True
2022-05-29
Il viaggio di Salvini diventa un caso. «Se creo divisioni resto con i figli»
Matteo Salvini (Ansa)
Fino a ieri pomeriggio Matteo Salvini, a quanto risulta alla Verità da fonti di governo, non aveva comunicato né confermato a Palazzo Chigi la volontà di andare a Mosca per interloquire con non meglio precisati esponenti del governo russo. Considerato che fonti del Carroccio hanno fatto sapere che «al momento si parla di una possibilità, qualora l’eventualità diventasse più concreta, Matteo Salvini informerà il presidente Mario Draghi e ne parlerà con i vertici della Lega», possiamo trarre la conclusione che almeno per il momento questo viaggio è destinato a restare una pura ipotesi. Nessuna comunicazione in merito, del resto, è arrivata neanche al ministero degli Esteri: «Non sono stato informato», spiega Luigi Di Maio, ospite del forum «In Masseria» a Manduria, «il governo italiano non sapeva di questa intenzione, quanto passi fra intenzione e ciò che accadrà non lo so, fatto sta che queste vicende richiedono ulteriore responsabilità, in un momento così delicato è la postura del Paese che viene rappresentata. Con Putin ci parla Draghi», aggiunge Di Maio, «consiglio molta prudenza. Andare a Mosca è una cosa complicata. Ognuno di noi quando fa un’azione del genere rappresenta tutto il Paese». «Non commento ipotesi di viaggi anche abbastanza improbabili, quindi non faccio nessun commento», dichiara al Tg3 il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini.
In linea puramente teorica, ci spiegano persone informate dei fatti, a Salvini basterebbe il visto d’ingresso (che ha ottenuto) per volare a Mosca, mentre per recarsi in Ucraina la procedura è molto più complicata, poiché i servizi segreti devono attivarsi per garantire la sicurezza del protagonista dell’iniziativa e del suo staff. Dal punto di vista politico, invece, sarebbe inappropriato che il leader di un partito di maggioranza si assumesse la responsabilità di intavolare trattative con emissari di Vladimir Putin all’insaputa del governo. «Il minimo», ci dice una fonte autorevole, «sarebbe coordinarsi con la presidenza del Consiglio».
«Dopo un lavoro di settimane e a tutti i livelli», ha scritto venerdì sera Salvini nella chat whatsapp della Lega, «ed ormai entrati nel quarto mese di guerra, si sta aprendo la possibilità di incontrare, per parlare di cessate il fuoco, forniture di grano e ritorno al dialogo, rappresentanti dei governi di Russia e Turchia, nonché rappresentanti di altri governi e istituzioni internazionali. Qualora la possibilità si facesse concreta», ha aggiunto Salvini, «nelle prossime ore ne parlerò direttamente coi vertici del movimento e delle istituzioni».
Ieri Salvini è tornato sull’argomento: «Vedremo se sarà tecnicamente possibile adesso o più avanti. Si fa se serve», precisa Salvini a Rai Radio1, «chiunque possa portare un mattoncino che ricostruisca la casa della pace e del dialogo dovrebbe poterlo fare. Io sono piccolissimo, non vado a nome del governo. È evidente, ma vado rappresentando il sentimento della maggioranza degli italiani. Certezze di ascolto nessuno ne ha. Potrei starmene a casa il 2 giugno come faranno in molti. Se il 2 giugno possa essere la data giusta per il viaggio a Mosca? Non dipende da me», argomenta Salvini, «se dovessi riuscire a incontrare Putin gli chiederei, anzitutto, il cessate il fuoco. Incontrerei anche Zelensky. Ci andrei volentieri a Kiev. È una possibilità verso la pace. Bisogna fare di tutto per riportare a un tavolo chi sta combattendo e fermare l’allargarsi del conflitto. Significa salvare vite in Ucraina e salvare posti di lavoro in Italia. Vedremo. D’altronde, io non mi rassegno alla guerra prolungata per settimane, mesi e anni e cerco e cercherò di fare di tutto per fermarla questa guerra. Se poi darò il mio piccolo contributo da Milano, da Roma, da Washington», sottolinea Salvini, «da Mosca, da Pechino, da chissà dove, spero di essere utile. La pace dovrebbe essere patrimonio di tutti. Mi spiace che ci sia qualcuno, soprattutto del Pd, che polemizza». Critico il commento di Giorgia Meloni: «Il viaggio di Salvini a Mosca? Non ne conosco i contenuti», dice la leader di Fratelli d’Italia, «dovrei capirne i contorni, immagino che se fa una scelta del genere ne abbia parlato con il governo del quale fa parte. L’unica cosa sulla quale bisogna fare molta attenzione è non dare segnali di crepe nel fronte, abbiamo in questa fase bisogno di una postura solida dell’Occidente». Va all’attacco il segretario del Pd, Enrico Letta: «Anche in queste ore», dice Letta, «vedo come viene accolta l’ennesima e ultima boutade di Salvini: viene derubricata a folklore. Credo sia il modo di fare sbagliato rispetto al momento e ai tempi drammatici. Non è con il folklore, ma con la serietà che si risolvono le cose. Con i governi parlano i governi. Che si discuta di una visita di Salvini a Mosca», aggiunge Letta, «rende l’idea del livello a cui siamo arrivati».
