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2018-08-29
Il «razzista» Trump fa volare le paghe e le aziende dei neri
Ansa
Non spargete la voce, e soprattutto non ditelo alle «vedove» obamiane e clintoniane: come sapete, infatti, di Donald Trump si può solo parlare male, su giornaloni e mainstream media. Il quadretto mediatico lo conoscete già: ogni giorno la descrizione ossessiva dell'assedio giudiziario contro il presidente (assedio a vuoto, ma sempre presentato come vicino al bersaglio grosso), e ogni giorno giaculatorie sull'impeachment (ipotesi irrealistica, vista la maggioranza dei due terzi che sarebbe richiesta al Senato, ma sempre presentata come imminente).
Non stupisce dunque che siano di fatto scomparse un paio di notizie due volte clamorose: in primo luogo perché indubitabilmente positive, e in secondo luogo perché di forte impronta «sociale», tali cioè da smentire la caricatura di un presidente ferocemente di destra e disinteressato al disagio dei più deboli.
Prima notizia. Black enterprise, sito e rivista specializzati in notizie sull'imprenditoria gestita da persone di colore, informa che negli Stati Uniti, dal 2017 al 2018, in un solo anno, il numero di piccole aziende possedute da imprenditori neri è aumentato di uno sbalorditivo 400%. Avete letto bene: 400%.
Seconda notizia. Nel quadro del nuovo accordo commerciale (per ora è un'intesa preliminare) voluto da Trump e annunciato 36 ore fa da Usa e Messico, si è stabilito che, tra le condizioni richieste a un'automobile per non essere sottoposta a dazi negli Usa, non ci sia solo una rilevantissima quota di produzione da realizzare in territorio americano e l'uso di materie prime Usa (a partire dall'acciaio), ma anche il fatto che gli operai messicani impegnati a costruirla debbano ricevere almeno una paga di 16 dollari l'ora. Di nuovo, avete capito bene: è il cattivo Trump che si è fatto carico di queste elementari esigenze di dignità.
Naturalmente, se interrogati, i nemici di Trump avranno già le scuse pronte per spiegare queste mosse: lo fa - diranno - per distrarre l'opinione pubblica dall'inchiesta del procuratore Robert Mueller, oppure - aggiungeranno - perché a novembre ci sono le elezioni di medio termine, e Trump vuole farsi campagna elettorale così. Sarà. Ma intanto lo ha fatto: e ora si prepara a imporre le stesse condizioni pure al Canada.
Chiacchiere e speculazioni a parte, restano 5 punti fermi che i Never Trumpers (al di qua e al di là dell'Atlantico) non sono in condizione di smentire.
- Il megataglio di tasse deciso da Trump (1500 miliardi di dollari di tasse in meno), uno shock fiscale spettacolare, lontanissimo dalle manovrine da zero virgola all'europea, sta producendo risultati incredibili nell'immenso laboratorio americano. Qualche cifra: consumi schizzati in alto del 4,3%; disoccupazione crollata al 3,9% (di fatto annullata); posti di lavoro talmente abbondanti da rimanere perfino scoperti in alcuni settori chiave (servizi, trasporti, commercio); crescente competizione tra settori (a colpi di rialzo del salario offerto) per convincere i lavoratori a optare per un certo lavoro; solo nel secondo trimestre del 2018, 165.000 aperture in più di negozi; stipendi nel commercio in rialzo del 4,7% rispetto a un anno fa; proiezione di crescita annuale del Pil che potrebbe schizzare oltre il 3% (la più alta da 13 anni), mentre solo nel secondo trimestre del 2018 il balzo in avanti è stato addirittura del 4,1%; Borsa ai massimi, con record battuti ogni giorno; e l'altro giorno pure la borsa tecnologica, il Nasdaq, ha segnato un primato assoluto, sfondando gli 8000 punti. Come si vede, una cavalcata trionfale in ogni ambito: vecchia e nuova economia, economia reale e finanziaria, imprese e lavoratori.
