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2018-07-28
Il vero Satana oggi fa il tifo per le frontiere spalancate
Dedicato al ministro dell'Interno il caritatevole titolo: «Vade retro». Intanto è silenzio assoluto sulle violenze degli immigrati.Già il cardinale Giacomo Biffi aveva denunciato i rischi per la Chiesa.Vade retro «Famiglia Cristiana»: non tutti i vescovi sono anti Matteo Salvini. Quello di Chioggia prende le distanze: «La rivista non può rappresentare la collettività dei sacerdoti». E il collega di Ventimiglia rincara: «Aiutiamo i migranti, ma tuteliamo anche il diritto a restare a casa loro». Lo speciale contiene due articoli.La domenica di Pasqua del 1900, il grande filosofo russo Vladimir Soloviev completò il suo capolavoro, I tre dialoghi e il racconto dell'Anticristo. In quel libro egli forniva una accurata descrizione del nemico per eccellenza dell'umanità: un uomo affascinante, un seduttore. Filantropo, pacifista, vegetariano, un intellettuale apparentemente attento alle esigenze dei più deboli, saggio ed eloquente. Nel 2000, a cent'anni dalla morte di Soloviev (avvenuta il 31 luglio 1900), il cardinale Giacomo Biffi dedicò una riflessione all'opera del geniale russo. «La militanza di fede ridotta ad azione umanitaria e genericamente culturale», scriveva Biffi, «il messaggio evangelico identificato nel confronto irenico con tutte le filosofie e con tutte le religioni; la Chiesa di Dio scambiata per un'organizzazione di promozione sociale: siamo sicuri che Soloviev non abbia davvero previsto ciò che è effettivamente avvenuto, e che non si proprio questa oggi l'insidia più pericolosa per la “nazione santa" redenta dal sangue di Cristo? È un interrogativo inquietante e non dovrebbe essere eluso». Il cardinale, come spesso accadeva, aveva colto nel segno. L'Anticristo di Soloviev è una sorta di incarnazione di ciò che oggi possiamo definire «pensiero dominante». In quel libro del 1900 (che Alfonso Piscitelli descrive accuratamente in queste pagine) sono delineati i tratti fondamentali del nostro tempo, dominato dal «politicamente corretto» di cui l'Anticristo è un concentrato. Guardatevi intorno, pensate ai messaggi con cui ogni giorno veniamo bombardati. In nome del dialogo, dei «diritti umani», dell'accoglienza e del rispetto delle culture diverse si è imposto, negli ultimi anni, un sistema mortifero il cui obiettivo è la distruzione dei popoli e la creazione di un'umanità neutra, omologata, disponibile e sfruttabile. Un'umanità imprigionata in una schiavitù che è, a tutti gli effetti, satanica. Famiglia Cristiana, La Civiltà Cattolica, Avvenire e una ampia fetta della Chiesa fingono di ignorare tutto questo, anche se papa Francesco - in uno dei suoi interventi più toccanti - si è scagliato contro la cultura del neutro con grande convinzione. Continuano a ripeterci che bisogna spalancare le frontiere e distruggere i muri, proprio come voleva l'Anticristo di Soloviev. «Ero straniero e mi avete accolto», ripetono, citando fino allo sfinimento le stesse parole evangeliche (utilizzate pure dal cardinale Gianfranco Ravasi, qualche mese fa, per fare polemica contro il governo). Dimenticano che - come scriveva il gigante russo e come Biffi rimarcava - l'Anticristo è un profondo conoscitore delle Scritture: le interpreta a suo piacimento, pervertendole. Oggi, infatti, non parliamo di accogliere uno straniero affamato e assetato. Ridurre l'immigrazione a questo concetto è falso, sbagliato e pericoloso. Qui parliamo di un meccanismo che si basa sul saccheggio dei Paesi africani, i quali vengono svuotati di intere generazioni e mantenuti nell'indigenza, con la complicità di classi dirigenti corrotte. Parliamo di enormi interessi economici che si celano dietro i movimenti delle masse a livello globale. Senza contare, poi, le ricadute sulle nazioni occidentali (o, meglio, sulle persone comuni che quelle nazioni le compongono) a livello di criminalità, abbassamento dei salari, deculturazione. Che siano gli intellettuali «di sinistra» ad avallare tale sistema, non stupisce. Sono decenni che costoro agiscono come foglia di fico al servizio del neoliberismo più feroce, fornendogli una patina di «bontà» dietro