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2022-03-17
Il piano di pace ha la sua prima bozza. Sul piatto cessate il fuoco e neutralità
Sergej Lavrov (Ansa)
Crisi ucraina: siamo vicini a una svolta? Secondo quanto rivelato ieri dal Financial Times, le delegazioni di Ucraina e Russia starebbero lavorando alla bozza di un piano di pace, che si articolerebbe in 15 punti. Il quotidiano londinese ha in particolare riferito che il documento «comporterebbe la rinuncia di Kiev alle sue ambizioni di aderire alla Nato e la promessa di non ospitare basi militari o armi straniere in cambio della protezione di alleati come Stati Uniti, Regno Unito e Turchia». In tutto questo, la bozza prevederebbe un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino, mentre Kiev si impegnerebbe a mantenere la neutralità auspicata da Mosca. L’accordo conterrebbe inoltre garanzie per tutelare la lingua russa nelle aree dell’Ucraina in cui viene parlata. Risulterebbe invece ancora in salita la strada per un’intesa sulla Crimea e sul Donbass. Kiev comunque ha smorzato gli entusiasmi dicendo che la bozza riflette la posizione russa.
In attesa di capire quanto sia effettivamente vicino il raggiungimento di un’intesa, la situazione generale resta in bilico: spiragli distensivi si alternano continuamente infatti a bruschi passi indietro. Ieri mattina, una nota di timido ottimismo è stata espressa dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov: «Mi affido all’opinione dei nostri negoziatori. Dicono che i negoziati non sono stati facili per ragioni apparenti, ma c’è comunque una certa speranza di raggiungere un compromesso», ha detto. «La stessa opinione», ha aggiunto, «è stata espressa da alcuni membri della delegazione ucraina. Lo stesso presidente Zelensky ha recentemente rilasciato una serie di dichiarazioni interessanti». Non molto tempo prima, Zelensky aveva del resto mostrato cauti (ancorché significativi) segnali di apertura, lasciando intendere che si starebbero registrando dei progressi nelle trattative diplomatiche. «Gli incontri continuano e, mi è stato detto, le posizioni durante i negoziati suonano già più realistiche», aveva affermato. Lo stesso Zelensky, l’altro ieri, aveva aperto alla possibilità di un passo indietro di Kiev rispetto all’eventualità di un suo ingresso nella Nato, dichiarando: «L’Ucraina non è un membro della Nato. Abbiamo sentito per anni che le porte erano aperte, ma abbiamo anche sentito che non potevamo aderire. È una verità e deve essere riconosciuta».
Se i russi sembrano essere disposti a un passo indietro sulla richiesta di un’Ucraina demilitarizzata, il nodo principale in queste ore è tuttavia diventato quello della neutralità. Ieri, il capo delegazione russo, Vladimir Medinsky, ha detto che la Russia avrebbe messo sul tavolo i modelli di neutralità austriaca o svedese (il che comporterebbe ovviamente che Kiev resti fuori dall’Alleanza atlantica). Una proposta che è stata accolta con relativa freddezza dall’Ucraina. «Sicuramente comprendiamo che i nostri partner stanno cercando di mantenere l’iniziativa come parte del processo negoziale. Da qui le parole su un modello di neutralità svedese o austriaco. Ma il modello può essere solo ucraino e solo con garanzie di sicurezza legalmente calibrate. E nessun altro modello o opzione», ha detto, sempre ieri, il capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak. Nonostante gli ostacoli, continua a essere ventilata l’ipotesi di un vertice tra Zelensky e Vladimir Putin. «Non ci sono ostacoli all’organizzazione di un tale incontro con la consapevolezza che non sarebbe solo fine a sé stesso; dovrebbe suggellare accordi concreti che sono attualmente in fase di elaborazione da parte delle due delegazioni», ha detto Lavrov ieri.
