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2018-07-05
Le bugie che ci raccontano su pensioni, tasse, immigrati
Ansa
Il picco di morti nel Mediterraneo? C’è stato quando governava la sinistra
Come sono spietati, questi populisti al governo: vogliono il sangue. «Migranti, muore il 9% di chi parte. Il dato record dell'ultimo mese», tuonava ieri dalle colonne del Corriere della Sera Federico Fubini. Un articolo drammatico, il suo: «Per chi si imbarca in cerca di un futuro in Europa, non era mai stato tanto probabile morire in mare durante la traversata dalla Libia». Colpa dell'attuale esecutivo, ovviamente. «Qualcosa di nuovo sta succedendo sulle rotte migratorie, da quando il primo giugno ha giurato al Quirinale il governo di Giuseppe Conte», spiegava Fubini. Tradotto: da quando ci sono i pentaleghisti, per i poveri migranti si mette davvero male e l'ecatombe è già iniziata. «Nell'ultimo mese», continuava l'editorialista del Corriere, «soprattutto dalla seconda metà, inclusi i primi due giorni di luglio - si registra il terzo più alto numero di morti e scomparsi in mare da quando due anni e mezzo fa le agenzie internazionali hanno iniziato a tenere i conti. Sono annegati o risultano scomparsi nel Mediterraneo il 9% di coloro che hanno provato la traversata dalla Libia, la quota più alta di sempre. In tutto si tratta di 679 morti. Se n'erano avuti di più solo nel maggio e nel novembre 2016, ma allora le partenze dalle coste libiche erano il doppio o il triplo rispetto a quelle di quest'ultimo giugno».
Da dove ha preso questi dati Fubini? Li ha calcolati «Matteo Villa dell'Ispi di Milano sulla base delle cifre fornite dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e dall'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr)». Fonte autorevole, insomma. Peccato che il giornalista di via Solferino la sfrutti per giungere a conclusioni errate.
Tanto per cominciare, ieri mattina lo stesso Matteo Villa ha ricalcolato il numero dei morti (o dispersi) in mare in giugno. Sono 565 persone su 7.413 partite dalla Libia. Quindi la percentuale di decessi è del 7,6%. Se si esaminano tutti i dati resi disponibili dall'Ispi - che vanno dal gennaio 2016 al giugno 2018 - si scoprono un po' di cose interessanti. La prima è che la percentuale di morti in mare più alta si è avuta nel febbraio 2018, quando - su 1.434 persone partite dalla Libia - ne sono decedute 121. Significa che i morti sono stati l'8,4% del totale. Nel febbraio 2018 al governo c'erano Paolo Gentiloni e il Partito democratico. Assassini anche loro?
Ma non è finita. Sul Corriere, Fubini riporta le parole di Flavio Di Giacomo dell'Oim, secondo cui «da quando le Ong sono state messe nell'impossibilità di lavorare, la minore presenza di navi che pattugliano quelle acque (cioè quelle nei pressi della Libia, ndr) sta rendendo i naufragi più frequenti». Beh, anche questo non è vero. Basta, di nuovo, guardare i dati pubblicati dall'Ispi. Nell'aprile del 2016 (il ministro dell'Interno era Angelino Alfano e il premier era Matteo Renzi) le Ong operavano a pieno regime, eppure la percentuale di morti in mare è stata del 7,6%. La stessa registrata nel giugno del 2018. Curioso, vero?
È evidente che Federico Fubini, sul Corriere, aveva il preciso intento di attaccare questo esecutivo. A suo dire, se la situazione nel Mediterraneo è peggiorata e i decessi sono cresciuti, è perché «sono quasi sparite dalle acque davanti alla Libia le navi per la ricerca e soccorso delle Ong». Ma l'argomentazione non regge, e le cifre lo dimostrano.
La verità è che i dati dell'Ispi su morti e partenze vanno esaminati a partire dalla consapevolezza che il «fattore caso» gioca un ruolo fondamentale. Certo, tendenzialmente in primavera-estate le partenze aumentano, e il numero complessivo di morti, di conseguenza, tende a essere piuttosto alto. Ma ci sono anche variazioni del tutto imprevedibili. Per esempio, nel dicembre del 2017 sono partiti dalla Libia in 3.182, e sono morti in 9. Nell'ottobre del 2017, a fronte di 3.615 partenze, sono morti in 167. Cosa vuol dire? Che, purtroppo, quando si parla di naufragi bisogna considerare tantissimi dettagli, comprese le condizioni delle barche o dei gommoni utilizzati dai trafficanti di uomini. Costoro sono i principali responsabili della mattanza, e hanno approfittato della presenza delle navi italiane prima e delle Ong poi per alimentare i propri affari. Ma torniamo alle cifre.
Fa notare Matteo Villa dell'Ispi, con cui ieri abbiamo scambiato alcune email, che il picco di morti dell'8,4% del febbraio 2016 è stato raggiunto «in un mese con 1.434 partenze, e le morti sono quasi tutte ascrivibili a un singolo naufragio con 100 morti e dispersi, avvenuto il 1° febbraio. Da giugno», precisa il ricercatore, «abbiamo avuto 16 naufragi, e 6 di questi hanno provocato almeno 50 morti o dispersi. Il cambio di passo c'è tutto». Questo dimostra, semmai, che i dati pubblicati dall'Ispi meritano una lettura approfondita, e prima di giungere a conclusioni bisognerebbe verificare come e quando sono avvenuti i vari incidenti nel Mediterraneo. Tutti, non solo quelli degli ultimi mesi.
