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2019-01-17
Il Consiglio d’Europa sdogana la sharia
Ansa
La reconquista islamica dell'Europa si appresta a fare un salto di qualità sul piano giuridico. E non per merito dell'invasione di fedeli musulmani propiziata dal fenomeno migratorio degli ultimi anni, ma per colpa della cedevolezza imbelle e ipocrita delle istituzioni europee.
A partire dal 20 gennaio, l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Apce), organizzazione internazionale estranea agli apparati dell'Ue, si occuperà della compatibilità della sharia con la Cedu (Convenzione europea dei diritti dell'uomo). Ora, il fatto stesso che se ne discuta fa sorridere chiunque abbia una minima conoscenza di quali sono i pilastri fondanti della Cedu, da un lato, e la sharia, dall'altro. Per farla brevissima: diritti, parità, uguaglianza contro intransigenza maschilista e stato etico.
Roba grossa, giusto? Ci sarebbe di che sentirsi «blindati» per quanto riguarda la gelosa conservazione quantomeno dei nostri diritti civili e politici se non di quelli sociali sui quali, come noto, tira una brutta aria. E invece no. A quanto pare, il Consiglio d'Europa ritiene utile e necessario considerare l'ipotesi di uno sdoganamento della sharia sul suolo europeo. In caso contrario, non avrebbe neppure senso aprire un dibattito su ipotesi di «compatibilità». C'è di che temere qualche bizantina soluzione di compromesso. Ciò avverrebbe in barba a quanto sancito dalla mission del Consiglio d'Europa, dagli articoli della Cedu e dalla stessa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che, in ripetute occasioni, si è espressa contro la sharia.
Paradosso nel paradosso, il 21 gennaio proprio dall'Apce partirà la campagna #NonNelMioParlamento per eliminare il sessismo, le molestie e la violenza contro le donne nei parlamenti nazionali. Tutte piaghe da cui, come noto, il mondo islamico è immune...
Con una storica sentenza del 31 luglio 2001, la Corte respinse il ricorso di un partito integralista islamico, il Refah Partisi, sciolto per ordine della Corte Costituzionale turca, asserendo testualmente che un sistema basato sulla sharia «violerebbe senza dubbio il principio di non discriminazione circa il godimento delle libertà civili e politiche»: la quintessenza dei valori democratici fondamentali.
Ciononostante, come esito dell'imminente dibattito, potremmo trovarci di fronte a una significativa apertura nei confronti della sharia: il primo eclatante riconoscimento della stessa, se non sul piano squisitamente normativo, su quello delle enunciazioni di principio di organi di diritto internazionale.
Il che non è affatto tranquillizzante visto che il passo successivo, rispetto a certe risoluzioni di matrice interstatuale, è proprio la declinazione giuridica (nei casi concreti e nell'ambito delle singole nazioni) di quanto affermato in alto loco e in linea di principio. Fino a oggi, abbiamo assistito, nella delicata materia del «confronto-scontro» tra civiltà, soprattutto a episodi di costume, sia pure allarmanti. Per esempio, l'implicito consenso alla formazione, nelle metropoli europee, di vere e proprie enclavi islamiche esentate, de facto, dal rispetto delle norme del Paese ospitante come il quartiere di Molenbeek, proprio in quel di Bruxelles, nel cuore nevralgico dell'Unione. Poi c'è stata la mobilitazione permanente delle intelligenze «impegnate» e delle suffragette della parità di genere e del politicamente corretto sempre pronte e diffondere una loro personalissima, e squilibrata, concezione di libertà. Della serie: parità e diritti per tutti, ma per i musulmani facciamo un'eccezione, persino a costo di mutilare le nostre tradizioni, di censurare le nostre credenze, di silenziare le nostre verità. E così, via i crocifissi dalle scuole, via la carne dalle mense, via i Bambin Gesù dai presepi. In nome della tolleranza nei confronti degli intolleranti.
