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2019-09-06
Il piano giallorosso è spartirsi 140 posti. L’ultimo si trova in cima al Quirinale
La caduta del governo gialloblù ha lasciato pendenti una serie di nomine nelle partecipate pubbliche. Per oltre tre mesi i vertici di Cassa depositi e prestiti, rallentati dal Mef a guida Giovanni Tria, hanno rimandato numerose volte la scelta dei manager di Sace-Simest, Ansaldo. Così come il 31 agosto era previsto un consiglio di amministrazione di Cdp che avrebbe dovuto sostituire il consigliere leghista Valentino Grant (eletto all'Europarlamento). Nulla di tutto ciò è avvenuto. A brevissimo Cdp provvederà ma l'azionista di riferimento è cambiato drasticamente. Alla guida del ministero dell'Economia c'è adesso Roberto Gualtieri e con la scusa che le nomine in Sace sono urgenti per consentire le coperture assicurative delle grandi commesse, le scelte si faranno velocemente. E saranno soltanto l'antipasto, la presa delle misure, della grande abbuffata che seguirà nei prossimi mesi. Solo nelle partecipate pubbliche da qui all'inizio dell'estate del 2020 vanno indicati ben 114 manager pubblici. Dal cda dell'Inps, dove il presidente è Pasquale Tridico, fino agli amministratori delegati di Leonardo, Enel, Terna ed Eni.
Una lunga sequenza di incarichi che serviranno a garantire all'Italia sotto la guida del governo giallorosso di blindare tutti i gangli del potere e di permettere a chi dirige dall'esterno i giallorossi e al Colle di infilare una per uno le tappe salienti che culmineranno a febbraio del 2020 con la nomine del successore di Sergio Mattarella. Una figura che la sinistra, gli ex Margherita (senza alcun peso elettorale) e l'Europa non avrebbero mai permesso poter essere nominata da un esecutivo di destra. In questa grande conquista sta il motivo del Conte bis, così come la corsa spasmodica a evitare le nuove elezioni elettorali e le incognite della democrazia. D'altra parte la lunga lista di nomine pubbliche che dovrà essere completata da qui alla prossima primavera è più che mai strategica. Non a caso Sace è stata persino citata nei 29 punti del governo Conte bis. Segno che servirà qualche giorno per trovare la quadra. O meglio di nomine si incomincerà a parlare seriamente dopo la scelta dei sottosegretari, con le relative competenze, e dei vari capi di gabinetto dei ministeri. In ogni caso nel 2020 andranno in scadenza i consiglio di amministrzione di Eni, il nostro colosso petrolifero e Leonardo, la nostra azienda della difesa.
Mancano mesi, ma a Roma già si parla da mesi dei rinnovi di Claudio Descalzi e Alessandro Profumo. Molto prima di questi due diamanti delle nostre partecipate, ci sarà risolvere il nodo Agcom e Garante privacy, due organi di garanzia in proroga da mesi. Sulla prima, garante delle comunicazioni, proprio il Partito democratico ringalluzzito dalla nascita dell'esecutivo giallorosso ha rialzato la testa e punta alla presidenza. Già si parla di Nino Rizzo Nervo, anche perché il candidato dei 5 stelle, Roberto Chieppa, che ha chiesto di rimanere a Palazzo Chigi, avrà con tutta probabilità le deleghe per l'attuazione del programma. Per l'Agcom si parlava di un voto il 20 settembre, ma sembra slitterà. Per il Garante c'è stata una proroga ai primi di ottobre, quindi se ne riparlerà tra qualche settimana. Altra nomina imminente è quella dell'Anac, dove ha da poco lasciato il presidente Raffaele Cantone e dove si dice potrebbe arrivare il procuratore di Roma, Paolo Ielo. Non solo. Ci sono da individuare tre membri del consiglio di amministrazione dell'Inps di Pasquale Tridico. Quindi ancora il governo dovrà individuare i nuovi incarichi nel board dell'Inail. Sono in scadenza anche il presidente e cda dell'Aifa, agenzia del farmaco, dove è tutto bloccato dopo la nomina pro tempore a presidente di Stefano Bonaccini, governatore dell'Emilia Romagna. A breve dovrà lasciare la presidenza di Sogin Luca Desiata, con i 5 consiglieri di amministrazione. I giallorossi dovranno occupare le caselle di Invitalia (è in scadenza Domenico Arcuri) e Sogei, dove dovrà lasciare Biagio Mazzotta. Scade anche il consiglio di aministrazione di Simest dove dovrà lasciare Alessandra Ricci e i 7 membri del consiglio di amministrazione. C'è quindi Fsi Investimenti e ancora più imminenti Cdp immobiliare e Cdp investimenti dove si dovrebbe trovare il sostituto di Salvatore Sardo. C'è quindi il Fondo innovazione con un cda di ben 9 posti. La grande partita è quella primaverile. È al solito decisiva per le sorti del governo.
