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2018-07-28
Il vero Satana oggi fa il tifo per le frontiere spalancate
Dedicato al ministro dell'Interno il caritatevole titolo: «Vade retro». Intanto è silenzio assoluto sulle violenze degli immigrati.Già il cardinale Giacomo Biffi aveva denunciato i rischi per la Chiesa.Vade retro «Famiglia Cristiana»: non tutti i vescovi sono anti Matteo Salvini. Quello di Chioggia prende le distanze: «La rivista non può rappresentare la collettività dei sacerdoti». E il collega di Ventimiglia rincara: «Aiutiamo i migranti, ma tuteliamo anche il diritto a restare a casa loro». Lo speciale contiene due articoli.La domenica di Pasqua del 1900, il grande filosofo russo Vladimir Soloviev completò il suo capolavoro, I tre dialoghi e il racconto dell'Anticristo. In quel libro egli forniva una accurata descrizione del nemico per eccellenza dell'umanità: un uomo affascinante, un seduttore. Filantropo, pacifista, vegetariano, un intellettuale apparentemente attento alle esigenze dei più deboli, saggio ed eloquente. Nel 2000, a cent'anni dalla morte di Soloviev (avvenuta il 31 luglio 1900), il cardinale Giacomo Biffi dedicò una riflessione all'opera del geniale russo. «La militanza di fede ridotta ad azione umanitaria e genericamente culturale», scriveva Biffi, «il messaggio evangelico identificato nel confronto irenico con tutte le filosofie e con tutte le religioni; la Chiesa di Dio scambiata per un'organizzazione di promozione sociale: siamo sicuri che Soloviev non abbia davvero previsto ciò che è effettivamente avvenuto, e che non si proprio questa oggi l'insidia più pericolosa per la “nazione santa" redenta dal sangue di Cristo? È un interrogativo inquietante e non dovrebbe essere eluso». Il cardinale, come spesso accadeva, aveva colto nel segno. L'Anticristo di Soloviev è una sorta di incarnazione di ciò che oggi possiamo definire «pensiero dominante». In quel libro del 1900 (che Alfonso Piscitelli descrive accuratamente in queste pagine) sono delineati i tratti fondamentali del nostro tempo, dominato dal «politicamente corretto» di cui l'Anticristo è un concentrato. Guardatevi intorno, pensate ai messaggi con cui ogni giorno veniamo bombardati. In nome del dialogo, dei «diritti umani», dell'accoglienza e del rispetto delle culture diverse si è imposto, negli ultimi anni, un sistema mortifero il cui obiettivo è la distruzione dei popoli e la creazione di un'umanità neutra, omologata, disponibile e sfruttabile. Un'umanità imprigionata in una schiavitù che è, a tutti gli effetti, satanica. Famiglia Cristiana, La Civiltà Cattolica, Avvenire e una ampia fetta della Chiesa fingono di ignorare tutto questo, anche se papa Francesco - in uno dei suoi interventi più toccanti - si è scagliato contro la cultura del neutro con grande convinzione. Continuano a ripeterci che bisogna spalancare le frontiere e distruggere i muri, proprio come voleva l'Anticristo di Soloviev. «Ero straniero e mi avete accolto», ripetono, citando fino allo sfinimento le stesse parole evangeliche (utilizzate pure dal cardinale Gianfranco Ravasi, qualche mese fa, per fare polemica contro il governo). Dimenticano che - come scriveva il gigante russo e come Biffi rimarcava - l'Anticristo è un profondo conoscitore delle Scritture: le interpreta a suo piacimento, pervertendole. Oggi, infatti, non parliamo di accogliere uno straniero affamato e assetato. Ridurre l'immigrazione a questo concetto è falso, sbagliato e pericoloso. Qui parliamo di un meccanismo che si basa sul saccheggio dei Paesi africani, i quali vengono svuotati di intere generazioni e mantenuti nell'indigenza, con la complicità di classi dirigenti corrotte. Parliamo di enormi interessi economici che si celano dietro i movimenti delle masse a livello globale. Senza contare, poi, le ricadute sulle nazioni occidentali (o, meglio, sulle persone comuni che quelle nazioni le compongono) a livello di criminalità, abbassamento dei salari, deculturazione. Che siano gli intellettuali «di sinistra» ad avallare