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2018-05-04
Il centrodestra si compatta sull’incarico
ANSA
Nel giorno in cui si chiude il forno tra M5s e Partito democratico, il centrodestra si ricompatta in vista delle consultazioni lampo di lunedì al Quirinale. E da quel filtra, tra Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, l'idea sarebbe quella di proporre al capo dello Stato di dare un incarico al segretario della Lega Matteo Salvini per cercare una maggioranza in Parlamento. L'ultima speranza, infatti, è quella di trovare voti di possibili responsabili in uscita da altri partiti, soprattutto tra i grillini, in particolare se M5s dovesse spaccarsi dopo il flop del leader Luigi Di Maio. È un ultimo tentativo, che vede esclusa un'intesa con il Pd e su cui in pochi riservano speranze dati gli umori del Colle. Non a caso già ieri nel quartier generale di Silvio Berlusconi come in quello di Salvini si è iniziato a ragionare sulle elezioni imminenti - nel giro di cinque o sei mesi - come sulle prossime liste elettorali. Queste ultime, a quanto pare, potrebbero riserbare molte sorprese, sia tra gli azzurri sia tra i leghisti. Eppure Salvini pare crederci ancora nel possibile preincarico che avrebbe l'obiettivo di raccogliere consensi su un programma che riguardi la flat tax, l'abolizione della legge Fornero e il sostegno del reddito degli italiani.
In ogni caso, reduce dalla vittoria in Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga, la coalizione non è mai stata così compatta come in questo periodo, tanto che le tensioni delle ultime settimane sarebbero ormai un ricordo lontano. A dimostrarlo anche gli accordi raggiunti in vista delle prossime elezioni comunali del 10 maggio: in Toscana in tutti i 21 Comuni che andranno al voto Forza Italia e Lega vanno a braccetto. Per di più negli ultimi giorni Berlusconi si sarebbe avvicinato ancora di più al governatore ligure Giovanni Toti, da mesi ambasciatore degli azzurri con i leghisti, mentre i rapporti con il presidente dell'europarlamento Antonio Tajani si sarebbero raffreddati. Nel fine settimana i tre partiti della coalizione limeranno la proposta da portare al Colle, forse ci potrebbe anche essere un incontro lunedì mattina a Palazzo Grazioli per timbrare l'accordo. Intanto oggi pomeriggio il Carroccio si radunerà in via Bellerio per il consiglio federale, dove con tutta probabilità uscirà una linea condivisa.
A quanto pare la Lega continua a non voler sentire parlare di governi con il Partito democratico o di esecutivi tecnici o del presidente. Da settimane circola l'ipotesi che Mattarella possa dare un incarico alla mente economica Giancarlo Giorgetti, un progetto che avrebbe il sostegno dell'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e dello stesso Berlusconi. C'è chi sostiene che anche i democratici potrebbero dare un appoggio, magari astenendosi in Parlamento in un nuovo inedito patto del Nazareno. Sono però solo ipotesi che circolano da giorni senza avere conferme pubbliche dai diretti interessati. Lo stesso segretario del Pd Maurizio Martina ieri chiudeva a questa ipotesi, spiegando che i democratici non avrebbero fatto parte di un governo con Berlusconi, Salvini e Meloni. La strada, insomma, appare al momento impraticabile, anche perché né Giorgetti né Salvini sarebbero d'accordo.
Oggi quindi la Lega certificherà di non voler partecipare a governi del presidente o di tregua. Al contempo, a quanto risulta alla Verità, potrebbe aprire però a un governo di scopo, con un limite di tempo ben preciso e con riforme certe, nello specifico quella elettorale. È la linea che proprio Giorgetti aveva delineato il primo maggio. «Salvini è il candidato naturale alla presidenza del Consiglio, ma noi abbiamo sempre aggiunto che Salvini è disposto a guidare un governo che abbia una solida maggioranza e una solida maggioranza in Parlamento, secondo noi, è fra il centrodestra e il Movimento 5 stelle», aveva spiegato il capogruppo alla Camera. «Altre soluzioni, incollate con lo scotch, trovare di volta in volta 40-50 parlamentari, per permettere di sopravvivere giorno per giorno, ecco questo non ha molto senso. Non serve al Paese, non serve agli italiani e su quell'ipotesi non credo che Matteo Salvini sia disponibile. Nei prossimi giorni dovremo valutare se ci sia la possibilità di fare un governo che governi, con il Movimento 5 stelle, o tornare alle urne».
Nel frattempo si va avanti con ordine, in vista dell'incontro di lunedì con Mattarella. L'ipotesi di un incarico a un esponente del centrodestra è stata avanzata ieri dalla leader di Fdi Giorgia Meloni. «Chiamerò Salvini e Berlusconi», ha spiegato «per proporre che il centrodestra lunedì nelle consultazioni con il presidente Mattarella chieda un incarico pieno per andare in Parlamento, verificare se ci sono i numeri su alcune proposte serie di cose da fare. Se non ci saranno quei numeri, sarà comunque un governo di centrodestra ad accompagnare l'Italia a nuove elezioni e non Gentiloni». Ma è Anna Maria Bernini, capogruppo al Senato di Forza Italia, a spiegare nei dettagli quello che potrebbe essere un governo sostenuto dai «responsabili». Dice Bernini che «a due mesi dal voto, la priorità per Forza Italia è dare subito un governo al Paese, uscendo dalle chiacchiere inconcludenti e dannose di chi parla troppo e fa troppo poco. Serve un governo di centrodestra, votato dagli italiani e sostenuto in Parlamento da voti responsabili, per rispondere presto e bene ai bisogni e alle esigenze del Paese». Ma le elezioni si avvicinano sempre di più.