In ogni caso, Villa dichiara: «Non si vuole sostenere che la “causa" dei naufragi o delle morti sia l'assenza delle Ong (o, se è per questo, di altro naviglio che faccia Sar). Si sostiene che l'aumento dei naufragi e dei morti sta avvenendo in un momento in cui non ci sono sufficienti mezzi per prestare soccorso». Ottimo. Solo che il Corriere della Sera dice esattamente il contrario, cioè che i morti sono aumentati proprio a causa dell'assenza delle Ong. È la stessa testi sostenuta dal fondatore di Open Arms, Oscar Camps, secondo cui la chiusura dei porti ai taxi del mare ha prodotto «360 morti». Della medesima idea è pure Roberto Saviano, il quale ha accusato il governo di essere il mandante delle stragi marittime. «I 100 migranti (tra cui 3 neonati) annegati pochi giorni fa nel Mediterraneo potevano essere salvati», ha scritto. «La responsabilità politica della strage è dei ministri Salvini e Toninelli, che hanno impedito alle Ong di prestare soccorso, e dell'Europa che li ha lasciati fare». Beh, i dati dell'Ispi dimostrano che Saviano ha torto: l'assenza delle Ong non causa - in generale - un aumento dei disastri. Quanto allo specifico naufragio a cui lo scrittore fa riferimento, è avvenuto a poche miglia dalla costa libica, ed è tutto da dimostrare che le navi degli attivisti avrebbero potuto raggiungere in tempo i migranti in difficoltà.
Comunque sia, l'Italia non ha alcuna responsabilità, trattandosi di acque territoriali libiche. Se davvero si vuole ridurre il numero dei morti ci sono solo due cose da fare. La prima è fermare le partenze. La seconda è dotare la Guardia costiera libica di più mezzi e risorse. E il governo - tramite decreto - si è appena impegnato a farlo. A Saviano, però, non sta bene. «Finanziare la Guardia costiera libica significa fomentare il traffico e non fermarlo», ha scritto. E ha concluso: «Da me non avrete nessun aiuto: non sarò mai vostro complice». Che dire, ce ne faremo una ragione...
Francesco Borgonovo
L’immigrazione? Non vale le pensioni
Il presidente Inps, Tito Boeri, ha le idee chiare. Non gli piacciono quelle del nuovo governo. Durante il consueto rapporto annuale dell'Istituto dopo aver elencato i pilastri delle erogazioni, le medie degli assegni, i tagli dei costi, Boeri si è dedicati all'analisi puntuale del decreto Dignità. Ha spiegato che è bene mantenere salda la legge Fornero e inserire più flessibilità. Ha criticato l'introduzione delle causali nei contratti a termine, sebbene ha dovuto ammettere che cinque proroghe del medesimo contratto siano troppe. Ha acceso pure un faro sui giovani, opponendosi alla scelta di favorire eccessivamente i pensionati a svantaggio dei giovani. «Purtroppo», ha aggiunto Boeri, «la fuga all'estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non sembra essersi arrestata neanche con la fine della crisi». Al di là delle puntualizzazioni, il numero uno dell'Inps ieri ha utilizzato il suo ruolo di tecnico per fare politica. Ha infatti mosso un passo più in là di quanto spetterebbe a un presidente della previdenza nel momento i cui decide di smontare le due scelte principali del governo a trazione leghista. Regolamentare i flussi di immigrati clandestini e abolire la Fornero per applicare il modello quota 100.
Sugli immigrati Boeri ha riacceso il disco rotto. Ribadendo per l'ennesimo volta che senza immigrati nessuno in futuro godrà più delle pensioni. La storia «ci insegna che quando si pongono forti restrizioni all'immigrazione regolare, aumenta l'immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell'immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5%», ha sentenziato Boeri. «In presenza di decreti flussi del tutto irrealistici», ha sottolineato, la domanda di lavoro immigrato «si riversa sull'immigrazione irregolare di chi arriva in aereo o in macchina, non coi barconi ma coi visti turistici, e rimane in Italia a visto scaduto». I dati originano da una tabella che il presidente ha pubblicato su Twitter nella quale si evince che i flussi di messicani al confine con gli Usa sono inversamente proporzionali alle green card emesse da Washington. Certo, peccato che l'esempio sia totalmente scollegato alla realtà del Mediterraneo. Soprattutto a essere palesemente falsa è la premessa. Non ci risulta che il governo voglia chiudere i flussi regolari e soprattutto nessuno potrà mai sostenere che gli irregolari versino i contributi all'Inps. Al netto del buon senso la vulgata dell'importanza degli immigrati per salvare le pensioni è stata smontata pure da Bankitalia. Abbiamo già scritto dello studio di Palazzo Koch datato aprile scorso. La ricerca di Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli fornisce uno sguardo di lungo periodo e conclude che il problema demografico/contirbutivo non si risolve con gli immigrati.
«Nel decennio 2001-2011, con una popolazione straniera residente che supera i 4,5 milioni (7,7% del totale), il contributo demografico degli immigrati è considerevole (1,1%) e compensa parzialmente il dividendo demografico negativo che origina dalla popolazione italiana (-4,2%). Nell'ultimo difficile quinquennio, il contributo degli stranieri si attesta su un più modesto 0,2%», si legge nel paper. A pagina 19 del documento i tre economisti: «L'apporto specifico dell'immigrazione sarebbe favorevole nei prossimi tre decenni, ma partire dal 2041 anche il contributo dell'immigrazione diverrebbe negativo». Una frase che da sola smonta tutte le teorie sostenute dal governo uscente e pure da Boeri. Chi legifera dovrà porsi il problema del calo contributivo e del drammatico crollo della produttività in Italia. Il Paese sarà obbligato a porsi il problema, questo sì reale, ma cercare di affrontarlo con una bufala sull'immigrazione non serve in alcun modo. «I numeri non mentono», ha detto ieri Boeri rispondendo a Matteo Salvini che gli ha dedicato una domanda: «Ma vivi sulla luna?». È vero che i numeri non mentono, ma possono sempre mentire le persone che li interpretano o ne leggono soltanto una parte. Non ci riferiamo a Boeri, il quale non mente. Ma ha una grande dimestichezza sui numeri, e sa gestirli con destrezza per sostenere le proprie tesi. Basti pensare al secondo pilastro del contratto di governo che l'attuale presidente Inps mira a smontare a tutti i costi. Per tenere in piedi la legge Fornero sostiene che per finanziare quota 100 (si va in pensione quando la somma fra età anagrafica e contributi annui versati al fisco raggiunge valore 100) o quota 41 (il numero degli anni in cui si sono versati i contributi) costi il primo anno 15 miliardi e a regime addirittura 20 miliardi di euro. Tutte le agenzie hanno sbandierato la cifra per rimarcare che la Fornero non si tocca. Nel rapporto Inps lo stesso Boeri poi ammette che la quota 100 con 64 anni e i requisiti attuali di anzianità contributiva costerebbe 4 miliardi e 8 a regime. Vediamo però le dichiarazioni di Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali e ispiratore della riforma appoggiata dalla Lega, che ha sintetizzato egregiamente i numeri che girano su quota 100. «Perché non si conosce la proposta. L'idea è di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni con 36 di contributi. Oppure 41 anni e mezzo di contributi, a prescindere dall'età e non più di 2-3 anni di contributi figurativi, per escludere chi è stato in cassa integrazione per dieci anni, ad esempio», ha detto Brambilla, spiegando anche che grazie ai fondi esuberi delle diverse categorie si potrebbe arrivare a pensionamenti anticipati senza costi per lo Stato. Inoltre, ha ricordato che l'Ape social costa 1,5 miliardi all'anno sui conti pubblici. «Ed è molto discrezionale, per questo verrà abolita, mentre l'Ape volontaria rimarrebbe in vigore», ha concluso. Dunque, la riforma leghista delle pensioni è tutta da fare. Presenta dei nei anche grossi. Abolire Ape social significa penalizzare chi è occupato nei settori più usuranti, ma quello che è certo è che non costerà 20 miliardi. Insistere, come fa Boeri, non è corretto.
