
In questi giorni, i cristiani di tutto il mondo celebrano il Triduo pasquale. È la «settimana autentica» della cristianità che inizia simbolicamente con una cena, l’ultima per l’esattezza, ben raffigurata da Leonardo da Vinci nell’affresco che si trova nell’antico refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano.
Dipinto tra il 1494 e il 1498 rappresenta un istante drammatico che si legge nel volto e negli atteggiamenti dei protagonisti. Cristo al centro, nella sera precedente al giorno in cui sapeva che sarebbe morto e già conosceva le intenzioni degli apostoli e soprattutto di Giuda, che lo avrebbe tradito per pochi denari, e di Pietro, che lo avrebbe rinnegato per ben tre volte. Molti altri artisti nei secoli, dal Rinascimento alla Pop art, dai fiamminghi a Tiziano fino a Salvador Dalì hanno realizzato rappresentazioni dell’Ultima cena, l’ultimo pasto consumato da Cristo prima della sua passione, morte e risurrezione.
Già, l’ultimo pasto: ma che cosa ha mangiato effettivamente Gesù? Sicuramente pane (probabilmente azzimo) e vino (si ipotizza il rosso, divenuti proprio in quell’occasione il simbolo del corpo e del sangue di Cristo. Alcuni studi ipotizzano la presenza di pesce, in particolare san pietro, o una salsa di pesce tipica dell’epoca (tzir); probabile, inoltre, la presenza di erbe amare come cicoria o lattuga.
Nessuno sa come la tradizione dell’ultimo pasto prima dell’esecuzione sia iniziata, ma in molti posti in giro per il mondo ai prigionieri è permesso, entro limiti ragionevoli, di richiedere uno speciale ultimo pasto. Il Da Vinci contemporaneo non usa pennello e colori ma fotocamere: Henry Hargreaves, artista e fotografo con sede a Brooklyn ma nato in Nuova Zelanda, ha dedicato parte della sua carriera a un progetto che trasforma le richieste culinarie dei «dead man walking» in ritratti fotografici. I suoi scatti sono stati esposti anche alla Biennale di Venezia. «Ho letto un elenco di ciò che i prigionieri condannati hanno consumato come ultimo pasto», spiega Hargreaves nell’inquadrare il proprio lavoro, «e quelle persone sono diventate reali. Ho provato empatia verso di loro attraverso il cibo e ho cercato di dare forma a questo sentimento ricostruendo le richieste originale presentate dai prigionieri in forma scritta».
Ronnie Lee Gardner, 49 anni, è finito in cella nello Utah per furto, rapimento e omicidio di due persone. Fu ucciso da un plotone di esecuzione il 18 giugno 2010 ed è uno dei «dead man woalking» che rivivono, per così dire, con la foto del suo ultimo pasto: aragosta, bistecca, torta di mele, gelato alla vaniglia. Tutto consumato davanti alla proiezione della trilogia de Il signore degli anelli. Il celebre pluriomicida Ted Bundy fu giustiziato sulla sedia elettrica la mattina del 24 gennaio 1989, dopo essere stato accusato di numerosi crimini, quali violenza sessuale, necrofilia, fuga dal carcere e omicidio di almeno 35 persone, quasi tutte donne. Chiese, come ultimo pasto, uova all’occhio di bue, una bistecca, del pane imburrato, un bicchiere di latte e un succo di frutta. John Wayne Gacy (1942-1994) è sicuramente uno dei serial killer statunitensi più celebri al mondo. Conosciuto come «il killer clown» (era solito indossare un costume da pagliaccio durante gli eventi in cui adescava i bambini che avrebbe poi ucciso), Gacy si è macchiato di numerosi crimini: sodomizzazione, torture, rapimenti e omicidi di almeno 33 vittime, tutte di sesso maschile, 28 delle quali sepolte sotto la sua abitazione o ammassate in cantina. Prima di essere giustiziato tramite iniezione letale, consumò un pasto tutt’altro che leggero: 12 gamberetti fritti, un cesto di pollo fritto di Kfc, patatine fritte e una manciata di fragole. Victor Feguer (1935-1963), noto per essere stato l’ultimo condannato a morte federale in America prima della sospensione della pena di morte che durò fino al 1976, chiese come unico pasto una singola oliva provvista di nocciolo, probabilmente simbolo della sua contrarietà alla pena ricevuta. Timothy McVeigh , colpevole di ben 168 omicidi, ha chiesto un gelato alla menta con scaglie di cioccolato.
