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2018-07-05
Le bugie che ci raccontano su pensioni, tasse, immigrati
Ansa
Il picco di morti nel Mediterraneo? C’è stato quando governava la sinistra
Come sono spietati, questi populisti al governo: vogliono il sangue. «Migranti, muore il 9% di chi parte. Il dato record dell'ultimo mese», tuonava ieri dalle colonne del Corriere della Sera Federico Fubini. Un articolo drammatico, il suo: «Per chi si imbarca in cerca di un futuro in Europa, non era mai stato tanto probabile morire in mare durante la traversata dalla Libia». Colpa dell'attuale esecutivo, ovviamente. «Qualcosa di nuovo sta succedendo sulle rotte migratorie, da quando il primo giugno ha giurato al Quirinale il governo di Giuseppe Conte», spiegava Fubini. Tradotto: da quando ci sono i pentaleghisti, per i poveri migranti si mette davvero male e l'ecatombe è già iniziata. «Nell'ultimo mese», continuava l'editorialista del Corriere, «soprattutto dalla seconda metà, inclusi i primi due giorni di luglio - si registra il terzo più alto numero di morti e scomparsi in mare da quando due anni e mezzo fa le agenzie internazionali hanno iniziato a tenere i conti. Sono annegati o risultano scomparsi nel Mediterraneo il 9% di coloro che hanno provato la traversata dalla Libia, la quota più alta di sempre. In tutto si tratta di 679 morti. Se n'erano avuti di più solo nel maggio e nel novembre 2016, ma allora le partenze dalle coste libiche erano il doppio o il triplo rispetto a quelle di quest'ultimo giugno».
Da dove ha preso questi dati Fubini? Li ha calcolati «Matteo Villa dell'Ispi di Milano sulla base delle cifre fornite dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e dall'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr)». Fonte autorevole, insomma. Peccato che il giornalista di via Solferino la sfrutti per giungere a conclusioni errate.
Tanto per cominciare, ieri mattina lo stesso Matteo Villa ha ricalcolato il numero dei morti (o dispersi) in mare in giugno. Sono 565 persone su 7.413 partite dalla Libia. Quindi la percentuale di decessi è del 7,6%. Se si esaminano tutti i dati resi disponibili dall'Ispi - che vanno dal gennaio 2016 al giugno 2018 - si scoprono un po' di cose interessanti. La prima è che la percentuale di morti in mare più alta si è avuta nel febbraio 2018, quando - su 1.434 persone partite dalla Libia - ne sono decedute 121. Significa che i morti sono stati l'8,4% del totale. Nel febbraio 2018 al governo c'erano Paolo Gentiloni e il Partito democratico. Assassini anche loro?
Ma non è finita. Sul Corriere, Fubini riporta le parole di Flavio Di Giacomo dell'Oim, secondo cui «da quando le Ong sono state messe nell'impossibilità di lavorare, la minore presenza di navi che pattugliano quelle acque (cioè quelle nei pressi della Libia, ndr) sta rendendo i naufragi più frequenti». Beh, anche questo non è vero. Basta, di nuovo, guardare i dati pubblicati dall'Ispi. Nell'aprile del 2016 (il ministro dell'Interno era Angelino Alfano e il premier era Matteo Renzi) le Ong operavano a pieno regime, eppure la percentuale di morti in mare è stata del 7,6%. La stessa registrata nel giugno del 2018. Curioso, vero?
È evidente che Federico Fubini, sul Corriere, aveva il preciso intento di attaccare questo esecutivo. A suo dire, se la situazione nel Mediterraneo è peggiorata e i decessi sono cresciuti, è perché «sono quasi sparite dalle acque davanti alla Libia le navi per la ricerca e soccorso delle Ong». Ma l'argomentazione non regge, e le cifre lo dimostrano.
La verità è che i dati dell'Ispi su morti e partenze vanno esaminati a partire dalla consapevolezza che il «fattore caso» gioca un ruolo fondamentale. Certo, tendenzialmente in primavera-estate le partenze aumentano, e il numero complessivo di morti, di conseguenza, tende a essere piuttosto alto. Ma ci sono anche variazioni del tutto imprevedibili. Per esempio, nel dicembre del 2017 sono partiti dalla Libia in 3.182, e sono morti in 9. Nell'ottobre del 2017, a fronte di 3.615 partenze, sono morti in 167. Cosa vuol dire? Che, purtroppo, quando si parla di naufragi bisogna considerare tantissimi dettagli, comprese le condizioni delle barche o dei gommoni utilizzati dai trafficanti di uomini. Costoro sono i principali responsabili della mattanza, e hanno approfittato della presenza delle navi italiane prima e delle Ong poi per alimentare i propri affari. Ma torniamo alle cifre.
Fa notare Matteo Villa dell'Ispi, con cui ieri abbiamo scambiato alcune email, che il picco di morti dell'8,4% del febbraio 2016 è stato raggiunto «in un mese con 1.434 partenze, e le morti sono quasi tutte ascrivibili a un singolo naufragio con 100 morti e dispersi, avvenuto il 1° febbraio. Da giugno», precisa il ricercatore, «abbiamo avuto 16 naufragi, e 6 di questi hanno provocato almeno 50 morti o dispersi. Il cambio di passo c'è tutto». Questo dimostra, semmai, che i dati pubblicati dall'Ispi meritano una lettura approfondita, e prima di giungere a conclusioni bisognerebbe verificare come e quando sono avvenuti i vari incidenti nel Mediterraneo. Tutti, non solo quelli degli ultimi mesi.
In ogni caso, Villa dichiara: «Non si vuole sostenere che la “causa" dei naufragi o delle morti sia l'assenza delle Ong (o, se è per questo, di altro naviglio che faccia Sar). Si sostiene che l'aumento dei naufragi e dei morti sta avvenendo in un momento in cui non ci sono sufficienti mezzi per prestare soccorso». Ottimo. Solo che il Corriere della Sera dice esattamente il contrario, cioè che i morti sono aumentati proprio a causa dell'assenza delle Ong. È la stessa testi sostenuta dal fondatore di Open Arms, Oscar Camps, secondo cui la chiusura dei porti ai taxi del mare ha prodotto «360 morti». Della medesima idea è pure Roberto Saviano, il quale ha accusato il governo di essere il mandante delle stragi marittime. «I 100 migranti (tra cui 3 neonati) annegati pochi giorni fa nel Mediterraneo potevano essere salvati», ha scritto. «La responsabilità politica della strage è dei ministri Salvini e Toninelli, che hanno impedito alle Ong di prestare soccorso, e dell'Europa che li ha lasciati fare». Beh, i dati dell'Ispi dimostrano che Saviano ha torto: l'assenza delle Ong non causa - in generale - un aumento dei disastri. Quanto allo specifico naufragio a cui lo scrittore fa riferimento, è avvenuto a poche miglia dalla costa libica, ed è tutto da dimostrare che le navi degli attivisti avrebbero potuto raggiungere in tempo i migranti in difficoltà.
