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2022-03-17
Il piano di pace ha la sua prima bozza. Sul piatto cessate il fuoco e neutralità
Sergej Lavrov (Ansa)
Crisi ucraina: siamo vicini a una svolta? Secondo quanto rivelato ieri dal Financial Times, le delegazioni di Ucraina e Russia starebbero lavorando alla bozza di un piano di pace, che si articolerebbe in 15 punti. Il quotidiano londinese ha in particolare riferito che il documento «comporterebbe la rinuncia di Kiev alle sue ambizioni di aderire alla Nato e la promessa di non ospitare basi militari o armi straniere in cambio della protezione di alleati come Stati Uniti, Regno Unito e Turchia». In tutto questo, la bozza prevederebbe un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino, mentre Kiev si impegnerebbe a mantenere la neutralità auspicata da Mosca. L’accordo conterrebbe inoltre garanzie per tutelare la lingua russa nelle aree dell’Ucraina in cui viene parlata. Risulterebbe invece ancora in salita la strada per un’intesa sulla Crimea e sul Donbass. Kiev comunque ha smorzato gli entusiasmi dicendo che la bozza riflette la posizione russa.
In attesa di capire quanto sia effettivamente vicino il raggiungimento di un’intesa, la situazione generale resta in bilico: spiragli distensivi si alternano continuamente infatti a bruschi passi indietro. Ieri mattina, una nota di timido ottimismo è stata espressa dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov: «Mi affido all’opinione dei nostri negoziatori. Dicono che i negoziati non sono stati facili per ragioni apparenti, ma c’è comunque una certa speranza di raggiungere un compromesso», ha detto. «La stessa opinione», ha aggiunto, «è stata espressa da alcuni membri della delegazione ucraina. Lo stesso presidente Zelensky ha recentemente rilasciato una serie di dichiarazioni interessanti». Non molto tempo prima, Zelensky aveva del resto mostrato cauti (ancorché significativi) segnali di apertura, lasciando intendere che si starebbero registrando dei progressi nelle trattative diplomatiche. «Gli incontri continuano e, mi è stato detto, le posizioni durante i negoziati suonano già più realistiche», aveva affermato. Lo stesso Zelensky, l’altro ieri, aveva aperto alla possibilità di un passo indietro di Kiev rispetto all’eventualità di un suo ingresso nella Nato, dichiarando: «L’Ucraina non è un membro della Nato. Abbiamo sentito per anni che le porte erano aperte, ma abbiamo anche sentito che non potevamo aderire. È una verità e deve essere riconosciuta».
Se i russi sembrano essere disposti a un passo indietro sulla richiesta di un’Ucraina demilitarizzata, il nodo principale in queste ore è tuttavia diventato quello della neutralità. Ieri, il capo delegazione russo, Vladimir Medinsky, ha detto che la Russia avrebbe messo sul tavolo i modelli di neutralità austriaca o svedese (il che comporterebbe ovviamente che Kiev resti fuori dall’Alleanza atlantica). Una proposta che è stata accolta con relativa freddezza dall’Ucraina. «Sicuramente comprendiamo che i nostri partner stanno cercando di mantenere l’iniziativa come parte del processo negoziale. Da qui le parole su un modello di neutralità svedese o austriaco. Ma il modello può essere solo ucraino e solo con garanzie di sicurezza legalmente calibrate. E nessun altro modello o opzione», ha detto, sempre ieri, il capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak. Nonostante gli ostacoli, continua a essere ventilata l’ipotesi di un vertice tra Zelensky e Vladimir Putin. «Non ci sono ostacoli all’organizzazione di un tale incontro con la consapevolezza che non sarebbe solo fine a sé stesso; dovrebbe suggellare accordi concreti che sono attualmente in fase di elaborazione da parte delle due delegazioni», ha detto Lavrov ieri.