Nel 2016, un tribunale tedesco arrivò a considerare legittime e «innocue» le ronde, vestite di gilet arancioni con tanto di scritta «sharia police», con le quali zelanti militi di Maometto pattugliavano i rioni di Wuppertal per richiamare all'ordine chi si dilettava in attività peccaminose come bere alcool o ascoltare musica. Ora, però, la questione si fa decisamente più seria proprio perché l'importazione della sharia non avverrebbe più solo episodicamente, per effetto di un illecito atto d'imperio altrui o per la nostra supina remissività, ma per il tramite di una delle istituzioni più rappresentative della identità e dei valori europei. Ma la discesa lungo il piano inclinato dell'indulgenza verso i missionari barbuti viene da lontano.
Da quando, innanzitutto, lorsignori si sono accuratamente «dimenticati» di inserire le famose radici cristiane nei Trattati europei e le hanno anche volontariamente escluse nel progetto di Costituzione europea, poi fortunatamente abortito. Un'amnesia micidiale, non solo perché si tratta di radici antiche, robuste e irrinunciabili della nostra storia - in quanto tali non emendabili con un tratto di penna -, ma soprattutto perché si tratta di radici cristiane.
Parliamo, ovviamente, del cristianesimo così come giunto a maturazione nel Novecento e sintetizzato nelle principali encicliche pontificie del secolo breve. In sintesi: le fondamenta stessa della nostra identità culturale sono inconciliabili con qualsivoglia forma di massimalismo totalitario, ma anche con il relativismo nichilista e senza valori (che non siano il Pil e la crescita) di cui si nutre la moribonda Europa attuale. Stiamo diventando una civiltà vuota e, proprio per questo, ci apprestiamo ad essere «riempiti», cioè conquistati con il nostro ebete consenso, dalla prepotenza di chi «valori» suoi ne ha da vendere. E ci costringerà ad accettarli a costo di imporceli con quella forza di cui noi siamo tragicamente privi.
Uccisi 4.305 cristiani in soli 12 mesi dai regimi musulmani e comunisti
Il numero di cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede sale dai 3.066 del 2017 ai 4.305 del 2018: si tratta di un inquietante aumento del 40% in un solo anno. Il dato arriva dalla World Watch List 2019, il report annuale dell'Ong Porte aperte, che fa il punto sulla situazione dei cristiani nel mondo.
E mostra una realtà con numeri non rassicuranti: oggi sono infatti oltre 245 milioni i perseguitati cristiani nel mondo: sostanzialmente un cristiano ogni nove subisce una forma di persecuzione a causa della propria fede. Sui 150 paesi monitorati dalla ricerca, 73 hanno mostrato un livello di persecuzione definibile alta, molto alta o estrema. Sono invece 1.847 le chiese (ed edifici cristiani direttamente collegati ad esse) attaccati nello stesso periodo.
La maglia nera, in termini di uccisioni, spetta alla Nigeria. Nello Stato africano si registra addirittura il 90% dei massacri avvenuti nel mondo, per mano soprattutto degli allevatori islamici Fulani, oltre che dei terroristi Boko Haram. «Si contano infatti 3.731 cristiani uccisi in questa nazione, con villaggi completamente abbandonati dai cristiani, che alimentano il fenomeno degli sfollati interni e dei profughi», spiega Porte aperte.
Per quanto riguarda gli incarceramenti, si registrano 3.150 cristiani arrestati, condannati e detenuti senza processo, poco meno del doppio del 2017. L'Ong fa inoltre una precisazione che getta un'ulteriore luce preoccupante sui numeri: «Ricordiamo che questi sono dati di partenza verificati, dunque il sommerso, sia nell'ambito degli assassini che degli incarceramenti, potrebbe aumentarli di molto». Insomma, i dati presentati potrebbero non essere quelli reali: la realtà potrebbe essere peggiore.