Le critiche, comunque, sembrano aver colpito nel segno. Ieri, nel tardo pomeriggio, Salvini è tornato a parlare della vicenda: «Sono a Roma, poi valuterò, viste le reazioni isteriche soprattutto della sinistra: avere insulti, minacce e attacchi per una missione di pace fa riflettere. Se devo creare divisioni sto con i miei figli», ha detto il segretario della Lega. «Non essendo un viaggio di piacere, ma un viaggio in una zona di guerra, se si aggiunge il coro di sottofondo di Letta, Meloni, Renzi, Calenda e degli intellettuali radical chic che preferiscono le armi e il conflitto, vediamo se ci sono le condizioni: per la pace sono disposto a tutto, a incontrare tutti».
Macron e Scholz in pressing su Putin
La linea telefonica sull’asse Parigi-Berlino-Mosca continua a essere calda anche se, fin qui, all’intensità dei contatti non sono corrisposti altrettanti risultati diplomatici concreti. Ieri Vladimir Putin, Emmanuel Macron e Olaf Scholz hanno avuto un nuovo colloquio.
Nella conversazione, durata 80 minuti, è stato affrontato il tema del blocco del grano, con una promessa del presidente russo di «accordare un accesso delle navi al porto» di Odessa «per l’esportazione di cereali senza che esso sia utilizzato militarmente dalla Russia» se il porto stesso «sarà stato in precedenza sminato». Putin ha tuttavia posto ancora l’accento sulla fornitura di armi a Kiev che «rischia di creare una ulteriore destabilizzazione, un ulteriore peggioramento della situazione e un aggravamento della crisi umanitaria».
Il governo tedesco ha reso noto che sia il cancelliere che il presidente francese hanno chiesto al presidente russo «negoziati diretti e seri» con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nella telefonata con il presidente russo, come ha precisato l’Eliseo, i due leader europei hanno «insistito sul fatto che qualsiasi soluzione alla guerra deve essere negoziata fra Mosca e Kiev, nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina». Macron e Scholz «hanno ribadito l’esigenza di un cessate il fuoco». Il capo del Cremlino, dal canto suo, ha assicurato che «la Russia è pronta a riprendere il dialogo con l’Ucraina». Ha tuttavia fatto presente che il negoziato «è congelato per colpa di Kiev».
Scholz e Macron hanno inoltre chiesto a Putin di liberare i 2.500 combattenti ucraini catturati nell’acciaieria Azovstal di Mariupol. Non è chiaro che garanzie abbia dato Putin in questo senso, ma la liberazione dei soldati non sembrerebbe in cima alle preoccupazioni del Cremlino, anche perché Mosca parrebbe interessata a portare quei militari alla sbarra in uno spettacolare processo per crimini di guerra, una sorta di nuova Norimberga, che ovviamente costituirebbe anche una fantastica tribuna propagandistica per il governo russo. «Stiamo progettando di organizzare un tribunale internazionale sul territorio della repubblica», ha affermato in questi giorni Denis Pushilin, il leader di un territorio controllato dalla Russia nella regione di Donetsk.
Tornando al colloquio di ieri con Scholz e Macron, il presidente russo ha comunque rassicurato gli interlocutori che le forze russe sono impegnate «a ristabilire la pace» a Mariupol e nelle altre «città liberate» del Donbass. Inoltre Putin ha affermato che le forze russe «osservano strettamente le norme del diritto umanitario internazionale».
