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2019-10-01
La sinistra senza voti dopo gli immigrati
va a caccia di ragazzini
Ansa
Il bello è che nemmeno si rendono conto di infrangere il muro del ridicolo. O forse se ne accorgono, ma tirano dritto incuranti di tutto. Secondo Repubblica, Enrico Letta ha intravisto una «occasione storica». Niente meno. E quale sarebbe? Sentite qua: «Una riforma costituzionale da fare in un anno: il voto ai sedicenni». Che idea, signori. Che trovata geniale. Letta, che di recente ha ripreso la tessera del Pd (finalmente è tornato sereno, a quanto pare), spiega di aver avuto la pensata del voto ai minorenni senza sapere che ne aveva già parlato Beppe Grillo. E aggiunge: «Adesso dico che è urgente, e che con questa maggioranza si può fare. È un modo per dire a quei giovani che abbiamo fotografato nelle piazze, lodando i loro slogan e il loro entusiasmo: vi prendiamo sul serio e riconosciamo che esiste un problema di sottorappresentazione delle vostre idee, dei vostri interessi».
Polpetta avvelenata
Giusto, dopo aver spinto i ragazzini in piazza (con tanto di giustificazione fornita dal ministro Lorenzo Fioramonti), adesso è il momento di capitalizzare. Bisogna fare in modo che tutti quei fanciulli vengano al Pd.
Che l'elogio acritico di Greta Thunberg e le sparate sul clima fossero un modo di spingere i giovani verso la galassia progressista era evidente, ma Letta pare proprio intenzionato a bruciare le tappe, se potesse li farebbe votare domani anche via Web. Per altro è interessante il cambio di rotta: dopo anni a polemizzare con gli italiani con basso livello di istruzione che votano a destra, gli amici democratici sarebbero pronti a mandare alle urne una marea di gente che nemmeno ha il diploma delle superiori...
Ma attenti che non è finita. Il nostro stratega ne ha in mente un'altra veramente eccezionale (dev'essere per via di questa verve che lo hanno chiamato a insegnare a Science Po in Francia): ius culturae subito. «Questo è uno dei temi sul quale si gioca la capacità del Pd di dimostrare leadership e al tempo stesso rispettare gli alleati. Il momento è ora, non si aspetti per ottenere di più», dice Letta. Potremmo persino prenderla sul ridere, biasimare la sinistra che si fa scudo dietro i ragazzini. O prendere in giro il serenissimo Enrico che dichiara «il mio lavoro sono i ragazzi» (si facesse allora un bel giretto a Bibbiano, che è più urgente). Il fatto però è che uscite come queste sono frutto di un progetto molto preciso, per quanto assurdo.
I progressisti perdono elettori con continuità, non hanno argomenti per fare presa sulla gran parte dei cittadini. Non dipende soltanto dell'incapacità della leadership del Pd: è un problema radicato molto più in profondità. I liberal si sono scollati dal loro elettorato storico un po' ovunque in Occidente, e non possono più recuperarlo poiché sono mutati geneticamente. Hanno abbandonato i propri temi forti e non possono più riprenderli, dato che hanno cambiato idea quasi su tutto.
Che fare, dunque? Beh, quando possibile - come abbiamo potuto apprezzare - vanno al potere senza passare dalle elezioni. Ovviamente, però, il giochetto non può durare per sempre. E allora bisogna crearsi un elettorato nuovo di pacca, senza radici, possibilmente. Estraneo alle tradizioni del passato e facilmente manipolabile. Ecco quindi l'idea di cooptare stranieri e ragazzini. O ragazzini stranieri, ancora meglio. Si può fare, ma va fatto in fretta. Bisogna approfittare del momento giallorosso. Sullo ius culturae i 5 stelle frenano, è vero, ma può darsi che con un po' di trattativa il risultato si riesca a portare a casa. Intanto giovedì riprende la discussione sul vecchio disegno di legge boldriniano e già si sono levate parecchi voci autorevoli a favore della proposta. Sul voto ai sedicenni, invece, i pentastellati sono decisamente più morbidi, a partire proprio da Giuseppe Conte e Luigi Di Maio.
