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2019-01-17
Il Consiglio d’Europa sdogana la sharia
Ansa
La reconquista islamica dell'Europa si appresta a fare un salto di qualità sul piano giuridico. E non per merito dell'invasione di fedeli musulmani propiziata dal fenomeno migratorio degli ultimi anni, ma per colpa della cedevolezza imbelle e ipocrita delle istituzioni europee.
A partire dal 20 gennaio, l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Apce), organizzazione internazionale estranea agli apparati dell'Ue, si occuperà della compatibilità della sharia con la Cedu (Convenzione europea dei diritti dell'uomo). Ora, il fatto stesso che se ne discuta fa sorridere chiunque abbia una minima conoscenza di quali sono i pilastri fondanti della Cedu, da un lato, e la sharia, dall'altro. Per farla brevissima: diritti, parità, uguaglianza contro intransigenza maschilista e stato etico.
Roba grossa, giusto? Ci sarebbe di che sentirsi «blindati» per quanto riguarda la gelosa conservazione quantomeno dei nostri diritti civili e politici se non di quelli sociali sui quali, come noto, tira una brutta aria. E invece no. A quanto pare, il Consiglio d'Europa ritiene utile e necessario considerare l'ipotesi di uno sdoganamento della sharia sul suolo europeo. In caso contrario, non avrebbe neppure senso aprire un dibattito su ipotesi di «compatibilità». C'è di che temere qualche bizantina soluzione di compromesso. Ciò avverrebbe in barba a quanto sancito dalla mission del Consiglio d'Europa, dagli articoli della Cedu e dalla stessa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che, in ripetute occasioni, si è espressa contro la sharia.
Paradosso nel paradosso, il 21 gennaio proprio dall'Apce partirà la campagna #NonNelMioParlamento per eliminare il sessismo, le molestie e la violenza contro le donne nei parlamenti nazionali. Tutte piaghe da cui, come noto, il mondo islamico è immune...
Con una storica sentenza del 31 luglio 2001, la Corte respinse il ricorso di un partito integralista islamico, il Refah Partisi, sciolto per ordine della Corte Costituzionale turca, asserendo testualmente che un sistema basato sulla sharia «violerebbe senza dubbio il principio di non discriminazione circa il godimento delle libertà civili e politiche»: la quintessenza dei valori democratici fondamentali.
Ciononostante, come esito dell'imminente dibattito, potremmo trovarci di fronte a una significativa apertura nei confronti della sharia: il primo eclatante riconoscimento della stessa, se non sul piano squisitamente normativo, su quello delle enunciazioni di principio di organi di diritto internazionale.
Il che non è affatto tranquillizzante visto che il passo successivo, rispetto a certe risoluzioni di matrice interstatuale, è proprio la declinazione giuridica (nei casi concreti e nell'ambito delle singole nazioni) di quanto affermato in alto loco e in linea di principio. Fino a oggi, abbiamo assistito, nella delicata materia del «confronto-scontro» tra civiltà, soprattutto a episodi di costume, sia pure allarmanti. Per esempio, l'implicito consenso alla formazione, nelle metropoli europee, di vere e proprie enclavi islamiche esentate, de facto, dal rispetto delle norme del Paese ospitante come il quartiere di Molenbeek, proprio in quel di Bruxelles, nel cuore nevralgico dell'Unione. Poi c'è stata la mobilitazione permanente delle intelligenze «impegnate» e delle suffragette della parità di genere e del politicamente corretto sempre pronte e diffondere una loro personalissima, e squilibrata, concezione di libertà. Della serie: parità e diritti per tutti, ma per i musulmani facciamo un'eccezione, persino a costo di mutilare le nostre tradizioni, di censurare le nostre credenze, di silenziare le nostre verità. E così, via i crocifissi dalle scuole, via la carne dalle mense, via i Bambin Gesù dai presepi. In nome della tolleranza nei confronti degli intolleranti.