La geopolitica del terrore anticristiano è complessa e variegata. La parte del leone la fa ovviamente la persecuzione a trazione musulmana: «Mentre la violenza dello Stato islamico e di altri militanti islamici è per lo più scomparsa dai titoli dei giornali in Medio Oriente, la loro perdita di territorio significa di fatto che una grossa parte dei combattenti si è spostata in altri Paesi non solo della regione, ma a quanto pare in particolare nell'Africa subsahariana. La loro ideologia radicale ha ispirato numerosi gruppi come l'Islamic state West Africa province (Iswap, gruppo terrorista staccatosi da Boko Haram in Nigeria), il quale rende schiave donne e ragazze cristiane come parte integrante della sua strategia», si legge.
Benché potentemente segnata dall'intolleranza di matrice musulmana, la «classifica» vede però tristemente al primo posto un regime non islamico, bensì comunista: la Corea del Nord. La quale, scrive l'Ong, non offre segnali di miglioramento: «Si stimano ancora tra i 50 e i 70.000 cristiani detenuti nei campi di lavoro di questo Paese per motivi legati alla loro fede». Anche Afghanistan e Somalia, rispettivamente secondo e terzo Paese nella graduatoria, mostrano un'intolleranza esacerbata, connessa «a una società islamica radicalizzata e all'instabilità endemica di questi paesi. Al quarto posto si posiziona la Libia, che peggiora il suo ranking ulteriormente, mentre il caso di Asia Bibi spiega bene la situazione in Pakistan, quinto tra i Paesi più intolleranti verso i cristiani.
In generale, spiega il rapporto, «continua l'involuzione della situazione in Asia, dove includendo il Medio Oriente addirittura un cristiano ogni tre è definibile perseguitato. Ad accelerare questo processo è il peggioramento della situazione in Cina, risalita al 27° e al primo posto per incarceramenti di cristiani, e in India». In Nordafrica, continua la World Watch List 2019, «allarmano le chiusure di chiese in Algeria (22°), gli episodi di violenza in Egitto (16°), il malcontento generale in Tunisia (37°) e la ricomparsa del Marocco (35° - era uscito dalla WwList nel 2014)». Nel report ricompare anche la federazione russa, al 41° posto, ma il dato va letto in relazione alla complicata situazione in Asia centrale e agli attacchi di chiese avvenuti in Dagestan e Cecenia.
«Cinque anni fa, solo la Corea del Nord raggiungeva un livello di persecuzione dei cristiani definibile estremo», ha commentato Cristian Nani, direttore di Porte aperte. Oggi invece, continua, « sono ben 11 i Paesi a ottenere un punteggio sufficiente per rientrare in questa categoria. In termini assoluti si perseguita i cristiani di più e in più luoghi rispetto all'anno precedente, e difficilmente nella storia dell'umanità troverete un altro periodo storico così oscuro per i cristiani. Se la richiesta di aiuto di oltre 245 milioni di persone non scuote le coscienze, allora siamo ufficialmente entrati nell'era della sordità emotiva».
Per il ministro per la Famiglia e le disabilità Lorenzo Fontana, vicesegretario federale della Lega, i numeri dei report «sono sempre più allarmanti e dovrebbero indurre l'Europa a una presa di coscienza e a una mobilitazione concreta, in primis sul fronte dell'antiterrorismo, prima minaccia per i cristiani. La Lega è da sempre vicina ai nostri fratelli, tanto da aver istituito, in bilancio, un fondo per le minoranze cristiane perseguitate nelle aree di crisi».
