True
2019-10-01
La sinistra senza voti dopo gli immigrati
va a caccia di ragazzini
Ansa
Il bello è che nemmeno si rendono conto di infrangere il muro del ridicolo. O forse se ne accorgono, ma tirano dritto incuranti di tutto. Secondo Repubblica, Enrico Letta ha intravisto una «occasione storica». Niente meno. E quale sarebbe? Sentite qua: «Una riforma costituzionale da fare in un anno: il voto ai sedicenni». Che idea, signori. Che trovata geniale. Letta, che di recente ha ripreso la tessera del Pd (finalmente è tornato sereno, a quanto pare), spiega di aver avuto la pensata del voto ai minorenni senza sapere che ne aveva già parlato Beppe Grillo. E aggiunge: «Adesso dico che è urgente, e che con questa maggioranza si può fare. È un modo per dire a quei giovani che abbiamo fotografato nelle piazze, lodando i loro slogan e il loro entusiasmo: vi prendiamo sul serio e riconosciamo che esiste un problema di sottorappresentazione delle vostre idee, dei vostri interessi».
Polpetta avvelenata
Giusto, dopo aver spinto i ragazzini in piazza (con tanto di giustificazione fornita dal ministro Lorenzo Fioramonti), adesso è il momento di capitalizzare. Bisogna fare in modo che tutti quei fanciulli vengano al Pd.
Che l'elogio acritico di Greta Thunberg e le sparate sul clima fossero un modo di spingere i giovani verso la galassia progressista era evidente, ma Letta pare proprio intenzionato a bruciare le tappe, se potesse li farebbe votare domani anche via Web. Per altro è interessante il cambio di rotta: dopo anni a polemizzare con gli italiani con basso livello di istruzione che votano a destra, gli amici democratici sarebbero pronti a mandare alle urne una marea di gente che nemmeno ha il diploma delle superiori...
Ma attenti che non è finita. Il nostro stratega ne ha in mente un'altra veramente eccezionale (dev'essere per via di questa verve che lo hanno chiamato a insegnare a Science Po in Francia): ius culturae subito. «Questo è uno dei temi sul quale si gioca la capacità del Pd di dimostrare leadership e al tempo stesso rispettare gli alleati. Il momento è ora, non si aspetti per ottenere di più», dice Letta. Potremmo persino prenderla sul ridere, biasimare la sinistra che si fa scudo dietro i ragazzini. O prendere in giro il serenissimo Enrico che dichiara «il mio lavoro sono i ragazzi» (si facesse allora un bel giretto a Bibbiano, che è più urgente). Il fatto però è che uscite come queste sono frutto di un progetto molto preciso, per quanto assurdo.
I progressisti perdono elettori con continuità, non hanno argomenti per fare presa sulla gran parte dei cittadini. Non dipende soltanto dell'incapacità della leadership del Pd: è un problema radicato molto più in profondità. I liberal si sono scollati dal loro elettorato storico un po' ovunque in Occidente, e non possono più recuperarlo poiché sono mutati geneticamente. Hanno abbandonato i propri temi forti e non possono più riprenderli, dato che hanno cambiato idea quasi su tutto.
Che fare, dunque? Beh, quando possibile - come abbiamo potuto apprezzare - vanno al potere senza passare dalle elezioni. Ovviamente, però, il giochetto non può durare per sempre. E allora bisogna crearsi un elettorato nuovo di pacca, senza radici, possibilmente. Estraneo alle tradizioni del passato e facilmente manipolabile. Ecco quindi l'idea di cooptare stranieri e ragazzini. O ragazzini stranieri, ancora meglio. Si può fare, ma va fatto in fretta. Bisogna approfittare del momento giallorosso. Sullo ius culturae i 5 stelle frenano, è vero, ma può darsi che con un po' di trattativa il risultato si riesca a portare a casa. Intanto giovedì riprende la discussione sul vecchio disegno di legge boldriniano e già si sono levate parecchi voci autorevoli a favore della proposta. Sul voto ai sedicenni, invece, i pentastellati sono decisamente più morbidi, a partire proprio da Giuseppe Conte e Luigi Di Maio.
Non dimentichiamo poi che i nostri amici sono maestri di propaganda e sottile manipolazione. Possono usare le argomentazioni già utilizzate in precedenza: sono i giovani a chiederlo, diranno, e chi si oppone è contro i ragazzi, contro i diritti, contro il futuro. Avvolgeranno la polpetta avvelenata in un bel cartoccio profumato di diritti, proprio come fa Letta parlando dello ius culturae: «È il modello di integrazione positiva a cui dobbiamo tendere. L'opposto dei tagli ai corsi di italiano per immigrati che sono stati una delle caratteristiche del salvinismo», pontifica. E se la retorica sarà abbastanza efficace, c'è la possibilità concreta che l'azzardo riesca.