Claudio Antonelli
La flat tax è una cosa infattibile? Cottarelli gioca sporco sui russi
Quella nella quale siamo immersi non è solo l'era della fake news ma anche del fact checking, cioè della verifica dei fatti. Tutto ciò è possibile in gran parte grazie a Internet che, se si sa dove andare a cercare, funziona come un contenitore virtualmente infinito di informazioni, numeri e statistiche. La credibilità di un politico da qualche anno a questa parte può essere dunque misurata con relativa facilità anche da un comune cittadino che ha accesso alla rete e una discreta padronanza delle fonti. Un rischio per coloro i quali intervengono di fronte al grande pubblico, dal momento che le possibilità di essere smentiti in tempo reale aumentano esponenzialmente.
È proprio quanto accaduto martedì sera, nel corso della puntata di una trasmissione di La7, In onda, che ha visto andare in scena un duello a colpi di numeri tra Claudio Borghi, deputato della Lega, e Carlo Cottarelli, ex premier incaricato e direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani dell'Università Cattolica. Borghi è considerato dal giornalismo mainstream un «populista», etichetta che si è guadagnato anche a causa del suo presidio costante su Twitter, social sul quale difende strenuamente le proprie idee a tutte le ore del giorno e della notte. Cottarelli invece può essere considerato un pezzo importante dell'establishment, grazie a una lunga e patinata carriera da Banca d'Italia al Fondo monetario internazionale fino alle porte (poi chiuse in faccia) di Palazzo Chigi.
Al centro del contendere la famigerata «flat tax», la riforma inserita nel contratto di governo legastellato che prevede l'introduzione di due aliquote (una al 15% e l'altra al 20%) e una deduzione fissa di 3.000 euro sulla base del reddito familiare. Intervenuto per difendere l'introduzione di questa misura fiscale, Borghi ha portato l'esempio della Russia, che ha introdotto nel 2001 un'aliquota unica del 13% per i redditi personali. Una misura che, per citare il deputato della Lega, ha causato un «aumento del gettito del 25%». La replica del suo interlocutore non si è fatta attendere: secondo il direttore del Cpi l'incremento delle entrate fiscali sarebbe stato causato, piuttosto, dal fatto che «in quel periodo il prezzo del petrolio è passato da 10 dollari al barile a 60 dollari». L'affidabile Cottarelli smonta, pare, la tesi del «populista» Borghi nel giro di pochi secondi. Peccato però che i dati citati dall'ex direttore del Fmi non trovino alcun riscontro con la realtà. Basta dare uno sguardo ai numeri per capire che se nel 2001 il prezzo del greggio era 23 dollari al barile, nel 2002 scendeva addirittura a 22,8 dollari. Anche ammettendo, come precisato da Cottarelli pochi istanti dopo, che il «periodo» a cui si fa riferimento è il triennio 1999-2001, i conti non tornano affatto. Nel 1999 il petrolio non era quotato a 10 dollari bensì a 16,5 e i 60 dollari sarebbero stati superati solo nel 2007, quindi ben 6 anni più tardi rispetto al 2001. «Se lei mi dice che nel 2001 il prezzo del petrolio è aumentato di sei volte, lei purtroppo sta facendo burla di sé stesso», ha esclamato a quel punto Borghi. «Cominciamo con l'interpretazione autentica di chi dice delle balle e di chi dice delle cose sensate», ha proseguito il deputato leggendo in studio i dati delle quotazioni, rintracciabili da chiunque con una semplice ricerca su Internet.
Poco più tardi su Twitter è iniziato da parte di Carlo Cottarelli il tentativo, durato l'intera giornata, di rimediare alla figuraccia fatta in diretta. A mezzanotte e 14 minuti parte il primo cinguettio: «Risposta a Borghi sulla Russia: tra il 1998 e il 2000 il prezzo del petrolio è aumentato del 130% causando il boom dell'economia russa negli anni seguenti. Altro che miracoli della flat tax!». Errata corrige di non poco conto. Non si parla più infatti del 1999 (anche nell'interpretazione più generosa delle parole pronunciate su La7) ma del 1998, quando in effetti il prezzo al barile era di 12 dollari, e l'incremento non è più di sei volte ma del 130%. Troppo facile correggere il tiro quando si è tranquillamente seduti alla propria scrivania! Da un uomo che ambiva a guidare il governo del Paese sarebbe lecito attendersi una maggiore precisione.
L'ultima precisazione è delle 18, quando Cottarelli si affida sempre a Twitter per un'ennesima replica: «La verità: il prezzo del petrolio era 10 dollari al barile nel feb '99, 28 dollari nel feb '01 e 60 dollari nell'ago '05. Questo è coerente con quanto ho detto ieri sera (vedi sotto), ma le grida di Borghi hanno coperto la seconda frase. Ascoltasse di più e gridasse di meno...». Con il passare delle ore siamo arrivati addirittura al 2005, e la colpa ora è del deputato leghista, le cui urla avrebbero ostacolato la comprensione del suo pensiero.
