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2019-01-17
Il Consiglio d’Europa sdogana la sharia
Ansa
La reconquista islamica dell'Europa si appresta a fare un salto di qualità sul piano giuridico. E non per merito dell'invasione di fedeli musulmani propiziata dal fenomeno migratorio degli ultimi anni, ma per colpa della cedevolezza imbelle e ipocrita delle istituzioni europee.
A partire dal 20 gennaio, l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Apce), organizzazione internazionale estranea agli apparati dell'Ue, si occuperà della compatibilità della sharia con la Cedu (Convenzione europea dei diritti dell'uomo). Ora, il fatto stesso che se ne discuta fa sorridere chiunque abbia una minima conoscenza di quali sono i pilastri fondanti della Cedu, da un lato, e la sharia, dall'altro. Per farla brevissima: diritti, parità, uguaglianza contro intransigenza maschilista e stato etico.
Roba grossa, giusto? Ci sarebbe di che sentirsi «blindati» per quanto riguarda la gelosa conservazione quantomeno dei nostri diritti civili e politici se non di quelli sociali sui quali, come noto, tira una brutta aria. E invece no. A quanto pare, il Consiglio d'Europa ritiene utile e necessario considerare l'ipotesi di uno sdoganamento della sharia sul suolo europeo. In caso contrario, non avrebbe neppure senso aprire un dibattito su ipotesi di «compatibilità». C'è di che temere qualche bizantina soluzione di compromesso. Ciò avverrebbe in barba a quanto sancito dalla mission del Consiglio d'Europa, dagli articoli della Cedu e dalla stessa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che, in ripetute occasioni, si è espressa contro la sharia.
Paradosso nel paradosso, il 21 gennaio proprio dall'Apce partirà la campagna #NonNelMioParlamento per eliminare il sessismo, le molestie e la violenza contro le donne nei parlamenti nazionali. Tutte piaghe da cui, come noto, il mondo islamico è immune...
Con una storica sentenza del 31 luglio 2001, la Corte respinse il ricorso di un partito integralista islamico, il Refah Partisi, sciolto per ordine della Corte Costituzionale turca, asserendo testualmente che un sistema basato sulla sharia «violerebbe senza dubbio il principio di non discriminazione circa il godimento delle libertà civili e politiche»: la quintessenza dei valori democratici fondamentali.
Ciononostante, come esito dell'imminente dibattito, potremmo trovarci di fronte a una significativa apertura nei confronti della sharia: il primo eclatante riconoscimento della stessa, se non sul piano squisitamente normativo, su quello delle enunciazioni di principio di organi di diritto internazionale.
Il che non è affatto tranquillizzante visto che il passo successivo, rispetto a certe risoluzioni di matrice interstatuale, è proprio la declinazione giuridica (nei casi concreti e nell'ambito delle singole nazioni) di quanto affermato in alto loco e in linea di principio. Fino a oggi, abbiamo assistito, nella delicata materia del «confronto-scontro» tra civiltà, soprattutto a episodi di costume, sia pure allarmanti. Per esempio, l'implicito consenso alla formazione, nelle metropoli europee, di vere e proprie enclavi islamiche esentate, de facto, dal rispetto delle norme del Paese ospitante come il quartiere di Molenbeek, proprio in quel di Bruxelles, nel cuore nevralgico dell'Unione. Poi c'è stata la mobilitazione permanente delle intelligenze «impegnate» e delle suffragette della parità di genere e del politicamente corretto sempre pronte e diffondere una loro personalissima, e squilibrata, concezione di libertà. Della serie: parità e diritti per tutti, ma per i musulmani facciamo un'eccezione, persino a costo di mutilare le nostre tradizioni, di censurare le nostre credenze, di silenziare le nostre verità. E così, via i crocifissi dalle scuole, via la carne dalle mense, via i Bambin Gesù dai presepi. In nome della tolleranza nei confronti degli intolleranti.