- Se queste cose le avesse fatte Barack Obama, le piazze di tutto il mondo (quelle fisiche e quelle mediatiche) traboccherebbero di entusiasmo, al grido di «santo subito», con fiumi di retorica sui neri che diventano imprenditori in massa, e sulla difesa della dignità degli operai. Ma l'ha fatto Trump, dunque meglio mettere il silenziatore.
- Lezione liberale classica: solo con una crescita sostenuta e forte dell'economia (non con le mancette), una società può permettersi anche adeguati recuperi e attenzioni sociali.
- Quando le cose funzionano, si dimostra valido l'antico insegnamento thatcheriano: rivolgersi agli aspirational voters, a quelli che, partendo dai ceti mediobassi, vogliono crescere e migliorare la loro posizione. Per due lunghi anni, invece, con un'attitudine che non esitiamo a definire razzista, l'elettorato trumpiano è stato descritto da molti commentatori come un esercito di rozzi sdentati, di odiatori assetati di sangue, di «deplorables» (come li chiamò Hillary Clinton). Molto semplicemente, era una fotografia alterata e deformante: i dati, dalla salita dei consumi alla propensione a costruirsi un'impresa, mostrano che anche la parte più fragile della società attende soltanto la propria occasione, e la coglie quando se la vede offrire.
- Solo una buona destra, oltre a fare cose liberali (più crescita e meno tasse), riesce anche a realizzare gli obiettivi propri di una buona sinistra (meno povertà, più dignità sociale). Non si hanno molti riscontri del viceversa.
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Negli Stati Uniti record di imprenditori di colore, disoccupazione giù, salari aumentati per tutti: risultati di sinistra con politiche di destra.Non spargete la voce, e soprattutto non ditelo alle «vedove» obamiane e clintoniane: come sapete, infatti, di Donald Trump si può solo parlare male, su giornaloni e mainstream media. Il quadretto mediatico lo conoscete già: ogni giorno la descrizione ossessiva dell'assedio giudiziario contro il presidente (assedio a vuoto, ma sempre presentato come vicino al bersaglio grosso), e ogni giorno giaculatorie sull'impeachment (ipotesi irrealistica, vista la maggioranza dei due terzi che sarebbe richiesta al Senato, ma sempre presentata come imminente). Non stupisce dunque che siano di fatto scomparse un paio di notizie due volte clamorose: in primo luogo perché indubitabilmente positive, e in secondo luogo perché di forte impronta «sociale», tali cioè da smentire la caricatura di un presidente ferocemente di destra e disinteressato al disagio dei più deboli. Prima notizia. Black enterprise, sito e rivista specializzati in notizie sull'imprenditoria gestita da persone di colore, informa che negli Stati Uniti, dal 2017 al 2018, in un solo anno, il numero di piccole aziende possedute da imprenditori neri è aumentato di uno sbalorditivo 400%. Avete letto bene: 400%.Seconda notizia. Nel quadro del nuovo accordo commerciale (per ora è un'intesa preliminare) voluto da Trump e annunciato 36 ore fa da Usa e Messico, si è stabilito che, tra le condizioni richieste a un'automobile per non essere sottoposta a dazi negli Usa, non ci sia solo una rilevantissima quota di produzione da realizzare in territorio americano e l'uso di materie prime Usa (a partire dall'acciaio), ma anche il fatto che gli operai messicani impegnati a costruirla debbano ricevere almeno una paga di 16 dollari l'ora. Di nuovo, avete capito bene: è il cattivo Trump che si è fatto carico di queste elementari esigenze di dignità. Naturalmente, se interrogati, i nemici di Trump avranno già le scuse pronte per spiegare queste mosse: lo fa - diranno - per distrarre l'opinione pubblica dall'inchiesta del procuratore Robert Mueller, oppure - aggiungeranno - perché a novembre ci sono le elezioni di medio termine, e Trump vuole farsi campagna elettorale così. Sarà. Ma intanto lo ha fatto: e ora si prepara a imporre le stesse condizioni pure al Canada. Chiacchiere e speculazioni a parte, restano 5 punti fermi che i Never Trumpers (al di qua e al di là dell'Atlantico) non sono in condizione di smentire. Il megataglio di tasse deciso da Trump (1500 miliardi di dollari di tasse in meno), uno shock fiscale spettacolare, lontanissimo dalle manovrine da zero virgola all'europea, sta producendo risultati incredibili nell'immenso laboratorio americano. Qualche cifra: consumi schizzati in alto del 4,3%; disoccupazione crollata al 3,9% (di fatto annullata); posti di lavoro talmente abbondanti da