Salari più bassi
Il punto, però, è che il vero diritto al futuro per i minorenni lo si costruisce creando lavoro, aiutando le famiglie, dando respiro all'economia del Paese, e non infilando tasse «verdi» o imbarcando stranieri che facciano scendere i salari. Ma tutto questo i ragazzi lo scopriranno quando saranno più grandi, e si renderanno conto che chi si riempiva la bocca con i loro «diritti» e con la salvezza del pianeta, in realtà, li stava solo sfruttando. L'unico futuro che davvero interessa ai progressisti è il proprio. E per garantirselo sono pronti a tutto, persino a dare il diritto di voto ai sedicenni. Lo stesso voto che hanno negato a tutti gli italiani non più tardi di un paio di mesi fa.
Francesco Borgonovo
Slogan «spontanei» copia e incolla
Ma guarda che coincidenza, sarà telepatia. Anzi, dev'essere un po' come raccontano - quando si arrampicano sugli specchi - i cantautori accusati di plagio: cosa volete, la musica è nell'aria, le note sono sette, ed è fatale che due anime sensibili abbiano la stessa idea e scrivano lo stesso motivetto…
Assonanze
E così abbiamo assistito a due casi in poco tempo in cui -guarda un po' - le medesime parole d'ordine sono risuonate da un posto all'altro. Certo, ci si dirà: c'è Internet, ci sono i social network, e quindi è naturale una osmosi, una comunicazione istantanea, transnazionale e interattiva. Tutto vero. Ma si può anche (lo sottolineiamo: anche) ritenere che, accanto alla spontaneità, ci sia pure un pochino di «spintaneità»: una manina che aiuta, una rete organizzativa, magari meno visibile del passato (perché i vecchi politicanti di sinistra sono screditati e impresentabili, non solo in Italia), e che però prepara sceneggiatura, copione, scenografia. Una sorta di omaggio postumo al genio di Gianni Boncompagni: l'auricolare con cui teleguidava l'esordiente Ambra Angiolini.
Il primo episodio riguarda i cartelli e gli slogan che, nelle piazze di tutto il mondo, hanno caratterizzato le manifestazioni verdi, con assonanze quasi letterali, con frasi identiche «casualmente» riprodotte nelle lingue di mezzo mondo. Volete uno slogan volgarissimo (magari sulla bocca di una ragazzina, con relativo cartello)? Eccolo qua: «Fuck me, not the Earth» che diventa pari pari «Fotti me, non la Terra». Saranno contenti i genitori, rassicurati dall'impegno ambientalista della pargola... Ne volete uno più buonista e edificante? Eccolo: «There is no planet B», rivisitato pedissequamente in «Non c'è un pianeta B». Tutto uguale, senza cambiare mezza virgola.
Direte voi: e dov'è il problema se gli slogan si ripetono? Nessun problema, infatti. Solo che poi non ci si venga a parlare di anticonformismo e di ribellione. Pensando all'Italia e alle manifestazioni di venerdì scorso, le uniche botte di «fantasia», gli unici tocchi di «originalità» rispetto alle analoghe manifestazioni in giro per il mondo sono stati un po' di insulti contro Matteo Salvini. Non si capisce bene cosa c'entri l'offesa anti leghista con l'ambientalismo: magari c'entra di più con la cappa conformista e di sinistra che già soffoca e avvolge gli inconsapevoli ragazzini.
A rendere tutto più surreale, ci si è messo pure Mario Monti. Secondo l'uomo del loden, «i giovani crescono sotto due ipoteche, quella ecologico ambientale e quella del debito». E allora ecco la genialata montiana (non si diventa senatori a vita per caso…): servirebbe «inventarsi una Greta Thunberg del debito pubblico, bisognerebbe ringiovanire e femminilizzare il professor Carlo Cottarelli». Una specie di gemellina aggiuntiva per un remake di Shining.
Ma torniamo alle assonanze. Si pensi alla proposta di Enrico Letta sul diritto di voto ai sedicenni. Per carità: anche qui qualcuno potrebbe ricordarci la lunga serie di personalità che, in epoche storiche diverse, fecero cenno all'idea di allargare ai giovanissimi: da Antonio Rosmini (che, per evidenti ragioni, non può difendersi dalle citazioni di oggi) a Walter Veltroni, passando per Beppe Grillo.
