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2020-10-22
Il prof Paty è stato venduto al boia per 300 euro da due alunni di 14 anni
Ansa
Sette persone dovranno comparire davanti ad giudice della procura antiterrorismo per aver ispirato o aiutato Abdoullakh Anzorov, l'assassino di Samuel Paty, a pianificarne l'atroce decapitazione. Nove altre sono state invece prosciolte da tutte le accuse. Alla luce delle informazioni fornite ieri, in conferenza stampa, dal capo della procura antiterrorismo, Jean-François Ricard, sembra chiaro che non si possa parlare dell'atto di un «lupo solitario» o di uno «squilibrato», come spesso è accaduto in occasione di altri attentati.
I sette sono accusati di «concorso in omicidio legato ad un'impresa terroristica», «concorso in tentato omicidio di una persona depositaria di pubblica autorità, legato ad una impresa terroristica» e «associazione terroristica per compiere crimini contro le persone». Basandosi sulle rivelazioni di Ricard, si possono raggruppare i sospetti in tre gruppi distinti. Il primo è quello dei complici logistici: le persone che, in un modo o nell'altro, hanno aiutato il boia ceceno Anzorov. Tra questi figurano due minori di 14 e 15 anni che frequentano la scuola media in cui lavorava il professore ammazzato. I ragazzini avrebbero ricevuto 300-350 euro dal terrorista, in cambio di un aiuto ad identificare Paty all'uscita della scuola. L'assassino avrebbe detto loro di voler «umiliare e picchiare» il professore obbligandolo a «chiedere perdono» per aver mostrato le caricature di Maometto pubblicate da Charlie Hebdo. Il procuratore ha sottolineato che l'identificazione fisica della vittima è stata resa possibile proprio dall'«intervento degli studenti». Per la prima volta, dunque, in Francia dei minori si trovano direttamente coinvolti nell'organizzazione di un attentato terroristico.
Gli altri tre individui accusati di complicità con il macellaio islamista - ha spiegato ancora Ricard - avrebbero avuto un ruolo di supporto nella preparazione dell'attentato. Del primo, si conoscono nome ed età: Azim E. 19 anni. Lui e il secondo sospetto sarebbero stati amici di Anzorov. Il giorno prima della mattanza, sarebbero andati con il boia ceceno in una coltelleria per acquistare l'arma e una pistola da softball, poi ritrovate sulla scena della decapitazione. Il secondo individuo, un diciottenne, avrebbe anche dato un passaggio in macchina al terrorista.
Due delle sette persone fermate, sono sospettate di aver avuto un ruolo da «mandanti». Si tratta di Brahim Chnina e di Abdelhakim Sefrioui. Il primo è il genitore di una studentessa della scuola in cui insegnava Paty e che, qualche giorno prima dell'assassinio, ha postato un video sul proprio profilo Facebook, nel quale attaccava il docente definendolo un «voyou», cioè un poco di buono. Il secondo è un imam autoproclamato, ben noto alle forze dell'ordine d'Oltralpe perché è un fiché S, significa che è schedato in quanto rappresenta una potenziale minaccia per la sicurezza nazionale. Di lui, il procuratore antiterrorismo ha ricordato la militanza pro Hamas. Ricard ha anche confermato definitivamente che, nei giorni precedenti al massacro del professore di storia, Chnina ha comunicato via whatsapp con Anzorov. Per il procuratore inoltre, il terrorista «si è ispirato direttamente ai messaggi di Chnina».
Il capo dei giudici antiterrorismo ha anche smentito la tesi sostenuta da Chnina sulla presunta esclusione della propria figlia, decisa da Paty, dalla lezione sulla libertà d'espressione. In effetti, la ragazzina non ha mai partecipato al corso su questa libertà fondamentale, tenuto dal docente ucciso.
E mentre a Parigi continuava l'indagine sulla decapitazione di Samuel Paty, a Brest, in Bretagna, la direzione generale della sicurezza interna (Dgsi) ha compiuto un'operazione antiterrorismo. Come riportato dal quotidiano locale Le Télégramme; lunedì sono state fermate sette persone. Tra di loro figurano vari schedati come potenziali minacce alla sicurezza nazionale ed sono noti perché vicini all'islamismo radicale. Gli inquirenti non hanno comunicato troppo sull'operazione ma, secondo il settimanale L'Express, il nome di Wahid B. figurerebbe tra quelli dei sospetti. L'uomo avrebbe tentato di raggiungere la Siria nel 2014. Il raid di Brest, avrebbe permesso di fermare anche un liceale sedicenne che, sempre per il settimanale, sarebbe il figlio di un commerciante della cittadina bretone, che per diversi anni è stato vicino all'ex imam di Brest, Rachid Eljav. Quest'ultimo, qualche anno fa, era balzato alle cronache per delle prediche come quella in cui affermava che i bambini che ascoltano musica si trasformerebbero «in scimmie o porci». Per L'Express, gli inquirenti sospettano i sette fermati di partecipare ad un progetto di un'azione violenta in Francia e ad un piano per raggiungere l'Iraq o la Siria.