rimanere perfino scoperti in alcuni settori chiave (servizi, trasporti, commercio); crescente competizione tra settori (a colpi di rialzo del salario offerto) per convincere i lavoratori a optare per un certo lavoro; solo nel secondo trimestre del 2018, 165.000 aperture in più di negozi; stipendi nel commercio in rialzo del 4,7% rispetto a un anno fa; proiezione di crescita annuale del Pil che potrebbe schizzare oltre il 3% (la più alta da 13 anni), mentre solo nel secondo trimestre del 2018 il balzo in avanti è stato addirittura del 4,1%; Borsa ai massimi, con record battuti ogni giorno; e l'altro giorno pure la borsa tecnologica, il Nasdaq, ha segnato un primato assoluto, sfondando gli 8000 punti. Come si vede, una cavalcata trionfale in ogni ambito: vecchia e nuova economia, economia reale e finanziaria, imprese e lavoratori.Se queste cose le avesse fatte Barack Obama, le piazze di tutto il mondo (quelle fisiche e quelle mediatiche) traboccherebbero di entusiasmo, al grido di «santo subito», con fiumi di retorica sui neri che diventano imprenditori in massa, e sulla difesa della dignità degli operai. Ma l'ha fatto Trump, dunque meglio mettere il silenziatore.Lezione liberale classica: solo con una crescita sostenuta e forte dell'economia (non con le mancette), una società può permettersi anche adeguati recuperi e attenzioni sociali.Quando le cose funzionano, si dimostra valido l'antico insegnamento thatcheriano: rivolgersi agli aspirational voters, a quelli che, partendo dai ceti mediobassi, vogliono crescere e migliorare la loro posizione. Per due lunghi anni, invece, con un'attitudine che non esitiamo a definire razzista, l'elettorato trumpiano è stato descritto da molti commentatori come un esercito di rozzi sdentati, di odiatori assetati di sangue, di «deplorables» (come li chiamò Hillary Clinton). Molto semplicemente, era una fotografia alterata e deformante: i dati, dalla salita dei consumi alla propensione a costruirsi un'impresa, mostrano che anche la parte più fragile della società attende soltanto la propria occasione, e la coglie quando se la vede offrire.Solo una buona destra, oltre a fare cose liberali (più crescita e meno tasse), riesce anche a realizzare gli obiettivi propri di una buona sinistra (meno povertà, più dignità sociale). Non si hanno molti riscontri del viceversa.
Mario Fresa (Imagoeconomica)
Gli avvocati del consigliere di Cassazione contestano la pubblicazione degli audio e parlano di ricostruzione «incompleta e lesiva». La redazione ribatte: file integrali o omissati solo per il minore, fatti riportati correttamente e già citati i provvedimenti giudiziari.
La replica dei legali
Con riferimento agli articoli pubblicati online dal quotidiano La Verità, in data 21 e 22 marzo 2026, con allegati file audio privi di alcuna rilevanza probatoria, relativi al consigliere di Cassazione dottor Mario Fresa, si evidenzia come il contenuto degli stessi sia stato pubblicato in maniera volutamente incompleta, al fine di dare una visione distorta e strumentale degli eventi richiamati. In particolare, non viene dato atto che sui fatti richiamati sono intervenute due diverse ordinanze di archiviazione, l’ultima il 29 settembre 2025, che hanno esaminato tutti i file audio agli atti, rilevando solamente dei diverbi tra i due coniugi, frutto di un rapporto conflittuale, in assenza di circostanze penalmente rilevanti e «non una sistematica sopraffazione come richiesto dalla norma incriminatrice». Del pari, nei suddetti articoli, pubblicati con singolare coincidenza il giorno prima della votazione sul referendum, viene omessa la decisiva circostanza che il giudizio di separazione personale tra il Fresa e la moglie si è concluso con un accordo consensuale nel gennaio 2025 che prevedeva, all’esito dell’espletata Ctu, un affidamento condiviso del figlio minore, in quanto rispondente agli interessi del bambino. Accordo la cui validità è stata confermata anche con successivo provvedimento del tribunale civile di Roma in data 5 dicembre 2025, che ha evidenziato l’assenza di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti.In considerazione di quanto sopra, l’omissione di tali elementi essenziali della vicenda ha determinato la diffusione di una rappresentazione dei fatti gravemente lesiva dell’onore, della reputazione e dell’identità personale del dott. Fresa, in violazione dei principi di verità, completezza e continenza che devono presiedere all’esercizio del diritto di cronaca giornalistica.