cui celare i suoi spiriti animali. Sorprende di più che siano certi cattolici a cadere nella trappola. Si sono fatti ingannare da quelli che Alain De Benoist chiama «i demoni del bene». Fanno da sponda a chi, in realtà, vuole distruggerli e ridurli all'insignificanza. Non a caso, gli organismi sovranazionali (tra cui Onu e Ue) che spingono per le frontiere aperte sono gli stessi che avversano ferocemente la Chiesa e mirano a cancellarla o tramutarla in una sottospecie di Ong. No, Salvini non potrebbe essere Satana nemmeno in un fumetto del diavolo Geppo. Il nemico vero si nasconde altrove, e vince anche grazie a chi dovrebbe combatterlo. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-satana-oggi-fa-il-tifo-per-le-frontiere-spalancate-2590425005.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vade-retro-famiglia-cristiana-non-tutti-i-vescovi-sono-anti-salvini" data-post-id="2590425005" data-published-at="1774934517" data-use-pagination="False"> Vade retro «Famiglia Cristiana»: non tutti i vescovi sono anti Salvini Vade retro, Famiglia Cristiana. A quanto pare, non tutti i prelati hanno gradito il titolo con cui il settimanale cattolico ha di fatto paragonato il ministro dell'Interno Matteo Salvini a Satana. Di sicuro non l'ha gradito il vescovo di Chioggia, Adriano Tessarollo, che su Facebook ha chiaramente affermato di non sentirsi rappresentato da una posizione di tale durezza nei confronti del titolare del Viminale. «Ritengo stupido identificare Famiglia Cristiana con tutti i preti», ha spiegato monsignor Tessarollo: «Smettiamola con questa mentalità collettivizzante». Non tutta la Chiesa, dunque, la pensa come la rivista fondata dal beato Giacomo Alberione. Il quale, con grande lungimiranza, già negli anni Trenta considerava i media la nuova frontiera dell'evangelizzazione. Il suo intento originario, però, deve essere stato interpretato in maniera leggermente distorta da don Antonio Rizzolo, il direttore di Famiglia Cristiana. Che in un'intervista a Vanity Fair ha voluto sottolineare come l'offensiva frontale a Salvini sia il frutto di una reazione della Conferenza episcopale italiana «a certi toni sprezzanti e aggressivi adoperati» dal vicepremier. Eppure, lo stesso Rizzolo riconosce che il Catechismo è il primo a individuare un limite all'imperativo caritatevole dell'accoglienza e dell'integrazione. Senza contare gli innumerevoli documenti da cui traspare come le vere idee della Chiesa in materia di immigrazione siano un po' più complesse di quanto vorrebbero farci credere certi preti mediatici. Ed è significativo che i caveat provengano proprio da membri dell'episcopato che Famiglia Cristiana ha, loro malgrado, arruolato nell'esercito dei predicatori antisalviniani. Basti pensare al vescovo di Ventimiglia, monsignor Antonio Suetta: il settimanale lo aveva menzionato come oppositore delle politiche leghiste, ma lui ci ha tenuto smentire pubblicamente di essere un nemico di Salvini. D'altra parte, in una lettera inviata pochi giorni fa alla Verità, il vescovo aveva precisato che la sua era una visione piuttosto articolata ed equilibrata. Monsignor Suetta aveva ammesso di considerare l'accoglienza parte del «ruolo profetico della Chiesa», ma aveva aggiunto che «l'esperienza dell'emigrazione è dolorosa per ogni uomo; soffre chi è costretto a lasciare la famiglia, la casa, la terra, abbandonando affetti, costumi, lingua, cultura e tradizioni che compongono la propria identità; soffre la famiglia privata di un suo componente e smembrata; soffre la terra depauperata spesso delle sue risorse migliori. A ciò si affiancano le difficoltà dei popoli occidentali nel realizzare una difficile integrazione, spesso preoccupati, non sempre senza ragione, di preservare la loro sicurezza e la loro identità culturale e religiosa». Un ragionamento cui il prelato faceva seguire le opportune citazioni dalla dottrina sociale. Per esempio, le parole di San Giovanni Paolo II sul «diritto primario dell'uomo» a vivere «nella propria patria»; e quelle di Bendetto XVI, che in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2013, ribadì come il primato dei diritti spettasse a quello «a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra». Fermo