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2026-04-02
Il governo batta almeno due colpi per mettere mano alla mala giustizia
Imagoeconomica
Obiettivo, questo, sul quale si dovrebbe particolarmente insistere siccome idoneo, più di ogni altro, a far presa sulla pubblica opinione. Al che può aggiungersi che costituisce «mala giustizia», facilmente percepibile come tale dalla pubblica opinione, anche l’altrettanto frequente e deprecabile fenomeno costituito dall’instaurazione, pur senza adozione di misure privative della libertà personale, di processi di cui, fin dall’origine, dovrebbe capirsi che non siano destinati a concludersi - come poi, in effetti, non si concludono - con una pronuncia di condanna, pur avendo chiesto (come avviene in molte occasioni) l’impiego di ingenti risorse materiali ed umane. Il processo, infatti - come si insegnava un tempo - costituisce di per sé una pena, specie per chi non è abituato a esservi sottoposto, per cui dev’essere instaurato e, soprattutto, portato avanti solo quando possa ritenersi pressoché scontato che si concluda con una condanna.
A tali storture occorrerebbe, dunque, cercare, fin da subito, di porre, per quanto possibile, rimedio sfruttando l’ultimo scorcio della corrente legislatura, in modo da poter presentare, alla scadenza elettorale, dei risultati concreti. E, a tal fine, potrebbero essere sufficienti, almeno per cominciare, solo un paio di semplici modifiche da apportare, con legge ordinaria, al codice di procedura penale.
La prima, e fondamentale, di tali modifiche, dovrebbe avere ad oggetto l’articolo 330, dal quale occorrerebbe espungere la previsione che il pubblico ministero possa prendere notizia dei reati anche di propria iniziativa. Tale previsione era assente nel vecchio codice, rimasto in vigore, con varie modifiche, fino al 1988. In esso la figura del pubblico ministero era concepita, sostanzialmente, come quella di un semplice destinatario delle notizie di reato che potevano pervenirgli, oltre che dagli organi di polizia o da pubblici ufficiali che ne fossero venuti a conoscenza nell’esercizio e a causa delle loro funzioni, anche da qualsiasi privato cittadino. Di tali notizie, nessuna esclusa, egli doveva effettuare il vaglio critico e assumerne, quindi, per così dire, la «gestione», verificandone la fondatezza sotto il profilo tanto giuridico quanto probatorio per quindi decidere, all’esito di tale verifica, se chiedere l’archiviazione, il proscioglimento o il rinvio a giudizio.
E proprio nel presupposto che tale fosse la funzione del pubblico ministero fu stabilito, con l’articolo 112 della Costituzione, che egli avesse «l’obbligo di esercitare l’azione penale»; obbligo da intendersi, ovviamente - come messo in luce da tutti i migliori commentatori - non nel senso che a ogni indagine dovesse necessariamente seguire l’esercizio dell’azione penale, ma nel senso che da tale esercizio il pubblico ministero non potesse esimersi, una volta che avesse acquisito elementi tali da rendere plausibile l’ipotesi accusatoria. L’aver consentito al pubblico ministero, con il codice di procedura attualmente vigente, di esercitare, a suo piacimento, una sorta di «caccia ai reati», scegliendone preventivamente il tipo e individuando il terreno più favorevole perché la caccia risulti fruttuosa, ha fatto sì che egli possa fruire di una amplissima sfera di insindacabile discrezionalità. E questa, fatalmente, finisce per assumere anche connotazioni politiche, se non altro nel senso che si traduce in indirizzi di «politica criminale» che, come tali, dovrebbero essere, invece, di competenza esclusiva del potere politico, il quale ne assume, quindi - a differenza del pubblico ministero, che ne va esente - la relativa responsabilità, mentre dovrebbe spettare al pubblico ministero solo la gestione, secondo le norme di legge, di ogni singolo caso portato a sua conoscenza.
A ciò si aggiunga che, per via di un facilmente comprensibile meccanismo psicologico, il pubblico ministero che ritenga di aver scoperto, di sua iniziativa, una notizia di reato, è pressoché irresistibilmente portato a «innamorarsene», per cui non si rassegna facilmente all’idea che essa possa rivelarsi infondata ma si intestardisce a farne riconoscere a tutti i costi il fondamento ed a perseguire, quindi, con ogni mezzo lecito (e, talvolta, anche illecito) l’obiettivo della condanna dell’incolpato; il che si traduce in un grave danno oltre che per quest’ultimo anche per la collettività dei cittadini, a carico della quale ricadono le spese del processo.
