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Il decreto Dignità lascia a casa soltanto Boeri

Il decreto Dignità lascia a casa soltanto Boeri
Ansa

Da quando Matteo Renzi lo ha nominato presidente dell'Inps, nel 2014, Tito Boeri si occupa di tutto tranne che dell'Inps. In rete si possono trovare numerosi suoi interventi in difesa dell'immigrazione, nonostante gli sbarchi dei clandestini non siano una questione di stretta competenza dell'istituto di previdenza. Note sono pure le sue numerose prese di posizione contro i vitalizi dei parlamentari, che sebbene rappresentino uno scandalo, non paiono essere una questione che debba riguardare l'Inps e il suo presidente, in quanto la pensione agli onorevoli la pagano Camera e Senato, senza incidere sui conti dell'ente gestito da Boeri.

Quando Renzi lo installò ai vertici dell'Inps, sottraendolo al tranquillo mestiere di opinionista e insegnante, il docente della Bocconi si attendeva una carriera sfavillante, pronto a usare l'ente come un trampolino di lancio per più alti e prestigiosi incarichi. Già si vedeva ministro del Lavoro al posto di quel giuggiolone di Giuliano Poletti. Considerando il responsabile del dicastero meno di zero, nel miglior caso due braccia sottratte all'agricoltura in quel di Imola, Boeri si sentiva adatto a succedergli nella guida delle politiche dell'occupazione. E infatti, in quegli anni, più volte l'ufficio stampa dell'Inps si è sostituito ai pr del ministero del Lavoro nel commentare i tassi di occupazione, istituendo addirittura una specie di osservatorio che cominciò a sparare numeri a raffica, rischiando l'incidente con l'Istat, unico ente abilitato a censire assunzioni e licenziamenti. Intendiamoci, prendere il posto di Poletti per Boeri non sarebbe stato un punto d'arrivo, ma solo uno di partenza, perché credo che lui giudichi offensiva l'offerta di qualsiasi altro incarico che non sia quello di presidente del Consiglio. Eh, già. Quando Renzi lo nominò all'Inps nella speranza di tacitarne le critiche e levarselo dai piedi, in realtà non si rese conto di essersi messo al fianco un pericoloso concorrente. Dal giorno dopo aver preso possesso del nuovo ufficio, il professore di economia prestato alla politica cominciò infatti a martellare Palazzo Chigi con le sue prese di posizione. Via via sono state bocciate tutte le misure escogitate dal governo per creare nuova occupazione o per limitare le proteste dei pensionati. Dall'Ape alla riforma della Fornero, tutto è passato al severo vaglio di Boeri, che, ovviamente, non ha lesinato le critiche.

Sopravvissuto all'era Renzi e organico al circolo di Repubblica e degli intellettuali progressisti che gravitano attorno a De Benedetti, Boeri sa di avere i giorni contati e per questo recentemente ha alzato i toni, giungendo a scontrarsi direttamente con il ministro dell'Interno. Visto che con i 5 stelle e la Lega al governo per lui non ci sono possibilità di diventare ministro e men che meno esiste l'ipotesi di essere nominato presidente del Consiglio, il professore deve aver pensato che al suo calibro meglio si addice il ruolo di martire. Figurare tra i perseguitati del nuovo fascismo, deve aver valutato, può valere una medaglia per il futuro. Fare la vittima, del resto, è un mestiere che in passato ha reso molto, in Rai e anche altrove, consentendo ai presunti epurati di tornare di lì a qualche anno in grande spolvero e con avanzamenti di carriera. Dunque, anche Boeri si prepara a fare l'esodato, ma ovviamente di lusso. In principio, quando Salvini gli replicò a brutto muso dopo averlo sentito raccontare la solita bufala degli immigrati che pagano le pensioni agli italiani, Luigi Di Maio lo difese facendo intendere come la riconferma del presidente dell'Inps non fosse in discussione. Ma ora, dopo le previsioni farlocche sugli effetti che il decreto Dignità creerebbe sul mercato del lavoro, anche il pentastellato lo ha mollato. Anzi: il vicepremier e ministro del Lavoro sospetta che alle origini delle notizie diffuse ci sia proprio lui, Boeri, e così, dopo un iniziale sbandamento che lo aveva portato a prendersela con il ministero dell'Economia, ha messo nel mirino il bocconiano. Che a questo punto pare ormai avere le valigie in mano. Ma il licenziamento non deve preoccupare i suoi estimatori. Privato dello scranno di presidente dell'Inps torneremo presto a vedere il professore nei talk show come esperto di economia. Perché Boeri può forse perdere d'occhio le statistiche sulle politiche del lavoro, ma di certo non perde d'occhio le prospettive della sua carriera politica.

