2022-03-17
Il piano di pace ha la sua prima bozza. Sul piatto cessate il fuoco e neutralità
Il «Financial Times» rivela un’agenda in 15 punti. Sergej Lavrov: «Passi avanti». Kiev: «Sono le richieste russe». Intanto Sullivan parla con il suo omologo al Cremlino. E papa Francesco rimette in piedi il dialogo con Kirill.Citando Pearl Harbor e l’11 settembre, il presidente ha chiesto di nuovo al Congresso aerei e no fly zone. E da Joe Biden arrivano 800 milioni di dollari di aiuti per la sicurezza.Lo speciale contiene due articoliCrisi ucraina: siamo vicini a una svolta? Secondo quanto rivelato ieri dal Financial Times, le delegazioni di Ucraina e Russia starebbero lavorando alla bozza di un piano di pace, che si articolerebbe in 15 punti. Il quotidiano londinese ha in particolare riferito che il documento «comporterebbe la rinuncia di Kiev alle sue ambizioni di aderire alla Nato e la promessa di non ospitare basi militari o armi straniere in cambio della protezione di alleati come Stati Uniti, Regno Unito e Turchia». In tutto questo, la bozza prevederebbe un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino, mentre Kiev si impegnerebbe a mantenere la neutralità auspicata da Mosca. L’accordo conterrebbe inoltre garanzie per tutelare la lingua russa nelle aree dell’Ucraina in cui viene parlata. Risulterebbe invece ancora in salita la strada per un’intesa sulla Crimea e sul Donbass. Kiev comunque ha smorzato gli entusiasmi dicendo che la bozza riflette la posizione russa. In attesa di capire quanto sia effettivamente vicino il raggiungimento di un’intesa, la situazione generale resta in bilico: spiragli distensivi si alternano continuamente infatti a bruschi passi indietro. Ieri mattina, una nota di timido ottimismo è stata espressa dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov: «Mi affido all’opinione dei nostri negoziatori. Dicono che i negoziati non sono stati facili per ragioni apparenti, ma c’è comunque una certa speranza di raggiungere un compromesso», ha detto. «La stessa opinione», ha aggiunto, «è stata espressa da alcuni membri della delegazione ucraina. Lo stesso presidente Zelensky ha recentemente rilasciato una serie di dichiarazioni interessanti». Non molto tempo prima, Zelensky aveva del resto mostrato cauti (ancorché significativi) segnali di apertura, lasciando intendere che si starebbero registrando dei progressi nelle trattative diplomatiche. «Gli incontri continuano e, mi è stato detto, le posizioni durante i negoziati suonano già più realistiche», aveva affermato. Lo stesso Zelensky, l’altro ieri, aveva aperto alla possibilità di un passo indietro di Kiev rispetto all’eventualità di un suo ingresso nella Nato, dichiarando: «L’Ucraina non è un membro della Nato. Abbiamo sentito per anni che le porte erano aperte, ma abbiamo anche sentito che non potevamo aderire. È una verità e deve essere riconosciuta».Se i russi sembrano essere disposti a un passo indietro sulla richiesta di un’Ucraina demilitarizzata, il nodo principale in queste ore è tuttavia diventato quello della neutralità. Ieri, il capo delegazione russo, Vladimir Medinsky, ha detto che la Russia avrebbe messo sul tavolo i modelli di neutralità austriaca o svedese (il che comporterebbe ovviamente che Kiev resti fuori dall’Alleanza atlantica). Una proposta che è stata accolta con relativa freddezza dall’Ucraina. «Sicuramente comprendiamo che i nostri partner stanno cercando di mantenere l’iniziativa come parte del processo negoziale. Da qui le parole su un modello di neutralità svedese o austriaco. Ma il modello può essere solo ucraino e solo con garanzie di sicurezza legalmente calibrate. E nessun altro modello o opzione», ha detto, sempre ieri, il capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak. Nonostante gli ostacoli, continua a essere ventilata l’ipotesi di un vertice tra Zelensky e Vladimir Putin. «Non ci sono ostacoli all’organizzazione di un tale incontro