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2026-04-02
Il governo batta almeno due colpi per mettere mano alla mala giustizia
Imagoeconomica
Obiettivo, questo, sul quale si dovrebbe particolarmente insistere siccome idoneo, più di ogni altro, a far presa sulla pubblica opinione. Al che può aggiungersi che costituisce «mala giustizia», facilmente percepibile come tale dalla pubblica opinione, anche l’altrettanto frequente e deprecabile fenomeno costituito dall’instaurazione, pur senza adozione di misure privative della libertà personale, di processi di cui, fin dall’origine, dovrebbe capirsi che non siano destinati a concludersi - come poi, in effetti, non si concludono - con una pronuncia di condanna, pur avendo chiesto (come avviene in molte occasioni) l’impiego di ingenti risorse materiali ed umane. Il processo, infatti - come si insegnava un tempo - costituisce di per sé una pena, specie per chi non è abituato a esservi sottoposto, per cui dev’essere instaurato e, soprattutto, portato avanti solo quando possa ritenersi pressoché scontato che si concluda con una condanna.
A tali storture occorrerebbe, dunque, cercare, fin da subito, di porre, per quanto possibile, rimedio sfruttando l’ultimo scorcio della corrente legislatura, in modo da poter presentare, alla scadenza elettorale, dei risultati concreti. E, a tal fine, potrebbero essere sufficienti, almeno per cominciare, solo un paio di semplici modifiche da apportare, con legge ordinaria, al codice di procedura penale.
La prima, e fondamentale, di tali modifiche, dovrebbe avere ad oggetto l’articolo 330, dal quale occorrerebbe espungere la previsione che il pubblico ministero possa prendere notizia dei reati anche di propria iniziativa. Tale previsione era assente nel vecchio codice, rimasto in vigore, con varie modifiche, fino al 1988. In esso la figura del pubblico ministero era concepita, sostanzialmente, come quella di un semplice destinatario delle notizie di reato che potevano pervenirgli, oltre che dagli organi di polizia o da pubblici ufficiali che ne fossero venuti a conoscenza nell’esercizio e a causa delle loro funzioni, anche da qualsiasi privato cittadino. Di tali notizie, nessuna esclusa, egli doveva effettuare il vaglio critico e assumerne, quindi, per così dire, la «gestione», verificandone la fondatezza sotto il profilo tanto giuridico quanto probatorio per quindi decidere, all’esito di tale verifica, se chiedere l’archiviazione, il proscioglimento o il rinvio a giudizio.
E proprio nel presupposto che tale fosse la funzione del pubblico ministero fu stabilito, con l’articolo 112 della Costituzione, che egli avesse «l’obbligo di esercitare l’azione penale»; obbligo da intendersi, ovviamente - come messo in luce da tutti i migliori commentatori - non nel senso che a ogni indagine dovesse necessariamente seguire l’esercizio dell’azione penale, ma nel senso che da tale esercizio il pubblico ministero non potesse esimersi, una volta che avesse acquisito elementi tali da rendere plausibile l’ipotesi accusatoria. L’aver consentito al pubblico ministero, con il codice di procedura attualmente vigente, di esercitare, a suo piacimento, una sorta di «caccia ai reati», scegliendone preventivamente il tipo e individuando il terreno più favorevole perché la caccia risulti fruttuosa, ha fatto sì che egli possa fruire di una amplissima sfera di insindacabile discrezionalità. E questa, fatalmente, finisce per assumere anche connotazioni politiche, se non altro nel senso che si traduce in indirizzi di «politica criminale» che, come tali, dovrebbero essere, invece, di competenza esclusiva del potere politico, il quale ne assume, quindi - a differenza del pubblico ministero, che ne va esente - la relativa responsabilità, mentre dovrebbe spettare al pubblico ministero solo la gestione, secondo le norme di legge, di ogni singolo caso portato a sua conoscenza.
A ciò si aggiunga che, per via di un facilmente comprensibile meccanismo psicologico, il pubblico ministero che ritenga di aver scoperto, di sua iniziativa, una notizia di reato, è pressoché irresistibilmente portato a «innamorarsene», per cui non si rassegna facilmente all’idea che essa possa rivelarsi infondata ma si intestardisce a farne riconoscere a tutti i costi il fondamento ed a perseguire, quindi, con ogni mezzo lecito (e, talvolta, anche illecito) l’obiettivo della condanna dell’incolpato; il che si traduce in un grave danno oltre che per quest’ultimo anche per la collettività dei cittadini, a carico della quale ricadono le spese del processo.
