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2019-11-29
«Il Mes è un tradimento degli italiani. Il Colle lo fermi: sarebbe mortale»
Ansa
Dallo scontro in Parlamento a quello in tribunale. Continua l'escalation attorno alla riforma del Mes tra il governo e la Lega. «I nostri avvocati stanno studiando l'ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte per tradimento degli interessi nazionali» ha annunciato ieri Matteo Salvini, in conferenza stampa alla Camera, lanciando contemporaneamente un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché impedisca il via libera al Mes, definito «un trattato mortale». Per contro, il premier ha annunciato che querelerà per calunnia: «A chi oggi si sbraccia a minacciare, io dico: Salvini vada in Procura a fare l'esposto, e io querelerò per calunnia».
Durante l'incontro con i giornalisti, tutti gli esponenti della Lega hanno usato toni duri contro il Meccanismo europeo di stabilità, ma soprattutto contro il metodo usato dal premier. «Siamo di fronte a una totale mancanza di trasparenza, è il tradimento dell'Unione europea, roba da Unione sovietica. Conte ha compiuto un atto gravissimo, un attentato ai danni del popolo italiano a giudizio nostro» ha detto Salvini, ribadendo di essere in possesso di «prove» (documenti, stenografici, messaggi telefonici e chat) sulla contrarietà della Lega all'adesione al Mes. «Chiediamo al garante della Costituzione di farla valere. Se il Parlamento dice A il governo non può fare B. Nel frattempo che il Parlamento non si è pronunciato bisogna stare fermi. Noi non abbiamo cambiato idea: se il M5s ha cambiato idea, occorre un altro atto parlamentare in cui si dà a Conte e Gualtieri un mandato diverso da quello che hanno dato a giugno scorso al governo».
L'ex ministro dell'Interno ha raccontato di aver risposto con un messaggio anche molto eloquente: «Non firmiamo un c…o», mentre «Conte e Tria (l'ex titolare del Mef, ndr) ci rassicuravano, dentro e fuori dal Consiglio dei ministri, che “non abbiamo preso nessun impegno"». L'ex ministro dell'Interno ha anche affermato: «Facciamo affidamento sul fatto che gli amici del M5s e del Pd sanno che rischi stiamo correndo. Ci sono decine di parlamentari che potrebbero dire le stesse cose che sta dicendo la Lega sul fondo salva Stati». Salvini spiega che con il nuovo Mes non c'è soltanto il rischio che si inneschi una speculazione sul debito pubblico e che l'Italia venga considerata un Paese di serie B, ma c'è anche la possibilità che «i risparmi di un pensionato di Reggio Calabria servano a salvare Deutsche bank».
Su questa linea è arrivato l'affondo di Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera: «Grazie a questo fondo la Germania potrà ristrutturare le banche anche con i soldi nostri messi nel Mes. È una cosa contro la Costituzione», ha ribadito il «falco» leghista sottolineando che sull'adesione dell'Italia al Meccanismo, «noi della Lega abbiamo dato ogni tipo di mandato affinché ciò non avvenisse». «Un argomento delicato», ha concluso Borghi, «su cui bisognava avviare una discussione in Parlamento, ma questo non è stato fatto. Con questo Mes si creerebbero due classi, buoni e cattivi, e noi siamo tra i cattivi. Così in caso di bisogno di accesso al fondo, non possiamo farlo se non passando per la strada della ristrutturazione del debito. Non è condizione di parità».
Giancarlo Giorgetti, esponente di punta della Lega, ha aggiunto: «Siccome c'era una maggioranza che ha approvato una risoluzione che ha detto di non procedere, se ora c'è una maggioranza o un ministro dell'Economia che la pensa diversamente non abbia vergogna, lo dica. Se Conte ci ha ripensato, torni in Parlamento e si approva una risoluzione che è il contrario di quella precedente. Naturalmente il parere della Lega rimane lo stesso: a queste condizioni noi non siamo d'accordo. La Lega sapeva del Mes e abbiamo detto la nostra nelle sedi in cui doveva essere fatto. Ci sono sedi informali in cui si preparano i negoziati e in quelle sedi abbiamo detto il nostro no. Poi l'abbiamo fatto nella sede regina, in Parlamento, dove avremmo dovuto farlo?», ha sottolineato Giorgetti, «Non accettiamo la ricostruzione artefatta di questi giorni».