con la consapevolezza che non sarebbe solo fine a sé stesso; dovrebbe suggellare accordi concreti che sono attualmente in fase di elaborazione da parte delle due delegazioni», ha detto Lavrov ieri. È intanto al lavoro anche la diplomazia internazionale. Il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha parlato ieri con il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolay Patrushev: si tratta del primo contatto ufficiale di alto livello avvenuto tra Washington e Mosca da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina. In particolare, Sullivan ha chiesto all’omologo russo di cessare i bombardamenti sulle città ucraine. Tutto questo, mentre - sempre ieri - il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, si è incontrato con Lavrov a Mosca. «La guerra deve finire, le persone non devono morire», ha detto Cavusoglu, auspicando inoltre che la Turchia possa ospitare un vertice tra Putin e Zelensky. Ricordiamo che Ankara sostiene fortemente Kiev, ma che è al contempo legata a Mosca nei settori di energia e difesa: una serie di intrecci che le stanno progressivamente conferendo un ruolo centrale di mediazione. Non è del resto un caso che, come abbiamo visto, la Turchia compaia tra i Paesi garanti dell’accordo (ancora in bozza), citato dal Financial Times. In tutto questo, anche la Santa Sede si sta muovendo. Ieri, papa Francesco ha avuto un colloquio a distanza con il patriarca di Mosca, Kirill (notoriamente vicino al Cremlino). Secondo il direttore della sala stampa vaticana Matteo Bruni, la conversazione si è concentrata «sulla guerra in Ucraina e il ruolo dei cristiani e dei loro pastori nel fare di tutto perché prevalga la pace». In particolare, il Papa e il Patriarca hanno sottolineato, nel loro colloquio, «l’eccezionale importanza del processo negoziale in corso». «Chi paga il conto della guerra è la gente, sono i soldati russi ed è la gente che viene bombardata e muore», ha detto il Pontefice. Continuano nel frattempo a tenere banco le preoccupazioni per il ruolo della Cina nella vicenda ucraina. Ieri, la Camera ha approvato a larga maggioranza un ordine del giorno, presentato dal deputato leghista Paolo Formentini: un ordine che, partendo dalle potenziali ripercussioni della crisi ucraina su Taiwan, impegna il governo ad avviare una riflessione sulla posizione da adottare con la Nato nei confronti dell’Indo-Pacifico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-piano-di-pace-ha-la-sua-prima-bozza-sul-piatto-cessate-il-fuoco-e-neutralita-2656972788.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-zelensky-alimenta-il-rancore-usa" data-post-id="2656972788" data-published-at="1647467477" data-use-pagination="False"> Ma Zelensky alimenta il rancore Usa Volodymyr Zelensky ha tenuto ieri un discorso al Congresso degli Stati Uniti per via telematica. «Amici americani, nella vostra grande storia avete pagine che vi permetterebbero di capire gli ucraini, capirci ora, quando abbiamo bisogno di voi in questo momento», ha detto. «Ricordate Pearl Harbor, la terribile mattina del 7 dicembre 1941, quando il vostro cielo era nero per gli aerei che vi attaccavano», ha proseguito. «Ricordate l’11 settembre, un terribile giorno del 2001 in cui il male ha cercato di trasformare le città degli Stati Uniti in campi di battaglia, quando persone innocenti sono state attaccate dall’aria inaspettatamente e voi non potevate fermarlo. Il nostro Paese sperimenta lo stesso, ogni giorno, proprio ora in questo momento», ha aggiunto. Il presidente ucraino, nel suo discorso, è tornato a chiedere la creazione di una no fly zone: un’opzione che tuttavia viene temuta da più parti, in quanto rischierebbe di far scoppiare un conflitto diretto tra l’Alleanza atlantica e la Russia. È in quest’ottica che, sempre ieri, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, è tornato a escludere una simile mossa. In conclusione del suo discorso, Zelensky