Altra semplice modifica dovrebbe, poi, essere quella consistente nello stabilire che l’adozione di misure cautelari, a cominciare dalla custodia in carcere, ora consentita, dall’articolo 273 del codice di procedura penale, alla sola condizione che sussistano a carico di chi sia accusato di un reato «gravi indizi di colpevolezza», sia invece consentita alla diversa e più stringente condizione costituita dalla «probabilità» - da dimostrarsi con adeguata motivazione - che il giudizio si concluda con pronuncia di condanna. Non può certo dirsi che con ciò sarebbe del tutto scongiurato il pericolo che misure cautelari vengano disposte a carico di soggetti che risultino poi non colpevoli, ma appare ragionevole aspettarsi che esso potrebbe essere notevolmente ridotto, sempre che della nuova norma si faccia corretta e rigorosa applicazione.
È probabile che, specialmente avverso la prima delle due proposte, sinistra politica e magistratura associata rinnoverebbero la loro alleanza per sostenere, pur senza fondamento, che lo scopo perseguito sarebbe soltanto quello di impedire al pubblico ministero di mettere il naso nelle stanze del potere. Ma è un rischio che vale la pena di correre, correndosi altrimenti il rischio, ancora maggiore, che il governo, restando inerte, deluda l’aspettativa nutrita, nonostante tutto, da gran parte dell’opinione pubblica, che contro quella che viene fortemente avvertita come «malagiustizia» in danno soprattutto dei comuni cittadini, si adottino iniziative dalle quali ci si possa ragionevolmente attendere, in tempi brevi, (più, forse, di quanto lo si potesse dalla riforma bocciata all’esito del referendum), un qualche tangibile risultato positivo.
Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
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Il pm non deve più prendere notizia dei reati di propria iniziativa e serve un freno alle misure di custodia cautelare: soltanto così si può mitigare la delusione degli elettori dopo il No al referendum. Ha perfettamente ragione l’ottima Silvana De Mari nell’affermare, come ha fatto su La Verità del 30 marzo scorso, che ora più mai, proprio a seguito della vittoria del No nel referendum, occorre mettere in primo piano l’esigenza di una vera riforma del «sistema giustizia», finalizzata soprattutto a impedire o, quanto meno, a rendere più difficile, l’attualmente troppo frequente verificarsi di casi di «mala giustizia» quali, in particolare, la privazione, anche per lunghi periodi, della libertà personale a carico di soggetti che, all’esito del giudizio, risultano poi non colpevoli.Obiettivo, questo, sul quale si dovrebbe particolarmente insistere siccome idoneo, più di ogni altro, a far presa sulla pubblica opinione. Al che può aggiungersi che costituisce «mala giustizia», facilmente percepibile come tale dalla pubblica opinione, anche l’altrettanto frequente e deprecabile fenomeno costituito dall’instaurazione, pur senza adozione di misure privative della libertà personale, di processi di cui, fin dall’origine, dovrebbe capirsi che non siano destinati a concludersi - come poi, in effetti, non si concludono - con una pronuncia di condanna, pur avendo chiesto (come avviene in molte occasioni) l’impiego di ingenti risorse materiali ed umane. Il processo, infatti - come si insegnava un tempo - costituisce di per sé una pena, specie per chi non è abituato a esservi sottoposto, per cui dev’essere instaurato e, soprattutto, portato avanti solo quando possa ritenersi pressoché scontato che si concluda con una condanna. A tali storture occorrerebbe, dunque, cercare, fin da subito, di porre, per quanto possibile, rimedio sfruttando l’ultimo scorcio della corrente legislatura, in modo da poter presentare, alla scadenza elettorale, dei risultati concreti. E, a tal fine, potrebbero essere sufficienti, almeno per cominciare, solo un paio di semplici modifiche da apportare, con legge ordinaria, al codice di procedura penale. La prima, e fondamentale, di tali modifiche, dovrebbe avere ad oggetto l’articolo 330, dal quale occorrerebbe espungere la previsione che il pubblico ministero possa prendere notizia dei reati anche di propria iniziativa. Tale previsione era assente nel vecchio codice, rimasto in vigore, con varie modifiche, fino al 1988. In esso la figura del pubblico ministero era concepita, sostanzialmente, come quella di un semplice