Altra semplice modifica dovrebbe, poi, essere quella consistente nello stabilire che l’adozione di misure cautelari, a cominciare dalla custodia in carcere, ora consentita, dall’articolo 273 del codice di procedura penale, alla sola condizione che sussistano a carico di chi sia accusato di un reato «gravi indizi di colpevolezza», sia invece consentita alla diversa e più stringente condizione costituita dalla «probabilità» - da dimostrarsi con adeguata motivazione - che il giudizio si concluda con pronuncia di condanna. Non può certo dirsi che con ciò sarebbe del tutto scongiurato il pericolo che misure cautelari vengano disposte a carico di soggetti che risultino poi non colpevoli, ma appare ragionevole aspettarsi che esso potrebbe essere notevolmente ridotto, sempre che della nuova norma si faccia corretta e rigorosa applicazione.
È probabile che, specialmente avverso la prima delle due proposte, sinistra politica e magistratura associata rinnoverebbero la loro alleanza per sostenere, pur senza fondamento, che lo scopo perseguito sarebbe soltanto quello di impedire al pubblico ministero di mettere il naso nelle stanze del potere. Ma è un rischio che vale la pena di correre, correndosi altrimenti il rischio, ancora maggiore, che il governo, restando inerte, deluda l’aspettativa nutrita, nonostante tutto, da gran parte dell’opinione pubblica, che contro quella che viene fortemente avvertita come «malagiustizia» in danno soprattutto dei comuni cittadini, si adottino iniziative dalle quali ci si possa ragionevolmente attendere, in tempi brevi, (più, forse, di quanto lo si potesse dalla riforma bocciata all’esito del referendum), un qualche tangibile risultato positivo.
Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
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Il pm non deve più prendere notizia dei reati di propria iniziativa e serve un freno alle misure di custodia cautelare: soltanto così si può mitigare la delusione degli elettori dopo il No al referendum. Ha perfettamente ragione l’ottima Silvana De Mari nell’affermare, come ha fatto su La Verità del 30 marzo scorso, che ora più mai, proprio a seguito della vittoria del No nel referendum, occorre mettere in primo piano l’esigenza di una vera riforma del «sistema giustizia», finalizzata soprattutto a impedire o, quanto meno, a rendere più difficile, l’attualmente troppo frequente verificarsi di casi di «mala giustizia» quali, in particolare, la privazione, anche per lunghi periodi, della libertà personale a carico di soggetti che, all’esito del giudizio, risultano poi non colpevoli.Obiettivo, questo, sul quale si dovrebbe particolarmente insistere siccome idoneo, più di ogni altro, a far presa sulla pubblica opinione. Al che può aggiungersi che costituisce «mala giustizia», facilmente percepibile come tale dalla pubblica opinione, anche l’altrettanto frequente e deprecabile fenomeno costituito dall’instaurazione, pur senza adozione di misure privative della libertà personale, di processi di cui, fin dall’origine, dovrebbe capirsi che non siano destinati a concludersi - come poi, in effetti, non si concludono - con una pronuncia di condanna, pur avendo chiesto (come avviene in molte occasioni) l’impiego di ingenti risorse materiali ed umane. Il processo, infatti - come si insegnava un tempo - costituisce di per sé una pena, specie per chi non è abituato a esservi sottoposto, per cui dev’essere instaurato e, soprattutto, portato avanti solo quando possa ritenersi pressoché scontato che si concluda con una condanna. A tali storture occorrerebbe, dunque, cercare, fin da subito, di porre, per quanto possibile, rimedio sfruttando l’ultimo scorcio della corrente legislatura, in modo da poter presentare, alla scadenza elettorale, dei risultati concreti. E, a tal fine, potrebbero essere sufficienti, almeno per cominciare, solo un paio di semplici modifiche da apportare, con legge ordinaria, al codice di procedura penale. La prima, e fondamentale, di tali modifiche, dovrebbe avere ad oggetto l’articolo 330, dal quale occorrerebbe espungere la previsione che il pubblico ministero possa prendere notizia dei reati anche di propria iniziativa. Tale previsione era assente nel vecchio codice, rimasto in vigore, con varie modifiche, fino al 1988. In esso la figura del pubblico ministero era concepita, sostanzialmente, come quella di un semplice destinatario delle notizie di reato che potevano pervenirgli, oltre che dagli organi di polizia o da pubblici ufficiali che ne fossero venuti a conoscenza nell’esercizio e a causa delle loro funzioni, anche da qualsiasi privato cittadino. Di tali notizie, nessuna esclusa, egli doveva effettuare il vaglio critico e