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2018-07-05
Le bugie che ci raccontano su pensioni, tasse, immigrati
Ansa
Il picco di morti nel Mediterraneo? C’è stato quando governava la sinistra
Come sono spietati, questi populisti al governo: vogliono il sangue. «Migranti, muore il 9% di chi parte. Il dato record dell'ultimo mese», tuonava ieri dalle colonne del Corriere della Sera Federico Fubini. Un articolo drammatico, il suo: «Per chi si imbarca in cerca di un futuro in Europa, non era mai stato tanto probabile morire in mare durante la traversata dalla Libia». Colpa dell'attuale esecutivo, ovviamente. «Qualcosa di nuovo sta succedendo sulle rotte migratorie, da quando il primo giugno ha giurato al Quirinale il governo di Giuseppe Conte», spiegava Fubini. Tradotto: da quando ci sono i pentaleghisti, per i poveri migranti si mette davvero male e l'ecatombe è già iniziata. «Nell'ultimo mese», continuava l'editorialista del Corriere, «soprattutto dalla seconda metà, inclusi i primi due giorni di luglio - si registra il terzo più alto numero di morti e scomparsi in mare da quando due anni e mezzo fa le agenzie internazionali hanno iniziato a tenere i conti. Sono annegati o risultano scomparsi nel Mediterraneo il 9% di coloro che hanno provato la traversata dalla Libia, la quota più alta di sempre. In tutto si tratta di 679 morti. Se n'erano avuti di più solo nel maggio e nel novembre 2016, ma allora le partenze dalle coste libiche erano il doppio o il triplo rispetto a quelle di quest'ultimo giugno».
Da dove ha preso questi dati Fubini? Li ha calcolati «Matteo Villa dell'Ispi di Milano sulla base delle cifre fornite dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e dall'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr)». Fonte autorevole, insomma. Peccato che il giornalista di via Solferino la sfrutti per giungere a conclusioni errate.
Tanto per cominciare, ieri mattina lo stesso Matteo Villa ha ricalcolato il numero dei morti (o dispersi) in mare in giugno. Sono 565 persone su 7.413 partite dalla Libia. Quindi la percentuale di decessi è del 7,6%. Se si esaminano tutti i dati resi disponibili dall'Ispi - che vanno dal gennaio 2016 al giugno 2018 - si scoprono un po' di cose interessanti. La prima è che la percentuale di morti in mare più alta si è avuta nel febbraio 2018, quando - su 1.434 persone partite dalla Libia - ne sono decedute 121. Significa che i morti sono stati l'8,4% del totale. Nel febbraio 2018 al governo c'erano Paolo Gentiloni e il Partito democratico. Assassini anche loro?
Ma non è finita. Sul Corriere, Fubini riporta le parole di Flavio Di Giacomo dell'Oim, secondo cui «da quando le Ong sono state messe nell'impossibilità di lavorare, la minore presenza di navi che pattugliano quelle acque (cioè quelle nei pressi della Libia, ndr) sta rendendo i naufragi più frequenti». Beh, anche questo non è vero. Basta, di nuovo, guardare i dati pubblicati dall'Ispi. Nell'aprile del 2016 (il ministro dell'Interno era Angelino Alfano e il premier era Matteo Renzi) le Ong operavano a pieno regime, eppure la percentuale di morti in mare è stata del 7,6%. La stessa registrata nel giugno del 2018. Curioso, vero?
È evidente che Federico Fubini, sul Corriere, aveva il preciso intento di attaccare questo esecutivo. A suo dire, se la situazione nel Mediterraneo è peggiorata e i decessi sono cresciuti, è perché «sono quasi sparite dalle acque davanti alla Libia le navi per la ricerca e soccorso delle Ong». Ma l'argomentazione non regge, e le cifre lo dimostrano.
La verità è che i dati dell'Ispi su morti e partenze vanno esaminati a partire dalla consapevolezza che il «fattore caso» gioca un ruolo fondamentale. Certo, tendenzialmente in primavera-estate le partenze aumentano, e il numero complessivo di morti, di conseguenza, tende a essere piuttosto alto. Ma ci sono anche variazioni del tutto imprevedibili. Per esempio, nel dicembre del 2017 sono partiti dalla Libia in 3.182, e sono morti in 9. Nell'ottobre del 2017, a fronte di 3.615 partenze, sono morti in 167. Cosa vuol dire? Che, purtroppo, quando si parla di naufragi bisogna considerare tantissimi dettagli, comprese le condizioni delle barche o dei gommoni utilizzati dai trafficanti di uomini. Costoro sono i principali responsabili della mattanza, e hanno approfittato della presenza delle navi italiane prima e delle Ong poi per alimentare i propri affari. Ma torniamo alle cifre.
Fa notare Matteo Villa dell'Ispi, con cui ieri abbiamo scambiato alcune email, che il picco di morti dell'8,4% del febbraio 2016 è stato raggiunto «in un mese con 1.434 partenze, e le morti sono quasi tutte ascrivibili a un singolo naufragio con 100 morti e dispersi, avvenuto il 1° febbraio. Da giugno», precisa il ricercatore, «abbiamo avuto 16 naufragi, e 6 di questi hanno provocato almeno 50 morti o dispersi. Il cambio di passo c'è tutto». Questo dimostra, semmai, che i dati pubblicati dall'Ispi meritano una lettura approfondita, e prima di giungere a conclusioni bisognerebbe verificare come e quando sono avvenuti i vari incidenti nel Mediterraneo. Tutti, non solo quelli degli ultimi mesi.