Ma il tentativo più recente (e qualcosa ci fa pensare che Letta abbia tratto l'ispirazione proprio da qui) è avvenuto in America, dove la scorsa primavera i democratici Usa (fallendo l'obiettivo, perché anche molti dem si dissociarono, insieme ai repubblicani compatti) provarono a modificare la base elettorale, in funzione anti Donald Trump. Lo dissero esplicitamente nel dibattito: «Dalle armi al cambiamento climatico, i nostri giovani si stanno organizzando, si mobilitano a ci chiamano all'azione». Traduzione: siccome non riusciamo a battere Trump con questi elettori, cambiamoli (gli elettori).
Riflesso
Fatale che, davanti allo stesso genere di nemici (per costoro, Donald Trump, Boris Johnson e Matteo Salvini sono parte di uno stesso incubo), scatti un riflesso analogo: una volta pensando di allargare ai giovani, e un'altra volta agli immigrati. Dimenticando peraltro che, in entrambi i casi, la parte ideologizzata è pur sempre una minoranza, e quindi anche questo genere di stratagemmi di solito si risolve in un autogol per la sinistra.
A meno di prendere sul serio la battuta su Twitter di uno dei più divertenti account fake di Matteo Renzi (@renzomattei), che ha messo le cose così: «Voto ai sedicenni: ma potranno scegliere solo tra Pd, M5s e Italia viva». Tenteranno anche questo? Dalla rimodulazione selettiva dell'Iva alla rimodulazione selettiva del diritto di voto.
Daniele Capezzone
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La proposta di Enrico Letta, unita allo ius culturae, nasce per procacciare consensi al Pd e ai partiti progressisti, in rotta in tutto l'Occidente. Ci si riempie la bocca con i diritti dei giovani, ma così si distrugge il loro futuro.La lotta per abbassare l'età degli elettori è iniziata contro Donald Trump. E gli striscioni sull'ambiente sono identici in ogni Paese. Dietro i cortei, si intravede una rete unica.Lo speciale contiene due articoli Il bello è che nemmeno si rendono conto di infrangere il muro del ridicolo. O forse se ne accorgono, ma tirano dritto incuranti di tutto. Secondo Repubblica, Enrico Letta ha intravisto una «occasione storica». Niente meno. E quale sarebbe? Sentite qua: «Una riforma costituzionale da fare in un anno: il voto ai sedicenni». Che idea, signori. Che trovata geniale. Letta, che di recente ha ripreso la tessera del Pd (finalmente è tornato sereno, a quanto pare), spiega di aver avuto la pensata del voto ai minorenni senza sapere che ne aveva già parlato Beppe Grillo. E aggiunge: «Adesso dico che è urgente, e che con questa maggioranza si può fare. È un modo per dire a quei giovani che abbiamo fotografato nelle piazze, lodando i loro slogan e il loro entusiasmo: vi prendiamo sul serio e riconosciamo che esiste un problema di sottorappresentazione delle vostre idee, dei vostri interessi». Polpetta avvelenata Giusto, dopo aver spinto i ragazzini in piazza (con tanto di giustificazione fornita dal ministro Lorenzo Fioramonti), adesso è il momento di capitalizzare. Bisogna fare in modo che tutti quei fanciulli vengano al Pd. Che l'elogio acritico di Greta Thunberg e le sparate sul clima fossero un modo di spingere i giovani verso la galassia progressista era evidente, ma Letta pare proprio intenzionato a bruciare le tappe, se potesse li farebbe votare domani anche via Web. Per altro è interessante il cambio di rotta: dopo anni a polemizzare con gli italiani con basso livello di istruzione che votano a destra, gli amici democratici sarebbero pronti a mandare alle urne una marea di gente che nemmeno ha il diploma delle superiori... Ma attenti che non è finita. Il nostro stratega ne ha in mente un'altra veramente eccezionale (dev'essere per via di questa verve che lo hanno chiamato a insegnare a Science Po in Francia): ius culturae subito. «Questo è uno dei temi sul quale si gioca la capacità del Pd di dimostrare leadership e al tempo stesso rispettare gli alleati. Il momento è ora, non si aspetti per ottenere di più», dice Letta. Potremmo persino prenderla sul ridere, biasimare la sinistra che si fa scudo dietro i ragazzini. O prendere in giro il serenissimo Enrico che dichiara «il mio lavoro sono i ragazzi» (si facesse allora un bel giretto a Bibbiano, che è più urgente). Il fatto però è che uscite come queste sono frutto di un progetto molto preciso, per