Comunque sia, l'Italia non ha alcuna responsabilità, trattandosi di acque territoriali libiche. Se davvero si vuole ridurre il numero dei morti ci sono solo due cose da fare. La prima è fermare le partenze. La seconda è dotare la Guardia costiera libica di più mezzi e risorse. E il governo - tramite decreto - si è appena impegnato a farlo. A Saviano, però, non sta bene. «Finanziare la Guardia costiera libica significa fomentare il traffico e non fermarlo», ha scritto. E ha concluso: «Da me non avrete nessun aiuto: non sarò mai vostro complice». Che dire, ce ne faremo una ragione...
Francesco Borgonovo
L’immigrazione? Non vale le pensioni
Il presidente Inps, Tito Boeri, ha le idee chiare. Non gli piacciono quelle del nuovo governo. Durante il consueto rapporto annuale dell'Istituto dopo aver elencato i pilastri delle erogazioni, le medie degli assegni, i tagli dei costi, Boeri si è dedicati all'analisi puntuale del decreto Dignità. Ha spiegato che è bene mantenere salda la legge Fornero e inserire più flessibilità. Ha criticato l'introduzione delle causali nei contratti a termine, sebbene ha dovuto ammettere che cinque proroghe del medesimo contratto siano troppe. Ha acceso pure un faro sui giovani, opponendosi alla scelta di favorire eccessivamente i pensionati a svantaggio dei giovani. «Purtroppo», ha aggiunto Boeri, «la fuga all'estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non sembra essersi arrestata neanche con la fine della crisi». Al di là delle puntualizzazioni, il numero uno dell'Inps ieri ha utilizzato il suo ruolo di tecnico per fare politica. Ha infatti mosso un passo più in là di quanto spetterebbe a un presidente della previdenza nel momento i cui decide di smontare le due scelte principali del governo a trazione leghista. Regolamentare i flussi di immigrati clandestini e abolire la Fornero per applicare il modello quota 100.
Sugli immigrati Boeri ha riacceso il disco rotto. Ribadendo per l'ennesimo volta che senza immigrati nessuno in futuro godrà più delle pensioni. La storia «ci insegna che quando si pongono forti restrizioni all'immigrazione regolare, aumenta l'immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell'immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5%», ha sentenziato Boeri. «In presenza di decreti flussi del tutto irrealistici», ha sottolineato, la domanda di lavoro immigrato «si riversa sull'immigrazione irregolare di chi arriva in aereo o in macchina, non coi barconi ma coi visti turistici, e rimane in Italia a visto scaduto». I dati originano da una tabella che il presidente ha pubblicato su Twitter nella quale si evince che i flussi di messicani al confine con gli Usa sono inversamente proporzionali alle green card emesse da Washington. Certo, peccato che l'esempio sia totalmente scollegato alla realtà del Mediterraneo. Soprattutto a essere palesemente falsa è la premessa. Non ci risulta che il governo voglia chiudere i flussi regolari e soprattutto nessuno potrà mai sostenere che gli irregolari versino i contributi all'Inps. Al netto del buon senso la vulgata dell'importanza degli immigrati per salvare le pensioni è stata smontata pure da Bankitalia. Abbiamo già scritto dello studio di Palazzo Koch datato aprile scorso. La ricerca di Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli fornisce uno sguardo di lungo periodo e conclude che il problema demografico/contirbutivo non si risolve con gli immigrati.
«Nel decennio 2001-2011, con una popolazione straniera residente che supera i 4,5 milioni (7,7% del totale), il contributo demografico degli immigrati è considerevole (1,1%) e compensa parzialmente il dividendo demografico negativo che origina dalla popolazione italiana (-4,2%). Nell'ultimo difficile quinquennio, il contributo degli stranieri si attesta su un più modesto 0,2%», si legge nel paper. A pagina 19 del documento i tre economisti: «L'apporto specifico dell'immigrazione sarebbe favorevole nei prossimi tre decenni, ma partire dal 2041 anche il contributo dell'immigrazione diverrebbe negativo». Una frase che da sola smonta tutte le teorie sostenute dal governo uscente e pure da Boeri. Chi legifera dovrà porsi il problema del calo contributivo e del drammatico crollo della produttività in Italia. Il Paese sarà obbligato a porsi il problema, questo sì reale, ma cercare di affrontarlo con una bufala sull'immigrazione non serve in alcun modo. «I numeri non mentono», ha detto ieri Boeri rispondendo a Matteo Salvini che gli ha dedicato una domanda: «Ma vivi sulla luna?». È vero che i numeri non mentono, ma possono sempre mentire le persone che li interpretano o ne leggono soltanto una parte. Non ci riferiamo a Boeri, il quale non mente. Ma ha una grande dimestichezza sui numeri, e sa gestirli con destrezza per sostenere le proprie tesi. Basti pensare al secondo pilastro del contratto di governo che l'attuale presidente Inps mira a smontare a tutti i costi. Per tenere in piedi la legge Fornero sostiene che per finanziare quota 100 (si va in pensione quando la somma fra età anagrafica e contributi annui versati al fisco raggiunge valore 100) o quota 41 (il numero degli anni in cui si sono versati i contributi) costi il primo anno 15 miliardi e a regime addirittura 20 miliardi di euro. Tutte le agenzie hanno sbandierato la cifra per rimarcare che la Fornero non si tocca. Nel rapporto Inps lo stesso Boeri poi ammette che la quota 100 con 64 anni e i requisiti attuali di anzianità contributiva costerebbe 4 miliardi e 8 a regime. Vediamo però le dichiarazioni di Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali e ispiratore della riforma appoggiata dalla Lega, che ha sintetizzato egregiamente i numeri che girano su quota 100. «Perché non si conosce la proposta. L'idea è di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni con 36 di contributi. Oppure 41 anni e mezzo di contributi, a prescindere dall'età e non più di 2-3 anni di contributi figurativi, per escludere chi è stato in cassa integrazione per dieci anni, ad esempio», ha detto Brambilla, spiegando anche che grazie ai fondi esuberi delle diverse categorie si potrebbe arrivare a pensionamenti anticipati senza costi per lo Stato. Inoltre, ha ricordato che l'Ape social costa 1,5 miliardi all'anno sui conti pubblici. «Ed è molto discrezionale, per questo verrà abolita, mentre l'Ape volontaria rimarrebbe in vigore», ha concluso. Dunque, la riforma leghista delle pensioni è tutta da fare. Presenta dei nei anche grossi. Abolire Ape social significa penalizzare chi è occupato nei settori più usuranti, ma quello che è certo è che non costerà 20 miliardi. Insistere, come fa Boeri, non è corretto.
Claudio Antonelli
La flat tax è una cosa infattibile? Cottarelli gioca sporco sui russi
Quella nella quale siamo immersi non è solo l'era della fake news ma anche del fact checking, cioè della verifica dei fatti. Tutto ciò è possibile in gran parte grazie a Internet che, se si sa dove andare a cercare, funziona come un contenitore virtualmente infinito di informazioni, numeri e statistiche. La credibilità di un politico da qualche anno a questa parte può essere dunque misurata con relativa facilità anche da un comune cittadino che ha accesso alla rete e una discreta padronanza delle fonti. Un rischio per coloro i quali intervengono di fronte al grande pubblico, dal momento che le possibilità di essere smentiti in tempo reale aumentano esponenzialmente.