Nel 2016, un tribunale tedesco arrivò a considerare legittime e «innocue» le ronde, vestite di gilet arancioni con tanto di scritta «sharia police», con le quali zelanti militi di Maometto pattugliavano i rioni di Wuppertal per richiamare all'ordine chi si dilettava in attività peccaminose come bere alcool o ascoltare musica. Ora, però, la questione si fa decisamente più seria proprio perché l'importazione della sharia non avverrebbe più solo episodicamente, per effetto di un illecito atto d'imperio altrui o per la nostra supina remissività, ma per il tramite di una delle istituzioni più rappresentative della identità e dei valori europei. Ma la discesa lungo il piano inclinato dell'indulgenza verso i missionari barbuti viene da lontano.
Da quando, innanzitutto, lorsignori si sono accuratamente «dimenticati» di inserire le famose radici cristiane nei Trattati europei e le hanno anche volontariamente escluse nel progetto di Costituzione europea, poi fortunatamente abortito. Un'amnesia micidiale, non solo perché si tratta di radici antiche, robuste e irrinunciabili della nostra storia - in quanto tali non emendabili con un tratto di penna -, ma soprattutto perché si tratta di radici cristiane.
Parliamo, ovviamente, del cristianesimo così come giunto a maturazione nel Novecento e sintetizzato nelle principali encicliche pontificie del secolo breve. In sintesi: le fondamenta stessa della nostra identità culturale sono inconciliabili con qualsivoglia forma di massimalismo totalitario, ma anche con il relativismo nichilista e senza valori (che non siano il Pil e la crescita) di cui si nutre la moribonda Europa attuale. Stiamo diventando una civiltà vuota e, proprio per questo, ci apprestiamo ad essere «riempiti», cioè conquistati con il nostro ebete consenso, dalla prepotenza di chi «valori» suoi ne ha da vendere. E ci costringerà ad accettarli a costo di imporceli con quella forza di cui noi siamo tragicamente privi.
Uccisi 4.305 cristiani in soli 12 mesi dai regimi musulmani e comunisti
Il numero di cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede sale dai 3.066 del 2017 ai 4.305 del 2018: si tratta di un inquietante aumento del 40% in un solo anno. Il dato arriva dalla World Watch List 2019, il report annuale dell'Ong Porte aperte, che fa il punto sulla situazione dei cristiani nel mondo.
E mostra una realtà con numeri non rassicuranti: oggi sono infatti oltre 245 milioni i perseguitati cristiani nel mondo: sostanzialmente un cristiano ogni nove subisce una forma di persecuzione a causa della propria fede. Sui 150 paesi monitorati dalla ricerca, 73 hanno mostrato un livello di persecuzione definibile alta, molto alta o estrema. Sono invece 1.847 le chiese (ed edifici cristiani direttamente collegati ad esse) attaccati nello stesso periodo.
La maglia nera, in termini di uccisioni, spetta alla Nigeria. Nello Stato africano si registra addirittura il 90% dei massacri avvenuti nel mondo, per mano soprattutto degli allevatori islamici Fulani, oltre che dei terroristi Boko Haram. «Si contano infatti 3.731 cristiani uccisi in questa nazione, con villaggi completamente abbandonati dai cristiani, che alimentano il fenomeno degli sfollati interni e dei profughi», spiega Porte aperte.
Per quanto riguarda gli incarceramenti, si registrano 3.150 cristiani arrestati, condannati e detenuti senza processo, poco meno del doppio del 2017. L'Ong fa inoltre una precisazione che getta un'ulteriore luce preoccupante sui numeri: «Ricordiamo che questi sono dati di partenza verificati, dunque il sommerso, sia nell'ambito degli assassini che degli incarceramenti, potrebbe aumentarli di molto». Insomma, i dati presentati potrebbero non essere quelli reali: la realtà potrebbe essere peggiore.