Le triangolazioni tra Parigi, Berlino e Mosca, come detto, sono state frequenti in questi mesi, anche nei momenti di più alta tensione militare e diplomatica. Su quell’asse esiste del resto un consolidato canale diplomatico che risale almeno ai tempi della guerra in Iraq, quando Putin, Jacques Chirac e Gerhard Schröder incarnarono la principale opposizione politica alla guerra di George W. Bush. Finora, tuttavia, i colloqui non sono mai andati oltre generiche raccomandazioni e promesse. Anche perché è forte l’impressione che Putin voglia avere definitivamente in mano la vittoria militare, lasciando le vere trattative per il momento in cui potrà arrivare al tavolo con i confini dell’Ucraina già stravolti dagli eventi bellici.
Continua a leggereRiduci
L’ipotesi di una missione del leader leghista in Russia agita la politica. Luigi Di Maio lo gela: «Con il presidente russo ci parla Draghi». Critica pure Giorgia Meloni. L’ex ministro dell’Interno tentenna: «Vediamo se ci sono le condizioni».Emmanuel Macron e Olaf Scholz in pressing su Vladimir Putin. Telefonata di 80 minuti tra gli statisti: «Abbiamo chiesto negoziati diretti e seri». Ma il Cremlino insiste: «Le armi all’Ucraina creano ulteriore destabilizzazione». Lo speciale comprende due articoli.Fino a ieri pomeriggio Matteo Salvini, a quanto risulta alla Verità da fonti di governo, non aveva comunicato né confermato a Palazzo Chigi la volontà di andare a Mosca per interloquire con non meglio precisati esponenti del governo russo. Considerato che fonti del Carroccio hanno fatto sapere che «al momento si parla di una possibilità, qualora l’eventualità diventasse più concreta, Matteo Salvini informerà il presidente Mario Draghi e ne parlerà con i vertici della Lega», possiamo trarre la conclusione che almeno per il momento questo viaggio è destinato a restare una pura ipotesi. Nessuna comunicazione in merito, del resto, è arrivata neanche al ministero degli Esteri: «Non sono stato informato», spiega Luigi Di Maio, ospite del forum «In Masseria» a Manduria, «il governo italiano non sapeva di questa intenzione, quanto passi fra intenzione e ciò che accadrà non lo so, fatto sta che queste vicende richiedono ulteriore responsabilità, in un momento così delicato è la postura del Paese che viene rappresentata. Con Putin ci parla Draghi», aggiunge Di Maio, «consiglio molta prudenza. Andare a Mosca è una cosa complicata. Ognuno di noi quando fa un’azione del genere rappresenta tutto il Paese». «Non commento ipotesi di viaggi anche abbastanza improbabili, quindi non faccio nessun commento», dichiara al Tg3 il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. In linea puramente teorica, ci spiegano persone informate dei fatti, a Salvini basterebbe il visto d’ingresso (che ha ottenuto) per volare a Mosca, mentre per recarsi in Ucraina la procedura è molto più complicata, poiché i servizi segreti devono attivarsi per garantire la sicurezza del protagonista dell’iniziativa e del suo staff. Dal punto di vista politico, invece, sarebbe inappropriato che il leader di un partito di maggioranza si assumesse la responsabilità di intavolare trattative con emissari di Vladimir Putin all’insaputa del governo. «Il minimo», ci dice una fonte autorevole, «sarebbe coordinarsi con la presidenza del Consiglio». «Dopo un lavoro di settimane e a tutti i livelli», ha scritto venerdì sera Salvini nella chat whatsapp della Lega, «ed ormai entrati nel quarto mese di guerra, si sta aprendo la possibilità di incontrare, per parlare di cessate il fuoco, forniture di grano e ritorno al dialogo, rappresentanti dei governi di Russia e Turchia, nonché rappresentanti di altri governi e istituzioni internazionali. Qualora la possibilità si facesse concreta», ha aggiunto Salvini, «nelle prossime ore ne parlerò direttamente coi vertici del movimento e delle istituzioni». Ieri Salvini è tornato sull’argomento: «Vedremo se sarà tecnicamente possibile adesso o più avanti. Si fa se serve», precisa Salvini a Rai Radio1, «chiunque possa portare un mattoncino che ricostruisca la casa della pace e del dialogo dovrebbe poterlo fare. Io sono piccolissimo, non vado a nome del governo. È evidente, ma vado rappresentando il sentimento della maggioranza degli italiani. Certezze di ascolto nessuno ne ha. Potrei starmene a casa il 2 giugno come faranno in molti. Se il 2 giugno