destinatario delle notizie di reato che potevano pervenirgli, oltre che dagli organi di polizia o da pubblici ufficiali che ne fossero venuti a conoscenza nell’esercizio e a causa delle loro funzioni, anche da qualsiasi privato cittadino. Di tali notizie, nessuna esclusa, egli doveva effettuare il vaglio critico e assumerne, quindi, per così dire, la «gestione», verificandone la fondatezza sotto il profilo tanto giuridico quanto probatorio per quindi decidere, all’esito di tale verifica, se chiedere l’archiviazione, il proscioglimento o il rinvio a giudizio.E proprio nel presupposto che tale fosse la funzione del pubblico ministero fu stabilito, con l’articolo 112 della Costituzione, che egli avesse «l’obbligo di esercitare l’azione penale»; obbligo da intendersi, ovviamente - come messo in luce da tutti i migliori commentatori - non nel senso che a ogni indagine dovesse necessariamente seguire l’esercizio dell’azione penale, ma nel senso che da tale esercizio il pubblico ministero non potesse esimersi, una volta che avesse acquisito elementi tali da rendere plausibile l’ipotesi accusatoria. L’aver consentito al pubblico ministero, con il codice di procedura attualmente vigente, di esercitare, a suo piacimento, una sorta di «caccia ai reati», scegliendone preventivamente il tipo e individuando il terreno più favorevole perché la caccia risulti fruttuosa, ha fatto sì che egli possa fruire di una amplissima sfera di insindacabile discrezionalità. E questa, fatalmente, finisce per assumere anche connotazioni politiche, se non altro nel senso che si traduce in indirizzi di «politica criminale» che, come tali, dovrebbero essere, invece, di competenza esclusiva del potere politico, il quale ne assume, quindi - a differenza del pubblico ministero, che ne va esente - la relativa responsabilità, mentre dovrebbe spettare al pubblico ministero solo la gestione, secondo le norme di legge, di ogni singolo caso portato a sua conoscenza. A ciò si aggiunga che, per via di un facilmente comprensibile meccanismo psicologico, il pubblico ministero che ritenga di aver scoperto, di sua iniziativa, una notizia di reato, è pressoché irresistibilmente portato a «innamorarsene», per cui non si rassegna facilmente all’idea che essa possa rivelarsi infondata ma si intestardisce a farne riconoscere a tutti i costi il fondamento ed a perseguire, quindi, con ogni mezzo lecito (e, talvolta, anche illecito) l’obiettivo della condanna dell’incolpato; il che si traduce in un grave danno oltre che per quest’ultimo anche per la collettività dei cittadini, a carico della quale ricadono le spese del processo. Altra semplice modifica dovrebbe, poi, essere quella consistente nello stabilire che l’adozione di misure cautelari, a cominciare dalla custodia in carcere, ora consentita, dall’articolo 273 del codice di procedura penale, alla sola condizione che sussistano a carico di chi sia accusato di un reato «gravi indizi di colpevolezza», sia invece consentita alla diversa e più stringente condizione costituita dalla «probabilità» - da dimostrarsi con adeguata motivazione - che il giudizio si concluda con pronuncia di condanna. Non può certo dirsi che con ciò sarebbe del tutto scongiurato il pericolo che misure cautelari vengano disposte a carico di soggetti che risultino poi non colpevoli, ma appare ragionevole aspettarsi che esso potrebbe essere notevolmente ridotto, sempre che della nuova norma si faccia corretta e rigorosa applicazione. È probabile che, specialmente avverso la prima delle due proposte, sinistra politica e magistratura associata rinnoverebbero la loro alleanza per sostenere, pur senza fondamento, che lo scopo perseguito sarebbe soltanto quello di impedire al pubblico ministero di mettere il naso nelle stanze del potere. Ma è un rischio che vale la pena di correre, correndosi altrimenti il rischio, ancora maggiore, che il governo, restando inerte, deluda l’aspettativa nutrita, nonostante tutto, da gran parte dell’opinione pubblica, che contro quella che viene fortemente avvertita come «malagiustizia» in danno soprattutto dei comuni cittadini, si adottino iniziative dalle quali ci si possa ragionevolmente attendere, in tempi brevi, (più, forse, di quanto lo si potesse dalla riforma bocciata all’esito del referendum), un qualche tangibile risultato positivo.Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.