Qui già si ragiona su quale sarà il peso dell'ex segretario Matteo Renzi nell'esecutivo, ovvero quanto potrà influenzarlo dall'esterno. Del resto molte nomine sono ancora figlie dei suoi governi e di quello di Paolo Gentiloni. In Leonardo a sorpresa potrebbe tornare a pesare la parola di Massimo D'Alema, altro uomo dietro le quinte di questo esecutivo, con ben quattro ministeri a lui vicini, tra cui il Mef. Gualtieri è stato membro della Fondazione Italianieuropei, ma anche Vincenzo Amendola agli Affari europei è da sempre considerato vicino a D'Alema, come anche Giuseppe Provenzano e Roberto Speranza. Leonardo è stata negli anni un feudo dalemiano. Profumo fu nominato da Gentiloni, ora distaccato a Bruxelles.
Per Eni sembra difficile la riconferma di Descalzi, mentre salgono le quotazioni di Marco Alverà, ora amministratore delegato di Snam dove però sta facendo molto bene. Su Enel si punta alla riconferma di Francesco Starace, stimato da entrambi gli alleati di governo. Andranno poi riempite le caselle di Poste italiane, Terna e Enav, dove potrebbero esserci delle conferme rispetto alle scelte fatte dai precedenti governi di centrosinistra ora tornati di forza a palazzo Chigi. È una partita fondamentale su cui i 5 stelle dovranno misurarsi e su cui lavora da mesi Stefano Buffagni, in corso per sottosegretario. Se aggiungiamo il comparto sicurezza e le nomine a Bruxelles si arriva nei prossimi 24 mesi a circa 140 poltrone, simbolo concreto del potere futuro.
Servizi segreti, polizia, esercito. Parte l’assalto al settore sicurezza
Oltre alle partecipate statali nella primavera del 2020, il nuovo governo giallorosso di Giuseppe Conte avrà importanti pedine da cambiare nel comparto sicurezza, tra servizi segreti, militari, polizia e Arma dei carabinieri, per un totale di una dozzina di nomi.
Il 3 agosto del 2021 è la data d'inizio del semestre bianco, quando le Camere non potranno più essere sciolte, preambolo dell'elezione del nuovo capo dello Stato nel febbraio del 2022. Da qui ad allora, se il governo resterà in carica, ci saranno diverse pedine da individuare, promuovere, spostare nella colonna vertebrale dell'amministrazione statale, fondamentale per la struttura che accoglierà poi il nuovo presidente della Repubblica. Non solo. C'è una casella che dovrà essere occupata la prossima settimana, ovvero la presidenza del Copasir, il comitato parlamentare che sorveglia sulla nostra intelligence dove ha seduto fino a mercoledì Lorenzo Guerini, neo ministro della Difesa. Quell'incarico, per legge, spetta all'opposizione. Quindi è slegata dalle altre commissioni parlamentari ordinarie. La Lega di Matteo Salvini ci punta, anche perché la presidenza del Copasir è il posto più importante che spetta alle opposizioni in Parlamento. A quanto pare, però, i giochi potrebbero ribaltarsi e il Carroccio rimanere a bocca asciutta.
Al momento tiene banco questo schema, ovvero la promozione da vicepresidente a presidente di Adolfo Urso di Fratelli D'Italia. In questo caso il posto da vice si libererà e andrà con tutta probabilità alla maggioranza anche senza il voto di Fdi. Perché in caso di probabile parità di voti sul vicepresidente (5 a 5) passerà il più anziano di età, cioè il senatore di M5s Francesco Castiello o uno del Partito democratico se, sostituendo Guerini, ci sarà un deputato più anziano del pentastellato.
Se queste due poltrone di palazzo San Macuto saranno subito una battaglia decisiva anche per la tenuta del governo, il controllo del Copasir è fondamentale per le opposizioni, nel 2020 diversi dirigenti dei servizi segreti andranno in pensione. Mario Parente, capo dell'Aisi, il nostro controspionaggio, era in scadenza nel giugno del 2018 e fu prorogato proprio da Conte per altri due anni. Difficile che venga prorogato una seconda volta, mentre è probabile che Valerio Blengini, attuale vice prossimo alla pensione ma molto vicino all'ex segretario del Pd, Matteo Renzi, possa salire di posizioni con il nuovo governo giallorosso.
