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2019-01-17
Il Consiglio d’Europa sdogana la sharia
Ansa
La reconquista islamica dell'Europa si appresta a fare un salto di qualità sul piano giuridico. E non per merito dell'invasione di fedeli musulmani propiziata dal fenomeno migratorio degli ultimi anni, ma per colpa della cedevolezza imbelle e ipocrita delle istituzioni europee.
A partire dal 20 gennaio, l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Apce), organizzazione internazionale estranea agli apparati dell'Ue, si occuperà della compatibilità della sharia con la Cedu (Convenzione europea dei diritti dell'uomo). Ora, il fatto stesso che se ne discuta fa sorridere chiunque abbia una minima conoscenza di quali sono i pilastri fondanti della Cedu, da un lato, e la sharia, dall'altro. Per farla brevissima: diritti, parità, uguaglianza contro intransigenza maschilista e stato etico.
Roba grossa, giusto? Ci sarebbe di che sentirsi «blindati» per quanto riguarda la gelosa conservazione quantomeno dei nostri diritti civili e politici se non di quelli sociali sui quali, come noto, tira una brutta aria. E invece no. A quanto pare, il Consiglio d'Europa ritiene utile e necessario considerare l'ipotesi di uno sdoganamento della sharia sul suolo europeo. In caso contrario, non avrebbe neppure senso aprire un dibattito su ipotesi di «compatibilità». C'è di che temere qualche bizantina soluzione di compromesso. Ciò avverrebbe in barba a quanto sancito dalla mission del Consiglio d'Europa, dagli articoli della Cedu e dalla stessa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che, in ripetute occasioni, si è espressa contro la sharia.
Paradosso nel paradosso, il 21 gennaio proprio dall'Apce partirà la campagna #NonNelMioParlamento per eliminare il sessismo, le molestie e la violenza contro le donne nei parlamenti nazionali. Tutte piaghe da cui, come noto, il mondo islamico è immune...
Con una storica sentenza del 31 luglio 2001, la Corte respinse il ricorso di un partito integralista islamico, il Refah Partisi, sciolto per ordine della Corte Costituzionale turca, asserendo testualmente che un sistema basato sulla sharia «violerebbe senza dubbio il principio di non discriminazione circa il godimento delle libertà civili e politiche»: la quintessenza dei valori democratici fondamentali.
Ciononostante, come esito dell'imminente dibattito, potremmo trovarci di fronte a una significativa apertura nei confronti della sharia: il primo eclatante riconoscimento della stessa, se non sul piano squisitamente normativo, su quello delle enunciazioni di principio di organi di diritto internazionale.
Il che non è affatto tranquillizzante visto che il passo successivo, rispetto a certe risoluzioni di matrice interstatuale, è proprio la declinazione giuridica (nei casi concreti e nell'ambito delle singole nazioni) di quanto affermato in alto loco e in linea di principio. Fino a oggi, abbiamo assistito, nella delicata materia del «confronto-scontro» tra civiltà, soprattutto a episodi di costume, sia pure allarmanti. Per esempio, l'implicito consenso alla formazione, nelle metropoli europee, di vere e proprie enclavi islamiche esentate, de facto, dal rispetto delle norme del Paese ospitante come il quartiere di Molenbeek, proprio in quel di Bruxelles, nel cuore nevralgico dell'Unione. Poi c'è stata la mobilitazione permanente delle intelligenze «impegnate» e delle suffragette della parità di genere e del politicamente corretto sempre pronte e diffondere una loro personalissima, e squilibrata, concezione di libertà. Della serie: parità e diritti per tutti, ma per i musulmani facciamo un'eccezione, persino a costo di mutilare le nostre tradizioni, di censurare le nostre credenze, di silenziare le nostre verità. E così, via i crocifissi dalle scuole, via la carne dalle mense, via i Bambin Gesù dai presepi. In nome della tolleranza nei confronti degli intolleranti.