Nel 2016, un tribunale tedesco arrivò a considerare legittime e «innocue» le ronde, vestite di gilet arancioni con tanto di scritta «sharia police», con le quali zelanti militi di Maometto pattugliavano i rioni di Wuppertal per richiamare all'ordine chi si dilettava in attività peccaminose come bere alcool o ascoltare musica. Ora, però, la questione si fa decisamente più seria proprio perché l'importazione della sharia non avverrebbe più solo episodicamente, per effetto di un illecito atto d'imperio altrui o per la nostra supina remissività, ma per il tramite di una delle istituzioni più rappresentative della identità e dei valori europei. Ma la discesa lungo il piano inclinato dell'indulgenza verso i missionari barbuti viene da lontano.
Da quando, innanzitutto, lorsignori si sono accuratamente «dimenticati» di inserire le famose radici cristiane nei Trattati europei e le hanno anche volontariamente escluse nel progetto di Costituzione europea, poi fortunatamente abortito. Un'amnesia micidiale, non solo perché si tratta di radici antiche, robuste e irrinunciabili della nostra storia - in quanto tali non emendabili con un tratto di penna -, ma soprattutto perché si tratta di radici cristiane.
Parliamo, ovviamente, del cristianesimo così come giunto a maturazione nel Novecento e sintetizzato nelle principali encicliche pontificie del secolo breve. In sintesi: le fondamenta stessa della nostra identità culturale sono inconciliabili con qualsivoglia forma di massimalismo totalitario, ma anche con il relativismo nichilista e senza valori (che non siano il Pil e la crescita) di cui si nutre la moribonda Europa attuale. Stiamo diventando una civiltà vuota e, proprio per questo, ci apprestiamo ad essere «riempiti», cioè conquistati con il nostro ebete consenso, dalla prepotenza di chi «valori» suoi ne ha da vendere. E ci costringerà ad accettarli a costo di imporceli con quella forza di cui noi siamo tragicamente privi.
Uccisi 4.305 cristiani in soli 12 mesi dai regimi musulmani e comunisti
Il numero di cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede sale dai 3.066 del 2017 ai 4.305 del 2018: si tratta di un inquietante aumento del 40% in un solo anno. Il dato arriva dalla World Watch List 2019, il report annuale dell'Ong Porte aperte, che fa il punto sulla situazione dei cristiani nel mondo.
E mostra una realtà con numeri non rassicuranti: oggi sono infatti oltre 245 milioni i perseguitati cristiani nel mondo: sostanzialmente un cristiano ogni nove subisce una forma di persecuzione a causa della propria fede. Sui 150 paesi monitorati dalla ricerca, 73 hanno mostrato un livello di persecuzione definibile alta, molto alta o estrema. Sono invece 1.847 le chiese (ed edifici cristiani direttamente collegati ad esse) attaccati nello stesso periodo.
La maglia nera, in termini di uccisioni, spetta alla Nigeria. Nello Stato africano si registra addirittura il 90% dei massacri avvenuti nel mondo, per mano soprattutto degli allevatori islamici Fulani, oltre che dei terroristi Boko Haram. «Si contano infatti 3.731 cristiani uccisi in questa nazione, con villaggi completamente abbandonati dai cristiani, che alimentano il fenomeno degli sfollati interni e dei profughi», spiega Porte aperte.
Per quanto riguarda gli incarceramenti, si registrano 3.150 cristiani arrestati, condannati e detenuti senza processo, poco meno del doppio del 2017. L'Ong fa inoltre una precisazione che getta un'ulteriore luce preoccupante sui numeri: «Ricordiamo che questi sono dati di partenza verificati, dunque il sommerso, sia nell'ambito degli assassini che degli incarceramenti, potrebbe aumentarli di molto». Insomma, i dati presentati potrebbero non essere quelli reali: la realtà potrebbe essere peggiore.