In ogni caso, Villa dichiara: «Non si vuole sostenere che la “causa" dei naufragi o delle morti sia l'assenza delle Ong (o, se è per questo, di altro naviglio che faccia Sar). Si sostiene che l'aumento dei naufragi e dei morti sta avvenendo in un momento in cui non ci sono sufficienti mezzi per prestare soccorso». Ottimo. Solo che il Corriere della Sera dice esattamente il contrario, cioè che i morti sono aumentati proprio a causa dell'assenza delle Ong. È la stessa testi sostenuta dal fondatore di Open Arms, Oscar Camps, secondo cui la chiusura dei porti ai taxi del mare ha prodotto «360 morti». Della medesima idea è pure Roberto Saviano, il quale ha accusato il governo di essere il mandante delle stragi marittime. «I 100 migranti (tra cui 3 neonati) annegati pochi giorni fa nel Mediterraneo potevano essere salvati», ha scritto. «La responsabilità politica della strage è dei ministri Salvini e Toninelli, che hanno impedito alle Ong di prestare soccorso, e dell'Europa che li ha lasciati fare». Beh, i dati dell'Ispi dimostrano che Saviano ha torto: l'assenza delle Ong non causa - in generale - un aumento dei disastri. Quanto allo specifico naufragio a cui lo scrittore fa riferimento, è avvenuto a poche miglia dalla costa libica, ed è tutto da dimostrare che le navi degli attivisti avrebbero potuto raggiungere in tempo i migranti in difficoltà.
Comunque sia, l'Italia non ha alcuna responsabilità, trattandosi di acque territoriali libiche. Se davvero si vuole ridurre il numero dei morti ci sono solo due cose da fare. La prima è fermare le partenze. La seconda è dotare la Guardia costiera libica di più mezzi e risorse. E il governo - tramite decreto - si è appena impegnato a farlo. A Saviano, però, non sta bene. «Finanziare la Guardia costiera libica significa fomentare il traffico e non fermarlo», ha scritto. E ha concluso: «Da me non avrete nessun aiuto: non sarò mai vostro complice». Che dire, ce ne faremo una ragione...
Francesco Borgonovo
L’immigrazione? Non vale le pensioni
Il presidente Inps, Tito Boeri, ha le idee chiare. Non gli piacciono quelle del nuovo governo. Durante il consueto rapporto annuale dell'Istituto dopo aver elencato i pilastri delle erogazioni, le medie degli assegni, i tagli dei costi, Boeri si è dedicati all'analisi puntuale del decreto Dignità. Ha spiegato che è bene mantenere salda la legge Fornero e inserire più flessibilità. Ha criticato l'introduzione delle causali nei contratti a termine, sebbene ha dovuto ammettere che cinque proroghe del medesimo contratto siano troppe. Ha acceso pure un faro sui giovani, opponendosi alla scelta di favorire eccessivamente i pensionati a svantaggio dei giovani. «Purtroppo», ha aggiunto Boeri, «la fuga all'estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non sembra essersi arrestata neanche con la fine della crisi». Al di là delle puntualizzazioni, il numero uno dell'Inps ieri ha utilizzato il suo ruolo di tecnico per fare politica. Ha infatti mosso un passo più in là di quanto spetterebbe a un presidente della previdenza nel momento i cui decide di smontare le due scelte principali del governo a trazione leghista. Regolamentare i flussi di immigrati clandestini e abolire la Fornero per applicare il modello quota 100.
Sugli immigrati Boeri ha riacceso il disco rotto. Ribadendo per l'ennesimo volta che senza immigrati nessuno in futuro godrà più delle pensioni. La storia «ci insegna che quando si pongono forti restrizioni all'immigrazione regolare, aumenta l'immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell'immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5%», ha sentenziato Boeri. «In presenza di decreti flussi del tutto irrealistici», ha sottolineato, la domanda di lavoro immigrato «si riversa sull'immigrazione irregolare di chi arriva in aereo o in macchina, non coi barconi ma coi visti turistici, e rimane in Italia a visto scaduto». I dati originano da una tabella che il presidente ha pubblicato su Twitter nella quale si evince che i flussi di messicani al confine con gli Usa sono inversamente proporzionali alle green card emesse da Washington. Certo, peccato che l'esempio sia totalmente scollegato alla realtà del Mediterraneo. Soprattutto a essere palesemente falsa è la premessa. Non ci risulta che il governo voglia chiudere i flussi regolari e soprattutto nessuno potrà mai sostenere che gli irregolari versino i contributi all'Inps. Al netto del buon senso la vulgata dell'importanza degli immigrati per salvare le pensioni è stata smontata pure da Bankitalia. Abbiamo già scritto dello studio di Palazzo Koch datato aprile scorso. La ricerca di Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli fornisce uno sguardo di lungo periodo e conclude che il problema demografico/contirbutivo non si risolve con gli immigrati.