Nel 2016, un tribunale tedesco arrivò a considerare legittime e «innocue» le ronde, vestite di gilet arancioni con tanto di scritta «sharia police», con le quali zelanti militi di Maometto pattugliavano i rioni di Wuppertal per richiamare all'ordine chi si dilettava in attività peccaminose come bere alcool o ascoltare musica. Ora, però, la questione si fa decisamente più seria proprio perché l'importazione della sharia non avverrebbe più solo episodicamente, per effetto di un illecito atto d'imperio altrui o per la nostra supina remissività, ma per il tramite di una delle istituzioni più rappresentative della identità e dei valori europei. Ma la discesa lungo il piano inclinato dell'indulgenza verso i missionari barbuti viene da lontano.
Da quando, innanzitutto, lorsignori si sono accuratamente «dimenticati» di inserire le famose radici cristiane nei Trattati europei e le hanno anche volontariamente escluse nel progetto di Costituzione europea, poi fortunatamente abortito. Un'amnesia micidiale, non solo perché si tratta di radici antiche, robuste e irrinunciabili della nostra storia - in quanto tali non emendabili con un tratto di penna -, ma soprattutto perché si tratta di radici cristiane.
Parliamo, ovviamente, del cristianesimo così come giunto a maturazione nel Novecento e sintetizzato nelle principali encicliche pontificie del secolo breve. In sintesi: le fondamenta stessa della nostra identità culturale sono inconciliabili con qualsivoglia forma di massimalismo totalitario, ma anche con il relativismo nichilista e senza valori (che non siano il Pil e la crescita) di cui si nutre la moribonda Europa attuale. Stiamo diventando una civiltà vuota e, proprio per questo, ci apprestiamo ad essere «riempiti», cioè conquistati con il nostro ebete consenso, dalla prepotenza di chi «valori» suoi ne ha da vendere. E ci costringerà ad accettarli a costo di imporceli con quella forza di cui noi siamo tragicamente privi.
Uccisi 4.305 cristiani in soli 12 mesi dai regimi musulmani e comunisti
Il numero di cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede sale dai 3.066 del 2017 ai 4.305 del 2018: si tratta di un inquietante aumento del 40% in un solo anno. Il dato arriva dalla World Watch List 2019, il report annuale dell'Ong Porte aperte, che fa il punto sulla situazione dei cristiani nel mondo.
E mostra una realtà con numeri non rassicuranti: oggi sono infatti oltre 245 milioni i perseguitati cristiani nel mondo: sostanzialmente un cristiano ogni nove subisce una forma di persecuzione a causa della propria fede. Sui 150 paesi monitorati dalla ricerca, 73 hanno mostrato un livello di persecuzione definibile alta, molto alta o estrema. Sono invece 1.847 le chiese (ed edifici cristiani direttamente collegati ad esse) attaccati nello stesso periodo.
La maglia nera, in termini di uccisioni, spetta alla Nigeria. Nello Stato africano si registra addirittura il 90% dei massacri avvenuti nel mondo, per mano soprattutto degli allevatori islamici Fulani, oltre che dei terroristi Boko Haram. «Si contano infatti 3.731 cristiani uccisi in questa nazione, con villaggi completamente abbandonati dai cristiani, che alimentano il fenomeno degli sfollati interni e dei profughi», spiega Porte aperte.
Per quanto riguarda gli incarceramenti, si registrano 3.150 cristiani arrestati, condannati e detenuti senza processo, poco meno del doppio del 2017. L'Ong fa inoltre una precisazione che getta un'ulteriore luce preoccupante sui numeri: «Ricordiamo che questi sono dati di partenza verificati, dunque il sommerso, sia nell'ambito degli assassini che degli incarceramenti, potrebbe aumentarli di molto». Insomma, i dati presentati potrebbero non essere quelli reali: la realtà potrebbe essere peggiore.
