Quella sul tunnel ferroviario è solo l’ultima giravolta da giocoliere dell’ex capo del Pd, che ha già fatto altrettanto sul deficit. Sulla legge Fornero, addirittura, è riuscito a cambiare ben tre posizioni diverse.


La lettura dei giornali è sempre uno spasso. Tuttavia, per godere appieno di ciò che scrivono, non ci si deve concentrare su quelli in edicola, ma anche su quelli in biblioteca, confrontando le notizie d’attualità con quelle d’antan. E visto che in questi giorni tiene banco la Tav, ossia l’alta velocità che deve collegare Torino a Lione, i nostri cronisti hanno passato al setaccio le frasi pronunciate da alcuni signori, mettendole a fianco con quelle che le stesse persone dissero un po’ di tempo prima.Per quanto mi riguarda mi sono dedicato a quelle di Matteo Renzi, non perché io abbia l’ossessione di detto personaggio, ma perché, essendo un tipo che non si risparmia nel dichiarare, lo spasso è garantito e non solo sulla Tav. Leggere per ridere. Il 10 novembre, dopo che il consiglio comunale di Torino aveva approvato un ordine del giorno contro l’alta velocità e in vista di una manifestazione di piazza a favore dell’opera, il nostro scriveva via Twitter le seguenti cose. «A Torino stamattina inizia la fine di chi dice solo no. No alla Tav, no alle Olimpiadi, no alla crescita. L’Italia sta sperimentando che con i NO si ferma tutto. Tornerà presto il tempo di chi dice SI. Grazie #Torino #Si Tav». L’ex presidente del Consiglio, che non si è ancora ripreso dopo essersi beccato un No grande come una casa al referendum costituzionale del 4 dicembre di due anni fa, dunque è un tifoso sfegatato del tunnel il Val di Susa. Il che non ci può naturalmente che rendere felici, essendo noi favorevoli all’investimento per collegare Francia e Italia con una rotaia ad alta velocità. Ma è sempre stato così? Cioè, l’ex segretario del Pd è sempre stato un pro Tav? La risposta è no. Basta infatti rileggersi quanto scrisse in un libro nel 2013. «Non esiste il partito delle grandi opere», affermò perentoriamente, lasciando intendere di essere pronto a schierarsi dalla parte dei costruttori. «Io non credo a quei movimenti di protesta che considerano dannose iniziative come la Torino-Lione», rincarò. Ma poi ecco il bello: «Per me è quasi peggio: non sono dannose, sono inutili. Sono soldi impiegati male». E tanto per mettere una pietra tombale sopra il progetto, spiegò che si trattava di un investimento fuori scala e fuori tempo. «Prima lo Stato uscirà dalla logica ciclopica delle grandi infrastrutture e si concentrerà sulla manutenzione delle scuole e delle strade, più facile sarà per noi riavvicinare i cittadini alle istituzioni. E anche, en passant, creare posti di lavoro più stabili». Una sentenza definitiva che però, come abbiamo visto, Renzi ha rimesso in discussione.

Un caso? Non proprio. Avete presente la manovra di bilancio del governo Conte che l’Unione Europea ha impallinato dicendo che non rispetta il parametro deficit-Pil? Accodandosi all’Europa l’ex presidente del Consiglio l’ha più volte criticata. Dal palco della Leopolda, al fianco dell’ex ministro Pier Carlo Padoan, a metà ottobre Renzi ha esordito così: «Noi al governo diciamo: fermatevi, siamo ancora in tempo, se venissero accettate le nostre proposte lo spread si dimezzerebbe immediatamente. Lo dico con parole poco tecniche, ma stiamo rischiando l’osso del collo». E che cosa si dovrebbe fare secondo il senatore semplice di Scandicci per non rischiare l’osso del collo? La contromanovra in salsa renziana, riferiscono i giornali del 19 ottobre, «prevede in sostanza una riduzione graduale del deficit al 2,1 per cento nel 2019, all’1,8 nel 2020 e all’1,5 nel 2021». Insomma, per risolvere i nostri guai, secondo Renzi «versione ottobre 2018» è sufficiente tirare la cinghia. E però il 9 luglio del 2017 lo stesso ex segretario del Pd, all’epoca ancora in sella e pronto a lanciarsi nella campagna elettorale per le politiche del 4 marzo, scriveva una lettera al direttore del Sole 24 Ore in cui suggeriva cinque anni di deficit al 2,9 per cento, cioè il contrario di quello che dice ora.

Un altro esempio? Beh, basta prendere la legge Fornero. In questo caso il nostro si è superato, perché prima di diventare presidente era favorevole alla riforma, tanto da difenderla anche a costo di perdere qualche voto (agenzia Ansa, 29 novembre 2012). Ma se da sindaco promuoveva a pieni voti il provvedimento che manda in pensione i lavoratori a 67 anni, una volta diventato premier nel salotto di Bruno Vespa (19 maggio 2015) confidava che avrebbe «liberato dalla Fornero» quella parte di popolazione italiana disposta ad accettare una piccola riduzione della pensione. «È come se noi dicessimo: se tu te ne vai in pensione oggi a, facciamo un esempio, 60 anni, ti prendi x. Se invece aspetti fino a 65 anni prendi, ragionevolmente, faccio un esempio, x e 40 euro in più al mese». Passato qualche anno e cambiato governo, Renzi è però tornato all’antico e adesso difende la riforma contro le idee di rendere più flessibile l’uscita dal lavoro. Che poi era la sua proposta del 2015. Applausi.

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