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2018-07-05
Le bugie che ci raccontano su pensioni, tasse, immigrati
Ansa
Il picco di morti nel Mediterraneo? C’è stato quando governava la sinistra
Come sono spietati, questi populisti al governo: vogliono il sangue. «Migranti, muore il 9% di chi parte. Il dato record dell'ultimo mese», tuonava ieri dalle colonne del Corriere della Sera Federico Fubini. Un articolo drammatico, il suo: «Per chi si imbarca in cerca di un futuro in Europa, non era mai stato tanto probabile morire in mare durante la traversata dalla Libia». Colpa dell'attuale esecutivo, ovviamente. «Qualcosa di nuovo sta succedendo sulle rotte migratorie, da quando il primo giugno ha giurato al Quirinale il governo di Giuseppe Conte», spiegava Fubini. Tradotto: da quando ci sono i pentaleghisti, per i poveri migranti si mette davvero male e l'ecatombe è già iniziata. «Nell'ultimo mese», continuava l'editorialista del Corriere, «soprattutto dalla seconda metà, inclusi i primi due giorni di luglio - si registra il terzo più alto numero di morti e scomparsi in mare da quando due anni e mezzo fa le agenzie internazionali hanno iniziato a tenere i conti. Sono annegati o risultano scomparsi nel Mediterraneo il 9% di coloro che hanno provato la traversata dalla Libia, la quota più alta di sempre. In tutto si tratta di 679 morti. Se n'erano avuti di più solo nel maggio e nel novembre 2016, ma allora le partenze dalle coste libiche erano il doppio o il triplo rispetto a quelle di quest'ultimo giugno».
Da dove ha preso questi dati Fubini? Li ha calcolati «Matteo Villa dell'Ispi di Milano sulla base delle cifre fornite dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e dall'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr)». Fonte autorevole, insomma. Peccato che il giornalista di via Solferino la sfrutti per giungere a conclusioni errate.
Tanto per cominciare, ieri mattina lo stesso Matteo Villa ha ricalcolato il numero dei morti (o dispersi) in mare in giugno. Sono 565 persone su 7.413 partite dalla Libia. Quindi la percentuale di decessi è del 7,6%. Se si esaminano tutti i dati resi disponibili dall'Ispi - che vanno dal gennaio 2016 al giugno 2018 - si scoprono un po' di cose interessanti. La prima è che la percentuale di morti in mare più alta si è avuta nel febbraio 2018, quando - su 1.434 persone partite dalla Libia - ne sono decedute 121. Significa che i morti sono stati l'8,4% del totale. Nel febbraio 2018 al governo c'erano Paolo Gentiloni e il Partito democratico. Assassini anche loro?
Ma non è finita. Sul Corriere, Fubini riporta le parole di Flavio Di Giacomo dell'Oim, secondo cui «da quando le Ong sono state messe nell'impossibilità di lavorare, la minore presenza di navi che pattugliano quelle acque (cioè quelle nei pressi della Libia, ndr) sta rendendo i naufragi più frequenti». Beh, anche questo non è vero. Basta, di nuovo, guardare i dati pubblicati dall'Ispi. Nell'aprile del 2016 (il ministro dell'Interno era Angelino Alfano e il premier era Matteo Renzi) le Ong operavano a pieno regime, eppure la percentuale di morti in mare è stata del 7,6%. La stessa registrata nel giugno del 2018. Curioso, vero?
È evidente che Federico Fubini, sul Corriere, aveva il preciso intento di attaccare questo esecutivo. A suo dire, se la situazione nel Mediterraneo è peggiorata e i decessi sono cresciuti, è perché «sono quasi sparite dalle acque davanti alla Libia le navi per la ricerca e soccorso delle Ong». Ma l'argomentazione non regge, e le cifre lo dimostrano.
La verità è che i dati dell'Ispi su morti e partenze vanno esaminati a partire dalla consapevolezza che il «fattore caso» gioca un ruolo fondamentale. Certo, tendenzialmente in primavera-estate le partenze aumentano, e il numero complessivo di morti, di conseguenza, tende a essere piuttosto alto. Ma ci sono anche variazioni del tutto imprevedibili. Per esempio, nel dicembre del 2017 sono partiti dalla Libia in 3.182, e sono morti in 9. Nell'ottobre del 2017, a fronte di 3.615 partenze, sono morti in 167. Cosa vuol dire? Che, purtroppo, quando si parla di naufragi bisogna considerare tantissimi dettagli, comprese le condizioni delle barche o dei gommoni utilizzati dai trafficanti di uomini. Costoro sono i principali responsabili della mattanza, e hanno approfittato della presenza delle navi italiane prima e delle Ong poi per alimentare i propri affari. Ma torniamo alle cifre.