Il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari ha ricordato che «il 19 giugno abbiamo presentato una risoluzione a maggioranza firmata anche dal M5s (da Francesco D'Uva) in cui si chiedeva massima attenzione». Per il deputato piemontese le parole del ministro dell'Economia Roberto Gualtieri (che mercoledì alla Camera aveva definito «comico» il rischio paventato dalla Lega) dimostrano che «il governo non ha rispettato il mandato del Parlamento. È gravissimo. Per questo il presidente Conte deve venire in Aula a spiegare e dimettersi perché si tratta di difendere la costituzione repubblicana e il parlamentarismo colpiti da una palese violazione».
Al termine della conferenza stampa, e prima delle dichiarazioni del premier Conte, Salvini è stato chiaro: «Nell'ultimo passaggio della risoluzione si parla di sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato. E allora il Parlamento voti e noi prenderemo atto di quello che deciderà il Parlamento che è sovrano, funziona così in democrazia, noi non abbiamo cambiato idea e voteremo no».
Sarina Biraghi
Tre norme fanno tremare l’avvocato del popolo
«L'avvocato del popolo dovrà cercarsi un avvocato». Non si tratta di un gioco di parole, ma del pesantissimo avvertimento lanciato dalla Lega a Giuseppe Conte, accusato dal Carroccio di aver dato il via libera alla riforma del Mes contro la volontà del Parlamento. Nel corso della conferenza stampa svoltasi ieri a Roma, Matteo Salvini ha parlato di «attentato alla sovranità nazionale», invocando l'intervento di Sergio Mattarella.
Mercoledì sera, dai banchi di Montecitorio, il presidente della commissione Bilancio Claudio Borghi aveva tuonato: «Vogliamo che Conte riferisca subito in Parlamento. Se non arriva, lo porteremo in tribunale». E sempre in conferenza stampa, Salvini ha confermato che gli avvocati di via Bellerio «stanno studiando l'ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte».
Senza la pretesa di voler essere esaustivi dal punto di vista legale, ci siamo chiesti a quali norme si possa appellare il Carroccio, e quali siano i possibili rischi ai quali va incontro il premier. Precisiamo subito che l'alto tradimento, spesso citato in questi ultimi giorni, riguarda in realtà il presidente della Repubblica (articolo 90 della Costituzione). Per ciò che concerne il presidente del Consiglio, si deve fare riferimento all'articolo 96 della Costituzione («Il presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria […]») e più nello specifico alla legge costituzionale numero 1 del 16 gennaio 1989, la quale disciplina nel dettaglio l'iter di messa in stato di accusa dei membri dell'esecutivo.
Ma quali norme potrebbe avrebbe violato il governo? La divisione sulla base di parametri discrezionali tra Paesi «buoni» e «cattivi» - sotto il profilo dei conti pubblici - dalla quale dipende l'accesso ai fondi del Mes, secondo alcuni giuristi andrebbe contro le «condizioni di parità con gli altri Stati» richiamate dall'articolo 11 della Costituzione e necessarie a consentire la cessione di sovranità da parte dello Stato (come nel caso dei trattati). L'altra ipotesi riguarda l'articolo 264 del codice penale: «Chiunque, incaricato dal governo italiano di trattare all'estero affari di Stato, si rende infedele al mandato è punito, se dal fatto possa derivare nocumento all'interesse nazionale, con la reclusione non inferiore a cinque anni». Infine, il possibile mancato rispetto della legge 234/2012 (la cosiddetta «Moavero») la quale, in fase di negoziazione di accordi in materia finanziaria o monetaria, obbliga il governo a tenere «conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». Vale a dire la risoluzione approvata il 19 giugno di quest'anno, nella quale si chiedeva a Conte e al governo di conoscere «le proposte di modifica al trattato Mes elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato». Come in effetti però non è stato.