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Addio a Cirino Pomicino, ’o ministro che svelò l’intrigo Agnelli-Cdb
Cirino Pomicino (Ansa)
Cresciuto alla scuola del «divo» Giulio, amava vivere la bella vita. Prima di darsi alla politica fece carriera come neurochirurgo. Durante Mani pulite finì nel tritacarne delle procure, ma ne uscì (quasi) indenne. E raccontò tutto con lo pseudonimo «Geronimo».

«Nella Seconda repubblica le sciabole stanno appese. Combattono i foderi». Con il lascito visivo di una lama che dondola da una parete damascata con vista sul Golfo di Napoli, Paolo Cirino Pomicino abbandona la vita terrena. Lo fa 48 ore dopo Umberto Bossi, con la gentilezza partenopea di chi lascia il passo all’avversario di sempre, quel barbaro sognante che lo considerava un simbolo di «Roma ladrona».

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Lancia «Gamma»: storia di un'ammiraglia bella e dimenticata
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)

Nel marzo del 1976 l'ammiraglia della casa di Chivasso fu presentata a Ginevra. Berlina e coupé dal design innovativo e dalle prestazioni sportive, non ebbe il successo sperato per problemi di affidabilità meccanica.

L'articolo contiene una gallery fotografica.

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Francesco Gianfala: «Rilancio Pignatelli grazie a Europa e Asia»
Francesco Gianfala
Il proprietario dello storico marchio: «Il rafforzamento internazionale è una priorità. Abbiamo un patrimonio identitario fortissimo però con un potenziale inespresso. La nostra linea cerimonia uomo è la iconica ma avremo pure quelle contemporanea e femminile».

Rilanciare un marchio storico senza tradirne l’identità è una sfida che richiede visione, coraggio e sensibilità. È da qui che riparte Pignatelli, oggi guidata da Francesco Gianfala, protagonista di una nuova fase che intreccia eredità sartoriale e sguardo contemporaneo. Tra radici solide e nuove ambizioni, il futuro della maison prende forma avviando un ambizioso percorso di rilancio e riposizionamento. Abbiamo incontrato Gianfala per approfondire strategie, obiettivi e prospettive di uno dei marchi più rappresentativi del made in Italy.

Nel 2025 ha acquisito il 100% di Carlo Pignatelli: cosa l’ha spinta a investire in questo storico marchio e quale visione aveva fin dall’inizio?

«Tutto nasce da una convinzione molto chiara: ci trovavamo di fronte a un marchio con un patrimonio identitario fortissimo, riconosciuto e radicato nella tradizione sartoriale italiana, ma con un potenziale ancora inespresso sul piano contemporaneo e internazionale. Fin dall’inizio, la mia visione è stata quella di preservare questa eredità, rafforzandola però attraverso un’evoluzione strutturata, capace di dialogare con nuovi linguaggi estetici e nuovi mercati».

L’inaugurazione del nuovo headquarter di Milano rappresenta un momento chiave: che valore strategico ha questa nuova sede per il futuro del brand?

«Un valore fondamentale. Non è solo un ampliamento fisico, ma un vero centro nevralgico in cui convergono creatività, sviluppo prodotto e direzione aziendale. Essere nel cuore dei Navigli significa posizionarsi all’interno del principale ecosistema della moda italiana, favorendo connessioni, visibilità e velocità decisionale. È un investimento sulla crescita e sull’efficienza futura del brand».