È proprio quanto accaduto martedì sera, nel corso della puntata di una trasmissione di La7, In onda, che ha visto andare in scena un duello a colpi di numeri tra Claudio Borghi, deputato della Lega, e Carlo Cottarelli, ex premier incaricato e direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani dell'Università Cattolica. Borghi è considerato dal giornalismo mainstream un «populista», etichetta che si è guadagnato anche a causa del suo presidio costante su Twitter, social sul quale difende strenuamente le proprie idee a tutte le ore del giorno e della notte. Cottarelli invece può essere considerato un pezzo importante dell'establishment, grazie a una lunga e patinata carriera da Banca d'Italia al Fondo monetario internazionale fino alle porte (poi chiuse in faccia) di Palazzo Chigi.
Al centro del contendere la famigerata «flat tax», la riforma inserita nel contratto di governo legastellato che prevede l'introduzione di due aliquote (una al 15% e l'altra al 20%) e una deduzione fissa di 3.000 euro sulla base del reddito familiare. Intervenuto per difendere l'introduzione di questa misura fiscale, Borghi ha portato l'esempio della Russia, che ha introdotto nel 2001 un'aliquota unica del 13% per i redditi personali. Una misura che, per citare il deputato della Lega, ha causato un «aumento del gettito del 25%». La replica del suo interlocutore non si è fatta attendere: secondo il direttore del Cpi l'incremento delle entrate fiscali sarebbe stato causato, piuttosto, dal fatto che «in quel periodo il prezzo del petrolio è passato da 10 dollari al barile a 60 dollari». L'affidabile Cottarelli smonta, pare, la tesi del «populista» Borghi nel giro di pochi secondi. Peccato però che i dati citati dall'ex direttore del Fmi non trovino alcun riscontro con la realtà. Basta dare uno sguardo ai numeri per capire che se nel 2001 il prezzo del greggio era 23 dollari al barile, nel 2002 scendeva addirittura a 22,8 dollari. Anche ammettendo, come precisato da Cottarelli pochi istanti dopo, che il «periodo» a cui si fa riferimento è il triennio 1999-2001, i conti non tornano affatto. Nel 1999 il petrolio non era quotato a 10 dollari bensì a 16,5 e i 60 dollari sarebbero stati superati solo nel 2007, quindi ben 6 anni più tardi rispetto al 2001. «Se lei mi dice che nel 2001 il prezzo del petrolio è aumentato di sei volte, lei purtroppo sta facendo burla di sé stesso», ha esclamato a quel punto Borghi. «Cominciamo con l'interpretazione autentica di chi dice delle balle e di chi dice delle cose sensate», ha proseguito il deputato leggendo in studio i dati delle quotazioni, rintracciabili da chiunque con una semplice ricerca su Internet.
Poco più tardi su Twitter è iniziato da parte di Carlo Cottarelli il tentativo, durato l'intera giornata, di rimediare alla figuraccia fatta in diretta. A mezzanotte e 14 minuti parte il primo cinguettio: «Risposta a Borghi sulla Russia: tra il 1998 e il 2000 il prezzo del petrolio è aumentato del 130% causando il boom dell'economia russa negli anni seguenti. Altro che miracoli della flat tax!». Errata corrige di non poco conto. Non si parla più infatti del 1999 (anche nell'interpretazione più generosa delle parole pronunciate su La7) ma del 1998, quando in effetti il prezzo al barile era di 12 dollari, e l'incremento non è più di sei volte ma del 130%. Troppo facile correggere il tiro quando si è tranquillamente seduti alla propria scrivania! Da un uomo che ambiva a guidare il governo del Paese sarebbe lecito attendersi una maggiore precisione.
L'ultima precisazione è delle 18, quando Cottarelli si affida sempre a Twitter per un'ennesima replica: «La verità: il prezzo del petrolio era 10 dollari al barile nel feb '99, 28 dollari nel feb '01 e 60 dollari nell'ago '05. Questo è coerente con quanto ho detto ieri sera (vedi sotto), ma le grida di Borghi hanno coperto la seconda frase. Ascoltasse di più e gridasse di meno...». Con il passare delle ore siamo arrivati addirittura al 2005, e la colpa ora è del deputato leghista, le cui urla avrebbero ostacolato la comprensione del suo pensiero.
Sarebbe stato sufficiente ammettere l'imprecisione, voltare pagina e andare avanti. Cottarelli ha scelto invece di infilarsi in un vicolo cieco, continuando a peggiorare la sua situazione. Chi sia l'autore della fake news a questo punto, lo lasciamo giudicare a voi.
Antonio Grizzuti
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Roberto Saviano incolpa il governo dei morti in mare. Ma uno studio sui naufragi mostra che non c'è nesso con il blocco dell'azione delle Ong.Carlo Cottarelli si inventa un boom del prezzo del petrolio per negare gli effetti della flat tax in Russia. Le cifre lo inchiodano, lui abbozza.Tito Boeri va in aula a ridire la vecchia favola dei migranti che sostengono la previdenza. E salva la Fornero: quota 100 costa 20 miliardi. È falso.Lo speciale contiene tre articoli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra-come-difendersi-dai-cialtroni-2583842693.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra" data-post-id="2583842693" data-published-at="1780216761" data-use-pagination="False"> Il picco di morti nel Mediterraneo? C’è stato quando governava la sinistra Come sono spietati, questi populisti al governo: vogliono il sangue. «Migranti, muore il 9% di chi parte. Il dato record dell'ultimo mese», tuonava ieri dalle colonne del Corriere della Sera Federico Fubini. Un articolo drammatico, il suo: «Per chi si imbarca in cerca di un futuro in Europa, non era mai stato tanto probabile morire in mare durante la traversata dalla Libia». Colpa dell'attuale esecutivo, ovviamente. «Qualcosa di nuovo sta succedendo sulle rotte migratorie, da quando il primo giugno ha giurato al Quirinale il governo di Giuseppe Conte», spiegava Fubini. Tradotto: da quando ci sono i pentaleghisti, per i poveri migranti si mette davvero male e l'ecatombe è già iniziata. «Nell'ultimo mese», continuava l'editorialista del Corriere, «soprattutto dalla seconda metà, inclusi i primi due giorni di luglio - si registra il terzo più alto numero di morti e scomparsi in mare da quando due anni e mezzo fa le agenzie internazionali hanno iniziato a tenere i conti. Sono annegati o risultano scomparsi nel Mediterraneo il 9% di coloro che hanno provato la traversata dalla Libia, la quota più alta di sempre. In tutto si tratta di 679 morti. Se n'erano avuti di più solo nel maggio e nel novembre 2016, ma allora le partenze dalle coste libiche erano il doppio o il triplo rispetto a quelle di quest'ultimo giugno».Da dove ha preso questi dati Fubini? Li ha calcolati «Matteo Villa dell'Ispi di Milano sulla base delle cifre fornite dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e dall'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr)». Fonte autorevole, insomma. Peccato che il giornalista di via Solferino la sfrutti per giungere a conclusioni errate.Tanto per cominciare, ieri mattina lo stesso Matteo Villa ha ricalcolato il numero dei morti (o dispersi) in mare in giugno. Sono 565 persone su 7.413 partite dalla Libia. Quindi la percentuale di decessi è del 7,6%. Se si esaminano tutti i dati resi disponibili dall'Ispi - che vanno dal gennaio 2016 al giugno 2018 - si scoprono un po' di cose interessanti. La prima è che la percentuale di morti in mare più alta si è avuta nel febbraio 2018, quando - su 1.434 persone partite dalla Libia - ne sono decedute 121. Significa che i morti sono stati l'8,4% del totale. Nel febbraio 2018 al governo c'erano Paolo Gentiloni e il Partito democratico. Assassini anche loro?Ma non è finita. Sul Corriere, Fubini riporta le parole di Flavio Di Giacomo dell'Oim, secondo cui «da quando le Ong sono state messe nell'impossibilità di lavorare, la minore presenza di navi che pattugliano quelle acque (cioè quelle nei pressi della Libia, ndr) sta rendendo i naufragi più frequenti». Beh, anche questo non è vero. Basta, di nuovo, guardare i dati pubblicati dall'Ispi. Nell'aprile del 2016 (il ministro dell'Interno era Angelino Alfano e il premier era Matteo Renzi) le Ong operavano a pieno regime, eppure la percentuale di morti in mare è stata del 7,6%. La stessa registrata nel giugno del 2018. Curioso, vero?È evidente che Federico Fubini, sul Corriere, aveva il preciso intento di attaccare questo esecutivo. A suo dire, se la situazione nel Mediterraneo è peggiorata e i decessi sono cresciuti, è perché «sono quasi sparite dalle acque davanti alla Libia le navi per la ricerca e soccorso delle Ong». Ma l'argomentazione non regge, e le cifre lo dimostrano.La verità è che i dati dell'Ispi su morti e partenze vanno esaminati a partire dalla consapevolezza che il «fattore caso» gioca un ruolo fondamentale. Certo, tendenzialmente in primavera-estate le partenze aumentano, e il numero complessivo di morti, di conseguenza, tende a essere piuttosto alto. Ma ci sono anche variazioni del tutto imprevedibili. Per esempio, nel dicembre del 2017 sono partiti dalla Libia in 3.182, e sono morti in 9. Nell'ottobre del 2017, a fronte di 3.615 partenze, sono morti in 167. Cosa vuol dire? Che, purtroppo, quando si parla di naufragi bisogna considerare tantissimi dettagli, comprese le condizioni delle barche o dei gommoni utilizzati dai trafficanti di uomini. Costoro sono i principali responsabili della mattanza, e hanno approfittato della presenza delle navi italiane prima e delle Ong poi per alimentare i propri affari. Ma torniamo alle cifre.Fa notare Matteo Villa dell'Ispi, con cui ieri abbiamo scambiato alcune email, che il picco di morti dell'8,4% del febbraio 2016 è stato raggiunto «in un mese con 1.434 partenze, e le morti sono quasi tutte ascrivibili a un singolo naufragio con 100 morti e dispersi, avvenuto il 1° febbraio. Da giugno», precisa il ricercatore, «abbiamo avuto 16 naufragi, e 6 di questi hanno provocato almeno 50 morti o dispersi. Il cambio di passo c'è tutto». Questo dimostra, semmai, che i dati pubblicati dall'Ispi meritano una lettura approfondita, e prima di giungere a conclusioni bisognerebbe verificare come e quando sono avvenuti i vari incidenti nel Mediterraneo. Tutti, non solo quelli degli ultimi mesi.In ogni caso, Villa dichiara: «Non si vuole sostenere che la “causa" dei naufragi o delle morti sia l'assenza delle Ong (o, se è per questo, di altro naviglio che faccia Sar). Si sostiene che l'aumento dei naufragi e dei morti sta avvenendo in un momento in cui non ci sono sufficienti mezzi per prestare soccorso». Ottimo. Solo che il Corriere della Sera dice esattamente il contrario, cioè che i morti sono aumentati proprio a causa dell'assenza delle Ong. È la stessa testi sostenuta dal fondatore di Open Arms, Oscar Camps, secondo cui la chiusura dei porti ai taxi del mare ha prodotto «360 morti». Della medesima idea è pure Roberto Saviano, il quale ha accusato il governo di essere il mandante delle stragi marittime. «I 100 migranti (tra cui 3 neonati) annegati pochi giorni fa nel Mediterraneo potevano essere salvati», ha scritto. «La responsabilità politica della strage è dei ministri Salvini e Toninelli, che hanno impedito alle Ong di prestare soccorso, e dell'Europa che li ha lasciati fare». Beh, i dati dell'Ispi dimostrano che Saviano ha torto: l'assenza delle Ong non causa - in generale - un aumento dei disastri. Quanto allo specifico naufragio a cui lo scrittore fa riferimento, è avvenuto a poche miglia dalla costa libica, ed è tutto da dimostrare che le navi degli attivisti avrebbero potuto raggiungere in tempo i migranti in difficoltà.Comunque sia, l'Italia non ha alcuna responsabilità, trattandosi di acque territoriali libiche. Se davvero si vuole ridurre il numero dei morti ci sono solo due cose da fare. La prima è fermare le partenze. La seconda è dotare la Guardia costiera libica di più mezzi e risorse. E il governo - tramite decreto - si è appena impegnato a farlo. A Saviano, però, non sta bene. «Finanziare la Guardia costiera libica significa fomentare il traffico e non fermarlo», ha scritto. E ha concluso: «Da me non avrete nessun aiuto: non sarò mai vostro complice». Che dire, ce ne faremo una ragione...Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra-come-difendersi-dai-cialtroni-2583842693.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="limmigrazione-non-vale-le-pensioni" data-post-id="2583842693" data-published-at="1780216761" data-use-pagination="False"> L’immigrazione? Non vale le pensioni Il presidente Inps, Tito Boeri, ha le idee chiare. Non gli piacciono quelle del nuovo governo. Durante il consueto rapporto annuale dell'Istituto dopo aver elencato i pilastri delle erogazioni, le medie degli assegni, i tagli dei costi, Boeri si è dedicati all'analisi puntuale del decreto Dignità. Ha spiegato che è bene mantenere salda la legge Fornero e inserire più flessibilità. Ha criticato l'introduzione delle causali nei contratti a termine, sebbene ha dovuto ammettere che cinque proroghe del medesimo contratto siano troppe. Ha acceso pure un faro sui giovani, opponendosi alla scelta di favorire eccessivamente i pensionati a svantaggio dei giovani. «Purtroppo», ha aggiunto Boeri, «la fuga all'estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non sembra essersi arrestata neanche con la fine della crisi». Al di là delle puntualizzazioni, il numero uno dell'Inps ieri ha utilizzato il suo ruolo di tecnico per fare politica. Ha infatti mosso un passo più in là di quanto spetterebbe a un presidente della previdenza nel momento i cui decide di smontare le due scelte principali del governo a trazione leghista. Regolamentare i flussi di immigrati clandestini e abolire la Fornero per applicare il modello quota 100. Sugli immigrati Boeri ha riacceso il disco rotto. Ribadendo per l'ennesimo volta che senza immigrati nessuno in futuro godrà più delle pensioni. La storia «ci insegna che quando si pongono forti restrizioni all'immigrazione regolare, aumenta l'immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell'immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5%», ha