«Nel decennio 2001-2011, con una popolazione straniera residente che supera i 4,5 milioni (7,7% del totale), il contributo demografico degli immigrati è considerevole (1,1%) e compensa parzialmente il dividendo demografico negativo che origina dalla popolazione italiana (-4,2%). Nell'ultimo difficile quinquennio, il contributo degli stranieri si attesta su un più modesto 0,2%», si legge nel paper. A pagina 19 del documento i tre economisti: «L'apporto specifico dell'immigrazione sarebbe favorevole nei prossimi tre decenni, ma partire dal 2041 anche il contributo dell'immigrazione diverrebbe negativo». Una frase che da sola smonta tutte le teorie sostenute dal governo uscente e pure da Boeri. Chi legifera dovrà porsi il problema del calo contributivo e del drammatico crollo della produttività in Italia. Il Paese sarà obbligato a porsi il problema, questo sì reale, ma cercare di affrontarlo con una bufala sull'immigrazione non serve in alcun modo. «I numeri non mentono», ha detto ieri Boeri rispondendo a Matteo Salvini che gli ha dedicato una domanda: «Ma vivi sulla luna?». È vero che i numeri non mentono, ma possono sempre mentire le persone che li interpretano o ne leggono soltanto una parte. Non ci riferiamo a Boeri, il quale non mente. Ma ha una grande dimestichezza sui numeri, e sa gestirli con destrezza per sostenere le proprie tesi. Basti pensare al secondo pilastro del contratto di governo che l'attuale presidente Inps mira a smontare a tutti i costi. Per tenere in piedi la legge Fornero sostiene che per finanziare quota 100 (si va in pensione quando la somma fra età anagrafica e contributi annui versati al fisco raggiunge valore 100) o quota 41 (il numero degli anni in cui si sono versati i contributi) costi il primo anno 15 miliardi e a regime addirittura 20 miliardi di euro. Tutte le agenzie hanno sbandierato la cifra per rimarcare che la Fornero non si tocca. Nel rapporto Inps lo stesso Boeri poi ammette che la quota 100 con 64 anni e i requisiti attuali di anzianità contributiva costerebbe 4 miliardi e 8 a regime. Vediamo però le dichiarazioni di Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali e ispiratore della riforma appoggiata dalla Lega, che ha sintetizzato egregiamente i numeri che girano su quota 100. «Perché non si conosce la proposta. L'idea è di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni con 36 di contributi. Oppure 41 anni e mezzo di contributi, a prescindere dall'età e non più di 2-3 anni di contributi figurativi, per escludere chi è stato in cassa integrazione per dieci anni, ad esempio», ha detto Brambilla, spiegando anche che grazie ai fondi esuberi delle diverse categorie si potrebbe arrivare a pensionamenti anticipati senza costi per lo Stato. Inoltre, ha ricordato che l'Ape social costa 1,5 miliardi all'anno sui conti pubblici. «Ed è molto discrezionale, per questo verrà abolita, mentre l'Ape volontaria rimarrebbe in vigore», ha concluso. Dunque, la riforma leghista delle pensioni è tutta da fare. Presenta dei nei anche grossi. Abolire Ape social significa penalizzare chi è occupato nei settori più usuranti, ma quello che è certo è che non costerà 20 miliardi. Insistere, come fa Boeri, non è corretto.
Claudio Antonelli
La flat tax è una cosa infattibile? Cottarelli gioca sporco sui russi
Quella nella quale siamo immersi non è solo l'era della fake news ma anche del fact checking, cioè della verifica dei fatti. Tutto ciò è possibile in gran parte grazie a Internet che, se si sa dove andare a cercare, funziona come un contenitore virtualmente infinito di informazioni, numeri e statistiche. La credibilità di un politico da qualche anno a questa parte può essere dunque misurata con relativa facilità anche da un comune cittadino che ha accesso alla rete e una discreta padronanza delle fonti. Un rischio per coloro i quali intervengono di fronte al grande pubblico, dal momento che le possibilità di essere smentiti in tempo reale aumentano esponenzialmente.
È proprio quanto accaduto martedì sera, nel corso della puntata di una trasmissione di La7, In onda, che ha visto andare in scena un duello a colpi di numeri tra Claudio Borghi, deputato della Lega, e Carlo Cottarelli, ex premier incaricato e direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani dell'Università Cattolica. Borghi è considerato dal giornalismo mainstream un «populista», etichetta che si è guadagnato anche a causa del suo presidio costante su Twitter, social sul quale difende strenuamente le proprie idee a tutte le ore del giorno e della notte. Cottarelli invece può essere considerato un pezzo importante dell'establishment, grazie a una lunga e patinata carriera da Banca d'Italia al Fondo monetario internazionale fino alle porte (poi chiuse in faccia) di Palazzo Chigi.
Al centro del contendere la famigerata «flat tax», la riforma inserita nel contratto di governo legastellato che prevede l'introduzione di due aliquote (una al 15% e l'altra al 20%) e una deduzione fissa di 3.000 euro sulla base del reddito familiare. Intervenuto per difendere l'introduzione di questa misura fiscale, Borghi ha portato l'esempio della Russia, che ha introdotto nel 2001 un'aliquota unica del 13% per i redditi personali. Una misura che, per citare il deputato della Lega, ha causato un «aumento del gettito del 25%». La replica del suo interlocutore non si è fatta attendere: secondo il direttore del Cpi l'incremento delle entrate fiscali sarebbe stato causato, piuttosto, dal fatto che «in quel periodo il prezzo del petrolio è passato da 10 dollari al barile a 60 dollari». L'affidabile Cottarelli smonta, pare, la tesi del «populista» Borghi nel giro di pochi secondi. Peccato però che i dati citati dall'ex direttore del Fmi non trovino alcun riscontro con la realtà. Basta dare uno sguardo ai numeri per capire che se nel 2001 il prezzo del greggio era 23 dollari al barile, nel 2002 scendeva addirittura a 22,8 dollari. Anche ammettendo, come precisato da Cottarelli pochi istanti dopo, che il «periodo» a cui si fa riferimento è il triennio 1999-2001, i conti non tornano affatto. Nel 1999 il petrolio non era quotato a 10 dollari bensì a 16,5 e i 60 dollari sarebbero stati superati solo nel 2007, quindi ben 6 anni più tardi rispetto al 2001. «Se lei mi dice che nel 2001 il prezzo del petrolio è aumentato di sei volte, lei purtroppo sta facendo burla di sé stesso», ha esclamato a quel punto Borghi. «Cominciamo con l'interpretazione autentica di chi dice delle balle e di chi dice delle cose sensate», ha proseguito il deputato leggendo in studio i dati delle quotazioni, rintracciabili da chiunque con una semplice ricerca su Internet.
Poco più tardi su Twitter è iniziato da parte di Carlo Cottarelli il tentativo, durato l'intera giornata, di rimediare alla figuraccia fatta in diretta. A mezzanotte e 14 minuti parte il primo cinguettio: «Risposta a Borghi sulla Russia: tra il 1998 e il 2000 il prezzo del petrolio è aumentato del 130% causando il boom dell'economia russa negli anni seguenti. Altro che miracoli della flat tax!». Errata corrige di non poco conto. Non si parla più infatti del 1999 (anche nell'interpretazione più generosa delle parole pronunciate su La7) ma del 1998, quando in effetti il prezzo al barile era di 12 dollari, e l'incremento non è più di sei volte ma del 130%. Troppo facile correggere il tiro quando si è tranquillamente seduti alla propria scrivania! Da un uomo che ambiva a guidare il governo del Paese sarebbe lecito attendersi una maggiore precisione.