assumerne, quindi, per così dire, la «gestione», verificandone la fondatezza sotto il profilo tanto giuridico quanto probatorio per quindi decidere, all’esito di tale verifica, se chiedere l’archiviazione, il proscioglimento o il rinvio a giudizio.E proprio nel presupposto che tale fosse la funzione del pubblico ministero fu stabilito, con l’articolo 112 della Costituzione, che egli avesse «l’obbligo di esercitare l’azione penale»; obbligo da intendersi, ovviamente - come messo in luce da tutti i migliori commentatori - non nel senso che a ogni indagine dovesse necessariamente seguire l’esercizio dell’azione penale, ma nel senso che da tale esercizio il pubblico ministero non potesse esimersi, una volta che avesse acquisito elementi tali da rendere plausibile l’ipotesi accusatoria. L’aver consentito al pubblico ministero, con il codice di procedura attualmente vigente, di esercitare, a suo piacimento, una sorta di «caccia ai reati», scegliendone preventivamente il tipo e individuando il terreno più favorevole perché la caccia risulti fruttuosa, ha fatto sì che egli possa fruire di una amplissima sfera di insindacabile discrezionalità. E questa, fatalmente, finisce per assumere anche connotazioni politiche, se non altro nel senso che si traduce in indirizzi di «politica criminale» che, come tali, dovrebbero essere, invece, di competenza esclusiva del potere politico, il quale ne assume, quindi - a differenza del pubblico ministero, che ne va esente - la relativa responsabilità, mentre dovrebbe spettare al pubblico ministero solo la gestione, secondo le norme di legge, di ogni singolo caso portato a sua conoscenza. A ciò si aggiunga che, per via di un facilmente comprensibile meccanismo psicologico, il pubblico ministero che ritenga di aver scoperto, di sua iniziativa, una notizia di reato, è pressoché irresistibilmente portato a «innamorarsene», per cui non si rassegna facilmente all’idea che essa possa rivelarsi infondata ma si intestardisce a farne riconoscere a tutti i costi il fondamento ed a perseguire, quindi, con ogni mezzo lecito (e, talvolta, anche illecito) l’obiettivo della condanna dell’incolpato; il che si traduce in un grave danno oltre che per quest’ultimo anche per la collettività dei cittadini, a carico della quale ricadono le spese del processo. Altra semplice modifica dovrebbe, poi, essere quella consistente nello stabilire che l’adozione di misure cautelari, a cominciare dalla custodia in carcere, ora consentita, dall’articolo 273 del codice di procedura penale, alla sola condizione che sussistano a carico di chi sia accusato di un reato «gravi indizi di colpevolezza», sia invece consentita alla diversa e più stringente condizione costituita dalla «probabilità» - da dimostrarsi con adeguata motivazione - che il giudizio si concluda con pronuncia di condanna. Non può certo dirsi che con ciò sarebbe del tutto scongiurato il pericolo che misure cautelari vengano disposte a carico di soggetti che risultino poi non colpevoli, ma appare ragionevole aspettarsi che esso potrebbe essere notevolmente ridotto, sempre che della nuova norma si faccia corretta e rigorosa applicazione. È probabile che, specialmente avverso la prima delle due proposte, sinistra politica e magistratura associata rinnoverebbero la loro alleanza per sostenere, pur senza fondamento, che lo scopo perseguito sarebbe soltanto quello di impedire al pubblico ministero di mettere il naso nelle stanze del potere. Ma è un rischio che vale la pena di correre, correndosi altrimenti il rischio, ancora maggiore, che il governo, restando inerte, deluda l’aspettativa nutrita, nonostante tutto, da gran parte dell’opinione pubblica, che contro quella che viene fortemente avvertita come «malagiustizia» in danno soprattutto dei comuni cittadini, si adottino iniziative dalle quali ci si possa ragionevolmente attendere, in tempi brevi, (più, forse, di quanto lo si potesse dalla riforma bocciata all’esito del referendum), un qualche tangibile risultato positivo.Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
Leone XIV (Ansa)
Il documento, dedicato alla «custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale», reca la datadel 15 maggio, il giorno in cui sono caduti i 135 anni dalla promulgazione della Rerum Novarum di Leone XIII: è a lui che Robert Francis Prevost ha voluto ispirarsi nella scelta del nome, perché, come il predecessore, sente di doversi impegnare nella questione sociale dell’epoca contemporanea. Tanto che ha appena approvato l’istituzione della Commissione interdicasteriale incaricata di seguire il dossier IA. Così, se Benedetto XVI si opponeva alla «dittatura del relativismo», lui combatte la dittatura degli algoritmi.
