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2019-11-29
«Il Mes è un tradimento degli italiani. Il Colle lo fermi: sarebbe mortale»
Ansa
Dallo scontro in Parlamento a quello in tribunale. Continua l'escalation attorno alla riforma del Mes tra il governo e la Lega. «I nostri avvocati stanno studiando l'ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte per tradimento degli interessi nazionali» ha annunciato ieri Matteo Salvini, in conferenza stampa alla Camera, lanciando contemporaneamente un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché impedisca il via libera al Mes, definito «un trattato mortale». Per contro, il premier ha annunciato che querelerà per calunnia: «A chi oggi si sbraccia a minacciare, io dico: Salvini vada in Procura a fare l'esposto, e io querelerò per calunnia».
Durante l'incontro con i giornalisti, tutti gli esponenti della Lega hanno usato toni duri contro il Meccanismo europeo di stabilità, ma soprattutto contro il metodo usato dal premier. «Siamo di fronte a una totale mancanza di trasparenza, è il tradimento dell'Unione europea, roba da Unione sovietica. Conte ha compiuto un atto gravissimo, un attentato ai danni del popolo italiano a giudizio nostro» ha detto Salvini, ribadendo di essere in possesso di «prove» (documenti, stenografici, messaggi telefonici e chat) sulla contrarietà della Lega all'adesione al Mes. «Chiediamo al garante della Costituzione di farla valere. Se il Parlamento dice A il governo non può fare B. Nel frattempo che il Parlamento non si è pronunciato bisogna stare fermi. Noi non abbiamo cambiato idea: se il M5s ha cambiato idea, occorre un altro atto parlamentare in cui si dà a Conte e Gualtieri un mandato diverso da quello che hanno dato a giugno scorso al governo».
L'ex ministro dell'Interno ha raccontato di aver risposto con un messaggio anche molto eloquente: «Non firmiamo un c…o», mentre «Conte e Tria (l'ex titolare del Mef, ndr) ci rassicuravano, dentro e fuori dal Consiglio dei ministri, che “non abbiamo preso nessun impegno"». L'ex ministro dell'Interno ha anche affermato: «Facciamo affidamento sul fatto che gli amici del M5s e del Pd sanno che rischi stiamo correndo. Ci sono decine di parlamentari che potrebbero dire le stesse cose che sta dicendo la Lega sul fondo salva Stati». Salvini spiega che con il nuovo Mes non c'è soltanto il rischio che si inneschi una speculazione sul debito pubblico e che l'Italia venga considerata un Paese di serie B, ma c'è anche la possibilità che «i risparmi di un pensionato di Reggio Calabria servano a salvare Deutsche bank».
Su questa linea è arrivato l'affondo di Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera: «Grazie a questo fondo la Germania potrà ristrutturare le banche anche con i soldi nostri messi nel Mes. È una cosa contro la Costituzione», ha ribadito il «falco» leghista sottolineando che sull'adesione dell'Italia al Meccanismo, «noi della Lega abbiamo dato ogni tipo di mandato affinché ciò non avvenisse». «Un argomento delicato», ha concluso Borghi, «su cui bisognava avviare una discussione in Parlamento, ma questo non è stato fatto. Con questo Mes si creerebbero due classi, buoni e cattivi, e noi siamo tra i cattivi. Così in caso di bisogno di accesso al fondo, non possiamo farlo se non passando per la strada della ristrutturazione del debito. Non è condizione di parità».
Giancarlo Giorgetti, esponente di punta della Lega, ha aggiunto: «Siccome c'era una maggioranza che ha approvato una risoluzione che ha detto di non procedere, se ora c'è una maggioranza o un ministro dell'Economia che la pensa diversamente non abbia vergogna, lo dica. Se Conte ci ha ripensato, torni in Parlamento e si approva una risoluzione che è il contrario di quella precedente. Naturalmente il parere della Lega rimane lo stesso: a queste condizioni noi non siamo d'accordo. La Lega sapeva del Mes e abbiamo detto la nostra nelle sedi in cui doveva essere fatto. Ci sono sedi informali in cui si preparano i negoziati e in quelle sedi abbiamo detto il nostro no. Poi l'abbiamo fatto nella sede regina, in Parlamento, dove avremmo dovuto farlo?», ha sottolineato Giorgetti, «Non accettiamo la ricostruzione artefatta di questi giorni».
