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Nuovo trofeo per la sua collezione: ora Evelina Christillin ha anche un po’ di Fifa

Signora delle colline, signora degli anelli, signora degli Agnelli, signora delle mummie, signora della cultura, prezzemolino, Crudelia, Evelina pigliatutto. Gli appellativi si sprecano quasi come le cariche e gli incarichi che ricopre. Del resto, per una che quando ebbe la varicella chiese a sua madre di non comprarle bambole ma pacchetti di figurine Panini, essere lei stessa figurina è un innegabile piacere. Perché non c'è associazione, ente, azienda, cooperativa, consorzio, dopolavoro, pro loco, bocciofila che non la voglia come rappresentante. E lei non si nega. Anzi. Così, quando una manciata di giorni fa Evelina Christillin è stata eletta per acclamazione - ma era la sola candidata - membro aggiuntivo della Uefa (l'organo di governo del calcio europeo) nel consiglio della federazione mondiale del pallone, la Fifa, prima donna europea, ha risposto come sempre: «Mi metto a disposizione». Nessun timore. «Non so cosa sia la paura», ripete, «è una caratteristica del mio carattere. Merito della mia formazione sportiva. È la consapevolezza di mettersi in gioco con l'amore per il risultato che anima gli atleti». Il suo cellulare è pieno di sms con i complimenti di John Elkann, Renzi, Malagò, Andrea Agnelli e di tutto lo staff Juve. Il suo programma, per ora, è «capire, imparare, studiare». Alla Fifa proporrà (auguri!) la stagione della trasparenza e della riduzione dei costi. Al grido di «basta con il gigantismo, i lussi e gli sprechi» dovrebbe indurre i signori del calcio a investire in piccoli impianti sportivi in Africa, perché lo sport ha una forza enorme, il pallone è un linguaggio universale e «tanti bambini soldato possono essere salvati e altri tolti dalle trincee dell'Isis». Il Califfo sta già pensando a portare l'arbitro.

La stessa frase, «mi metto a disposizione», ha pronunciato quando Matteo Renzi l'ha nominata presidente del'Enit, il bolso ente italiano per il turismo diventato agenzia. Per rilanciarlo, la sua idea è costruire un'offerta balneare per i 7 milioni di russi che a causa del terrorismo hanno smesso di andare in Egitto, Tunisia e Turchia. Insomma, Briatore non ha inventato nulla.

Evelina Christillin, 61 anni, torinese, è una perfetta donna di pubbliche relazioni. Imparate fin da bambina. Figlia di Emilio, ex pilota ufficiale della Lancia nonché il più longevo presidente dell'Automobil club, la cui villa confinava con quella dell'Avvocato di cui era stato anche compagno all'università, «Eve» frequenta la stessa scuola di Margherita Agnelli e si inserisce da subito nell'ambiente della «famiglia reale» torinese. Gianni la prende in simpatia e la domenica la porta con sé quando va a sciare in elicottero al Sestriere. Dal 1970 al 1975 fa parte della squadra nazionale italiana femminile di sci alpino (slalom e gigante), compagna di stanza di Claudia Giordani, e soltanto un infortunio le fa saltare le Olimpiadi di Innsbruck del '76. Vince anche i campionati italiani di golf a squadre juniores. Laureata in Storia e demografia storica, la sua tesi («Poveri malati, storie di vita quotidiana in un ospedale di antico regime: il San Giovanni Battista di Torino nel secolo 18°») diventerà molti anni dopo un libro edito da Paravia che vincerà il premio Acqui Storia. Nel 1978, all'età di 23 anni, entra all'ufficio stampa Fiat dove si occupa di eventi sportivi e stampa estera sotto la direzione di Luca Cordero di Montezemolo, e lì rimane fino all'85. Poi, il volo: un po' di Juventus e poi il «capolavoro» delle Olimpiadi 2006 a Torino, chiamata direttamente dall'Avvocato e messa al servizio di un'impresa impossibile (Torino era ultima tra le candidate) che ha rilanciato una città in crisi. Oggi la Christillin rifiuta il clichè della vecchia Torino, un po' gozzaniana. La città, secondo lei, è diventata una «repubblica multitasking», qualsiasi cosa voglia dire. Non c'è più la monarchia Agnelli (in realtà non c'è più neanche la Fiat), ma per Evelina non c'è mai stata perché non è mai esistita una dinastia, ma solo re Gianni.

