True
2019-11-29
«Il Mes è un tradimento degli italiani. Il Colle lo fermi: sarebbe mortale»
Ansa
Dallo scontro in Parlamento a quello in tribunale. Continua l'escalation attorno alla riforma del Mes tra il governo e la Lega. «I nostri avvocati stanno studiando l'ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte per tradimento degli interessi nazionali» ha annunciato ieri Matteo Salvini, in conferenza stampa alla Camera, lanciando contemporaneamente un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché impedisca il via libera al Mes, definito «un trattato mortale». Per contro, il premier ha annunciato che querelerà per calunnia: «A chi oggi si sbraccia a minacciare, io dico: Salvini vada in Procura a fare l'esposto, e io querelerò per calunnia».
Durante l'incontro con i giornalisti, tutti gli esponenti della Lega hanno usato toni duri contro il Meccanismo europeo di stabilità, ma soprattutto contro il metodo usato dal premier. «Siamo di fronte a una totale mancanza di trasparenza, è il tradimento dell'Unione europea, roba da Unione sovietica. Conte ha compiuto un atto gravissimo, un attentato ai danni del popolo italiano a giudizio nostro» ha detto Salvini, ribadendo di essere in possesso di «prove» (documenti, stenografici, messaggi telefonici e chat) sulla contrarietà della Lega all'adesione al Mes. «Chiediamo al garante della Costituzione di farla valere. Se il Parlamento dice A il governo non può fare B. Nel frattempo che il Parlamento non si è pronunciato bisogna stare fermi. Noi non abbiamo cambiato idea: se il M5s ha cambiato idea, occorre un altro atto parlamentare in cui si dà a Conte e Gualtieri un mandato diverso da quello che hanno dato a giugno scorso al governo».
L'ex ministro dell'Interno ha raccontato di aver risposto con un messaggio anche molto eloquente: «Non firmiamo un c…o», mentre «Conte e Tria (l'ex titolare del Mef, ndr) ci rassicuravano, dentro e fuori dal Consiglio dei ministri, che “non abbiamo preso nessun impegno"». L'ex ministro dell'Interno ha anche affermato: «Facciamo affidamento sul fatto che gli amici del M5s e del Pd sanno che rischi stiamo correndo. Ci sono decine di parlamentari che potrebbero dire le stesse cose che sta dicendo la Lega sul fondo salva Stati». Salvini spiega che con il nuovo Mes non c'è soltanto il rischio che si inneschi una speculazione sul debito pubblico e che l'Italia venga considerata un Paese di serie B, ma c'è anche la possibilità che «i risparmi di un pensionato di Reggio Calabria servano a salvare Deutsche bank».
Su questa linea è arrivato l'affondo di Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera: «Grazie a questo fondo la Germania potrà ristrutturare le banche anche con i soldi nostri messi nel Mes. È una cosa contro la Costituzione», ha ribadito il «falco» leghista sottolineando che sull'adesione dell'Italia al Meccanismo, «noi della Lega abbiamo dato ogni tipo di mandato affinché ciò non avvenisse». «Un argomento delicato», ha concluso Borghi, «su cui bisognava avviare una discussione in Parlamento, ma questo non è stato fatto. Con questo Mes si creerebbero due classi, buoni e cattivi, e noi siamo tra i cattivi. Così in caso di bisogno di accesso al fondo, non possiamo farlo se non passando per la strada della ristrutturazione del debito. Non è condizione di parità».
Giancarlo Giorgetti, esponente di punta della Lega, ha aggiunto: «Siccome c'era una maggioranza che ha approvato una risoluzione che ha detto di non procedere, se ora c'è una maggioranza o un ministro dell'Economia che la pensa diversamente non abbia vergogna, lo dica. Se Conte ci ha ripensato, torni in Parlamento e si approva una risoluzione che è il contrario di quella precedente. Naturalmente il parere della Lega rimane lo stesso: a queste condizioni noi non siamo d'accordo. La Lega sapeva del Mes e abbiamo detto la nostra nelle sedi in cui doveva essere fatto. Ci sono sedi informali in cui si preparano i negoziati e in quelle sedi abbiamo detto il nostro no. Poi l'abbiamo fatto nella sede regina, in Parlamento, dove avremmo dovuto farlo?», ha sottolineato Giorgetti, «Non accettiamo la ricostruzione artefatta di questi giorni».