possa essere la data giusta per il viaggio a Mosca? Non dipende da me», argomenta Salvini, «se dovessi riuscire a incontrare Putin gli chiederei, anzitutto, il cessate il fuoco. Incontrerei anche Zelensky. Ci andrei volentieri a Kiev. È una possibilità verso la pace. Bisogna fare di tutto per riportare a un tavolo chi sta combattendo e fermare l’allargarsi del conflitto. Significa salvare vite in Ucraina e salvare posti di lavoro in Italia. Vedremo. D’altronde, io non mi rassegno alla guerra prolungata per settimane, mesi e anni e cerco e cercherò di fare di tutto per fermarla questa guerra. Se poi darò il mio piccolo contributo da Milano, da Roma, da Washington», sottolinea Salvini, «da Mosca, da Pechino, da chissà dove, spero di essere utile. La pace dovrebbe essere patrimonio di tutti. Mi spiace che ci sia qualcuno, soprattutto del Pd, che polemizza». Critico il commento di Giorgia Meloni: «Il viaggio di Salvini a Mosca? Non ne conosco i contenuti», dice la leader di Fratelli d’Italia, «dovrei capirne i contorni, immagino che se fa una scelta del genere ne abbia parlato con il governo del quale fa parte. L’unica cosa sulla quale bisogna fare molta attenzione è non dare segnali di crepe nel fronte, abbiamo in questa fase bisogno di una postura solida dell’Occidente». Va all’attacco il segretario del Pd, Enrico Letta: «Anche in queste ore», dice Letta, «vedo come viene accolta l’ennesima e ultima boutade di Salvini: viene derubricata a folklore. Credo sia il modo di fare sbagliato rispetto al momento e ai tempi drammatici. Non è con il folklore, ma con la serietà che si risolvono le cose. Con i governi parlano i governi. Che si discuta di una visita di Salvini a Mosca», aggiunge Letta, «rende l’idea del livello a cui siamo arrivati». Le critiche, comunque, sembrano aver colpito nel segno. Ieri, nel tardo pomeriggio, Salvini è tornato a parlare della vicenda: «Sono a Roma, poi valuterò, viste le reazioni isteriche soprattutto della sinistra: avere insulti, minacce e attacchi per una missione di pace fa riflettere. Se devo creare divisioni sto con i miei figli», ha detto il segretario della Lega. «Non essendo un viaggio di piacere, ma un viaggio in una zona di guerra, se si aggiunge il coro di sottofondo di Letta, Meloni, Renzi, Calenda e degli intellettuali radical chic che preferiscono le armi e il conflitto, vediamo se ci sono le condizioni: per la pace sono disposto a tutto, a incontrare tutti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-viaggio-di-salvini-diventa-un-caso-se-creo-divisioni-resto-con-i-figli-2657406767.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-e-scholz-in-pressing-su-putin" data-post-id="2657406767" data-published-at="1653763533" data-use-pagination="False"> Macron e Scholz in pressing su Putin La linea telefonica sull’asse Parigi-Berlino-Mosca continua a essere calda anche se, fin qui, all’intensità dei contatti non sono corrisposti altrettanti risultati diplomatici concreti. Ieri Vladimir Putin, Emmanuel Macron e Olaf Scholz hanno avuto un nuovo colloquio. Nella conversazione, durata 80 minuti, è stato affrontato il tema del blocco del grano, con una promessa del presidente russo di «accordare un accesso delle navi al porto» di Odessa «per l’esportazione di cereali senza che esso sia utilizzato militarmente dalla Russia» se il porto stesso «sarà stato in precedenza sminato». Putin ha tuttavia posto ancora l’accento sulla fornitura di armi a Kiev che «rischia di creare una ulteriore destabilizzazione, un ulteriore peggioramento della situazione e un aggravamento della crisi umanitaria». Il governo tedesco ha reso noto che sia il cancelliere che il presidente francese hanno chiesto al presidente russo «negoziati diretti e seri» con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nella telefonata con il presidente russo, come ha precisato l’Eliseo, i due leader europei hanno «insistito sul fatto che qualsiasi soluzione alla guerra deve essere negoziata fra Mosca e Kiev, nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina». Macron e Scholz «hanno ribadito l’esigenza di un cessate il fuoco». Il capo del Cremlino, dal canto suo, ha assicurato che «la Russia è pronta a riprendere il dialogo con l’Ucraina». Ha tuttavia fatto presente che il negoziato «è congelato per colpa di Kiev». Scholz e Macron hanno inoltre chiesto a