Sarebbe stato sufficiente ammettere l'imprecisione, voltare pagina e andare avanti. Cottarelli ha scelto invece di infilarsi in un vicolo cieco, continuando a peggiorare la sua situazione. Chi sia l'autore della fake news a questo punto, lo lasciamo giudicare a voi.
Antonio Grizzuti
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Roberto Saviano incolpa il governo dei morti in mare. Ma uno studio sui naufragi mostra che non c'è nesso con il blocco dell'azione delle Ong.Carlo Cottarelli si inventa un boom del prezzo del petrolio per negare gli effetti della flat tax in Russia. Le cifre lo inchiodano, lui abbozza.Tito Boeri va in aula a ridire la vecchia favola dei migranti che sostengono la previdenza. E salva la Fornero: quota 100 costa 20 miliardi. È falso.Lo speciale contiene tre articoli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra-come-difendersi-dai-cialtroni-2583842693.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra" data-post-id="2583842693" data-published-at="1767799816" data-use-pagination="False"> Il picco di morti nel Mediterraneo? C’è stato quando governava la sinistra Come sono spietati, questi populisti al governo: vogliono il sangue. «Migranti, muore il 9% di chi parte. Il dato record dell'ultimo mese», tuonava ieri dalle colonne del Corriere della Sera Federico Fubini. Un articolo drammatico, il suo: «Per chi si imbarca in cerca di un futuro in Europa, non era mai stato tanto probabile morire in mare durante la traversata dalla Libia». Colpa dell'attuale esecutivo, ovviamente. «Qualcosa di nuovo sta succedendo sulle rotte migratorie, da quando il primo giugno ha giurato al Quirinale il governo di Giuseppe Conte», spiegava Fubini. Tradotto: da quando ci sono i pentaleghisti, per i poveri migranti si mette davvero male e l'ecatombe è già iniziata. «Nell'ultimo mese», continuava l'editorialista del Corriere, «soprattutto dalla seconda metà, inclusi i primi due giorni di luglio - si registra il terzo più alto numero di morti e scomparsi in mare da quando due anni e mezzo fa le agenzie internazionali hanno iniziato a tenere i conti. Sono annegati o risultano scomparsi nel Mediterraneo il 9% di coloro che hanno provato la traversata dalla Libia, la quota più alta di sempre. In tutto si tratta di 679 morti. Se n'erano avuti di più solo nel maggio e nel novembre 2016, ma allora le partenze dalle coste libiche erano il doppio o il triplo rispetto a quelle di quest'ultimo giugno».Da dove ha preso questi dati Fubini? Li ha calcolati «Matteo Villa dell'Ispi di Milano sulla base delle cifre fornite dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e dall'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr)». Fonte autorevole, insomma. Peccato che il giornalista di via Solferino la sfrutti per giungere a conclusioni errate.Tanto per cominciare, ieri mattina lo stesso Matteo Villa ha ricalcolato il numero dei morti (o dispersi) in mare in giugno. Sono 565 persone su 7.413 partite dalla Libia. Quindi la percentuale di decessi è del 7,6%. Se si esaminano tutti i dati resi disponibili dall'Ispi - che vanno dal gennaio 2016 al giugno 2018 - si scoprono un po' di cose interessanti. La prima è che la percentuale di morti in mare più alta si è avuta nel febbraio 2018, quando - su 1.434 persone partite dalla Libia - ne sono decedute 121. Significa che i morti sono stati l'8,4% del totale. Nel febbraio 2018 al governo c'erano Paolo Gentiloni e il Partito democratico. Assassini anche loro?Ma non è finita. Sul Corriere, Fubini riporta le parole di Flavio Di Giacomo dell'Oim, secondo cui «da quando le Ong sono state messe nell'impossibilità di lavorare, la minore presenza di navi che pattugliano quelle acque (cioè quelle nei pressi della Libia, ndr) sta rendendo i naufragi più frequenti». Beh, anche questo non è vero. Basta, di nuovo, guardare i dati pubblicati dall'Ispi. Nell'aprile del 2016 (il ministro dell'Interno era Angelino Alfano e il premier era Matteo Renzi) le Ong operavano a pieno regime, eppure la percentuale di morti in mare è stata del 7,6%. La stessa registrata nel giugno del 2018. Curioso, vero?È evidente che Federico Fubini, sul Corriere, aveva il preciso intento di attaccare questo esecutivo. A suo dire, se la situazione nel Mediterraneo è peggiorata e i decessi sono cresciuti, è perché «sono quasi sparite dalle acque davanti alla Libia le navi per la ricerca e soccorso delle Ong». Ma l'argomentazione non regge, e le cifre lo dimostrano.La verità è che i dati dell'Ispi su morti e partenze vanno esaminati a partire dalla consapevolezza che il «fattore caso» gioca un ruolo fondamentale. Certo, tendenzialmente in primavera-estate le partenze aumentano, e il numero complessivo di morti, di conseguenza, tende a essere piuttosto alto. Ma ci sono anche variazioni del tutto imprevedibili. Per esempio, nel dicembre del 2017 sono partiti dalla Libia in 3.182, e sono morti in 9. Nell'ottobre del 2017, a fronte di 3.615 partenze, sono morti in 167. Cosa vuol dire? Che, purtroppo, quando si parla di naufragi bisogna considerare tantissimi dettagli, comprese le condizioni delle barche o dei gommoni utilizzati dai trafficanti di uomini. Costoro sono i principali responsabili della mattanza, e hanno approfittato della presenza delle navi italiane prima e delle Ong poi per alimentare i propri affari. Ma torniamo alle cifre.Fa notare Matteo Villa dell'Ispi, con cui ieri abbiamo scambiato alcune email, che il picco di morti dell'8,4% del febbraio 2016 è stato raggiunto «in un mese con 1.434 partenze, e le morti sono quasi tutte ascrivibili a un singolo naufragio con 100 morti e dispersi, avvenuto il 1° febbraio. Da giugno», precisa il ricercatore, «abbiamo avuto 16 naufragi, e 6 di questi hanno provocato almeno 50 morti o dispersi. Il cambio di passo c'è tutto». Questo dimostra, semmai, che i dati pubblicati dall'Ispi meritano una lettura approfondita, e prima di giungere a conclusioni bisognerebbe verificare come e quando sono avvenuti i vari incidenti nel Mediterraneo. Tutti, non solo quelli degli ultimi mesi.In ogni caso, Villa dichiara: «Non si vuole sostenere che la “causa" dei naufragi o delle morti sia l'assenza delle Ong (o, se