quanto assurdo. I progressisti perdono elettori con continuità, non hanno argomenti per fare presa sulla gran parte dei cittadini. Non dipende soltanto dell'incapacità della leadership del Pd: è un problema radicato molto più in profondità. I liberal si sono scollati dal loro elettorato storico un po' ovunque in Occidente, e non possono più recuperarlo poiché sono mutati geneticamente. Hanno abbandonato i propri temi forti e non possono più riprenderli, dato che hanno cambiato idea quasi su tutto. Che fare, dunque? Beh, quando possibile - come abbiamo potuto apprezzare - vanno al potere senza passare dalle elezioni. Ovviamente, però, il giochetto non può durare per sempre. E allora bisogna crearsi un elettorato nuovo di pacca, senza radici, possibilmente. Estraneo alle tradizioni del passato e facilmente manipolabile. Ecco quindi l'idea di cooptare stranieri e ragazzini. O ragazzini stranieri, ancora meglio. Si può fare, ma va fatto in fretta. Bisogna approfittare del momento giallorosso. Sullo ius culturae i 5 stelle frenano, è vero, ma può darsi che con un po' di trattativa il risultato si riesca a portare a casa. Intanto giovedì riprende la discussione sul vecchio disegno di legge boldriniano e già si sono levate parecchi voci autorevoli a favore della proposta. Sul voto ai sedicenni, invece, i pentastellati sono decisamente più morbidi, a partire proprio da Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Non dimentichiamo poi che i nostri amici sono maestri di propaganda e sottile manipolazione. Possono usare le argomentazioni già utilizzate in precedenza: sono i giovani a chiederlo, diranno, e chi si oppone è contro i ragazzi, contro i diritti, contro il futuro. Avvolgeranno la polpetta avvelenata in un bel cartoccio profumato di diritti, proprio come fa Letta parlando dello ius culturae: «È il modello di integrazione positiva a cui dobbiamo tendere. L'opposto dei tagli ai corsi di italiano per immigrati che sono stati una delle caratteristiche del salvinismo», pontifica. E se la retorica sarà abbastanza efficace, c'è la possibilità concreta che l'azzardo riesca. Salari più bassi Il punto, però, è che il vero diritto al futuro per i minorenni lo si costruisce creando lavoro, aiutando le famiglie, dando respiro all'economia del Paese, e non infilando tasse «verdi» o imbarcando stranieri che facciano scendere i salari. Ma tutto questo i ragazzi lo scopriranno quando saranno più grandi, e si renderanno conto che chi si riempiva la bocca con i loro «diritti» e con la salvezza del pianeta, in realtà, li stava solo sfruttando. L'unico futuro che davvero interessa ai progressisti è il proprio. E per garantirselo sono pronti a tutto, persino a dare il diritto di voto ai sedicenni. Lo stesso voto che hanno negato a tutti gli italiani non più tardi di un paio di mesi fa. Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-trucco-del-voto-ai-sedicenni-serve-per-frenare-lagonia-della-sinistra-2640795566.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="slogan-spontanei-copia-e-incolla" data-post-id="2640795566" data-published-at="1782278081" data-use-pagination="False"> Slogan «spontanei» copia e incolla Ma guarda che coincidenza, sarà telepatia. Anzi, dev'essere un po' come raccontano - quando si arrampicano sugli specchi - i cantautori accusati di plagio: cosa volete, la musica è nell'aria, le note sono sette, ed è fatale che due anime sensibili abbiano la stessa idea e scrivano lo stesso motivetto… Assonanze E così abbiamo assistito a due casi in poco tempo in cui -guarda un po' - le medesime parole d'ordine sono risuonate da un posto all'altro. Certo, ci si dirà: c'è Internet, ci sono i social network, e quindi è naturale una osmosi, una comunicazione istantanea, transnazionale e interattiva. Tutto vero. Ma si può anche (lo sottolineiamo: anche) ritenere che, accanto alla spontaneità, ci sia pure un pochino di «spintaneità»: una manina che aiuta, una rete organizzativa, magari meno visibile del passato (perché i vecchi politicanti di sinistra sono screditati e impresentabili, non solo in Italia), e che però prepara sceneggiatura, copione, scenografia. Una sorta di omaggio postumo al genio di Gianni Boncompagni: l'auricolare con cui teleguidava l'esordiente Ambra Angiolini. Il primo episodio riguarda i