restando che per lui è comunque fondamentale il dovere dell'accoglienza, monsignor Suetta, nella sua missiva alla Verità, faceva riferimento finanche alla necessità di impedire «una sostituzione etnica, involontaria o meno». La morale della favola è che non tutta la Chiesa condivide la campagna politica imbastita da Famiglia Cristiana. O almeno, non tutta la Chiesa ritiene che l'unico modo di criticare le politiche di Salvini sia quello, letteralmente, di demonizzarlo. Tant'è che il vescovo di Chioggia, in un'intervista al Corriere del Veneto, è riuscito contemporaneamente a dissociarsi dalla copertina del settimanale e a esprimere le proprie riserve sulla proposta di rendere il crocifisso obbligatorio nei luoghi pubblici: «Certe proposte, in certi contesti», ha spiegato, «rischiano di ottenere effetti contrari. Salvini rivendica un'identità che non c'è più». Si può non essere d'accordo con l'arrendevolezza del monsignore al modello laicista, ma almeno l'episodio è sufficiente a comprendere che non è necessario essere dei «clericofascisti» per trovare parossistica la crociata di Famiglia Cristiana. Anche il ministro dell'Interno si è reso conto che tra i religiosi ci sono dissapori. Nell'intervista di ieri a Radio 24, il leader della Lega ha dichiarato che la sua sensazione è che ci sia «un dibattito in corso» tra i sacerdoti e i fedeli, poiché «tanti uomini e donne di Chiesa», in questi giorni, gli hanno comunicato la propria solidarietà. È vero, quindi, che il pontificato di Francesco ha impresso al Vaticano una sterzata terzomondista, di cui l'immigrazionismo incarna magari un'incomprensione ascrivibile al retroterra tipicamente sudamericano del Papa (la convinzione, maturata tuttavia in contesti storici, sociali e geografici totalmente differenti da quello dell'Europa, che una nazione possa nascere dal concorso di etnie e popoli differenti). Ed è altrettanto vero che qualcuno, nella Conferenza episcopale e nelle Caritas, deve aver fiutato il giro d'affari intorno all'immigrazione. Ma è un dato di fatto che sia molti preti che molti fedeli fanno fatica a digerire le interpretazioni globaliste della «missione profetica» che il successore di Pietro e le alte gerarchie vaticane li esortano a mettere in atto. Lo dimostra, probabilmente, il calo costante del numero degli italiani che decide di destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica: nel 2014, un anno dopo l'elezione di Jorge Mario Bergoglio, era il 35,46% dei contribuenti, sceso al 34,20% nel 2015 e al 33,67% nel 2016. Queste donazioni saranno ripartire nel biennio 2018-2020 e le proiezioni lasciano intendere che per il periodo successivo le cose non miglioreranno. Anche la Chiesa, insomma, sembra essere stata contagiata da quel morbo che ha progressivamente accresciuto la lontananza intellettuale e morale tra le élite e le persone comuni. Un buon risultato, però, l'attacco mediatico di Famiglia Cristiana l'ha conseguito. In un'epoca in cui i preti hanno ormai smesso di parlare di premi e castighi divini e certi corsivisti affermano addirittura che per il Papa l'inferno non sarebbe reale, la rivista antileghista ci ha ricordato una verità di fede: che il diavolo esiste. Alessandro Rico
(Imagoeconomica)
Erano convinti che a Palazzo Chigi sarebbe stato una docile marionetta nelle loro mani, una bella statuina da girare e raggirare con facilità.
La storia ha dimostrato che si sbagliavano e il primo a fare la sgradita scoperta fu lo stesso Salvini, che nell’estate del 2019 decise di far cadere il governo e di invocare le elezioni anticipate per capitalizzare il 34% preso alle Europee. Purtroppo, l’allora ministro dell’Interno non aveva fatto i conti con le capacità camaleontiche di Conte il quale, abbandonati i toni felpati assunti fino ad allora, mostrò il suo vero volto. Con una ferocia inaspettata, il fu Avvocato del popolo attaccò Salvini nell’aula del Senato avendolo accanto. Tanta crudeltà nascondeva una giravolta già decisa, che consentì al professore di Volturara Appula di passare senza soluzione di continuità da un esecutivo spostato a destra, con la Lega, a uno spostato a sinistra, con il Pd. Ma sempre con lui premier.