tale sistema, non stupisce. Sono decenni che costoro agiscono come foglia di fico al servizio del neoliberismo più feroce, fornendogli una patina di «bontà» dietro cui celare i suoi spiriti animali. Sorprende di più che siano certi cattolici a cadere nella trappola. Si sono fatti ingannare da quelli che Alain De Benoist chiama «i demoni del bene». Fanno da sponda a chi, in realtà, vuole distruggerli e ridurli all'insignificanza. Non a caso, gli organismi sovranazionali (tra cui Onu e Ue) che spingono per le frontiere aperte sono gli stessi che avversano ferocemente la Chiesa e mirano a cancellarla o tramutarla in una sottospecie di Ong. No, Salvini non potrebbe essere Satana nemmeno in un fumetto del diavolo Geppo. Il nemico vero si nasconde altrove, e vince anche grazie a chi dovrebbe combatterlo. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-satana-oggi-fa-il-tifo-per-le-frontiere-spalancate-2590425005.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vade-retro-famiglia-cristiana-non-tutti-i-vescovi-sono-anti-salvini" data-post-id="2590425005" data-published-at="1780217881" data-use-pagination="False"> Vade retro «Famiglia Cristiana»: non tutti i vescovi sono anti Salvini Vade retro, Famiglia Cristiana. A quanto pare, non tutti i prelati hanno gradito il titolo con cui il settimanale cattolico ha di fatto paragonato il ministro dell'Interno Matteo Salvini a Satana. Di sicuro non l'ha gradito il vescovo di Chioggia, Adriano Tessarollo, che su Facebook ha chiaramente affermato di non sentirsi rappresentato da una posizione di tale durezza nei confronti del titolare del Viminale. «Ritengo stupido identificare Famiglia Cristiana con tutti i preti», ha spiegato monsignor Tessarollo: «Smettiamola con questa mentalità collettivizzante». Non tutta la Chiesa, dunque, la pensa come la rivista fondata dal beato Giacomo Alberione. Il quale, con grande lungimiranza, già negli anni Trenta considerava i media la nuova frontiera dell'evangelizzazione. Il suo intento originario, però, deve essere stato interpretato in maniera leggermente distorta da don Antonio Rizzolo, il direttore di Famiglia Cristiana. Che in un'intervista a Vanity Fair ha voluto sottolineare come l'offensiva frontale a Salvini sia il frutto di una reazione della Conferenza episcopale italiana «a certi toni sprezzanti e aggressivi adoperati» dal vicepremier. Eppure, lo stesso Rizzolo riconosce che il Catechismo è il primo a individuare un limite all'imperativo caritatevole dell'accoglienza e dell'integrazione. Senza contare gli innumerevoli documenti da cui traspare come le vere idee della Chiesa in materia di immigrazione siano un po' più complesse di quanto vorrebbero farci credere certi preti mediatici. Ed è significativo che i caveat provengano proprio da membri dell'episcopato che Famiglia Cristiana ha, loro malgrado, arruolato nell'esercito dei predicatori antisalviniani. Basti pensare al vescovo di Ventimiglia, monsignor Antonio Suetta: il settimanale lo aveva menzionato come oppositore delle politiche leghiste, ma lui ci ha tenuto smentire pubblicamente di essere un nemico di Salvini. D'altra parte, in una lettera inviata pochi giorni fa alla Verità, il vescovo aveva precisato che la sua era una visione piuttosto articolata ed equilibrata. Monsignor Suetta aveva ammesso di considerare l'accoglienza parte del «ruolo profetico della Chiesa», ma aveva aggiunto che «l'esperienza dell'emigrazione è dolorosa per ogni uomo; soffre chi è costretto a lasciare la famiglia, la casa, la terra, abbandonando affetti, costumi, lingua, cultura e tradizioni che compongono la propria identità; soffre la famiglia privata di un suo componente e smembrata; soffre la terra depauperata spesso delle sue risorse migliori. A ciò si affiancano le difficoltà dei popoli occidentali nel realizzare una difficile integrazione, spesso preoccupati, non sempre senza ragione, di preservare la loro sicurezza e la loro identità culturale e religiosa». Un ragionamento cui il prelato faceva seguire le opportune citazioni dalla