si è rivolto direttamente a Joe Biden. «Mi rivolgo al presidente Biden: tu sei il leader della nazione, della tua grande nazione. Ti auguro di essere il leader del mondo. Essere il leader del mondo significa essere il leader della pace». Il presidente americano, dal canto suo, ha definito «appassionato» il discorso dell’omologo ucraino, annunciando ulteriori 800 milioni di dollari di aiuti per la sicurezza al governo di Kiev. «Il popolo americano sarà fermo nel sostegno al popolo ucraino di fronte agli attacchi immorali di Putin alle popolazioni civili», ha dichiarato Biden, per poi proseguire: «Questo nuovo pacchetto, da solo, fornirà un’assistenza senza precedenti all’Ucraina. Include 800 sistemi antiaerei per assicurare che l’esercito ucraino possa continuare a fermare gli aerei e gli elicotteri che hanno attaccato il suo popolo e a difendere il suo spazio aereo». Tuttavia, come sottolineato ieri dalla Cnn, il presidente americano ha evitato di sostenere la creazione di una no fly zone e non ha inviato jet da combattimento. Oltre ai rischi di un conflitto tra Nato e Russia, l’inquilino della Casa Bianca - che ieri ha definito Putin un «criminale di guerra» - deve del resto gestire anche alcune difficoltà interne: se una parte dei parlamentari americani lo giudica troppo timido nella crisi ucraina, un’altra parte invita invece ad approcci improntati a cautela. Un ulteriore fronte spinoso per lui è poi quello della ridotta autonomia energetica degli Stati Uniti: un fronte su cui i repubblicani lo stanno criticando da giorni, a causa delle misure green che aveva adottato l’anno scorso (come lo stop all’oleodotto Keystone Xl). Nel frattempo, ieri è tornato a parlare anche Vladimir Putin. «Cercando di cancellare la Russia, l’Occidente ha fatto cadere la sua maschera di civiltà e ha iniziato ad agire in modo bellicoso, ha dimostrato la sua vera natura. Si impone un confronto con i pogrom antisemiti dei nazisti eseguiti in Germania negli anni Trenta del secolo scorso», ha dichiarato. Il presidente russo ha inoltre detto che l’offensiva in Ucraina «si sta sviluppando con successo» ed è tornato a sostenere che in Donbass si sarebbe verificato un «genocidio». La domanda da porsi a questo punto è: quale impatto avranno le parole di Putin e Zelensky sul processo negoziale in corso?
(Esercito Italiano)
Si è conclusa l’esercitazione «Mangusta 2025», che ha visto impiegati, tra le provincie di Pisa, Livorno, Siena, Pistoia e Grosseto, oltre 1800 militari provenienti da 7 diverse nazioni e condotta quest’anno contemporaneamente con le esercitazioni CAEX II (Complex Aviation Exercise), dell'Aviazione dell'Esercito, e la MUFLONE, del Comando Forze Speciali dell’Esercito.
L’esercitazione «Mangusta» è il principale evento addestrativo annuale della Brigata Paracadutisti «Folgore» e ha lo scopo di verificare la capacità delle unità paracadutiste di pianificare, preparare e condurre un’operazione avioportata in uno scenario di combattimento ad alta intensità, comprendente attività di interdizione e contro-interdizione d’area volte a negare all’avversario la libertà di movimento e ad assicurare la superiorità tattica sul terreno e la condotta di una operazione JFEO (Joint Forcible Entry Operation) che prevede l’aviolancio, la conquista e la tenuta di un obiettivo strategico.
La particolarità della «Mangusta» risiede nel fatto che gli eventi tattici si generano dinamicamente sul terreno attraverso il confronto diretto tra forze contrapposte, riproducendo un contesto estremamente realistico e imprevedibile, in grado di stimolare la prontezza decisionale dei Comandanti e mettere alla prova la resilienza delle unità. Le attività, svolte in modo continuativo sia di giorno che di notte, hanno compreso fasi di combattimento in ambiente boschivo e sotterraneo svolte con l’impiego di munizionamento a salve e sistemi di simulazione, al fine di garantire il massimo realismo addestrativo.