è per questo, di altro naviglio che faccia Sar). Si sostiene che l'aumento dei naufragi e dei morti sta avvenendo in un momento in cui non ci sono sufficienti mezzi per prestare soccorso». Ottimo. Solo che il Corriere della Sera dice esattamente il contrario, cioè che i morti sono aumentati proprio a causa dell'assenza delle Ong. È la stessa testi sostenuta dal fondatore di Open Arms, Oscar Camps, secondo cui la chiusura dei porti ai taxi del mare ha prodotto «360 morti». Della medesima idea è pure Roberto Saviano, il quale ha accusato il governo di essere il mandante delle stragi marittime. «I 100 migranti (tra cui 3 neonati) annegati pochi giorni fa nel Mediterraneo potevano essere salvati», ha scritto. «La responsabilità politica della strage è dei ministri Salvini e Toninelli, che hanno impedito alle Ong di prestare soccorso, e dell'Europa che li ha lasciati fare». Beh, i dati dell'Ispi dimostrano che Saviano ha torto: l'assenza delle Ong non causa - in generale - un aumento dei disastri. Quanto allo specifico naufragio a cui lo scrittore fa riferimento, è avvenuto a poche miglia dalla costa libica, ed è tutto da dimostrare che le navi degli attivisti avrebbero potuto raggiungere in tempo i migranti in difficoltà.Comunque sia, l'Italia non ha alcuna responsabilità, trattandosi di acque territoriali libiche. Se davvero si vuole ridurre il numero dei morti ci sono solo due cose da fare. La prima è fermare le partenze. La seconda è dotare la Guardia costiera libica di più mezzi e risorse. E il governo - tramite decreto - si è appena impegnato a farlo. A Saviano, però, non sta bene. «Finanziare la Guardia costiera libica significa fomentare il traffico e non fermarlo», ha scritto. E ha concluso: «Da me non avrete nessun aiuto: non sarò mai vostro complice». Che dire, ce ne faremo una ragione...Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra-come-difendersi-dai-cialtroni-2583842693.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="limmigrazione-non-vale-le-pensioni" data-post-id="2583842693" data-published-at="1767799816" data-use-pagination="False"> L’immigrazione? Non vale le pensioni Il presidente Inps, Tito Boeri, ha le idee chiare. Non gli piacciono quelle del nuovo governo. Durante il consueto rapporto annuale dell'Istituto dopo aver elencato i pilastri delle erogazioni, le medie degli assegni, i tagli dei costi, Boeri si è dedicati all'analisi puntuale del decreto Dignità. Ha spiegato che è bene mantenere salda la legge Fornero e inserire più flessibilità. Ha criticato l'introduzione delle causali nei contratti a termine, sebbene ha dovuto ammettere che cinque proroghe del medesimo contratto siano troppe. Ha acceso pure un faro sui giovani, opponendosi alla scelta di favorire eccessivamente i pensionati a svantaggio dei giovani. «Purtroppo», ha aggiunto Boeri, «la fuga all'estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non sembra essersi arrestata neanche con la fine della crisi». Al di là delle puntualizzazioni, il numero uno dell'Inps ieri ha utilizzato il suo ruolo di tecnico per fare politica. Ha infatti mosso un passo più in là di quanto spetterebbe a un presidente della previdenza nel momento i cui decide di smontare le due scelte principali del governo a trazione leghista. Regolamentare i flussi di immigrati clandestini e abolire la Fornero per applicare il modello quota 100. Sugli immigrati Boeri ha riacceso il disco rotto. Ribadendo per l'ennesimo volta che senza immigrati nessuno in futuro godrà più delle pensioni. La storia «ci insegna che quando si pongono forti restrizioni all'immigrazione regolare, aumenta l'immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell'immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5%», ha sentenziato Boeri. «In presenza di decreti flussi del tutto irrealistici», ha sottolineato, la domanda di lavoro immigrato «si riversa sull'immigrazione irregolare di chi arriva in aereo o in macchina, non coi barconi ma coi visti turistici, e rimane in Italia a visto scaduto». I dati originano da una tabella che il presidente ha pubblicato su Twitter nella quale si evince che i flussi di messicani al confine con gli Usa sono inversamente proporzionali alle green card emesse da Washington. Certo, peccato che l'esempio sia totalmente scollegato alla realtà del Mediterraneo. Soprattutto a essere palesemente falsa è la premessa. Non ci risulta che il governo voglia chiudere i flussi regolari e soprattutto nessuno potrà mai sostenere che gli irregolari versino i contributi all'Inps. Al netto del buon senso la vulgata dell'importanza degli immigrati per salvare le pensioni è stata smontata pure da Bankitalia. Abbiamo già scritto dello studio di Palazzo Koch datato aprile scorso. La ricerca di Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli fornisce uno sguardo di lungo periodo e conclude che il problema demografico/contirbutivo non si risolve con gli immigrati. «Nel decennio 2001-2011, con una popolazione straniera residente che supera i 4,5 milioni (7,7% del totale), il contributo demografico degli immigrati è considerevole (1,1%) e compensa parzialmente il dividendo demografico negativo che origina dalla popolazione italiana (-4,2%). Nell'ultimo difficile quinquennio, il contributo degli stranieri si attesta su un più modesto 0,2%», si legge nel paper. A pagina 19 del documento i tre economisti: «L'apporto specifico dell'immigrazione sarebbe favorevole nei prossimi tre decenni, ma partire dal 2041 anche il contributo dell'immigrazione diverrebbe negativo». Una frase che da sola smonta tutte le teorie sostenute dal governo uscente e pure da Boeri. Chi legifera dovrà porsi il problema del calo contributivo e del drammatico crollo della produttività in Italia. Il Paese sarà obbligato a porsi il problema, questo sì reale, ma cercare di affrontarlo con una bufala sull'immigrazione non serve in alcun modo. «I numeri non mentono», ha detto ieri Boeri rispondendo a Matteo Salvini che gli ha dedicato una domanda: «Ma vivi sulla luna?». È vero che i numeri non mentono, ma possono sempre mentire le persone che li interpretano o ne leggono soltanto una parte. Non ci riferiamo a Boeri, il quale non