cartelli e gli slogan che, nelle piazze di tutto il mondo, hanno caratterizzato le manifestazioni verdi, con assonanze quasi letterali, con frasi identiche «casualmente» riprodotte nelle lingue di mezzo mondo. Volete uno slogan volgarissimo (magari sulla bocca di una ragazzina, con relativo cartello)? Eccolo qua: «Fuck me, not the Earth» che diventa pari pari «Fotti me, non la Terra». Saranno contenti i genitori, rassicurati dall'impegno ambientalista della pargola... Ne volete uno più buonista e edificante? Eccolo: «There is no planet B», rivisitato pedissequamente in «Non c'è un pianeta B». Tutto uguale, senza cambiare mezza virgola. Direte voi: e dov'è il problema se gli slogan si ripetono? Nessun problema, infatti. Solo che poi non ci si venga a parlare di anticonformismo e di ribellione. Pensando all'Italia e alle manifestazioni di venerdì scorso, le uniche botte di «fantasia», gli unici tocchi di «originalità» rispetto alle analoghe manifestazioni in giro per il mondo sono stati un po' di insulti contro Matteo Salvini. Non si capisce bene cosa c'entri l'offesa anti leghista con l'ambientalismo: magari c'entra di più con la cappa conformista e di sinistra che già soffoca e avvolge gli inconsapevoli ragazzini. A rendere tutto più surreale, ci si è messo pure Mario Monti. Secondo l'uomo del loden, «i giovani crescono sotto due ipoteche, quella ecologico ambientale e quella del debito». E allora ecco la genialata montiana (non si diventa senatori a vita per caso…): servirebbe «inventarsi una Greta Thunberg del debito pubblico, bisognerebbe ringiovanire e femminilizzare il professor Carlo Cottarelli». Una specie di gemellina aggiuntiva per un remake di Shining. Ma torniamo alle assonanze. Si pensi alla proposta di Enrico Letta sul diritto di voto ai sedicenni. Per carità: anche qui qualcuno potrebbe ricordarci la lunga serie di personalità che, in epoche storiche diverse, fecero cenno all'idea di allargare ai giovanissimi: da Antonio Rosmini (che, per evidenti ragioni, non può difendersi dalle citazioni di oggi) a Walter Veltroni, passando per Beppe Grillo. Ma il tentativo più recente (e qualcosa ci fa pensare che Letta abbia tratto l'ispirazione proprio da qui) è avvenuto in America, dove la scorsa primavera i democratici Usa (fallendo l'obiettivo, perché anche molti dem si dissociarono, insieme ai repubblicani compatti) provarono a modificare la base elettorale, in funzione anti Donald Trump. Lo dissero esplicitamente nel dibattito: «Dalle armi al cambiamento climatico, i nostri giovani si stanno organizzando, si mobilitano a ci chiamano all'azione». Traduzione: siccome non riusciamo a battere Trump con questi elettori, cambiamoli (gli elettori). Riflesso Fatale che, davanti allo stesso genere di nemici (per costoro, Donald Trump, Boris Johnson e Matteo Salvini sono parte di uno stesso incubo), scatti un riflesso analogo: una volta pensando di allargare ai giovani, e un'altra volta agli immigrati. Dimenticando peraltro che, in entrambi i casi, la parte ideologizzata è pur sempre una minoranza, e quindi anche questo genere di stratagemmi di solito si risolve in un autogol per la sinistra. A meno di prendere sul serio la battuta su Twitter di uno dei più divertenti account fake di Matteo Renzi (@renzomattei), che ha messo le cose così: «Voto ai sedicenni: ma potranno scegliere solo tra Pd, M5s e Italia viva». Tenteranno anche questo? Dalla rimodulazione selettiva dell'Iva alla rimodulazione selettiva del diritto di voto. Daniele Capezzone
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian (Ansa)
Ma andiamo con ordine. «Le due parti discuteranno ora della questione nucleare, dei beni congelati e dei missili balistici nei prossimi 60 giorni. Ci auguriamo che il memorandum d’intesa si trasformi in un accordo duraturo entro i prossimi 60 giorni», ha dichiarato ieri il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, definendo «positivi» i colloqui tenutisi in Svizzera. Tuttavia, sia il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, sia il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baqaei, hanno smentito che Teheran abbia intenzione di trattare sulla questione dei missili balistici. «Le capacità missilistiche dell’Iran non sono state oggetto dei negoziati con gli Stati Uniti», ha detto Baqaei.