sentenziato Boeri. «In presenza di decreti flussi del tutto irrealistici», ha sottolineato, la domanda di lavoro immigrato «si riversa sull'immigrazione irregolare di chi arriva in aereo o in macchina, non coi barconi ma coi visti turistici, e rimane in Italia a visto scaduto». I dati originano da una tabella che il presidente ha pubblicato su Twitter nella quale si evince che i flussi di messicani al confine con gli Usa sono inversamente proporzionali alle green card emesse da Washington. Certo, peccato che l'esempio sia totalmente scollegato alla realtà del Mediterraneo. Soprattutto a essere palesemente falsa è la premessa. Non ci risulta che il governo voglia chiudere i flussi regolari e soprattutto nessuno potrà mai sostenere che gli irregolari versino i contributi all'Inps. Al netto del buon senso la vulgata dell'importanza degli immigrati per salvare le pensioni è stata smontata pure da Bankitalia. Abbiamo già scritto dello studio di Palazzo Koch datato aprile scorso. La ricerca di Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli fornisce uno sguardo di lungo periodo e conclude che il problema demografico/contirbutivo non si risolve con gli immigrati. «Nel decennio 2001-2011, con una popolazione straniera residente che supera i 4,5 milioni (7,7% del totale), il contributo demografico degli immigrati è considerevole (1,1%) e compensa parzialmente il dividendo demografico negativo che origina dalla popolazione italiana (-4,2%). Nell'ultimo difficile quinquennio, il contributo degli stranieri si attesta su un più modesto 0,2%», si legge nel paper. A pagina 19 del documento i tre economisti: «L'apporto specifico dell'immigrazione sarebbe favorevole nei prossimi tre decenni, ma partire dal 2041 anche il contributo dell'immigrazione diverrebbe negativo». Una frase che da sola smonta tutte le teorie sostenute dal governo uscente e pure da Boeri. Chi legifera dovrà porsi il problema del calo contributivo e del drammatico crollo della produttività in Italia. Il Paese sarà obbligato a porsi il problema, questo sì reale, ma cercare di affrontarlo con una bufala sull'immigrazione non serve in alcun modo. «I numeri non mentono», ha detto ieri Boeri rispondendo a Matteo Salvini che gli ha dedicato una domanda: «Ma vivi sulla luna?». È vero che i numeri non mentono, ma possono sempre mentire le persone che li interpretano o ne leggono soltanto una parte. Non ci riferiamo a Boeri, il quale non mente. Ma ha una grande dimestichezza sui numeri, e sa gestirli con destrezza per sostenere le proprie tesi. Basti pensare al secondo pilastro del contratto di governo che l'attuale presidente Inps mira a smontare a tutti i costi. Per tenere in piedi la legge Fornero sostiene che per finanziare quota 100 (si va in pensione quando la somma fra età anagrafica e contributi annui versati al fisco raggiunge valore 100) o quota 41 (il numero degli anni in cui si sono versati i contributi) costi il primo anno 15 miliardi e a regime addirittura 20 miliardi di euro. Tutte le agenzie hanno sbandierato la cifra per rimarcare che la Fornero non si tocca. Nel rapporto Inps lo stesso Boeri poi ammette che la quota 100 con 64 anni e i requisiti attuali di anzianità contributiva costerebbe 4 miliardi e 8 a regime. Vediamo però le dichiarazioni di Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali e ispiratore della riforma appoggiata dalla Lega, che ha sintetizzato egregiamente i numeri che girano su quota 100. «Perché non si conosce la proposta. L'idea è di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni con 36 di contributi. Oppure 41 anni e mezzo di contributi, a prescindere dall'età e non più di 2-3 anni di contributi figurativi, per escludere chi è stato in cassa integrazione per dieci anni, ad esempio», ha detto Brambilla, spiegando anche che grazie ai fondi esuberi delle diverse categorie si potrebbe arrivare a pensionamenti anticipati senza costi per lo Stato. Inoltre, ha ricordato che l'Ape social costa 1,5 miliardi all'anno sui conti pubblici. «Ed è molto discrezionale, per questo verrà abolita, mentre l'Ape volontaria rimarrebbe in vigore», ha concluso. Dunque, la riforma leghista delle pensioni è tutta da fare. Presenta dei nei anche grossi. Abolire Ape social significa penalizzare chi è occupato nei settori più usuranti, ma quello che è certo è che non costerà 20 miliardi. Insistere, come fa Boeri, non è corretto. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-picco-di-morti-nel-mediterraneo-ce-stato-quando-governava-la-sinistra-come-difendersi-dai-cialtroni-2583842693.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-flat-tax-e-una-cosa-infattibile-cottarelli-gioca-sporco-sui-russi" data-post-id="2583842693" data-published-at="1780216761" data-use-pagination="False"> La flat tax è una cosa infattibile? Cottarelli gioca sporco sui russi Quella nella quale siamo immersi non è solo l'era della fake news ma anche del fact checking, cioè della verifica dei fatti. Tutto ciò è possibile in gran parte grazie a Internet che, se si sa dove andare a cercare, funziona come un contenitore virtualmente infinito di informazioni, numeri e statistiche. La credibilità di un politico da qualche anno a questa parte può essere dunque misurata con relativa facilità anche da un comune cittadino che ha accesso alla rete e una discreta padronanza delle fonti. Un rischio per coloro i quali intervengono di fronte al grande pubblico, dal momento che le possibilità di essere smentiti in tempo reale aumentano esponenzialmente. È proprio quanto accaduto martedì sera, nel corso della puntata di una trasmissione di La7, In onda, che ha visto andare in scena un duello a colpi di numeri tra Claudio Borghi, deputato della Lega, e Carlo Cottarelli, ex premier incaricato e direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani dell'Università Cattolica. Borghi è considerato dal giornalismo mainstream un «populista», etichetta che si è guadagnato anche a causa del suo presidio costante su Twitter, social sul quale difende strenuamente le proprie idee a tutte le ore del giorno e della notte. Cottarelli invece può essere considerato un pezzo importante dell'establishment, grazie a una lunga e patinata carriera da Banca d'Italia al Fondo monetario internazionale fino alle porte (poi chiuse in faccia) di Palazzo Chigi. Al centro del contendere la famigerata «flat tax», la riforma inserita nel contratto di governo legastellato che prevede l'introduzione di due aliquote (una al 15% e l'altra al 20%) e una deduzione fissa di 3.000 euro sulla base del reddito familiare. Intervenuto per difendere l'introduzione di questa misura fiscale, Borghi ha portato l'esempio della Russia, che ha introdotto nel 2001 un'aliquota unica del 13% per i redditi personali. Una misura che, per citare il deputato della Lega, ha causato un «aumento del gettito del 25%». La replica del suo interlocutore non si è fatta attendere: secondo il direttore del Cpi l'incremento