Lei giura che di incarichi non ne ha mai cercato uno. Glieli propongono e... «io non so dire di no. È un mio limite. Non prendo soldi. Ho la mentalità del bravo soldato». Più che altro uno spirito a tutto servizio che si è immolato per la cultura (Teatro stabile di Torino, Filarmonica 900 del Teatro regio, Museo delle antichità egizie), l'istruzione (ha lavorato alla cattedra di Storia moderna presso la facoltà di Scienze della formazione dell'università di Torino, dove è stata anche docente di Storia dello sport, e all'università Roma4), l'economia (la multinazionale elettronica Saes Getters, banca Carige Italia, banca Cariparma Credit Agricole), lo sport (giunta Coni, presidente del comitato promotore Torino 2006, comitato organizzatore delle Olimpiadi degli Scacchi di Torino 2006, vicepresidente esecutivo del Toroc, comitato scientifico Juvecentus, comitato organizzatore Ryder Cup 2022 di golf), lo spettacolo (l'Agis regionale, l'associazione che riunisce le sale cinematografiche del Piemonte), il sociale (l'associazione per lo sviluppo della sanità di eccellenza a Torino, l'associazione per la prevenzione dell'anoressia Torino, l'associazione Terre dei Savoia). Ha fornito anche consulenze a Diana Bracco ai tempi dell'Expo pre Sala. Non c'è organismo di cui non sia presidente, per cui non lavori o abbia un posto in consiglio d'amministrazione. Lei li ricorda tutti, noi no.

Alcuni incarichi è stata costretta a lasciarli per avvicendamenti o perché, bontà sua, non ce la fa a star dietro a tutte incombenze e detesta, dice, essere una presidente assente. Da poco ha mollato anche i giostrai, cioè l'Anesv, l'associazione degli spettacoli viaggianti di cui era, manco a dirlo, presidente.

È arrivata tra le mummie dell'Egizio designata da Lorenzo Ornaghi, il ministro dei Beni culturali del fu governo Monti. Il ritorno a casa della Faraona per i perfidi che non ne sopportano la visibilità e l'implacabile caccia alle poltrone. «Non sono una Sfinge», la replica puntuta. Un ritorno alle origini di famiglia per i suoi biografi (per lo più agiografi), visto che uno dei primi direttori dell'Egizio fu un suo prozio, Ernesto Schiaparelli.

Per divertirsi scrive sull'Huffingon Post. Dove si scatena anche come ultrà bianconerissima. Ha quasi rischiato l'incidente quando ha definito i Moratti «famiglia Addams» domandandosi «come faremo senza tutti quei denti marci in tribuna e senza gli abbracci frenetici delle loro smilze braccine», irridendo il presidente dell'Inter Thohir come «piccoletto ciccione indonesiano» e «cicciobello a mandorla». Mancava «merdazzurri» e gli insulti da curva sarebbero stati completi. Di diventare blogger gliel'ha proposto Lucia Annunziata, «una cara amica», come «cari amici» sono tutti quelli che frequenta o anche semplicemente conosce: «il mio amico Putin», «la mia amica suor Giuliana», «il mio grande amico Andrea»… (Agnelli, ovvio, e chi se no?). Una sorte di Malagò in salsa sabauda.

La donna che ormai da decenni viene indicata come «il volto nuovo di Torino» vive nella villa di famiglia con vista collinare, giardino e orto che cura lei, perché «a stare piegati sulla terra si impara la pazienza, l'umiltà e il piacere di stupirsi». Weekend in montagna (la sua grande passione, cui ha dedicato il libro «Olimpico sorriso») o a Varigotti, un altro dei suoi luoghi della memoria familiare. Un marito, Gabriele Galateri di Genola, per una vita amministratore delle casseforti del gruppo Agnelli e ora presidente - vizio di coppia - di Generali dopo essere passato dalle presidenze di Mediobanca e di Telecom. Una figlia, Virginia, e due nipoti: Bianca e Ruggero. Ma far la nonna non è contemplato dalla sua agenda.

Chi la conosce o vi ha avuto a che fare non è sempre ben disposto: versatile, curiosa, cocciuta (segno del Sagittario), grintosa, accorta, introdotta, elegante, sempre abbronzata, elitaria, salottiera, snob, superlobbista, efficiente, energica, volenterosa. È di quelli che siedono a capotavola anche quando mangiano da soli, ha scritto di lei Tony Damascelli, massimo conoscitore delle cose di corte.