Il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari ha ricordato che «il 19 giugno abbiamo presentato una risoluzione a maggioranza firmata anche dal M5s (da Francesco D'Uva) in cui si chiedeva massima attenzione». Per il deputato piemontese le parole del ministro dell'Economia Roberto Gualtieri (che mercoledì alla Camera aveva definito «comico» il rischio paventato dalla Lega) dimostrano che «il governo non ha rispettato il mandato del Parlamento. È gravissimo. Per questo il presidente Conte deve venire in Aula a spiegare e dimettersi perché si tratta di difendere la costituzione repubblicana e il parlamentarismo colpiti da una palese violazione».
Al termine della conferenza stampa, e prima delle dichiarazioni del premier Conte, Salvini è stato chiaro: «Nell'ultimo passaggio della risoluzione si parla di sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato. E allora il Parlamento voti e noi prenderemo atto di quello che deciderà il Parlamento che è sovrano, funziona così in democrazia, noi non abbiamo cambiato idea e voteremo no».
Sarina Biraghi
Tre norme fanno tremare l’avvocato del popolo
«L'avvocato del popolo dovrà cercarsi un avvocato». Non si tratta di un gioco di parole, ma del pesantissimo avvertimento lanciato dalla Lega a Giuseppe Conte, accusato dal Carroccio di aver dato il via libera alla riforma del Mes contro la volontà del Parlamento. Nel corso della conferenza stampa svoltasi ieri a Roma, Matteo Salvini ha parlato di «attentato alla sovranità nazionale», invocando l'intervento di Sergio Mattarella.
Mercoledì sera, dai banchi di Montecitorio, il presidente della commissione Bilancio Claudio Borghi aveva tuonato: «Vogliamo che Conte riferisca subito in Parlamento. Se non arriva, lo porteremo in tribunale». E sempre in conferenza stampa, Salvini ha confermato che gli avvocati di via Bellerio «stanno studiando l'ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte».
Senza la pretesa di voler essere esaustivi dal punto di vista legale, ci siamo chiesti a quali norme si possa appellare il Carroccio, e quali siano i possibili rischi ai quali va incontro il premier. Precisiamo subito che l'alto tradimento, spesso citato in questi ultimi giorni, riguarda in realtà il presidente della Repubblica (articolo 90 della Costituzione). Per ciò che concerne il presidente del Consiglio, si deve fare riferimento all'articolo 96 della Costituzione («Il presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria […]») e più nello specifico alla legge costituzionale numero 1 del 16 gennaio 1989, la quale disciplina nel dettaglio l'iter di messa in stato di accusa dei membri dell'esecutivo.
Ma quali norme potrebbe avrebbe violato il governo? La divisione sulla base di parametri discrezionali tra Paesi «buoni» e «cattivi» - sotto il profilo dei conti pubblici - dalla quale dipende l'accesso ai fondi del Mes, secondo alcuni giuristi andrebbe contro le «condizioni di parità con gli altri Stati» richiamate dall'articolo 11 della Costituzione e necessarie a consentire la cessione di sovranità da parte dello Stato (come nel caso dei trattati). L'altra ipotesi riguarda l'articolo 264 del codice penale: «Chiunque, incaricato dal governo italiano di trattare all'estero affari di Stato, si rende infedele al mandato è punito, se dal fatto possa derivare nocumento all'interesse nazionale, con la reclusione non inferiore a cinque anni». Infine, il possibile mancato rispetto della legge 234/2012 (la cosiddetta «Moavero») la quale, in fase di negoziazione di accordi in materia finanziaria o monetaria, obbliga il governo a tenere «conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». Vale a dire la risoluzione approvata il 19 giugno di quest'anno, nella quale si chiedeva a Conte e al governo di conoscere «le proposte di modifica al trattato Mes elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato». Come in effetti però non è stato.