dottrina sociale. Per esempio, le parole di San Giovanni Paolo II sul «diritto primario dell'uomo» a vivere «nella propria patria»; e quelle di Bendetto XVI, che in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2013, ribadì come il primato dei diritti spettasse a quello «a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra». Fermo restando che per lui è comunque fondamentale il dovere dell'accoglienza, monsignor Suetta, nella sua missiva alla Verità, faceva riferimento finanche alla necessità di impedire «una sostituzione etnica, involontaria o meno». La morale della favola è che non tutta la Chiesa condivide la campagna politica imbastita da Famiglia Cristiana. O almeno, non tutta la Chiesa ritiene che l'unico modo di criticare le politiche di Salvini sia quello, letteralmente, di demonizzarlo. Tant'è che il vescovo di Chioggia, in un'intervista al Corriere del Veneto, è riuscito contemporaneamente a dissociarsi dalla copertina del settimanale e a esprimere le proprie riserve sulla proposta di rendere il crocifisso obbligatorio nei luoghi pubblici: «Certe proposte, in certi contesti», ha spiegato, «rischiano di ottenere effetti contrari. Salvini rivendica un'identità che non c'è più». Si può non essere d'accordo con l'arrendevolezza del monsignore al modello laicista, ma almeno l'episodio è sufficiente a comprendere che non è necessario essere dei «clericofascisti» per trovare parossistica la crociata di Famiglia Cristiana. Anche il ministro dell'Interno si è reso conto che tra i religiosi ci sono dissapori. Nell'intervista di ieri a Radio 24, il leader della Lega ha dichiarato che la sua sensazione è che ci sia «un dibattito in corso» tra i sacerdoti e i fedeli, poiché «tanti uomini e donne di Chiesa», in questi giorni, gli hanno comunicato la propria solidarietà. È vero, quindi, che il pontificato di Francesco ha impresso al Vaticano una sterzata terzomondista, di cui l'immigrazionismo incarna magari un'incomprensione ascrivibile al retroterra tipicamente sudamericano del Papa (la convinzione, maturata tuttavia in contesti storici, sociali e geografici totalmente differenti da quello dell'Europa, che una nazione possa nascere dal concorso di etnie e popoli differenti). Ed è altrettanto vero che qualcuno, nella Conferenza episcopale e nelle Caritas, deve aver fiutato il giro d'affari intorno all'immigrazione. Ma è un dato di fatto che sia molti preti che molti fedeli fanno fatica a digerire le interpretazioni globaliste della «missione profetica» che il successore di Pietro e le alte gerarchie vaticane li esortano a mettere in atto. Lo dimostra, probabilmente, il calo costante del numero degli italiani che decide di destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica: nel 2014, un anno dopo l'elezione di Jorge Mario Bergoglio, era il 35,46% dei contribuenti, sceso al 34,20% nel 2015 e al 33,67% nel 2016. Queste donazioni saranno ripartire nel biennio 2018-2020 e le proiezioni lasciano intendere che per il periodo successivo le cose non miglioreranno. Anche la Chiesa, insomma, sembra essere stata contagiata da quel morbo che ha progressivamente accresciuto la lontananza intellettuale e morale tra le élite e le persone comuni. Un buon risultato, però, l'attacco mediatico di Famiglia Cristiana l'ha conseguito. In un'epoca in cui i preti hanno ormai smesso di parlare di premi e castighi divini e certi corsivisti affermano addirittura che per il Papa l'inferno non sarebbe reale, la rivista antileghista ci ha ricordato una verità di fede: che il diavolo esiste. Alessandro Rico
Nel riquadro la vittima Pietro Alberto Paolo Signor. Sullo sfondo i Giardini di Villetta Di Negro (iStock)
In questi anni, mentre era in attesa di regolarizzare la propria posizione, il senegalese ha deciso di segnalarsi per una condotta non proprio modello. È stato denunciato per rapina, furto, spaccio, ricettazione oltraggio, resistenza e violenza nei confronti di pubblici ufficiali. Un curriculum criminale di tutto rispetto che, però, non è bastato a farlo espellere.