mente. Ma ha una grande dimestichezza sui numeri, e sa gestirli con destrezza per sostenere le proprie tesi. Basti pensare al secondo pilastro del contratto di governo che l'attuale presidente Inps mira a smontare a tutti i costi. Per tenere in piedi la legge Fornero sostiene che per finanziare quota 100 (si va in pensione quando la somma fra età anagrafica e contributi annui versati al fisco raggiunge valore 100) o quota 41 (il numero degli anni in cui si sono versati i contributi) costi il primo anno 15 miliardi e a regime addirittura 20 miliardi di euro. Tutte le agenzie hanno sbandierato la cifra per rimarcare che la Fornero non si tocca. Nel rapporto Inps lo stesso Boeri poi ammette che la quota 100 con 64 anni e i requisiti attuali di anzianità contributiva costerebbe 4 miliardi e 8 a regime. Vediamo però le dichiarazioni di Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali e ispiratore della riforma appoggiata dalla Lega, che ha sintetizzato egregiamente i numeri che girano su quota 100. «Perché non si conosce la proposta. L'idea è di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni con 36 di contributi. Oppure 41 anni e mezzo di contributi, a prescindere dall'età e non più di 2-3 anni di contributi figurativi, per escludere chi è stato in cassa integrazione per dieci anni, ad esempio», ha detto Brambilla, spiegando anche che grazie ai fondi esuberi delle diverse categorie si potrebbe arrivare a pensionamenti anticipati senza costi per lo Stato. Inoltre, ha ricordato che l'Ape social costa 1,5 miliardi all'anno sui conti pubblici. «Ed è molto discrezionale, per questo verrà abolita, mentre l'Ape volontaria rimarrebbe in vigore», ha concluso. Dunque, la riforma leghista delle pensioni è tutta da fare. Presenta dei nei anche grossi. Abolire Ape social significa penalizzare chi è occupato nei settori più usuranti, ma quello che è certo è che non costerà 20 miliardi. Insistere, come fa Boeri, non è corretto. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra-come-difendersi-dai-cialtroni-2583842693.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-flat-tax-e-una-cosa-infattibile-cottarelli-gioca-sporco-sui-russi" data-post-id="2583842693" data-published-at="1767799816" data-use-pagination="False"> La flat tax è una cosa infattibile? Cottarelli gioca sporco sui russi Quella nella quale siamo immersi non è solo l'era della fake news ma anche del fact checking, cioè della verifica dei fatti. Tutto ciò è possibile in gran parte grazie a Internet che, se si sa dove andare a cercare, funziona come un contenitore virtualmente infinito di informazioni, numeri e statistiche. La credibilità di un politico da qualche anno a questa parte può essere dunque misurata con relativa facilità anche da un comune cittadino che ha accesso alla rete e una discreta padronanza delle fonti. Un rischio per coloro i quali intervengono di fronte al grande pubblico, dal momento che le possibilità di essere smentiti in tempo reale aumentano esponenzialmente. È proprio quanto accaduto martedì sera, nel corso della puntata di una trasmissione di La7, In onda, che ha visto andare in scena un duello a colpi di numeri tra Claudio Borghi, deputato della Lega, e Carlo Cottarelli, ex premier incaricato e direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani dell'Università Cattolica. Borghi è considerato dal giornalismo mainstream un «populista», etichetta che si è guadagnato anche a causa del suo presidio costante su Twitter, social sul quale difende strenuamente le proprie idee a tutte le ore del giorno e della notte. Cottarelli invece può essere considerato un pezzo importante dell'establishment, grazie a una lunga e patinata carriera da Banca d'Italia al Fondo monetario internazionale fino alle porte (poi chiuse in faccia) di Palazzo Chigi. Al centro del contendere la famigerata «flat tax», la riforma inserita nel contratto di governo legastellato che prevede l'introduzione di due aliquote (una al 15% e l'altra al 20%) e una deduzione fissa di 3.000 euro sulla base del reddito familiare. Intervenuto per difendere l'introduzione di questa misura fiscale, Borghi ha portato l'esempio della Russia, che ha introdotto nel 2001 un'aliquota unica del 13% per i redditi personali. Una misura che, per citare il deputato della Lega, ha causato un «aumento del gettito del 25%». La replica del suo interlocutore non si è fatta attendere: secondo il direttore del Cpi l'incremento delle entrate fiscali sarebbe stato causato, piuttosto, dal fatto che «in quel periodo il prezzo del petrolio è passato da 10 dollari al barile a 60 dollari». L'affidabile Cottarelli smonta, pare, la tesi del «populista» Borghi nel giro di pochi secondi. Peccato però che i dati citati dall'ex direttore del Fmi non trovino alcun riscontro con la realtà. Basta dare uno sguardo ai numeri per capire che se nel 2001 il prezzo del greggio era 23 dollari al barile, nel 2002 scendeva addirittura a 22,8 dollari. Anche ammettendo, come precisato da Cottarelli pochi istanti dopo, che il «periodo» a cui si fa riferimento è il triennio 1999-2001, i conti non tornano affatto. Nel 1999 il petrolio non era quotato a 10 dollari bensì a 16,5 e i 60 dollari sarebbero stati superati solo nel 2007, quindi ben 6 anni più tardi rispetto al 2001. «Se lei mi dice che nel 2001 il prezzo del petrolio è aumentato di sei volte, lei purtroppo sta facendo burla di sé stesso», ha esclamato a quel punto Borghi. «Cominciamo con l'interpretazione autentica di chi dice delle balle e di chi dice delle cose sensate», ha proseguito il deputato leggendo in studio i dati delle quotazioni, rintracciabili da chiunque con una semplice ricerca su Internet. Poco più tardi su Twitter è iniziato da parte di Carlo Cottarelli il tentativo, durato l'intera giornata, di rimediare alla figuraccia fatta in diretta. A mezzanotte e 14 minuti parte il primo cinguettio: «Risposta a Borghi sulla Russia: tra il 1998 e il 2000 il prezzo del petrolio è aumentato del 130% causando il boom dell'economia russa negli anni seguenti. Altro che miracoli della flat tax!». Errata corrige di non poco conto. Non si parla più infatti del 1999 (anche nell'interpretazione più