Altre poltrone in scadenza sono quelle del numero uno del Dis Gennaro Vecchione e quella del numero dell'Aise Luciano Carta, nominati nell'autunno scorso e quindi in scadenza dopo l'estate del 2020: la durata è di due anni prorogabili. Vecchione, da sempre considerato molto vicino al presidente del Consiglio, negli ultimi tempi si fa vedere molto poco alla nuova sede di piazza Dante, per via di un inconveniente con vettura di servizio. Non è sicura una sua riconferma, mentre per Carta ci sono più probabilità, anche perché si dice goda del sostegno di Lorenzo Fraccaro, nuovo sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Sempre il prossimo anno andrà in scadenza il capo della polizia Franco Gabrielli, che potrebbe essere riconfermato. L'ondata di nomine pontenziali in mano al Conte bis non termina qui. Tra il 2020 e 2021 in concomitanza con l'inizio del semestre bianco del Colle, quindi una fase molto delicata per la Repubblica, ci saranno da effettuare quelle chiave per i nostri vertici militari. Andrà in scadenza Enzo Vecciarelli, capo di stato maggiore della Difesa, da sempre considerato molto vicino al Pd. Poi scadrà il capo di stato maggiore dell'Aeronautica Alberto Rosso e quello dell'esercito Salvatore Farina.
Stiamo parlando di nomine che hanno un filo diretto con il Quirinale, delicate per la sicurezza del nostro Stato, su cui fino all'ultimo si farà sentire Sergio Mattarella. Che, chissà, non possa concedere un bis come Giorgio Napolitano nel 2013. Anche se per il Colle girano altri due nomi di peso, Mario Draghi e Romano Prodi.
Gli incarichi a Bruxelles e in Bce blindano diplomazia e Bankitalia
La marcia verso il futuro presidente della Repubblica e la normalizzazione pro Europa dell'Italia prevede, al di fuori delle nomine interne, anche una serie di pedine da piazzare tra Bruxelles, Strasburgo e Francoforte. Città dove si verificherà uno degli appuntamenti più attesi.
Il 31 ottobre scadrà l'incarico in Bce di Mario Draghi. Chiaramente il prossimo governatore è già stato individuato ed è la Christine Lagarde, proveniente dal Fmi. Ma Draghi lascerà scoperta comunque una poltrona che spetta all'Italia. Pronto a fare le valigie è Fabio Panetta, attuale direttore generale di Bankitalia. Uomo di garanzia. Piace a Draghi, al Colle e pure a Bruxelles, anche se sul bail in e soprattutto sugli stress test non è stato sempre iperallineato ai desideri dell'Europa. Se i 5 stelle non si fossero riconvertiti al Pd, la nomina in Bce sarebbe stata meno scontata. E ciò non sarebbe andato giù all'establishment che invece dovrà potersi occupare in tranquillità dell'implementazione dell'Unione bancaria. Spostare Panetta avvierà anche una serie di ricoperture che passano inevitabilmente attraverso Daniele Franco. Lo scorso marzo l'ex Ragionere dello Stato è tornato in via Nazionale e Panetta su desiderio anche di Vincenzo Visco è divenuto dg. Con la mossa dell'Eurotower, Franco, che ha la benedizione del Colle, potrà fare il balzo in avanti e diventare direttore generale di Bankitalia, consentendo agli occhi di Mattarella, di ridare all'istituto di via Nazionale quell'aura di sancta sanctorum che negli ultimi anni ha perso. Dopo il caos post bail in, gli attacchi di Matteo Renzi e infine le mire della Lega che non ha mai nascosto l'idea di voler cambiare gli equilibri e pure le direttive del palazzo che fu di Carlo Azeglio Ciampi. Senza dimenticare che a quel punto pure Ignazio Visco il prossimo anno potrebbe lasciare il posto spontaneamente, sempre se Mattarella glielo dovesse chiedere.
Messe così al sicuro le logiche interne al governo giallorosso spetterà il compito di portare avanti le altre pedine in Europa. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi si dovranno formare i capi di gabinetto delle commissioni e andrà da qui al 2021 rinnovata la presenza di uomini italiani dentro le istituzioni. È vero che i capi di gabinetto sono a maggioranza tedesca o comunque filotedesca, ma ciò che non è da sottovalutare è la necessità che la diplomazia a Bruxelles dia continuità a sé stessa. Sarà interessante capire chi vorrà portare con sé Paolo Gentiloni, a cui spetta la nomina del proprio capo di gabinetto. I fedelissimi dell'ex presidente del Consiglio sono noti, dalla parlamentare Lia Quartapelle ad Antonio Funiciello fino a Filippo Sensi. Ma non è detto che Gentiloni peschi tra gli italiani. Non è escluso quindi che l'ex premier si ritrovi qualche straniero nel suo ufficio. Inoltre, a maggio del 2016, in piena esuberanza renziana, la rappresentanza permanente all'Ue è andata all'ambasciatore Maurizio Massari. In queste settimane è stato molto attivo e in parte se c'è un Conte bis lo si deve anche a lui. L'anno prossimo dovrebbe essere sostituito e un esecutivo di centrodestra avrebbe cercato la discontinuità.