L'ultima precisazione è delle 18, quando Cottarelli si affida sempre a Twitter per un'ennesima replica: «La verità: il prezzo del petrolio era 10 dollari al barile nel feb '99, 28 dollari nel feb '01 e 60 dollari nell'ago '05. Questo è coerente con quanto ho detto ieri sera (vedi sotto), ma le grida di Borghi hanno coperto la seconda frase. Ascoltasse di più e gridasse di meno...». Con il passare delle ore siamo arrivati addirittura al 2005, e la colpa ora è del deputato leghista, le cui urla avrebbero ostacolato la comprensione del suo pensiero.
Sarebbe stato sufficiente ammettere l'imprecisione, voltare pagina e andare avanti. Cottarelli ha scelto invece di infilarsi in un vicolo cieco, continuando a peggiorare la sua situazione. Chi sia l'autore della fake news a questo punto, lo lasciamo giudicare a voi.
Antonio Grizzuti
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Roberto Saviano incolpa il governo dei morti in mare. Ma uno studio sui naufragi mostra che non c'è nesso con il blocco dell'azione delle Ong.Carlo Cottarelli si inventa un boom del prezzo del petrolio per negare gli effetti della flat tax in Russia. Le cifre lo inchiodano, lui abbozza.Tito Boeri va in aula a ridire la vecchia favola dei migranti che sostengono la previdenza. E salva la Fornero: quota 100 costa 20 miliardi. È falso.Lo speciale contiene tre articoli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra-come-difendersi-dai-cialtroni-2583842693.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra" data-post-id="2583842693" data-published-at="1772915231" data-use-pagination="False"> Il picco di morti nel Mediterraneo? C’è stato quando governava la sinistra Come sono spietati, questi populisti al governo: vogliono il sangue. «Migranti, muore il 9% di chi parte. Il dato record dell'ultimo mese», tuonava ieri dalle colonne del Corriere della Sera Federico Fubini. Un articolo drammatico, il suo: «Per chi si imbarca in cerca di un futuro in Europa, non era mai stato tanto probabile morire in mare durante la traversata dalla Libia». Colpa dell'attuale esecutivo, ovviamente. «Qualcosa di nuovo sta succedendo sulle rotte migratorie, da quando il primo giugno ha giurato al Quirinale il governo di Giuseppe Conte», spiegava Fubini. Tradotto: da quando ci sono i pentaleghisti, per i poveri migranti si mette davvero male e l'ecatombe è già iniziata. «Nell'ultimo mese», continuava l'editorialista del Corriere, «soprattutto dalla seconda metà, inclusi i primi due giorni di luglio - si registra il terzo più alto numero di morti e scomparsi in mare da quando due anni e mezzo fa le agenzie internazionali hanno iniziato a tenere i conti. Sono annegati o risultano scomparsi nel Mediterraneo il 9% di coloro che hanno provato la traversata dalla Libia, la quota più alta di sempre. In tutto si tratta di 679 morti. Se n'erano avuti di più solo nel maggio e nel novembre 2016, ma allora le partenze dalle coste libiche erano il doppio o il triplo rispetto a quelle di quest'ultimo giugno».Da dove ha preso questi dati Fubini? Li ha calcolati «Matteo Villa dell'Ispi di Milano sulla base delle cifre fornite dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e dall'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr)». Fonte autorevole, insomma. Peccato che il giornalista di via Solferino la sfrutti per giungere a conclusioni errate.Tanto per cominciare, ieri mattina lo stesso Matteo Villa ha ricalcolato il numero dei morti (o dispersi) in mare in giugno. Sono 565 persone su 7.413 partite dalla Libia. Quindi la percentuale di decessi è del 7,6%. Se si esaminano tutti i dati resi disponibili dall'Ispi - che vanno dal gennaio 2016 al giugno 2018 - si scoprono un po' di cose interessanti. La prima è che la percentuale di morti in mare più alta si è avuta nel febbraio 2018, quando - su 1.434 persone partite dalla Libia - ne sono decedute 121. Significa che i morti sono stati l'8,4% del totale. Nel febbraio 2018 al governo c'erano Paolo Gentiloni e il Partito democratico. Assassini anche loro?Ma non è finita. Sul Corriere, Fubini riporta le parole di Flavio Di Giacomo dell'Oim, secondo cui «da quando le Ong sono state messe nell'impossibilità di lavorare, la minore presenza di navi che pattugliano quelle acque (cioè quelle nei pressi della Libia, ndr) sta rendendo i naufragi più frequenti». Beh, anche questo non è vero. Basta, di nuovo, guardare i dati pubblicati dall'Ispi. Nell'aprile del 2016 (il ministro dell'Interno era Angelino Alfano e il premier era Matteo Renzi) le Ong operavano a pieno regime, eppure la percentuale di morti in mare è stata del 7,6%. La stessa registrata nel giugno del 2018. Curioso, vero?È evidente che Federico Fubini, sul Corriere, aveva il preciso intento di attaccare questo esecutivo. A suo dire, se la situazione nel Mediterraneo è peggiorata e i decessi sono cresciuti, è perché «sono quasi sparite dalle acque davanti alla Libia le navi per la ricerca e soccorso delle Ong». Ma l'argomentazione non regge, e le cifre lo dimostrano.La verità è che i dati dell'Ispi su morti e partenze vanno esaminati a partire dalla consapevolezza che il «fattore caso» gioca un ruolo fondamentale. Certo, tendenzialmente in primavera-estate le partenze aumentano, e il numero complessivo di morti, di conseguenza, tende a essere piuttosto alto. Ma ci sono anche variazioni del tutto imprevedibili. Per esempio, nel dicembre del 2017 sono partiti dalla Libia in 3.182, e sono morti in 9. Nell'ottobre del 2017, a fronte di 3.615 partenze, sono morti in 167. Cosa vuol dire? Che, purtroppo, quando si parla di naufragi bisogna considerare tantissimi dettagli, comprese le condizioni delle barche o dei gommoni utilizzati dai trafficanti di uomini. Costoro