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2018-07-28
Il vero Satana oggi fa il tifo per le frontiere spalancate
Dedicato al ministro dell'Interno il caritatevole titolo: «Vade retro». Intanto è silenzio assoluto sulle violenze degli immigrati.Già il cardinale Giacomo Biffi aveva denunciato i rischi per la Chiesa.Vade retro «Famiglia Cristiana»: non tutti i vescovi sono anti Matteo Salvini. Quello di Chioggia prende le distanze: «La rivista non può rappresentare la collettività dei sacerdoti». E il collega di Ventimiglia rincara: «Aiutiamo i migranti, ma tuteliamo anche il diritto a restare a casa loro». Lo speciale contiene due articoli.La domenica di Pasqua del 1900, il grande filosofo russo Vladimir Soloviev completò il suo capolavoro, I tre dialoghi e il racconto dell'Anticristo. In quel libro egli forniva una accurata descrizione del nemico per eccellenza dell'umanità: un uomo affascinante, un seduttore. Filantropo, pacifista, vegetariano, un intellettuale apparentemente attento alle esigenze dei più deboli, saggio ed eloquente. Nel 2000, a cent'anni dalla morte di Soloviev (avvenuta il 31 luglio 1900), il cardinale Giacomo Biffi dedicò una riflessione all'opera del geniale russo. «La militanza di fede ridotta ad azione umanitaria e genericamente culturale», scriveva Biffi, «il messaggio evangelico identificato nel confronto irenico con tutte le filosofie e con tutte le religioni; la Chiesa di Dio scambiata per un'organizzazione di promozione sociale: siamo sicuri che Soloviev non abbia davvero previsto ciò che è effettivamente avvenuto, e che non si proprio questa oggi l'insidia più pericolosa per la “nazione santa" redenta dal sangue di Cristo? È un interrogativo inquietante e non dovrebbe essere eluso». Il cardinale, come spesso accadeva, aveva colto nel segno. L'Anticristo di Soloviev è una sorta di incarnazione di ciò che oggi possiamo definire «pensiero dominante». In quel libro del 1900 (che Alfonso Piscitelli descrive accuratamente in queste pagine) sono delineati i tratti fondamentali del nostro tempo, dominato dal «politicamente corretto» di cui l'Anticristo è un concentrato. Guardatevi intorno, pensate ai messaggi con cui ogni giorno veniamo bombardati. In nome del dialogo, dei «diritti umani», dell'accoglienza e del rispetto delle culture diverse si è imposto, negli ultimi anni, un sistema mortifero il cui obiettivo è la distruzione dei popoli e la creazione di un'umanità neutra, omologata, disponibile e sfruttabile. Un'umanità imprigionata in una schiavitù che è, a tutti gli effetti, satanica. Famiglia Cristiana, La Civiltà Cattolica, Avvenire e una ampia fetta della Chiesa fingono di ignorare tutto questo, anche se papa Francesco - in uno dei suoi interventi più toccanti - si è scagliato contro la cultura del neutro con grande convinzione. Continuano a ripeterci che bisogna spalancare le frontiere e distruggere i muri, proprio come voleva l'Anticristo di Soloviev. «Ero straniero e mi avete accolto», ripetono, citando fino allo sfinimento le stesse parole evangeliche (utilizzate pure dal cardinale Gianfranco Ravasi, qualche mese fa, per fare polemica contro il governo). Dimenticano che - come scriveva il gigante russo e come Biffi rimarcava - l'Anticristo è un profondo conoscitore delle Scritture: le interpreta a suo piacimento, pervertendole. Oggi, infatti, non parliamo di accogliere uno straniero affamato e assetato. Ridurre l'immigrazione a questo concetto è falso, sbagliato e pericoloso. Qui parliamo di un meccanismo che si basa sul saccheggio dei Paesi africani, i quali vengono svuotati di intere generazioni e mantenuti nell'indigenza, con la complicità di classi dirigenti corrotte. Parliamo di enormi interessi economici che si celano dietro i movimenti delle masse a livello globale. Senza contare, poi, le ricadute sulle nazioni occidentali (o, meglio, sulle persone comuni che quelle nazioni le compongono) a