Ecco, quella fu la prima volta in cui si capì che il vero caimano non era Silvio Berlusconi, a cui la stampa di sinistra aveva affibbiato il soprannome, ma Giuseppe Conte, uno con l’aria mite ma le mascelle d’acciaio, capaci di triturare qualsiasi avversario. Da alligatore voracissimo, in otto anni - tanti ne ha finora accumulati sulla scena politica - il Camaleconte ha ingoiato senza batter ciglio Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, Alessandro Di Battista e Virginia Raggi, Danilo Toninelli e Vincenzo Spadafora e, da ultima, Chiara Appendino. Nell’elenco delle vittime del professore, cresciuto nelle grazie di Villa Nazareth, collegio vigilato dalla segreteria di Stato vaticana, non può certo essere dimenticato il fondatore dei 5 stelle, ovvero Beppe Grillo, che pur avendo provato a contrastare l’avanzata di Conte, alla fine ha dovuto ripiegare, costretto a lasciare campo largo all’ex premier.
Ecco, appunto, il campo largo. Da quando l’Anm ha sconfitto il governo sulla riforma della giustizia, l’avvocato di Volturara Appula sogna un ritorno trionfale a Palazzo Chigi. Prima ancora che gli altri leader di centrosinistra parlassero, lunedì scorso lui si era già preso la scena, convocando una conferenza stampa per commentare il risultato del referendum. Da allora, ed è passata una settimana, Conte non ha più smesso di dichiarare, passando dalle interviste ai talk show e viceversa, ma soprattutto aggiustando il tiro con una serie di capriole: non più contrario ad aiutare l’Ucraina e nemmeno più ostile alle regole europee, e magari, presto, pure non più a ostile Trump. In campagna elettorale prima ancora che siano indette le elezioni, Conte si è subito candidato alle primarie della coalizione, convinto che in un duello con Elly Schlein - ma anche con Silvia Salis, Ernesto Maria Ruffini e chiunque altro volesse sfidarlo - non ci sarebbe partita. Quelli che se ne intendono, in effetti, dicono che il Caimano a 5 stelle ingoierebbe tutti gli avversari. Prova ne sia che Matteo Renzi non soltanto si guarda bene dall’intralciargli la strada, ma addirittura si è affrettato a dire che non c’è alcuna preclusione nei confronti del leader pentastellato e le primarie per la sinistra sarebbero una benedizione.
Ma c’è chi va anche oltre. Paolo Mieli, ad esempio. L’ex direttore del Corriere ieri ha vergato un editoriale per suggerire a Elly Schlein di lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. L’ex premier avrebbe il vantaggio di essere già stato a Palazzo Chigi con una coalizione di cui faceva parte il Pd. «Cedendogli lo scettro eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti», ha scritto l’inventore del cerchiobottismo. «Sarebbe una prova di saggezza da parte sua cedere il passo a un leader che ha 20 anni più di lei. Il futuro, ne siamo certi, la ripagherebbe». Non sono sicuro, al contrario di Mieli, che il futuro o Conte ripagherebbero il passo indietro. Però sono certo che gli italiani ricordano bene i guasti provocati dall’ex presidente del Consiglio, a cominciare dal reddito di cittadinanza per finire con il Superbonus. Ma ancor di più credo che abbiano memoria dei lockdown e della gestione dell’emergenza Covid, con l’Italia messa in stand by, i punti Primula di Domenico Arcuri, i banchi a rotelle, eccetera. Così come penso non abbiamo dimenticato i voltafaccia sulle misure anti migranti. Per questo mi viene spontanea una domanda: rimettereste il Paese nelle mani di costui?
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Il cancelliere tedesco Merz con il presidente siriano al-Sharaa (Getty Images)
È l’accordo che il governo tedesco ha raggiunto a Berlino, dove lo stesso Merz e il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, hanno ricevuto - tra proteste e malumori - il leader di Damasco. L’uomo che, deposta la scimitarra, ha cambiato anche nome: non è più il combattente Abu Muhammad al-Jolani, bensì il politico in giacca e cravatta Ahmad Husayn al-Sharaa.