Antonio Grizzuti
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini annuncia una nuova offensiva contro il governo: «Stiamo lavorando a un esposto: è un attentato all'interesse nazionale, roba da Urss. Non l'abbiamo mai appoggiato: ho molti messaggi come prova».Possibili violazioni di Costituzione, legge Moavero e articolo 264 del codice penale.Lo speciale contiene due articoliDallo scontro in Parlamento a quello in tribunale. Continua l'escalation attorno alla riforma del Mes tra il governo e la Lega. «I nostri avvocati stanno studiando l'ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte per tradimento degli interessi nazionali» ha annunciato ieri Matteo Salvini, in conferenza stampa alla Camera, lanciando contemporaneamente un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché impedisca il via libera al Mes, definito «un trattato mortale». Per contro, il premier ha annunciato che querelerà per calunnia: «A chi oggi si sbraccia a minacciare, io dico: Salvini vada in Procura a fare l'esposto, e io querelerò per calunnia». Durante l'incontro con i giornalisti, tutti gli esponenti della Lega hanno usato toni duri contro il Meccanismo europeo di stabilità, ma soprattutto contro il metodo usato dal premier. «Siamo di fronte a una totale mancanza di trasparenza, è il tradimento dell'Unione europea, roba da Unione sovietica. Conte ha compiuto un atto gravissimo, un attentato ai danni del popolo italiano a giudizio nostro» ha detto Salvini, ribadendo di essere in possesso di «prove» (documenti, stenografici, messaggi telefonici e chat) sulla contrarietà della Lega all'adesione al Mes. «Chiediamo al garante della Costituzione di farla valere. Se il Parlamento dice A il governo non può fare B. Nel frattempo che il Parlamento non si è pronunciato bisogna stare fermi. Noi non abbiamo cambiato idea: se il M5s ha cambiato idea, occorre un altro atto parlamentare in cui si dà a Conte e Gualtieri un mandato diverso da quello che hanno dato a giugno scorso al governo». L'ex ministro dell'Interno ha raccontato di aver risposto con un messaggio anche molto eloquente: «Non firmiamo un c…o», mentre «Conte e Tria (l'ex titolare del Mef, ndr) ci rassicuravano, dentro e fuori dal Consiglio dei ministri, che “non abbiamo preso nessun impegno"». L'ex ministro dell'Interno ha anche affermato: «Facciamo affidamento sul fatto che gli amici del M5s e del Pd sanno che rischi stiamo correndo. Ci sono decine di parlamentari che potrebbero dire le stesse cose che sta dicendo la Lega sul fondo salva Stati». Salvini spiega che con il nuovo Mes non c'è soltanto il rischio che si inneschi una speculazione sul debito pubblico e che l'Italia venga considerata un Paese di serie B, ma c'è anche la possibilità che «i risparmi di un pensionato di Reggio Calabria servano a salvare Deutsche bank».Su questa linea è arrivato l'affondo di Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera: «Grazie a questo fondo la Germania potrà ristrutturare le banche anche con i soldi nostri messi nel Mes. È una cosa contro la Costituzione», ha ribadito il «falco» leghista sottolineando che sull'adesione dell'Italia al Meccanismo, «noi della Lega abbiamo dato ogni tipo di mandato affinché ciò non avvenisse». «Un argomento delicato», ha concluso Borghi, «su cui bisognava avviare una discussione in Parlamento, ma questo non è stato fatto. Con questo Mes si creerebbero due classi, buoni e cattivi, e noi siamo tra i cattivi. Così in caso di bisogno di accesso al fondo, non possiamo farlo se non passando per la strada della ristrutturazione del debito. Non è condizione di parità».Giancarlo Giorgetti, esponente di punta della Lega, ha aggiunto: «Siccome c'era una maggioranza che ha approvato una risoluzione che ha detto di non procedere, se ora c'è una maggioranza o un ministro dell'Economia che la pensa diversamente non abbia vergogna, lo dica. Se Conte ci ha ripensato, torni in Parlamento e si approva una risoluzione che è il contrario di quella precedente. Naturalmente il parere della Lega rimane lo stesso: a queste condizioni noi non siamo d'accordo. La Lega sapeva del Mes e abbiamo detto la nostra nelle sedi in cui doveva essere fatto. Ci sono sedi informali in cui si preparano i negoziati e in quelle sedi abbiamo detto il nostro no. Poi l'abbiamo fatto nella sede regina, in Parlamento, dove avremmo dovuto farlo?», ha sottolineato Giorgetti, «Non accettiamo la ricostruzione artefatta di questi giorni».Il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari ha ricordato che «il 19 giugno abbiamo presentato una risoluzione a maggioranza firmata anche dal M5s (da Francesco D'Uva) in cui si chiedeva massima attenzione». Per il deputato piemontese le parole del ministro dell'Economia Roberto Gualtieri (che mercoledì alla Camera aveva definito «comico» il rischio paventato dalla Lega) dimostrano che «il governo non ha rispettato il mandato del Parlamento. È gravissimo. Per questo