Su Biden jr anche l’ombra sexgate
A quasi due settimane dalle presidenziali novembrine, non si placano le polemiche sul figlio di Joe Biden, Hunter. Secondo quanto riportato ieri da Fox News, l'Fbi risulterebbe attualmente in possesso del laptop in cui sarebbero contenute le email dedicate a suoi opachi affari in Cina e in Ucraina. Lo avrebbero riferito due funzionari dell'amministrazione americana. Alla base di tutto, gli scoop del New York Post, che hanno pubblicato documenti secondo cui l'attuale candidato dem, da vicepresidente, potrebbe essersi macchiato di conflitto di interessi proprio a causa di suo figlio.
Donald Trump sta continuando ad andare all'attacco. Non solo è tornato a definire ieri il rivale su Twitter un «politico corrotto», ma ha chiesto anche al ministro della Giustizia, Bill Barr, di aprire un'inchiesta sulla sua famiglia. Su tale fronte ha tuttavia gettato parzialmente acqua sul fuoco ieri il capo dello staff della Casa Bianca, Mark Meadows, lasciando intendere che un'indagine non sia al momento considerata una priorità dalle alte sfere dell'amministrazione. I democratici hanno frattanto replicato, sostenendo che le rivelazioni del Post nascerebbero da una manovra di disinformazione russa, approntata per danneggiare Biden. Una tesi che è stata tuttavia sconfessata non soltanto dal Director of National Intelligence John Ratcliffe, ma -stando quanto riferito ieri- anche dallo stesso Fbi. Sulla stessa linea si è tra l'altro collocato nelle scorse ore il Dipartimento di Giustizia.
In tutto questo, secondo l'avvocato di Trump ed ex sindaco di New York Rudy Giuliani, il laptop di Hunter conterrebbe prove di possibile maltrattamento di minori. In tal senso, lo stesso Giuliani ha presentato di recente una denuncia presso il dipartimento di polizia di Wilmington (in Delaware). Particolarmente irritata la reazione dell'ex vicepresidente, che ieri ha definito Giuliani uno «sgherro di Trump», non risparmiando critiche neppure al senatore repubblicano, Ron Johnson, che ha accusato Biden di conflitto di interessi. In questo quadro, un recentissimo sondaggio, condotto da Washington Examiner e YouGov, ha rilevato che secondo il 41% degli elettori registrati Biden sarebbe stato onesto sulle attività estere di suo figlio, mentre il 45% dei rispondenti si è espresso in modo opposto. È tra l'altro altamente probabile che la questione possa irrompere nel dibattito televisivo che stasera vedrà contrapposti i due candidati presidenziali a Nashville. In tutto ciò, The Hill ha comunque riferito che alcuni senatori repubblicani stiano esortando il presidente a concentrarsi maggiormente sulle questioni programmatiche, anziché sugli attacchi alla famiglia Biden.
Nel frattempo, il New York Times ha rivelato nelle scorse ore che l'inquilino della Casa Bianca abbia un conto corrente in Cina e che, tra il 2013 e il 2015, avrebbe pagato nella Repubblica Popolare quasi 190.000 dollari di tasse. Non si profilano al momento scenari di illegalità ma, si fa notare, la faccenda risulterebbe politicamente in contraddizione con le istanze dure che il presidente sta attualmente tenendo verso il dragone. Certo è che, in termini di rapporti opachi con la Cina, anche Biden non si fa mancare nulla. Non solo il viaggio ufficiale del 2013 da vicepresidente nella Repubblica Popolare, quando si portò dietro suo figlio. Ma anche le recenti rivelazioni del New York Post, secondo cui Hunter avrebbe cercato di concludere danarose intese con l'azienda cinese Cefc e avrebbe intrattenuto contatti con il suo presidente Ye Janming: controversa figura accusata di corruzione e, secondo il Financial Times, avente stretti legami con l'esercito della Repubblica Popolare. La campagna elettorale si fa intanto sempre più serrata, con Barack Obama che ieri è sceso in campo per Biden in Pennsylvania.