Non solo. Quest’ultimo ha anche negato che la Repubblica islamica abbia accettato le ispezioni da parte dell’Aiea. «Non intendiamo permettere agli ispettori dell’Aiea di visitare i siti nucleari presi di mira durante il conflitto», ha detto. Eppure, ieri, lo stesso Donald Trump ha sottolineato che, al netto delle smentite di facciata, Teheran avrebbe accettato le ispezioni. «Nonostante le loro proteste e le false dichiarazioni in senso contrario, unite al martellante flusso di notizie false che fanno di tutto per minimizzare e rendere insignificante la vittoria degli Stati Uniti, l’Iran ha pienamente e completamente accettato ispezioni nucleari di altissimo livello per un lungo periodo di tempo (infinito!). Questo garantirà ’onestà nucleare’. Se non avessero accettato, non ci sarebbero stati ulteriori negoziati», ha dichiarato il presidente americano su Truth.
E veniamo al terzo scoglio nei negoziati. L’altro ieri, gli Stati Uniti hanno sospeso le sanzioni all’Iran per un periodo di 60 giorni: vale a dire l’arco temporale complessivo in cui, stando ai termini del memorandum d’intesa, si dovrebbero tenere i negoziati tra Washington e Teheran. Il presidente americano ha detto che, con i fondi sbloccati, l’Iran non ricostituirà il suo esercito ma comprerà invece prodotti agricoli statunitensi. Una versione che è stata tuttavia smentita dal governatore della Banca Centrale iraniana, Abdolnaser Hemmati. «Non abbiamo alcun obbligo di acquistare prodotti agricoli dagli Stati Uniti», ha detto, pur confermando che i fondi dovrebbero essere usati per comprare medicinali e beni di prima necessità.
Sul tavolo, nel frattempo, restano anche le questioni di Hormuz e del Libano. «Ho acconsentito a lasciare aperto lo Stretto di Hormuz, senza ulteriore blocco navale. Tuttavia, tutte le navi rimarranno in posizione qualora fosse necessario reintrodurre il blocco», ha affermato ieri Trump, mentre Iran e Oman facevano sapere che avrebbero valutato l’introduzione di tariffe, ma non di pedaggi, per l’attraversamento dello Stretto. In tutto questo, lunedì, Benjamin Netanyahu ha detto che l’Idf ha «piena libertà di azione» contro Hezbollah. «Il Libano è parte integrante dell’accordo, e qualsiasi cosa accada in Libano influenza l’intero processo; sono gli Stati Uniti che dovrebbero usare tutta la loro influenza su Israele per costringerlo a fermare gli attacchi contro il Libano», ha affermato ieri l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite a Ginevra, Ali Bahreini. Tutto questo, sebbene ieri Marco Rubio, oltre a respingere l’ipotesi di pedaggi o tariffe a Hormuz, abbia detto che il cessate il fuoco nel Paese dei Cedri sia un «processo separato» dall’intesa con Teheran. «Israele non ha altra scelta che ritirarsi completamente da tutto il territorio libanese, senza conservare un solo centimetro», ha tuonato, sempre ieri, il leader di Hezbollah, Naim Qassem. «L’Iran dovrebbe beneficiare di un flusso di fondi nell’ambito del protocollo d’intesa. Come possiamo garantire che questi fondi non finiscano nelle mani di Hezbollah?», ha dichiarato, dal canto suo, l’ambasciatore israeliano a Washington, Yechiel Leiter.
Insomma, Trump ha necessità di raffrenare sia Netanyahu sia Hezbollah in Libano, per cercare di mantenere in piedi il memorandum e non compromettere i negoziati con la Repubblica islamica. Non a caso, ieri, il Dipartimento di Stato americano ha ospitato il quinto round di colloqui tra Gerusalemme e Beirut. Al contempo, il presidente americano ha bisogno di ottenere, nelle trattative con Teheran, dei buoni risultati su ispezioni e programma balistico. Una delle principali critiche che erano state rivolte all’accordo sul nucleare, firmato da Barack Obama nel 2015, era infatti che non garantiva adeguatamente le ispezioni nei siti militari iraniani. Inoltre, quando Trump si ritirò da quell’intesa nel 2018, citò, tra le motivazioni, il fatto che essa non risolveva il dossier dei missili balistici del regime khomeinista. La settimana scorsa, il presidente americano ha aperto alla possibilità che Teheran mantenga questo tipo di armamenti: un’affermazione che Israele aveva accolto con significativo fastidio. Nel frattempo, Washington punta a garantirsi il sostegno dei Paesi arabi: ieri,Rubio è partito per il Medio Oriente. E, in Bahrain, il segretario di Stato americano dovrebbe incontrare il Consiglio di Cooperazione del Golfo, per discutere del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran.