È intanto al lavoro anche la diplomazia internazionale. Il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha parlato ieri con il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolay Patrushev: si tratta del primo contatto ufficiale di alto livello avvenuto tra Washington e Mosca da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina. In particolare, Sullivan ha chiesto all’omologo russo di cessare i bombardamenti sulle città ucraine. Tutto questo, mentre - sempre ieri - il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, si è incontrato con Lavrov a Mosca. «La guerra deve finire, le persone non devono morire», ha detto Cavusoglu, auspicando inoltre che la Turchia possa ospitare un vertice tra Putin e Zelensky. Ricordiamo che Ankara sostiene fortemente Kiev, ma che è al contempo legata a Mosca nei settori di energia e difesa: una serie di intrecci che le stanno progressivamente conferendo un ruolo centrale di mediazione. Non è del resto un caso che, come abbiamo visto, la Turchia compaia tra i Paesi garanti dell’accordo (ancora in bozza), citato dal Financial Times. In tutto questo, anche la Santa Sede si sta muovendo. Ieri, papa Francesco ha avuto un colloquio a distanza con il patriarca di Mosca, Kirill (notoriamente vicino al Cremlino). Secondo il direttore della sala stampa vaticana Matteo Bruni, la conversazione si è concentrata «sulla guerra in Ucraina e il ruolo dei cristiani e dei loro pastori nel fare di tutto perché prevalga la pace». In particolare, il Papa e il Patriarca hanno sottolineato, nel loro colloquio, «l’eccezionale importanza del processo negoziale in corso». «Chi paga il conto della guerra è la gente, sono i soldati russi ed è la gente che viene bombardata e muore», ha detto il Pontefice.
Continuano nel frattempo a tenere banco le preoccupazioni per il ruolo della Cina nella vicenda ucraina. Ieri, la Camera ha approvato a larga maggioranza un ordine del giorno, presentato dal deputato leghista Paolo Formentini: un ordine che, partendo dalle potenziali ripercussioni della crisi ucraina su Taiwan, impegna il governo ad avviare una riflessione sulla posizione da adottare con la Nato nei confronti dell’Indo-Pacifico.
Ma Zelensky alimenta il rancore Usa
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Il «Financial Times» rivela un’agenda in 15 punti. Sergej Lavrov: «Passi avanti». Kiev: «Sono le richieste russe». Intanto Sullivan parla con il suo omologo al Cremlino. E papa Francesco rimette in piedi il dialogo con Kirill.Citando Pearl Harbor e l’11 settembre, il presidente ha chiesto di nuovo al Congresso aerei e no fly zone. E da Joe Biden arrivano 800 milioni di dollari di aiuti per la sicurezza.Lo speciale contiene due articoliCrisi ucraina: siamo vicini a una svolta? Secondo quanto rivelato ieri dal Financial Times, le delegazioni di Ucraina e Russia starebbero lavorando alla bozza di un piano di pace, che si articolerebbe in 15 punti. Il quotidiano londinese ha in particolare riferito che il documento «comporterebbe la rinuncia di Kiev alle sue ambizioni di aderire alla Nato e la promessa di non ospitare basi militari o armi straniere in cambio della protezione di alleati come Stati Uniti, Regno Unito e Turchia». In tutto questo, la bozza prevederebbe un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino, mentre Kiev si impegnerebbe a mantenere la neutralità auspicata da Mosca. L’accordo conterrebbe inoltre garanzie per tutelare la lingua russa nelle aree dell’Ucraina in cui viene parlata. Risulterebbe invece ancora in salita la strada per un’intesa sulla Crimea e sul Donbass. Kiev comunque ha smorzato gli entusiasmi dicendo che la bozza riflette la posizione russa. In attesa di capire quanto sia effettivamente vicino il raggiungimento di un’intesa, la situazione generale resta in bilico: spiragli distensivi si alternano continuamente infatti a bruschi passi indietro. Ieri mattina, una nota di timido ottimismo è stata espressa dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov: «Mi affido all’opinione dei nostri negoziatori. Dicono che i negoziati non sono stati facili per ragioni apparenti, ma c’è comunque una certa speranza di raggiungere un compromesso», ha detto. «La stessa opinione», ha aggiunto, «è stata espressa da alcuni membri della delegazione ucraina. Lo stesso presidente Zelensky ha recentemente rilasciato una serie di dichiarazioni interessanti». Non molto tempo prima, Zelensky aveva del resto mostrato cauti (ancorché significativi) segnali di apertura, lasciando intendere che si starebbero registrando dei progressi nelle trattative diplomatiche. «Gli incontri continuano e, mi è stato detto, le posizioni durante i negoziati suonano già più realistiche», aveva affermato. Lo stesso Zelensky, l’altro