Nel grande piano di normalizzazione ed europeizzazione dell'Italia anche questa scelta non può essere lasciata al caso, o peggio, lasciata a un Salvini di turno. Ci spieghiamo meglio: lasciata a un premier eletto dal popolo. Per questo motivo i sostenitori dei giallorossi hanno visto lungo nell'apparecchiare la trasformazione di Luigi Di Maio e degli altri 5 stelle in quella che si può definire la nuova casta.
Le nomine in Europa sono un affare complicato. Necessitano di supporto francese e tedesco, ma anche di momenti di tranquillità. Tradotto significa non essere in «guerra» con gli Stati Uniti. La Casa Bianca e la diplomazia Usa ha un grande potere di disturbo anche a Bruxelles. Non a caso il primo Consiglio dei ministri del Conte bis si è occupato di uno dei temi che sta più caro a Donald Trump. Il governo ha deciso «l'esercizio dei poteri speciali per l'acquisto di beni e servizi relativi alla progettazione, alla realizzazione, alla manutenzione e alla gestione delle reti inerenti i servizi di comunicazione elettronica a banda larga su tecnologia 5G e acquisizione di componenti ad alta intensità tecnologica funzionali alla predetta realizzazione o gestione». In poche parole il cdm ha esteso il golden power a tutte le società che opereranno nel comparto del 5G: da Fastweb a Tim fino a Zte e in, quindi in futuro anche Huawei. Il testo approvato è l'eredità del decreto prodotto da Giancarlo Giorgetti e appare un grande messaggio di distensione a Trump. Non sappiamo se sia direttamente il ringraziamento di «Giuseppi» al tweet di The Donald, ma è certamente un favore all'industria a stelle strisce impegnata nella lotta alla Cina. In qualche modo la reciprocità esiste e il bonus incassato ieri dai giallorossi verrà speso per gestire più in tranquillità quella decina di nomine che gli competono a Bruxelles.
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Pd e M5s si divideranno le super poltrone, tra presidenze e cda di partecipate, Authority e istituzioni. Obiettivo finale: il Colle.Ci sono importanti pedine da cambiare nel comparto sicurezza, tra servizi segreti, militari, polizia e Arma dei carabinieri, per un totale di una dozzina di nomi.L'addio di Draghi permetterà a Fabio Panetta, dg di via Nazionale, di finire a Francoforte, avviando avvicendamenti interni graditi a Sergio Mattarella. Attesa per i capi di gabinetto che gestiranno la riconversione pro Ue del Paese.Lo speciale contiene tre articoliLa caduta del governo gialloblù ha lasciato pendenti una serie di nomine nelle partecipate pubbliche. Per oltre tre mesi i vertici di Cassa depositi e prestiti, rallentati dal Mef a guida Giovanni Tria, hanno rimandato numerose volte la scelta dei manager di Sace-Simest, Ansaldo. Così come il 31 agosto era previsto un consiglio di amministrazione di Cdp che avrebbe dovuto sostituire il consigliere leghista Valentino Grant (eletto all'Europarlamento). Nulla di tutto ciò è avvenuto. A brevissimo Cdp provvederà ma l'azionista di riferimento è cambiato drasticamente. Alla guida del ministero dell'Economia c'è adesso Roberto Gualtieri e con la scusa che le nomine in Sace sono urgenti per consentire le coperture assicurative delle grandi commesse, le scelte si faranno velocemente. E saranno soltanto l'antipasto, la presa delle misure, della grande abbuffata che seguirà nei prossimi mesi. Solo nelle partecipate pubbliche da qui all'inizio dell'estate del 2020 vanno indicati ben 114 manager pubblici. Dal cda dell'Inps, dove il presidente è Pasquale Tridico, fino agli amministratori delegati di Leonardo, Enel, Terna ed Eni. Una lunga sequenza di incarichi che serviranno a garantire all'Italia sotto la guida del governo giallorosso di blindare tutti i gangli del potere e di permettere a chi dirige dall'esterno i giallorossi e al Colle di infilare una per uno le tappe salienti che culmineranno a febbraio del 2020 con la nomine del successore di Sergio Mattarella. Una figura che la sinistra, gli ex Margherita (senza alcun peso elettorale) e l'Europa non avrebbero mai permesso poter essere nominata da un esecutivo di destra. In questa grande conquista sta il motivo del Conte bis, così come la corsa spasmodica a evitare le nuove elezioni elettorali e le incognite della democrazia. D'altra parte la lunga lista di nomine pubbliche che dovrà essere completata da qui alla prossima primavera è più che mai strategica. Non a caso Sace è stata persino citata nei 29 punti del governo Conte bis. Segno che servirà qualche giorno per trovare la quadra. O meglio di nomine si incomincerà a parlare seriamente dopo la scelta dei sottosegretari, con le relative competenze, e