Non dimentichiamo poi che i nostri amici sono maestri di propaganda e sottile manipolazione. Possono usare le argomentazioni già utilizzate in precedenza: sono i giovani a chiederlo, diranno, e chi si oppone è contro i ragazzi, contro i diritti, contro il futuro. Avvolgeranno la polpetta avvelenata in un bel cartoccio profumato di diritti, proprio come fa Letta parlando dello ius culturae: «È il modello di integrazione positiva a cui dobbiamo tendere. L'opposto dei tagli ai corsi di italiano per immigrati che sono stati una delle caratteristiche del salvinismo», pontifica. E se la retorica sarà abbastanza efficace, c'è la possibilità concreta che l'azzardo riesca.
Salari più bassi
Il punto, però, è che il vero diritto al futuro per i minorenni lo si costruisce creando lavoro, aiutando le famiglie, dando respiro all'economia del Paese, e non infilando tasse «verdi» o imbarcando stranieri che facciano scendere i salari. Ma tutto questo i ragazzi lo scopriranno quando saranno più grandi, e si renderanno conto che chi si riempiva la bocca con i loro «diritti» e con la salvezza del pianeta, in realtà, li stava solo sfruttando. L'unico futuro che davvero interessa ai progressisti è il proprio. E per garantirselo sono pronti a tutto, persino a dare il diritto di voto ai sedicenni. Lo stesso voto che hanno negato a tutti gli italiani non più tardi di un paio di mesi fa.
Francesco Borgonovo
Slogan «spontanei» copia e incolla
Ma guarda che coincidenza, sarà telepatia. Anzi, dev'essere un po' come raccontano - quando si arrampicano sugli specchi - i cantautori accusati di plagio: cosa volete, la musica è nell'aria, le note sono sette, ed è fatale che due anime sensibili abbiano la stessa idea e scrivano lo stesso motivetto…
Assonanze
E così abbiamo assistito a due casi in poco tempo in cui -guarda un po' - le medesime parole d'ordine sono risuonate da un posto all'altro. Certo, ci si dirà: c'è Internet, ci sono i social network, e quindi è naturale una osmosi, una comunicazione istantanea, transnazionale e interattiva. Tutto vero. Ma si può anche (lo sottolineiamo: anche) ritenere che, accanto alla spontaneità, ci sia pure un pochino di «spintaneità»: una manina che aiuta, una rete organizzativa, magari meno visibile del passato (perché i vecchi politicanti di sinistra sono screditati e impresentabili, non solo in Italia), e che però prepara sceneggiatura, copione, scenografia. Una sorta di omaggio postumo al genio di Gianni Boncompagni: l'auricolare con cui teleguidava l'esordiente Ambra Angiolini.
Il primo episodio riguarda i cartelli e gli slogan che, nelle piazze di tutto il mondo, hanno caratterizzato le manifestazioni verdi, con assonanze quasi letterali, con frasi identiche «casualmente» riprodotte nelle lingue di mezzo mondo. Volete uno slogan volgarissimo (magari sulla bocca di una ragazzina, con relativo cartello)? Eccolo qua: «Fuck me, not the Earth» che diventa pari pari «Fotti me, non la Terra». Saranno contenti i genitori, rassicurati dall'impegno ambientalista della pargola... Ne volete uno più buonista e edificante? Eccolo: «There is no planet B», rivisitato pedissequamente in «Non c'è un pianeta B». Tutto uguale, senza cambiare mezza virgola.
Direte voi: e dov'è il problema se gli slogan si ripetono? Nessun problema, infatti. Solo che poi non ci si venga a parlare di anticonformismo e di ribellione. Pensando all'Italia e alle manifestazioni di venerdì scorso, le uniche botte di «fantasia», gli unici tocchi di «originalità» rispetto alle analoghe manifestazioni in giro per il mondo sono stati un po' di insulti contro Matteo Salvini. Non si capisce bene cosa c'entri l'offesa anti leghista con l'ambientalismo: magari c'entra di più con la cappa conformista e di sinistra che già soffoca e avvolge gli inconsapevoli ragazzini.