Putin di liberare i 2.500 combattenti ucraini catturati nell’acciaieria Azovstal di Mariupol. Non è chiaro che garanzie abbia dato Putin in questo senso, ma la liberazione dei soldati non sembrerebbe in cima alle preoccupazioni del Cremlino, anche perché Mosca parrebbe interessata a portare quei militari alla sbarra in uno spettacolare processo per crimini di guerra, una sorta di nuova Norimberga, che ovviamente costituirebbe anche una fantastica tribuna propagandistica per il governo russo. «Stiamo progettando di organizzare un tribunale internazionale sul territorio della repubblica», ha affermato in questi giorni Denis Pushilin, il leader di un territorio controllato dalla Russia nella regione di Donetsk. Tornando al colloquio di ieri con Scholz e Macron, il presidente russo ha comunque rassicurato gli interlocutori che le forze russe sono impegnate «a ristabilire la pace» a Mariupol e nelle altre «città liberate» del Donbass. Inoltre Putin ha affermato che le forze russe «osservano strettamente le norme del diritto umanitario internazionale». Le triangolazioni tra Parigi, Berlino e Mosca, come detto, sono state frequenti in questi mesi, anche nei momenti di più alta tensione militare e diplomatica. Su quell’asse esiste del resto un consolidato canale diplomatico che risale almeno ai tempi della guerra in Iraq, quando Putin, Jacques Chirac e Gerhard Schröder incarnarono la principale opposizione politica alla guerra di George W. Bush. Finora, tuttavia, i colloqui non sono mai andati oltre generiche raccomandazioni e promesse. Anche perché è forte l’impressione che Putin voglia avere definitivamente in mano la vittoria militare, lasciando le vere trattative per il momento in cui potrà arrivare al tavolo con i confini dell’Ucraina già stravolti dagli eventi bellici.
Getty Images
Attualmente gli Stati Uniti mantengono 84.000 militari in Europa, dislocati in circa cinquanta basi. I principali snodi si trovano in Germania, Italia e Regno Unito, mentre la Francia non ospita alcuna base americana permanente. Il quartier generale del comando statunitense in Europa è situato a Stoccarda, da dove viene coordinata una forza che, secondo un rapporto del Congresso, risulta «strettamente integrata nelle attività e negli obiettivi della Nato».
Sul piano strategico-nucleare, sei basi Nato, distribuite in cinque Paesi membri – Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia – custodiscono circa 100 ordigni nucleari statunitensi. Si tratta delle bombe tattiche B61, concepite esclusivamente per l’impiego da parte di bombardieri o caccia americani o alleati certificati. Dalla sua istituzione nel 1949, con il Trattato di Washington, la Nato è stata il perno della sicurezza americana in Europa, come ricorda il Center for Strategic and International Studies. L’articolo 5 garantisce che un attacco contro uno solo dei membri venga considerato un’aggressione contro tutti, estendendo di fatto l’ombrello militare statunitense all’intero continente.
Questo impianto, rimasto sostanzialmente invariato dalla fine della Seconda guerra mondiale, oggi appare messo in discussione. Il discorso del vicepresidente J.D. Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, i segnali di dialogo tra Donald Trump e Vladimir Putin sull’Ucraina e la diffusione di una dottrina strategica definita «aggressiva» da più capitali europee hanno alimentato il timore di un possibile ridimensionamento dell’impegno americano.
Sul fronte finanziario, Washington ha alzato ulteriormente l’asticella chiedendo agli alleati di destinare il 5% del Pil alla difesa. Un obiettivo giudicato irrealistico nel breve termine dalla maggior parte degli Stati membri. Nel 2014, solo tre Paesi – Stati Uniti, Regno Unito e Grecia – avevano raggiunto la soglia minima del 2%. Oggi 23 Paesi Nato superano quel livello, e 16 di essi lo hanno fatto soltanto dopo il 2022, sotto la spinta del conflitto ucraino. La guerra in Ucraina resta infatti il contesto determinante. La Russia controlla quasi il 20% del territorio ucraino. Già dopo l’annessione della Crimea nel 2014, la Nato aveva rafforzato il fianco orientale schierando quattro gruppi di battaglia nei Paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) e in Polonia. Dopo il 24 febbraio 2022, altri quattro battlegroup sono stati dispiegati in Bulgaria, Ungheria, Romania e Slovacchia.