Risultato? La morte di Signor, il quale, a sua volta, in passato era stato denunciato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Al momento della richiesta, a Cissé era stato rilasciato un permesso temporaneo, rinnovabile fino alla conclusione della procedura. Che, nel caso del quarantaduenne africano, è diventata interminabile. Durante l’attesa, molti richiedenti vengono inseriti nel sistema di accoglienza, mentre Cissé è diventato un balordo di strada.
Davanti alla commissione territoriale, come tutti gli stranieri nella sua posizione, aveva dovuto raccontare la propria storia, spiegare le ragioni della fuga e rispondere alle domande dei commissari. Che, però, alla fine, hanno respinto la sua richiesta. Cissé ha impugnato il provvedimento davanti alla sezione specializzata del Tribunale competente, che in questo caso dovrebbe essere Milano. Quando il giudice conferma il rigetto, è possibile ricorrere in Cassazione (ma solo per contestare errori di procedura o di diritto). Per quanto riguarda Cissé, non è chiaro in quale fase si trovi il suo ricorso. L’unica cosa certa è che questa volta, come è già accaduto in passato, ci è scappato il morto. La vittima, la scorsa estate, aveva usufruito della mensa di Sant’Egidio, ma i volontari dell’associazione non lo ricordano come uno dei volti che si incontrano nei giri serali per la distribuzione di cibo e indumenti. Ancora ieri aveva pubblicato sul suo profilo Facebook un video musicale, una cosa che faceva pressoché ogni giorno: rapper americano o cantanti italiani. E fino a qualche tempo fa scriveva un blog di poesie e riflessioni a sfondo religioso ed esistenziale. Al momento, però, gli investigatori dell’Arma non sono riusciti a scoprire dove abbia passato le ultime notti. Infatti risulta residente in via alla Casa comunale 1, l’indirizzo virtuale istituito dal Comune di Genova per permettere l’iscrizione anagrafica alle persone senza fissa dimora.
Oltre ad amare la musica, Signor era appassionato di poesia, tanto da cimentarsi in sonetti che ha raccolto in una pubblicazione - il titolo è L’anima in poesia di Paps - che si può ancora trovare in diversi siti. Aveva anche studiato alla facoltà di Lettere e filosofia, a Trieste. Poi aveva cominciato a girare l’Italia. Ultima tappa a Genova, dove ieri mattina ha trovato la morte per mano di Cissé. Secondo la prima ricostruzione dei carabinieri del Comando provinciale di Genova, guidato dal colonnello Alessandro Magro, il cittadino senegalese, al culmine di una lite per futili motivi, ha colpito ripetutamente alla testa l’italiano, procurandogli una forte botta al volto e varie ferite che bisognerà accertare se siano state causate da cocci di bottiglia o da una lama. Quindi gli ha legato polsi e caviglie con indumenti che aveva nello zaino e lo ha trascinato in strada. Una ragazza ha visto la scena e ha chiamato il 112. Gli uomini dell’Arma, dopo la segnalazione, sono intervenuti in pochissimi minuti riuscendo a bloccare il presunto responsabile dell’aggressione mentre era ancora sul posto. Nelle telecamere di sorveglianza sono state trovate immagini che riprendono la lite e l’aggressione. Anche l’indagato, a chi lo ha fermato, non ha voluto spiegare il suo gesto. Cissé, alla vista dei militari, ha dato in escandescenza e si è scagliato contro di loro e, in stato di agitazione, è stato ricoverato presso l’ospedale San Martino, dove è stato piantonato in attesa del trasferimento nel carcere di Marassi. In serata, dopo il fermo, la polizia giudiziaria ha proceduto all’arresto e ha inviato gli atti in Procura.