Mattarella ormai va a oltranza: terzo giro di valzer per tutti
Il tempo sta per scadere: prepariamoci alle elezioni anticipate, a ottobre o novembre. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato un terzo giro di consultazioni al Quirinale: lunedì prossimo, 7 maggio, incontrerà tutte le forze politiche in un solo giorno. «A distanza di due mesi», hanno fatto sapere fonti del Colle, «le posizioni di partenza dei partiti sono rimaste invariate. Non è emersa alcuna prospettiva di maggioranza di governo. Nei giorni scorsi è tramontata anche la possibilità di un'intesa tra il M5s e il Pd. Il presidente Mattarella svolgerà nuove consultazioni, in un'unica giornata, quella di lunedì, per verificare se i partiti abbiano altre prospettive di maggioranze di governo».
Si inizierà alle 10, con il M5s; alle 11 il centrodestra unito; alle 12 il Pd; alle 16 Leu; alle 16.20 il gruppo per le Autonomie del Senato, Svp e Uv; alle 16.40 il gruppo misto del Senato; alle 17 il gruppo misto della Camera; alle 17.30 il presidente della Camera, Roberto Fico, e alle 18 il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.
Mattarella non ha neanche aspettato il risultato della direzione del Pd di ieri, per convocare nuovamente i partiti al Colle. Il capo dello Stato sapeva che il segretario reggente, Maurizio Martina, avrebbe chiuso definitivamente la porta al M5s, che del resto, attraverso le parole di Luigi Di Maio, aveva già fatto altrettanto con i dem. Dunque, lunedì è il termine ultimo per cercare di sciogliere il groviglio di veti e controveti, tatticismi esasperati, aperture e chiusure, che in questi due mesi hanno caratterizzato il dibattito politico post elettorale. Un governo centrodestra-M5s è stato escluso dalle consultazioni del presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati: l'ipotesi Pd-M5s è caduta negli ultimi giorni. Ora, Mattarella può tentare la strada del governo di «responsabilità», che quanto meno modifichi la legge elettorale. Il M5s ha fatto sapere che non ci starà. La Lega? Forse sì, forse no. Mattarella esplorerà questa possibilità in prima persona, perché non ne può più dei balletti, a partire da quelli dei «ragazzi», Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che avrebbero potuto, come ha verificato (e auspicato) il Quirinale, dare vita a una solida maggioranza parlamentare, se solo non si fossero messi a giocherellare con le mosse propagandistiche (il veto di Di Maio su Forza Italia e le «tentazioni secessionistiche» ventilate dalla Lega mentre era in corso la trattativa Pd-M5s, Lega alla quale Mattarella rimprovera anche le uscite filo Putin).
A proposito di Salvini. Il leader della Lega, in questi ultimi giorni, sostenuto dagli alleati Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, ha chiesto l'incarico per andare in Parlamento a verificare se il centrodestra è in grado di racimolare i 50 deputati e 30 senatori che servono per avere una maggioranza autosufficiente. Mossa propagandistica o prospettiva seria? Mattarella potrebbe anche dare l'ok, ma solo per un pre incarico, come quello che il 22 marzo del 2013 l'allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidò a Pier Luigi Bersani, che sei giorni dopo rinunciò. Il preincarico sarebbe conferito a Salvini con il mandato di «verificare l'esistenza di un sostegno parlamentare certo, che consenta la formazione del governo». Niente salti nel buio: se davvero il centrodestra può aggregare 50 deputati e 30 senatori, deve dimostrarlo al Quirinale prima di chiedere un incarico pieno. Come? Sia alla Camera che al Senato devono nascere gruppi parlamentari, con tanto di capigruppo, che hanno l'obbligo di presentarsi al Colle dichiarando il loro sostegno al governo di centrodestra. L'alternativa è confluire nei gruppi misti, ed esplicitare comunque a Mattarella l'intenzione di allearsi con il centrodestra. Il capo dello Stato non avrebbe la minima intenzione di consentire a Salvini di ricevere l'incarico pieno, farsi sfiduciare in Parlamento e guidare comunque l'Italia verso le elezioni del prossimo autunno.
Ultima chance: una «non sfiducia» del Pd (ovviamente esplicitata lunedì al capo dello Stato) a un governo guidato da un esponente del centrodestra, che possa cambiare la legge elettorale ed evitare l'aumento dell'Iva. L'uomo giusto potrebbe essere il braccio destro di Salvini, Giancarlo Giorgetti, anche se al Quirinale si giudica più adatta la figura della presidente del Senato, Casellati, tra l'altro votata da centrodestra e M5s. Altrimenti, fino alle elezioni del prossimo autunno, a Palazzo Chigi può restare benissimo Paolo Gentiloni, dopo essere stato rinviato alle Camere e sfiduciato.