La geopolitica del terrore anticristiano è complessa e variegata. La parte del leone la fa ovviamente la persecuzione a trazione musulmana: «Mentre la violenza dello Stato islamico e di altri militanti islamici è per lo più scomparsa dai titoli dei giornali in Medio Oriente, la loro perdita di territorio significa di fatto che una grossa parte dei combattenti si è spostata in altri Paesi non solo della regione, ma a quanto pare in particolare nell'Africa subsahariana. La loro ideologia radicale ha ispirato numerosi gruppi come l'Islamic state West Africa province (Iswap, gruppo terrorista staccatosi da Boko Haram in Nigeria), il quale rende schiave donne e ragazze cristiane come parte integrante della sua strategia», si legge.
Benché potentemente segnata dall'intolleranza di matrice musulmana, la «classifica» vede però tristemente al primo posto un regime non islamico, bensì comunista: la Corea del Nord. La quale, scrive l'Ong, non offre segnali di miglioramento: «Si stimano ancora tra i 50 e i 70.000 cristiani detenuti nei campi di lavoro di questo Paese per motivi legati alla loro fede». Anche Afghanistan e Somalia, rispettivamente secondo e terzo Paese nella graduatoria, mostrano un'intolleranza esacerbata, connessa «a una società islamica radicalizzata e all'instabilità endemica di questi paesi. Al quarto posto si posiziona la Libia, che peggiora il suo ranking ulteriormente, mentre il caso di Asia Bibi spiega bene la situazione in Pakistan, quinto tra i Paesi più intolleranti verso i cristiani.
In generale, spiega il rapporto, «continua l'involuzione della situazione in Asia, dove includendo il Medio Oriente addirittura un cristiano ogni tre è definibile perseguitato. Ad accelerare questo processo è il peggioramento della situazione in Cina, risalita al 27° e al primo posto per incarceramenti di cristiani, e in India». In Nordafrica, continua la World Watch List 2019, «allarmano le chiusure di chiese in Algeria (22°), gli episodi di violenza in Egitto (16°), il malcontento generale in Tunisia (37°) e la ricomparsa del Marocco (35° - era uscito dalla WwList nel 2014)». Nel report ricompare anche la federazione russa, al 41° posto, ma il dato va letto in relazione alla complicata situazione in Asia centrale e agli attacchi di chiese avvenuti in Dagestan e Cecenia.
«Cinque anni fa, solo la Corea del Nord raggiungeva un livello di persecuzione dei cristiani definibile estremo», ha commentato Cristian Nani, direttore di Porte aperte. Oggi invece, continua, « sono ben 11 i Paesi a ottenere un punteggio sufficiente per rientrare in questa categoria. In termini assoluti si perseguita i cristiani di più e in più luoghi rispetto all'anno precedente, e difficilmente nella storia dell'umanità troverete un altro periodo storico così oscuro per i cristiani. Se la richiesta di aiuto di oltre 245 milioni di persone non scuote le coscienze, allora siamo ufficialmente entrati nell'era della sordità emotiva».
Per il ministro per la Famiglia e le disabilità Lorenzo Fontana, vicesegretario federale della Lega, i numeri dei report «sono sempre più allarmanti e dovrebbero indurre l'Europa a una presa di coscienza e a una mobilitazione concreta, in primis sul fronte dell'antiterrorismo, prima minaccia per i cristiani. La Lega è da sempre vicina ai nostri fratelli, tanto da aver istituito, in bilancio, un fondo per le minoranze cristiane perseguitate nelle aree di crisi».