Gli ultimi pasti sono diventati anche un motivo di business visto che in America hanno aperto, in poco tempo, numerosi last meal restaurant. Il primo non poteva che aprire i battenti all’interno dell’Ohio Museum of horror e offre ai clienti un menù interamente basato sugli ultimi pasti di famosi serial killer.
Un fresco laureato della Virginia è diventato, un paio di anni fa, una star su Instagram perché aveva iniziato un servizio a metà tra il culinario e il crimine: Josh Slavin, 25 anni, si era messo a cucinare e provare il pasto finale dei condannati, condividendolo sui social. Il primo della serie era stato il pasto scelto da Ricky Ray Rector, un assassino che, poco prima di essere giustiziato, chiese bistecca, pollo fritto, succo di ciliegia e una torta di mele e noci. Alton Coleman, autore di otto omicidi e condannato a morte nel 2002, chiese filetto con crema di funghi, biscotti, pollo fritto, patatine fritte, broccoli al formaggio, anelli di cipolla, pane di mais, un’insalata, torta di patate dolci, gelato alla crema di noci e succo di ciliegia.
E che dire, poi, dei condannati a morte famosi o, per meglio dire, famigerati? Adolf Eichmann, giustiziato in Israele il 31 maggio 1962, rifiutò il tradizionale ultimo pasto speciale. Prima dell’impiccagione, consumò solo del vino rosso, circa mezza bottiglia. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due anarchici italiani uccisi sulla sedia elettrica il 23 agosto del 1927, prima dell’esecuzione mangiarono una zuppa di verdure, carne arrosto con patate e bevvero del tè. Lo zar di Russia, Nicola II Romanov, la sera prima di essere ucciso nel sotterraneo di una casa a Ekaterinburg insieme alla sua numerosa famiglia, consumò quello che le cronache hanno tramandato come «un pasto semplice, senza sfarzi», tipico dei mesi di prigionia da parte dei bolscevichi. Adolf Hitler, nel bunker della cancelleria, si fece cucinare dalla sua cuoca, Constanze Manziarly, un piatto di uova strapazzate con purea di patate. Piatto che non consumò visto che quando la donna portò le pietanze nella stanza di Hitler, vide che il führer si era già ammazzato. Così l’ultimo vero pasto resta una pasta col pomodoro consumata poco prima. Dall’altra parte delle Alpi, Benito Mussolini, qualche giorno prima, consumò la sua ultima colazione a casa De Maria, a Germasino, sul lago di Como: pane, salame e un caffè. Claretta Petacci, che era con lui, chiese alla padrona di casa solo un po’ di latte e polenta.
L’ultimo desiderio gastronomico dei condannati, da illimitato, ha subito diverse restrizioni economiche. Questo dopo che, in Texas, Lawrence Brewer ordinò una cena troppo abbondante e costosa e, una volta arrivata in cella, non la toccò dichiarando di non avere più fame. Il pasto comprendeva: due bistecche di pollo con salsa gravy e cipolle, un cheeseburger con tripla pancetta, una frittata messicana, tre fajitas, alette di pollo al barbecue, una pizza, una ciotola di okra con ketchup, mezza pagnotta di pane bianco, gelato alla vaniglia blue bell, una fetta di fudge al burro di arachidi con arachidi tritate e tre birre. Se non ci fosse stata l’esecuzione programmata, sarebbe stato molto probabilmente il pasto a stroncarlo.