sono i principali responsabili della mattanza, e hanno approfittato della presenza delle navi italiane prima e delle Ong poi per alimentare i propri affari. Ma torniamo alle cifre.Fa notare Matteo Villa dell'Ispi, con cui ieri abbiamo scambiato alcune email, che il picco di morti dell'8,4% del febbraio 2016 è stato raggiunto «in un mese con 1.434 partenze, e le morti sono quasi tutte ascrivibili a un singolo naufragio con 100 morti e dispersi, avvenuto il 1° febbraio. Da giugno», precisa il ricercatore, «abbiamo avuto 16 naufragi, e 6 di questi hanno provocato almeno 50 morti o dispersi. Il cambio di passo c'è tutto». Questo dimostra, semmai, che i dati pubblicati dall'Ispi meritano una lettura approfondita, e prima di giungere a conclusioni bisognerebbe verificare come e quando sono avvenuti i vari incidenti nel Mediterraneo. Tutti, non solo quelli degli ultimi mesi.In ogni caso, Villa dichiara: «Non si vuole sostenere che la “causa" dei naufragi o delle morti sia l'assenza delle Ong (o, se è per questo, di altro naviglio che faccia Sar). Si sostiene che l'aumento dei naufragi e dei morti sta avvenendo in un momento in cui non ci sono sufficienti mezzi per prestare soccorso». Ottimo. Solo che il Corriere della Sera dice esattamente il contrario, cioè che i morti sono aumentati proprio a causa dell'assenza delle Ong. È la stessa testi sostenuta dal fondatore di Open Arms, Oscar Camps, secondo cui la chiusura dei porti ai taxi del mare ha prodotto «360 morti». Della medesima idea è pure Roberto Saviano, il quale ha accusato il governo di essere il mandante delle stragi marittime. «I 100 migranti (tra cui 3 neonati) annegati pochi giorni fa nel Mediterraneo potevano essere salvati», ha scritto. «La responsabilità politica della strage è dei ministri Salvini e Toninelli, che hanno impedito alle Ong di prestare soccorso, e dell'Europa che li ha lasciati fare». Beh, i dati dell'Ispi dimostrano che Saviano ha torto: l'assenza delle Ong non causa - in generale - un aumento dei disastri. Quanto allo specifico naufragio a cui lo scrittore fa riferimento, è avvenuto a poche miglia dalla costa libica, ed è tutto da dimostrare che le navi degli attivisti avrebbero potuto raggiungere in tempo i migranti in difficoltà.Comunque sia, l'Italia non ha alcuna responsabilità, trattandosi di acque territoriali libiche. Se davvero si vuole ridurre il numero dei morti ci sono solo due cose da fare. La prima è fermare le partenze. La seconda è dotare la Guardia costiera libica di più mezzi e risorse. E il governo - tramite decreto - si è appena impegnato a farlo. A Saviano, però, non sta bene. «Finanziare la Guardia costiera libica significa fomentare il traffico e non fermarlo», ha scritto. E ha concluso: «Da me non avrete nessun aiuto: non sarò mai vostro complice». Che dire, ce ne faremo una ragione...Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra-come-difendersi-dai-cialtroni-2583842693.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="limmigrazione-non-vale-le-pensioni" data-post-id="2583842693" data-published-at="1772915231" data-use-pagination="False"> L’immigrazione? Non vale le pensioni Il presidente Inps, Tito Boeri, ha le idee chiare. Non gli piacciono quelle del nuovo governo. Durante il consueto rapporto annuale dell'Istituto dopo aver elencato i pilastri delle erogazioni, le medie degli assegni, i tagli dei costi, Boeri si è dedicati all'analisi puntuale del decreto Dignità. Ha spiegato che è bene mantenere salda la legge Fornero e inserire più flessibilità. Ha criticato l'introduzione delle causali nei contratti a termine, sebbene ha dovuto ammettere che cinque proroghe del medesimo contratto siano troppe. Ha acceso pure un faro sui giovani, opponendosi alla scelta di favorire eccessivamente i pensionati a svantaggio dei giovani. «Purtroppo», ha aggiunto Boeri, «la fuga all'estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non sembra essersi arrestata neanche con la fine della crisi». Al di là delle puntualizzazioni, il numero uno dell'Inps ieri ha utilizzato il suo ruolo di tecnico per fare politica. Ha infatti mosso un passo più in là di quanto spetterebbe a un presidente della previdenza nel momento i cui decide di smontare le due scelte principali del governo a trazione leghista. Regolamentare i flussi di immigrati clandestini e abolire la Fornero per applicare il modello quota 100. Sugli immigrati Boeri ha riacceso il disco rotto. Ribadendo per l'ennesimo volta che senza immigrati nessuno in futuro godrà più delle pensioni. La storia «ci insegna che quando si pongono forti restrizioni all'immigrazione regolare, aumenta l'immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell'immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5%», ha sentenziato Boeri. «In presenza di decreti flussi del tutto irrealistici», ha sottolineato, la domanda di lavoro immigrato «si riversa sull'immigrazione irregolare di chi arriva in aereo o in macchina, non coi barconi ma coi visti turistici, e rimane in Italia a visto scaduto». I dati originano da una tabella che il presidente ha pubblicato su Twitter nella quale si evince che i flussi di messicani al confine con gli Usa sono inversamente proporzionali alle green card emesse da Washington. Certo, peccato che l'esempio sia totalmente scollegato alla realtà del Mediterraneo. Soprattutto a essere palesemente falsa è la premessa. Non ci risulta che il governo voglia chiudere i flussi regolari e soprattutto nessuno potrà mai sostenere che gli irregolari versino i contributi all'Inps. Al netto del buon senso la vulgata dell'importanza degli immigrati per salvare le pensioni è stata smontata pure da Bankitalia. Abbiamo già scritto dello studio di Palazzo