La geopolitica del terrore anticristiano è complessa e variegata. La parte del leone la fa ovviamente la persecuzione a trazione musulmana: «Mentre la violenza dello Stato islamico e di altri militanti islamici è per lo più scomparsa dai titoli dei giornali in Medio Oriente, la loro perdita di territorio significa di fatto che una grossa parte dei combattenti si è spostata in altri Paesi non solo della regione, ma a quanto pare in particolare nell'Africa subsahariana. La loro ideologia radicale ha ispirato numerosi gruppi come l'Islamic state West Africa province (Iswap, gruppo terrorista staccatosi da Boko Haram in Nigeria), il quale rende schiave donne e ragazze cristiane come parte integrante della sua strategia», si legge.
Benché potentemente segnata dall'intolleranza di matrice musulmana, la «classifica» vede però tristemente al primo posto un regime non islamico, bensì comunista: la Corea del Nord. La quale, scrive l'Ong, non offre segnali di miglioramento: «Si stimano ancora tra i 50 e i 70.000 cristiani detenuti nei campi di lavoro di questo Paese per motivi legati alla loro fede». Anche Afghanistan e Somalia, rispettivamente secondo e terzo Paese nella graduatoria, mostrano un'intolleranza esacerbata, connessa «a una società islamica radicalizzata e all'instabilità endemica di questi paesi. Al quarto posto si posiziona la Libia, che peggiora il suo ranking ulteriormente, mentre il caso di Asia Bibi spiega bene la situazione in Pakistan, quinto tra i Paesi più intolleranti verso i cristiani.
In generale, spiega il rapporto, «continua l'involuzione della situazione in Asia, dove includendo il Medio Oriente addirittura un cristiano ogni tre è definibile perseguitato. Ad accelerare questo processo è il peggioramento della situazione in Cina, risalita al 27° e al primo posto per incarceramenti di cristiani, e in India». In Nordafrica, continua la World Watch List 2019, «allarmano le chiusure di chiese in Algeria (22°), gli episodi di violenza in Egitto (16°), il malcontento generale in Tunisia (37°) e la ricomparsa del Marocco (35° - era uscito dalla WwList nel 2014)». Nel report ricompare anche la federazione russa, al 41° posto, ma il dato va letto in relazione alla complicata situazione in Asia centrale e agli attacchi di chiese avvenuti in Dagestan e Cecenia.
«Cinque anni fa, solo la Corea del Nord raggiungeva un livello di persecuzione dei cristiani definibile estremo», ha commentato Cristian Nani, direttore di Porte aperte. Oggi invece, continua, « sono ben 11 i Paesi a ottenere un punteggio sufficiente per rientrare in questa categoria. In termini assoluti si perseguita i cristiani di più e in più luoghi rispetto all'anno precedente, e difficilmente nella storia dell'umanità troverete un altro periodo storico così oscuro per i cristiani. Se la richiesta di aiuto di oltre 245 milioni di persone non scuote le coscienze, allora siamo ufficialmente entrati nell'era della sordità emotiva».
Per il ministro per la Famiglia e le disabilità Lorenzo Fontana, vicesegretario federale della Lega, i numeri dei report «sono sempre più allarmanti e dovrebbero indurre l'Europa a una presa di coscienza e a una mobilitazione concreta, in primis sul fronte dell'antiterrorismo, prima minaccia per i cristiani. La Lega è da sempre vicina ai nostri fratelli, tanto da aver istituito, in bilancio, un fondo per le minoranze cristiane perseguitate nelle aree di crisi».