Tradizione, innovazione e identità istituzionale si incontrano in un progetto inedito che porta il marchio dell’Esercito Italiano nel mondo del caffè. È stata presentata il 1° aprile, presso il Circolo Unificato «Pio IX», la nuova macchina da caffè a sistema ESE «Campagnola AR51», frutto della collaborazione tra DL Caffè e SIGIT S.p.A., con il supporto di Difesa Servizi S.p.A..
L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di valorizzazione del brand Esercito Italiano, sempre più orientato a costruire un dialogo concreto con il mondo produttivo nazionale e la società civile. Un progetto che non si limita al lancio di un prodotto, ma ambisce a rafforzare il legame tra istituzioni e cittadini attraverso simboli riconoscibili e valori condivisi.
A moderare l’evento è stata la giornalista Filomena Greco, davanti a una platea composta da rappresentanti istituzionali, partner industriali e operatori del settore. L’incontro ha offerto l’occasione per riflettere sulle potenzialità del co-branding tra pubblico e privato, evidenziando come queste sinergie possano generare valore sia in termini economici sia culturali.
Il nome «Campagnola AR51» richiama uno dei veicoli più iconici della storia militare italiana, la Fiat Campagnola AR51, simbolo di robustezza e affidabilità. Un richiamo non casuale, che intende trasferire questi stessi attributi al nuovo prodotto: una macchina da caffè progettata per garantire qualità, semplicità d’uso e sostenibilità.
La «Campagnola AR51» utilizza il sistema ESE (Easy Serving Espresso), uno standard sempre più diffuso in Europa. Le cialde in carta compostabile rappresentano infatti una soluzione attenta all’ambiente, senza rinunciare alla qualità dell’espresso, elemento centrale della tradizione italiana.
Oltre all’aspetto tecnico, il progetto assume una valenza strategica più ampia. La valorizzazione del marchio Esercito, infatti, non si limita alla dimensione simbolica, ma diventa uno strumento per promuovere il made in Italy e le competenze industriali del Paese. In questo contesto, la collaborazione con aziende italiane rappresenta un modello virtuoso di integrazione tra istituzioni e sistema produttivo.
Walter Schiavone, titolare DL caffè, commenta così questa iniziativa: «Affiancare il nostro brand a quello dell'esercito è motivo di orgoglio e di sfida. Caffè Esercito ci sta aprendo porte importanti e avremo soddisfazioni al di là di un prodotto di alta qualità. Non solo un buon caffè ma anche per il fatto che abbiamo ricreato un'auto iconica in versione macchina da caffè».
La «Campagnola AR51» segna così l’inizio di una nuova piattaforma di prodotti a marchio Esercito, destinata a evolversi nel tempo e ad ampliare la propria presenza sul mercato. Un’iniziativa che dimostra come anche realtà tradizionalmente legate alla sfera pubblica possano innovare il proprio linguaggio, trovando nuove modalità per raccontarsi e per creare valore condiviso.
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Gabriele Gravina (Ansa)
Dopo otto anni di promesse e mancate riforme, due mancate qualificazioni ai Mondiali - la prima preceduta dalla vittoria dell'Europeo nel 2021 - Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Figc. Dopo l'ennesima umiliazione subita dal nostro calcio in Bosnia, con la sconfitta ai rigori nel playoff decisivo per strappare un pass a Usa, Canada e Messico 2026, sono state necessarie pressioni da più parti, dalla politica all'opinione pubblica.
Il passo indietro è arrivato nel pomeriggio, al termine di una giornata che aveva già preso una direzione precisa fin dalle prime ore. Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Federcalcio, chiudendo formalmente un ciclo travolto dal terzo Mondiale consecutivo mancato dall’Italia (la prima nel 2017 era sotto la gestione di Carlo Tavecchio, che al contrario di Gravina lasciò subito dopo la sconfitta con la Svezia). La decisione è stata comunicata all’inizio della riunione con tutte le componenti federali, riunite nella sede di via Allegri a Roma, mentre fuori si respirava un clima teso, tra contestazioni, lancio di uova e presenza delle forze dell’ordine. Gravina, arrivato in mattinata senza rilasciare dichiarazioni, ha scelto il silenzio anche dopo l’annuncio ufficiale. Nessuna conferenza stampa, nessuna intervista. Solo un passaggio interno, davanti a tutte le componenti del sistema calcio.