È intanto al lavoro anche la diplomazia internazionale. Il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha parlato ieri con il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolay Patrushev: si tratta del primo contatto ufficiale di alto livello avvenuto tra Washington e Mosca da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina. In particolare, Sullivan ha chiesto all’omologo russo di cessare i bombardamenti sulle città ucraine. Tutto questo, mentre - sempre ieri - il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, si è incontrato con Lavrov a Mosca. «La guerra deve finire, le persone non devono morire», ha detto Cavusoglu, auspicando inoltre che la Turchia possa ospitare un vertice tra Putin e Zelensky. Ricordiamo che Ankara sostiene fortemente Kiev, ma che è al contempo legata a Mosca nei settori di energia e difesa: una serie di intrecci che le stanno progressivamente conferendo un ruolo centrale di mediazione. Non è del resto un caso che, come abbiamo visto, la Turchia compaia tra i Paesi garanti dell’accordo (ancora in bozza), citato dal Financial Times. In tutto questo, anche la Santa Sede si sta muovendo. Ieri, papa Francesco ha avuto un colloquio a distanza con il patriarca di Mosca, Kirill (notoriamente vicino al Cremlino). Secondo il direttore della sala stampa vaticana Matteo Bruni, la conversazione si è concentrata «sulla guerra in Ucraina e il ruolo dei cristiani e dei loro pastori nel fare di tutto perché prevalga la pace». In particolare, il Papa e il Patriarca hanno sottolineato, nel loro colloquio, «l’eccezionale importanza del processo negoziale in corso». «Chi paga il conto della guerra è la gente, sono i soldati russi ed è la gente che viene bombardata e muore», ha detto il Pontefice.
Continuano nel frattempo a tenere banco le preoccupazioni per il ruolo della Cina nella vicenda ucraina. Ieri, la Camera ha approvato a larga maggioranza un ordine del giorno, presentato dal deputato leghista Paolo Formentini: un ordine che, partendo dalle potenziali ripercussioni della crisi ucraina su Taiwan, impegna il governo ad avviare una riflessione sulla posizione da adottare con la Nato nei confronti dell’Indo-Pacifico.
Ma Zelensky alimenta il rancore Usa
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Il «Financial Times» rivela un’agenda in 15 punti. Sergej Lavrov: «Passi avanti». Kiev: «Sono le richieste russe». Intanto Sullivan parla con il suo omologo al Cremlino. E papa Francesco rimette in piedi il dialogo con Kirill.Citando Pearl Harbor e l’11 settembre, il presidente ha chiesto di nuovo al Congresso aerei e no fly zone. E da Joe Biden arrivano 800 milioni di dollari di aiuti per la sicurezza.Lo speciale contiene due articoliCrisi ucraina: siamo vicini a una svolta? Secondo quanto rivelato ieri dal Financial Times, le delegazioni di Ucraina e Russia starebbero lavorando alla bozza di un piano di pace, che si articolerebbe in 15 punti. Il quotidiano londinese ha in particolare riferito che il documento «comporterebbe la rinuncia di Kiev alle sue ambizioni di aderire alla Nato e la promessa di non ospitare basi militari o armi straniere in cambio della protezione di alleati come Stati Uniti, Regno Unito e Turchia». In tutto questo, la bozza prevederebbe un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino, mentre Kiev si impegnerebbe a mantenere la neutralità auspicata da Mosca. L’accordo conterrebbe inoltre garanzie per tutelare la lingua russa nelle aree dell’Ucraina in cui viene parlata. Risulterebbe invece ancora in salita la strada per un’intesa sulla Crimea e sul Donbass. Kiev comunque ha smorzato gli entusiasmi dicendo che la bozza riflette la posizione russa. In attesa di capire quanto sia effettivamente vicino il raggiungimento di un’intesa, la situazione generale resta in bilico: spiragli distensivi si alternano continuamente infatti a bruschi passi indietro. Ieri mattina, una nota di timido ottimismo è stata espressa dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov: «Mi affido all’opinione dei nostri negoziatori. Dicono che i negoziati non sono stati facili per ragioni apparenti, ma c’è comunque una certa speranza di raggiungere un compromesso», ha detto. «La stessa opinione», ha aggiunto, «è