Incontrerei anche Zelensky. Ci andrei volentieri a Kiev. È una possibilità verso la pace. Bisogna fare di tutto per riportare a un tavolo chi sta combattendo e fermare l’allargarsi del conflitto. Significa salvare vite in Ucraina e salvare posti di lavoro in Italia. Vedremo. D’altronde, io non mi rassegno alla guerra prolungata per settimane, mesi e anni e cerco e cercherò di fare di tutto per fermarla questa guerra. Se poi darò il mio piccolo contributo da Milano, da Roma, da Washington», sottolinea Salvini, «da Mosca, da Pechino, da chissà dove, spero di essere utile. La pace dovrebbe essere patrimonio di tutti. Mi spiace che ci sia qualcuno, soprattutto del Pd, che polemizza». Critico il commento di Giorgia Meloni: «Il viaggio di Salvini a Mosca? Non ne conosco i contenuti», dice la leader di Fratelli d’Italia, «dovrei capirne i contorni, immagino che se fa una scelta del genere ne abbia parlato con il governo del quale fa parte. L’unica cosa sulla quale bisogna fare molta attenzione è non dare segnali di crepe nel fronte, abbiamo in questa fase bisogno di una postura solida dell’Occidente». Va all’attacco il segretario del Pd, Enrico Letta: «Anche in queste ore», dice Letta, «vedo come viene accolta l’ennesima e ultima boutade di Salvini: viene derubricata a folklore. Credo sia il modo di fare sbagliato rispetto al momento e ai tempi drammatici. Non è con il folklore, ma con la serietà che si risolvono le cose. Con i governi parlano i governi. Che si discuta di una visita di Salvini a Mosca», aggiunge Letta, «rende l’idea del livello a cui siamo arrivati». Le critiche, comunque, sembrano aver colpito nel segno. Ieri, nel tardo pomeriggio, Salvini è tornato a parlare della vicenda: «Sono a Roma, poi valuterò, viste le reazioni isteriche soprattutto della sinistra: avere insulti, minacce e attacchi per una missione di pace fa riflettere. Se devo creare divisioni sto con i miei figli», ha detto il segretario della Lega. «Non essendo un viaggio di piacere, ma un viaggio in una zona di guerra, se si aggiunge il coro di sottofondo di Letta, Meloni, Renzi, Calenda e degli intellettuali radical chic che preferiscono le armi e il conflitto, vediamo se ci sono le condizioni: per la pace sono disposto a tutto, a incontrare tutti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-viaggio-di-salvini-diventa-un-caso-se-creo-divisioni-resto-con-i-figli-2657406767.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-e-scholz-in-pressing-su-putin" data-post-id="2657406767" data-published-at="1653763533" data-use-pagination="False"> Macron e Scholz in pressing su Putin La linea telefonica sull’asse Parigi-Berlino-Mosca continua a essere calda anche se, fin qui, all’intensità dei contatti non sono corrisposti altrettanti risultati diplomatici concreti. Ieri Vladimir Putin, Emmanuel Macron e Olaf Scholz hanno avuto un nuovo colloquio. Nella conversazione, durata 80 minuti, è stato affrontato il tema del blocco del grano, con una promessa del presidente russo di «accordare un accesso delle navi al porto» di Odessa «per l’esportazione di cereali senza che esso sia utilizzato militarmente dalla Russia» se il porto stesso «sarà stato in precedenza sminato». Putin ha tuttavia posto ancora l’accento sulla fornitura di armi a Kiev che «rischia di creare una ulteriore destabilizzazione, un ulteriore peggioramento della situazione e un aggravamento della crisi umanitaria». Il governo tedesco ha reso noto che sia il cancelliere che il presidente francese hanno chiesto al presidente russo «negoziati diretti e seri» con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nella telefonata con il presidente russo, come ha precisato l’Eliseo, i due leader europei hanno «insistito sul fatto che qualsiasi soluzione alla guerra deve essere negoziata fra Mosca e Kiev, nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina». Macron e Scholz «hanno ribadito l’esigenza di un cessate il fuoco». Il capo del Cremlino, dal canto suo, ha assicurato che «la Russia è pronta a riprendere il dialogo con l’Ucraina». Ha tuttavia fatto presente che il negoziato «è congelato per colpa di Kiev». Scholz e Macron hanno inoltre chiesto a Putin di liberare i 2.500 combattenti ucraini catturati nell’acciaieria Azovstal di Mariupol. Non è chiaro che garanzie abbia dato Putin in questo senso, ma la liberazione dei soldati non sembrerebbe in cima alle preoccupazioni del Cremlino, anche perché Mosca parrebbe interessata a portare quei militari alla sbarra in uno spettacolare processo per crimini di guerra, una sorta di nuova Norimberga, che ovviamente costituirebbe anche una fantastica tribuna propagandistica per il governo russo. «Stiamo progettando di organizzare un tribunale internazionale sul territorio della repubblica», ha affermato in questi giorni Denis Pushilin, il leader di un territorio controllato dalla Russia nella regione di Donetsk. Tornando al colloquio di ieri con Scholz e Macron, il presidente russo ha comunque rassicurato gli interlocutori che le forze russe sono impegnate «a ristabilire la pace» a Mariupol e nelle altre «città liberate» del Donbass. Inoltre Putin ha affermato che le forze russe «osservano strettamente le norme del diritto umanitario internazionale». Le triangolazioni tra Parigi, Berlino e Mosca, come detto, sono state frequenti in questi mesi, anche nei momenti di più alta tensione militare e diplomatica. Su quell’asse esiste del resto un consolidato canale diplomatico che risale almeno ai tempi della guerra in Iraq, quando Putin, Jacques Chirac e Gerhard Schröder incarnarono la principale opposizione politica alla guerra di George W. Bush. Finora, tuttavia, i colloqui non sono mai andati oltre generiche raccomandazioni e promesse. Anche perché è forte l’impressione che Putin voglia avere definitivamente in mano la vittoria militare, lasciando le vere trattative per il momento in cui potrà arrivare al tavolo con i confini dell’Ucraina già stravolti dagli eventi bellici.
content.jwplatform.com
Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
Continua a leggereRiduci
«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
Continua a leggereRiduci
(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
Continua a leggereRiduci