È stato lui a coniare il neologismo che indica il rientro a casa volontario dei siriani: un modello che permetta loro, ha detto al-Sharaa, «di contribuire alla ricostruzione della loro patria senza dover abbandonare la vita stabile che si sono costruiti» in Germania. Per la verità, il principale contributo alla ricostruzione del Paese, reduce da anni di guerra civile, lo darà proprio la Germania: Merz ha accettato di stanziare, già quest’anno, 200 milioni per adeguare la rete idrica e ristrutturare gli ospedali siriani. È il prezzo da pagare per rispedire indietro gli immigrati che Angela Merkel, undici anni fa, aveva iniziato ad accogliere a braccia aperte, all’apice della crisi umanitaria in Medio Oriente.
Il 31 agosto 2015, dopo aver visitato un centro per rifugiati a Dresda, la cancelliera cristiano-democratica pronunciò una frase passata alla storia: «Wir schaffen das!», «Possiamo farcela!». Fu lo «Yes, we can!» con i crauti, pensato per convincere i cittadini ad accettare l’ingresso di 1 milione e 200.000 richiedenti asilo nel biennio 2015-2016, il 35-40% dei quali provenienti dalla Siria. Dietro l’afflato di carità, si celavano motivazioni ben più materialistiche: la Merkel aveva intravisto la possibilità di importare la manodopera a basso costo di cui l’industria tedesca aveva bisogno per rimanere competitiva sui mercati. Ma nel giro di pochi mesi, iniziarono i guai: la notte di Capodanno, i nuovi arrivati, in primis nordafricani e afgani, ringraziarono per l’ospitalità organizzando molestie e stupri di gruppo in varie città. Gli episodi più gravi avvennero a Colonia, ma aggressioni analoghe si verificarono pure altrove, da Amburgo a Stoccarda. Le autorità fecero di tutto per occultare la notizia, finendo per indignare ancora di più l’opinione pubblica.
In seguito, vennero le ondate di attentati e di assalti all’arma bianca, che costrinsero persino il socialdemocratico Olaf Scholz a un giro di vite: sospensione di Schengen, reintroduzione dei controlli ai confini, espulsione dei criminali anche in Paesi che si farebbe fatica a considerare sicuri, tipo l’Afghanistan. È la stessa strada battuta dal governo in carica di Cdu e Spd, che ha attivato un canale con Kabul e adesso, pur di mandar via i siriani, sdogana l’ex miliziano di Damasco. Reduce da trasferte di successo negli Stati Uniti di Trump e nella Francia di Emmanuel Macron.
Così, l’intesa di ieri completa il matricidio cristiano-democratico: Merz rinnega la Merkel. La quale, nel 2024, in occasione della presentazione della sua autobiografia, Libertà, insisteva: «Fu giusto accogliere quei rifugiati. Quale sarebbe stata l’alternativa? Respingere i profughi alle frontiere con gli idranti?». Intanto, rivendicava l’altra furbata tedesca: l’accordo da 6 miliardi di euro con la Turchia di Recep Erdogan, che consentì al Paese, una volta soddisfatte le richieste delle imprese, di chiudere le porte e scaricare sulle nazioni mediterranee barconi e naufragi. Un esempio che deve aver convinto Merz ad allentare i cordoni della borsa a beneficio del collega mediorientale.
Il cancelliere, ieri, ha dichiarato che «la maggior parte dei siriani desidera tornare nel proprio Paese». Tutto sta a instaurare anche lì uno «Stato di diritto» e garantire la tutela dei cittadini, «indipendentemente dalla loro religione, etnia o genere». A Berlino, però, hanno talmente fretta di sgomberare le strade dagli indesiderati, che sembrano disposti ad accontentarsi di impegni puramente verbali. Al-Sharaa ha giurato: «Vogliamo diventare uno Stato di istituzioni, in cui tutte le componenti della società possano vivere senza paura». «Tutte le minoranze», ha proclamato, «dovranno godere dei diritti». Nel frattempo, però, i cristiani continuano a essere oggetto di abusi.