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La Procura anti terrorismo francese svela i dettagli dell'esecuzione islamica. Confermata la premeditazione ma soprattutto la collusione di alcuni genitori e studenti. Questi ultimi l'hanno indicato al killer dietro pagamento.Gli scandali del figlio inseguono il candidato democratico. Pure l'Fbi nega la mano russa dietro le mail. L'attacco di Giuliani: «Nel suo pc chat con ragazzine». Stasera il duello tvLo speciale contiene due articoliSette persone dovranno comparire davanti ad giudice della procura antiterrorismo per aver ispirato o aiutato Abdoullakh Anzorov, l'assassino di Samuel Paty, a pianificarne l'atroce decapitazione. Nove altre sono state invece prosciolte da tutte le accuse. Alla luce delle informazioni fornite ieri, in conferenza stampa, dal capo della procura antiterrorismo, Jean-François Ricard, sembra chiaro che non si possa parlare dell'atto di un «lupo solitario» o di uno «squilibrato», come spesso è accaduto in occasione di altri attentati.I sette sono accusati di «concorso in omicidio legato ad un'impresa terroristica», «concorso in tentato omicidio di una persona depositaria di pubblica autorità, legato ad una impresa terroristica» e «associazione terroristica per compiere crimini contro le persone». Basandosi sulle rivelazioni di Ricard, si possono raggruppare i sospetti in tre gruppi distinti. Il primo è quello dei complici logistici: le persone che, in un modo o nell'altro, hanno aiutato il boia ceceno Anzorov. Tra questi figurano due minori di 14 e 15 anni che frequentano la scuola media in cui lavorava il professore ammazzato. I ragazzini avrebbero ricevuto 300-350 euro dal terrorista, in cambio di un aiuto ad identificare Paty all'uscita della scuola. L'assassino avrebbe detto loro di voler «umiliare e picchiare» il professore obbligandolo a «chiedere perdono» per aver mostrato le caricature di Maometto pubblicate da Charlie Hebdo. Il procuratore ha sottolineato che l'identificazione fisica della vittima è stata resa possibile proprio dall'«intervento degli studenti». Per la prima volta, dunque, in Francia dei minori si trovano direttamente coinvolti nell'organizzazione di un attentato terroristico. Gli altri tre individui accusati di complicità con il macellaio islamista - ha spiegato ancora Ricard - avrebbero avuto un ruolo di supporto nella preparazione dell'attentato. Del primo, si conoscono nome ed età: Azim E. 19 anni. Lui e il secondo sospetto sarebbero stati amici di Anzorov. Il giorno prima della mattanza, sarebbero andati con il boia ceceno in una coltelleria per acquistare l'arma e una pistola da softball, poi ritrovate sulla scena della decapitazione. Il secondo individuo, un diciottenne, avrebbe anche dato un passaggio in macchina al terrorista.Due delle sette persone fermate, sono sospettate di aver avuto un ruolo da «mandanti». Si tratta di Brahim Chnina e di Abdelhakim Sefrioui. Il primo è il genitore di una studentessa della scuola in cui insegnava Paty e che, qualche giorno prima dell'assassinio, ha postato un video sul proprio profilo Facebook, nel quale attaccava il docente definendolo un «voyou», cioè un poco di buono. Il secondo è un imam autoproclamato, ben noto alle forze dell'ordine d'Oltralpe perché è un fiché S, significa che è schedato in quanto rappresenta una potenziale minaccia per la sicurezza nazionale. Di lui, il procuratore antiterrorismo ha ricordato la militanza pro Hamas. Ricard ha anche confermato definitivamente che, nei giorni precedenti al massacro del professore di storia, Chnina ha comunicato via whatsapp con Anzorov. Per il procuratore inoltre, il terrorista «si è ispirato direttamente ai messaggi di Chnina».Il capo dei giudici antiterrorismo ha anche smentito la tesi sostenuta da Chnina sulla presunta esclusione della propria figlia, decisa da Paty, dalla lezione sulla libertà d'espressione. In effetti, la ragazzina non ha mai partecipato al corso su questa libertà fondamentale, tenuto dal docente ucciso.E mentre a Parigi continuava l'indagine sulla decapitazione di Samuel Paty, a Brest, in Bretagna, la direzione generale della sicurezza interna (Dgsi) ha compiuto un'operazione antiterrorismo. Come riportato dal quotidiano locale Le Télégramme; lunedì sono state fermate sette persone. Tra di loro figurano vari schedati come potenziali minacce alla sicurezza nazionale ed sono noti perché vicini all'islamismo radicale. Gli inquirenti non hanno comunicato troppo sull'operazione ma, secondo il settimanale L'Express, il nome di Wahid B. figurerebbe tra quelli dei sospetti. L'uomo avrebbe tentato di raggiungere la Siria nel 2014. Il raid di Brest, avrebbe permesso di fermare anche un liceale sedicenne che, sempre per il settimanale, sarebbe il figlio di un commerciante della cittadina bretone, che per diversi anni è stato vicino all'ex imam di Brest, Rachid Eljav. Quest'ultimo, qualche anno fa, era balzato alle cronache per delle prediche come quella in cui affermava che i bambini che ascoltano musica si trasformerebbero «in scimmie o porci». Per L'Express, gli inquirenti sospettano i sette fermati di partecipare ad un progetto di un'azione violenta in Francia e ad un piano per raggiungere l'Iraq o la Siria.