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L'organizzazione internazionale (estranea all'Ue) dal prossimo 20 gennaio si occuperà della compatibilità della legge coranica con la Convenzione dei diritti dell'uomo. Solo il fatto di porsi un problema di questo tipo segnala un cedimento preoccupante.Uccisi 4.305 cristiani in soli 12 mesi dai regimi musulmani e comunisti. Secondo il report annuale dell'Ong Porte aperte, il 2018 è stato l'anno orribile dell'oppressione religiosa Sono 245 milioni i perseguitati nel mondo. La Corea del Nord ne detiene 70.000 nei suoi campi di lavoro.Lo speciale comprende due articoli.La reconquista islamica dell'Europa si appresta a fare un salto di qualità sul piano giuridico. E non per merito dell'invasione di fedeli musulmani propiziata dal fenomeno migratorio degli ultimi anni, ma per colpa della cedevolezza imbelle e ipocrita delle istituzioni europee. A partire dal 20 gennaio, l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Apce), organizzazione internazionale estranea agli apparati dell'Ue, si occuperà della compatibilità della sharia con la Cedu (Convenzione europea dei diritti dell'uomo). Ora, il fatto stesso che se ne discuta fa sorridere chiunque abbia una minima conoscenza di quali sono i pilastri fondanti della Cedu, da un lato, e la sharia, dall'altro. Per farla brevissima: diritti, parità, uguaglianza contro intransigenza maschilista e stato etico. Roba grossa, giusto? Ci sarebbe di che sentirsi «blindati» per quanto riguarda la gelosa conservazione quantomeno dei nostri diritti civili e politici se non di quelli sociali sui quali, come noto, tira una brutta aria. E invece no. A quanto pare, il Consiglio d'Europa ritiene utile e necessario considerare l'ipotesi di uno sdoganamento della sharia sul suolo europeo. In caso contrario, non avrebbe neppure senso aprire un dibattito su ipotesi di «compatibilità». C'è di che temere qualche bizantina soluzione di compromesso. Ciò avverrebbe in barba a quanto sancito dalla mission del Consiglio d'Europa, dagli articoli della Cedu e dalla stessa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che, in ripetute occasioni, si è espressa contro la sharia. Paradosso nel paradosso, il 21 gennaio proprio dall'Apce partirà la campagna #NonNelMioParlamento per eliminare il sessismo, le molestie e la violenza contro le donne nei parlamenti nazionali. Tutte piaghe da cui, come noto, il mondo islamico è immune...Con una storica sentenza del 31 luglio 2001, la Corte respinse il ricorso di un partito integralista islamico, il Refah Partisi, sciolto per ordine della Corte Costituzionale turca, asserendo testualmente che un sistema basato sulla sharia «violerebbe senza dubbio il principio di non discriminazione circa il godimento delle libertà civili e politiche»: la quintessenza dei valori democratici fondamentali. Ciononostante, come esito dell'imminente dibattito, potremmo trovarci di fronte a una significativa apertura nei confronti della sharia: il primo eclatante riconoscimento della stessa, se non sul piano squisitamente normativo, su quello delle enunciazioni di principio di organi di diritto internazionale. Il che non è affatto tranquillizzante visto che il passo successivo, rispetto a certe risoluzioni di matrice interstatuale, è proprio la declinazione giuridica (nei casi concreti e nell'ambito delle singole nazioni) di quanto affermato in alto loco e in linea di principio. Fino a oggi, abbiamo assistito, nella delicata materia del «confronto-scontro» tra civiltà, soprattutto a episodi di costume, sia pure allarmanti. Per esempio, l'implicito consenso alla formazione, nelle metropoli europee, di vere e proprie enclavi islamiche esentate, de facto, dal rispetto delle norme del Paese ospitante come il quartiere di Molenbeek, proprio in quel di Bruxelles, nel cuore nevralgico dell'Unione. Poi c'è stata la mobilitazione permanente delle intelligenze «impegnate» e delle suffragette della parità di genere e del politicamente corretto sempre