Fa notare Matteo Villa dell'Ispi, con cui ieri abbiamo scambiato alcune email, che il picco di morti dell'8,4% del febbraio 2016 è stato raggiunto «in un mese con 1.434 partenze, e le morti sono quasi tutte ascrivibili a un singolo naufragio con 100 morti e dispersi, avvenuto il 1° febbraio. Da giugno», precisa il ricercatore, «abbiamo avuto 16 naufragi, e 6 di questi hanno provocato almeno 50 morti o dispersi. Il cambio di passo c'è tutto». Questo dimostra, semmai, che i dati pubblicati dall'Ispi meritano una lettura approfondita, e prima di giungere a conclusioni bisognerebbe verificare come e quando sono avvenuti i vari incidenti nel Mediterraneo. Tutti, non solo quelli degli ultimi mesi.
In ogni caso, Villa dichiara: «Non si vuole sostenere che la “causa" dei naufragi o delle morti sia l'assenza delle Ong (o, se è per questo, di altro naviglio che faccia Sar). Si sostiene che l'aumento dei naufragi e dei morti sta avvenendo in un momento in cui non ci sono sufficienti mezzi per prestare soccorso». Ottimo. Solo che il Corriere della Sera dice esattamente il contrario, cioè che i morti sono aumentati proprio a causa dell'assenza delle Ong. È la stessa testi sostenuta dal fondatore di Open Arms, Oscar Camps, secondo cui la chiusura dei porti ai taxi del mare ha prodotto «360 morti». Della medesima idea è pure Roberto Saviano, il quale ha accusato il governo di essere il mandante delle stragi marittime. «I 100 migranti (tra cui 3 neonati) annegati pochi giorni fa nel Mediterraneo potevano essere salvati», ha scritto. «La responsabilità politica della strage è dei ministri Salvini e Toninelli, che hanno impedito alle Ong di prestare soccorso, e dell'Europa che li ha lasciati fare». Beh, i dati dell'Ispi dimostrano che Saviano ha torto: l'assenza delle Ong non causa - in generale - un aumento dei disastri. Quanto allo specifico naufragio a cui lo scrittore fa riferimento, è avvenuto a poche miglia dalla costa libica, ed è tutto da dimostrare che le navi degli attivisti avrebbero potuto raggiungere in tempo i migranti in difficoltà.
Comunque sia, l'Italia non ha alcuna responsabilità, trattandosi di acque territoriali libiche. Se davvero si vuole ridurre il numero dei morti ci sono solo due cose da fare. La prima è fermare le partenze. La seconda è dotare la Guardia costiera libica di più mezzi e risorse. E il governo - tramite decreto - si è appena impegnato a farlo. A Saviano, però, non sta bene. «Finanziare la Guardia costiera libica significa fomentare il traffico e non fermarlo», ha scritto. E ha concluso: «Da me non avrete nessun aiuto: non sarò mai vostro complice». Che dire, ce ne faremo una ragione...
Francesco Borgonovo
L’immigrazione? Non vale le pensioni
Il presidente Inps, Tito Boeri, ha le idee chiare. Non gli piacciono quelle del nuovo governo. Durante il consueto rapporto annuale dell'Istituto dopo aver elencato i pilastri delle erogazioni, le medie degli assegni, i tagli dei costi, Boeri si è dedicati all'analisi puntuale del decreto Dignità. Ha spiegato che è bene mantenere salda la legge Fornero e inserire più flessibilità. Ha criticato l'introduzione delle causali nei contratti a termine, sebbene ha dovuto ammettere che cinque proroghe del medesimo contratto siano troppe. Ha acceso pure un faro sui giovani, opponendosi alla scelta di favorire eccessivamente i pensionati a svantaggio dei giovani. «Purtroppo», ha aggiunto Boeri, «la fuga all'estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non sembra essersi arrestata neanche con la fine della crisi». Al di là delle puntualizzazioni, il numero uno dell'Inps ieri ha utilizzato il suo ruolo di tecnico per fare politica. Ha infatti mosso un passo più in là di quanto spetterebbe a un presidente della previdenza nel momento i cui decide di smontare le due scelte principali del governo a trazione leghista. Regolamentare i flussi di immigrati clandestini e abolire la Fornero per applicare il modello quota 100.
Sugli immigrati Boeri ha riacceso il disco rotto. Ribadendo per l'ennesimo volta che senza immigrati nessuno in futuro godrà più delle pensioni. La storia «ci insegna che quando si pongono forti restrizioni all'immigrazione regolare, aumenta l'immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell'immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5%», ha sentenziato Boeri. «In presenza di decreti flussi del tutto irrealistici», ha sottolineato, la domanda di lavoro immigrato «si riversa sull'immigrazione irregolare di chi arriva in aereo o in macchina, non coi barconi ma coi visti turistici, e rimane in Italia a visto scaduto». I dati originano da una tabella che il presidente ha pubblicato su Twitter nella quale si evince che i flussi di messicani al confine con gli Usa sono inversamente proporzionali alle green card emesse da Washington. Certo, peccato che l'esempio sia totalmente scollegato alla realtà del Mediterraneo. Soprattutto a essere palesemente falsa è la premessa. Non ci risulta che il governo voglia chiudere i flussi regolari e soprattutto nessuno potrà mai sostenere che gli irregolari versino i contributi all'Inps. Al netto del buon senso la vulgata dell'importanza degli immigrati per salvare le pensioni è stata smontata pure da Bankitalia. Abbiamo già scritto dello studio di Palazzo Koch datato aprile scorso. La ricerca di Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli fornisce uno sguardo di lungo periodo e conclude che il problema demografico/contirbutivo non si risolve con gli immigrati.