delle entrate fiscali sarebbe stato causato, piuttosto, dal fatto che «in quel periodo il prezzo del petrolio è passato da 10 dollari al barile a 60 dollari». L'affidabile Cottarelli smonta, pare, la tesi del «populista» Borghi nel giro di pochi secondi. Peccato però che i dati citati dall'ex direttore del Fmi non trovino alcun riscontro con la realtà. Basta dare uno sguardo ai numeri per capire che se nel 2001 il prezzo del greggio era 23 dollari al barile, nel 2002 scendeva addirittura a 22,8 dollari. Anche ammettendo, come precisato da Cottarelli pochi istanti dopo, che il «periodo» a cui si fa riferimento è il triennio 1999-2001, i conti non tornano affatto. Nel 1999 il petrolio non era quotato a 10 dollari bensì a 16,5 e i 60 dollari sarebbero stati superati solo nel 2007, quindi ben 6 anni più tardi rispetto al 2001. «Se lei mi dice che nel 2001 il prezzo del petrolio è aumentato di sei volte, lei purtroppo sta facendo burla di sé stesso», ha esclamato a quel punto Borghi. «Cominciamo con l'interpretazione autentica di chi dice delle balle e di chi dice delle cose sensate», ha proseguito il deputato leggendo in studio i dati delle quotazioni, rintracciabili da chiunque con una semplice ricerca su Internet. Poco più tardi su Twitter è iniziato da parte di Carlo Cottarelli il tentativo, durato l'intera giornata, di rimediare alla figuraccia fatta in diretta. A mezzanotte e 14 minuti parte il primo cinguettio: «Risposta a Borghi sulla Russia: tra il 1998 e il 2000 il prezzo del petrolio è aumentato del 130% causando il boom dell'economia russa negli anni seguenti. Altro che miracoli della flat tax!». Errata corrige di non poco conto. Non si parla più infatti del 1999 (anche nell'interpretazione più generosa delle parole pronunciate su La7) ma del 1998, quando in effetti il prezzo al barile era di 12 dollari, e l'incremento non è più di sei volte ma del 130%. Troppo facile correggere il tiro quando si è tranquillamente seduti alla propria scrivania! Da un uomo che ambiva a guidare il governo del Paese sarebbe lecito attendersi una maggiore precisione. L'ultima precisazione è delle 18, quando Cottarelli si affida sempre a Twitter per un'ennesima replica: «La verità: il prezzo del petrolio era 10 dollari al barile nel feb '99, 28 dollari nel feb '01 e 60 dollari nell'ago '05. Questo è coerente con quanto ho detto ieri sera (vedi sotto), ma le grida di Borghi hanno coperto la seconda frase. Ascoltasse di più e gridasse di meno...». Con il passare delle ore siamo arrivati addirittura al 2005, e la colpa ora è del deputato leghista, le cui urla avrebbero ostacolato la comprensione del suo pensiero. Sarebbe stato sufficiente ammettere l'imprecisione, voltare pagina e andare avanti. Cottarelli ha scelto invece di infilarsi in un vicolo cieco, continuando a peggiorare la sua situazione. Chi sia l'autore della fake news a questo punto, lo lasciamo giudicare a voi. Antonio Grizzuti
Nel riquadro la vittima Pietro Alberto Paolo Signor. Sullo sfondo i Giardini di Villetta Di Negro (iStock)
In questi anni, mentre era in attesa di regolarizzare la propria posizione, il senegalese ha deciso di segnalarsi per una condotta non proprio modello. È stato denunciato per rapina, furto, spaccio, ricettazione oltraggio, resistenza e violenza nei confronti di pubblici ufficiali. Un curriculum criminale di tutto rispetto che, però, non è bastato a farlo espellere.
Risultato? La morte di Signor, il quale, a sua volta, in passato era stato denunciato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Al momento della richiesta, a Cissé era stato rilasciato un permesso temporaneo, rinnovabile fino alla conclusione della procedura. Che, nel caso del quarantaduenne africano, è diventata interminabile. Durante l’attesa, molti richiedenti vengono inseriti nel sistema di accoglienza, mentre Cissé è diventato un balordo di strada.
Davanti alla commissione territoriale, come tutti gli stranieri nella sua posizione, aveva dovuto raccontare la propria storia, spiegare le ragioni della fuga e rispondere alle domande dei commissari. Che, però, alla fine, hanno respinto la sua richiesta. Cissé ha impugnato il provvedimento davanti alla sezione specializzata del Tribunale competente, che in questo caso dovrebbe essere Milano. Quando il giudice conferma il rigetto, è possibile ricorrere in Cassazione (ma solo per contestare errori di procedura o di diritto). Per quanto riguarda Cissé, non è chiaro in quale fase si trovi il suo ricorso. L’unica cosa certa è che questa volta, come è già accaduto in passato, ci è scappato il morto. La vittima, la scorsa estate, aveva usufruito della mensa di Sant’Egidio, ma i volontari dell’associazione non lo ricordano come uno dei volti che si incontrano nei giri serali per la distribuzione di cibo e indumenti. Ancora ieri aveva pubblicato sul suo profilo Facebook un video musicale, una cosa che faceva pressoché ogni giorno: rapper americano o cantanti italiani. E fino a qualche tempo fa scriveva un blog di poesie e riflessioni a sfondo religioso ed esistenziale. Al momento, però, gli investigatori dell’Arma non sono riusciti a scoprire dove abbia passato le ultime notti. Infatti risulta residente in via alla Casa comunale 1, l’indirizzo virtuale istituito dal Comune di Genova per permettere l’iscrizione anagrafica alle persone senza fissa dimora.
Oltre ad amare la musica, Signor era appassionato di poesia, tanto da cimentarsi in sonetti che ha raccolto in una pubblicazione - il titolo è L’anima in poesia di Paps - che si può ancora trovare in diversi siti. Aveva anche studiato alla facoltà di Lettere e filosofia, a Trieste. Poi aveva cominciato a girare l’Italia. Ultima tappa a Genova, dove ieri mattina ha trovato la morte per mano di Cissé. Secondo la prima ricostruzione dei carabinieri del Comando provinciale di Genova, guidato dal colonnello Alessandro Magro, il cittadino senegalese, al culmine di una lite per futili motivi, ha colpito ripetutamente alla testa l’italiano, procurandogli una forte botta al volto e varie ferite che bisognerà accertare se siano state causate da cocci di bottiglia o da una lama. Quindi gli ha legato polsi e caviglie con indumenti che aveva nello zaino e lo ha trascinato in strada. Una ragazza ha visto la scena e ha chiamato il 112. Gli uomini dell’Arma, dopo la segnalazione, sono intervenuti in pochissimi minuti riuscendo a bloccare il presunto responsabile dell’aggressione mentre era ancora sul posto. Nelle telecamere di sorveglianza sono state trovate immagini che riprendono la lite e l’aggressione. Anche l’indagato, a chi lo ha fermato, non ha voluto spiegare il suo gesto. Cissé, alla vista dei militari, ha dato in escandescenza e si è scagliato contro di loro e, in stato di agitazione, è stato ricoverato presso l’ospedale San Martino, dove è stato piantonato in attesa del trasferimento nel carcere di Marassi. In serata, dopo il fermo, la polizia giudiziaria ha proceduto all’arresto e ha inviato gli atti in Procura.