pronte e diffondere una loro personalissima, e squilibrata, concezione di libertà. Della serie: parità e diritti per tutti, ma per i musulmani facciamo un'eccezione, persino a costo di mutilare le nostre tradizioni, di censurare le nostre credenze, di silenziare le nostre verità. E così, via i crocifissi dalle scuole, via la carne dalle mense, via i Bambin Gesù dai presepi. In nome della tolleranza nei confronti degli intolleranti. Nel 2016, un tribunale tedesco arrivò a considerare legittime e «innocue» le ronde, vestite di gilet arancioni con tanto di scritta «sharia police», con le quali zelanti militi di Maometto pattugliavano i rioni di Wuppertal per richiamare all'ordine chi si dilettava in attività peccaminose come bere alcool o ascoltare musica. Ora, però, la questione si fa decisamente più seria proprio perché l'importazione della sharia non avverrebbe più solo episodicamente, per effetto di un illecito atto d'imperio altrui o per la nostra supina remissività, ma per il tramite di una delle istituzioni più rappresentative della identità e dei valori europei. Ma la discesa lungo il piano inclinato dell'indulgenza verso i missionari barbuti viene da lontano. Da quando, innanzitutto, lorsignori si sono accuratamente «dimenticati» di inserire le famose radici cristiane nei Trattati europei e le hanno anche volontariamente escluse nel progetto di Costituzione europea, poi fortunatamente abortito. Un'amnesia micidiale, non solo perché si tratta di radici antiche, robuste e irrinunciabili della nostra storia - in quanto tali non emendabili con un tratto di penna -, ma soprattutto perché si tratta di radici cristiane. Parliamo, ovviamente, del cristianesimo così come giunto a maturazione nel Novecento e sintetizzato nelle principali encicliche pontificie del secolo breve. In sintesi: le fondamenta stessa della nostra identità culturale sono inconciliabili con qualsivoglia forma di massimalismo totalitario, ma anche con il relativismo nichilista e senza valori (che non siano il Pil e la crescita) di cui si nutre la moribonda Europa attuale. Stiamo diventando una civiltà vuota e, proprio per questo, ci apprestiamo ad essere «riempiti», cioè conquistati con il nostro ebete consenso, dalla prepotenza di chi «valori» suoi ne ha da vendere. E ci costringerà ad accettarli a costo di imporceli con quella forza di cui noi siamo tragicamente privi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-consiglio-deuropa-sdogana-la-sharia-2626185040.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="uccisi-4-305-cristiani-in-soli-12-mesi-dai-regimi-musulmani-e-comunisti" data-post-id="2626185040" data-published-at="1781252367" data-use-pagination="False"> Uccisi 4.305 cristiani in soli 12 mesi dai regimi musulmani e comunisti Il numero di cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede sale dai 3.066 del 2017 ai 4.305 del 2018: si tratta di un inquietante aumento del 40% in un solo anno. Il dato arriva dalla World Watch List 2019, il report annuale dell'Ong Porte aperte, che fa il punto sulla situazione dei cristiani nel mondo. E mostra una realtà con numeri non rassicuranti: oggi sono infatti oltre 245 milioni i perseguitati cristiani nel mondo: sostanzialmente un cristiano ogni nove subisce una forma di persecuzione a causa della propria fede. Sui 150 paesi monitorati dalla ricerca, 73 hanno mostrato un livello di persecuzione definibile alta, molto alta o estrema. Sono invece 1.847 le chiese (ed edifici cristiani direttamente collegati ad esse) attaccati nello stesso periodo. La maglia nera, in termini di uccisioni, spetta alla Nigeria. Nello Stato africano si registra addirittura il 90% dei massacri avvenuti nel mondo, per mano soprattutto degli allevatori islamici Fulani, oltre che dei terroristi Boko Haram. «Si contano infatti 3.731 cristiani uccisi in questa nazione, con villaggi completamente abbandonati dai cristiani, che alimentano il fenomeno degli sfollati interni e dei profughi», spiega Porte aperte. Per quanto riguarda