Il Colle minaccia i dissidenti grillini: se bocciate il Mes si va alle elezioni

I quirinalisti del Corriere della Sera e della Stampa, Marzio Breda e Ugo Magri, sono professionisti seri e sperimentati: dunque, se scrivono qualcosa, è non solo legittimo ma doveroso ritenere che abbiano attinto a fonti informate, qualificate, al massimo livello. E visto che si sono espressi sulle intenzioni del Quirinale, non è difficile immaginare a quale palazzo si siano rivolti prima di scrivere i loro articoli pubblicati ieri. A maggior ragione, dunque, alcuni passaggi di quei due pezzi vanno riletti, interpretati e decodificati.
Citiamo dal Corriere, sotto il titolo «I timori del Colle per una “nefasta" mossa anti Ue e il rischio urne». Primo passaggio significativo: un eventuale voto contro la riforma del Mes è considerato una «prospettiva nefasta, dato che la collaborazione con le istituzioni Ue è un caposaldo della sua presidenza» di Sergio Mattarella. La domanda sorge spontanea: ma se per caso, in Parlamento e nel Paese, si manifestasse, anche al di là di questa specifica vicenda, una maggioranza contraria agli orientamenti di Bruxelles, che si fa? La legittima volontà delle Camere e degli italiani, in quel caso, non sarebbe più ammissibile agli occhi del Quirinale?
Secondo passaggio: «Il presidente della Repubblica stavolta “non sta a guardare", come riferisce chi gli ha parlato in queste ore. Il che significa, da parte sua, far arrivare qualche avvertimento a quanti avessero sottovalutato i rischi della prova di forza...». E qui speriamo davvero in una smentita quirinalizia: sarebbe davvero preoccupante l'idea che dagli uffici del Quirinale partissero telefonate o avvisi per incidere sulla votazione parlamentare del 9 dicembre. Tocca ai capigruppo della maggioranza procurare i voti dei loro gruppi, non al garante di tutti gli italiani.
Terzo passaggio: «Anche al Quirinale sono rimbalzate voci di una “compravendita" di qualche parlamentare del Movimento dell'ala tradizionalmente antieuropea…». Poco più avanti, in un sussulto di prudenza, il Corriere ridimensiona la cosa a «boatos verosimili ma non riscontrabili». Eppure, anche qui, lo sconcerto è enorme: se ci sono notizie di reato, chi sa denunci. Altrimenti, è molto grave che un voto in direzione pro Ue sia considerato frutto di libero convincimento, e uno contrario nientemeno che l'effetto di una - sia pur ipotetica - compravendita. Dunque, se un grillino vota contro il Mes, è un presunto «comprato»?
Quarto passaggio, che poi è quello decisivo, quando l'articolista fa riferimento a un eventuale incidente parlamentare che metta in crisi Conte, e conclude così: «Un big bang dopo il quale non resterebbe che la tabula rasa del voto». In sostanza, un esplicito e diretto avvertimento ai grillini malpancisti: se votate contro il governo, addio legislatura, addio mutuo in banca, addio stipendio.
Questo concetto è il cuore anche dell'articolo della Stampa, a sua volta significativamente intitolato: «Elezioni se il governo cade sul Mes». Leggiamo il passaggio in cui si evoca una scivolata del governo sul Mes: «La ferita sarebbe così profonda da rendere impossibile ogni tentativo di sutura, sia pure autorevolmente condotto». Traduzione: scioglimento delle Camere pressoché sicuro. È evidente che anche questo articolo, ieri, sarà stato messo dai capi della traballante maggioranza sotto gli occhi dei dissidenti, con una minaccia fin troppo ovvia: se fate scherzi, salta tutto.
Intendiamoci bene, a scanso di equivoci. Uno scioglimento delle Camere sarebbe altamente desiderabile. Ma qui l'obiettivo implicito delle voci riportate nei due articoli è ben diverso: mostrare l'abisso ai parlamentari in carica per indurli a cambiare idea.
E qui è venuto il momento di fare un passo indietro, all'estate del 2019, quando si manifestò la crisi del Conte uno. In molti (a partire da questo giornale) chiesero, e con forti ragioni costituzionali, elezioni immediate, evocando la tesi di Costantino Mortati (che fu anche autorevolissimo membro della Costituente e della Commissione dei 75) su un preciso dovere politico del Colle, e cioè quello di evitare soluzioni palesemente in contrasto con la volontà popolare, accertando - per usare le parole proprio di Mortati - la «concordanza tra corpo elettorale e parlamentare», ed evitando «gravi disarmonie». E invece allora si fece di tutto per impedire lo scioglimento delle Camere fino ad avallare l'inedita maggioranza giallorossa, perfino con lo stesso premier. Tutto per scongiurare le elezioni.
Stavolta, invece - oplà - prim'ancora che una crisi si sia manifestata, già si agita lo spettro delle elezioni (tale è per i parlamentari che non sarebbero rieletti), bocciando preventivamente l'ipotesi stessa di formare un altro governo. Curiosa inversione a U.
La cosa è ancora più clamorosa quando la Stampa evoca il concetto (inesistente nella Costituzione vigente) di «sfiducia costruttiva». Insomma, per buttar giù un governo, servirebbe già bella e pronta la soluzione alternativa, senza «crisi al buio». Anche qui, c'è da rimanere sorpresi, visto che, nella sua pluridecennale militanza nella Dc, Sergio Mattarella in persona avrà assistito a dozzine di crisi al buio ed extraparlamentari (cioè nate e risolte nelle segreterie di partito, e solo poi ratificate in Parlamento).
Quindi, nulla impedirebbe a Mattarella di parlamentarizzare il percorso, rendendolo trasparente. Esempio: Conte cade sul Mes il 9 e sale al Colle? Nulla vieterebbe al Quirinale di rinviarlo alle Camere per verificare se abbia o no la fiducia. Non ce l'ha? Nulla vieterebbe al presidente di conferire ad altri un ulteriore incarico, per verificare l'eventuale formazione di una diversa maggioranza. Se quel percorso è stato seguito a settembre 2019, perché negarlo a priori a dicembre 2020, se non per terrorizzare i grillini dubbiosi? Risponde alla stessa logica pure la sortita di ieri del ministro Enzo Amendola: «Senza maggioranza sul Mes, il governo non va avanti». Ragionevole pensarlo, ma, morto un governo, se ne può sempre fare un altro.




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