ieri, aveva aperto alla possibilità di un passo indietro di Kiev rispetto all’eventualità di un suo ingresso nella Nato, dichiarando: «L’Ucraina non è un membro della Nato. Abbiamo sentito per anni che le porte erano aperte, ma abbiamo anche sentito che non potevamo aderire. È una verità e deve essere riconosciuta».Se i russi sembrano essere disposti a un passo indietro sulla richiesta di un’Ucraina demilitarizzata, il nodo principale in queste ore è tuttavia diventato quello della neutralità. Ieri, il capo delegazione russo, Vladimir Medinsky, ha detto che la Russia avrebbe messo sul tavolo i modelli di neutralità austriaca o svedese (il che comporterebbe ovviamente che Kiev resti fuori dall’Alleanza atlantica). Una proposta che è stata accolta con relativa freddezza dall’Ucraina. «Sicuramente comprendiamo che i nostri partner stanno cercando di mantenere l’iniziativa come parte del processo negoziale. Da qui le parole su un modello di neutralità svedese o austriaco. Ma il modello può essere solo ucraino e solo con garanzie di sicurezza legalmente calibrate. E nessun altro modello o opzione», ha detto, sempre ieri, il capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak. Nonostante gli ostacoli, continua a essere ventilata l’ipotesi di un vertice tra Zelensky e Vladimir Putin. «Non ci sono ostacoli all’organizzazione di un tale incontro con la consapevolezza che non sarebbe solo fine a sé stesso; dovrebbe suggellare accordi concreti che sono attualmente in fase di elaborazione da parte delle due delegazioni», ha detto Lavrov ieri. È intanto al lavoro anche la diplomazia internazionale. Il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha parlato ieri con il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolay Patrushev: si tratta del primo contatto ufficiale di alto livello avvenuto tra Washington e Mosca da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina. In particolare, Sullivan ha chiesto all’omologo russo di cessare i bombardamenti sulle città ucraine. Tutto questo, mentre - sempre ieri - il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, si è incontrato con Lavrov a Mosca. «La guerra deve finire, le persone non devono morire», ha detto Cavusoglu, auspicando inoltre che la Turchia possa ospitare un vertice tra Putin e Zelensky. Ricordiamo che Ankara sostiene fortemente Kiev, ma che è al contempo legata a Mosca nei settori di energia e difesa: una serie di intrecci che le stanno progressivamente conferendo un ruolo centrale di mediazione. Non è del resto un caso che, come abbiamo visto, la Turchia compaia tra i Paesi garanti dell’accordo (ancora in bozza), citato dal Financial Times. In tutto questo, anche la Santa Sede si sta muovendo. Ieri, papa Francesco ha avuto un colloquio a distanza con il patriarca di Mosca, Kirill (notoriamente vicino al Cremlino). Secondo il direttore della sala stampa vaticana Matteo Bruni, la conversazione si è concentrata «sulla guerra in Ucraina e il ruolo dei cristiani e dei loro pastori nel fare di tutto perché prevalga la pace». In particolare, il Papa e il Patriarca hanno sottolineato, nel loro colloquio, «l’eccezionale importanza del processo negoziale in corso». «Chi paga il conto della guerra è la gente, sono i soldati russi ed è la gente che viene bombardata e muore», ha detto il Pontefice. Continuano nel frattempo a tenere banco le preoccupazioni per il ruolo della Cina nella vicenda ucraina. Ieri, la Camera ha approvato a larga maggioranza un ordine del giorno, presentato dal deputato leghista Paolo Formentini: un ordine che, partendo dalle potenziali ripercussioni della crisi ucraina su Taiwan, impegna il governo ad avviare una riflessione sulla posizione da adottare con la Nato nei confronti dell’Indo-Pacifico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-piano-di-pace-ha-la-sua-prima-bozza-sul-piatto-cessate-il-fuoco-e-neutralita-2656972788.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-zelensky-alimenta-il-rancore-usa" data-post-id="2656972788" data-published-at="1647467477" data-use-pagination="False"> Ma Zelensky alimenta il rancore Usa Volodymyr Zelensky ha tenuto ieri un discorso al Congresso degli Stati Uniti per via telematica. «Amici americani, nella vostra grande storia avete pagine che vi permetterebbero di capire gli ucraini, capirci ora, quando abbiamo bisogno di voi in questo momento», ha detto. «Ricordate Pearl Harbor, la terribile mattina del 7 dicembre 1941, quando il vostro cielo era nero per gli aerei che vi attaccavano», ha proseguito. «Ricordate l’11 settembre, un terribile giorno del 2001 in cui il male ha cercato di trasformare le città degli Stati Uniti in campi di battaglia, quando persone innocenti sono state attaccate dall’aria inaspettatamente e voi