A rendere tutto più surreale, ci si è messo pure Mario Monti. Secondo l'uomo del loden, «i giovani crescono sotto due ipoteche, quella ecologico ambientale e quella del debito». E allora ecco la genialata montiana (non si diventa senatori a vita per caso…): servirebbe «inventarsi una Greta Thunberg del debito pubblico, bisognerebbe ringiovanire e femminilizzare il professor Carlo Cottarelli». Una specie di gemellina aggiuntiva per un remake di Shining.
Ma torniamo alle assonanze. Si pensi alla proposta di Enrico Letta sul diritto di voto ai sedicenni. Per carità: anche qui qualcuno potrebbe ricordarci la lunga serie di personalità che, in epoche storiche diverse, fecero cenno all'idea di allargare ai giovanissimi: da Antonio Rosmini (che, per evidenti ragioni, non può difendersi dalle citazioni di oggi) a Walter Veltroni, passando per Beppe Grillo.
Ma il tentativo più recente (e qualcosa ci fa pensare che Letta abbia tratto l'ispirazione proprio da qui) è avvenuto in America, dove la scorsa primavera i democratici Usa (fallendo l'obiettivo, perché anche molti dem si dissociarono, insieme ai repubblicani compatti) provarono a modificare la base elettorale, in funzione anti Donald Trump. Lo dissero esplicitamente nel dibattito: «Dalle armi al cambiamento climatico, i nostri giovani si stanno organizzando, si mobilitano a ci chiamano all'azione». Traduzione: siccome non riusciamo a battere Trump con questi elettori, cambiamoli (gli elettori).
Riflesso
Fatale che, davanti allo stesso genere di nemici (per costoro, Donald Trump, Boris Johnson e Matteo Salvini sono parte di uno stesso incubo), scatti un riflesso analogo: una volta pensando di allargare ai giovani, e un'altra volta agli immigrati. Dimenticando peraltro che, in entrambi i casi, la parte ideologizzata è pur sempre una minoranza, e quindi anche questo genere di stratagemmi di solito si risolve in un autogol per la sinistra.
A meno di prendere sul serio la battuta su Twitter di uno dei più divertenti account fake di Matteo Renzi (@renzomattei), che ha messo le cose così: «Voto ai sedicenni: ma potranno scegliere solo tra Pd, M5s e Italia viva». Tenteranno anche questo? Dalla rimodulazione selettiva dell'Iva alla rimodulazione selettiva del diritto di voto.
Daniele Capezzone
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La proposta di Enrico Letta, unita allo ius culturae, nasce per procacciare consensi al Pd e ai partiti progressisti, in rotta in tutto l'Occidente. Ci si riempie la bocca con i diritti dei giovani, ma così si distrugge il loro futuro.La lotta per abbassare l'età degli elettori è iniziata contro Donald Trump. E gli striscioni sull'ambiente sono identici in ogni Paese. Dietro i cortei, si intravede una rete unica.Lo speciale contiene due articoli Il bello è che nemmeno si rendono conto di infrangere il muro del ridicolo. O forse se ne accorgono, ma tirano dritto incuranti di tutto. Secondo Repubblica, Enrico Letta ha intravisto una «occasione storica». Niente meno. E quale sarebbe? Sentite qua: «Una riforma costituzionale da fare in un anno: il voto ai sedicenni». Che idea, signori. Che trovata geniale. Letta, che di recente ha ripreso la tessera del Pd (finalmente è tornato sereno, a quanto pare), spiega di aver avuto la pensata del voto ai minorenni senza sapere che ne aveva già parlato Beppe Grillo. E aggiunge: «Adesso dico che è urgente, e che con questa maggioranza si può fare. È un modo per dire a quei giovani che abbiamo fotografato nelle piazze, lodando i loro slogan e il loro entusiasmo: vi prendiamo sul serio e riconosciamo che esiste un problema di sottorappresentazione delle vostre idee, dei vostri interessi». Polpetta avvelenata Giusto, dopo aver spinto i ragazzini in piazza (con tanto di