Il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari ha ricordato che «il 19 giugno abbiamo presentato una risoluzione a maggioranza firmata anche dal M5s (da Francesco D'Uva) in cui si chiedeva massima attenzione». Per il deputato piemontese le parole del ministro dell'Economia Roberto Gualtieri (che mercoledì alla Camera aveva definito «comico» il rischio paventato dalla Lega) dimostrano che «il governo non ha rispettato il mandato del Parlamento. È gravissimo. Per questo il presidente Conte deve venire in Aula a spiegare e dimettersi perché si tratta di difendere la costituzione repubblicana e il parlamentarismo colpiti da una palese violazione».
Al termine della conferenza stampa, e prima delle dichiarazioni del premier Conte, Salvini è stato chiaro: «Nell'ultimo passaggio della risoluzione si parla di sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato. E allora il Parlamento voti e noi prenderemo atto di quello che deciderà il Parlamento che è sovrano, funziona così in democrazia, noi non abbiamo cambiato idea e voteremo no».
Sarina Biraghi
Tre norme fanno tremare l’avvocato del popolo
«L'avvocato del popolo dovrà cercarsi un avvocato». Non si tratta di un gioco di parole, ma del pesantissimo avvertimento lanciato dalla Lega a Giuseppe Conte, accusato dal Carroccio di aver dato il via libera alla riforma del Mes contro la volontà del Parlamento. Nel corso della conferenza stampa svoltasi ieri a Roma, Matteo Salvini ha parlato di «attentato alla sovranità nazionale», invocando l'intervento di Sergio Mattarella.
Mercoledì sera, dai banchi di Montecitorio, il presidente della commissione Bilancio Claudio Borghi aveva tuonato: «Vogliamo che Conte riferisca subito in Parlamento. Se non arriva, lo porteremo in tribunale». E sempre in conferenza stampa, Salvini ha confermato che gli avvocati di via Bellerio «stanno studiando l'ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte».
Senza la pretesa di voler essere esaustivi dal punto di vista legale, ci siamo chiesti a quali norme si possa appellare il Carroccio, e quali siano i possibili rischi ai quali va incontro il premier. Precisiamo subito che l'alto tradimento, spesso citato in questi ultimi giorni, riguarda in realtà il presidente della Repubblica (articolo 90 della Costituzione). Per ciò che concerne il presidente del Consiglio, si deve fare riferimento all'articolo 96 della Costituzione («Il presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria […]») e più nello specifico alla legge costituzionale numero 1 del 16 gennaio 1989, la quale disciplina nel dettaglio l'iter di messa in stato di accusa dei membri dell'esecutivo.
Ma quali norme potrebbe avrebbe violato il governo? La divisione sulla base di parametri discrezionali tra Paesi «buoni» e «cattivi» - sotto il profilo dei conti pubblici - dalla quale dipende l'accesso ai fondi del Mes, secondo alcuni giuristi andrebbe contro le «condizioni di parità con gli altri Stati» richiamate dall'articolo 11 della Costituzione e necessarie a consentire la cessione di sovranità da parte dello Stato (come nel caso dei trattati). L'altra ipotesi riguarda l'articolo 264 del codice penale: «Chiunque, incaricato dal governo italiano di trattare all'estero affari di Stato, si rende infedele al mandato è punito, se dal fatto possa derivare nocumento all'interesse nazionale, con la reclusione non inferiore a cinque anni». Infine, il possibile mancato rispetto della legge 234/2012 (la cosiddetta «Moavero») la quale, in fase di negoziazione di accordi in materia finanziaria o monetaria, obbliga il governo a tenere «conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». Vale a dire la risoluzione approvata il 19 giugno di quest'anno, nella quale si chiedeva a Conte e al governo di conoscere «le proposte di modifica al trattato Mes elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato». Come in effetti però non è stato.