Antonio Grizzuti
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Matteo Salvini annuncia una nuova offensiva contro il governo: «Stiamo lavorando a un esposto: è un attentato all'interesse nazionale, roba da Urss. Non l'abbiamo mai appoggiato: ho molti messaggi come prova».Possibili violazioni di Costituzione, legge Moavero e articolo 264 del codice penale.Lo speciale contiene due articoliDallo scontro in Parlamento a quello in tribunale. Continua l'escalation attorno alla riforma del Mes tra il governo e la Lega. «I nostri avvocati stanno studiando l'ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte per tradimento degli interessi nazionali» ha annunciato ieri Matteo Salvini, in conferenza stampa alla Camera, lanciando contemporaneamente un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché impedisca il via libera al Mes, definito «un trattato mortale». Per contro, il premier ha annunciato che querelerà per calunnia: «A chi oggi si sbraccia a minacciare, io dico: Salvini vada in Procura a fare l'esposto, e io querelerò per calunnia». Durante l'incontro con i giornalisti, tutti gli esponenti della Lega hanno usato toni duri contro il Meccanismo europeo di stabilità, ma soprattutto contro il metodo usato dal premier. «Siamo di fronte a una totale mancanza di trasparenza, è il tradimento dell'Unione europea, roba da Unione sovietica. Conte ha compiuto un atto gravissimo, un attentato ai danni del popolo italiano a giudizio nostro» ha detto Salvini, ribadendo di essere in possesso di «prove» (documenti, stenografici, messaggi telefonici e chat) sulla contrarietà della Lega all'adesione al Mes. «Chiediamo al garante della Costituzione di farla valere. Se il Parlamento dice A il governo non può fare B. Nel frattempo che il Parlamento non si è pronunciato bisogna stare fermi. Noi non abbiamo cambiato idea: se il M5s ha cambiato idea, occorre un altro atto parlamentare in cui si dà a Conte e Gualtieri un mandato diverso da quello che hanno dato a giugno scorso al governo». L'ex ministro dell'Interno ha raccontato di aver risposto con un messaggio anche molto eloquente: «Non firmiamo un c…o», mentre «Conte e Tria (l'ex titolare del Mef, ndr) ci rassicuravano, dentro e fuori dal Consiglio dei ministri, che “non abbiamo preso nessun impegno"». L'ex ministro dell'Interno ha anche affermato: «Facciamo affidamento sul fatto che gli amici del M5s e del Pd sanno che rischi stiamo correndo. Ci sono decine di parlamentari che potrebbero dire le stesse cose che sta dicendo la Lega sul fondo salva Stati». Salvini spiega che con il nuovo Mes non c'è soltanto il rischio che si inneschi una speculazione sul debito pubblico e che l'Italia venga considerata un Paese di serie B, ma c'è anche la possibilità che «i risparmi di un pensionato di Reggio Calabria servano a salvare Deutsche bank».Su questa linea è arrivato l'affondo di Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera: «Grazie a questo fondo la Germania potrà ristrutturare le banche anche con i soldi nostri messi nel Mes. È una cosa contro la Costituzione», ha ribadito il «falco» leghista sottolineando che sull'adesione dell'Italia al Meccanismo, «noi della Lega abbiamo dato ogni tipo di mandato affinché ciò non avvenisse». «Un argomento delicato», ha concluso Borghi, «su cui bisognava avviare una discussione in Parlamento, ma questo non è stato fatto. Con questo Mes si creerebbero due classi, buoni e cattivi, e noi siamo tra i cattivi. Così in caso di bisogno di accesso al fondo, non possiamo farlo se non passando per la strada della ristrutturazione del debito. Non è condizione di parità».Giancarlo Giorgetti, esponente di punta della Lega, ha aggiunto: «Siccome c'era una maggioranza che ha approvato una risoluzione che ha detto di non procedere, se ora c'è una maggioranza o un ministro dell'Economia che la pensa diversamente non abbia vergogna, lo dica. Se Conte ci ha ripensato, torni in Parlamento e si approva una risoluzione che è il contrario di quella precedente. Naturalmente il parere della Lega rimane lo stesso: a queste condizioni noi non siamo d'accordo. La Lega sapeva del Mes e abbiamo detto la nostra nelle sedi in cui doveva essere fatto. Ci sono sedi informali in cui si preparano i negoziati e in quelle sedi abbiamo detto il nostro no. Poi l'abbiamo fatto nella sede regina, in Parlamento, dove avremmo dovuto farlo?», ha sottolineato Giorgetti, «Non