«Nel decennio 2001-2011, con una popolazione straniera residente che supera i 4,5 milioni (7,7% del totale), il contributo demografico degli immigrati è considerevole (1,1%) e compensa parzialmente il dividendo demografico negativo che origina dalla popolazione italiana (-4,2%). Nell'ultimo difficile quinquennio, il contributo degli stranieri si attesta su un più modesto 0,2%», si legge nel paper. A pagina 19 del documento i tre economisti: «L'apporto specifico dell'immigrazione sarebbe favorevole nei prossimi tre decenni, ma partire dal 2041 anche il contributo dell'immigrazione diverrebbe negativo». Una frase che da sola smonta tutte le teorie sostenute dal governo uscente e pure da Boeri. Chi legifera dovrà porsi il problema del calo contributivo e del drammatico crollo della produttività in Italia. Il Paese sarà obbligato a porsi il problema, questo sì reale, ma cercare di affrontarlo con una bufala sull'immigrazione non serve in alcun modo. «I numeri non mentono», ha detto ieri Boeri rispondendo a Matteo Salvini che gli ha dedicato una domanda: «Ma vivi sulla luna?». È vero che i numeri non mentono, ma possono sempre mentire le persone che li interpretano o ne leggono soltanto una parte. Non ci riferiamo a Boeri, il quale non mente. Ma ha una grande dimestichezza sui numeri, e sa gestirli con destrezza per sostenere le proprie tesi. Basti pensare al secondo pilastro del contratto di governo che l'attuale presidente Inps mira a smontare a tutti i costi. Per tenere in piedi la legge Fornero sostiene che per finanziare quota 100 (si va in pensione quando la somma fra età anagrafica e contributi annui versati al fisco raggiunge valore 100) o quota 41 (il numero degli anni in cui si sono versati i contributi) costi il primo anno 15 miliardi e a regime addirittura 20 miliardi di euro. Tutte le agenzie hanno sbandierato la cifra per rimarcare che la Fornero non si tocca. Nel rapporto Inps lo stesso Boeri poi ammette che la quota 100 con 64 anni e i requisiti attuali di anzianità contributiva costerebbe 4 miliardi e 8 a regime. Vediamo però le dichiarazioni di Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali e ispiratore della riforma appoggiata dalla Lega, che ha sintetizzato egregiamente i numeri che girano su quota 100. «Perché non si conosce la proposta. L'idea è di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni con 36 di contributi. Oppure 41 anni e mezzo di contributi, a prescindere dall'età e non più di 2-3 anni di contributi figurativi, per escludere chi è stato in cassa integrazione per dieci anni, ad esempio», ha detto Brambilla, spiegando anche che grazie ai fondi esuberi delle diverse categorie si potrebbe arrivare a pensionamenti anticipati senza costi per lo Stato. Inoltre, ha ricordato che l'Ape social costa 1,5 miliardi all'anno sui conti pubblici. «Ed è molto discrezionale, per questo verrà abolita, mentre l'Ape volontaria rimarrebbe in vigore», ha concluso. Dunque, la riforma leghista delle pensioni è tutta da fare. Presenta dei nei anche grossi. Abolire Ape social significa penalizzare chi è occupato nei settori più usuranti, ma quello che è certo è che non costerà 20 miliardi. Insistere, come fa Boeri, non è corretto.
Claudio Antonelli
La flat tax è una cosa infattibile? Cottarelli gioca sporco sui russi
Quella nella quale siamo immersi non è solo l'era della fake news ma anche del fact checking, cioè della verifica dei fatti. Tutto ciò è possibile in gran parte grazie a Internet che, se si sa dove andare a cercare, funziona come un contenitore virtualmente infinito di informazioni, numeri e statistiche. La credibilità di un politico da qualche anno a questa parte può essere dunque misurata con relativa facilità anche da un comune cittadino che ha accesso alla rete e una discreta padronanza delle fonti. Un rischio per coloro i quali intervengono di fronte al grande pubblico, dal momento che le possibilità di essere smentiti in tempo reale aumentano esponenzialmente.