Antonio Grizzuti
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Matteo Salvini annuncia una nuova offensiva contro il governo: «Stiamo lavorando a un esposto: è un attentato all'interesse nazionale, roba da Urss. Non l'abbiamo mai appoggiato: ho molti messaggi come prova».Possibili violazioni di Costituzione, legge Moavero e articolo 264 del codice penale.Lo speciale contiene due articoliDallo scontro in Parlamento a quello in tribunale. Continua l'escalation attorno alla riforma del Mes tra il governo e la Lega. «I nostri avvocati stanno studiando l'ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte per tradimento degli interessi nazionali» ha annunciato ieri Matteo Salvini, in conferenza stampa alla Camera, lanciando contemporaneamente un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché impedisca il via libera al Mes, definito «un trattato mortale». Per contro, il premier ha annunciato che querelerà per calunnia: «A chi oggi si sbraccia a minacciare, io dico: Salvini vada in Procura a fare l'esposto, e io querelerò per calunnia». Durante l'incontro con i giornalisti, tutti gli esponenti della Lega hanno usato toni duri contro il Meccanismo europeo di stabilità, ma soprattutto contro il metodo usato dal premier. «Siamo di fronte a una totale mancanza di trasparenza, è il tradimento dell'Unione europea, roba da Unione sovietica. Conte ha compiuto un atto gravissimo, un attentato ai danni del popolo italiano a giudizio nostro» ha detto Salvini, ribadendo di essere in possesso di «prove» (documenti, stenografici, messaggi telefonici e chat) sulla contrarietà della Lega all'adesione al Mes. «Chiediamo al garante della Costituzione di farla valere. Se il Parlamento dice A il governo non può fare B. Nel frattempo che il Parlamento non si è pronunciato bisogna stare fermi. Noi non abbiamo cambiato idea: se il M5s ha cambiato idea, occorre un altro atto parlamentare in cui si dà a Conte e Gualtieri un mandato diverso da quello che hanno dato a giugno scorso al governo». L'ex ministro dell'Interno ha raccontato di aver risposto con un messaggio anche molto eloquente: «Non firmiamo un c…o», mentre «Conte e Tria (l'ex titolare del Mef, ndr) ci rassicuravano, dentro e fuori dal Consiglio dei ministri, che “non abbiamo preso nessun impegno"». L'ex ministro dell'Interno ha anche affermato: «Facciamo affidamento sul fatto che gli amici del M5s e del Pd sanno che rischi stiamo correndo. Ci sono decine di parlamentari che potrebbero dire le stesse cose che sta dicendo la Lega sul fondo salva Stati». Salvini spiega che con il nuovo Mes non c'è soltanto il rischio che si inneschi una speculazione sul debito pubblico e che l'Italia venga considerata un Paese di serie B, ma c'è anche la possibilità che «i risparmi di un pensionato di Reggio Calabria servano a salvare Deutsche bank».Su questa linea è arrivato l'affondo di Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera: «Grazie a questo fondo la Germania potrà ristrutturare le banche anche con i soldi nostri messi nel Mes. È una cosa contro la Costituzione», ha ribadito il «falco» leghista sottolineando che sull'adesione dell'Italia al Meccanismo, «noi della Lega abbiamo dato ogni tipo di mandato affinché ciò non avvenisse». «Un argomento delicato», ha concluso Borghi, «su cui bisognava avviare una discussione in Parlamento, ma questo non è stato fatto. Con questo Mes si creerebbero due classi, buoni e cattivi, e noi siamo tra i cattivi. Così in caso di bisogno di accesso al fondo, non possiamo farlo se non passando per la strada della ristrutturazione del debito. Non è condizione di parità».Giancarlo Giorgetti, esponente di punta della Lega, ha aggiunto: «Siccome c'era una maggioranza che ha approvato una risoluzione che ha detto di non procedere, se ora c'è una maggioranza o un ministro dell'Economia che la pensa diversamente non abbia vergogna, lo dica. Se Conte ci ha ripensato, torni in Parlamento e si approva una risoluzione che è il contrario di quella precedente. Naturalmente il parere