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-prof-paty-e-stato-venduto-al-boia-per-300-euro-da-due-alunni-di-14-anni-2648430044.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="su-biden-jr-anche-lombra-sexgate" data-post-id="2648430044" data-published-at="1603305217" data-use-pagination="False"> Su Biden jr anche l’ombra sexgate A quasi due settimane dalle presidenziali novembrine, non si placano le polemiche sul figlio di Joe Biden, Hunter. Secondo quanto riportato ieri da Fox News, l'Fbi risulterebbe attualmente in possesso del laptop in cui sarebbero contenute le email dedicate a suoi opachi affari in Cina e in Ucraina. Lo avrebbero riferito due funzionari dell'amministrazione americana. Alla base di tutto, gli scoop del New York Post, che hanno pubblicato documenti secondo cui l'attuale candidato dem, da vicepresidente, potrebbe essersi macchiato di conflitto di interessi proprio a causa di suo figlio. Donald Trump sta continuando ad andare all'attacco. Non solo è tornato a definire ieri il rivale su Twitter un «politico corrotto», ma ha chiesto anche al ministro della Giustizia, Bill Barr, di aprire un'inchiesta sulla sua famiglia. Su tale fronte ha tuttavia gettato parzialmente acqua sul fuoco ieri il capo dello staff della Casa Bianca, Mark Meadows, lasciando intendere che un'indagine non sia al momento considerata una priorità dalle alte sfere dell'amministrazione. I democratici hanno frattanto replicato, sostenendo che le rivelazioni del Post nascerebbero da una manovra di disinformazione russa, approntata per danneggiare Biden. Una tesi che è stata tuttavia sconfessata non soltanto dal Director of National Intelligence John Ratcliffe, ma -stando quanto riferito ieri- anche dallo stesso Fbi. Sulla stessa linea si è tra l'altro collocato nelle scorse ore il Dipartimento di Giustizia. In tutto questo, secondo l'avvocato di Trump ed ex sindaco di New York Rudy Giuliani, il laptop di Hunter conterrebbe prove di possibile maltrattamento di minori. In tal senso, lo stesso Giuliani ha presentato di recente una denuncia presso il dipartimento di polizia di Wilmington (in Delaware). Particolarmente irritata la reazione dell'ex vicepresidente, che ieri ha definito Giuliani uno «sgherro di Trump», non risparmiando critiche neppure al senatore repubblicano, Ron Johnson, che ha accusato Biden di conflitto di interessi. In questo quadro, un recentissimo sondaggio, condotto da Washington Examiner e YouGov, ha rilevato che secondo il 41% degli elettori registrati Biden sarebbe stato onesto sulle attività estere di suo figlio, mentre il 45% dei rispondenti si è espresso in modo opposto. È tra l'altro altamente probabile che la questione possa irrompere nel dibattito televisivo che stasera vedrà contrapposti i due candidati presidenziali a Nashville. In tutto ciò, The Hill ha comunque riferito che alcuni senatori repubblicani stiano esortando il presidente a concentrarsi maggiormente sulle questioni programmatiche, anziché sugli attacchi alla famiglia Biden. Nel frattempo, il New York Times ha rivelato nelle scorse ore che l'inquilino della Casa Bianca abbia un conto corrente in Cina e che, tra il 2013 e il 2015, avrebbe pagato nella Repubblica Popolare quasi 190.000 dollari di tasse. Non si profilano al momento scenari di illegalità ma, si fa notare, la faccenda risulterebbe politicamente in contraddizione con le istanze dure che il presidente sta attualmente tenendo verso il dragone. Certo è che, in termini di rapporti opachi con la Cina, anche Biden non si fa mancare nulla. Non solo il viaggio ufficiale del 2013 da vicepresidente nella Repubblica Popolare, quando si portò dietro suo figlio. Ma anche le recenti rivelazioni del New York Post, secondo cui Hunter avrebbe cercato di concludere danarose intese con l'azienda cinese Cefc e avrebbe intrattenuto contatti con il suo presidente Ye Janming: controversa figura accusata di corruzione e, secondo il Financial Times, avente stretti legami con l'esercito della Repubblica Popolare. La campagna elettorale si fa intanto sempre più serrata, con Barack Obama che ieri è sceso in campo per Biden in Pennsylvania.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
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Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.