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L'organizzazione internazionale (estranea all'Ue) dal prossimo 20 gennaio si occuperà della compatibilità della legge coranica con la Convenzione dei diritti dell'uomo. Solo il fatto di porsi un problema di questo tipo segnala un cedimento preoccupante.Uccisi 4.305 cristiani in soli 12 mesi dai regimi musulmani e comunisti. Secondo il report annuale dell'Ong Porte aperte, il 2018 è stato l'anno orribile dell'oppressione religiosa Sono 245 milioni i perseguitati nel mondo. La Corea del Nord ne detiene 70.000 nei suoi campi di lavoro.Lo speciale comprende due articoli.La reconquista islamica dell'Europa si appresta a fare un salto di qualità sul piano giuridico. E non per merito dell'invasione di fedeli musulmani propiziata dal fenomeno migratorio degli ultimi anni, ma per colpa della cedevolezza imbelle e ipocrita delle istituzioni europee. A partire dal 20 gennaio, l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Apce), organizzazione internazionale estranea agli apparati dell'Ue, si occuperà della compatibilità della sharia con la Cedu (Convenzione europea dei diritti dell'uomo). Ora, il fatto stesso che se ne discuta fa sorridere chiunque abbia una minima conoscenza di quali sono i pilastri fondanti della Cedu, da un lato, e la sharia, dall'altro. Per farla brevissima: diritti, parità, uguaglianza contro intransigenza maschilista e stato etico. Roba grossa, giusto? Ci sarebbe di che sentirsi «blindati» per quanto riguarda la gelosa conservazione quantomeno dei nostri diritti civili e politici se non di quelli sociali sui quali, come noto, tira una brutta aria. E invece no. A quanto pare, il Consiglio d'Europa ritiene utile e necessario considerare l'ipotesi di uno sdoganamento della sharia sul suolo europeo. In caso contrario, non avrebbe neppure senso aprire un dibattito su ipotesi di «compatibilità». C'è di che temere qualche bizantina soluzione di compromesso. Ciò avverrebbe in barba a quanto sancito dalla mission del Consiglio d'Europa, dagli articoli della Cedu e dalla stessa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che, in ripetute occasioni, si è espressa contro la sharia. Paradosso nel paradosso, il 21 gennaio proprio dall'Apce partirà la campagna #NonNelMioParlamento per eliminare il sessismo, le molestie e la violenza contro le donne nei parlamenti nazionali. Tutte piaghe da cui, come noto, il mondo islamico è immune...Con una storica sentenza del 31 luglio 2001, la Corte respinse il ricorso di un partito integralista islamico, il Refah Partisi, sciolto per ordine della Corte Costituzionale turca, asserendo testualmente che un sistema basato sulla sharia «violerebbe senza dubbio il principio di non discriminazione circa il godimento delle libertà civili e politiche»: la quintessenza dei valori democratici fondamentali. Ciononostante, come esito dell'imminente dibattito, potremmo trovarci di fronte a una significativa apertura nei confronti della sharia: il primo eclatante riconoscimento della stessa, se non sul piano squisitamente normativo, su quello delle enunciazioni di principio di organi di diritto internazionale. Il che non è affatto tranquillizzante visto che il passo successivo, rispetto a certe risoluzioni di matrice interstatuale, è proprio la declinazione giuridica (nei casi concreti e nell'ambito delle singole nazioni) di quanto affermato in alto loco e in linea di principio. Fino a oggi, abbiamo assistito, nella delicata materia del «confronto-scontro» tra civiltà, soprattutto a episodi di costume, sia pure allarmanti. Per esempio, l'implicito consenso alla formazione, nelle metropoli europee, di vere e proprie enclavi islamiche esentate, de facto, dal rispetto delle norme del Paese ospitante come il quartiere di Molenbeek, proprio in quel di Bruxelles, nel cuore nevralgico dell'Unione. Poi c'è stata la mobilitazione permanente delle intelligenze «impegnate» e delle suffragette della parità di genere e del politicamente