Il parco dove è avvenuto il delitto, Villetta Di Negro, è stato chiuso per consentire al personale della scientifica dell’Arma di svolgere i rilievi. La ragazza che ha chiamato il 112 è stata portata in caserma e interrogata. È anche merito suo se l’omicida non è riuscito a nascondere il corpo senza vita di Signor. Gli inquirenti dovranno capire come mai, invece di scappare, l’africano abbia perso tempo a legare la vittima. Un errore che probabilmente gli ha impedito di far perdere le proprie tracce, anche se le telecamere del parco avevano ripreso l’omicidio. Villetta Di Negro è un piccolo gioiello ottocentesco con una scenografica cascata e il Museo d’arte orientale Chiossonem in stile razionalista, il tutto affacciato sulla Place de l’Etoile genovese, piazza Corvetto. Nonostante queste bellezze, da tempo il giardino pubblico è abbandonato al degrado e, nonostante la chiusura notturna, accoglie numerosi sbandati. «Sono più di due settimane che chiediamo, come minoranza del Municipio 1 Centro-Est, una commissione su Villetta Di Negro, perché la situazione di pericolo, tra spaccio e tossici, era già evidente e le preoccupazioni dei cittadini erano sotto gli occhi di tutti. In due settimane la risposta del presidente Simona Cosso è stata insufficiente. Oggi ci troviamo a commentare un omicidio nel pieno centro della città. Davvero bisognava arrivare a un morto per sperare di essere ascoltati?», hanno dichiarato i consiglieri di Vince Genova, lista civica di centrodestra. Il sindaco Silvia Salis ha risposto da una delle sue tante trasferte, questa volta in Puglia: «L’amministrazione comunale sta seguendo con grande attenzione gli sviluppi della tragica aggressione avvenuta questa mattina a Villetta Di Negro. In questi momenti, il mio pensiero va alla vittima e il mio ringraziamento va alle forze dell’ordine che, grazie al loro immediato intervento, hanno individuato e fermato subito il presunto responsabile e stanno ricostruendo la dinamica di una vicenda che ci colpisce profondamente».
Pochi mesi fa, per la prima volta in Italia, è stato realizzato un censimento nazionale delle persone senza fissa dimora in 14 grandi città. Genova si è segnalata per un non invidiabile record: qui la percentuale di persone costrette a dormire all’aperto ha raggiunto il 65,9%. Nel capoluogo ligure, guidato dalla prima cittadina che piace alla gente che piace, quasi due terzi dei senza dimora non trovano posto in una struttura. Uno di questi sfortunati ha trovato la morte in una mattina di fine maggio su una collinetta che quasi si affaccia su Palazzo Tursi, la nobile dimora dove ha la sua sede il Comune di Genova.
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Nel riquadro Manuel Iannuzzi, accusato di maltrattamenti alla piccola Beatrice (Ansa)
La madre della piccola si trova in carcere dal 9 febbraio, inizialmente accusata di omicidio preterintenzionale, ma le indagini hanno portato a modificare la contestazione e adesso la donna è accusata dello stesso reato che ha portato all’arresto del compagno. La bambina era stata trovata morta nella casa della madre la mattina del 9 febbraio dai soccorritori chiamati dalla donna che sosteneva che la piccola aveva difficoltà a respirare. Gli operatori del 118 avevano, però, notato alcuni lividi e macchie sul corpicino e deciso di chiamare i carabinieri e il medico legale che, dopo l’esame esterno, aveva ipotizzato che la morte fosse avvenuta qualche ora prima, ovvero durante la notte.
La donna, interrogata in caserma, aveva sostenuto che i segni sul corpo della bambina erano dovuti a una caduta dalle scale di qualche giorno prima e di aver passato la notte tra l’8 e il 9 febbraio assieme alle tre figlie in casa del suo nuovo compagno, a Perinaldo. Al risveglio, avrebbe preso le tre bambine e sarebbe tornata a casa in macchina.
Le contraddizioni della donna e la comparazione del racconto con l’analisi delle telecamere di sorveglianza e le parole di alcuni testimoni avevano, però, portato all’arresto della donna. L’esame autoptico aveva rivelato la presenza di numerose lesioni e un trauma cranico come cause del decesso. I carabinieri del Ris di Parma, incaricati di eseguire rilievi e sequestri, avevano trovato tracce di sangue nell’auto della donna e nell’abitazione del compagno a Perinaldo. Nell’ordinanza di custodia cautelare, 33 pagine nelle quali si ripercorrono le indagini fin qui svolte e ancora aperte, si utilizzano parole come «sevizie» e «crudeltà» per spiegare quanto subito dalla bambina. A smentire la versione fornita dalla madre, che aveva chiamato il 118 dalla sua casa di Bordighera, non solo immagini delle telecamere della zona, ma anche tabulati telefonici.