giustificazione fornita dal ministro Lorenzo Fioramonti), adesso è il momento di capitalizzare. Bisogna fare in modo che tutti quei fanciulli vengano al Pd. Che l'elogio acritico di Greta Thunberg e le sparate sul clima fossero un modo di spingere i giovani verso la galassia progressista era evidente, ma Letta pare proprio intenzionato a bruciare le tappe, se potesse li farebbe votare domani anche via Web. Per altro è interessante il cambio di rotta: dopo anni a polemizzare con gli italiani con basso livello di istruzione che votano a destra, gli amici democratici sarebbero pronti a mandare alle urne una marea di gente che nemmeno ha il diploma delle superiori... Ma attenti che non è finita. Il nostro stratega ne ha in mente un'altra veramente eccezionale (dev'essere per via di questa verve che lo hanno chiamato a insegnare a Science Po in Francia): ius culturae subito. «Questo è uno dei temi sul quale si gioca la capacità del Pd di dimostrare leadership e al tempo stesso rispettare gli alleati. Il momento è ora, non si aspetti per ottenere di più», dice Letta. Potremmo persino prenderla sul ridere, biasimare la sinistra che si fa scudo dietro i ragazzini. O prendere in giro il serenissimo Enrico che dichiara «il mio lavoro sono i ragazzi» (si facesse allora un bel giretto a Bibbiano, che è più urgente). Il fatto però è che uscite come queste sono frutto di un progetto molto preciso, per quanto assurdo. I progressisti perdono elettori con continuità, non hanno argomenti per fare presa sulla gran parte dei cittadini. Non dipende soltanto dell'incapacità della leadership del Pd: è un problema radicato molto più in profondità. I liberal si sono scollati dal loro elettorato storico un po' ovunque in Occidente, e non possono più recuperarlo poiché sono mutati geneticamente. Hanno abbandonato i propri temi forti e non possono più riprenderli, dato che hanno cambiato idea quasi su tutto. Che fare, dunque? Beh, quando possibile - come abbiamo potuto apprezzare - vanno al potere senza passare dalle elezioni. Ovviamente, però, il giochetto non può durare per sempre. E allora bisogna crearsi un elettorato nuovo di pacca, senza radici, possibilmente. Estraneo alle tradizioni del passato e facilmente manipolabile. Ecco quindi l'idea di cooptare stranieri e ragazzini. O ragazzini stranieri, ancora meglio. Si può fare, ma va fatto in fretta. Bisogna approfittare del momento giallorosso. Sullo ius culturae i 5 stelle frenano, è vero, ma può darsi che con un po' di trattativa il risultato si riesca a portare a casa. Intanto giovedì riprende la discussione sul vecchio disegno di legge boldriniano e già si sono levate parecchi voci autorevoli a favore della proposta. Sul voto ai sedicenni, invece, i pentastellati sono decisamente più morbidi, a partire proprio da Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Non dimentichiamo poi che i nostri amici sono maestri di propaganda e sottile manipolazione. Possono usare le argomentazioni già utilizzate in precedenza: sono i giovani a chiederlo, diranno, e chi si oppone è contro i ragazzi, contro i diritti, contro il futuro. Avvolgeranno la polpetta avvelenata in un bel cartoccio profumato di diritti, proprio come fa Letta parlando dello ius culturae: «È il modello di integrazione positiva a cui dobbiamo tendere. L'opposto dei tagli ai corsi di italiano per immigrati che sono stati una delle caratteristiche del salvinismo», pontifica. E se la retorica sarà abbastanza efficace, c'è la possibilità concreta che l'azzardo riesca. Salari più bassi Il punto, però, è che il vero diritto al futuro per i minorenni lo si costruisce creando lavoro, aiutando le famiglie, dando respiro all'economia del Paese, e non infilando tasse «verdi» o imbarcando stranieri che facciano scendere i salari. Ma tutto questo i ragazzi lo scopriranno quando saranno più grandi, e si renderanno conto che chi si riempiva la bocca con i loro «diritti» e con la salvezza del pianeta, in realtà, li stava solo sfruttando. L'unico futuro che davvero interessa ai progressisti è il proprio. E per garantirselo sono pronti a tutto, persino a dare il diritto di voto ai sedicenni. Lo stesso voto che hanno negato a tutti gli italiani non più tardi di un paio di mesi fa. Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-trucco-del-voto-ai-sedicenni-serve-per-frenare-lagonia-della-sinistra-2640795566.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="slogan-spontanei-copia-e-incolla" data-post-id="2640795566" data-published-at="1775106344" data-use-pagination="False"> Slogan «spontanei» copia e incolla Ma guarda che coincidenza, sarà telepatia. Anzi, dev'essere un po' come raccontano - quando si arrampicano sugli specchi - i cantautori accusati di plagio: cosa volete, la musica è nell'aria, le note sono sette, ed è fatale che due anime sensibili abbiano la stessa idea e scrivano lo stesso motivetto… Assonanze E così abbiamo assistito a due casi in poco tempo in cui -guarda un po' - le medesime parole d'ordine sono risuonate da un posto all'altro. Certo, ci si dirà: c'è Internet, ci sono i social network, e quindi è naturale una osmosi, una comunicazione istantanea, transnazionale e interattiva. Tutto vero. Ma si può anche (lo sottolineiamo: anche) ritenere che, accanto alla spontaneità, ci sia pure un pochino di «spintaneità»: una manina che aiuta, una rete organizzativa, magari meno visibile del passato (perché i vecchi politicanti di sinistra sono screditati e impresentabili, non solo in Italia), e che però prepara sceneggiatura, copione, scenografia. Una sorta di omaggio postumo al genio di Gianni Boncompagni: l'auricolare con cui teleguidava l'esordiente Ambra Angiolini. Il primo episodio riguarda i cartelli e gli slogan che, nelle piazze di tutto il mondo, hanno caratterizzato le manifestazioni verdi, con assonanze quasi letterali, con frasi identiche «casualmente» riprodotte nelle lingue di mezzo mondo. Volete uno slogan volgarissimo (magari sulla bocca di una ragazzina, con relativo cartello)? Eccolo qua: «Fuck me, not the Earth» che diventa pari pari «Fotti me, non la Terra». Saranno contenti i genitori, rassicurati dall'impegno ambientalista della pargola... Ne volete uno più buonista e edificante? Eccolo: «There is no planet B», rivisitato pedissequamente in «Non c'è un pianeta B». Tutto uguale, senza cambiare mezza virgola. Direte voi: e dov'è il problema se gli slogan si ripetono? Nessun problema, infatti. Solo che poi non ci si venga a parlare di anticonformismo e di ribellione. Pensando all'Italia e alle manifestazioni di venerdì scorso, le uniche botte di «fantasia», gli unici tocchi di «originalità» rispetto alle analoghe manifestazioni in giro per il mondo sono stati un po' di insulti contro Matteo Salvini. Non si capisce bene cosa c'entri l'offesa anti leghista con l'ambientalismo: magari c'entra di più con la cappa conformista e di sinistra che già soffoca e avvolge gli inconsapevoli ragazzini. A rendere tutto più surreale, ci si è messo pure Mario Monti. Secondo l'uomo del loden, «i giovani crescono sotto due ipoteche, quella ecologico ambientale e quella del debito». E allora ecco la genialata montiana (non si diventa senatori a vita per caso…): servirebbe «inventarsi una Greta Thunberg del debito pubblico, bisognerebbe ringiovanire e femminilizzare il professor Carlo Cottarelli». Una specie di gemellina aggiuntiva per un remake di Shining. Ma torniamo alle assonanze. Si pensi alla proposta di Enrico Letta sul diritto di voto ai sedicenni. Per carità: anche