della Lega rimane lo stesso: a queste condizioni noi non siamo d'accordo. La Lega sapeva del Mes e abbiamo detto la nostra nelle sedi in cui doveva essere fatto. Ci sono sedi informali in cui si preparano i negoziati e in quelle sedi abbiamo detto il nostro no. Poi l'abbiamo fatto nella sede regina, in Parlamento, dove avremmo dovuto farlo?», ha sottolineato Giorgetti, «Non accettiamo la ricostruzione artefatta di questi giorni».Il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari ha ricordato che «il 19 giugno abbiamo presentato una risoluzione a maggioranza firmata anche dal M5s (da Francesco D'Uva) in cui si chiedeva massima attenzione». Per il deputato piemontese le parole del ministro dell'Economia Roberto Gualtieri (che mercoledì alla Camera aveva definito «comico» il rischio paventato dalla Lega) dimostrano che «il governo non ha rispettato il mandato del Parlamento. È gravissimo. Per questo il presidente Conte deve venire in Aula a spiegare e dimettersi perché si tratta di difendere la costituzione repubblicana e il parlamentarismo colpiti da una palese violazione».Al termine della conferenza stampa, e prima delle dichiarazioni del premier Conte, Salvini è stato chiaro: «Nell'ultimo passaggio della risoluzione si parla di sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato. E allora il Parlamento voti e noi prenderemo atto di quello che deciderà il Parlamento che è sovrano, funziona così in democrazia, noi non abbiamo cambiato idea e voteremo no».Sarina Biraghi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mes-e-un-tradimento-degli-italiani-il-colle-lo-fermi-sarebbe-mortale-2641475174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tre-norme-fanno-tremare-lavvocato-del-popolo" data-post-id="2641475174" data-published-at="1771518093" data-use-pagination="False"> Tre norme fanno tremare l’avvocato del popolo «L'avvocato del popolo dovrà cercarsi un avvocato». Non si tratta di un gioco di parole, ma del pesantissimo avvertimento lanciato dalla Lega a Giuseppe Conte, accusato dal Carroccio di aver dato il via libera alla riforma del Mes contro la volontà del Parlamento. Nel corso della conferenza stampa svoltasi ieri a Roma, Matteo Salvini ha parlato di «attentato alla sovranità nazionale», invocando l'intervento di Sergio Mattarella. Mercoledì sera, dai banchi di Montecitorio, il presidente della commissione Bilancio Claudio Borghi aveva tuonato: «Vogliamo che Conte riferisca subito in Parlamento. Se non arriva, lo porteremo in tribunale». E sempre in conferenza stampa, Salvini ha confermato che gli avvocati di via Bellerio «stanno studiando l'ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte». Senza la pretesa di voler essere esaustivi dal punto di vista legale, ci siamo chiesti a quali norme si possa appellare il Carroccio, e quali siano i possibili rischi ai quali va incontro il premier. Precisiamo subito che l'alto tradimento, spesso citato in questi ultimi giorni, riguarda in realtà il presidente della Repubblica (articolo 90 della Costituzione). Per ciò che concerne il presidente del Consiglio, si deve fare riferimento all'articolo 96 della Costituzione («Il presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria […]») e più nello specifico alla legge costituzionale numero 1 del 16 gennaio 1989, la quale disciplina nel dettaglio l'iter di messa in stato di accusa dei membri dell'esecutivo. Ma quali norme potrebbe avrebbe violato il governo? La divisione sulla base di parametri discrezionali tra Paesi «buoni» e «cattivi» - sotto il profilo dei conti pubblici - dalla quale dipende l'accesso ai fondi del Mes, secondo alcuni giuristi andrebbe contro le «condizioni di parità con gli altri Stati» richiamate dall'articolo 11 della Costituzione e necessarie a consentire la cessione di sovranità da parte dello Stato (come nel caso dei trattati). L'altra ipotesi riguarda l'articolo 264 del codice penale: «Chiunque, incaricato dal governo italiano di trattare all'estero affari di Stato, si rende infedele al