non potevate fermarlo. Il nostro Paese sperimenta lo stesso, ogni giorno, proprio ora in questo momento», ha aggiunto. Il presidente ucraino, nel suo discorso, è tornato a chiedere la creazione di una no fly zone: un’opzione che tuttavia viene temuta da più parti, in quanto rischierebbe di far scoppiare un conflitto diretto tra l’Alleanza atlantica e la Russia. È in quest’ottica che, sempre ieri, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, è tornato a escludere una simile mossa. In conclusione del suo discorso, Zelensky si è rivolto direttamente a Joe Biden. «Mi rivolgo al presidente Biden: tu sei il leader della nazione, della tua grande nazione. Ti auguro di essere il leader del mondo. Essere il leader del mondo significa essere il leader della pace». Il presidente americano, dal canto suo, ha definito «appassionato» il discorso dell’omologo ucraino, annunciando ulteriori 800 milioni di dollari di aiuti per la sicurezza al governo di Kiev. «Il popolo americano sarà fermo nel sostegno al popolo ucraino di fronte agli attacchi immorali di Putin alle popolazioni civili», ha dichiarato Biden, per poi proseguire: «Questo nuovo pacchetto, da solo, fornirà un’assistenza senza precedenti all’Ucraina. Include 800 sistemi antiaerei per assicurare che l’esercito ucraino possa continuare a fermare gli aerei e gli elicotteri che hanno attaccato il suo popolo e a difendere il suo spazio aereo». Tuttavia, come sottolineato ieri dalla Cnn, il presidente americano ha evitato di sostenere la creazione di una no fly zone e non ha inviato jet da combattimento. Oltre ai rischi di un conflitto tra Nato e Russia, l’inquilino della Casa Bianca - che ieri ha definito Putin un «criminale di guerra» - deve del resto gestire anche alcune difficoltà interne: se una parte dei parlamentari americani lo giudica troppo timido nella crisi ucraina, un’altra parte invita invece ad approcci improntati a cautela. Un ulteriore fronte spinoso per lui è poi quello della ridotta autonomia energetica degli Stati Uniti: un fronte su cui i repubblicani lo stanno criticando da giorni, a causa delle misure green che aveva adottato l’anno scorso (come lo stop all’oleodotto Keystone Xl). Nel frattempo, ieri è tornato a parlare anche Vladimir Putin. «Cercando di cancellare la Russia, l’Occidente ha fatto cadere la sua maschera di civiltà e ha iniziato ad agire in modo bellicoso, ha dimostrato la sua vera natura. Si impone un confronto con i pogrom antisemiti dei nazisti eseguiti in Germania negli anni Trenta del secolo scorso», ha dichiarato. Il presidente russo ha inoltre detto che l’offensiva in Ucraina «si sta sviluppando con successo» ed è tornato a sostenere che in Donbass si sarebbe verificato un «genocidio». La domanda da porsi a questo punto è: quale impatto avranno le parole di Putin e Zelensky sul processo negoziale in corso?
Delcy Rodríguez, neo presidente ad interim del Venezuela (Getty Images)
Il presidente ad interim deve infatti bilanciare pressioni contrapposte: da un lato contenere i settori più intransigenti del chavismo rimasti fedeli a Maduro, dall’altro mantenere un canale aperto con Washington. «Diamo priorità al progresso verso relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra Stati Uniti e Venezuela, basate sull’uguaglianza sovrana e sulla non ingerenza», ha affermato Rodríguez, segnando un cambio di tono evidente rispetto al passato. In un’intervista a Nbc, Donald Trump ha dichiarato che il segretario di Stato Marco Rubio intrattiene «un buon rapporto» con il presidente ad interim, sottolineando che il fatto che Rubio «parli fluentemente spagnolo» abbia facilitato i contatti. Il presidente ha lasciato intendere che una mancata collaborazione potrebbe riaprire lo scenario militare, pur precisando di non ritenere necessario un nuovo intervento armato.
Con una mossa a sorpresa il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato l’intenzione di condividere il suo premio Nobel per la pace con Donald Trump, ringraziandolo per l’intervento militare in Venezuela. In un’intervista a Fox News, Machado ha lodato Trump per la destituzione di Maduro definendo l’azione di Washington «un passo enorme per l’umanità, per la libertà e per la dignità umana». Donald Trump ha escluso qualsiasi ipotesi di elezioni a breve termine. «Nei prossimi 30 giorni non si vota. Prima dobbiamo risanare il Paese. Non c’è modo che la gente possa andare alle urne», ha spiegato, ribadendo che il ritorno alla normalità istituzionale richiederà tempo. Secondo il consigliere Stephen Miller, il presidente ha incaricato Rubio «di guidare il processo di riforme economiche e politiche», sostenendo che gli Stati Uniti ritengono di avere «piena, completa e totale cooperazione» da parte del governo di Caracas.