livello di criminalità, abbassamento dei salari, deculturazione. Che siano gli intellettuali «di sinistra» ad avallare tale sistema, non stupisce. Sono decenni che costoro agiscono come foglia di fico al servizio del neoliberismo più feroce, fornendogli una patina di «bontà» dietro cui celare i suoi spiriti animali. Sorprende di più che siano certi cattolici a cadere nella trappola. Si sono fatti ingannare da quelli che Alain De Benoist chiama «i demoni del bene». Fanno da sponda a chi, in realtà, vuole distruggerli e ridurli all'insignificanza. Non a caso, gli organismi sovranazionali (tra cui Onu e Ue) che spingono per le frontiere aperte sono gli stessi che avversano ferocemente la Chiesa e mirano a cancellarla o tramutarla in una sottospecie di Ong. No, Salvini non potrebbe essere Satana nemmeno in un fumetto del diavolo Geppo. Il nemico vero si nasconde altrove, e vince anche grazie a chi dovrebbe combatterlo. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-satana-oggi-fa-il-tifo-per-le-frontiere-spalancate-2590425005.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vade-retro-famiglia-cristiana-non-tutti-i-vescovi-sono-anti-salvini" data-post-id="2590425005" data-published-at="1781365803" data-use-pagination="False"> Vade retro «Famiglia Cristiana»: non tutti i vescovi sono anti Salvini Vade retro, Famiglia Cristiana. A quanto pare, non tutti i prelati hanno gradito il titolo con cui il settimanale cattolico ha di fatto paragonato il ministro dell'Interno Matteo Salvini a Satana. Di sicuro non l'ha gradito il vescovo di Chioggia, Adriano Tessarollo, che su Facebook ha chiaramente affermato di non sentirsi rappresentato da una posizione di tale durezza nei confronti del titolare del Viminale. «Ritengo stupido identificare Famiglia Cristiana con tutti i preti», ha spiegato monsignor Tessarollo: «Smettiamola con questa mentalità collettivizzante». Non tutta la Chiesa, dunque, la pensa come la rivista fondata dal beato Giacomo Alberione. Il quale, con grande lungimiranza, già negli anni Trenta considerava i media la nuova frontiera dell'evangelizzazione. Il suo intento originario, però, deve essere stato interpretato in maniera leggermente distorta da don Antonio Rizzolo, il direttore di Famiglia Cristiana. Che in un'intervista a Vanity Fair ha voluto sottolineare come l'offensiva frontale a Salvini sia il frutto di una reazione della Conferenza episcopale italiana «a certi toni sprezzanti e aggressivi adoperati» dal vicepremier. Eppure, lo stesso Rizzolo riconosce che il Catechismo è il primo a individuare un limite all'imperativo caritatevole dell'accoglienza e dell'integrazione. Senza contare gli innumerevoli documenti da cui traspare come le vere idee della Chiesa in materia di immigrazione siano un po' più complesse di quanto vorrebbero farci credere certi preti mediatici. Ed è significativo che i caveat provengano proprio da membri dell'episcopato che Famiglia Cristiana ha, loro malgrado, arruolato nell'esercito dei predicatori antisalviniani. Basti pensare al vescovo di Ventimiglia, monsignor Antonio Suetta: il settimanale lo aveva menzionato come oppositore delle politiche leghiste, ma lui ci ha tenuto smentire pubblicamente di essere un nemico di Salvini. D'altra parte, in una lettera inviata pochi giorni fa alla Verità, il vescovo aveva precisato che la sua era una visione piuttosto articolata ed equilibrata. Monsignor Suetta aveva ammesso di considerare l'accoglienza parte del «ruolo profetico della Chiesa», ma aveva aggiunto che «l'esperienza dell'emigrazione è dolorosa per ogni uomo; soffre chi è costretto a lasciare la famiglia, la casa, la terra, abbandonando affetti, costumi, lingua, cultura e tradizioni che compongono la propria identità; soffre la famiglia privata di un suo componente e smembrata; soffre la terra depauperata spesso delle sue risorse migliori. A ciò si affiancano le difficoltà dei popoli