dei vari capi di gabinetto dei ministeri. In ogni caso nel 2020 andranno in scadenza i consiglio di amministrzione di Eni, il nostro colosso petrolifero e Leonardo, la nostra azienda della difesa. Mancano mesi, ma a Roma già si parla da mesi dei rinnovi di Claudio Descalzi e Alessandro Profumo. Molto prima di questi due diamanti delle nostre partecipate, ci sarà risolvere il nodo Agcom e Garante privacy, due organi di garanzia in proroga da mesi. Sulla prima, garante delle comunicazioni, proprio il Partito democratico ringalluzzito dalla nascita dell'esecutivo giallorosso ha rialzato la testa e punta alla presidenza. Già si parla di Nino Rizzo Nervo, anche perché il candidato dei 5 stelle, Roberto Chieppa, che ha chiesto di rimanere a Palazzo Chigi, avrà con tutta probabilità le deleghe per l'attuazione del programma. Per l'Agcom si parlava di un voto il 20 settembre, ma sembra slitterà. Per il Garante c'è stata una proroga ai primi di ottobre, quindi se ne riparlerà tra qualche settimana. Altra nomina imminente è quella dell'Anac, dove ha da poco lasciato il presidente Raffaele Cantone e dove si dice potrebbe arrivare il procuratore di Roma, Paolo Ielo. Non solo. Ci sono da individuare tre membri del consiglio di amministrazione dell'Inps di Pasquale Tridico. Quindi ancora il governo dovrà individuare i nuovi incarichi nel board dell'Inail. Sono in scadenza anche il presidente e cda dell'Aifa, agenzia del farmaco, dove è tutto bloccato dopo la nomina pro tempore a presidente di Stefano Bonaccini, governatore dell'Emilia Romagna. A breve dovrà lasciare la presidenza di Sogin Luca Desiata, con i 5 consiglieri di amministrazione. I giallorossi dovranno occupare le caselle di Invitalia (è in scadenza Domenico Arcuri) e Sogei, dove dovrà lasciare Biagio Mazzotta. Scade anche il consiglio di aministrazione di Simest dove dovrà lasciare Alessandra Ricci e i 7 membri del consiglio di amministrazione. C'è quindi Fsi Investimenti e ancora più imminenti Cdp immobiliare e Cdp investimenti dove si dovrebbe trovare il sostituto di Salvatore Sardo. C'è quindi il Fondo innovazione con un cda di ben 9 posti. La grande partita è quella primaverile. È al solito decisiva per le sorti del governo. Qui già si ragiona su quale sarà il peso dell'ex segretario Matteo Renzi nell'esecutivo, ovvero quanto potrà influenzarlo dall'esterno. Del resto molte nomine sono ancora figlie dei suoi governi e di quello di Paolo Gentiloni. In Leonardo a sorpresa potrebbe tornare a pesare la parola di Massimo D'Alema, altro uomo dietro le quinte di questo esecutivo, con ben quattro ministeri a lui vicini, tra cui il Mef. Gualtieri è stato membro della Fondazione Italianieuropei, ma anche Vincenzo Amendola agli Affari europei è da sempre considerato vicino a D'Alema, come anche Giuseppe Provenzano e Roberto Speranza. Leonardo è stata negli anni un feudo dalemiano. Profumo fu nominato da Gentiloni, ora distaccato a Bruxelles. Per Eni sembra difficile la riconferma di Descalzi, mentre salgono le quotazioni di Marco Alverà, ora amministratore delegato di Snam dove però sta facendo molto bene. Su Enel si punta alla riconferma di Francesco Starace, stimato da entrambi gli alleati di governo. Andranno poi riempite le caselle di Poste italiane, Terna e Enav, dove potrebbero esserci delle conferme rispetto alle scelte fatte dai precedenti governi di centrosinistra ora tornati di forza a palazzo Chigi. È una partita fondamentale su cui i 5 stelle dovranno misurarsi e su cui lavora da mesi Stefano Buffagni, in corso per sottosegretario. 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Il 3 agosto del 2021 è la data d'inizio del semestre bianco, quando le Camere non potranno più essere sciolte, preambolo dell'elezione del nuovo capo dello Stato nel febbraio del 2022. Da qui ad allora, se il governo resterà in carica, ci saranno diverse pedine da individuare, promuovere, spostare nella colonna vertebrale dell'amministrazione statale, fondamentale per la struttura che accoglierà poi il nuovo presidente della Repubblica. Non solo. C'è una casella che dovrà essere occupata la prossima settimana, ovvero la presidenza del Copasir, il comitato parlamentare che sorveglia sulla nostra intelligence dove ha seduto fino a mercoledì Lorenzo Guerini, neo ministro della Difesa. Quell'incarico, per legge, spetta all'opposizione. Quindi è slegata dalle altre commissioni parlamentari ordinarie. La Lega di Matteo Salvini ci punta, anche perché la presidenza del Copasir è il posto più importante che spetta alle opposizioni in Parlamento. A quanto pare, però, i giochi potrebbero ribaltarsi e il Carroccio rimanere