qui qualcuno potrebbe ricordarci la lunga serie di personalità che, in epoche storiche diverse, fecero cenno all'idea di allargare ai giovanissimi: da Antonio Rosmini (che, per evidenti ragioni, non può difendersi dalle citazioni di oggi) a Walter Veltroni, passando per Beppe Grillo. Ma il tentativo più recente (e qualcosa ci fa pensare che Letta abbia tratto l'ispirazione proprio da qui) è avvenuto in America, dove la scorsa primavera i democratici Usa (fallendo l'obiettivo, perché anche molti dem si dissociarono, insieme ai repubblicani compatti) provarono a modificare la base elettorale, in funzione anti Donald Trump. Lo dissero esplicitamente nel dibattito: «Dalle armi al cambiamento climatico, i nostri giovani si stanno organizzando, si mobilitano a ci chiamano all'azione». Traduzione: siccome non riusciamo a battere Trump con questi elettori, cambiamoli (gli elettori). Riflesso Fatale che, davanti allo stesso genere di nemici (per costoro, Donald Trump, Boris Johnson e Matteo Salvini sono parte di uno stesso incubo), scatti un riflesso analogo: una volta pensando di allargare ai giovani, e un'altra volta agli immigrati. Dimenticando peraltro che, in entrambi i casi, la parte ideologizzata è pur sempre una minoranza, e quindi anche questo genere di stratagemmi di solito si risolve in un autogol per la sinistra. A meno di prendere sul serio la battuta su Twitter di uno dei più divertenti account fake di Matteo Renzi (@renzomattei), che ha messo le cose così: «Voto ai sedicenni: ma potranno scegliere solo tra Pd, M5s e Italia viva». Tenteranno anche questo? Dalla rimodulazione selettiva dell'Iva alla rimodulazione selettiva del diritto di voto. Daniele Capezzone
Matteo Piantedosi. Nel riquadro, Claudia Conte (Ansa)
Questa volta l’innesco della bomba che rischia di far saltare il ministro dell’Interno e di dare una botta al governo si chiama Claudia Conte. Giornalista, conduttrice, opinionista, nel suo profilo Linkedin si definisce impegnata sui temi del contrasto alle mafie e del bullismo adolescenziale. E fin qui nulla da dire. Però poi, intervistata da Money.it, non sui temi della difesa dei diritti umani o su quelli dell’economia, a una domanda sul suo rapporto con il ministro Piantedosi si è lasciata sfuggire, fra un sorrisino e l’altro, di non poter negare una relazione. Apriti o cielo! Relazione? È bastato poco e la frase ha fatto il giro delle redazioni e anche delle sezioni. In particolare quella di Avs, la sinistra che tra i suoi parlamentari europei annovera Ilaria Salis e il suo assistente nella camera da letto di un albergo romano. Abituati a rovistare tra le lenzuola, i compagni del duo Bonelli-Fratoianni si sono subito scatenati, trasformando il caso in un affaire di Stato.
L’obiettivo è chiaro: fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto con Sangiuliano. Una volta dimessosi si è scoperto che il ministro della Cultura non aveva nulla di cui rimproverarsi, se non di essere incappato in una relazione clandestina. Nessun danno erariale, nessuna rivelazione di segreto di Stato sul G7 della Cultura, nessun incarico retribuito dai contribuenti. Ma tutto ciò si è scoperto dopo, quando ormai l’uomo che voleva mettere ordine nei finanziamenti pubblici dei cinematografari di regime era già stato fatto fuori. Ora ci riprovano. Lo scalpo di Piantedosi sarebbe un successo da esibire contro chi vuole mantenere ordine e sicurezza in questo Paese. Colpire lui è un po’ come colpire la strategia che punta a fermare gli sbarchi, le Ong, il traffico di migranti, le Onlus che campano con il business degli extracomunitari. Affondare Piantedosi significa affondare la linea di una difesa dei confini, dare un’altra botta al governo e ipotecare seriamente le prossime elezioni.