occidentali nel realizzare una difficile integrazione, spesso preoccupati, non sempre senza ragione, di preservare la loro sicurezza e la loro identità culturale e religiosa». Un ragionamento cui il prelato faceva seguire le opportune citazioni dalla dottrina sociale. Per esempio, le parole di San Giovanni Paolo II sul «diritto primario dell'uomo» a vivere «nella propria patria»; e quelle di Bendetto XVI, che in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2013, ribadì come il primato dei diritti spettasse a quello «a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra». Fermo restando che per lui è comunque fondamentale il dovere dell'accoglienza, monsignor Suetta, nella sua missiva alla Verità, faceva riferimento finanche alla necessità di impedire «una sostituzione etnica, involontaria o meno». La morale della favola è che non tutta la Chiesa condivide la campagna politica imbastita da Famiglia Cristiana. O almeno, non tutta la Chiesa ritiene che l'unico modo di criticare le politiche di Salvini sia quello, letteralmente, di demonizzarlo. Tant'è che il vescovo di Chioggia, in un'intervista al Corriere del Veneto, è riuscito contemporaneamente a dissociarsi dalla copertina del settimanale e a esprimere le proprie riserve sulla proposta di rendere il crocifisso obbligatorio nei luoghi pubblici: «Certe proposte, in certi contesti», ha spiegato, «rischiano di ottenere effetti contrari. Salvini rivendica un'identità che non c'è più». Si può non essere d'accordo con l'arrendevolezza del monsignore al modello laicista, ma almeno l'episodio è sufficiente a comprendere che non è necessario essere dei «clericofascisti» per trovare parossistica la crociata di Famiglia Cristiana. Anche il ministro dell'Interno si è reso conto che tra i religiosi ci sono dissapori. Nell'intervista di ieri a Radio 24, il leader della Lega ha dichiarato che la sua sensazione è che ci sia «un dibattito in corso» tra i sacerdoti e i fedeli, poiché «tanti uomini e donne di Chiesa», in questi giorni, gli hanno comunicato la propria solidarietà. È vero, quindi, che il pontificato di Francesco ha impresso al Vaticano una sterzata terzomondista, di cui l'immigrazionismo incarna magari un'incomprensione ascrivibile al retroterra tipicamente sudamericano del Papa (la convinzione, maturata tuttavia in contesti storici, sociali e geografici totalmente differenti da quello dell'Europa, che una nazione possa nascere dal concorso di etnie e popoli differenti). Ed è altrettanto vero che qualcuno, nella Conferenza episcopale e nelle Caritas, deve aver fiutato il giro d'affari intorno all'immigrazione. Ma è un dato di fatto che sia molti preti che molti fedeli fanno fatica a digerire le interpretazioni globaliste della «missione profetica» che il successore di Pietro e le alte gerarchie vaticane li esortano a mettere in atto. Lo dimostra, probabilmente, il calo costante del numero degli italiani che decide di destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica: nel 2014, un anno dopo l'elezione di Jorge Mario Bergoglio, era il 35,46% dei contribuenti, sceso al 34,20% nel 2015 e al 33,67% nel 2016. Queste donazioni saranno ripartire nel biennio 2018-2020 e le proiezioni lasciano intendere che per il periodo successivo le cose non miglioreranno. Anche la Chiesa, insomma, sembra essere stata contagiata da quel morbo che ha progressivamente accresciuto la lontananza intellettuale e morale tra le élite e le persone comuni. Un buon risultato, però, l'attacco mediatico di Famiglia Cristiana l'ha conseguito. In un'epoca in cui i preti hanno ormai smesso di parlare di premi e castighi divini e certi corsivisti affermano addirittura che per il Papa l'inferno non sarebbe reale, la rivista antileghista ci ha ricordato una verità di fede: che il diavolo esiste. Alessandro Rico
Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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