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L'organizzazione internazionale (estranea all'Ue) dal prossimo 20 gennaio si occuperà della compatibilità della legge coranica con la Convenzione dei diritti dell'uomo. Solo il fatto di porsi un problema di questo tipo segnala un cedimento preoccupante.Uccisi 4.305 cristiani in soli 12 mesi dai regimi musulmani e comunisti. Secondo il report annuale dell'Ong Porte aperte, il 2018 è stato l'anno orribile dell'oppressione religiosa Sono 245 milioni i perseguitati nel mondo. La Corea del Nord ne detiene 70.000 nei suoi campi di lavoro.Lo speciale comprende due articoli.La reconquista islamica dell'Europa si appresta a fare un salto di qualità sul piano giuridico. E non per merito dell'invasione di fedeli musulmani propiziata dal fenomeno migratorio degli ultimi anni, ma per colpa della cedevolezza imbelle e ipocrita delle istituzioni europee. A partire dal 20 gennaio, l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Apce), organizzazione internazionale estranea agli apparati dell'Ue, si occuperà della compatibilità della sharia con la Cedu (Convenzione europea dei diritti dell'uomo). Ora, il fatto stesso che se ne discuta fa sorridere chiunque abbia una minima conoscenza di quali sono i pilastri fondanti della Cedu, da un lato, e la sharia, dall'altro. Per farla brevissima: diritti, parità, uguaglianza contro intransigenza maschilista e stato etico. Roba grossa, giusto? Ci sarebbe di che sentirsi «blindati» per quanto riguarda la gelosa conservazione quantomeno dei nostri diritti civili e politici se non di quelli sociali sui quali, come noto, tira una brutta aria. E invece no. A quanto pare, il Consiglio d'Europa ritiene utile e necessario considerare l'ipotesi di uno sdoganamento della sharia sul suolo europeo. In caso contrario, non avrebbe neppure senso aprire un dibattito su ipotesi di «compatibilità». C'è di che temere qualche bizantina soluzione di compromesso. Ciò avverrebbe in barba a quanto sancito dalla mission del Consiglio d'Europa, dagli articoli della Cedu e dalla stessa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che, in ripetute occasioni, si è espressa contro la sharia. Paradosso nel paradosso, il 21 gennaio proprio dall'Apce partirà la campagna #NonNelMioParlamento per eliminare il sessismo, le molestie e la violenza contro le donne nei parlamenti nazionali. Tutte piaghe da cui, come noto, il mondo islamico è immune...Con una storica sentenza del 31 luglio 2001, la Corte respinse il ricorso di un partito integralista islamico, il Refah Partisi, sciolto per ordine della Corte Costituzionale turca, asserendo testualmente che un sistema basato sulla sharia «violerebbe senza dubbio il principio di non discriminazione circa il godimento delle libertà civili e politiche»: la quintessenza dei valori democratici fondamentali. Ciononostante, come esito dell'imminente dibattito, potremmo trovarci di fronte a una significativa apertura nei confronti della sharia: il primo eclatante riconoscimento della stessa, se non sul piano squisitamente normativo, su quello delle enunciazioni di principio di organi di diritto internazionale. Il che non è affatto tranquillizzante visto che il passo successivo, rispetto a certe risoluzioni di matrice interstatuale, è proprio la declinazione giuridica (nei casi concreti e nell'ambito delle singole nazioni) di quanto affermato in alto loco e in linea di principio. Fino a oggi, abbiamo assistito, nella delicata materia del «confronto-scontro» tra civiltà, soprattutto a episodi di costume, sia pure allarmanti. Per esempio, l'implicito consenso alla formazione, nelle metropoli europee, di vere e proprie enclavi islamiche esentate, de facto, dal rispetto delle norme del Paese ospitante come il quartiere di Molenbeek, proprio in quel di Bruxelles, nel cuore nevralgico dell'Unione. Poi c'è stata la mobilitazione permanente delle intelligenze «impegnate» e delle suffragette della parità di genere e del politicamente corretto sempre