La geopolitica del terrore anticristiano è complessa e variegata. La parte del leone la fa ovviamente la persecuzione a trazione musulmana: «Mentre la violenza dello Stato islamico e di altri militanti islamici è per lo più scomparsa dai titoli dei giornali in Medio Oriente, la loro perdita di territorio significa di fatto che una grossa parte dei combattenti si è spostata in altri Paesi non solo della regione, ma a quanto pare in particolare nell'Africa subsahariana. La loro ideologia radicale ha ispirato numerosi gruppi come l'Islamic state West Africa province (Iswap, gruppo terrorista staccatosi da Boko Haram in Nigeria), il quale rende schiave donne e ragazze cristiane come parte integrante della sua strategia», si legge.
Benché potentemente segnata dall'intolleranza di matrice musulmana, la «classifica» vede però tristemente al primo posto un regime non islamico, bensì comunista: la Corea del Nord. La quale, scrive l'Ong, non offre segnali di miglioramento: «Si stimano ancora tra i 50 e i 70.000 cristiani detenuti nei campi di lavoro di questo Paese per motivi legati alla loro fede». Anche Afghanistan e Somalia, rispettivamente secondo e terzo Paese nella graduatoria, mostrano un'intolleranza esacerbata, connessa «a una società islamica radicalizzata e all'instabilità endemica di questi paesi. Al quarto posto si posiziona la Libia, che peggiora il suo ranking ulteriormente, mentre il caso di Asia Bibi spiega bene la situazione in Pakistan, quinto tra i Paesi più intolleranti verso i cristiani.
In generale, spiega il rapporto, «continua l'involuzione della situazione in Asia, dove includendo il Medio Oriente addirittura un cristiano ogni tre è definibile perseguitato. Ad accelerare questo processo è il peggioramento della situazione in Cina, risalita al 27° e al primo posto per incarceramenti di cristiani, e in India». In Nordafrica, continua la World Watch List 2019, «allarmano le chiusure di chiese in Algeria (22°), gli episodi di violenza in Egitto (16°), il malcontento generale in Tunisia (37°) e la ricomparsa del Marocco (35° - era uscito dalla WwList nel 2014)». Nel report ricompare anche la federazione russa, al 41° posto, ma il dato va letto in relazione alla complicata situazione in Asia centrale e agli attacchi di chiese avvenuti in Dagestan e Cecenia.
«Cinque anni fa, solo la Corea del Nord raggiungeva un livello di persecuzione dei cristiani definibile estremo», ha commentato Cristian Nani, direttore di Porte aperte. Oggi invece, continua, « sono ben 11 i Paesi a ottenere un punteggio sufficiente per rientrare in questa categoria. In termini assoluti si perseguita i cristiani di più e in più luoghi rispetto all'anno precedente, e difficilmente nella storia dell'umanità troverete un altro periodo storico così oscuro per i cristiani. Se la richiesta di aiuto di oltre 245 milioni di persone non scuote le coscienze, allora siamo ufficialmente entrati nell'era della sordità emotiva».
Per il ministro per la Famiglia e le disabilità Lorenzo Fontana, vicesegretario federale della Lega, i numeri dei report «sono sempre più allarmanti e dovrebbero indurre l'Europa a una presa di coscienza e a una mobilitazione concreta, in primis sul fronte dell'antiterrorismo, prima minaccia per i cristiani. La Lega è da sempre vicina ai nostri fratelli, tanto da aver istituito, in bilancio, un fondo per le minoranze cristiane perseguitate nelle aree di crisi».