Sul piano economico, Donald Trump ha evocato la possibilità di un ritorno massiccio delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela entro 18 mesi, parlando di «un enorme investimento» che potrebbe essere recuperato attraverso ricavi o rimborsi federali. In questo senso l’amministrazione Trump incontrerà nei prossimi giorni le grandi aziende petrolifere americane per parlare dell’aumento della produzione di petrolio. Mentre a Washington si disegna il futuro, sul terreno venezuelano la tensione resta altissima. Un decreto che dichiara lo stato di emergenza ha avviato una vasta caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro. Il clima repressivo ha coinvolto anche il mondo dell’informazione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, poi rilasciati. Il giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato invece bloccato all’aeroporto di Caracas ed espulso verso la Colombia, nonostante fosse residente nel Paese.
Sul piano militare, la cattura di Maduro ha rappresentato un duro colpo per i servizi segreti cubani, responsabili della sua sicurezza con circa 140 agenti cubani assegnati alla protezione del leader venezuelano. Durante l’assalto condotto dalle unità della Delta Force, almeno 32 cubani e 25 venezuelani sarebbero rimasti uccisi e sono decine i feriti. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che l’intervento statunitense ha «minato un principio fondamentale del diritto internazionale». Da Ginevra, la portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani ha ricordato che «gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcun Paese». In precedenza Marco Rubio aveva già affermato: «Non mi interessa cosa dice l’Onu», confermando una linea che rivendica la legittimità dell’azione e ridimensiona il ruolo dei consessi multilaterali.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riscritto l’atto d’accusa contro Maduro, correggendo uno degli elementi più controversi. Senza ritirare le imputazioni per narcotraffico, è stata abbandonata la definizione del Cartel de los Soles come cartello strutturato. Al suo posto emerge la descrizione di un sistema diffuso di patronato e corruzione, una rete di complicità interne allo Stato. Una revisione sostanziale che attenua l’impianto più aggressivo, ma non riduce affatto il rischio per Nicolás Maduro di una condanna fino a 70 anni di carcere. A questo proposito il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, si è rivolto oggi all’Assemblea nazionale chiedendo al giudice statunitense che segue il procedimento contro Maduro, arrestato dagli Stati Uniti e trasferito a New York, di rispettare il diritto internazionale e l’immunità diplomatica del leader venezuelano. Infine, gli Stati Uniti valutano il sequestro di presunte riserve segrete di criptovalute venezuelane: secondo la giornalista Olga Nesterova sarebbero circa 600.000 bitcoin, accumulati aggirando le sanzioni. Un eventuale congelamento potrebbe bloccare fino al 3% dell’offerta globale di Bitcoin, riducendo la liquidità e spingendo i prezzi al rialzo.
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(Ansa)
Tanti colleghi di Alessandro Ambrosio hanno partecipato in divisa da ferroviere, con centinaia di persone presenti, al presidio in stazione a Bologna per ricordare il capotreno ucciso il 5 gennaio nel parcheggio dello scalo. Corone di fiori e commozione in piazza Medaglie d'oro, con foto e biglietti. Il gruppo ha raggiunto in corteo il luogo dove e' stato trovato morto il 34enne. Ad una recinzione, nei pressi, sono stati apposti un berretto e una cravatta da ferroviere.
Barack Obama e Angela Merkel (Getty Images)
La vicenda è descritta, con dovizia di fonti e particolari, in un libro appena uscito in Germania, scritto dal vicedirettore del settimanale Die Zeit, Holger Stark, con una trentennale esperienza di corrispondente dagli Usa.
Tutto parte da un’attività di intelligence del servizio segreto tedesco per l’estero (Bnd), che aveva scoperto che non tutte le chiamate in arrivo o in partenza dall’Air Force One erano criptate. E così, gli uomini dello spionaggio di Berlino si sono messi a origliare su una dozzina di frequenze, «non sempre tutte e non tutto il giorno, ma abbastanza sistematicamente da intercettare le comunicazioni del presidente degli Stati Uniti (e di altri funzionari governativi e militari Usa) in diverse occasioni», scrive Stark nel libro.