a bocca asciutta. Al momento tiene banco questo schema, ovvero la promozione da vicepresidente a presidente di Adolfo Urso di Fratelli D'Italia. In questo caso il posto da vice si libererà e andrà con tutta probabilità alla maggioranza anche senza il voto di Fdi. Perché in caso di probabile parità di voti sul vicepresidente (5 a 5) passerà il più anziano di età, cioè il senatore di M5s Francesco Castiello o uno del Partito democratico se, sostituendo Guerini, ci sarà un deputato più anziano del pentastellato. Se queste due poltrone di palazzo San Macuto saranno subito una battaglia decisiva anche per la tenuta del governo, il controllo del Copasir è fondamentale per le opposizioni, nel 2020 diversi dirigenti dei servizi segreti andranno in pensione. Mario Parente, capo dell'Aisi, il nostro controspionaggio, era in scadenza nel giugno del 2018 e fu prorogato proprio da Conte per altri due anni. Difficile che venga prorogato una seconda volta, mentre è probabile che Valerio Blengini, attuale vice prossimo alla pensione ma molto vicino all'ex segretario del Pd, Matteo Renzi, possa salire di posizioni con il nuovo governo giallorosso. Altre poltrone in scadenza sono quelle del numero uno del Dis Gennaro Vecchione e quella del numero dell'Aise Luciano Carta, nominati nell'autunno scorso e quindi in scadenza dopo l'estate del 2020: la durata è di due anni prorogabili. Vecchione, da sempre considerato molto vicino al presidente del Consiglio, negli ultimi tempi si fa vedere molto poco alla nuova sede di piazza Dante, per via di un inconveniente con vettura di servizio. Non è sicura una sua riconferma, mentre per Carta ci sono più probabilità, anche perché si dice goda del sostegno di Lorenzo Fraccaro, nuovo sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Sempre il prossimo anno andrà in scadenza il capo della polizia Franco Gabrielli, che potrebbe essere riconfermato. L'ondata di nomine pontenziali in mano al Conte bis non termina qui. Tra il 2020 e 2021 in concomitanza con l'inizio del semestre bianco del Colle, quindi una fase molto delicata per la Repubblica, ci saranno da effettuare quelle chiave per i nostri vertici militari. Andrà in scadenza Enzo Vecciarelli, capo di stato maggiore della Difesa, da sempre considerato molto vicino al Pd. Poi scadrà il capo di stato maggiore dell'Aeronautica Alberto Rosso e quello dell'esercito Salvatore Farina. Stiamo parlando di nomine che hanno un filo diretto con il Quirinale, delicate per la sicurezza del nostro Stato, su cui fino all'ultimo si farà sentire Sergio Mattarella. Che, chissà, non possa concedere un bis come Giorgio Napolitano nel 2013. 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Chiaramente il prossimo governatore è già stato individuato ed è la Christine Lagarde, proveniente dal Fmi. Ma Draghi lascerà scoperta comunque una poltrona che spetta all'Italia. Pronto a fare le valigie è Fabio Panetta, attuale direttore generale di Bankitalia. Uomo di garanzia. Piace a Draghi, al Colle e pure a Bruxelles, anche se sul bail in e soprattutto sugli stress test non è stato sempre iperallineato ai desideri dell'Europa. Se i 5 stelle non si fossero riconvertiti al Pd, la nomina in Bce sarebbe stata meno scontata. E ciò non sarebbe andato giù all'establishment che invece dovrà potersi occupare in tranquillità dell'implementazione dell'Unione bancaria. Spostare Panetta avvierà anche una serie di ricoperture che passano inevitabilmente attraverso Daniele Franco. Lo scorso marzo l'ex Ragionere dello Stato è tornato in via Nazionale e Panetta su desiderio anche di Vincenzo Visco è divenuto dg. Con la mossa dell'Eurotower, Franco, che ha la benedizione del Colle, potrà fare il balzo in avanti e diventare direttore generale di Bankitalia, consentendo agli occhi di Mattarella, di ridare all'istituto di via Nazionale quell'aura di sancta sanctorum che negli ultimi anni ha perso. Dopo il caos post bail in, gli attacchi di Matteo Renzi e infine le mire della Lega che non ha mai nascosto l'idea di voler cambiare gli equilibri e pure le direttive del palazzo che fu di Carlo Azeglio Ciampi. Senza dimenticare che a quel punto pure Ignazio Visco il prossimo anno potrebbe lasciare il posto spontaneamente, sempre se Mattarella glielo dovesse chiedere. Messe così al sicuro le logiche interne al governo giallorosso spetterà il compito di portare avanti le altre pedine in Europa. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi si dovranno formare i capi di gabinetto delle commissioni e andrà da qui al 2021 rinnovata la presenza di uomini italiani dentro le istituzioni. È vero che i capi di gabinetto sono a maggioranza tedesca o comunque filotedesca, ma ciò che non è da sottovalutare è la necessità che la diplomazia a Bruxelles dia continuità a sé stessa. Sarà interessante capire chi vorrà portare con sé Paolo Gentiloni, a cui spetta la nomina del proprio capo di gabinetto. I fedelissimi dell'ex presidente del Consiglio sono noti, dalla parlamentare Lia Quartapelle ad Antonio Funiciello fino a Filippo Sensi. Ma non è detto che Gentiloni peschi tra gli italiani. Non è escluso quindi che l'ex premier si ritrovi qualche straniero nel suo ufficio. Inoltre, a maggio del 2016, in piena esuberanza renziana, la rappresentanza permanente all'Ue è andata all'ambasciatore Maurizio Massari. In queste settimane è stato molto attivo e in parte se c'è un Conte bis lo si deve anche a lui. L'anno prossimo dovrebbe essere sostituito e un esecutivo di centrodestra avrebbe cercato la discontinuità. Nel grande piano di normalizzazione ed europeizzazione dell'Italia anche questa scelta non può essere lasciata al caso, o peggio, lasciata a un Salvini di turno. Ci spieghiamo meglio: lasciata a un premier eletto dal popolo. Per questo motivo i sostenitori dei giallorossi hanno visto lungo nell'apparecchiare la trasformazione di Luigi Di Maio e degli altri 5 stelle in quella che si può definire la nuova casta. Le nomine in Europa sono un affare complicato. Necessitano di supporto francese e tedesco, ma anche di momenti di tranquillità. Tradotto significa non essere in «guerra» con gli Stati Uniti. La Casa Bianca e la diplomazia Usa ha un grande potere di disturbo anche a Bruxelles. Non a caso il primo Consiglio dei ministri del Conte bis si è occupato di uno dei temi che sta più caro a Donald Trump. Il governo ha deciso «l'esercizio dei poteri speciali per l'acquisto di beni e servizi relativi alla progettazione, alla realizzazione, alla manutenzione e alla gestione delle reti inerenti i servizi di comunicazione elettronica a banda larga su tecnologia 5G e acquisizione di componenti ad alta intensità tecnologica funzionali alla predetta realizzazione o gestione». In poche parole il cdm ha esteso il golden power a tutte le società che opereranno nel comparto del 5G: da Fastweb a Tim fino a Zte e in, quindi in futuro anche Huawei. Il testo approvato è l'eredità del decreto prodotto da Giancarlo Giorgetti e appare un grande messaggio di distensione a Trump. Non sappiamo se sia direttamente il ringraziamento di «Giuseppi» al tweet di The Donald, ma è certamente un favore all'industria a stelle strisce impegnata nella lotta alla Cina. In qualche modo la reciprocità esiste e il bonus incassato ieri dai giallorossi verrà speso per gestire più in tranquillità quella decina di nomine che gli competono a Bruxelles.
Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Non gli bastano le centinaia di miliardi sborsati dall’Ue, macché: secondo quanto riferisce Politico.eu avrebbe chiesto ulteriori 20 miliardi di dollari. E stavolta li ha chiesti alla Nato. Proprio così. Venti miliardi cash che dovrebbero uscire dalle casse dell’Alleanza atlantica e finire diritti diritti all’esercito di Kiev, cessi d’oro permettendo. E a cosa serviranno questi soldi? A difendere la democrazia? Macché: ad attaccare la Russia. Sono gli stessi ucraini, alti funzionari della difesa, ad ammetterlo: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando, noi vogliamo che bruci ancor di più». Quindi la Nato paghi subito e senza fare storie perché, dicono, «la finestra di opportunità potrebbe chiudersi». Chiaro, no? Per non chiudere le finestre d’opportunità, bisogna aprire i portafogli.
Il Parlamento europeo ha calcolato che fra febbraio 2022 e febbraio 2026 nelle casse ucraine siano finiti circa 200 miliardi di euro. Di questi oltre 15 miliardi sono stati pagati dai cittadini italiani. Poi poche settimane fa, dopo un lungo tiramolla, c’è stato un ulteriore stanziamento di 90 miliardi di euro. Uno pensa: si accontenteranno. Invece no. Invece, come quei figli spendaccioni, che più gli aumenti la paghetta e più scialano, e non ne hanno mai abbastanza, Zelensky è tornato a bussare quattrini. Vuole 20 miliardi di dollari, cioè 17,3 miliardi di euro al cambio attuale. E stavolta li chiede alla Nato che ovviamente li chiederà agli Stati membri. Risultato: pagano sempre i cittadini. Compresi i cittadini italiani che già non sono felici di dover versare più soldi alla Nato (il famoso 5 per cento del Pil), mentre la sanità è a pezzi e le pensioni restano da fame. Se poi gli dici che devono dare ancor più soldi alla Nato per dare ancor più soldi a Zelensky, perché deve andare a bombardare Mosca, che diranno secondo voi?