È proprio quanto accaduto martedì sera, nel corso della puntata di una trasmissione di La7, In onda, che ha visto andare in scena un duello a colpi di numeri tra Claudio Borghi, deputato della Lega, e Carlo Cottarelli, ex premier incaricato e direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani dell'Università Cattolica. Borghi è considerato dal giornalismo mainstream un «populista», etichetta che si è guadagnato anche a causa del suo presidio costante su Twitter, social sul quale difende strenuamente le proprie idee a tutte le ore del giorno e della notte. Cottarelli invece può essere considerato un pezzo importante dell'establishment, grazie a una lunga e patinata carriera da Banca d'Italia al Fondo monetario internazionale fino alle porte (poi chiuse in faccia) di Palazzo Chigi.
Al centro del contendere la famigerata «flat tax», la riforma inserita nel contratto di governo legastellato che prevede l'introduzione di due aliquote (una al 15% e l'altra al 20%) e una deduzione fissa di 3.000 euro sulla base del reddito familiare. Intervenuto per difendere l'introduzione di questa misura fiscale, Borghi ha portato l'esempio della Russia, che ha introdotto nel 2001 un'aliquota unica del 13% per i redditi personali. Una misura che, per citare il deputato della Lega, ha causato un «aumento del gettito del 25%». La replica del suo interlocutore non si è fatta attendere: secondo il direttore del Cpi l'incremento delle entrate fiscali sarebbe stato causato, piuttosto, dal fatto che «in quel periodo il prezzo del petrolio è passato da 10 dollari al barile a 60 dollari». L'affidabile Cottarelli smonta, pare, la tesi del «populista» Borghi nel giro di pochi secondi. Peccato però che i dati citati dall'ex direttore del Fmi non trovino alcun riscontro con la realtà. Basta dare uno sguardo ai numeri per capire che se nel 2001 il prezzo del greggio era 23 dollari al barile, nel 2002 scendeva addirittura a 22,8 dollari. Anche ammettendo, come precisato da Cottarelli pochi istanti dopo, che il «periodo» a cui si fa riferimento è il triennio 1999-2001, i conti non tornano affatto. Nel 1999 il petrolio non era quotato a 10 dollari bensì a 16,5 e i 60 dollari sarebbero stati superati solo nel 2007, quindi ben 6 anni più tardi rispetto al 2001. «Se lei mi dice che nel 2001 il prezzo del petrolio è aumentato di sei volte, lei purtroppo sta facendo burla di sé stesso», ha esclamato a quel punto Borghi. «Cominciamo con l'interpretazione autentica di chi dice delle balle e di chi dice delle cose sensate», ha proseguito il deputato leggendo in studio i dati delle quotazioni, rintracciabili da chiunque con una semplice ricerca su Internet.
Poco più tardi su Twitter è iniziato da parte di Carlo Cottarelli il tentativo, durato l'intera giornata, di rimediare alla figuraccia fatta in diretta. A mezzanotte e 14 minuti parte il primo cinguettio: «Risposta a Borghi sulla Russia: tra il 1998 e il 2000 il prezzo del petrolio è aumentato del 130% causando il boom dell'economia russa negli anni seguenti. Altro che miracoli della flat tax!». Errata corrige di non poco conto. Non si parla più infatti del 1999 (anche nell'interpretazione più generosa delle parole pronunciate su La7) ma del 1998, quando in effetti il prezzo al barile era di 12 dollari, e l'incremento non è più di sei volte ma del 130%. Troppo facile correggere il tiro quando si è tranquillamente seduti alla propria scrivania! Da un uomo che ambiva a guidare il governo del Paese sarebbe lecito attendersi una maggiore precisione.
L'ultima precisazione è delle 18, quando Cottarelli si affida sempre a Twitter per un'ennesima replica: «La verità: il prezzo del petrolio era 10 dollari al barile nel feb '99, 28 dollari nel feb '01 e 60 dollari nell'ago '05. Questo è coerente con quanto ho detto ieri sera (vedi sotto), ma le grida di Borghi hanno coperto la seconda frase. Ascoltasse di più e gridasse di meno...». Con il passare delle ore siamo arrivati addirittura al 2005, e la colpa ora è del deputato leghista, le cui urla avrebbero ostacolato la comprensione del suo pensiero.
Sarebbe stato sufficiente ammettere l'imprecisione, voltare pagina e andare avanti. Cottarelli ha scelto invece di infilarsi in un vicolo cieco, continuando a peggiorare la sua situazione. Chi sia l'autore della fake news a questo punto, lo lasciamo giudicare a voi.