il presidente Conte deve venire in Aula a spiegare e dimettersi perché si tratta di difendere la costituzione repubblicana e il parlamentarismo colpiti da una palese violazione».Al termine della conferenza stampa, e prima delle dichiarazioni del premier Conte, Salvini è stato chiaro: «Nell'ultimo passaggio della risoluzione si parla di sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato. E allora il Parlamento voti e noi prenderemo atto di quello che deciderà il Parlamento che è sovrano, funziona così in democrazia, noi non abbiamo cambiato idea e voteremo no».Sarina Biraghi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mes-e-un-tradimento-degli-italiani-il-colle-lo-fermi-sarebbe-mortale-2641475174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tre-norme-fanno-tremare-lavvocato-del-popolo" data-post-id="2641475174" data-published-at="1782450739" data-use-pagination="False"> Tre norme fanno tremare l’avvocato del popolo «L'avvocato del popolo dovrà cercarsi un avvocato». Non si tratta di un gioco di parole, ma del pesantissimo avvertimento lanciato dalla Lega a Giuseppe Conte, accusato dal Carroccio di aver dato il via libera alla riforma del Mes contro la volontà del Parlamento. Nel corso della conferenza stampa svoltasi ieri a Roma, Matteo Salvini ha parlato di «attentato alla sovranità nazionale», invocando l'intervento di Sergio Mattarella. Mercoledì sera, dai banchi di Montecitorio, il presidente della commissione Bilancio Claudio Borghi aveva tuonato: «Vogliamo che Conte riferisca subito in Parlamento. Se non arriva, lo porteremo in tribunale». E sempre in conferenza stampa, Salvini ha confermato che gli avvocati di via Bellerio «stanno studiando l'ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte». Senza la pretesa di voler essere esaustivi dal punto di vista legale, ci siamo chiesti a quali norme si possa appellare il Carroccio, e quali siano i possibili rischi ai quali va incontro il premier. Precisiamo subito che l'alto tradimento, spesso citato in questi ultimi giorni, riguarda in realtà il presidente della Repubblica (articolo 90 della Costituzione). Per ciò che concerne il presidente del Consiglio, si deve fare riferimento all'articolo 96 della Costituzione («Il presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria […]») e più nello specifico alla legge costituzionale numero 1 del 16 gennaio 1989, la quale disciplina nel dettaglio l'iter di messa in stato di accusa dei membri dell'esecutivo. Ma quali norme potrebbe avrebbe violato il governo? La divisione sulla base di parametri discrezionali tra Paesi «buoni» e «cattivi» - sotto il profilo dei conti pubblici - dalla quale dipende l'accesso ai fondi del Mes, secondo alcuni giuristi andrebbe contro le «condizioni di parità con gli altri Stati» richiamate dall'articolo 11 della Costituzione e necessarie a consentire la cessione di sovranità da parte dello Stato (come nel caso dei trattati). L'altra ipotesi riguarda l'articolo 264 del codice penale: «Chiunque, incaricato dal governo italiano di trattare all'estero affari di Stato, si rende infedele al mandato è punito, se dal fatto possa derivare nocumento all'interesse nazionale, con la reclusione non inferiore a cinque anni». Infine, il possibile mancato rispetto della legge 234/2012 (la cosiddetta «Moavero») la quale, in fase di negoziazione di accordi in materia finanziaria o monetaria, obbliga il governo a tenere «conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». Vale a dire la risoluzione approvata il 19 giugno di quest'anno, nella quale si chiedeva a Conte e al governo di conoscere «le proposte di modifica al trattato Mes elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato». Come in effetti però non è stato. Antonio Grizzuti
Maurizio Landini (Ansa)
Succeduto a Frans Timmermans, altro gran campione delle suicide politiche green, Hoekstra credo debba farsi perdonare di aver in passato lavorato per la Shell e dunque per questo non perda occasione di dimostrarsi un ambientalista convinto, anche quando il buon senso suggerirebbe di prendersi una pausa. Per il commissario, le temperature elevate vanno guardate con occhio positivo. Che cosa spinga il commissario a essere ottimista quando il termometro supera i 40 gradi è presto detto. «La buona notizia» ha spiegato «consiste nel fatto che questo caldo ha chiarito a tutti la necessità di portare avanti il sistema Ets, mentre la ottima è che proprio quest’anno siamo riusciti a concordare un obiettivo climatico ambizioso per il 2040». Non so quale sia l’obiettivo di Hoekstra, ma so che se si spengono i condizionatori al 2040 rischiano di arrivarci in pochi. Infatti, se nelle fabbriche e negli uffici non ci fosse l’aria condizionata in molte aziende sarebbe impossibile lavorare. E non parlo di operai che sudano in acciaieria, ma anche di semplici impiegati che senza un raffrescamento passerebbero la giornata in una specie di forno.