Ovviamente non siamo stupiti. In passato si è fatto fuori Silvio Berlusconi ricorrendo a faccende private, privatissime, che nulla avevano a che fare con la gestione del Paese. La storia come sappiamo ritorna. E stavolta non punta sul presidente del Consiglio, ma su uno dei ministri più apprezzati. Un tecnico a cui nessuno finora ha saputo imputare alcunché, tranne forse, di aver frequentato una donna. Un’accusa che, evidentemente, per una sinistra convertita alle teorie gender è una colpa gravissima.
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Lo stadio di San Siro (Getty Images)
Scherzo, ma neppure tanto, sulla notizia con cui questo giornale ha giustamente aperto la sua prima pagina di ieri: la sciagurata giunta di Milano guidata da Beppe Sala travolta dall’ennesima inchiesta sulla gestione dell’urbanistica cittadina, nel caso la gara d’appalto per costruire il nuovo stadio di calcio in sostituzione del vecchio Meazza detto San Siro.
Come ben ha spiegato il direttore Maurizio Belpietro dalle carte in possesso della Procura emerge che funzionari, tecnici e politici del Comune si sono consultati più e più volte con la dirigenza di Milan e Inter al fine di costruire un bando che andasse bene alle due società. Non dubito che questo, se venisse accertato in via definitiva in un’aula di tribunale, in punta di codici possa configurare il reato di turbativa d’asta. Ma a differenza della legittima e fondata lettura che questo giornale ha fatto della vicenda, penso che se ci spostiamo un attimo dal piano prettamente giuridico, e pure da quello politico, si possano fare anche ragionamenti diversi.
Per esempio mi chiedo con chi mai avrebbero dovuto consultarsi amministratori e progettisti comunali se non con gli utilizzatori finali dell’opera, che sono in via esclusiva Inter e Milan, non certo Roma e Lazio e neppure - cito a caso - i padroni di squadre di pallanuoto, di società che gestiscono eventi e neppure organizzatori di corse di cani, tanto meno i periti della Procura di Milano. No, il fu San Siro non è di tutti, è detto la «Scala del calcio» non per la sua bellezza architettonica (che ai più lascia a desiderare) bensì perché da cento anni è stato il palcoscenico di tanti Toscanini del calcio che hanno vestito le maglie esclusivamente rossonere e nerazzurre.
Possiamo discutere se era il caso o no di imbarcarsi in una simile avventura (gli inglesi lo hanno fatto costruendo il nuovo Wembley in poco più di tre anni e sono felici e contenti), possiamo sospettare che i fondi che controllano le due società siano ansiosi di fare più soldi e aumentare il valore delle loro partecipazioni (cosa che al momento non è ancora reato), ma contestare che Milan e Inter non avessero diritto di metterci becco (altri reati a oggi non emergono dalle carte) a me sembra un ossimoro bello e buono: se non lo sanno loro cosa serve e come serve, bè mi chiedo cosa ne sappiano i pm di Milano o altri soggetti che teoricamente avrebbero potuto partecipare a una gara costruita in modo meno stringente.
Faccio due ipotesi su come, grazie alla solerzia dei magistrati, andrà a finire. La prima: ci teniamo il vecchio Meazza che tra non molto sarà lo stadio più costoso e vecchio d’Europa; la seconda: Inter e Milan traslocheranno fuori Milano e il Meazza rimarrà lì inutilizzato a mo’ di monumento all’imbecillità. In entrambi i casi non credo si tratti di un buon affare per i milanesi.
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Luigi Lovaglio (Ansa)
L’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio prova a rientrare al Monte. Non sarà facile però. La serratura è stata cambiata.