Antonio Grizzuti
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Roberto Saviano incolpa il governo dei morti in mare. Ma uno studio sui naufragi mostra che non c'è nesso con il blocco dell'azione delle Ong.Carlo Cottarelli si inventa un boom del prezzo del petrolio per negare gli effetti della flat tax in Russia. Le cifre lo inchiodano, lui abbozza.Tito Boeri va in aula a ridire la vecchia favola dei migranti che sostengono la previdenza. E salva la Fornero: quota 100 costa 20 miliardi. È falso.Lo speciale contiene tre articoli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra-come-difendersi-dai-cialtroni-2583842693.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra" data-post-id="2583842693" data-published-at="1777764638" data-use-pagination="False"> Il picco di morti nel Mediterraneo? C’è stato quando governava la sinistra Come sono spietati, questi populisti al governo: vogliono il sangue. «Migranti, muore il 9% di chi parte. Il dato record dell'ultimo mese», tuonava ieri dalle colonne del Corriere della Sera Federico Fubini. Un articolo drammatico, il suo: «Per chi si imbarca in cerca di un futuro in Europa, non era mai stato tanto probabile morire in mare durante la traversata dalla Libia». Colpa dell'attuale esecutivo, ovviamente. «Qualcosa di nuovo sta succedendo sulle rotte migratorie, da quando il primo giugno ha giurato al Quirinale il governo di Giuseppe Conte», spiegava Fubini. Tradotto: da quando ci sono i pentaleghisti, per i poveri migranti si mette davvero male e l'ecatombe è già iniziata. «Nell'ultimo mese», continuava l'editorialista del Corriere, «soprattutto dalla seconda metà, inclusi i primi due giorni di luglio - si registra il terzo più alto numero di morti e scomparsi in mare da quando due anni e mezzo fa le agenzie internazionali hanno iniziato a tenere i conti. Sono annegati o risultano scomparsi nel Mediterraneo il 9% di coloro che hanno provato la traversata dalla Libia, la quota più alta di sempre. In tutto si tratta di 679 morti. Se n'erano avuti di più solo nel maggio e nel novembre 2016, ma allora le partenze dalle coste libiche erano il doppio o il triplo rispetto a quelle di quest'ultimo giugno».Da dove ha preso questi dati Fubini? Li ha calcolati «Matteo Villa dell'Ispi di Milano sulla base delle cifre fornite dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e dall'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr)». Fonte autorevole, insomma. Peccato che il giornalista di via Solferino la sfrutti per giungere a conclusioni errate.Tanto per cominciare, ieri mattina lo stesso Matteo Villa ha ricalcolato il numero dei morti (o dispersi) in mare in giugno. Sono 565 persone su 7.413 partite dalla Libia. Quindi la percentuale di decessi è del 7,6%. Se si esaminano tutti i dati resi disponibili dall'Ispi - che vanno dal gennaio 2016 al giugno 2018 - si scoprono un po' di cose interessanti. La prima è che la percentuale di morti in mare più alta si è avuta nel febbraio 2018, quando - su 1.434 persone partite dalla Libia - ne sono decedute 121. Significa che i morti sono stati l'8,4% del totale. Nel febbraio 2018 al governo c'erano Paolo Gentiloni e il Partito democratico. Assassini anche loro?Ma non è finita. Sul Corriere, Fubini riporta le parole di Flavio Di Giacomo dell'Oim, secondo cui «da quando le Ong sono state messe nell'impossibilità di lavorare, la minore presenza di navi che pattugliano quelle acque (cioè quelle nei pressi della Libia, ndr) sta rendendo i naufragi più frequenti». Beh, anche questo non è vero. Basta, di nuovo, guardare i dati pubblicati dall'Ispi. Nell'aprile del 2016 (il ministro dell'Interno era Angelino Alfano e il premier era Matteo Renzi) le Ong operavano a pieno regime, eppure la percentuale di morti in mare è stata del 7,6%. La stessa registrata nel giugno del 2018. Curioso, vero?È evidente che Federico Fubini, sul Corriere, aveva il preciso intento di attaccare questo esecutivo. A suo dire, se la situazione nel Mediterraneo è peggiorata e i decessi sono cresciuti, è perché «sono quasi sparite dalle acque davanti alla Libia le navi per la ricerca e soccorso delle Ong». Ma l'argomentazione non regge, e le cifre lo dimostrano.La verità è che i dati dell'Ispi su morti e partenze vanno esaminati a partire dalla consapevolezza che il «fattore caso» gioca un ruolo fondamentale. Certo, tendenzialmente in primavera-estate le partenze aumentano, e il numero complessivo di morti, di conseguenza, tende a essere piuttosto alto. Ma ci sono anche variazioni del tutto imprevedibili. Per esempio, nel dicembre del 2017 sono partiti dalla Libia in 3.182, e sono morti in 9. Nell'ottobre del 2017, a fronte di 3.615 partenze, sono morti in 167. Cosa vuol dire? Che, purtroppo, quando si parla di naufragi bisogna considerare tantissimi dettagli, comprese le condizioni delle barche o dei gommoni utilizzati dai trafficanti di uomini. Costoro sono i principali