Ma che cosa vuole Hoekstra? In poche parole, invece di tirare il freno sulle politiche green, per consentire di far fronte all’ondata di calore, il commissario Ue ha spiegato che «il surriscaldamento delle città ci deve indirizzare verso una maggiore ambizione piuttosto che verso una minore». Peccato che nell’immediato, per tenere a bada temperature che hanno fatto impennare la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, non ci siano molte soluzioni se non accendere l’aria condizionata. E siccome gli impianti di raffrescamento funzionano con l’energia elettrica e questa è ancora in gran parte prodotta con le fonti fossili, gli obiettivi di decarbonizzazione non soltanto appaiono poco credibili, ma addirittura rischiano di essere d’ostacolo.
È vero che quattro anni fa, l’allora premier Mario Draghi, rispondendo a una domanda sulle sanzioni alla Russia e lo stop alle importazioni di gas, disse che si trattava di scegliere tra aria condizionata e libertà. Ma in questo caso non siamo di fronte a un bivio tra sostenere un dittatore e abbassare di qualche grado la temperatura. Oggi non c’è nessun tiranno da contrastare, semmai c’è da sopravvivere al brusco innalzamento del termometro e per raggiungere rapidamente l’obiettivo urge mettere da parte le mete ambiziose e accendere l’aria condizionata, senza troppi indugi ideologici.
Però Hoekstra non è il solo ad avere brillanti idee come dare un giro di vite alla transizione green. Anche Greenpeace e la Cgil si sono spremuti le meningi di fronte al gran caldo e hanno trovato la soluzione al problema in una tassa sulle imprese che guadagnano dai combustibili fossili. Siccome, a sentir loro, se si boccheggia la colpa è delle aziende del petrolio e del gas, tocca a queste mettere mano al portafogli e risarcire i lavoratori. «Non è accettabile che i costi della crisi climatica ricadano sulle persone mentre le aziende energetiche continuano ad accumulare profitti miliardari» dicono gli adepti del sindacato guidato da Maurizio Landini. «Chiediamo che siano proprio le industrie fossili a finanziare le misure necessarie a proteggere la popolazione dagli impatti che hanno contribuito a provocare» fa eco l’associazione ambientalista cara alla sinistra.
In pratica, mentre il mondo va a fuoco, l’Ue e i compagni cavalcano la crisi climatica. La prima per dare un’accelerazione al suicidio industriale dell’Europa, magari con lo spegnimento dei condizionatori allo scopo di rispettare la natura. I secondi inventando nuove tasse che puntano a far chiudere le imprese energetiche. Risultato, con Bruxelles e la sinistra rischiamo di avere inverni senza riscaldamento (per rispettare l’ambiente) ed estati roventi (sempre per rispettare l’ambiente). Insomma, con costoro alla guida facciamo prima a tirare le cuoia.
Continua a leggereRiduci
Peccato che con Repubblica a volte mi capita che vado per voler ridere e invece mi vien da piangere: a voler vivere pericolosamente, si paga pegno. Insomma, com’è, come non è, mi si chiede di scrivere un commento sul fatto che fa caldo e, a quanto pare, la risposta non può essere: è estate. Perché, mi spiegano, non è «caldo» e basta, ma è «allarme caldo», nessun giugno mai come questo.