pronte e diffondere una loro personalissima, e squilibrata, concezione di libertà. Della serie: parità e diritti per tutti, ma per i musulmani facciamo un'eccezione, persino a costo di mutilare le nostre tradizioni, di censurare le nostre credenze, di silenziare le nostre verità. E così, via i crocifissi dalle scuole, via la carne dalle mense, via i Bambin Gesù dai presepi. In nome della tolleranza nei confronti degli intolleranti. Nel 2016, un tribunale tedesco arrivò a considerare legittime e «innocue» le ronde, vestite di gilet arancioni con tanto di scritta «sharia police», con le quali zelanti militi di Maometto pattugliavano i rioni di Wuppertal per richiamare all'ordine chi si dilettava in attività peccaminose come bere alcool o ascoltare musica. Ora, però, la questione si fa decisamente più seria proprio perché l'importazione della sharia non avverrebbe più solo episodicamente, per effetto di un illecito atto d'imperio altrui o per la nostra supina remissività, ma per il tramite di una delle istituzioni più rappresentative della identità e dei valori europei. Ma la discesa lungo il piano inclinato dell'indulgenza verso i missionari barbuti viene da lontano. Da quando, innanzitutto, lorsignori si sono accuratamente «dimenticati» di inserire le famose radici cristiane nei Trattati europei e le hanno anche volontariamente escluse nel progetto di Costituzione europea, poi fortunatamente abortito. Un'amnesia micidiale, non solo perché si tratta di radici antiche, robuste e irrinunciabili della nostra storia - in quanto tali non emendabili con un tratto di penna -, ma soprattutto perché si tratta di radici cristiane. Parliamo, ovviamente, del cristianesimo così come giunto a maturazione nel Novecento e sintetizzato nelle principali encicliche pontificie del secolo breve. In sintesi: le fondamenta stessa della nostra identità culturale sono inconciliabili con qualsivoglia forma di massimalismo totalitario, ma anche con il relativismo nichilista e senza valori (che non siano il Pil e la crescita) di cui si nutre la moribonda Europa attuale. Stiamo diventando una civiltà vuota e, proprio per questo, ci apprestiamo ad essere «riempiti», cioè conquistati con il nostro ebete consenso, dalla prepotenza di chi «valori» suoi ne ha da vendere. E ci costringerà ad accettarli a costo di imporceli con quella forza di cui noi siamo tragicamente privi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-consiglio-deuropa-sdogana-la-sharia-2626185040.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="uccisi-4-305-cristiani-in-soli-12-mesi-dai-regimi-musulmani-e-comunisti" data-post-id="2626185040" data-published-at="1778722989" data-use-pagination="False"> Uccisi 4.305 cristiani in soli 12 mesi dai regimi musulmani e comunisti Il numero di cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede sale dai 3.066 del 2017 ai 4.305 del 2018: si tratta di un inquietante aumento del 40% in un solo anno. Il dato arriva dalla World Watch List 2019, il report annuale dell'Ong Porte aperte, che fa il punto sulla situazione dei cristiani nel mondo. E mostra una realtà con numeri non rassicuranti: oggi sono infatti oltre 245 milioni i perseguitati cristiani nel mondo: sostanzialmente un cristiano ogni nove subisce una forma di persecuzione a causa della propria fede. Sui 150 paesi monitorati dalla ricerca, 73 hanno mostrato un livello di persecuzione definibile alta, molto alta o estrema. Sono invece 1.847 le chiese (ed edifici cristiani direttamente collegati ad esse) attaccati nello stesso periodo. La maglia nera, in termini di uccisioni, spetta alla Nigeria. Nello Stato africano si registra addirittura il 90% dei massacri avvenuti nel mondo, per mano soprattutto degli allevatori islamici Fulani, oltre che dei terroristi Boko Haram. «Si contano infatti 3.731 cristiani uccisi in questa nazione, con villaggi completamente abbandonati dai cristiani, che alimentano il fenomeno degli sfollati interni e dei profughi», spiega Porte aperte. Per quanto riguarda