responsabili della mattanza, e hanno approfittato della presenza delle navi italiane prima e delle Ong poi per alimentare i propri affari. Ma torniamo alle cifre.Fa notare Matteo Villa dell'Ispi, con cui ieri abbiamo scambiato alcune email, che il picco di morti dell'8,4% del febbraio 2016 è stato raggiunto «in un mese con 1.434 partenze, e le morti sono quasi tutte ascrivibili a un singolo naufragio con 100 morti e dispersi, avvenuto il 1° febbraio. Da giugno», precisa il ricercatore, «abbiamo avuto 16 naufragi, e 6 di questi hanno provocato almeno 50 morti o dispersi. Il cambio di passo c'è tutto». Questo dimostra, semmai, che i dati pubblicati dall'Ispi meritano una lettura approfondita, e prima di giungere a conclusioni bisognerebbe verificare come e quando sono avvenuti i vari incidenti nel Mediterraneo. Tutti, non solo quelli degli ultimi mesi.In ogni caso, Villa dichiara: «Non si vuole sostenere che la “causa" dei naufragi o delle morti sia l'assenza delle Ong (o, se è per questo, di altro naviglio che faccia Sar). Si sostiene che l'aumento dei naufragi e dei morti sta avvenendo in un momento in cui non ci sono sufficienti mezzi per prestare soccorso». Ottimo. Solo che il Corriere della Sera dice esattamente il contrario, cioè che i morti sono aumentati proprio a causa dell'assenza delle Ong. È la stessa testi sostenuta dal fondatore di Open Arms, Oscar Camps, secondo cui la chiusura dei porti ai taxi del mare ha prodotto «360 morti». Della medesima idea è pure Roberto Saviano, il quale ha accusato il governo di essere il mandante delle stragi marittime. «I 100 migranti (tra cui 3 neonati) annegati pochi giorni fa nel Mediterraneo potevano essere salvati», ha scritto. «La responsabilità politica della strage è dei ministri Salvini e Toninelli, che hanno impedito alle Ong di prestare soccorso, e dell'Europa che li ha lasciati fare». Beh, i dati dell'Ispi dimostrano che Saviano ha torto: l'assenza delle Ong non causa - in generale - un aumento dei disastri. Quanto allo specifico naufragio a cui lo scrittore fa riferimento, è avvenuto a poche miglia dalla costa libica, ed è tutto da dimostrare che le navi degli attivisti avrebbero potuto raggiungere in tempo i migranti in difficoltà.Comunque sia, l'Italia non ha alcuna responsabilità, trattandosi di acque territoriali libiche. Se davvero si vuole ridurre il numero dei morti ci sono solo due cose da fare. La prima è fermare le partenze. La seconda è dotare la Guardia costiera libica di più mezzi e risorse. E il governo - tramite decreto - si è appena impegnato a farlo. A Saviano, però, non sta bene. «Finanziare la Guardia costiera libica significa fomentare il traffico e non fermarlo», ha scritto. E ha concluso: «Da me non avrete nessun aiuto: non sarò mai vostro complice». Che dire, ce ne faremo una ragione...Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra-come-difendersi-dai-cialtroni-2583842693.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="limmigrazione-non-vale-le-pensioni" data-post-id="2583842693" data-published-at="1777764638" data-use-pagination="False"> L’immigrazione? Non vale le pensioni Il presidente Inps, Tito Boeri, ha le idee chiare. Non gli piacciono quelle del nuovo governo. Durante il consueto rapporto annuale dell'Istituto dopo aver elencato i pilastri delle erogazioni, le medie degli assegni, i tagli dei costi, Boeri si è dedicati all'analisi puntuale del decreto Dignità. Ha spiegato che è bene mantenere salda la legge Fornero e inserire più flessibilità. Ha criticato l'introduzione delle causali nei contratti a termine, sebbene ha dovuto ammettere che cinque proroghe del medesimo contratto siano troppe. Ha acceso pure un faro sui giovani, opponendosi alla scelta di favorire eccessivamente i pensionati a svantaggio dei giovani. «Purtroppo», ha aggiunto Boeri, «la fuga all'estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non sembra essersi arrestata neanche con la fine della crisi». Al di là delle puntualizzazioni, il numero uno dell'Inps ieri ha utilizzato il suo ruolo di tecnico per fare politica. Ha infatti mosso un passo più in là di quanto spetterebbe a un presidente della previdenza nel momento i cui decide di smontare le due scelte principali del governo a trazione leghista. Regolamentare i flussi di immigrati clandestini e abolire la Fornero per applicare il modello quota 100. Sugli immigrati Boeri ha riacceso il disco rotto. Ribadendo per l'ennesimo volta che senza immigrati nessuno in futuro godrà più delle pensioni. La storia «ci insegna che quando si pongono forti restrizioni all'immigrazione regolare, aumenta l'immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell'immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5%», ha sentenziato Boeri. «In presenza di decreti flussi del tutto irrealistici», ha sottolineato, la domanda di lavoro immigrato «si riversa sull'immigrazione irregolare di chi arriva in aereo