Per avere l’ispirazione, allora, come dicevo prima, chiedo a Google: «Repubblica caldo». E voilà, puntuale come la morte, arriva la soddisfazione col titolo di Repubblica: «Due bambini morti in Francia per l’ondata di caldo». Una tragedia, e non c’è proprio niente da ridere. Senonché, non bisogna pensare molto per farsi venire in mente la domanda: come mai l’ondata di caldo ha salvato tutti gli altri – bambini, anziani, persone deboli – della zona? Ecco, quando si legge l’articolo si scopre subito che la mamma aveva lasciato i due bambini nell’auto, nel parcheggio al sole di un supermercato, e nel frattempo faceva la spesa. Insomma, l’ondata di calore – vera o presunta – non c’entra. Esposto al sole, l’abitacolo chiuso di un’auto raggiunge rapidamente temperature che possono essere fatali se ci si permane qualche minuto di troppo. Per completezza: a leggere altre cronache, si ipotizza che nell’auto i bambini ci fossero entrati da soli, eludendo la sorveglianza della madre, circostanza che non so quanto solleverebbe le responsabilità della povera donna, visto che l’età dei bimbi era di 2 e 4 anni. Rimane il fatto che Repubblica non ha dubbi: è stata l’ondata di calore. La narrazione di questo quotidiano – in ottima compagnia – è quella di Greta Thunberg: ogni nuovo anno è più caldo del precedente e ogni mese di giugno più caldo del mese di giugno dell’anno precedente.
Ma è così? Per saperlo bisognerebbe leggere i dati delle temperature registrate. Se uno ci prova, scopre subito che l’impresa è titanica: coloro che raccolgono ‘sti dati devono appartenere ad una sorta di setta pitagorica, ché quelle registrazioni non sono di facile accesso. Non solo: ove sembrerebbero disponibili, l’accesso è così macchinoso – direi vischioso – che non si può non pensare che lo facciano apposta. Armato di molta pazienza, ricostruisco alcuni dati, che reputo significativi, relativi alle registrazioni delle temperature da una stazione meteo: devo soltanto scegliere quale e per quanti anni. Sul quale, cerco quella che dovrebbe produrre il maggiore allarme, e per la scelta mi lascio guidare dal mio faro: Repubblica, che mi suggerisce Milano («il gran caldo non vuole mollare Milano», scrivono).
Con Milano siamo fortunati, perché Milano-Linate, avrebbe le registrazioni fin dal 1938. Peccato che non le renda disponibili. Sembrerebbero disponibili dal 1977, il che consentirebbe di guardare gli ultimi 50 anni, ma la disponibilità si interrompe negli anni 1984-96. Alla fine, mi accontento di esplorare gli anni del nuovo millennio, dal 2000 al 2026 e, comunque, mi tocca annotare i dati uno alla volta, ma alla fine ce la faccio. Nella figura 1 potete vedere da soli qual è stata la temperatura massima registrata a Milano Linate nei mesi di giugno dal 2000 a oggi, e potete decidere da soli se il caldo di questo giugno sia misurato percettibilmente maggiore di quello di uno qualunque degli anni precedenti.
Siccome non basta solo la temperatura massima, ma sarebbe utile sapere quanti sono i giorni «caldi», ho deciso di contare quanti, in ogni mese di giugno, sono stati i giorni con temperatura massima superiore a 27 gradi e quanti con temperatura massima superiore a 30. Anche qui, potete decidere da soli. Da parte mia, ho deciso: non c’è nulla che possa essere oggi, per il corpo di chiunque, apprezzabilmente differente di quanto non lo fosse vent’anni fa. A parte il fatto, naturalmente, che, allora, eravamo tutti vent’anni più giovani.
In conclusione? In conclusione, è estate e fa caldo tanto oggi quanto cinquant’anni fa. Leggo (copyright Repubblica, e chi sennò?) che il ministro Schillaci avrebbe convocato un vertice. Colgo l’occasione per due piccoli suggerimenti. Si adoperi, primo, per favorire con dei bonus l’installazione di climatizzatori, soprattutto alle persone anziane: io ne sono dotato da quarant’anni e, finché sto in casa, soprattutto nelle ore più calde, tutto potrà accadermi fuorché il colpo di calore. Secondo, in sede di consiglio dei ministri, caldeggi la riduzione del prezzo dell’elettricità.