Il contenuto di quelle conversazioni è finito in una cartella segreta nella diretta disponibilità del presidente del Bnd e, secondo le fonti citate nel libro, è stato poi visibile a una ristretta cerchia di alti funzionari, prima di essere distrutto.
Il fatto ancora più rilevante è che - secondo fonti raccolte dal Washington Post - quella cartella sia stata a disposizione della Cancelliera Merkel. Nel 2014/2015 fu una commissione d’inchiesta sul Bnd a rendere nota l’esistenza di questa cartella, ma il Bnd era riuscito a tenere nascosto il segreto più importante: dentro c’erano le conversazioni di Obama dall’Air Force One. Uno scandalo di portata internazionale. Anche se le stesse fonti hanno precisato che non si sia trattato di un’operazione avente come obiettivo specifico il presidente Usa, quanto di «un’acquisizione accidentale».
La gravità di questa vicenda va inquadrata alla luce del fatto che stiamo parlando di un periodo in cui i rapporti transatlantici erano relativamente distesi e sereni, nulla di paragonabile alla tensione attuale. Lo scossone del Dieselgate era di là da venire, tuttavia Washington e Berlino si dedicavano già «attenzioni» riservate, non proprio abituali tra alleati. Fu la stessa Merkel, in una telefonata a Obama, a definire quelle pratiche «completamente inaccettabili».
Se questi sono i fatti - almeno quelli parzialmente ricostruiti da Stark - crediamo che sia agevole e non tacciabile di complottismo «unire alcuni puntini» e affermare che questa è l’ennesima tessera di un puzzle in cui gli Usa hanno sistematicamente mal tollerato e poi avversato la Ue a trazione tedesca. Considerata, senza mezzi termini, un produttore di squilibri macroeconomici nel mondo e verso gli Usa. Dopo alcuni interventi soft durante i due mandati di Obama, non possiamo dimenticare le parole di Peter Navarro, principale consigliere per il commercio e la politica industriale durante la prima presidenza di Donald Trump, che nel 2017 in un’intervista al Financial Times accusò la Germania di utilizzare un euro ampiamente sottovalutato come una sorta di «Deutsche Mark implicito», al fine di sfruttare partner commerciali come gli Usa e gli altri Paesi Ue.
Le critiche di Navarro si concentravano soprattutto sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale costituisce la parte più rilevante. Tale saldo viene considerato eccessivo dal Fmi quando supera il 6% del Pil. Ebbene, la Germania dal 5% del 2005, è sempre stata ben oltre quel livello, con un massimo storico nel 2016 al 9 per cento. Solo la crisi energetica del 2022 ha causato una riduzione intorno al 4-5%, ma nel 2024 era di nuovo al 6% circa.
Un Paese la cui crescita dipende in misura così rilevante dal consumo degli altri Paesi, è un elemento di squilibrio nell’economia mondiale.
Non mancarono anche le critiche alla Germania per la dipendenza energetica dalla Russia, rafforzata dal progetto del gasdotto Nord Stream 2, descritto da Navarro come una minaccia alla sicurezza europea e americana, rendendo la Germania «prigioniera» della Russia.
L’elenco potrebbe continuare a lungo anche citando episodi sotto la presidenza di Joe Biden.
Il punto è che risultano oggi totalmente miopi le analisi e i commenti che scoprono l’acqua calda della rottura dell’ordine internazionale, avvenuta nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina o con le parole di J.D. Vance a Monaco o sabato scorso, con la cattura di Nicolás Maduro. I fatti dimostrano che, almeno dall’inizio degli anni Dieci, gli Usa abbiano guardato alla Ue come a un fattore di rischio geopolitico ed economico da correggere e contenere. I cui costi di smantellamento superano, per ora, il costo di quei rischi e di quegli squilibri. Da Berlino erano perfettamente consapevoli di questa postura e si sono organizzati di conseguenza, spiando gli Usa.
Le anime candide che sembrano appena svegliate da un lungo sonno, puntando oggi il dito contro l’amministrazione Trump, dovrebbero chiedersi dove abbiano passato gli ultimi 15 anni.
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Trump detta l’agenda globale: dopo il Venezuela, l’Iran è nel mirino e la Groenlandia diventa un dossier di sicurezza strategica contro Cina e Russia. Gli Usa tornano potenza muscolare, l’Europa reagisce con appelli e retorica. La lezione, quindi, è: il mondo è cambiato e l’Ue, così com’è, non conta più.