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L'organizzazione internazionale (estranea all'Ue) dal prossimo 20 gennaio si occuperà della compatibilità della legge coranica con la Convenzione dei diritti dell'uomo. Solo il fatto di porsi un problema di questo tipo segnala un cedimento preoccupante.Uccisi 4.305 cristiani in soli 12 mesi dai regimi musulmani e comunisti. Secondo il report annuale dell'Ong Porte aperte, il 2018 è stato l'anno orribile dell'oppressione religiosa Sono 245 milioni i perseguitati nel mondo. La Corea del Nord ne detiene 70.000 nei suoi campi di lavoro.Lo speciale comprende due articoli.La reconquista islamica dell'Europa si appresta a fare un salto di qualità sul piano giuridico. E non per merito dell'invasione di fedeli musulmani propiziata dal fenomeno migratorio degli ultimi anni, ma per colpa della cedevolezza imbelle e ipocrita delle istituzioni europee. A partire dal 20 gennaio, l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Apce), organizzazione internazionale estranea agli apparati dell'Ue, si occuperà della compatibilità della sharia con la Cedu (Convenzione europea dei diritti dell'uomo). Ora, il fatto stesso che se ne discuta fa sorridere chiunque abbia una minima conoscenza di quali sono i pilastri fondanti della Cedu, da un lato, e la sharia, dall'altro. Per farla brevissima: diritti, parità, uguaglianza contro intransigenza maschilista e stato etico. Roba grossa, giusto? Ci sarebbe di che sentirsi «blindati» per quanto riguarda la gelosa conservazione quantomeno dei nostri diritti civili e politici se non di quelli sociali sui quali, come noto, tira una brutta aria. E invece no. A quanto pare, il Consiglio d'Europa ritiene utile e necessario considerare l'ipotesi di uno sdoganamento della sharia sul suolo europeo. In caso contrario, non avrebbe neppure senso aprire un dibattito su ipotesi di «compatibilità». C'è di che temere qualche bizantina soluzione di compromesso. Ciò avverrebbe in barba a quanto sancito dalla mission del Consiglio d'Europa, dagli articoli della Cedu e dalla stessa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che, in ripetute occasioni, si è espressa contro la sharia. Paradosso nel paradosso, il 21 gennaio proprio dall'Apce partirà la campagna #NonNelMioParlamento per eliminare il sessismo, le molestie e la violenza contro le donne nei parlamenti nazionali. Tutte piaghe da cui, come noto, il mondo islamico è immune...Con una storica sentenza del 31 luglio 2001, la Corte respinse il ricorso di un partito integralista islamico, il Refah Partisi, sciolto per ordine della Corte Costituzionale turca, asserendo testualmente che un sistema basato sulla sharia «violerebbe senza dubbio il principio di non discriminazione circa il godimento delle libertà civili e politiche»: la quintessenza dei valori democratici fondamentali. Ciononostante, come esito dell'imminente dibattito, potremmo trovarci di fronte a una significativa apertura nei confronti della sharia: il primo eclatante riconoscimento della stessa, se non sul piano squisitamente normativo, su quello delle enunciazioni di principio di organi di diritto internazionale. Il che non è affatto tranquillizzante visto che il passo successivo, rispetto a certe risoluzioni di matrice interstatuale, è proprio la declinazione giuridica (nei casi concreti e nell'ambito delle singole nazioni) di quanto affermato in alto loco e in linea di principio. Fino a oggi, abbiamo assistito, nella delicata materia del «confronto-scontro» tra civiltà, soprattutto a episodi di costume, sia pure allarmanti. Per esempio, l'implicito consenso alla formazione, nelle metropoli europee, di vere e proprie enclavi islamiche esentate, de facto, dal rispetto delle norme del Paese ospitante come il quartiere di Molenbeek, proprio in quel di Bruxelles, nel cuore nevralgico dell'Unione. Poi c'è stata la mobilitazione permanente delle intelligenze «impegnate» e delle suffragette della parità di genere e del politicamente corretto sempre