Continua a leggereRiduci
Marco Tronchetti Provera (Ansa)
Ultimamente come vice presidente esecutivo. La nomina formale arriverà la prossima settimana. Più che un rinnovo del consiglio, quello andato in scena ieri è stato un riequilibrio dei rapporti di forza. La lista presentata da Camfin e Mtp & C., che insieme controllano il 26,48% del capitale, ha ottenuto il 58,07% dei voti presenti in assemblea e ha conquistato 12 consiglieri su 15. Al fianco di Tronchetti resterà Andrea Casaluci, confermato amministratore delegato. Una scelta che unisce continuità manageriale e ritorno alla governance storica.
Da una parte il manager che negli ultimi anni ha gestito il gruppo nel passaggio più delicato della sua storia recente; dall'altra l’uomo che di Pirelli è stato il dominus per oltre tre decenni e che ora si prepara a tornare a pieno titolo sulla plancia di comando. Il dato più significativo è politico prima ancora che industriale. Dieci anni fa l’arrivo di ChemChina, poi confluita in Sinochem, sembrava destinato a inaugurare una lunga stagione di influenza cinese. Oggi quella stagione appartiene al passato. Nel precedente consiglio gli uomini riconducibili al socio cinese rappresentavano la componente dominante. Nel nuovo la governance cambia radicalmente: dodici amministratori arrivano dalla lista italiana e ben undici sono indipendenti. Anche l’inclusione dei tre rappresentanti di Assogestioni nella lista di maggioranza è stata letta dal mercato come un segnale di stabilità e di apertura verso gli investitori istituzionali.
Sul fronte opposto, Sinochem, pur restando il primo azionista con il 34,1% del capitale, deve accontentarsi di tre consiglieri. Non è un dettaglio. I due amministratori indipendenti indicati dal gruppo cinese non avranno incarichi esecutivi né ruoli di vertice. Una configurazione che riflette fedelmente le prescrizioni imposte dal governo attraverso il Golden Power. È proprio qui che si trova la ragione del cambiamento. Dietro la battaglia sulle poltrone si nasconde infatti una partita molto più importante. Palazzo Chigi, con il Dpcm approvato nell’aprile scorso, ha deciso di blindare alcuni asset strategici del gruppo.
L’obiettivo è la salvaguardia del Cyber Tyre, il pneumatico intelligente capace di raccogliere, elaborare e trasmettere dati al conducente sulle condizioni di guida. Una tecnologia considerata sensibile sia sotto il profilo industriale sia sotto quello della sicurezza. L'obiettivo del governo è duplice: proteggere il patrimonio tecnologico italiano e garantire a Pirelli la presenza nel mercato americano, oggi uno dei più importanti per il gruppo. Negli Stati Uniti, infatti, il tema dell’influenza cinese nelle aziende tecnologiche è osservato con crescente attenzione e senza il cambio di governance la multinazionale milanese rischiava di essere messa fuori dal mercato. Sinochem ha impugnato il Golden Power davanti al Tar. La partita legale è ancora aperta. Ma sul piano societario il messaggio arrivato dall’assemblea appare piuttosto chiaro: la governance della Bicocca torna a parlare italiano.Per il resto, l’assemblea ha approvato il bilancio 2025.
Ancora una volta con il voto contrario del socio cinese, e ha dato il via libera praticamente all'unanimità al dividendo. A chiudere la giornata c'è poi una conferma che riguarda proprio Andrea Casaluci. L’amministratore delegato si è infatti aggiudicato per il secondo anno consecutivo il titolo di «Best CEO» europeo nel settore Auto & Parts tra le società di media capitalizzazione secondo l’indagine di Extel. Un riconoscimento assegnato dagli investitori sulla base di credibilità, capacità di comunicazione e leadership. Non è un premio qualsiasi. Perché mentre Tronchetti Provera si prepara a tornare sulla poltrona di presidente, il riconoscimento a Casaluci certifica che la nuova Pirelli non vive soltanto di storia e di grandi azionisti.
Continua a leggereRiduci