Frattanto, sul piano interno, Trump deve fronteggiare una parte dei senatori repubblicani, che è assai scontenta dell’accordo con la Repubblica islamica. Al contempo, il presidente americano ha fretta di chiudere il dossier per cercare di far abbassare il più possibile il costo della benzina negli Stati Uniti e rafforzare così lo stesso Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
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Federico Vecchioni, ad di BF (Matteo Silvestro)
L’agricoltura non può più essere trattata come un settore marginale dell’economia. È una questione di sicurezza, stabilità sociale e politica internazionale. È il messaggio lanciato da Federico Vecchioni, amministratore delegato di BF, intervenuto durante il «Giorno della Verità» dedicato alle grandi sfide del Paese.
«Collocare l’agricoltura ai margini dell’economia non è soltanto un errore economico, ma un errore politico», ha affermato Vecchioni. Nel suo ragionamento, il cibo è tornato al centro della scena globale non solo per l’aumento della domanda e per le crisi climatiche, ma anche per il legame diretto tra sicurezza alimentare e tenuta delle comunità. Le tensioni che attraversano il Nord Africa e il Medio Oriente, ha osservato, dimostrano quanto l’accesso alle materie prime agricole possa incidere sulla stabilità di intere aree.
Per questo, secondo il numero uno di BF, l’Europa deve tornare a considerare l’agricoltura in una prospettiva di lungo periodo. Non si tratta, ha precisato, di evocare il sovranismo, ma di costruire una visione industriale e geopolitica. «L’Italia è il più grande hub agricolo e industriale del Mediterraneo», ha sostenuto Vecchioni, indicando nella logistica, nella trasformazione e nella capacità produttiva nazionale gli strumenti per rafforzare il ruolo italiano nel Mediterraneo allargato.
Al centro dell’intervento anche la strategia di BF, gruppo nato dalla storia di Bonifiche Ferraresi. Vecchioni ha rivendicato la scelta di costruire una filiera estesa: dalla genetica delle sementi alla produzione agricola, dalla trasformazione industriale alla distribuzione. Una struttura pensata per controllare gli asset essenziali e ridurre l’esposizione alle vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali, a partire da fertilizzanti e materie prime.
Secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato, il gruppo è passato da circa 10 milioni di euro di fatturato a quasi 3 miliardi, con un aumento degli addetti da 88 nel 2015 a circa 6.000 di oggi. Più che un «modello» rigido, Vecchioni definisce BF un ecosistema flessibile di imprese, con natura privata ma con una responsabilità anche istituzionale nel sostenere l’internazionalizzazione dell’agroindustria italiana.
La proiezione estera, ha spiegato, si fonda sulle cosiddette «model farm»: infrastrutture agroindustriali capaci di replicare nei diversi contesti la filiera «dal genoma allo scaffale». L’obiettivo non è acquistare terreni, ma generare valore attraverso concessioni, tecnologie, formazione e collaborazione con le comunità locali, i piccoli agricoltori e le istituzioni. BF, ha riferito Vecchioni, gestisce oggi circa 175.000 ettari nel mondo attraverso questo approccio.
Il punto decisivo resta però il capitale umano. «Non esiste un tessuto produttivo efficiente se la socialità è pervasa da un’instabilità perenne», ha detto. Da qui l’attenzione verso la formazione e l’occupazione giovanile. Vecchioni ha segnalato il calo di interesse per le facoltà tradizionali di Scienze agrarie e la crescita delle iscrizioni nei percorsi di Ingegneria agraria, letta come segnale della domanda di competenze tecnologiche e applicate.
L’agricoltura, infatti, non è più soltanto produzione primaria. Richiede capacità nella genetica, nell’automazione, nell’uso dei dati, nell’agricoltura di precisione e nella digitalizzazione. «L’agricoltura digitale dieci anni fa non esisteva», ha ricordato Vecchioni, sottolineando come il settore possa offrire nuove opportunità professionali anche ad alta qualificazione.
In questa prospettiva si inserisce l’impegno di BF nell’alta formazione post-universitaria, attraverso stage e percorsi di dottorato collegati alla rete aziendale.