Gli ultimi episodi si sono verificati, in questi giorni, ad Al-Suqaylabiyah, l’unico centro del governatorato di Hama a maggioranza greco-ortodossa. Una lite scoppiata per la vendita di alcolici in un negozio, che per gli islamici va proibita e che è stata già bandita quasi ovunque a Damasco, ha provocato pesanti rappresaglie: orde di giovani radicalizzati, a bordo di motociclette, hanno devastato vetrine, locali e una statua della Madonna, per poi aggredire e insultare ragazze cristiane. La comunità è stata costretta a celebrare in modo molto discreto la Domenica delle Palme. E i crimini restano impuniti. Ad Asia News, monsignor Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs, ha riferito che, nella sua città, «quasi ogni giorno vi sono uccisioni», specie di alawiti. «Nessuno dice nulla o fa nulla per fermare questo circolo di vendetta», ha sospirato il prelato.
Sono le premesse adeguate per ordinare rimpatri di massa. In Germania esisterà Magistratura democratica?
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Ilaria Salis (Ansa)
Fratelli d’Italia porta il caso dentro le istituzioni europee. L’eurodeputato Stefano Cavedagna ha inviato una lettera urgente alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. Il terreno è quello del rispetto delle regole interne. La premessa è che al controllo di polizia l’eurodeputata era in stanza con «un suo assistente parlamentare accreditato, il quale», scrive Cavedagna, «risulterebbe già condannato per reati connessi a episodi di attivismo violento». Il punto, invece, è questo: «La stretta vicinanza tra l’eurodeputata e l’assistente presente sul posto, alla luce dei presunti precedenti penali dello stesso, potrebbe sollevare dubbi sull’adeguatezza delle procedure di selezione, nonché su eventuali rapporti interpersonali particolarmente stretti o, quantomeno, inopportuni, stante che i deputati non possono assumere personale con il quale si è legati da relazioni stabili, coniugali o di convivenza».
L’assistente è Ivan Bonnin, segnalato nel 2014 per i picchetti del collettivo Hobo davanti agli ingressi dell’ateneo di Bologna e condannato a pagare una multa da 90.000 euro divisa in sei parti, tra studenti e ricercatori (15.000 euro a testa), con un decreto di condanna per interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Cavedagna ricorda che «le linee guida prevedono la consegna di un estratto del casellario giudiziale non anteriore a sei mesi». Poi parte con le richieste: «La presidenza è a conoscenza dei fatti esposti? Com’è stato possibile procedere all’assunzione in apparente presenza di una condanna definitiva? Sono state rispettate le procedure di verifica? Il casellario giudiziale è stato effettivamente consegnato oppure ci sono state carenze nei controlli o anomalie nella documentazione presentata?». Infine l’esponente di Fdi chiede «se il contratto tra l’eurodeputata Salis e il suo assistente sia in ottemperanza» delle norme che regolano assunzioni e relazioni affettive, «dato che», rimarca Cavedagna, «è espressamente vietato assumere coniugi, conviventi e persone con cui si ha una relazione stabile». La vicecapogruppo di Fdi alla Camera, Elisabetta Gardini, parla di «intreccio inquietante»: «Le notizie emerse sul ruolo e sui precedenti dell’assistente dell’eurodeputata delineano un intreccio inquietante tra estremismo politico, incarichi pubblici e denaro dei contribuenti». Poi aggiunge: «È inaccettabile che soggetti con simili precedenti operino nelle istituzioni europee». Per il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, la Salis deve «chiarire» sul «suo collaboratore pregiudicato»: «Davvero ha assunto un personaggio che gli stessi giudici ritengono un violento?». La risposta della Salis arriva via radio, a Un giorno da pecora: «Bonnin ha un dottorato in Scienze politiche internazionali, quindi qualificato per svolgere l’incarico che gli ho affidato». Ma, evocando errori di gioventù, ammette: «Ha qualche piccolo precedente legato a manifestazioni, risalenti a più di dieci anni fa, in quanto faceva parte dei collettivi studenteschi». Infine tenta di rimandare la palla nel campo avversario: «Direi a Fdi di guardare prima in casa propria». Ma le critiche non si fermano. La Lega, con Gianluca Cantalamessa, chiede: «Salis faccia chiarezza sul suo assistente. Ha precedenti penali? Ha con lui una relazione? Affetti privati e incarichi pubblici non possono andare insieme. I soldi dei contribuenti non possono essere utilizzati per pagare il proprio partner. Se non è in grado di fare luce, si faccia da parte».