mandato è punito, se dal fatto possa derivare nocumento all'interesse nazionale, con la reclusione non inferiore a cinque anni». Infine, il possibile mancato rispetto della legge 234/2012 (la cosiddetta «Moavero») la quale, in fase di negoziazione di accordi in materia finanziaria o monetaria, obbliga il governo a tenere «conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». Vale a dire la risoluzione approvata il 19 giugno di quest'anno, nella quale si chiedeva a Conte e al governo di conoscere «le proposte di modifica al trattato Mes elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato». Come in effetti però non è stato. Antonio Grizzuti
Danni causati dal maltempo a San Giovanni Li Cuti, Catania (Ansa)
I danni hanno aperto anche il problema del turismo che rischia di essere compromesso. Le aree colpite sono tradizionalmente di grande interesse e meta estiva per le vacanze. Il governo ha destinato 5 milioni alla promozione internazionale di Sicilia, Calabria e Sardegna, perché, come ha spiegato il ministro del Turismo, Daniela Santanchè, «dobbiamo partire subito con una contro-narrazione. I turisti possono andare in queste regioni e verranno ospitati nel migliore dei modi. La campagna la presenteremo a Berlino visto che la Germania è il primo mercato di riferimento per tutte e tre le regioni. Bisogna evitare che ai danni già ingenti, si aggiunga un danno di immagine che comprometta il turismo. Il nostro obiettivo è di sostenere il turismo in queste aree, lavorando a stretto contatto con le istituzioni locali e le associazioni di categoria creando una sinergia vincente».
Nel 2025 le tre regioni hanno segnato un aumento record dei flussi turistici: le presenze in Sardegna sono aumentate del 15,6% sul 2024, in Sicilia del 2,8% e in Calabria del 10,5%.
Il capo dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano, ha firmato una nuova ordinanza che integra analogo provvedimento adottato lo scorso 30 gennaio e include altri 55 Comuni calabresi ai 119 già in precedenza deliberati a seguito della dichiarazione dello stato d’emergenza da parte del governo.
Soddisfatto per i provvedimenti del consiglio dei ministri, il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani. «È un segnale concreto di attenzione e vicinanza alle nostre comunità, che stanno affrontando con grande dignità e senso di responsabilità una fase complessa e dolorosa», ha detto il governatore che ha evidenziato «la sinergia istituzionale che si è creata tra il governo nazionale e quello regionale». Schifani poi ha ricordato i 680 milioni di euro di risorse proprie già destinate per far fronte all’emergenza e per sostenere la ricostruzione. «Inoltre, abbiamo istituito a Palazzo d’Orleans un’apposita cabina di regia, composta dagli assessori e dai dirigenti generali dei dipartimenti interessati, che si riunisce una volta a settimana per garantire coordinamento, rapidità decisionale e monitoraggio costante degli interventi». Intanto una circolare congiunta dei dipartimenti dell’Ambiente, dei Beni culturali e Tecnico della Regione Sicilia, stabilisce procedure più snelle per la ricostruzione delle strutture balneari danneggiate. Il provvedimento rende più semplice l’iter burocratico per effettuare gli interventi di ripristino dei manufatti ricadenti in concessioni demaniali marittime che hanno subito danni o siano stati distrutti in conseguenza del maltempo del 19-21 gennaio scorso. Sono state istituite due procedure semplificate: una per la ricostruzione fedele e l’altra per la ricostruzione con variazioni sostanziali.
«Lo stanziamento complessivo di oltre un miliardo di euro, rappresenta una risposta concreta e tempestiva a sostegno delle comunità colpite dal ciclone», ha commentato la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro. «Ancora una volta sono stati mantenuti gli impegni assunti. Il governo ha agito con rapidità».
Dall’opposizione, il segretario del Pd, Elly Schlein, propone «di sospendere i tributi alle famiglie e alle imprese delle zone colpite».