pronte e diffondere una loro personalissima, e squilibrata, concezione di libertà. Della serie: parità e diritti per tutti, ma per i musulmani facciamo un'eccezione, persino a costo di mutilare le nostre tradizioni, di censurare le nostre credenze, di silenziare le nostre verità. E così, via i crocifissi dalle scuole, via la carne dalle mense, via i Bambin Gesù dai presepi. In nome della tolleranza nei confronti degli intolleranti. Nel 2016, un tribunale tedesco arrivò a considerare legittime e «innocue» le ronde, vestite di gilet arancioni con tanto di scritta «sharia police», con le quali zelanti militi di Maometto pattugliavano i rioni di Wuppertal per richiamare all'ordine chi si dilettava in attività peccaminose come bere alcool o ascoltare musica. Ora, però, la questione si fa decisamente più seria proprio perché l'importazione della sharia non avverrebbe più solo episodicamente, per effetto di un illecito atto d'imperio altrui o per la nostra supina remissività, ma per il tramite di una delle istituzioni più rappresentative della identità e dei valori europei. Ma la discesa lungo il piano inclinato dell'indulgenza verso i missionari barbuti viene da lontano. Da quando, innanzitutto, lorsignori si sono accuratamente «dimenticati» di inserire le famose radici cristiane nei Trattati europei e le hanno anche volontariamente escluse nel progetto di Costituzione europea, poi fortunatamente abortito. Un'amnesia micidiale, non solo perché si tratta di radici antiche, robuste e irrinunciabili della nostra storia - in quanto tali non emendabili con un tratto di penna -, ma soprattutto perché si tratta di radici cristiane. Parliamo, ovviamente, del cristianesimo così come giunto a maturazione nel Novecento e sintetizzato nelle principali encicliche pontificie del secolo breve. In sintesi: le fondamenta stessa della nostra identità culturale sono inconciliabili con qualsivoglia forma di massimalismo totalitario, ma anche con il relativismo nichilista e senza valori (che non siano il Pil e la crescita) di cui si nutre la moribonda Europa attuale. Stiamo diventando una civiltà vuota e, proprio per questo, ci apprestiamo ad essere «riempiti», cioè conquistati con il nostro ebete consenso, dalla prepotenza di chi «valori» suoi ne ha da vendere. E ci costringerà ad accettarli a costo di imporceli con quella forza di cui noi siamo tragicamente privi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-consiglio-deuropa-sdogana-la-sharia-2626185040.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="uccisi-4-305-cristiani-in-soli-12-mesi-dai-regimi-musulmani-e-comunisti" data-post-id="2626185040" data-published-at="1781027545" data-use-pagination="False"> Uccisi 4.305 cristiani in soli 12 mesi dai regimi musulmani e comunisti Il numero di cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede sale dai 3.066 del 2017 ai 4.305 del 2018: si tratta di un inquietante aumento del 40% in un solo anno. Il dato arriva dalla World Watch List 2019, il report annuale dell'Ong Porte aperte, che fa il punto sulla situazione dei cristiani nel mondo. E mostra una realtà con numeri non rassicuranti: oggi sono infatti oltre 245 milioni i perseguitati cristiani nel mondo: sostanzialmente un cristiano ogni nove subisce una forma di persecuzione a causa della propria fede. Sui 150 paesi monitorati dalla ricerca, 73 hanno mostrato un livello di persecuzione definibile alta, molto alta o estrema. Sono invece 1.847 le chiese (ed edifici cristiani direttamente collegati ad esse) attaccati nello stesso periodo. La maglia nera, in termini di uccisioni, spetta alla Nigeria. Nello Stato africano si registra addirittura il 90% dei massacri avvenuti nel mondo, per mano soprattutto degli allevatori islamici Fulani, oltre che dei terroristi Boko Haram. «Si contano infatti 3.731 cristiani uccisi in questa nazione, con villaggi completamente abbandonati dai cristiani, che alimentano il fenomeno degli sfollati interni e dei profughi», spiega Porte aperte. Per quanto riguarda