Con il lancio di Pignatelli Atelier si apre un nuovo capitolo creativo: quali sono gli elementi distintivi di questa linea rispetto alla tradizione della maison?

«Pignatelli Atelier rappresenta un’estensione evolutiva della maison che nasce in modo naturale per volontà della nuova proprietà che, insieme a Jean Luc Amsler, ha trovato il giusto interprete per questo nuovo capitolo. Gli elementi distintivi sono una maggiore libertà espressiva, l’introduzione di codici più contemporanei e una ricerca stilistica che va oltre la cerimonia tradizionale. Sartorialità, upcycling e costruzioni innovative convivono in una proposta che include il womenswear, mantenendo però una coerenza profonda con il Dna del marchio».

Quanto è stato importante il dialogo con l’archivio storico nel processo di rebranding e innovazione stilistica?

«È stato centrale. Non lo abbiamo considerato come un elemento statico, ma come una fonte viva di ispirazione. Ogni intervento di rebranding è partito da lì: dallo studio delle linee, delle costruzioni, dei dettagli sartoriali. Questo ci ha permesso di innovare senza perdere autenticità, mantenendo un filo diretto con la storia della maison».

La direzione creativa è affidata a Jean Luc Amsler: come si è sviluppata la vostra collaborazione?

«Con Jean Luc condividiamo la stessa visione: quella di portare Pignatelli verso una dimensione più internazionale e contemporanea, senza snaturarne l’identità. Amsler porta una sensibilità couture, una grande esperienza e una capacità di reinterpretare i codici classici in chiave moderna. Il suo contributo è stato determinante nel definire il nuovo linguaggio creativo».

Pignatelli è storicamente leader nella cerimonia uomo: come si integra questa identità con l’ampliamento verso una proposta più contemporanea e anche femminile?


«La cerimonia uomo resta il nostro core business e un pilastro identitario, sotto la direzione creativa di Francesco Pignatelli. L’ampliamento verso una proposta più contemporanea e femminile non è una rottura, ma un’evoluzione naturale. I valori fondanti - eleganza, qualità, sartorialità - vengono declinati in nuove forme e nuovi segmenti, mantenendo coerenza e riconoscibilità».

Il tema dell’upcycling (il riutilizzo di materiali di scarto, ndr) è centrale nella nuova collezione: come si inserisce nella vostra visione di sostenibilità e innovazione?

«L’upcycling è una scelta sia etica che creativa. Si inserisce nella nostra visione di sostenibilità come un approccio concreto alla riduzione degli sprechi, ma anche come opportunità progettuale. Recuperare materiali e basi sartoriali per trasformarli in nuovi capi significa dare valore al passato e reinterpretarlo in chiave innovativa».

Parla di rafforzamento del posizionamento internazionale: quali mercati considera prioritari per la crescita futura?

«Il rafforzamento internazionale è una priorità. Guardiamo con grande attenzione all’Europa, al Medio Oriente e ad alcuni mercati asiatici, dove il valore della sartorialità italiana è particolarmente apprezzato. Allo stesso tempo, vogliamo consolidare la presenza nei mercati in cui siamo già riconosciuti, costruendo una distribuzione più strutturata».

Guardando ai prossimi anni, come immagina l’evoluzione di Pignatelli nel panorama della moda globale?

«Vedo Pignatelli come un brand sempre più solido, riconoscibile e internazionale, capace di essere un punto di riferimento non solo nella cerimonia, ma in un’idea più ampia di eleganza contemporanea. Un marchio che evolve, ma che resta fedele alla propria essenza: il made in Italy, la qualità e la cultura sartoriale».



Toh, ora a Ravenna 100% di idoneità per i Cpr
Ansa
Dopo l’inquietante indagine, in sole 72 ore via libera per i rimpatri di tre irregolari.

In 16 mesi, gli otto medici del reparto di Infettivologia dell’ospedale Santa Maria Croce delle Croci di Ravenna, indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici e di interruzione di pubblico servizio, avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti falsi su 64 stranieri destinati all’espulsione, dei quali dieci avevano rifiutato di sottoporsi alla visita medica.

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