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Regina Corradini d'Arienzo ad di Simest e Arrigo Giana ad di Autostrade per l'Italia (Matteo Silvestro)
Anche quest’anno il «Giorno della Verità» si è rivelato un’occasione proficua per mettere sul tavolo del dibattito alcune delle sfide che più incidono sul presente e sul futuro del Paese. Nei vari panel dedicati alle aziende, imprenditori e manager dei principali settori produttivi (dall’energia alle infrastrutture, passando per il digitale e il lavoro) sono emersi temi centrali per la competitività italiana ed europea, tra transizione energetica, innovazione tecnologica e trasformazione del mercato del lavoro.
Il filo conduttore della giornata è stato quello della sicurezza energetica e della necessità di accompagnare le imprese in una fase di forti tensioni internazionali. Nel confronto L’energia del potere. La partita decisiva per l’Europa, l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo, ha ricordato come la risposta al recente choc energetico si sia tradotta in un intervento mirato a evitare rallentamenti del sistema produttivo. Da qui la scelta, condivisa con il governo, di una «iniezione di liquidità immediata» con un contributo a fondo perduto fino al 30%. Il tema dell’export è stato al centro anche del ragionamento sulla resilienza del sistema italiano, capace di reagire alle crisi geopolitiche grazie alla diversificazione produttiva e alla struttura familiare delle imprese. L’obiettivo è ambizioso: raggiungere i 700 miliardi di export entro il 2027, ampliando la platea delle aziende esportatrici oggi ancora limitata a meno del 9% del totale.
Nello stesso solco si sono inseriti gli altri player del mondo industriale ed energetico. Il direttore generale di Enel per gli affari centrali, Edoardo Antonio De Luca, ha evidenziato come, dopo la guerra in Ucraina, l’energia sia diventata una variabile strategica per la sicurezza nazionale. Lorenzo Fiorillo (Eni) ha sottolineato il ruolo del super calcolo nella ricerca industriale, annunciando l’avvio del super computer HPC7, che porta l’Italia «al primo posto in Europa e al quarto nel mondo» nel settore del calcolo ad alte prestazioni. Un passaggio che conferma la centralità dei dati e della capacità computazionale.
A intrecciarsi con il tema dell’energia è stata anche la riflessione sulla competitività. Marco Gay (Unione industriali Torino) ha indicato tre direttrici per ridurre i costi e rafforzare le imprese: innovazione nei consumi, investimenti nelle rinnovabili e una strategia europea su ricerca e tecnologia. Più critico l’intervento di Riccardo Toto (Renexia), che ha richiamato la necessità di superare inefficienze del passato: «107 miliardi spesi negli anni dagli italiani non hanno prodotto nulla», ha osservato, indicando nell’eolico galleggiante una possibile leva industriale e geopolitica per il futuro.
Il tema delle infrastrutture ha dominato il panel Le reti della sovranità, dedicato al ruolo strategico delle reti fisiche e digitali. Andrea Giordano (Aeroporti di Roma) ha descritto la sostenibilità come un approccio strutturale, con investimenti in decarbonizzazione e oltre 55.000 pannelli fotovoltaici già installati a Fiumicino. Sul fronte idrico e digitale, il direttore generale di Acea Acqua, Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, ha sottolineato come la sicurezza delle infrastrutture passi sempre più dalla tecnologia: «L’Intelligenza artificiale può aiutarci a passare da un approccio reattivo a uno preventivo». Lorenzo Giussani (A2a) ha posto l’accento sulla necessità di rafforzare il sistema energetico europeo per ridurre la vulnerabilità agli choc esterni e stabilizzare i prezzi. Ampio spazio anche alle grandi infrastrutture di trasporto nel panel La fabbrica del futuro, dove l’ad di Autostrade per l’Italia, Arrigo Giana, ha ribadito il ruolo strategico della rete autostradale: «Investiamo ogni anno 2,5 miliardi di euro tra investimenti e manutenzione». Georg Gufler (Doppelmayr Italia), Fulvio Giuliani (Interporto rivers) e Stefano Paggi (Fibercop) hanno arricchito il confronto sulla trasformazione della competitività italiana tra mobilità sostenibile, infrastrutture digitali e logistica integrata.
Sul tema lavoro e competenze, Daniele Grassucci (skuola.net) ha evidenziato il disallineamento tra aspirazioni giovanili e mercato, sottolineando come molte aspettative siano ancora legate a modelli superati. Andrea Stazi (Università San Raffaele Roma) ha richiamato i rischi dell’Intelligenza artificiale sul mondo delle professioni, avvertendo della possibile polarizzazione tra chi sa utilizzarla e chi ne resta escluso. Mentre secondo Rosario Rasizza (Openjobmetis), oggi è il lavoro a cercare i lavoratori.
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Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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