gli incarceramenti, si registrano 3.150 cristiani arrestati, condannati e detenuti senza processo, poco meno del doppio del 2017. L'Ong fa inoltre una precisazione che getta un'ulteriore luce preoccupante sui numeri: «Ricordiamo che questi sono dati di partenza verificati, dunque il sommerso, sia nell'ambito degli assassini che degli incarceramenti, potrebbe aumentarli di molto». Insomma, i dati presentati potrebbero non essere quelli reali: la realtà potrebbe essere peggiore. La geopolitica del terrore anticristiano è complessa e variegata. La parte del leone la fa ovviamente la persecuzione a trazione musulmana: «Mentre la violenza dello Stato islamico e di altri militanti islamici è per lo più scomparsa dai titoli dei giornali in Medio Oriente, la loro perdita di territorio significa di fatto che una grossa parte dei combattenti si è spostata in altri Paesi non solo della regione, ma a quanto pare in particolare nell'Africa subsahariana. La loro ideologia radicale ha ispirato numerosi gruppi come l'Islamic state West Africa province (Iswap, gruppo terrorista staccatosi da Boko Haram in Nigeria), il quale rende schiave donne e ragazze cristiane come parte integrante della sua strategia», si legge. Benché potentemente segnata dall'intolleranza di matrice musulmana, la «classifica» vede però tristemente al primo posto un regime non islamico, bensì comunista: la Corea del Nord. La quale, scrive l'Ong, non offre segnali di miglioramento: «Si stimano ancora tra i 50 e i 70.000 cristiani detenuti nei campi di lavoro di questo Paese per motivi legati alla loro fede». Anche Afghanistan e Somalia, rispettivamente secondo e terzo Paese nella graduatoria, mostrano un'intolleranza esacerbata, connessa «a una società islamica radicalizzata e all'instabilità endemica di questi paesi. Al quarto posto si posiziona la Libia, che peggiora il suo ranking ulteriormente, mentre il caso di Asia Bibi spiega bene la situazione in Pakistan, quinto tra i Paesi più intolleranti verso i cristiani. In generale, spiega il rapporto, «continua l'involuzione della situazione in Asia, dove includendo il Medio Oriente addirittura un cristiano ogni tre è definibile perseguitato. Ad accelerare questo processo è il peggioramento della situazione in Cina, risalita al 27° e al primo posto per incarceramenti di cristiani, e in India». In Nordafrica, continua la World Watch List 2019, «allarmano le chiusure di chiese in Algeria (22°), gli episodi di violenza in Egitto (16°), il malcontento generale in Tunisia (37°) e la ricomparsa del Marocco (35° - era uscito dalla WwList nel 2014)». Nel report ricompare anche la federazione russa, al 41° posto, ma il dato va letto in relazione alla complicata situazione in Asia centrale e agli attacchi di chiese avvenuti in Dagestan e Cecenia. «Cinque anni fa, solo la Corea del Nord raggiungeva un livello di persecuzione dei cristiani definibile estremo», ha commentato Cristian Nani, direttore di Porte aperte. Oggi invece, continua, « sono ben 11 i Paesi a ottenere un punteggio sufficiente per rientrare in questa categoria. In termini assoluti si perseguita i cristiani di più e in più luoghi rispetto all'anno precedente, e difficilmente nella storia dell'umanità troverete un altro periodo storico così oscuro per i cristiani. Se la richiesta di aiuto di oltre 245 milioni di persone non scuote le coscienze, allora siamo ufficialmente entrati nell'era della sordità emotiva». Per il ministro per la Famiglia e le disabilità Lorenzo Fontana, vicesegretario federale della Lega, i numeri dei report «sono sempre più allarmanti e dovrebbero indurre l'Europa a una presa di coscienza e a una mobilitazione concreta, in primis sul fronte dell'antiterrorismo, prima minaccia per i cristiani. La Lega è da sempre vicina ai nostri fratelli, tanto da aver istituito, in bilancio, un fondo per le minoranze cristiane perseguitate nelle aree di crisi».
@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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