o in macchina, non coi barconi ma coi visti turistici, e rimane in Italia a visto scaduto». I dati originano da una tabella che il presidente ha pubblicato su Twitter nella quale si evince che i flussi di messicani al confine con gli Usa sono inversamente proporzionali alle green card emesse da Washington. Certo, peccato che l'esempio sia totalmente scollegato alla realtà del Mediterraneo. Soprattutto a essere palesemente falsa è la premessa. Non ci risulta che il governo voglia chiudere i flussi regolari e soprattutto nessuno potrà mai sostenere che gli irregolari versino i contributi all'Inps. Al netto del buon senso la vulgata dell'importanza degli immigrati per salvare le pensioni è stata smontata pure da Bankitalia. Abbiamo già scritto dello studio di Palazzo Koch datato aprile scorso. La ricerca di Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli fornisce uno sguardo di lungo periodo e conclude che il problema demografico/contirbutivo non si risolve con gli immigrati. «Nel decennio 2001-2011, con una popolazione straniera residente che supera i 4,5 milioni (7,7% del totale), il contributo demografico degli immigrati è considerevole (1,1%) e compensa parzialmente il dividendo demografico negativo che origina dalla popolazione italiana (-4,2%). Nell'ultimo difficile quinquennio, il contributo degli stranieri si attesta su un più modesto 0,2%», si legge nel paper. A pagina 19 del documento i tre economisti: «L'apporto specifico dell'immigrazione sarebbe favorevole nei prossimi tre decenni, ma partire dal 2041 anche il contributo dell'immigrazione diverrebbe negativo». Una frase che da sola smonta tutte le teorie sostenute dal governo uscente e pure da Boeri. Chi legifera dovrà porsi il problema del calo contributivo e del drammatico crollo della produttività in Italia. Il Paese sarà obbligato a porsi il problema, questo sì reale, ma cercare di affrontarlo con una bufala sull'immigrazione non serve in alcun modo. «I numeri non mentono», ha detto ieri Boeri rispondendo a Matteo Salvini che gli ha dedicato una domanda: «Ma vivi sulla luna?». È vero che i numeri non mentono, ma possono sempre mentire le persone che li interpretano o ne leggono soltanto una parte. Non ci riferiamo a Boeri, il quale non mente. Ma ha una grande dimestichezza sui numeri, e sa gestirli con destrezza per sostenere le proprie tesi. Basti pensare al secondo pilastro del contratto di governo che l'attuale presidente Inps mira a smontare a tutti i costi. Per tenere in piedi la legge Fornero sostiene che per finanziare quota 100 (si va in pensione quando la somma fra età anagrafica e contributi annui versati al fisco raggiunge valore 100) o quota 41 (il numero degli anni in cui si sono versati i contributi) costi il primo anno 15 miliardi e a regime addirittura 20 miliardi di euro. Tutte le agenzie hanno sbandierato la cifra per rimarcare che la Fornero non si tocca. Nel rapporto Inps lo stesso Boeri poi ammette che la quota 100 con 64 anni e i requisiti attuali di anzianità contributiva costerebbe 4 miliardi e 8 a regime. Vediamo però le dichiarazioni di Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali e ispiratore della riforma appoggiata dalla Lega, che ha sintetizzato egregiamente i numeri che girano su quota 100. «Perché non si conosce la proposta. L'idea è di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni con 36 di contributi. Oppure 41 anni e mezzo di contributi, a prescindere dall'età e non più di 2-3 anni di contributi figurativi, per escludere chi è stato in cassa integrazione per dieci anni, ad esempio», ha detto Brambilla, spiegando anche che grazie ai fondi esuberi delle diverse categorie si potrebbe arrivare a pensionamenti anticipati senza costi per lo Stato. Inoltre, ha ricordato che l'Ape social costa 1,5 miliardi all'anno sui conti pubblici. «Ed è molto discrezionale, per questo verrà abolita, mentre l'Ape volontaria rimarrebbe in vigore», ha concluso. Dunque, la riforma leghista delle pensioni è tutta da fare. Presenta dei nei anche grossi. Abolire Ape social significa penalizzare chi è occupato nei settori più usuranti, ma quello che è certo è che non costerà 20 miliardi. Insistere, come fa Boeri, non è corretto. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra-come-difendersi-dai-cialtroni-2583842693.