L’enciclica sarà presentata lunedì prossimo nell’Aula del Sinodo. Sarà presente il pontefice in persona, insieme ai cardinali Víctor Manuel Fernández (prefetto della Fede) e Michael Czerny (prefetto per il Servizio allo sviluppo umano integrale); alla professoressa Anna Dowlands, teologa della Durham University, nel Regno Unito; a Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, il volto «buono» dell’IA; e alla professoressa Leocadie Lushombo, docente di teologica politica della Jesuit school of theology di Santa Clara, in California. La conclusione sarà affidata al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. E al termine dell’evento, il vicario di Cristo impartirà la benedizione.
È ragionevole aspettarsi che il testo riprenda le argomentazioni di Quo vadis, humanitas?, il documento della Commissione teologica internazionale uscito il 4 marzo. Lo scritto presentava un’ampia disamina delle insidie collegate al rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale generale, suscettibile di rendere «incontrollabili e quindi ingovernabili» le dinamiche economiche, politiche e persino militari, oltre che di schiudere perniciosi orizzonti alle pratiche di «controllo sociale», nonché di privare la democrazia dei «legami solidali» che ne costituiscono il nutrimento. Centrale era l’invito a non liquidare i poveri in quanto meri «danni collaterali» del progresso e a tenere presente la «dignità infinita» della persona, contro le derive transumane e postumane.
D’altronde, già il 10 maggio 2025, a due giorni dalla sua elezione, al Collegio cardinalizio, Prevost spiegò che la Chiesa era chiamata ad affrontare gli effetti di «un’altra rivoluzione industriale e gli sviluppi dell’Intelligenza artificiale». Lo scorso gennaio, nel suo messaggio per la sessantesima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il Papa americano ha ricordato che quella umana non è «una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo». E ha segnalato che addirittura «gran parte dell’industria creativa» è in pericolo, con «i capolavori del genio umano» che vengono «ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine», destinate a soppiantare i prodotti dell’arte e della fantasia.
Le trappole di quello che Leone chiamava «affidamento ingenuamente acritico all’Intelligenza artificiale», «“oracolo” di ogni consiglio», emergono, proprio in questi giorni, da un dettaglio sulle amministrative francesi: un’inchiesta del think tank Terra Nova ha svelato che, alle elezioni municipali di marzo, un francese su sei ha fatto ricorso all’IA per decidere quale candidato votare. Il 7% vi ha trovato solo una conferma delle proprie preferenze; ma il 5%, sotto la sua influenza, ha cambiato parere; e il 4%, privo di un’opinione, se l’è fatta suggerire dal cervellone elettronico. Sono cifre piccole, che però offrono un assaggio della gigantesca transizione che stiamo attraversando: se l’IA contribuirà a definire i contorni della coscienza collettiva, diventerà cruciale portare alla luce il reticolo di interessi che si cela dietro la fornitura dei servizi digitali. E operare affinché la logica algoritmica sia messa al servizio del bene comune, piuttosto che del tornaconto di pochi miliardari e delle potenze imperiali. Il vaglio critico del «potere computazionale» è esattamente il compito che, nel suo ultimo saggio, La nuova logica del dominio, affida all’etica delle tecnologie padre Paolo Benanti, dirigente dell’Osservatorio sull’Intelligenza artificiale istituito dal ministero del Lavoro.
A subire l’impatto più devastante dal perfezionamento e dalla diffusione pervasiva dell’IA sarà il lavoro. Tanto che lo stesso Elon Musk ha sentito il bisogno di rispondere alle proiezioni che prevedono la cancellazione di 300 milioni di impieghi nel mondo, proponendo un «alto reddito universale» che compensi la disoccupazione.
Il pontefice ha ben presente questa piaga. E avverte l’urgenza di tutelare i minori dai tranelli dei modelli linguistici robotici, capaci di «imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione». Ma nel mondo sdoppiato delle tecnologie basate sui dati, la persona diventa secondaria; a chi governa questa «forza invisibile» interessa solo il nostro simulacro digitale.
E poi c’è la guerra: Leone ne ha appena parlato nel suo discorso alla Sapienza, paventando che l’applicazione dell’IA in ambito bellico peggiori «la tragicità dei conflitti» e deresponsabilizzi «le scelte umane». Forse, per l’annientamento non serve un Terminator. A «terminarci» siamo già bravi da soli.