corretto sempre pronte e diffondere una loro personalissima, e squilibrata, concezione di libertà. Della serie: parità e diritti per tutti, ma per i musulmani facciamo un'eccezione, persino a costo di mutilare le nostre tradizioni, di censurare le nostre credenze, di silenziare le nostre verità. E così, via i crocifissi dalle scuole, via la carne dalle mense, via i Bambin Gesù dai presepi. In nome della tolleranza nei confronti degli intolleranti. Nel 2016, un tribunale tedesco arrivò a considerare legittime e «innocue» le ronde, vestite di gilet arancioni con tanto di scritta «sharia police», con le quali zelanti militi di Maometto pattugliavano i rioni di Wuppertal per richiamare all'ordine chi si dilettava in attività peccaminose come bere alcool o ascoltare musica. Ora, però, la questione si fa decisamente più seria proprio perché l'importazione della sharia non avverrebbe più solo episodicamente, per effetto di un illecito atto d'imperio altrui o per la nostra supina remissività, ma per il tramite di una delle istituzioni più rappresentative della identità e dei valori europei. Ma la discesa lungo il piano inclinato dell'indulgenza verso i missionari barbuti viene da lontano. Da quando, innanzitutto, lorsignori si sono accuratamente «dimenticati» di inserire le famose radici cristiane nei Trattati europei e le hanno anche volontariamente escluse nel progetto di Costituzione europea, poi fortunatamente abortito. Un'amnesia micidiale, non solo perché si tratta di radici antiche, robuste e irrinunciabili della nostra storia - in quanto tali non emendabili con un tratto di penna -, ma soprattutto perché si tratta di radici cristiane. Parliamo, ovviamente, del cristianesimo così come giunto a maturazione nel Novecento e sintetizzato nelle principali encicliche pontificie del secolo breve. In sintesi: le fondamenta stessa della nostra identità culturale sono inconciliabili con qualsivoglia forma di massimalismo totalitario, ma anche con il relativismo nichilista e senza valori (che non siano il Pil e la crescita) di cui si nutre la moribonda Europa attuale. Stiamo diventando una civiltà vuota e, proprio per questo, ci apprestiamo ad essere «riempiti», cioè conquistati con il nostro ebete consenso, dalla prepotenza di chi «valori» suoi ne ha da vendere. E ci costringerà ad accettarli a costo di imporceli con quella forza di cui noi siamo tragicamente privi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-consiglio-deuropa-sdogana-la-sharia-2626185040.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="uccisi-4-305-cristiani-in-soli-12-mesi-dai-regimi-musulmani-e-comunisti" data-post-id="2626185040" data-published-at="1767821883" data-use-pagination="False"> Uccisi 4.305 cristiani in soli 12 mesi dai regimi musulmani e comunisti Il numero di cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede sale dai 3.066 del 2017 ai 4.305 del 2018: si tratta di un inquietante aumento del 40% in un solo anno. Il dato arriva dalla World Watch List 2019, il report annuale dell'Ong Porte aperte, che fa il punto sulla situazione dei cristiani nel mondo. E mostra una realtà con numeri non rassicuranti: oggi sono infatti oltre 245 milioni i perseguitati cristiani nel mondo: sostanzialmente un cristiano ogni nove subisce una forma di persecuzione a causa della propria fede. Sui 150 paesi monitorati dalla ricerca, 73 hanno mostrato un livello di persecuzione definibile alta, molto alta o estrema. Sono invece 1.847 le chiese (ed edifici cristiani direttamente collegati ad esse) attaccati nello stesso periodo. La maglia nera, in termini di uccisioni, spetta alla Nigeria. Nello Stato africano si registra addirittura il 90% dei massacri avvenuti nel mondo, per mano soprattutto degli allevatori islamici Fulani, oltre che dei terroristi Boko Haram. «Si contano infatti 3.731 cristiani uccisi in questa nazione, con villaggi completamente abbandonati dai cristiani, che alimentano il fenomeno degli sfollati interni e dei profughi», spiega