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-flat-tax-e-una-cosa-infattibile-cottarelli-gioca-sporco-sui-russi" data-post-id="2583842693" data-published-at="1777764638" data-use-pagination="False"> La flat tax è una cosa infattibile? Cottarelli gioca sporco sui russi Quella nella quale siamo immersi non è solo l'era della fake news ma anche del fact checking, cioè della verifica dei fatti. Tutto ciò è possibile in gran parte grazie a Internet che, se si sa dove andare a cercare, funziona come un contenitore virtualmente infinito di informazioni, numeri e statistiche. La credibilità di un politico da qualche anno a questa parte può essere dunque misurata con relativa facilità anche da un comune cittadino che ha accesso alla rete e una discreta padronanza delle fonti. Un rischio per coloro i quali intervengono di fronte al grande pubblico, dal momento che le possibilità di essere smentiti in tempo reale aumentano esponenzialmente. È proprio quanto accaduto martedì sera, nel corso della puntata di una trasmissione di La7, In onda, che ha visto andare in scena un duello a colpi di numeri tra Claudio Borghi, deputato della Lega, e Carlo Cottarelli, ex premier incaricato e direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani dell'Università Cattolica. Borghi è considerato dal giornalismo mainstream un «populista», etichetta che si è guadagnato anche a causa del suo presidio costante su Twitter, social sul quale difende strenuamente le proprie idee a tutte le ore del giorno e della notte. Cottarelli invece può essere considerato un pezzo importante dell'establishment, grazie a una lunga e patinata carriera da Banca d'Italia al Fondo monetario internazionale fino alle porte (poi chiuse in faccia) di Palazzo Chigi. Al centro del contendere la famigerata «flat tax», la riforma inserita nel contratto di governo legastellato che prevede l'introduzione di due aliquote (una al 15% e l'altra al 20%) e una deduzione fissa di 3.000 euro sulla base del reddito familiare. Intervenuto per difendere l'introduzione di questa misura fiscale, Borghi ha portato l'esempio della Russia, che ha introdotto nel 2001 un'aliquota unica del 13% per i redditi personali. Una misura che, per citare il deputato della Lega, ha causato un «aumento del gettito del 25%». La replica del suo interlocutore non si è fatta attendere: secondo il direttore del Cpi l'incremento delle entrate fiscali sarebbe stato causato, piuttosto, dal fatto che «in quel periodo il prezzo del petrolio è passato da 10 dollari al barile a 60 dollari». L'affidabile Cottarelli smonta, pare, la tesi del «populista» Borghi nel giro di pochi secondi. Peccato però che i dati citati dall'ex direttore del Fmi non trovino alcun riscontro con la realtà. Basta dare uno sguardo ai numeri per capire che se nel 2001 il prezzo del greggio era 23 dollari al barile, nel 2002 scendeva addirittura a 22,8 dollari. Anche ammettendo, come precisato da Cottarelli pochi istanti dopo, che il «periodo» a cui si fa riferimento è il triennio 1999-2001, i conti non tornano affatto. Nel 1999 il petrolio non era quotato a 10 dollari bensì a 16,5 e i 60 dollari sarebbero stati superati solo nel 2007, quindi ben 6 anni più tardi rispetto al 2001. «Se lei mi dice che nel 2001 il prezzo del petrolio è aumentato di sei volte, lei purtroppo sta facendo burla di sé stesso», ha esclamato a quel punto Borghi. «Cominciamo con l'interpretazione autentica di chi dice delle balle e di chi dice delle cose sensate», ha proseguito il deputato leggendo in studio i dati delle quotazioni, rintracciabili da chiunque con una semplice ricerca su Internet. Poco più tardi su Twitter è iniziato da parte di Carlo Cottarelli il tentativo, durato l'intera giornata, di rimediare alla figuraccia fatta in diretta. A mezzanotte e 14 minuti parte il primo cinguettio: «Risposta a Borghi sulla Russia: tra il 1998 e il 2000 il prezzo del petrolio è aumentato del 130% causando il boom dell'economia russa negli anni seguenti. Altro che miracoli della flat tax!». Errata corrige di non poco conto. Non si parla più infatti del 1999 (anche nell'interpretazione più generosa delle parole pronunciate su La7) ma del 1998, quando in effetti il prezzo al barile era di 12 dollari, e l'incremento non è più di sei volte ma del 130%. Troppo facile correggere il tiro quando si è tranquillamente seduti alla propria scrivania! Da un uomo che ambiva a guidare il governo del Paese sarebbe lecito attendersi una maggiore precisione. L'ultima precisazione è delle 18, quando Cottarelli si affida sempre a Twitter per un'ennesima replica: «La verità: il prezzo del petrolio era 10 dollari al barile nel feb '99, 28 dollari nel feb '01 e 60 dollari nell'ago '05. Questo è coerente con quanto ho detto ieri sera (vedi sotto), ma le grida di Borghi hanno coperto la seconda frase. Ascoltasse di più e gridasse di meno...». Con il passare delle ore siamo arrivati addirittura al 2005, e la colpa ora è del deputato leghista, le cui urla avrebbero ostacolato la comprensione del suo pensiero. Sarebbe stato sufficiente ammettere l'imprecisione, voltare pagina e andare avanti. Cottarelli ha scelto invece di infilarsi in un vicolo cieco, continuando a peggiorare la sua situazione. Chi sia l'autore della fake news a questo punto, lo lasciamo giudicare a voi. Antonio Grizzuti
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
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Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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