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Mario Delpini (Ansa)
Si può: tutto questo accade a Milano, dove la diocesi ha presentato nei giorni scorsi il progetto del Monastero ambrosiano firmato da Stefano Boeri, «la modalità con cui la diocesi di Milano sarà presente all’interno di Mind, il Milano innovation district, il distretto sorto nell’area dell’Expo 2015. Nel 2023 era stata lanciata una Call for ideas, così la chiamano, che aveva coinvolto realtà ecclesiali, istituzioni, centri di ricerca e studi di architettura: l’obiettivo, decidere che cosa realizzare in quell’area. Da allora, Stefano Boeri ha preso il largo e ha firmato il progetto finale benedetto anche dall’arcivescovo, Mario Delpini, e che si estenderà nell’area all’incrocio tra il Cardo e il Decumano, in un’area che entro il 2030 (anno in cui è prevista la realizzazione del Monastero) ospiterà circa 70.000 persone tra residenti, lavoratori e studenti. Questo Monastero «avrà una presenza stabile di pastorale ordinaria, affidata a una piccola comunità che scandisce i ritmi della preghiera e della vita liturgica». Cinque le mini strutture abitative che ospiteranno i monaci del futuro. Gli altri spazi vedranno la presenza di un Chiostro delle religioni, un Giardino delle religioni, «dove le diverse tradizioni monoteiste presenti a Milano sono richiamate simbolicamente attraverso le essenze vegetali», e una Biblioteca delle religioni.
Boeri ha spiegato che il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 metri quadri, 1.100 dei quali destinati agli spazi aperti. La chiesa vera e propria avrà un impianto trigono e potrà accogliere 300-350 fedeli. Ipotizzando la capienza massima, secondo le linee guida ufficiali per la progettazione di nuove chiese pubblicate dall’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici, l’aula dell’assemblea sarà grande circa 350 metri quadri. A questa bisogna aggiungere il presbiterio (circa 50 mq), i vani accessorio (atri, corridoi, bagni, depositi: altri 150 mq), la sacrestia (30 mq): si arriva così a poco meno di 600 mq di sola chiesa, poco meno di un quinto dello spazio interessato dall’intervento. Forse un po’ pochino, visto che dovrebbe essere anche la chiesa di riferimenti dell’attiguo quartiere di Cascina Merlata, nuovo di zecca, popoloso ma privo di strutture religiose. Costo stimato? «Edificare nuovi centri parrocchiali», ha ricordato monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, «costa fra i 5 e i 6 milioni di euro. Il Monastero ambrosiano non costerà di meno». I soldi saranno saranno reperiti attraverso una raccolta fondi.
Sui social, i fedeli non hanno preso bene il progetto. C’è chi dubita della funzionalità della struttura per ospitare celebrazioni sacre, chi si chiede «Ma sempre Boeri?», chi (tantissimi) sottolinea che, invece di costruirne uno nuovo, la Curia dovrebbe badare ai numerosi monasteri chiusi o che stanno chiudendo e che rischiano di rovinarsi (e qui il grande accusato è proprio l’arcivescovo Delpini). La domanda, infine, che molti si pongono è: quale è la ratio di una diocesi che finanzia un centro per il sincretismo religioso? Non dovrebbe annunciare Cristo invece di mischiare la fede cristiana con il resto del mondo? Il monastero medievale, al quale quello «ambrosiano» si richiama, era il pilastro della società di allora. Nella visione boeriana, la chiesa è messa in un angolo, lo spazio viene fagocitato dalla mescolanza della fede cristiana con gli altri credo. Lo stesso Boeri, nel rispondere a un commento particolarmente critico di un utente su Facebook che si domandava «Chi dovrebbe usufruire di una simile costruzione?», ha risposto: «Cittadini e fedeli di fedi diverse».
E c’è un altro fattore, da considerare: non è che l’idea del Monastero ambrosiano arrivi troppo tardi? Il 30 gennaio 2022 monsignor Luigi Stucchi, allora collaboratore del vicario episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Milano, sottolineava il calo generale delle vocazioni per le congregazioni religiose. Il «monastero contemporaneo, manca dei pilastri fondamentali di un monastero: non è un baluardo della fede. Rischia di essere solo un Bosco orizzontale».
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Ecco #DimmiLaVerità del 19 maggio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Cisint sottolinea i rischi della islamizzazione.
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Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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