Porte aperte. Per quanto riguarda gli incarceramenti, si registrano 3.150 cristiani arrestati, condannati e detenuti senza processo, poco meno del doppio del 2017. L'Ong fa inoltre una precisazione che getta un'ulteriore luce preoccupante sui numeri: «Ricordiamo che questi sono dati di partenza verificati, dunque il sommerso, sia nell'ambito degli assassini che degli incarceramenti, potrebbe aumentarli di molto». Insomma, i dati presentati potrebbero non essere quelli reali: la realtà potrebbe essere peggiore. La geopolitica del terrore anticristiano è complessa e variegata. La parte del leone la fa ovviamente la persecuzione a trazione musulmana: «Mentre la violenza dello Stato islamico e di altri militanti islamici è per lo più scomparsa dai titoli dei giornali in Medio Oriente, la loro perdita di territorio significa di fatto che una grossa parte dei combattenti si è spostata in altri Paesi non solo della regione, ma a quanto pare in particolare nell'Africa subsahariana. La loro ideologia radicale ha ispirato numerosi gruppi come l'Islamic state West Africa province (Iswap, gruppo terrorista staccatosi da Boko Haram in Nigeria), il quale rende schiave donne e ragazze cristiane come parte integrante della sua strategia», si legge. Benché potentemente segnata dall'intolleranza di matrice musulmana, la «classifica» vede però tristemente al primo posto un regime non islamico, bensì comunista: la Corea del Nord. La quale, scrive l'Ong, non offre segnali di miglioramento: «Si stimano ancora tra i 50 e i 70.000 cristiani detenuti nei campi di lavoro di questo Paese per motivi legati alla loro fede». Anche Afghanistan e Somalia, rispettivamente secondo e terzo Paese nella graduatoria, mostrano un'intolleranza esacerbata, connessa «a una società islamica radicalizzata e all'instabilità endemica di questi paesi. Al quarto posto si posiziona la Libia, che peggiora il suo ranking ulteriormente, mentre il caso di Asia Bibi spiega bene la situazione in Pakistan, quinto tra i Paesi più intolleranti verso i cristiani. In generale, spiega il rapporto, «continua l'involuzione della situazione in Asia, dove includendo il Medio Oriente addirittura un cristiano ogni tre è definibile perseguitato. Ad accelerare questo processo è il peggioramento della situazione in Cina, risalita al 27° e al primo posto per incarceramenti di cristiani, e in India». In Nordafrica, continua la World Watch List 2019, «allarmano le chiusure di chiese in Algeria (22°), gli episodi di violenza in Egitto (16°), il malcontento generale in Tunisia (37°) e la ricomparsa del Marocco (35° - era uscito dalla WwList nel 2014)». Nel report ricompare anche la federazione russa, al 41° posto, ma il dato va letto in relazione alla complicata situazione in Asia centrale e agli attacchi di chiese avvenuti in Dagestan e Cecenia. «Cinque anni fa, solo la Corea del Nord raggiungeva un livello di persecuzione dei cristiani definibile estremo», ha commentato Cristian Nani, direttore di Porte aperte. Oggi invece, continua, « sono ben 11 i Paesi a ottenere un punteggio sufficiente per rientrare in questa categoria. In termini assoluti si perseguita i cristiani di più e in più luoghi rispetto all'anno precedente, e difficilmente nella storia dell'umanità troverete un altro periodo storico così oscuro per i cristiani. Se la richiesta di aiuto di oltre 245 milioni di persone non scuote le coscienze, allora siamo ufficialmente entrati nell'era della sordità emotiva». Per il ministro per la Famiglia e le disabilità Lorenzo Fontana, vicesegretario federale della Lega, i numeri dei report «sono sempre più allarmanti e dovrebbero indurre l'Europa a una presa di coscienza e a una mobilitazione concreta, in primis sul fronte dell'antiterrorismo, prima minaccia per i cristiani. La Lega è da sempre vicina ai nostri fratelli, tanto da aver istituito, in bilancio, un fondo per le minoranze cristiane perseguitate nelle aree di crisi».
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.