Il parco dove è avvenuto il delitto, Villetta Di Negro, è stato chiuso per consentire al personale della scientifica dell’Arma di svolgere i rilievi. La ragazza che ha chiamato il 112 è stata portata in caserma e interrogata. È anche merito suo se l’omicida non è riuscito a nascondere il corpo senza vita di Signor. Gli inquirenti dovranno capire come mai, invece di scappare, l’africano abbia perso tempo a legare la vittima. Un errore che probabilmente gli ha impedito di far perdere le proprie tracce, anche se le telecamere del parco avevano ripreso l’omicidio. Villetta Di Negro è un piccolo gioiello ottocentesco con una scenografica cascata e il Museo d’arte orientale Chiossonem in stile razionalista, il tutto affacciato sulla Place de l’Etoile genovese, piazza Corvetto. Nonostante queste bellezze, da tempo il giardino pubblico è abbandonato al degrado e, nonostante la chiusura notturna, accoglie numerosi sbandati. «Sono più di due settimane che chiediamo, come minoranza del Municipio 1 Centro-Est, una commissione su Villetta Di Negro, perché la situazione di pericolo, tra spaccio e tossici, era già evidente e le preoccupazioni dei cittadini erano sotto gli occhi di tutti. In due settimane la risposta del presidente Simona Cosso è stata insufficiente. Oggi ci troviamo a commentare un omicidio nel pieno centro della città. Davvero bisognava arrivare a un morto per sperare di essere ascoltati?», hanno dichiarato i consiglieri di Vince Genova, lista civica di centrodestra. Il sindaco Silvia Salis ha risposto da una delle sue tante trasferte, questa volta in Puglia: «L’amministrazione comunale sta seguendo con grande attenzione gli sviluppi della tragica aggressione avvenuta questa mattina a Villetta Di Negro. In questi momenti, il mio pensiero va alla vittima e il mio ringraziamento va alle forze dell’ordine che, grazie al loro immediato intervento, hanno individuato e fermato subito il presunto responsabile e stanno ricostruendo la dinamica di una vicenda che ci colpisce profondamente».
Pochi mesi fa, per la prima volta in Italia, è stato realizzato un censimento nazionale delle persone senza fissa dimora in 14 grandi città. Genova si è segnalata per un non invidiabile record: qui la percentuale di persone costrette a dormire all’aperto ha raggiunto il 65,9%. Nel capoluogo ligure, guidato dalla prima cittadina che piace alla gente che piace, quasi due terzi dei senza dimora non trovano posto in una struttura. Uno di questi sfortunati ha trovato la morte in una mattina di fine maggio su una collinetta che quasi si affaccia su Palazzo Tursi, la nobile dimora dove ha la sua sede il Comune di Genova.
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Nel riquadro Manuel Iannuzzi, accusato di maltrattamenti alla piccola Beatrice (Ansa)
La madre della piccola si trova in carcere dal 9 febbraio, inizialmente accusata di omicidio preterintenzionale, ma le indagini hanno portato a modificare la contestazione e adesso la donna è accusata dello stesso reato che ha portato all’arresto del compagno. La bambina era stata trovata morta nella casa della madre la mattina del 9 febbraio dai soccorritori chiamati dalla donna che sosteneva che la piccola aveva difficoltà a respirare. Gli operatori del 118 avevano, però, notato alcuni lividi e macchie sul corpicino e deciso di chiamare i carabinieri e il medico legale che, dopo l’esame esterno, aveva ipotizzato che la morte fosse avvenuta qualche ora prima, ovvero durante la notte.
La donna, interrogata in caserma, aveva sostenuto che i segni sul corpo della bambina erano dovuti a una caduta dalle scale di qualche giorno prima e di aver passato la notte tra l’8 e il 9 febbraio assieme alle tre figlie in casa del suo nuovo compagno, a Perinaldo. Al risveglio, avrebbe preso le tre bambine e sarebbe tornata a casa in macchina.
Le contraddizioni della donna e la comparazione del racconto con l’analisi delle telecamere di sorveglianza e le parole di alcuni testimoni avevano, però, portato all’arresto della donna. L’esame autoptico aveva rivelato la presenza di numerose lesioni e un trauma cranico come cause del decesso. I carabinieri del Ris di Parma, incaricati di eseguire rilievi e sequestri, avevano trovato tracce di sangue nell’auto della donna e nell’abitazione del compagno a Perinaldo. Nell’ordinanza di custodia cautelare, 33 pagine nelle quali si ripercorrono le indagini fin qui svolte e ancora aperte, si utilizzano parole come «sevizie» e «crudeltà» per spiegare quanto subito dalla bambina. A smentire la versione fornita dalla madre, che aveva chiamato il 118 dalla sua casa di Bordighera, non solo immagini delle telecamere della zona, ma anche tabulati telefonici.
La bambina era già morta quando, quella mattina, era stata riportata in macchina a casa, insieme alle due sorelline, dopo un fine settimana trascorso nella casa del compagno della madre a Perinaldo. Le bambine, già sentite dagli inquirenti in forma protetta, hanno delineato non solo il quadro dell’accaduto ma raccontato anche che madre e compagno avevano dato indicazioni di non raccontare cos’era successo, altrimenti sarebbero stati guai. La loro sorellina due sere prima era stata picchiata, non un maltrattamento occasionale ma una violenza che andava avanti da mesi. Il contesto è la casa del compagno della mamma, ma dagli elementi di indagine raccolti si evidenzia come le bambine venissero spesso lasciate sole a casa, in contesto di abbandono, anche tutta la notte.
La bimba dopo essere stata picchiata, comincia a stare male. Dopo un’apparente ripresa, la situazione peggiora e i due adulti tentano di farla riprendere sotto l’acqua. Persino le sorelline provano a dire «mamma, andiamo all’ospedale». Ma la bambina muore. Troppo profondi i traumi, che degenerano e che non sono compatibili con la «caduta dalle scale» accampata dalla madre, ma piuttosto con colpi da un oggetto contundente. La madre simulerà, una volta tornata a casa, un malore dell’ultimo momento ma fin dalle risultanze del primo esame sul corpo della bimba, lividi e traumi smentiscono, così come l’orario della morte che risale a ore prima rispetto alla chiamata di soccorso.