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Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Per il «Delma» le cose non si mettono bene. La Direzione distrettuale antimafia sospetta che l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, abbia agito come prestanome per il clan romano dei Senese, contribuendo a costruire una rete di attività formalmente regolari ma funzionali a ripulire capitali illeciti. Le cosiddette «lavatrici di soldi sporchi». Al centro dell’inchiesta c’è la Bisteccheria d’Italia, un ristorante in via Tuscolana a Roma che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato utilizzato per riciclare il denaro riconducibile al clan guidato da Michele Senese, detto «o’ pazz». L’indagine coinvolge Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato a febbraio 2026 a quattro anni di carcere per intestazione fittizia di beni aggravata da favoreggiamento del clan Senese. Miriam è incensurata ed è amministratrice unica della società costituita a Biella il 16 dicembre 2024 insieme a Delmastro, che deteneva il 25%, e ad altri tre esponenti Fdi piemontesi che detenevano quote minoritarie. L’accusa è di aver «trasferito e reinvestito» nella società, soldi delle attività illecite del clan. Si ipotizzano i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Un’attività illecita aggravata dal fatto di averla «commessa al fine di agevolare l'associazione di stampo mafioso» del gruppo criminale. Nel mirino anche una cena alla Bisteccheria d’Italia alla quale avrebbero preso parte figure di vertice dell’amministrazione penitenziaria di cui Delmastro aveva le deleghe e del ministero della Giustizia.
Delmastro ha tentato frettolosamente e maldestramente di uscirne cedendo le sue quote prima a un’altra delle sue società (novembre 2025) e poi a un’altra socia, Donatella Pelle (febbraio 2026). La stessa Pelle aveva poi rimesso le quote alla socia di maggioranza, Miriam Caroccia, rendendo tutta la situazione ancor più sospetta.
Delmastro, che per questa storia è stato costretto alle dimissioni, ha sempre sostenuto di aver investito in buona fede, dichiarandosi ignaro di qualsiasi collegamento con ambienti criminali e sottolineando di essersi ritirato non appena sono emersi i primi dubbi. Anche l’avvocato Fabrizio Gallo, che assiste Mauro e Miriam Caroccia, respingono le accuse: «In quella società non c’erano soldi della camorra».
Ma il quadro delineato dagli inquirenti racconta una storia diversa. Secondo gli investigatori la Bisteccheria d’Italia, rappresenta l’evoluzione di un modello già noto: attività di ristorazione apparentemente ordinarie, con volumi d’affari sproporzionati rispetto alle dimensioni del locale, utilizzate per immettere nel circuito legale denaro di provenienza illecita. Un meccanismo che, negli anni, avrebbe consentito al clan Senese di riciclare enormi somme di denaro. Il caso ovviamente è diventato politico e istituzionale. Il leader del M5s, Giuseppe Conte, sbraita: «Meloni qual è la tua responsabilità politica? Te lo tieni nel partito? Vieni a riferire in Parlamento».
Ieri si è riunito l’ufficio di presidenza della commissione parlamentare Antimafia che ha approvato all’unanimità l’avvio di un ciclo di audizioni: della Procura di Roma, delle forze dell’ordine, del Dap, dell’Ucis, della scorta coinvolta e, ovviamente, dello stesso Delmastro. Entro questa settimana saranno sentiti dai pm della Dda di piazzale Clodio, Mauro Caroccia e la figlia Miriam. Domani si riunisce anche il comitato etico di Montecitorio, presieduto dal deputato di Fdi, Riccardo Zucconi. Tra i componenti dell’organismo c’è anche l’altra meloniana, Carolina Varchi, candidabile al posto di Delmastro. Se il comitato segnalerà la cattiva condotta dell’ex sottosegretario, spetterà al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, leggere pubblicamente in aula una dichiarazione di censura nei suoi confronti. Un caso senza precedenti. Ma il caso ha ricadute anche in Piemonte. Ieri sera la vicepresidente della Regione, Elena Chiorino, coinvolta nell’affaire Delmastro, si è dimessa anche da assessore.
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