Eppure stando alle indiscrezioni autorevolmente riportate da Politico.eu, sembra tutto apparecchiato. La proposta verrà ufficialmente presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come «formato Ramstein». E poi sarà discussa nel vertice dei leader della Nato che si terrà a luglio ad Ankara, al quale parteciperà il questuante Zelensky.
«A ciascun alleato verrà chiesto un contributo tra i 2 e i 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi», dicono gli alti funzionari ucraini aggiungendo, bontà loro, che «potrà trattarsi di aiuti o di prestiti». In pratica: i Paesi della Nato potranno scegliere se donare i soldi a fondo perduto o fingere che i soldi siano prestati, anche se non torneranno mai indietro. Non è meraviglioso? In compenso a Kiev sanno già come spenderli quei soldi, sempre al netto dei cessi d’oro, s’intende: acquisteranno «più droni, munizioni, apparecchiature per la guerra elettronica e soprattutto strumenti con capacità a lungo raggio». Ovvio: la Russia brucia, ora brucerà di più. E intanto bruciano anche un po’ dei nostri risparmi.
Comunque sembra tutto deciso. E, per portarsi avanti, ieri Zelensky ha annunciato aumenti di stipendio per i militari ucraini, che saranno operativi, retroattivamente, dal 1 giugno. Si alza il livello minimo della retribuzione, vengono «introdotti nuovi contratti molto più vantaggiosi» e anche premi di produzione legati al numero di combattimenti cui i soldati parteciperanno. In pratica più ne ammazzi, più bonus avrai in busta paga. «L’Ucraina ha le risorse per aumentare gli stipendi nelle Forze armate», ha annunciato trionfante Zelensky con apposito video. Dimenticando di dire che quelle risorse l’Ucraina ce l’ha perché gliele abbiamo gentilmente offerte noi…
Ora però non resta che aspettare il momento in cui i Paesi Nato gli offriranno il resto. E sarà bello sentire come lo spiegheranno ai loro cittadini: scusate, cari italiani, lo sappiamo che abbiamo già dato una barcata di miliardi a quel signore di Kiev, lo sappiamo che grazie ai nostri soldi lui può fare contratti vantaggiosi ai militari ucraini mentre gli stipendi nostri continuano a essere miseri, lo sappiamo che abbiamo già applicato venti pacchetti di sanzioni alla Russia che hanno fatto più male a noi che a loro, lo sappiamo che, come Ue, abbiamo appena stanziato 90 miliardi per sostenere gli eroici combattenti ucraini, ma adesso, scusateci, dobbiamo aggiungerne un’altra ventina, tutti insieme, e a noi italiani ne toccano non meno di due. Abbiate pazienza, ma così va il mondo oggi: lacrime, sangue e oro a Kiev. Non siete contenti? Lo sappiamo. Ma già che ci siamo vorremmo farvi una confidenza: sapete quello che vi abbiamo sempre detto, cioè che i vostri soldi servono per difendere l’Ucraina? Ecco: non è così. Quei soldi oggi non servono per difendere l’Ucraina: servono per attaccare la Russia. Dunque pagate e bombardate con noi: è il momento del lungo raggio, non del braccio corto.
Eppure vi ricordate quanta prudenza c’era all’inizio della guerra, quando cominciarono i primi finanziamenti all’Ucraina? «Daremo solo armi difensive», si diceva. Poi dopo un po’ la correzione: no, daremo anche armi offensive, ma solo leggere. Poi: no, daremo armi offensive e anche pesanti. Cioè i carri armati. Poi anche i super carri armati. Poi i missili a corto raggio. Poi a medio raggio. Poi a lungo raggio e pure i caccia. Ora si arriva direttamente al finanziamento Nato per «far bruciare la Russia». In pratica: si trascina la Nato in guerra per interposto quattrino. Non è uno scherzo: passo dopo passo ci siamo arrivati. Se la richiesta sarà avanzata e accettata, in effetti, la Nato parteciperà di fatto all’attacco alla Russia, in modo esplicito, senza per altro che una dichiarazione di guerra sia mai stata presentata e votata dai Parlamenti degli stati membri. Il prossimo che dice che così difendiamo la democrazia merita altri 20 miliardi. Ma di calci nel sedere.
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Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.