Avv. Ilenia Guerrieri e Marco Meliti Roma
La risposta della redazione
Con riferimento alla richiesta di rettifica si evidenzia che sul sito della «Verità» sono stati pubblicati due file audio. Uno in formato integrale, trattandosi di conversazioni intrattenute in luogo pubblico alla presenza delle forze dell’ordine, l’altro omissato, però, soltanto nella parte in cui riproduce la voce del minore coinvolto e in cui il dottor Fresa spiega al figlio che la madre sarebbe «la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio». I lettori hanno quindi potuto acquisire esatta conoscenza di quanto descritto nell’articolo che ha, ovviamente, riportato soltanto i fatti ritenuti rilevanti dal cronista considerata la ben nota funzione pubblica esercitata dal dottor Fresa, il quale, peraltro, secondo quanto riferito dallo stesso magistrato, nel corso di un’ulteriore conversazione non pubblicata sul sito, ha sostenuto di essere titolare di un procedimento penale avente a oggetto violenze su numerosi minori consumate da ecclesiastici e di cui non abbiamo trovato traccia su fonti aperte. Infine, si osserva che nell’articolo, contrariamente a quanto sostenuto nella rettifica, si riportano diffusamente i provvedimenti giudiziari favorevoli al dottor Fresa adottati sia nella sede penale che nella sede civile così come la condanna riportata dal dottor Fresa in sede disciplinare per condotte violente consumate ai danni dell’ex coniuge e ammesse dallo stesso dottor Fresa davanti al Consiglio Superiore della Magistratura.
LV
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L’appuntamento era in calendario da tempo, sollecitato dalla Lega e agevolato dal senatore Claudio Borghi. Prima di diventare direttore del Nih (National Institute of Health, il più grande finanziatore pubblico di ricerca biomedica al mondo con un budget annuale di circa 48 miliardi di dollari all’anno), Bhattacharya era un autorevolissimo epidemiologo, docente di medicina e di politiche di sanità pubblica all’università di Stanford e, insieme con i professori Martin Kulldorff dell’università di Harvard e Sunetra Gupta dell’università di Oxford, cofirmatario della Great Barrington Declaration (Gbd), documento che ha segnato la controstoria della pandemia. È lui che ha dimostrato, evidenze scientifiche alla mano, che le decisioni draconiane indicate dagli Stati Uniti a tutto l’Occidente, a cominciare dall’Italia, non erano «l’unica soluzione». Ed è esattamente su queste evidenze che lo hanno audito i membri della commissione Covid, chiedendogli di smentire una volta per tutte la vastità di leggende pandemiche antiscientifiche che hanno reso l’Italia uno dei Paesi con più restrizioni e, al tempo stesso, con la più alta mortalità durante la pandemia.
