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2018-07-28
Il vero Satana oggi fa il tifo per le frontiere spalancate
Dedicato al ministro dell'Interno il caritatevole titolo: «Vade retro». Intanto è silenzio assoluto sulle violenze degli immigrati.Già il cardinale Giacomo Biffi aveva denunciato i rischi per la Chiesa.Vade retro «Famiglia Cristiana»: non tutti i vescovi sono anti Matteo Salvini. Quello di Chioggia prende le distanze: «La rivista non può rappresentare la collettività dei sacerdoti». E il collega di Ventimiglia rincara: «Aiutiamo i migranti, ma tuteliamo anche il diritto a restare a casa loro». Lo speciale contiene due articoli.La domenica di Pasqua del 1900, il grande filosofo russo Vladimir Soloviev completò il suo capolavoro, I tre dialoghi e il racconto dell'Anticristo. In quel libro egli forniva una accurata descrizione del nemico per eccellenza dell'umanità: un uomo affascinante, un seduttore. Filantropo, pacifista, vegetariano, un intellettuale apparentemente attento alle esigenze dei più deboli, saggio ed eloquente. Nel 2000, a cent'anni dalla morte di Soloviev (avvenuta il 31 luglio 1900), il cardinale Giacomo Biffi dedicò una riflessione all'opera del geniale russo. «La militanza di fede ridotta ad azione umanitaria e genericamente culturale», scriveva Biffi, «il messaggio evangelico identificato nel confronto irenico con tutte le filosofie e con tutte le religioni; la Chiesa di Dio scambiata per un'organizzazione di promozione sociale: siamo sicuri che Soloviev non abbia davvero previsto ciò che è effettivamente avvenuto, e che non si proprio questa oggi l'insidia più pericolosa per la “nazione santa" redenta dal sangue di Cristo? È un interrogativo inquietante e non dovrebbe essere eluso». Il cardinale, come spesso accadeva, aveva colto nel segno. L'Anticristo di Soloviev è una sorta di incarnazione di ciò che oggi possiamo definire «pensiero dominante». In quel libro del 1900 (che Alfonso Piscitelli descrive accuratamente in queste pagine) sono delineati i tratti fondamentali del nostro tempo, dominato dal «politicamente corretto» di cui l'Anticristo è un concentrato. Guardatevi intorno, pensate ai messaggi con cui ogni giorno veniamo bombardati. In nome del dialogo, dei «diritti umani», dell'accoglienza e del rispetto delle culture diverse si è imposto, negli ultimi anni, un sistema mortifero il cui obiettivo è la distruzione dei popoli e la creazione di un'umanità neutra, omologata, disponibile e sfruttabile. Un'umanità imprigionata in una schiavitù che è, a tutti gli effetti, satanica. Famiglia Cristiana, La Civiltà Cattolica, Avvenire e una ampia fetta della Chiesa fingono di ignorare tutto questo, anche se papa Francesco - in uno dei suoi interventi più toccanti - si è scagliato contro la cultura del neutro con grande convinzione. Continuano a ripeterci che bisogna spalancare le frontiere e distruggere i muri, proprio come voleva l'Anticristo di Soloviev. «Ero straniero e mi avete accolto», ripetono, citando fino allo sfinimento le stesse parole evangeliche (utilizzate pure dal cardinale Gianfranco Ravasi, qualche mese fa, per fare polemica contro il governo). Dimenticano che - come scriveva il gigante russo e come Biffi rimarcava - l'Anticristo è un profondo conoscitore delle Scritture: le interpreta a suo piacimento, pervertendole. Oggi, infatti, non parliamo di accogliere uno straniero affamato e assetato. Ridurre l'immigrazione a questo concetto è falso, sbagliato e pericoloso. Qui parliamo di un meccanismo che si basa sul saccheggio dei Paesi africani, i quali vengono svuotati di intere generazioni e mantenuti nell'indigenza, con la complicità di classi dirigenti corrotte. Parliamo di enormi interessi economici che si celano dietro i movimenti delle masse a livello globale. Senza contare, poi, le ricadute sulle nazioni occidentali (o, meglio, sulle persone comuni che quelle nazioni le compongono) a