Koch datato aprile scorso. La ricerca di Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli fornisce uno sguardo di lungo periodo e conclude che il problema demografico/contirbutivo non si risolve con gli immigrati. «Nel decennio 2001-2011, con una popolazione straniera residente che supera i 4,5 milioni (7,7% del totale), il contributo demografico degli immigrati è considerevole (1,1%) e compensa parzialmente il dividendo demografico negativo che origina dalla popolazione italiana (-4,2%). Nell'ultimo difficile quinquennio, il contributo degli stranieri si attesta su un più modesto 0,2%», si legge nel paper. A pagina 19 del documento i tre economisti: «L'apporto specifico dell'immigrazione sarebbe favorevole nei prossimi tre decenni, ma partire dal 2041 anche il contributo dell'immigrazione diverrebbe negativo». Una frase che da sola smonta tutte le teorie sostenute dal governo uscente e pure da Boeri. Chi legifera dovrà porsi il problema del calo contributivo e del drammatico crollo della produttività in Italia. Il Paese sarà obbligato a porsi il problema, questo sì reale, ma cercare di affrontarlo con una bufala sull'immigrazione non serve in alcun modo. «I numeri non mentono», ha detto ieri Boeri rispondendo a Matteo Salvini che gli ha dedicato una domanda: «Ma vivi sulla luna?». È vero che i numeri non mentono, ma possono sempre mentire le persone che li interpretano o ne leggono soltanto una parte. Non ci riferiamo a Boeri, il quale non mente. Ma ha una grande dimestichezza sui numeri, e sa gestirli con destrezza per sostenere le proprie tesi. Basti pensare al secondo pilastro del contratto di governo che l'attuale presidente Inps mira a smontare a tutti i costi. Per tenere in piedi la legge Fornero sostiene che per finanziare quota 100 (si va in pensione quando la somma fra età anagrafica e contributi annui versati al fisco raggiunge valore 100) o quota 41 (il numero degli anni in cui si sono versati i contributi) costi il primo anno 15 miliardi e a regime addirittura 20 miliardi di euro. Tutte le agenzie hanno sbandierato la cifra per rimarcare che la Fornero non si tocca. Nel rapporto Inps lo stesso Boeri poi ammette che la quota 100 con 64 anni e i requisiti attuali di anzianità contributiva costerebbe 4 miliardi e 8 a regime. Vediamo però le dichiarazioni di Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali e ispiratore della riforma appoggiata dalla Lega, che ha sintetizzato egregiamente i numeri che girano su quota 100. «Perché non si conosce la proposta. L'idea è di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni con 36 di contributi. Oppure 41 anni e mezzo di contributi, a prescindere dall'età e non più di 2-3 anni di contributi figurativi, per escludere chi è stato in cassa integrazione per dieci anni, ad esempio», ha detto Brambilla, spiegando anche che grazie ai fondi esuberi delle diverse categorie si potrebbe arrivare a pensionamenti anticipati senza costi per lo Stato. Inoltre, ha ricordato che l'Ape social costa 1,5 miliardi all'anno sui conti pubblici. «Ed è molto discrezionale, per questo verrà abolita, mentre l'Ape volontaria rimarrebbe in vigore», ha concluso. Dunque, la riforma leghista delle pensioni è tutta da fare. Presenta dei nei anche grossi. Abolire Ape social significa penalizzare chi è occupato nei settori più usuranti, ma quello che è certo è che non costerà 20 miliardi. Insistere, come fa Boeri, non è corretto. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra-come-difendersi-dai-cialtroni-2583842693.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-flat-tax-e-una-cosa-infattibile-cottarelli-gioca-sporco-sui-russi" data-post-id="2583842693" data-published-at="1772915231" data-use-pagination="False"> La flat tax è una cosa infattibile? Cottarelli gioca sporco sui russi Quella nella quale siamo immersi non è solo l'era della fake news ma anche del fact checking, cioè della verifica dei fatti. Tutto ciò è possibile in gran parte grazie a Internet che, se si sa dove andare a cercare, funziona come un contenitore virtualmente infinito di informazioni, numeri e statistiche. La credibilità di un politico da qualche anno a questa parte può essere dunque misurata con relativa facilità anche da un comune cittadino che ha accesso alla rete e una discreta padronanza delle fonti. Un rischio per coloro i quali intervengono di fronte al grande pubblico, dal momento che le possibilità di essere smentiti in tempo reale aumentano esponenzialmente. È proprio quanto accaduto martedì sera, nel corso della puntata di una trasmissione di La7, In onda, che ha visto andare in scena un duello a colpi di numeri tra Claudio Borghi, deputato della Lega, e Carlo Cottarelli, ex premier incaricato e direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani dell'Università Cattolica. Borghi è considerato dal giornalismo mainstream un «populista», etichetta che si è guadagnato anche a causa del suo presidio costante su Twitter, social sul quale difende strenuamente le proprie idee a tutte le ore del giorno e della notte. Cottarelli invece può essere considerato un pezzo importante dell'establishment, grazie a una lunga e patinata carriera da Banca d'Italia al Fondo monetario internazionale fino alle porte (poi chiuse in faccia) di Palazzo Chigi. Al centro del contendere la famigerata «flat tax», la riforma inserita nel contratto di governo legastellato che prevede l'introduzione di due aliquote (una al 15% e l'altra al 20%) e una deduzione fissa di 3.000 euro sulla base del reddito familiare. Intervenuto per difendere l'introduzione di questa misura fiscale, Borghi ha portato l'esempio della Russia, che ha introdotto nel 2001 un'aliquota unica del 13% per i redditi