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Ricostruzione del primo camion Daimler del 1896 (Daimler Media)
Aveva una potenza di soli 4 cavalli, più o meno come uno scooter odierno di bassa cilindrata. E le ruote piene in ferro. Ma il Daimler è stato il primo camion del mondo e oggi compie 130 anni. Una pietra miliare nel mondo dei trasporti a motore, fu presentato nel 1896 dai suoi progettisti (e fondatori della casa tedesca) Gottlieb Daimler e Wihelm Maybach. Il motore posteriore a due cilindri «Phoenix», applicato anche alle prime vetture della casa di Stoccarda, erogava 4 Cv con una cilindrata di 1,06 litri e azionava l’asse posteriore tramite trasmissione a cinghia. Le molle elicoidali proteggevano il motore contro le vibrazioni e l’asse anteriore era sterzante per mezzo di catena. Il telaio era interamente in legno rinforzato. Il conducente sedeva su una panca rialzata come su una carrozza a cavalli, mentre il motore era posizionato inizialmente al posteriore. Daimler aveva già applicato al primo esemplare di mezzo commerciale un principio ancora oggi utilizzato negli autocarri pesanti: l’asse a gruppi epicicloidali esterni. Il Daimler poteva trasportare circa 1.500 chilogrammi di carico nel cassone dalle sponde di legno e raggiungeva una velocità massima di circa 12 km/h. Nel 1898 Daimler apportò la prima sostanziale modifica, spostando il motore dall’originaria posizione all’asse posteriore all’anteriore. Nel 1900 il primo camion fu presentato all’Esposizione Internazionale di Parigi, dove riscosse un grande successo soprattutto tra gli operatori del nascente settore automobilistico. Già due anni prima Daimler aveva fondato in Inghilterra la prima filiale estera con licenza di produzione a Coventry e nello stesso anno il marchio tedesco solcò l’Atlantico per approdare a Long Island, New York, dove Daimler iniziò una joint venture con il prestigioso produttore di pianoforti Steinway, con il quale condivideva gli spazi produttivi di Astoria.
La produzione rimase inizialmente di tipo artigianale, con pochi esemplari prodotti. Ma l’evoluzione tecnica dei camion Daimler fu rapidissima e nel 1905 già fu presentato un autocarro da 20 Cv di potenza, con telaio metallico e capacità di carico di ben 5 tonnellate. La produzione diventò presto standardizzata e i veicoli commerciali di Stoccarda furono impiegati da birrifici (Löwenbräu) e dal servizio postale. Il primo Daimler militare da 20 Cv fu presentato alla vigilia della Grande Guerra ed entrò subito in servizio meno di 10 anni dopo la prima piccola produzione di serie.
Un esemplare fedelmente ricostruito del primo prototipo di camion al mondo è visibile dal 19 al 22 febbraio alla Fiera di Stoccarda, la città dove 130 anni fa vide la luce il Daimler, in occasione della fiera «Retro Classics 2026». In questa edizione, la casa tedesca celebra i 30 anni di una pietra miliare della produzione di veicoli pesanti, il Mercedes «Actros» e gli 80 anni dei mezzi speciali prodotti con il marchio Unimog, oltre ai 75 degli autobus Setra.
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MIchele De Pascale (Imagoeconomica)
Se poi si dice sì anche alle espulsioni e ai Cpr, pur con tutte le sfumature del caso, allora si rischia l’intervento della Santa Inquisizione dem: «Io penso che sul tema dell’espulsione dei soggetti socialmente pericolosi», ha detto Michele De Pascale dopo aver sentito al telefono il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, «le istituzioni si debbano parlare e l’Emilia-Romagna si deve sedere al tavolo con il governo portando tutti gli elementi e le proposte di miglioria e critica. Perché oggi i Cpr hanno un problema di umanità e di efficacia: si può rendere umano ed efficace? Ma non dico un no secco, abbiamo tanti dubbi e perplessità ma siamo disponibili a discutere, perché vogliamo entrare nel merito».