livello di criminalità, abbassamento dei salari, deculturazione. Che siano gli intellettuali «di sinistra» ad avallare tale sistema, non stupisce. Sono decenni che costoro agiscono come foglia di fico al servizio del neoliberismo più feroce, fornendogli una patina di «bontà» dietro cui celare i suoi spiriti animali. Sorprende di più che siano certi cattolici a cadere nella trappola. Si sono fatti ingannare da quelli che Alain De Benoist chiama «i demoni del bene». Fanno da sponda a chi, in realtà, vuole distruggerli e ridurli all'insignificanza. Non a caso, gli organismi sovranazionali (tra cui Onu e Ue) che spingono per le frontiere aperte sono gli stessi che avversano ferocemente la Chiesa e mirano a cancellarla o tramutarla in una sottospecie di Ong. No, Salvini non potrebbe essere Satana nemmeno in un fumetto del diavolo Geppo. Il nemico vero si nasconde altrove, e vince anche grazie a chi dovrebbe combatterlo. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-satana-oggi-fa-il-tifo-per-le-frontiere-spalancate-2590425005.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vade-retro-famiglia-cristiana-non-tutti-i-vescovi-sono-anti-salvini" data-post-id="2590425005" data-published-at="1782275884" data-use-pagination="False"> Vade retro «Famiglia Cristiana»: non tutti i vescovi sono anti Salvini Vade retro, Famiglia Cristiana. A quanto pare, non tutti i prelati hanno gradito il titolo con cui il settimanale cattolico ha di fatto paragonato il ministro dell'Interno Matteo Salvini a Satana. Di sicuro non l'ha gradito il vescovo di Chioggia, Adriano Tessarollo, che su Facebook ha chiaramente affermato di non sentirsi rappresentato da una posizione di tale durezza nei confronti del titolare del Viminale. «Ritengo stupido identificare Famiglia Cristiana con tutti i preti», ha spiegato monsignor Tessarollo: «Smettiamola con questa mentalità collettivizzante». Non tutta la Chiesa, dunque, la pensa come la rivista fondata dal beato Giacomo Alberione. Il quale, con grande lungimiranza, già negli anni Trenta considerava i media la nuova frontiera dell'evangelizzazione. Il suo intento originario, però, deve essere stato interpretato in maniera leggermente distorta da don Antonio Rizzolo, il direttore di Famiglia Cristiana. Che in un'intervista a Vanity Fair ha voluto sottolineare come l'offensiva frontale a Salvini sia il frutto di una reazione della Conferenza episcopale italiana «a certi toni sprezzanti e aggressivi adoperati» dal vicepremier. Eppure, lo stesso Rizzolo riconosce che il Catechismo è il primo a individuare un limite all'imperativo caritatevole dell'accoglienza e dell'integrazione. Senza contare gli innumerevoli documenti da cui traspare come le vere idee della Chiesa in materia di immigrazione siano un po' più complesse di quanto vorrebbero farci credere certi preti mediatici. Ed è significativo che i caveat provengano proprio da membri dell'episcopato che Famiglia Cristiana ha, loro malgrado, arruolato nell'esercito dei predicatori antisalviniani. Basti pensare al vescovo di Ventimiglia, monsignor Antonio Suetta: il settimanale lo aveva menzionato come oppositore delle politiche leghiste, ma lui ci ha tenuto smentire pubblicamente di essere un nemico di Salvini. D'altra parte, in una lettera inviata pochi giorni fa alla Verità, il vescovo aveva precisato che la sua era una visione piuttosto articolata ed equilibrata. Monsignor Suetta aveva ammesso di considerare l'accoglienza parte del «ruolo profetico della Chiesa», ma aveva aggiunto che «l'esperienza dell'emigrazione è dolorosa per ogni uomo; soffre chi è costretto a lasciare la famiglia, la casa, la terra, abbandonando affetti, costumi, lingua, cultura e tradizioni che compongono la propria identità; soffre la famiglia privata di un suo componente e smembrata; soffre la terra depauperata spesso delle sue risorse migliori. A ciò si affiancano le difficoltà dei popoli