accettiamo la ricostruzione artefatta di questi giorni».Il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari ha ricordato che «il 19 giugno abbiamo presentato una risoluzione a maggioranza firmata anche dal M5s (da Francesco D'Uva) in cui si chiedeva massima attenzione». Per il deputato piemontese le parole del ministro dell'Economia Roberto Gualtieri (che mercoledì alla Camera aveva definito «comico» il rischio paventato dalla Lega) dimostrano che «il governo non ha rispettato il mandato del Parlamento. È gravissimo. Per questo il presidente Conte deve venire in Aula a spiegare e dimettersi perché si tratta di difendere la costituzione repubblicana e il parlamentarismo colpiti da una palese violazione».Al termine della conferenza stampa, e prima delle dichiarazioni del premier Conte, Salvini è stato chiaro: «Nell'ultimo passaggio della risoluzione si parla di sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato. E allora il Parlamento voti e noi prenderemo atto di quello che deciderà il Parlamento che è sovrano, funziona così in democrazia, noi non abbiamo cambiato idea e voteremo no».Sarina Biraghi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mes-e-un-tradimento-degli-italiani-il-colle-lo-fermi-sarebbe-mortale-2641475174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tre-norme-fanno-tremare-lavvocato-del-popolo" data-post-id="2641475174" data-published-at="1779300147" data-use-pagination="False"> Tre norme fanno tremare l’avvocato del popolo «L'avvocato del popolo dovrà cercarsi un avvocato». Non si tratta di un gioco di parole, ma del pesantissimo avvertimento lanciato dalla Lega a Giuseppe Conte, accusato dal Carroccio di aver dato il via libera alla riforma del Mes contro la volontà del Parlamento. Nel corso della conferenza stampa svoltasi ieri a Roma, Matteo Salvini ha parlato di «attentato alla sovranità nazionale», invocando l'intervento di Sergio Mattarella. Mercoledì sera, dai banchi di Montecitorio, il presidente della commissione Bilancio Claudio Borghi aveva tuonato: «Vogliamo che Conte riferisca subito in Parlamento. Se non arriva, lo porteremo in tribunale». E sempre in conferenza stampa, Salvini ha confermato che gli avvocati di via Bellerio «stanno studiando l'ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte». Senza la pretesa di voler essere esaustivi dal punto di vista legale, ci siamo chiesti a quali norme si possa appellare il Carroccio, e quali siano i possibili rischi ai quali va incontro il premier. Precisiamo subito che l'alto tradimento, spesso citato in questi ultimi giorni, riguarda in realtà il presidente della Repubblica (articolo 90 della Costituzione). Per ciò che concerne il presidente del Consiglio, si deve fare riferimento all'articolo 96 della Costituzione («Il presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria […]») e più nello specifico alla legge costituzionale numero 1 del 16 gennaio 1989, la quale disciplina nel dettaglio l'iter di messa in stato di accusa dei membri dell'esecutivo. Ma quali norme potrebbe avrebbe violato il governo? La divisione sulla base di parametri discrezionali tra Paesi «buoni» e «cattivi» - sotto il profilo dei conti pubblici - dalla quale dipende l'accesso ai fondi del Mes, secondo alcuni giuristi andrebbe contro le «condizioni di parità con gli altri Stati» richiamate dall'articolo 11 della Costituzione e necessarie a consentire la cessione di sovranità da parte dello Stato (come nel caso dei trattati). L'altra ipotesi riguarda l'articolo 264 del codice penale: «Chiunque, incaricato dal governo italiano di trattare all'estero affari di Stato, si rende infedele al mandato è punito, se dal fatto possa derivare nocumento all'interesse nazionale, con la reclusione non inferiore a cinque anni». Infine, il possibile mancato rispetto della legge 234/2012 (la cosiddetta «Moavero») la quale, in fase di negoziazione di accordi in materia finanziaria o monetaria, obbliga il governo a tenere «conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». Vale a dire la risoluzione approvata il 19 giugno di quest'anno, nella quale si chiedeva a Conte e al governo di conoscere «le proposte di modifica al trattato Mes elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato». Come in effetti però non è stato. Antonio Grizzuti
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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