generosa delle parole pronunciate su La7) ma del 1998, quando in effetti il prezzo al barile era di 12 dollari, e l'incremento non è più di sei volte ma del 130%. Troppo facile correggere il tiro quando si è tranquillamente seduti alla propria scrivania! Da un uomo che ambiva a guidare il governo del Paese sarebbe lecito attendersi una maggiore precisione. L'ultima precisazione è delle 18, quando Cottarelli si affida sempre a Twitter per un'ennesima replica: «La verità: il prezzo del petrolio era 10 dollari al barile nel feb '99, 28 dollari nel feb '01 e 60 dollari nell'ago '05. Questo è coerente con quanto ho detto ieri sera (vedi sotto), ma le grida di Borghi hanno coperto la seconda frase. Ascoltasse di più e gridasse di meno...». Con il passare delle ore siamo arrivati addirittura al 2005, e la colpa ora è del deputato leghista, le cui urla avrebbero ostacolato la comprensione del suo pensiero. Sarebbe stato sufficiente ammettere l'imprecisione, voltare pagina e andare avanti. Cottarelli ha scelto invece di infilarsi in un vicolo cieco, continuando a peggiorare la sua situazione. Chi sia l'autore della fake news a questo punto, lo lasciamo giudicare a voi. Antonio Grizzuti
Delcy Rodríguez, neo presidente ad interim del Venezuela (Getty Images)
Il presidente ad interim deve infatti bilanciare pressioni contrapposte: da un lato contenere i settori più intransigenti del chavismo rimasti fedeli a Maduro, dall’altro mantenere un canale aperto con Washington. «Diamo priorità al progresso verso relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra Stati Uniti e Venezuela, basate sull’uguaglianza sovrana e sulla non ingerenza», ha affermato Rodríguez, segnando un cambio di tono evidente rispetto al passato. In un’intervista a Nbc, Donald Trump ha dichiarato che il segretario di Stato Marco Rubio intrattiene «un buon rapporto» con il presidente ad interim, sottolineando che il fatto che Rubio «parli fluentemente spagnolo» abbia facilitato i contatti. Il presidente ha lasciato intendere che una mancata collaborazione potrebbe riaprire lo scenario militare, pur precisando di non ritenere necessario un nuovo intervento armato.
Con una mossa a sorpresa il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato l’intenzione di condividere il suo premio Nobel per la pace con Donald Trump, ringraziandolo per l’intervento militare in Venezuela. In un’intervista a Fox News, Machado ha lodato Trump per la destituzione di Maduro definendo l’azione di Washington «un passo enorme per l’umanità, per la libertà e per la dignità umana». Donald Trump ha escluso qualsiasi ipotesi di elezioni a breve termine. «Nei prossimi 30 giorni non si vota. Prima dobbiamo risanare il Paese. Non c’è modo che la gente possa andare alle urne», ha spiegato, ribadendo che il ritorno alla normalità istituzionale richiederà tempo. Secondo il consigliere Stephen Miller, il presidente ha incaricato Rubio «di guidare il processo di riforme economiche e politiche», sostenendo che gli Stati Uniti ritengono di avere «piena, completa e totale cooperazione» da parte del governo di Caracas.
Sul piano economico, Donald Trump ha evocato la possibilità di un ritorno massiccio delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela entro 18 mesi, parlando di «un enorme investimento» che potrebbe essere recuperato attraverso ricavi o rimborsi federali. In questo senso l’amministrazione Trump incontrerà nei prossimi giorni le grandi aziende petrolifere americane per parlare dell’aumento della produzione di petrolio. Mentre a Washington si disegna il futuro, sul terreno venezuelano la tensione resta altissima. Un decreto che dichiara lo stato di emergenza ha avviato una vasta caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro. Il clima repressivo ha coinvolto anche il mondo dell’informazione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, poi rilasciati. Il giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato invece bloccato all’aeroporto di Caracas ed espulso verso la Colombia, nonostante fosse residente nel Paese.
Sul piano militare, la cattura di Maduro ha rappresentato un duro colpo per i servizi segreti cubani, responsabili della sua sicurezza con circa 140 agenti cubani assegnati alla protezione del leader venezuelano. Durante l’assalto condotto dalle unità della Delta Force, almeno 32 cubani e 25 venezuelani sarebbero rimasti uccisi e sono decine i feriti. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che l’intervento statunitense ha «minato un principio fondamentale del diritto internazionale». Da Ginevra, la portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani ha ricordato che «gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcun Paese». In precedenza Marco Rubio aveva già affermato: «Non mi interessa cosa dice l’Onu», confermando una linea che rivendica la legittimità dell’azione e ridimensiona il ruolo dei consessi multilaterali.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riscritto l’atto d’accusa contro Maduro, correggendo uno degli elementi più controversi. Senza ritirare le imputazioni per narcotraffico, è stata abbandonata la definizione del Cartel de los Soles come cartello strutturato. Al suo posto emerge la descrizione di un sistema diffuso di patronato e corruzione, una rete di complicità interne allo Stato. Una revisione sostanziale che attenua l’impianto più aggressivo, ma non riduce affatto il rischio per Nicolás Maduro di una condanna fino a 70 anni di carcere. A questo proposito il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, si è rivolto oggi all’Assemblea nazionale chiedendo al giudice statunitense che segue il procedimento contro Maduro, arrestato dagli Stati Uniti e trasferito a New York, di rispettare il diritto internazionale e l’immunità diplomatica del leader venezuelano. Infine, gli Stati Uniti valutano il sequestro di presunte riserve segrete di criptovalute venezuelane: secondo la giornalista Olga Nesterova sarebbero circa 600.000 bitcoin, accumulati aggirando le sanzioni. Un eventuale congelamento potrebbe bloccare fino al 3% dell’offerta globale di Bitcoin, riducendo la liquidità e spingendo i prezzi al rialzo.