Nel comunicato diffuso dalla Federazione, il presidente uscente ha rivendicato il rapporto con le varie anime del movimento e ha annunciato che l’8 aprile interverrà in audizione alla Camera per relazionare sullo stato di salute del calcio italiano. Nello stesso contesto ha anche chiarito il senso delle parole pronunciate dopo la partita di Zenica, oggetto di polemiche: un riferimento, ha spiegato, alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici, «che non volevano assolutamente essere offensive».
Attorno alla sua uscita si è sviluppato un fronte compatto nel riconoscere la difficoltà del momento, ma senza una direzione condivisa sul futuro. Il presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli, ha parlato della necessità per la massima serie di «rivendicare un ruolo primario» e di farsi guida del sistema, indicando come priorità riforme, giovani e solidità economica dei club: «Come i tifosi siamo delusi». Nessuna convergenza, però, su un nome per la successione: «Assolutamente no, non se ne è parlato». Sulla stessa linea il presidente dell'Assocalciatori, Umberto Calcagno, che ha sottolineato come la giornata dovesse servire a rimettere al centro i temi: «La figura che verrà individuata dovrà essere un passo indietro rispetto a ciò che bisogna fare. Oggi sono importanti i programmi». Anche Renzo Ulivieri, numero uno dell'Assoallenatori, ha allargato lo sguardo oltre l’immediato: «Il calcio è in difficoltà non da ora, ma dal 2006».
E ora cosa succede al calcio italiano? Le dimissioni di Gravina basteranno a cambiare un movimento che da anni si regge su un sistema contorto e con profondi problemi strutturali? Ovvio che no. Specialmente se i nomi per la successione sono quelli che circolano nei corridoi del palazzo. Contestualmente alla rassegna delle dimissioni, lo stesso Gravina ha indetto l’assemblea elettiva per il prossimo 22 giugno, data in cui verrà scelto il nuovo presidente. Fino ad allora resterà in carica per la gestione ordinaria, dando vita quindi a una transizione che si apre senza una linea già tracciata. Tra i possibili candidati vengono indicati Giancarlo Abete, Giovanni Malagò, e Matteo Marani, con Demetrio Albertini più defilato. Nel primo caso si tratterebbe di un ritorno al passato. Abete è già stato presidente della Figc dal 2007 al 2014, anno in cui lasciò l'incarico dopo l'eliminazione della Nazionale al girone di Brasile 2014 in quella che rimane l'ultima, triste, apparizione dell'Italia a un campionato del mondo. La candidatura di Malagò è sponsorizzata dalla Lega Serie A e rappresenterebbe una scelta nella direzione dell'esperienza e dell'indiscussa capacità manageriale, ma con un rapporto tutto da ricostruire con il ministro dello Sport Andrea Abodi dopo la vicenda della non rieleggibilità al Coni. Fattore che in un momento così delicato in cui calcio e politica dovranno necessariamente andare a braccetto per far sì che qualcosa davvero cambi, non è per nulla da sottovalutare. Marani, invece, potrebbe essere visto come l'ennesimo salto nel vuoto: l'ex direttore del Guerin Sportivo è dal 2023 alla guida della Serie C: un mondo dove i problemi fioccano e ogni anno più di un club non riesce a completare la stagione. Nelle scorse ore si era fatto anche il nome di Paolo Maldini. E c'è chi indicherebbe come soluzione Beppe Marotta, oggi presidente dell'Inter.
Il terremoto federale non ha toccato solo la presidenza. Poco dopo le dimissioni di Gravina è arrivata anche la decisione di Gianluigi Buffon, che ha annunciato le dimissioni da capo delegazione: «Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia, era un atto impellente. Ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità». Una decisione analoga è attesa a stretto giro di posta anche da Gennaro Gattuso. In tutta questa storia le responsabilità del ct sono forse quelle minori, ma di fatto l'ex allenatore di Milan e Napoli ha già maturato il passo indietro di cui manca soltanto l'ufficialità. Anche nel caso della guida tecnica, i principali nomi che girano per la sostituzione di Gattuso sono due ritorni al passato: da una parte Antonio Conte, che però dovrebbe liberarsi dal contratto con il Napoli, dall'altra Roberto Mancini, anch'esso sotto contratto in Qatar con l'Al-Sadd. Insomma, cambiare per non cambiare. Sia inteso, sia Conte che Mancini sono due ottimi allenatori e alla guida degli azzurri hanno ottenuto ottimi risultati, specialmente Mancini, ma sembra quasi che il nostro movimento non riesca a produrre qualcosa di nuovo. Qualcosa che possa portare una buona dose di aria fresca a Coverciano.
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