La bambina era già morta quando, quella mattina, era stata riportata in macchina a casa, insieme alle due sorelline, dopo un fine settimana trascorso nella casa del compagno della madre a Perinaldo. Le bambine, già sentite dagli inquirenti in forma protetta, hanno delineato non solo il quadro dell’accaduto ma raccontato anche che madre e compagno avevano dato indicazioni di non raccontare cos’era successo, altrimenti sarebbero stati guai. La loro sorellina due sere prima era stata picchiata, non un maltrattamento occasionale ma una violenza che andava avanti da mesi. Il contesto è la casa del compagno della mamma, ma dagli elementi di indagine raccolti si evidenzia come le bambine venissero spesso lasciate sole a casa, in contesto di abbandono, anche tutta la notte.
La bimba dopo essere stata picchiata, comincia a stare male. Dopo un’apparente ripresa, la situazione peggiora e i due adulti tentano di farla riprendere sotto l’acqua. Persino le sorelline provano a dire «mamma, andiamo all’ospedale». Ma la bambina muore. Troppo profondi i traumi, che degenerano e che non sono compatibili con la «caduta dalle scale» accampata dalla madre, ma piuttosto con colpi da un oggetto contundente. La madre simulerà, una volta tornata a casa, un malore dell’ultimo momento ma fin dalle risultanze del primo esame sul corpo della bimba, lividi e traumi smentiscono, così come l’orario della morte che risale a ore prima rispetto alla chiamata di soccorso.
A dare una svolta alle indagini, come detto, sono state le sorelle della vittima, che hanno svelato particolari agghiaccianti raccontati ieri dal procuratore di Imperia, Sergio Lari, in una conferenza stampa: «Quella mattina per farla riprendere l’hanno tenuta sott’acqua, poi le hanno dato dello zucchero», ma non si sono rivolti ai medici e la piccola non si è mai ripresa.
Ma ad incastrare la coppia ci sarebbero anche le chat recuperate dagli investigatori sul cellulare dell’uomo: «Abbiamo sequestrato il telefono di Iannuzzi», ha spiegato ancora il procuratore, «e c’erano tanti messaggi Whatsapp in cui vengono descritti i maltrattamenti». E in un’intervista alla Tgr Liguria, Lari ha aggiunto ulteriori dettagli: «Nelle immagini trovate sul telefonino sequestrato ci sono diverse fotografie che ritraggono» la piccola «subito dopo le violenze subite. Vi sono più fotografie che ritraggono una situazione in cui la bambina presenta dei lividi molto importanti sul viso». Il procuratore, poi, precisa: «Abbiamo accelerato i tempi ma le indagini proseguono e devono arrivare la relazione dei Ris e la perizia autoptica completa. Ma il quadro era così chiaro che abbiamo potuto chiedere già da adesso la misura e il giudice l’ha applicata».
Il blitz di ieri mattina ha, inoltre, portato all’apertura di un nuovo filone d’indagine e all’arresto di Franco Iannuzzi, il padre di Manuel. Durante la perquisizione svolta dai carabinieri nella casa di Vallecrosia sono stati rinvenuti circa due chili di tritolo e la relativa miccia. Franco Iannuzzi è stato arrestato con l’accusa di detenzione di materiale esplodente. Secondo quanto appreso, il tritolo e la relativa miccia sono stati trovati nella cantina dell’immobile. Manuel Iannuzzi, dopo il sequestro dell’abitazione di Perinaldo dove, secondo gli inquirenti, sarebbe morta la figlia della sua compagna, si era dovuto trasferire a casa dei genitori, a Vallecrosia. Il materiale esplosivo è stato prelevato dal nucleo artificieri antisabotaggio dei carabinieri.
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Nel riquadro una delle cabine bruciate. Sullo sfondo la manifestazione ambientalista sull’autostrada (A22) che ha provocato il blocco del valico dall’Austria (Ansa)
All’interno, ciò che resta degli impianti appare come un ammasso nero, sciolto dalle temperature sviluppate dall’incendio innescato, valutano gli investigatori, da «liquido infiammabile».