Perché c’è qualcosa di surreale e inedito in un capo azienda che, dopo essere stato invitato all’uscita, prova a rientrare dalla porta di servizio. Si presenterà con una lista di minoranza contrapposta a quella del Consiglio d’amministrazione che ha cancellato la sua candidatura. Il problema è l’indagine a suo carico avviata dalla Procura della Repubblica di Milano sulla scalata a Mediobanca. Non è certo un problema di integrità visto che l’inchiesta è ancora alle prima battute. Ma certo di opportunità. Intervistato da Bloomberg Tv, Lovaglio si difende: «Il mercato conosce il mio track record» nella convinzione che quattro anni di gestione costituiscano un visto permanente, non soggetto a scadenza né a revisione.
Il ragionamento è semplice, forse troppo: ho risanato il Monte, ho mantenuto gli impegni, dunque merito di restare. Peccato che il Consiglio di amministrazione - composto da persone che quel percorso lo conoscono quanto lui - abbia tratto conclusioni diverse. E quando chi ti ha lavorato a fianco per anni decide che è tempo di cambiare, forse varrebbe la pena interrogarsi, invece di andare in televisione a ricordare i propri meriti.
Ma questa, evidentemente, non è la strada scelta. Poi c’è la questione giudiziaria, che Lovaglio affronta con abilità: la mostra, la dichiara innocua, la fa sparire. È indagato nell’ambito dell’indagine relativa alla scalata a Mediobanca. È una vicenda tutt’altro che marginale. Lovaglio spiega che questo non rappresenta un elemento ostativo. «Mps ha confermato il mio fit & proper il 5 dicembre e un’altra volta a metà febbraio». Vuol dire che è stato dichiarato idoneo al ruolo. Ma poi le cose e le opinioni cambiano.
Il Consiglio di amministrazione, la scorsa settimana, ha scritto nella lettera agli investitori che la decisione di escluderlo non è riconducibile «esclusivamente» alle indagini in corso e ai loro potenziali impatti reputazionali. «Non esclusivamente». Parole che lasciano aperto un portone attraverso cui possono transitare considerazioni di tanti tipi. Lovaglio ha liquidato tutto questo come irrilevante. Gli investitori istituzionali, notoriamente allergici alle grane giudiziarie dei manager, sembrano non essere dello stesso avviso. Che cosa accadrebbe alla governance di Mps nel caso in cui l’inchiesta andasse avanti? Quali gli impatti su una banca cui negli ultimi anni non sono certo mancati i passaggi nelle Aule di tribunale
Sul fronte strategico, Lovaglio ha garantito che il piano industriale di Mps che prevede la fusione con Mediobanca resterà invariato. Il mercato, però, è di diverso avviso considerando il forte arretramento delle quotazioni subito dopo la presentazione del programma. La quotazione è scesa in poche ore del 7% e non si è ancora ripresa. Quanto alla partecipazione in Assicurazioni Generali, Lovaglio l’ha definita: «nice to have». Utile e benvenuta, ma non centrale.
Eppure quella partecipazione è stata al centro di manovre, tensioni e retroscena che lo hanno coinvolto in prima persona.
La vera partita si gioca lontano dalle telecamere di Bloomberg: sui tavoli dei proxy advisor, gli arbitri che il grande pubblico ignora ma che gli investitori istituzionali ascoltano con devozione. Institutional Shareholder Services (Iss) ha già raccomandato il voto a favore della lista del consiglio uscente che esclude Lovaglio. Glass Lewis non si è ancora espresso. La sua posizione è attesa con la trepidazione con cui un imputato aspetta il verdetto.
Se anche Glass Lewis si allinea, per Lovaglio la strada si trasforma in un muro. Se divergesse, il campo si aprirebbe. Ma al momento i segnali non sono incoraggianti per chi si presenta all’assemblea come candidato alternativo con un’indagine in corso alle spalle e il proprio ex consiglio di amministrazione schierato contro. Lovaglio però dichiara di sentirsi «a proprio agio» nella competizione assembleare.
Il Monte, nel frattempo, continua la sua secolare esistenza: è la banca più antica del mondo, un primato che sopravvive a governatori, amministratori e scandali con encomiabile forza. Aspetta di sapere chi la guiderà. Gli azionisti voteranno. I proxy advisor avranno consigliato. I mercati trarranno le loro conclusioni.
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