personali. Una misura che, per citare il deputato della Lega, ha causato un «aumento del gettito del 25%». La replica del suo interlocutore non si è fatta attendere: secondo il direttore del Cpi l'incremento delle entrate fiscali sarebbe stato causato, piuttosto, dal fatto che «in quel periodo il prezzo del petrolio è passato da 10 dollari al barile a 60 dollari». L'affidabile Cottarelli smonta, pare, la tesi del «populista» Borghi nel giro di pochi secondi. Peccato però che i dati citati dall'ex direttore del Fmi non trovino alcun riscontro con la realtà. Basta dare uno sguardo ai numeri per capire che se nel 2001 il prezzo del greggio era 23 dollari al barile, nel 2002 scendeva addirittura a 22,8 dollari. Anche ammettendo, come precisato da Cottarelli pochi istanti dopo, che il «periodo» a cui si fa riferimento è il triennio 1999-2001, i conti non tornano affatto. Nel 1999 il petrolio non era quotato a 10 dollari bensì a 16,5 e i 60 dollari sarebbero stati superati solo nel 2007, quindi ben 6 anni più tardi rispetto al 2001. «Se lei mi dice che nel 2001 il prezzo del petrolio è aumentato di sei volte, lei purtroppo sta facendo burla di sé stesso», ha esclamato a quel punto Borghi. «Cominciamo con l'interpretazione autentica di chi dice delle balle e di chi dice delle cose sensate», ha proseguito il deputato leggendo in studio i dati delle quotazioni, rintracciabili da chiunque con una semplice ricerca su Internet. Poco più tardi su Twitter è iniziato da parte di Carlo Cottarelli il tentativo, durato l'intera giornata, di rimediare alla figuraccia fatta in diretta. A mezzanotte e 14 minuti parte il primo cinguettio: «Risposta a Borghi sulla Russia: tra il 1998 e il 2000 il prezzo del petrolio è aumentato del 130% causando il boom dell'economia russa negli anni seguenti. Altro che miracoli della flat tax!». Errata corrige di non poco conto. Non si parla più infatti del 1999 (anche nell'interpretazione più generosa delle parole pronunciate su La7) ma del 1998, quando in effetti il prezzo al barile era di 12 dollari, e l'incremento non è più di sei volte ma del 130%. Troppo facile correggere il tiro quando si è tranquillamente seduti alla propria scrivania! Da un uomo che ambiva a guidare il governo del Paese sarebbe lecito attendersi una maggiore precisione. L'ultima precisazione è delle 18, quando Cottarelli si affida sempre a Twitter per un'ennesima replica: «La verità: il prezzo del petrolio era 10 dollari al barile nel feb '99, 28 dollari nel feb '01 e 60 dollari nell'ago '05. Questo è coerente con quanto ho detto ieri sera (vedi sotto), ma le grida di Borghi hanno coperto la seconda frase. Ascoltasse di più e gridasse di meno...». Con il passare delle ore siamo arrivati addirittura al 2005, e la colpa ora è del deputato leghista, le cui urla avrebbero ostacolato la comprensione del suo pensiero. Sarebbe stato sufficiente ammettere l'imprecisione, voltare pagina e andare avanti. Cottarelli ha scelto invece di infilarsi in un vicolo cieco, continuando a peggiorare la sua situazione. Chi sia l'autore della fake news a questo punto, lo lasciamo giudicare a voi. Antonio Grizzuti
La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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Don Giussani (Ansa)
La sua non è stata una «pastorale», come si potrebbe dire oggi, ma una vocazione all’educazione e alla missione prorompente. E così è sempre stato considerato don Giussani, mettendo quasi più di lato, per non dire dietro, il suo pensiero filosofico e teologico.
Per questo potrebbe stupire la nascita di un Centro studi internazionale dedicato al pensiero del fondatore di Comunione e liberazione. Da quel 1954 a oggi sono passati più di settant’anni, e fuori dalla sua comunità l’attenzione al pensiero di Giussani, capace di far nascere alcune generazioni di figli spirituali, non aveva mai avuto grande rilievo «accademico». Invece ora, ecco la nascita del Centro studi, tenuto a battesimo da un incontro presso il Centro Internazionale di CL a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11), che vede la partecipazione della professoressa Tracey Rowland (Università australiana Notre Dame) e del professor Michael Waldstein (Franciscan University di Steubenville in Ohio).
A moderare, il professor Giovanni Maddalena, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Bologna. «Don Giussani», spiega alla Verità il professor Maddalena, che del Centro sarà coordinatore, «interpretava il carisma di Comunione e liberazione come lo stupore profondo per l’incarnazione di Dio in Gesù e la commozione nel riconoscerne la presenza viva all’interno dell’amicizia cristiana, sia essa la Chiesa o la comunità incontrata. Da questo incontro scaturisce la capacità di giudicare ogni evento del mondo - passato, presente e futuro - valorizzando ogni aspetto dell’umano sotto la luce di Cristo. Qui si deve collocare anche quella spinta a far si che la fede diventasse cultura, si facesse così spazio nella vita di tutti i giorni per donare una testimonianza e una traccia sulle strade della vita e nelle piazze».
Anche questo non volersi far rinchiudere nelle sagrestie ha probabilmente reso meno potabile ai contemporanei, e non solo, l’azione e quindi il pensiero di don Giussani in ambito accademico. «Il termine centrale che Giussani utilizzerà per descrivere questa dinamica», continua Maddalena, è “esperienza”: il cristianesimo non viene inteso come un sistema di dottrine, ma come l’avvenimento di un incontro reale, analogo a quello dei primi discepoli». Un cammino, insomma, da percorrere insieme agli altri, coinvolgendo interamente la propria umanità - tra ragione e affezione - per verificarne l’attendibilità senza alcun pregiudizio.