È la scena lasciata dal rogo che la scorsa notte ha colpito due centraline elettriche lungo la linea ferroviaria Brennero-Verona Porta Nuova, nel tratto compreso tra Peri e Dolcè, al confine tra le province di Verona e Trento. Un incendio che i tecnici hanno subito definito come «di origine dolosa» e che ha paralizzato la circolazione ferroviaria. Per questo motivo il gesto, fino a ieri sera non rivendicato, viene letto dagli investigatori come un possibile tassello di una giornata molto più ampia di mobilitazione sull’asse del Brennero. Le indagini, dopo i rilievi della polizia scientifica, sono state affidate alla Digos della Questura di Verona. La pista privilegiata porta verso gli ambienti dell’ambientalismo radicale o dell’orbita anarco-insurrezionalista (che in passato sulla linea del Brennero ha colpito più volte). L’elemento che orienta gli investigatori è soprattutto la coincidenza temporale. Il sabotaggio è stato infatti compiuto poche ore prima della manifestazione ambientalista organizzata in Austria contro il traffico pesante e il transito dei tir attraverso il corridoio del Brennero (un valico strategico per il commercio). Una protesta annunciata da tempo e culminata con il blocco dell’autostrada del Brennero sul versante tirolese. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il rogo avrebbe colpito proprio l’unico sistema di collegamento nei trasporti rimasto operativo mentre l’attenzione era concentrata sulla protesta stradale. Dal punto di vista investigativo, quindi, la tempistica sembra rappresentare al momento uno degli elementi più significativi. Chi ha agito conosceva con precisione il calendario della protesta e ha scelto una finestra temporale in grado di amplificare l’impatto dell’azione.
Un secondo elemento che gli investigatori starebbero valutando riguarda la scelta dell’obiettivo. Le centraline elettriche non sono un bersaglio scelto a caso: colpire strutture essenziali consente di interrompere la circolazione senza intervenire direttamente sui binari.
Una modalità che presuppone la conoscenza del funzionamento della linea ferroviaria e dei suoi punti più vulnerabili. E infatti il risultato è stato immediato. La circolazione dei treni è stata subito interrotta, con ritardi e cancellazioni che si sono trascinati per ore.
Soltanto dalle 12.30 il traffico ferroviario ha ripreso a muoversi, anche se lentamente. E mentre la ferrovia veniva bloccata, in Austria andava in scena la manifestazione contro il traffico di transito. Alle 13, come previsto dagli organizzatori, centinaia di manifestanti hanno occupato l’autostrada del Brennero, a Matrei. Sugli striscioni comparivano slogan come: «L’Ue, il transito e il profitto distruggono la nostra salute» e «via il traffico pesante dalle nostre strade».
La manifestazione si è comunque svolta senza incidenti. I partecipanti rivendicano ragioni ambientali e sanitarie: «I motivi della protesta riguardano il traffico di transito in costante aumento», che causerebbe, secondo i manifestanti, ricadute «soprattutto di natura sanitaria per la popolazione». «Il flusso deve essere ridotto, non si può più andare avanti così», ha dichiarato Karl Mühlsteiger, sindaco di Gries am Brenner e promotore dell’iniziativa, ricordando gli oltre 14 milioni di passaggi di veicoli registrati ogni anno. Proprio la concomitanza tra la manifestazione annunciata e il sabotaggio, però, costituisce quindi uno dei nodi centrali dell’inchiesta.
Gli investigatori dovranno accertare se vi sia stato un collegamento diretto tra gli autori del rogo e gli ambienti della protesta oppure se qualcuno abbia sfruttato la mobilitazione come copertura ideale per compiere un’azione autonoma destinata ad avere un forte impatto.
Paradossalmente, però, proprio la viabilità stradale è stata l’aspetto che ha creato meno problemi. L’uscita obbligatoria al casello di Vipiteno e i percorsi alternativi predisposti tra Val Pusteria e Val Venosta hanno retto. Anche sul versante italiano non si sono registrate particolari criticità. Molti autotrasportatori e viaggiatori avevano infatti scelto di modificare in anticipo i programmi di viaggio. Al termine della manifestazione a Matrei, in Tirolo, il traffico è tornato regolare. Sul versante italiano, è stato riaperto lo snodo viario di Vipiteno. La vera emergenza si è spostata sui binari. Con Digos e Polfer al lavoro, in stretto contatto con l’Antiterrorismo, per capire chi abbia deciso di colpire le infrastrutture ferroviarie e se esista un collegamento tra il sabotaggio e la mobilitazione ambientalista.
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