gli incarceramenti, si registrano 3.150 cristiani arrestati, condannati e detenuti senza processo, poco meno del doppio del 2017. L'Ong fa inoltre una precisazione che getta un'ulteriore luce preoccupante sui numeri: «Ricordiamo che questi sono dati di partenza verificati, dunque il sommerso, sia nell'ambito degli assassini che degli incarceramenti, potrebbe aumentarli di molto». Insomma, i dati presentati potrebbero non essere quelli reali: la realtà potrebbe essere peggiore. La geopolitica del terrore anticristiano è complessa e variegata. La parte del leone la fa ovviamente la persecuzione a trazione musulmana: «Mentre la violenza dello Stato islamico e di altri militanti islamici è per lo più scomparsa dai titoli dei giornali in Medio Oriente, la loro perdita di territorio significa di fatto che una grossa parte dei combattenti si è spostata in altri Paesi non solo della regione, ma a quanto pare in particolare nell'Africa subsahariana. La loro ideologia radicale ha ispirato numerosi gruppi come l'Islamic state West Africa province (Iswap, gruppo terrorista staccatosi da Boko Haram in Nigeria), il quale rende schiave donne e ragazze cristiane come parte integrante della sua strategia», si legge. Benché potentemente segnata dall'intolleranza di matrice musulmana, la «classifica» vede però tristemente al primo posto un regime non islamico, bensì comunista: la Corea del Nord. La quale, scrive l'Ong, non offre segnali di miglioramento: «Si stimano ancora tra i 50 e i 70.000 cristiani detenuti nei campi di lavoro di questo Paese per motivi legati alla loro fede». Anche Afghanistan e Somalia, rispettivamente secondo e terzo Paese nella graduatoria, mostrano un'intolleranza esacerbata, connessa «a una società islamica radicalizzata e all'instabilità endemica di questi paesi. Al quarto posto si posiziona la Libia, che peggiora il suo ranking ulteriormente, mentre il caso di Asia Bibi spiega bene la situazione in Pakistan, quinto tra i Paesi più intolleranti verso i cristiani. In generale, spiega il rapporto, «continua l'involuzione della situazione in Asia, dove includendo il Medio Oriente addirittura un cristiano ogni tre è definibile perseguitato. Ad accelerare questo processo è il peggioramento della situazione in Cina, risalita al 27° e al primo posto per incarceramenti di cristiani, e in India». In Nordafrica, continua la World Watch List 2019, «allarmano le chiusure di chiese in Algeria (22°), gli episodi di violenza in Egitto (16°), il malcontento generale in Tunisia (37°) e la ricomparsa del Marocco (35° - era uscito dalla WwList nel 2014)». Nel report ricompare anche la federazione russa, al 41° posto, ma il dato va letto in relazione alla complicata situazione in Asia centrale e agli attacchi di chiese avvenuti in Dagestan e Cecenia. «Cinque anni fa, solo la Corea del Nord raggiungeva un livello di persecuzione dei cristiani definibile estremo», ha commentato Cristian Nani, direttore di Porte aperte. Oggi invece, continua, « sono ben 11 i Paesi a ottenere un punteggio sufficiente per rientrare in questa categoria. In termini assoluti si perseguita i cristiani di più e in più luoghi rispetto all'anno precedente, e difficilmente nella storia dell'umanità troverete un altro periodo storico così oscuro per i cristiani. Se la richiesta di aiuto di oltre 245 milioni di persone non scuote le coscienze, allora siamo ufficialmente entrati nell'era della sordità emotiva». Per il ministro per la Famiglia e le disabilità Lorenzo Fontana, vicesegretario federale della Lega, i numeri dei report «sono sempre più allarmanti e dovrebbero indurre l'Europa a una presa di coscienza e a una mobilitazione concreta, in primis sul fronte dell'antiterrorismo, prima minaccia per i cristiani. La Lega è da sempre vicina ai nostri fratelli, tanto da aver istituito, in bilancio, un fondo per le minoranze cristiane perseguitate nelle aree di crisi».
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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