Molte le domande sui lockdown, il green pass e i vaccini poste da Claudio Borghi e Alberto Bagnai della Lega, oltre che da Lucio Malan di Fratelli d’Italia. Ma il botta e risposta con l’onorevole Alfonso Colucci è stato quasi onirico: non tanto per le puntuali risposte fornite da Bhattacharya, quanto per le domande che gli sono state rivolte dall’avvocato di Giuseppe Conte, con il malcelato obiettivo di difendere le sciagurate decisioni adottate dal leader M5s quando era premier, durante la prima e la seconda ondata. Avventurandosi sul terreno impervio dei parametri epidemiologici, Colucci ha obiettato al direttore del Nih che «a suo parere» il lockdown è stata una misura efficace. «I Paesi con i lockdown più restrittivi non hanno avuto un tasso di mortalità più basso e non hanno protetto di più le vite umane», ha spiegato Bhattacharya ai membri della commissione Covid. L’avvocato di Conte ha poi tentato la carta del Nobel per impressionarlo: «Quindi lei non è d’accordo con quanto dichiarato in questa commissione dal premio Nobel Giorgio Parisi, secondo il quale senza lockdown in Italia avremmo avuto dieci volte morti in più nella prima ondata?». «No», è stata la risposta secca di Bhattacharya, per nulla impressionato. La sua replica è stata un’interessante lezione di salute pubblica da mandare a memoria: premettendo che, quando si ha un indice di trasmissibilità inferiore a uno, questo non significa che la malattia sia sparita, «la soluzione doveva essere quella di avere un lockdown permanente per tenere l’indice sotto l’uno?», ha chiesto retoricamente il direttore del Nih. «Era quello l’obiettivo, mantenere l’indice sotto l’uno? Oppure si trattava di difendere la vita al meglio possibile? Sono due obiettivi molto diversi. Se si guardano i dati reali, i lockdown non hanno protetto la vita umana. Anche se l’indice in alcuni modelli è sceso al di sotto dell’uno, non è un’evidenza sufficiente per dire che il lockdown sia stato un modo efficace per proteggere la vita umana». L’ossessione di Roberto Speranza, il «rischio zero», era insomma una bufala antiscientifica.
Rispondendo alle domande di Borghi, Bagnai e Malan, il direttore del Nih ha poi detto la sua anche sul mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali e muori»: «Già a marzo 2021 era chiaro che il vaccino non impedisse l’infezione e anzi che l’efficacia del vaccino diminuisse pochi mesi dopo averlo ricevuto». A dispetto di tutte le sentenze italiane che, condannando i non vaccinati, hanno stabilito che all’epoca le evidenze dicessero altro: non era vero. L’introduzione del green pass «ha avuto come conseguenza una riduzione della fiducia nella salute pubblica». Sui no vax, «il fatto che fossero più pericolosi e potessero diffondere la malattia più facilmente rispetto alle persone vaccinate non è corretta dal punto di vista scientifico. Sia le persone vaccinate che quelle non vaccinate potevano diffondere la malattia allo stesso modo». E il green pass? «Si è basato su un falso scientifico». Riabilitati anche i guariti: «Negli Stati Uniti si è deciso di ignorarli per poter rendere obbligatori i vaccini. Non tenere conto dell’immunità da guarigione non è stata una decisione scientificamente corretta». Stoccata anche all’Oms: «Ha fatto più male che bene durante la pandemia. Ha ignorato la situazione andando contro le evidenze scientifiche, ha elevato in modo eccessivo l’esperienza dei lockdown cinesi, quindi ha causato più danni che altro».
«Ancora oggi stiamo subendo i danni di certe misure prive di fondamento scientifico», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «ed è paradossale che in quel periodo la Costituzione italiana fu calpestata da chi oggi, in nome della sua difesa, ha impedito una riforma della giustizia necessaria per modernizzare l’Italia».
«Dopo molti sforzi alla fine siamo riusciti ad avere in audizione il simbolo della scienza negata, quella scienza che era alla base della posizione della Lega su lockdown e green pass, presentata su Repubblica nel luglio del 2021, che venne distrutta da Draghi con l’infame inganno del “non ti vaccini, ti ammali, muori o fai morire”, è il commento del senatore leghista Claudio Borghi. «Oggi Bhattacharya conferma tutto. Noi avevamo ragione e Draghi e Conte non avevano capito nulla. Ma chi ci ridà quegli anni?»
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 marzo 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega a che punto sono i negoziati per un cessate il fuoco in Iran.