In effetti, dopo aver ricevuto una solida formazione in quel di Venegono, Giussani non smette di «teologare» né di pensare, ma lo fa dentro un’esperienza in atto. È nel coinvolgimento della sua opera missionaria ed educativa che il sacerdote approfondisce e confronta il suo pensiero con la realtà per farne scaturire una modalità nuova di pensare l’ontologia, la gnoseologia e la metafisica, facendo emergere qui tutta la sua forza filosofica. Non un «nuovo pensiero» (il cardinale Angelo Scola lo definirà «sorgivo»), ma un modo nuovo di esprimerlo, spinto dal fuoco della sua missione. In altri termini, Giussani ripensa l’essere metafisico senza togliere nulla, né lo diluisce, ma lo riscopre. E forse è proprio ciò che meno è piaciuto a tanti suoi confratelli contemporanei, affascinati da filosofie moderne e che si allontanavano da quella filosofia perennis senza la quale anche la teologia tende a dissolversi.
Eppure quell’insistere sull’«esperienza» non aveva mancato di sollevare dubbi anche all’interno della Chiesa, come quando nel 1963 a fargli notare il rischio fu l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. «Il timore», dice il moderatore dell’incontro che inaugura il nuovo Centro studi, «era che l’enfasi sull’esperienza potesse condurre al soggettivismo, rendendo arduo distinguere la verità oggettiva dal semplice “sentire” o dai desideri momentanei. Don Giussani rispose a queste preoccupazioni chiarendo che la sua visione di esperienza non era affatto soggettiva, poiché si fonda sulla ragione e sull’affezione - ovvero il cuore - che poggiano su esigenze profonde di verità, giustizia, bellezza e felicità comuni a ogni essere umano. Inoltre, egli precisò che la verifica dell’esperienza non è un atto isolato, ma lega il giudizio personale al confronto con la proposta della tradizione della fede, evitando così che il giudizio diventi un mero arbitrio o un’espressione narcisistica. Proprio il mantenimento di questa rigorosa concezione di esperienza ha permesso a CL di vivere una stagione di straordinaria fecondità missionaria e culturale».
Oggi la nascita del Centro Studi internazionale potrebbe contribuire riaffermare anche a livello accademico il pensiero di Giussani, magari permettendogli di rinverdire la sua forza.
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Ansa
Il sospetto degli investigatori è che, nei 16 mesi sotto osservazione, abbia inciso direttamente sulle procedure di espulsione di 34 stranieri destinati all’espulsione su un totale di 64. Altri dieci immigrati, invece, si sarebbero ufficialmente rifiutati di sottoporsi alla visita medica, circostanza che di fatto ha impedito la valutazione sanitaria necessaria per stabilire l’idoneità alla detenzione amministrativa in un Cpr.
Ravenna era diventato un punto caldo della geografia italiana rispetto agli sbarchi: 25 dal dicembre 2022, tutti di navi Ong. E la città comincia a fare i conti con le espulsioni. A settembre 2024, ricostruisce il Corriere della Romagna, la stessa dottoressa aggiorna il conteggio: «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». In risposta dal medico No Cpr arriva l’emoticon col bicipite pompato. E quando i numeri cominciano a crescere, le risposte di Cocco sarebbero state: «Grande» o anche «gradissim*». È a quel punto che avrebbe svelato l’intento: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». La «cuenta» dei ribelli.
I pm della Procura di Ravenna, Daniele Barberini e Angela Scorza, hanno chiesto la sospensione per un anno per alcuni dei camici bianchi indagati. Le chat recuperate dagli investigatori raccontano un dialogo costante. Quasi due anni di contatti. Decine di pagine tra messaggi e intercettazioni ambientali sembrerebbero ricostruire una progressiva convergenza di intenti. All’inizio c’è un confronto. Che poi sarebbe diventato sostegno. E che si sarebbe trasformato infine in un’adesione alla campagna «No Cpr». Una traccia sarebbe rinvenibile nelle chat il 3 maggio del 2024. Una delle infettivologhe che nelle conversazioni, riporta il Corriere della Romagna, si definisce «anarchica e antagonista», condivide con i colleghi un articolo scritto proprio da Cocco sui rischi sanitari all’interno dei Cpr. Il messaggio che accompagna il link: «Abbiamo organizzato un incontro online per chiarirci le idee». Da quel momento il passaparola prende velocità: «Noi stiamo aderendo alla campagna No ai Cpr».
Secondo la ricostruzione investigativa, gli effetti non restano confinati alla discussione teorica. Si rifletterebbero anche nei numeri delle certificazioni mediche. A luglio 2024 una delle dottoresse scrive: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi». Nel corso del 2025, secondo quanto emergerebbe dalle conversazioni, il clima nel reparto sarebbe cambiato. Nelle chat sarebbe comparso un senso di appartenenza. Uno dei messaggi sembra descriverlo in modo netto: «Ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura, ma la scelta è puramente etica». E torna il bilancio: «Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente». Infine l’invito alla compattezza: «La cosa importante è essere uniti e non succede nulla».
L’episodio che fa scattare l’allarme arriva nell’estate del 2024. È luglio. Un certificato medico attira l’attenzione degli agenti dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Il modulo utilizzato è un prestampato della Simm. E sarebbe stato usato per dichiarare una non idoneità. Una delle dottoresse l’aveva ottenuto chiedendo se durante gli incontri online della campagna fosse stata suggerita «una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità». Il referto prodotto con quel modulo diventa la prima crepa. Gli agenti entrano in ospedale. E in reparto comincia a diffondersi una certa preoccupazione. Una delle dottoresse scrive a una collega: «Ho un’urgenza. È arrivato l’ispettore e ora mi vogliono fare un verbale. Ho bisogno di non fare passi falsi, la polizia mi tampina, è un incubo». L’ipotesi di un’indagine prende forma. E nelle chat c’è chi prova a rassicurare. Un collega di Rimini interviene: «Va beh ci provano... e poi? Chi certifica sei tu, si attaccano». Ma la tensione cresce. E nella rete dei contatti viene chiamato in causa anche Cocco. La risposta che sarebbe arrivata è durissima. «Gli facciamo il c... a sti sbirri maledetti». Per lui, «i colleghi di Ravenna hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione». Ora bisognerà capire se è conforme alla legge.
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