stata espressa da alcuni membri della delegazione ucraina. Lo stesso presidente Zelensky ha recentemente rilasciato una serie di dichiarazioni interessanti». Non molto tempo prima, Zelensky aveva del resto mostrato cauti (ancorché significativi) segnali di apertura, lasciando intendere che si starebbero registrando dei progressi nelle trattative diplomatiche. «Gli incontri continuano e, mi è stato detto, le posizioni durante i negoziati suonano già più realistiche», aveva affermato. Lo stesso Zelensky, l’altro ieri, aveva aperto alla possibilità di un passo indietro di Kiev rispetto all’eventualità di un suo ingresso nella Nato, dichiarando: «L’Ucraina non è un membro della Nato. Abbiamo sentito per anni che le porte erano aperte, ma abbiamo anche sentito che non potevamo aderire. È una verità e deve essere riconosciuta».Se i russi sembrano essere disposti a un passo indietro sulla richiesta di un’Ucraina demilitarizzata, il nodo principale in queste ore è tuttavia diventato quello della neutralità. Ieri, il capo delegazione russo, Vladimir Medinsky, ha detto che la Russia avrebbe messo sul tavolo i modelli di neutralità austriaca o svedese (il che comporterebbe ovviamente che Kiev resti fuori dall’Alleanza atlantica). Una proposta che è stata accolta con relativa freddezza dall’Ucraina. «Sicuramente comprendiamo che i nostri partner stanno cercando di mantenere l’iniziativa come parte del processo negoziale. Da qui le parole su un modello di neutralità svedese o austriaco. Ma il modello può essere solo ucraino e solo con garanzie di sicurezza legalmente calibrate. E nessun altro modello o opzione», ha detto, sempre ieri, il capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak. Nonostante gli ostacoli, continua a essere ventilata l’ipotesi di un vertice tra Zelensky e Vladimir Putin. «Non ci sono ostacoli all’organizzazione di un tale incontro con la consapevolezza che non sarebbe solo fine a sé stesso; dovrebbe suggellare accordi concreti che sono attualmente in fase di elaborazione da parte delle due delegazioni», ha detto Lavrov ieri. È intanto al lavoro anche la diplomazia internazionale. Il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha parlato ieri con il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolay Patrushev: si tratta del primo contatto ufficiale di alto livello avvenuto tra Washington e Mosca da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina. In particolare, Sullivan ha chiesto all’omologo russo di cessare i bombardamenti sulle città ucraine. Tutto questo, mentre - sempre ieri - il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, si è incontrato con Lavrov a Mosca. «La guerra deve finire, le persone non devono morire», ha detto Cavusoglu, auspicando inoltre che la Turchia possa ospitare un vertice tra Putin e Zelensky. Ricordiamo che Ankara sostiene fortemente Kiev, ma che è al contempo legata a Mosca nei settori di energia e difesa: una serie di intrecci che le stanno progressivamente conferendo un ruolo centrale di mediazione. Non è del resto un caso che, come abbiamo visto, la Turchia compaia tra i Paesi garanti dell’accordo (ancora in bozza), citato dal Financial Times. In tutto questo, anche la Santa Sede si sta muovendo. Ieri, papa Francesco ha avuto un colloquio a distanza con il patriarca di Mosca, Kirill (notoriamente vicino al Cremlino). Secondo il direttore della sala stampa vaticana Matteo Bruni, la conversazione si è concentrata «sulla guerra in Ucraina e il ruolo dei cristiani e dei loro pastori nel fare di tutto perché prevalga la pace». In particolare, il Papa e il Patriarca hanno sottolineato, nel loro colloquio, «l’eccezionale importanza del processo negoziale in corso». «Chi paga il conto della guerra è la gente, sono i soldati russi ed è la gente che viene bombardata e muore», ha detto il Pontefice. Continuano nel frattempo a tenere banco le preoccupazioni per il ruolo della Cina nella vicenda ucraina. Ieri, la Camera ha approvato a larga maggioranza un ordine del giorno, presentato dal deputato leghista Paolo Formentini: un ordine che, partendo dalle potenziali ripercussioni della crisi ucraina su Taiwan, impegna il governo ad avviare una riflessione sulla posizione da adottare con la Nato nei confronti dell’Indo-Pacifico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-piano-di-pace-ha-la-sua-prima-bozza-sul-piatto-cessate-il-fuoco-e-neutralita-2656972788.