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(Ansa)
Tanti colleghi di Alessandro Ambrosio hanno partecipato in divisa da ferroviere, con centinaia di persone presenti, al presidio in stazione a Bologna per ricordare il capotreno ucciso il 5 gennaio nel parcheggio dello scalo. Corone di fiori e commozione in piazza Medaglie d'oro, con foto e biglietti. Il gruppo ha raggiunto in corteo il luogo dove e' stato trovato morto il 34enne. Ad una recinzione, nei pressi, sono stati apposti un berretto e una cravatta da ferroviere.
Barack Obama e Angela Merkel (Getty Images)
La vicenda è descritta, con dovizia di fonti e particolari, in un libro appena uscito in Germania, scritto dal vicedirettore del settimanale Die Zeit, Holger Stark, con una trentennale esperienza di corrispondente dagli Usa.
Tutto parte da un’attività di intelligence del servizio segreto tedesco per l’estero (Bnd), che aveva scoperto che non tutte le chiamate in arrivo o in partenza dall’Air Force One erano criptate. E così, gli uomini dello spionaggio di Berlino si sono messi a origliare su una dozzina di frequenze, «non sempre tutte e non tutto il giorno, ma abbastanza sistematicamente da intercettare le comunicazioni del presidente degli Stati Uniti (e di altri funzionari governativi e militari Usa) in diverse occasioni», scrive Stark nel libro.
Il contenuto di quelle conversazioni è finito in una cartella segreta nella diretta disponibilità del presidente del Bnd e, secondo le fonti citate nel libro, è stato poi visibile a una ristretta cerchia di alti funzionari, prima di essere distrutto.
Il fatto ancora più rilevante è che - secondo fonti raccolte dal Washington Post - quella cartella sia stata a disposizione della Cancelliera Merkel. Nel 2014/2015 fu una commissione d’inchiesta sul Bnd a rendere nota l’esistenza di questa cartella, ma il Bnd era riuscito a tenere nascosto il segreto più importante: dentro c’erano le conversazioni di Obama dall’Air Force One. Uno scandalo di portata internazionale. Anche se le stesse fonti hanno precisato che non si sia trattato di un’operazione avente come obiettivo specifico il presidente Usa, quanto di «un’acquisizione accidentale».
La gravità di questa vicenda va inquadrata alla luce del fatto che stiamo parlando di un periodo in cui i rapporti transatlantici erano relativamente distesi e sereni, nulla di paragonabile alla tensione attuale. Lo scossone del Dieselgate era di là da venire, tuttavia Washington e Berlino si dedicavano già «attenzioni» riservate, non proprio abituali tra alleati. Fu la stessa Merkel, in una telefonata a Obama, a definire quelle pratiche «completamente inaccettabili».
Se questi sono i fatti - almeno quelli parzialmente ricostruiti da Stark - crediamo che sia agevole e non tacciabile di complottismo «unire alcuni puntini» e affermare che questa è l’ennesima tessera di un puzzle in cui gli Usa hanno sistematicamente mal tollerato e poi avversato la Ue a trazione tedesca. Considerata, senza mezzi termini, un produttore di squilibri macroeconomici nel mondo e verso gli Usa. Dopo alcuni interventi soft durante i due mandati di Obama, non possiamo dimenticare le parole di Peter Navarro, principale consigliere per il commercio e la politica industriale durante la prima presidenza di Donald Trump, che nel 2017 in un’intervista al Financial Times accusò la Germania di utilizzare un euro ampiamente sottovalutato come una sorta di «Deutsche Mark implicito», al fine di sfruttare partner commerciali come gli Usa e gli altri Paesi Ue.
Le critiche di Navarro si concentravano soprattutto sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale costituisce la parte più rilevante. Tale saldo viene considerato eccessivo dal Fmi quando supera il 6% del Pil. Ebbene, la Germania dal 5% del 2005, è sempre stata ben oltre quel livello, con un massimo storico nel 2016 al 9 per cento. Solo la crisi energetica del 2022 ha causato una riduzione intorno al 4-5%, ma nel 2024 era di nuovo al 6% circa.
Un Paese la cui crescita dipende in misura così rilevante dal consumo degli altri Paesi, è un elemento di squilibrio nell’economia mondiale.
Non mancarono anche le critiche alla Germania per la dipendenza energetica dalla Russia, rafforzata dal progetto del gasdotto Nord Stream 2, descritto da Navarro come una minaccia alla sicurezza europea e americana, rendendo la Germania «prigioniera» della Russia.
L’elenco potrebbe continuare a lungo anche citando episodi sotto la presidenza di Joe Biden.
Il punto è che risultano oggi totalmente miopi le analisi e i commenti che scoprono l’acqua calda della rottura dell’ordine internazionale, avvenuta nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina o con le parole di J.D. Vance a Monaco o sabato scorso, con la cattura di Nicolás Maduro. I fatti dimostrano che, almeno dall’inizio degli anni Dieci, gli Usa abbiano guardato alla Ue come a un fattore di rischio geopolitico ed economico da correggere e contenere. I cui costi di smantellamento superano, per ora, il costo di quei rischi e di quegli squilibri. Da Berlino erano perfettamente consapevoli di questa postura e si sono organizzati di conseguenza, spiando gli Usa.
Le anime candide che sembrano appena svegliate da un lungo sonno, puntando oggi il dito contro l’amministrazione Trump, dovrebbero chiedersi dove abbiano passato gli ultimi 15 anni.
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Trump detta l’agenda globale: dopo il Venezuela, l’Iran è nel mirino e la Groenlandia diventa un dossier di sicurezza strategica contro Cina e Russia. Gli Usa tornano potenza muscolare, l’Europa reagisce con appelli e retorica. La lezione, quindi, è: il mondo è cambiato e l’Ue, così com’è, non conta più.