Politicamente sta a sinistra, in un confuso miscuglio identitario. Ha detto: «Credo che Giorgio Napolitano incarni tutti i valori che hanno reso importante l'Italia». Ossequiosa verso l'ex comunista, ha però un faro liberale: il torinese Piero Gobetti. Che in qualche maniera interseca un'altra vicenda familiare: «Il centro studi Gobetti – racconta a Sette - ha sede in via Fabro a Torino, in un edificio di proprietà di mia nonna paterna alla quale pagavano un affitto simbolico. In quell'edificio sono stata più volte da bambina e mi era diventata familiare quella targa del Centro Gobetti. Così dalla curiosità sono passata ad approfondire la storia della vita di Piero».

Una così non poteva che partecipare alla costituzione del Pd del suo «caro amico» Walter Veltroni, cui ha consigliato di parlare come Al Gore, di adoperare le immagini dei Kennedy, di Martin Luther King e di Marilyn Monroe, e di commissionare a un Bruce Springsteen nostrano una canzone come «Born in Usa» (insomma non proprio «L'italiano» di Toto Cutugno e neanche Ivano Fossati). Ha partecipato anche alla cerimonia di insediamento della presidente Dilma Rousseff in Brasile. Non sembra che all'uno e all'altra abbia portato fortuna.

Al presidente del consiglio, prima di un Juve-Fiorentina, ha regalato una sciarpa con i gufi. Contrariamenti a Renzi, a lei piacciono. Ne ha una collezione di circa 3.000 pezzi (ma alcuni sono civette).

Dicevano stesse studiando da futuro sindaco dopo Chiamparino, ma fu stoppata da Fassino. «Mai dire mai» si consolò. Ora però a tenere le chiavi della città è un'altra madamin con il girocollo di perle, studi appropriati, la borghesia torinese ancora in luna di miele. A Evelina resta la Fifa.

Mercosur, trattori in mezza Europa. Macron voterà «No». L’Italia che fa?
Getty Images
Ursula von der Leyen spinge per chiudere l’accordo con gli Stati dell’America Latina, ma la Francia e il gruppo Visegrad minacciano il veto. Oggi a Bruxelles il vertice dei 27 tecnici. Lollobrigida: sì solo con la clausola di reciprocità.

È un venerdì di passione per Ursula von der Leyen e la domanda che circola a Bruxelles è: il Mercosur val bene l’Europa? La spaccatura rischia di essere insanabile visto che Emmanuel Macron - pressato anche dai trattori che ieri hanno assediato Parigi - ha annunciato: «La Francia voterà no». Dall’Eliseo viene una velata quanto dura critica all’Italia rea di aver tradito la causa. Dopo aver ottenuto un aumento di 45 miliardi degli stanziamenti Pac futuri Giorgia Meloni ha molto ammorbidito la posizione italiana, peraltro indispensabile per cerare il blocco di minoranza capace di stoppare l’accordo.

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Jaki rinviato a giudizio per l’eredità
John Elkann (Imagoeconomica)
Pronta l’imputazione coatta a carico del capo di Stellantis. Si procede per violazioni fiscali. E ora rischia di saltare il vecchio accordo con la Procura sulla messa in prova.

I legali di John Elkann ostentano sicurezza parlando di un «atto dovuto» dopo che nel dicembre scorso il gip Antonio Borretta aveva ordinato alla Procura di Torino (che aveva chiesto l’archiviazione) l’imputazione coatta e ricordano di aver già presentato ricorso in Cassazione. Ma la notizia che la Procura di Torino ha preparato la richiesta di rinvio a giudizio per Elkann e per il commercialista Gianluca Ferrero, nell’ambito dell’inchiesta che ruota intorno all’eredità di Gianni Agnelli (originata dalle rivendicazioni della figlia Margherita), rischia di creare un cortocircuito che potrebbe far saltare l’accordo raggiunto lo scorso settembre tra la Procura ed Elkann, che anche in virtù del versamento di 183 milioni di euro all’Erario, prevedeva il via libera alla messa in prova del nipote dell’Avvocato. L’11 febbraio, infatti, si terrà l’udienza dedicata alla proposta di messa alla prova per Elkann, sulla quale il tribunale potrebbe trovarsi a decidere dopo che il presidente di Stellantis avrà ricevuto la, a questo punto inevitabile, richiesta di rinvio a giudizio.

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Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.

«Io non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno». «L’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stata esclusa da Rubio e dallo stesso Donald Trump. Io credo che l’amministrazione Trump, con i suoi metodi molto assertivi, stia ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia per i suoi interessi e per la sua sicurezza. È un’area in cui agiscono molti attori stranieri e credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze eccessive di attori stranieri». Così il premier Giorgia Meloni nella conferenza di fine anno.

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