occidentali nel realizzare una difficile integrazione, spesso preoccupati, non sempre senza ragione, di preservare la loro sicurezza e la loro identità culturale e religiosa». Un ragionamento cui il prelato faceva seguire le opportune citazioni dalla dottrina sociale. Per esempio, le parole di San Giovanni Paolo II sul «diritto primario dell'uomo» a vivere «nella propria patria»; e quelle di Bendetto XVI, che in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2013, ribadì come il primato dei diritti spettasse a quello «a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra». Fermo restando che per lui è comunque fondamentale il dovere dell'accoglienza, monsignor Suetta, nella sua missiva alla Verità, faceva riferimento finanche alla necessità di impedire «una sostituzione etnica, involontaria o meno». La morale della favola è che non tutta la Chiesa condivide la campagna politica imbastita da Famiglia Cristiana. O almeno, non tutta la Chiesa ritiene che l'unico modo di criticare le politiche di Salvini sia quello, letteralmente, di demonizzarlo. Tant'è che il vescovo di Chioggia, in un'intervista al Corriere del Veneto, è riuscito contemporaneamente a dissociarsi dalla copertina del settimanale e a esprimere le proprie riserve sulla proposta di rendere il crocifisso obbligatorio nei luoghi pubblici: «Certe proposte, in certi contesti», ha spiegato, «rischiano di ottenere effetti contrari. Salvini rivendica un'identità che non c'è più». Si può non essere d'accordo con l'arrendevolezza del monsignore al modello laicista, ma almeno l'episodio è sufficiente a comprendere che non è necessario essere dei «clericofascisti» per trovare parossistica la crociata di Famiglia Cristiana. Anche il ministro dell'Interno si è reso conto che tra i religiosi ci sono dissapori. Nell'intervista di ieri a Radio 24, il leader della Lega ha dichiarato che la sua sensazione è che ci sia «un dibattito in corso» tra i sacerdoti e i fedeli, poiché «tanti uomini e donne di Chiesa», in questi giorni, gli hanno comunicato la propria solidarietà. È vero, quindi, che il pontificato di Francesco ha impresso al Vaticano una sterzata terzomondista, di cui l'immigrazionismo incarna magari un'incomprensione ascrivibile al retroterra tipicamente sudamericano del Papa (la convinzione, maturata tuttavia in contesti storici, sociali e geografici totalmente differenti da quello dell'Europa, che una nazione possa nascere dal concorso di etnie e popoli differenti). Ed è altrettanto vero che qualcuno, nella Conferenza episcopale e nelle Caritas, deve aver fiutato il giro d'affari intorno all'immigrazione. Ma è un dato di fatto che sia molti preti che molti fedeli fanno fatica a digerire le interpretazioni globaliste della «missione profetica» che il successore di Pietro e le alte gerarchie vaticane li esortano a mettere in atto. Lo dimostra, probabilmente, il calo costante del numero degli italiani che decide di destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica: nel 2014, un anno dopo l'elezione di Jorge Mario Bergoglio, era il 35,46% dei contribuenti, sceso al 34,20% nel 2015 e al 33,67% nel 2016. Queste donazioni saranno ripartire nel biennio 2018-2020 e le proiezioni lasciano intendere che per il periodo successivo le cose non miglioreranno. Anche la Chiesa, insomma, sembra essere stata contagiata da quel morbo che ha progressivamente accresciuto la lontananza intellettuale e morale tra le élite e le persone comuni. Un buon risultato, però, l'attacco mediatico di Famiglia Cristiana l'ha conseguito. In un'epoca in cui i preti hanno ormai smesso di parlare di premi e castighi divini e certi corsivisti affermano addirittura che per il Papa l'inferno non sarebbe reale, la rivista antileghista ci ha ricordato una verità di fede: che il diavolo esiste. Alessandro Rico
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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