Di particolare rilievo le attività condotte con l’obiettivo di sviluppare e testare le nuove tecnologie, sempre più fondamentali nei moderni scenari operativi. Nel corso dell’esercitazione infatti, oltre ai nuovi sistemi di telecomunicazione satellitare, di cifratura, di alimentazione elettrica tattico modulare campale anche integrabile con pannelli solari sono stati impiegati il Sistema di Comando e Controllo «Imperio», ed il sistema «C2 DN EVO» che hanno consentito ai Posti Comando sul terreno di pianificare e coordinare le operazioni in tempo reale in ogni fase dell’esercitazione. Largo spazio è stato dedicato anche all’utilizzo di droni che hanno permesso di ampliare ulteriormente le capacità di osservazione, sorveglianza e acquisizione degli obiettivi.
La «Mangusta 2025» ha rappresentato un’importante occasione per rafforzare la cooperazione e l’amalgama all’interno della cosiddetta Airborne Community. A questa edizione hanno partecipato la Brigata Paracadutisti Folgore, la 1st Airborne Brigade giapponese, l’11th Parachute Brigade francese, il 16 Air Assault Brigade Combat Team britannica, il Paratrooper Regiment 31 e la Airborne Reconnaissance Company 260 tedesche, la Brigada «Almogávares» VI de Paracaidistas e la Brigada de la Legión «Rey Alfonso XIII» spagnole e la 6th Airborne Brigade polacca.
L’esercitazione ha visto il contributo congiunto di più Forze Armate e reparti specialistici. In particolare, l’Aviazione dell’Esercito ha impiegato vettori ad ala rotante CH-47F, UH-90A, AH-129D, UH-205A e UH-168B/D per attività di eliassalto ed elitrasporto. L’Aeronautica Militare ha assicurato il supporto con velivoli da trasporto C-27J e C-130J della 46ª Brigata Aerea, impiegati per l’aviolancio di carichi e personale, oltre a partecipare con personale paracadutista «Fuciliere dell’Aria» del 16° Stormo «Protezione delle Forze» e fornendo il supporto logistico e di coordinamento dell’attività di volo da parte del 4° Stormo.
A completare il dispositivo interforze, la 2ª Brigata Mobile Carabinieri ha partecipato con unità del 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti «Tuscania», del 7° Reggimento Carabinieri «Trentino Alto Adige» e del 13° Reggimento Carabinieri «Friuli Venezia Giulia». Il 1° Tuscania ha eseguito azioni tipiche delle Forze Speciali, mentre gli assetti del 7° e 13° alle attività di sicurezza e controllo nell’area d’esercitazione e alle attività tattiche di contro-interdizione.
Questa sinergia ha permesso di operare efficacemente in un ambiente operativo multi-dominio, favorendo l’interoperabilità tra unità, sistemi e procedure, contribuendo a consolidare la capacità di coordinamento e integrazione.
Oltre a tutti i Reparti della Brigata Paracadutisti «Folgore», l’esercitazione ha visto la partecipazione del: 1° Reggimento Aviazione dell'Esercito «Antares», 4° Reggimento Aviazione dell'Esercito «Altair», 5° Reggimento Aviazione dell'Esercito «Rigel», 7° Reggimento Aviazione dell'Esercito «Vega», 66° Reggimento Fanteria Aeromobile «Trieste», 87° Reparto Comando e Supporti Tattici «Friuli», 9° Reggimento d'Assalto Paracadutisti «Col Moschin», 185° Reggimento Paracadutisti Ricognizione Acquisizione Obiettivi «Folgore», 4° Reggimento Alpini Paracadutisti, 1° Reggimento «Granatieri di Sardegna», 33° Reggimento Supporto Tattico e Logistico «Ambrosiano», 33° Reggimento EW, 13° Reggimento HUMINT, 9° Reggimento Sicurezza Cibernetica «Rombo» e 4° Reparto di Sanità «Bolzano» e di assetti di specialità dotati di sistema d’arma «Stinger» del 121° Reggimento artiglieria contraerei «Ravenna».
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