Queste forze contano complessivamente circa 10.000 soldati, tra cui 770 militari francesi – 550 in Romania e 220 in Estonia – e si aggiungono al vasto sistema di basi navali, aeree e terrestri già presenti sul continente. Nonostante questi numeri, la capacità reale dell’Europa rimane limitata. Come osserva Camille Grand, ex vicesegretario generale della Nato, molti eserciti europei, protetti per decenni dall’ombrello americano e frenati da bilanci contenuti, si sono trasformati in «eserciti bonsai»: strutture ridotte, con capacità parziali ma prive di profondità operativa. I dati confermano il quadro: 12 Paesi europei non dispongono di carri armati, mentre 14 Stati non possiedono aerei da combattimento. In molti casi, i mezzi disponibili non sono sufficientemente moderni o pronti all’impiego.
La dipendenza diventa totale nelle capacità strategiche. Intelligence, sorveglianza e ricognizione, così come droni, satelliti, aerei da rifornimento e da trasporto, restano largamente insufficienti senza il supporto statunitense. L’operazione francese in Mali nel 2013 richiese l’intervento di aerei americani per il rifornimento in volo, mentre durante la guerra in Libia nel 2011 le scorte di bombe a guida laser si esaurirono rapidamente. Secondo le stime del Bruegel Institute, riprese da Le Figaro, per garantire una sicurezza credibile senza l’appoggio degli Stati Uniti l’Europa dovrebbe investire almeno 250 miliardi di euro all’anno. Una cifra che fotografa con precisione il divario accumulato e pone una domanda politica inevitabile: il Vecchio Continente è disposto a sostenere un simile sforzo, o continuerà ad affidare la propria difesa a un alleato sempre meno disposto a farsene carico?
Continua a leggereRiduci
(Totaleu)
Lo ha detto il Ministro per gli Affari europei in un’intervista margine degli Ecr Study Days a Roma.
Getty Images
Ed è quel che ha pensato il gran capo della Fifa, l’imbarazzante Infantino, dopo aver intestato a Trump un neonato riconoscimento Fifa. Solo che stavolta lo show diventa un caso diplomatico e rischia di diventare imbarazzante e difficile da gestire perché, come dicevamo, la partita celebrativa dell’orgoglio Lgbtq+ sarà Egitto contro Iran, due Paesi dove gay, lesbiche e trans finiscono in carcere o addirittura condannate a morte.
Ora, delle due l’una: o censuri chi non si adegua a certe regole oppure imporre le proprie regole diventa ingerenza negli affari altrui. E non si può. Com’è noto il match del 26 giugno a Seattle, una delle città in cui la cultura Lgbtq+ è più radicata, era stata scelto da tempo come pride match, visto che si giocherà di venerdì, alle porte del nel weekend dell’orgoglio gay. Diciamo che la sorte ha deciso di farsi beffa di Infantino e del politically correct. Infatti le due nazioni hanno immediatamente protestato: che c’entriamo noi con queste convenzioni occidentali? Del resto la protesta ha un senso: se nessuno boicotta gli Stati dove l’omosessualità è reato, perché poi dovrebbero partecipare ad un rito occidentale? Per loro la scelta è «inappropriata e politicamente connotata». Così Iran ed Egitto hanno presentato un’obiezione formale, tant’è che Mehdi Taj, presidente della Federcalcio iraniana, ha spiegato la posizione del governo iraniano e della sua federazione: «Sia noi che l’Egitto abbiamo protestato. È stata una decisione irragionevole che sembrava favorire un gruppo particolare. Affronteremo sicuramente la questione». Se le Federcalcio di Iran ed Egitto non hanno intenzione di cedere a una pressione internazionale che ingerisce negli affari interni, nemmeno la Fifa ha intenzione di fare marcia indietro. Secondo Eric Wahl, membro del Pride match advisory committee, «La partita Egitto-Iran a Seattle in giugno capita proprio come pride match, e credo che sia un bene, in realtà. Persone Lgbtq+ esistono ovunque. Qui a Seattle tutti sono liberi di essere se stessi». Certo, lì a Seattle sarà così ma il rischio che la Fifa non considera è quello di esporre gli atleti egiziani e soprattutto iraniani a ritorsioni interne. Andremo al Var? Meglio di no, perché altrimenti dovremmo rivedere certi errori macroscopici su altri diritti dei quali nessun pride si era occupato organizzando partite ad hoc. Per esempio sui diritti dei lavoratori; eppure non pochi operai nei cantieri degli stadi ci hanno lasciato le penne. Ma evidentemente la fretta di rispettare i tempi di consegna fa chiudere entrambi gli occhi. Oppure degli operai non importa nulla. E qui tutto il mondo è Paese.
Continua a leggereRiduci