Parole di semplice buon senso che hanno scatenato nell’ordine: una protesta contro De Pascale al grido di «Emilia-Romagna ribelle, mai più Cpr», che ha portato alla sospensione della seduta del consiglio regionale; l’indignazione del sindaco pd di Bologna, Matteo Lepore (che ovviamente non lo vuole nella sua città); la scomunica del responsabile organizzazione della segreteria nazionale del Pd, Igor Taruffi, che ha tuonato: «Non riteniamo necessaria la costruzione di nuovi Cpr»; la vibrante presa di posizione dei vertici dem bolognesi, che hanno ribadito «la propria contrarietà ai Cpr come strumento delle politiche su sicurezza e migrazioni», oltre ovviamente agli anatemi di Avs e compagnia strepitante.
A Lepore, De Pascale ha risposto malizioso: «La campagna elettorale del Comune di Bologna (si vota l’anno prossimo, ndr) interessa ai cittadini di Bologna. Questa Regione è un po’ più grande». Le accuse di «favorire la destra» e tutto il florilegio di critiche arrivate dalla «sua» parte politica, però, non intimidiscono il presidente dell’Emilia-Romagna: «Il problema più odioso per i cittadini», dice De Pascale a Calibro 9, programma condotto da Francesco Borgonovo su Radio Cusano Campus, «riguarda le persone irregolari che commettono reati e che non vengono espulse: oggi spesso lo Stato si limita a consegnare un foglio di carta con l’ordine di lasciare l’Italia. Con numeri così alti di persone senza permesso di soggiorno e poche espulsioni disponibili, bisogna essere selettivi e concentrare le risorse sui soggetti socialmente pericolosi». E i Cpr? «Oggi i centri tengono insieme persone che hanno commesso reati e persone che non li hanno commessi. Non sono strutture nate per la sicurezza e infatti registrano evasioni, tensioni e critiche anche sul piano dei diritti umani. È necessario discutere e riformare questo sistema. La detenzione amministrativa», aggiunge De Pascale, «dovrebbe riguardare solo chi rappresenta un pericolo per la comunità. Su sicurezza e immigrazione bisogna sedersi a discutere senza ideologie: lo Stato ha la competenza, ma il confronto istituzionale è un dovere. Servono soluzioni efficaci e rispettose dei diritti umani».
De Pascale ha pure proposto al Pd di organizzare gli Stati generali sulla sicurezza, «anche per ascoltare i sindacati delle forze di polizia, utili per capire come migliorare la nostra proposta. Ci sono tante voci da ascoltare e sono certo che il Pd lo farà».
Macchè: Taruffi ha liquidato la proposta come «semplificazione e spot propagandistico». È un riflesso condizionato: chiunque nel Pd parli di sicurezza viene scomunicato dai vertici nazionali. È quanto accade all’ex presidente della Campania, Vincenzo De Luca, che sull’argomento randella il suo partito a più non posso, con frasi lapidarie, e che Elly e i suoi stanno cercando di ostacolare nella corsa a sindaco di Salerno (sarebbe la quinta volta): «Le forze politiche che si autodefiniscono di sinistra», ha detto tra l’altro De Luca, «non hanno ancora capito che la sicurezza è oggi un bisogno umano fondamentale».
Tornando all’Emilia-Romagna, La Verità ha chiesto un commento alla capogruppo di Fdi in Consiglio regionale, Marta Evangelisti: «Il 76% degli italiani e la stragrande maggioranza degli elettori di centrosinistra chiedono l’espulsione di chi delinque. Non parliamo di lavoratori integrati, ma di soggetti con precedenti penali gravi. Ignorare questa realtà significa tradire il mandato dei cittadini. La posizione della giunta oscilla», sottolinea la Evangelisti, «si apre, si arretra, si mescolano gli argomenti. Questa non è cattiva comunicazione, è la dimostrazione di una coalizione di sinistra dilaniata che non sa offrire soluzioni concrete. I cittadini emiliano-romagnoli chiedono sicurezza, responsabilità e trasparenza. Da una parte c’è chi sta con la legalità, dall’altra chi accetta l’impunità. De Pascale», conclude la Evangelisti, «non può più ignorare questa richiesta di concretezza».
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