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-zelensky-alimenta-il-rancore-usa" data-post-id="2656972788" data-published-at="1647467477" data-use-pagination="False"> Ma Zelensky alimenta il rancore Usa Volodymyr Zelensky ha tenuto ieri un discorso al Congresso degli Stati Uniti per via telematica. «Amici americani, nella vostra grande storia avete pagine che vi permetterebbero di capire gli ucraini, capirci ora, quando abbiamo bisogno di voi in questo momento», ha detto. «Ricordate Pearl Harbor, la terribile mattina del 7 dicembre 1941, quando il vostro cielo era nero per gli aerei che vi attaccavano», ha proseguito. «Ricordate l’11 settembre, un terribile giorno del 2001 in cui il male ha cercato di trasformare le città degli Stati Uniti in campi di battaglia, quando persone innocenti sono state attaccate dall’aria inaspettatamente e voi non potevate fermarlo. Il nostro Paese sperimenta lo stesso, ogni giorno, proprio ora in questo momento», ha aggiunto. Il presidente ucraino, nel suo discorso, è tornato a chiedere la creazione di una no fly zone: un’opzione che tuttavia viene temuta da più parti, in quanto rischierebbe di far scoppiare un conflitto diretto tra l’Alleanza atlantica e la Russia. È in quest’ottica che, sempre ieri, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, è tornato a escludere una simile mossa. In conclusione del suo discorso, Zelensky si è rivolto direttamente a Joe Biden. «Mi rivolgo al presidente Biden: tu sei il leader della nazione, della tua grande nazione. Ti auguro di essere il leader del mondo. Essere il leader del mondo significa essere il leader della pace». Il presidente americano, dal canto suo, ha definito «appassionato» il discorso dell’omologo ucraino, annunciando ulteriori 800 milioni di dollari di aiuti per la sicurezza al governo di Kiev. «Il popolo americano sarà fermo nel sostegno al popolo ucraino di fronte agli attacchi immorali di Putin alle popolazioni civili», ha dichiarato Biden, per poi proseguire: «Questo nuovo pacchetto, da solo, fornirà un’assistenza senza precedenti all’Ucraina. Include 800 sistemi antiaerei per assicurare che l’esercito ucraino possa continuare a fermare gli aerei e gli elicotteri che hanno attaccato il suo popolo e a difendere il suo spazio aereo». Tuttavia, come sottolineato ieri dalla Cnn, il presidente americano ha evitato di sostenere la creazione di una no fly zone e non ha inviato jet da combattimento. Oltre ai rischi di un conflitto tra Nato e Russia, l’inquilino della Casa Bianca - che ieri ha definito Putin un «criminale di guerra» - deve del resto gestire anche alcune difficoltà interne: se una parte dei parlamentari americani lo giudica troppo timido nella crisi ucraina, un’altra parte invita invece ad approcci improntati a cautela. Un ulteriore fronte spinoso per lui è poi quello della ridotta autonomia energetica degli Stati Uniti: un fronte su cui i repubblicani lo stanno criticando da giorni, a causa delle misure green che aveva adottato l’anno scorso (come lo stop all’oleodotto Keystone Xl). Nel frattempo, ieri è tornato a parlare anche Vladimir Putin. «Cercando di cancellare la Russia, l’Occidente ha fatto cadere la sua maschera di civiltà e ha iniziato ad agire in modo bellicoso, ha dimostrato la sua vera natura. Si impone un confronto con i pogrom antisemiti dei nazisti eseguiti in Germania negli anni Trenta del secolo scorso», ha dichiarato. Il presidente russo ha inoltre detto che l’offensiva in Ucraina «si sta sviluppando con successo» ed è tornato a sostenere che in Donbass si sarebbe verificato un «genocidio». La domanda da porsi a questo punto è: quale impatto avranno le parole di Putin e Zelensky sul processo negoziale in corso?
Ermanno Scervino (Getty Images)
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
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Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
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«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
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