gli incarceramenti, si registrano 3.150 cristiani arrestati, condannati e detenuti senza processo, poco meno del doppio del 2017. L'Ong fa inoltre una precisazione che getta un'ulteriore luce preoccupante sui numeri: «Ricordiamo che questi sono dati di partenza verificati, dunque il sommerso, sia nell'ambito degli assassini che degli incarceramenti, potrebbe aumentarli di molto». Insomma, i dati presentati potrebbero non essere quelli reali: la realtà potrebbe essere peggiore. La geopolitica del terrore anticristiano è complessa e variegata. La parte del leone la fa ovviamente la persecuzione a trazione musulmana: «Mentre la violenza dello Stato islamico e di altri militanti islamici è per lo più scomparsa dai titoli dei giornali in Medio Oriente, la loro perdita di territorio significa di fatto che una grossa parte dei combattenti si è spostata in altri Paesi non solo della regione, ma a quanto pare in particolare nell'Africa subsahariana. La loro ideologia radicale ha ispirato numerosi gruppi come l'Islamic state West Africa province (Iswap, gruppo terrorista staccatosi da Boko Haram in Nigeria), il quale rende schiave donne e ragazze cristiane come parte integrante della sua strategia», si legge. Benché potentemente segnata dall'intolleranza di matrice musulmana, la «classifica» vede però tristemente al primo posto un regime non islamico, bensì comunista: la Corea del Nord. La quale, scrive l'Ong, non offre segnali di miglioramento: «Si stimano ancora tra i 50 e i 70.000 cristiani detenuti nei campi di lavoro di questo Paese per motivi legati alla loro fede». Anche Afghanistan e Somalia, rispettivamente secondo e terzo Paese nella graduatoria, mostrano un'intolleranza esacerbata, connessa «a una società islamica radicalizzata e all'instabilità endemica di questi paesi. Al quarto posto si posiziona la Libia, che peggiora il suo ranking ulteriormente, mentre il caso di Asia Bibi spiega bene la situazione in Pakistan, quinto tra i Paesi più intolleranti verso i cristiani. In generale, spiega il rapporto, «continua l'involuzione della situazione in Asia, dove includendo il Medio Oriente addirittura un cristiano ogni tre è definibile perseguitato. Ad accelerare questo processo è il peggioramento della situazione in Cina, risalita al 27° e al primo posto per incarceramenti di cristiani, e in India». In Nordafrica, continua la World Watch List 2019, «allarmano le chiusure di chiese in Algeria (22°), gli episodi di violenza in Egitto (16°), il malcontento generale in Tunisia (37°) e la ricomparsa del Marocco (35° - era uscito dalla WwList nel 2014)». Nel report ricompare anche la federazione russa, al 41° posto, ma il dato va letto in relazione alla complicata situazione in Asia centrale e agli attacchi di chiese avvenuti in Dagestan e Cecenia. «Cinque anni fa, solo la Corea del Nord raggiungeva un livello di persecuzione dei cristiani definibile estremo», ha commentato Cristian Nani, direttore di Porte aperte. Oggi invece, continua, « sono ben 11 i Paesi a ottenere un punteggio sufficiente per rientrare in questa categoria. In termini assoluti si perseguita i cristiani di più e in più luoghi rispetto all'anno precedente, e difficilmente nella storia dell'umanità troverete un altro periodo storico così oscuro per i cristiani. Se la richiesta di aiuto di oltre 245 milioni di persone non scuote le coscienze, allora siamo ufficialmente entrati nell'era della sordità emotiva». Per il ministro per la Famiglia e le disabilità Lorenzo Fontana, vicesegretario federale della Lega, i numeri dei report «sono sempre più allarmanti e dovrebbero indurre l'Europa a una presa di coscienza e a una mobilitazione concreta, in primis sul fronte dell'antiterrorismo, prima minaccia per i cristiani. La Lega è da sempre vicina ai nostri fratelli, tanto da aver istituito, in bilancio, un fondo per le minoranze cristiane perseguitate nelle aree di crisi».
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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