A dare una svolta alle indagini, come detto, sono state le sorelle della vittima, che hanno svelato particolari agghiaccianti raccontati ieri dal procuratore di Imperia, Sergio Lari, in una conferenza stampa: «Quella mattina per farla riprendere l’hanno tenuta sott’acqua, poi le hanno dato dello zucchero», ma non si sono rivolti ai medici e la piccola non si è mai ripresa.
Ma ad incastrare la coppia ci sarebbero anche le chat recuperate dagli investigatori sul cellulare dell’uomo: «Abbiamo sequestrato il telefono di Iannuzzi», ha spiegato ancora il procuratore, «e c’erano tanti messaggi Whatsapp in cui vengono descritti i maltrattamenti». E in un’intervista alla Tgr Liguria, Lari ha aggiunto ulteriori dettagli: «Nelle immagini trovate sul telefonino sequestrato ci sono diverse fotografie che ritraggono» la piccola «subito dopo le violenze subite. Vi sono più fotografie che ritraggono una situazione in cui la bambina presenta dei lividi molto importanti sul viso». Il procuratore, poi, precisa: «Abbiamo accelerato i tempi ma le indagini proseguono e devono arrivare la relazione dei Ris e la perizia autoptica completa. Ma il quadro era così chiaro che abbiamo potuto chiedere già da adesso la misura e il giudice l’ha applicata».
Il blitz di ieri mattina ha, inoltre, portato all’apertura di un nuovo filone d’indagine e all’arresto di Franco Iannuzzi, il padre di Manuel. Durante la perquisizione svolta dai carabinieri nella casa di Vallecrosia sono stati rinvenuti circa due chili di tritolo e la relativa miccia. Franco Iannuzzi è stato arrestato con l’accusa di detenzione di materiale esplodente. Secondo quanto appreso, il tritolo e la relativa miccia sono stati trovati nella cantina dell’immobile. Manuel Iannuzzi, dopo il sequestro dell’abitazione di Perinaldo dove, secondo gli inquirenti, sarebbe morta la figlia della sua compagna, si era dovuto trasferire a casa dei genitori, a Vallecrosia. Il materiale esplosivo è stato prelevato dal nucleo artificieri antisabotaggio dei carabinieri.
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Nel riquadro una delle cabine bruciate. Sullo sfondo la manifestazione ambientalista sull’autostrada (A22) che ha provocato il blocco del valico dall’Austria (Ansa)
All’interno, ciò che resta degli impianti appare come un ammasso nero, sciolto dalle temperature sviluppate dall’incendio innescato, valutano gli investigatori, da «liquido infiammabile».
È la scena lasciata dal rogo che la scorsa notte ha colpito due centraline elettriche lungo la linea ferroviaria Brennero-Verona Porta Nuova, nel tratto compreso tra Peri e Dolcè, al confine tra le province di Verona e Trento. Un incendio che i tecnici hanno subito definito come «di origine dolosa» e che ha paralizzato la circolazione ferroviaria. Per questo motivo il gesto, fino a ieri sera non rivendicato, viene letto dagli investigatori come un possibile tassello di una giornata molto più ampia di mobilitazione sull’asse del Brennero. Le indagini, dopo i rilievi della polizia scientifica, sono state affidate alla Digos della Questura di Verona. La pista privilegiata porta verso gli ambienti dell’ambientalismo radicale o dell’orbita anarco-insurrezionalista (che in passato sulla linea del Brennero ha colpito più volte). L’elemento che orienta gli investigatori è soprattutto la coincidenza temporale. Il sabotaggio è stato infatti compiuto poche ore prima della manifestazione ambientalista organizzata in Austria contro il traffico pesante e il transito dei tir attraverso il corridoio del Brennero (un valico strategico per il commercio). Una protesta annunciata da tempo e culminata con il blocco dell’autostrada del Brennero sul versante tirolese. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il rogo avrebbe colpito proprio l’unico sistema di collegamento nei trasporti rimasto operativo mentre l’attenzione era concentrata sulla protesta stradale. Dal punto di vista investigativo, quindi, la tempistica sembra rappresentare al momento uno degli elementi più significativi. Chi ha agito conosceva con precisione il calendario della protesta e ha scelto una finestra temporale in grado di amplificare l’impatto dell’azione.
Un secondo elemento che gli investigatori starebbero valutando riguarda la scelta dell’obiettivo. Le centraline elettriche non sono un bersaglio scelto a caso: colpire strutture essenziali consente di interrompere la circolazione senza intervenire direttamente sui binari.
Una modalità che presuppone la conoscenza del funzionamento della linea ferroviaria e dei suoi punti più vulnerabili. E infatti il risultato è stato immediato. La circolazione dei treni è stata subito interrotta, con ritardi e cancellazioni che si sono trascinati per ore.
Soltanto dalle 12.30 il traffico ferroviario ha ripreso a muoversi, anche se lentamente. E mentre la ferrovia veniva bloccata, in Austria andava in scena la manifestazione contro il traffico di transito. Alle 13, come previsto dagli organizzatori, centinaia di manifestanti hanno occupato l’autostrada del Brennero, a Matrei. Sugli striscioni comparivano slogan come: «L’Ue, il transito e il profitto distruggono la nostra salute» e «via il traffico pesante dalle nostre strade».
La manifestazione si è comunque svolta senza incidenti. I partecipanti rivendicano ragioni ambientali e sanitarie: «I motivi della protesta riguardano il traffico di transito in costante aumento», che causerebbe, secondo i manifestanti, ricadute «soprattutto di natura sanitaria per la popolazione». «Il flusso deve essere ridotto, non si può più andare avanti così», ha dichiarato Karl Mühlsteiger, sindaco di Gries am Brenner e promotore dell’iniziativa, ricordando gli oltre 14 milioni di passaggi di veicoli registrati ogni anno. Proprio la concomitanza tra la manifestazione annunciata e il sabotaggio, però, costituisce quindi uno dei nodi centrali dell’inchiesta.
Gli investigatori dovranno accertare se vi sia stato un collegamento diretto tra gli autori del rogo e gli ambienti della protesta oppure se qualcuno abbia sfruttato la mobilitazione come copertura ideale per compiere un’azione autonoma destinata ad avere un forte impatto.
Paradossalmente, però, proprio la viabilità stradale è stata l’aspetto che ha creato meno problemi. L’uscita obbligatoria al casello di Vipiteno e i percorsi alternativi predisposti tra Val Pusteria e Val Venosta hanno retto. Anche sul versante italiano non si sono registrate particolari criticità. Molti autotrasportatori e viaggiatori avevano infatti scelto di modificare in anticipo i programmi di viaggio. Al termine della manifestazione a Matrei, in Tirolo, il traffico è tornato regolare. Sul versante italiano, è stato riaperto lo snodo viario di Vipiteno. La vera emergenza si è spostata sui binari. Con Digos e Polfer al lavoro, in stretto contatto con l’Antiterrorismo, per capire chi abbia deciso di colpire le infrastrutture ferroviarie e se esista un collegamento tra il sabotaggio e la mobilitazione ambientalista.
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