Carlo Tarallo
Il M5s dirà «elezioni» contro il Nazareno bis
Gli altri avanti con il Renzuschini e i 5 stelle invece divisi tra le piazze, a fare campagna elettorale, e le aule del Parlamento, a tenere Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini inchiodati su ogni singolo voto. Grazie alla forza dei loro 388 pulsanti rossi. Dopo 56 giorni di balletti, il programma di Luigi Di Maio è semplice, anche se un po' disperato: «Sputtana e combatti», si potrebbe riassumere senza dover scomodare i vecchi «Vaffa» di Beppe Grillo. Del resto, ormai, i pentastellati sentono aria di maxi inciucio, con i renziani nel ruolo dei nuovi «responsabili», che «renderanno al Cavaliere il favore incassato ai tempi di Denis Verdini e del primo patto del Nazareno». E rilanciano insistentemente le voci di incontri segreti tra Berlusconi e Renzi poco prima della porta in faccia presa dal Pd e prima ancora che il segretario reggente Maurizio Martina riuscisse a dire la sua.
Certo, l'agenda politica, formalmente, prevede ancora un giro di consultazioni dal presidente Sergio Mattarella nella giornata di lunedì, ma a ieri sera il testo del discorso che Di Maio e i capigruppo Danilo Toninelli e Giulia Grillo andranno a fare al Colle era più stringato che mai. Anzi, addirittura, formula di cortesia a parte, era composto da una sola parola: «Elezioni».
Nell'era degli smartphone non è necessario vedersi di persona, specie se si è inseguiti dai fotografi. Ma non la pensano così i vertici del Movimento più tecnologico della Repubblica. Ieri, era tutto un cercare conferme a una voce che gira da qualche giorno, ovvero che Berlusconi abbia avuto più di un summit, recentemente, con Renzi. E soprattutto che i due si siano parlati a quattr'occhi poco prima che il segretario «autosospeso» dei dem andasse in tv da Fabio Fazio, domenica sera, ad anticipare il risultato negativo dei colloqui con i 5 stelle. Ma complotti o non complotti, Di Maio anticipa ai suoi che ci sarà un governo di minoranza del centrodestra, con sostegno esterno di buona parte dei piddini. E questo schema, nel Movimento, lo chiamano già con un certo disprezzo «Renzuschini». Un esecutivo che servirebbe a fare le nomine pubbliche, a salvare Mediaset da Vivendi, a blindare Antitrust, Consob, Agenzia delle comunicazioni e perfino le Procure, con un nuovo Csm, e mantenere intatto il controllo sulle televisioni e sui telegiornali. Insomma, dopo il 34% del 4 marzo, un vero incubo a 5 stelle.
In una lunga mail spedita ai suoi deputati per fare il punto di quasi due mesi di trattative inutili, Di Maio ha poi spiegato di aver seguito un percorso «lineare», tentando, in ordine di gradimento, di fare prima un contratto con la Lega («non un'alleanza, sia chiaro») e poi con quel che resta del Pd. Ma è stato tutto inutile perché, secondo i capi del Movimento, «Salvini non è stato in grado di liberarsi di Berlusconi e forse non ne ha mai avuto davvero neppure il desiderio e Renzi ha deciso di unire la sua debolezza con quella del Cavaliere». E uno dei primi effetti del «Renzuschini» nascente sarebbe, come si legge nella mail, «il fatto che sono di nuove partite le richieste ai Tg della Rai di fare servizi contro di noi». Così, ecco la gentile promessa ai piani alti di Viale Mazzini: «Negli ultimi 50 giorni ci avevano trattato con i guanti bianchi perché avevano paura che andassimo al governo e sostituissimo i direttori. Cosa che faremo molto presto, grazie a una legge finalmente meritocratica».
E anche se Di Maio riconosce che «in questi due mesi, l'unico corretto con noi è stato il presidente Mattarella», lunedì il leader di Pomigliano d'Arco andrà comunque al Quirinale vestendo i panni del Signor no.
Il Movimento vuole elezioni subito e se il Colle dirà che a giugno non sono più possibili, allora le chiederà per ottobre. E se poi gli verrà opposto che in autunno non si può perché c'è la legge di bilancio da approvare, allora urne a febbraio. Ma per ripicca, con la stessa legge elettorale di adesso. Anche se fino ai ieri M5s non escludeva di aprire al doppio turno alla francese. «Di ballottaggi potevamo discutere in un contesto di dialogo corretto con gli altri partiti, non certo in questa situazione di ammucchiata messa su al solo scopo di fregarci», sintetizza uno dei deputati più ferrato sui sistemi di voto.
Come segno di «attenzione ai problemi reali», però, ieri i senatori 5 stelle hanno dato il via libera alla proroga delle procedure di cessione di Alitalia. Non si tratta di spingere perché venga effettivamente venduta, ma, si legge in una nota, «di un atto di responsabilità nei confronti dell'azienda e di chi ci lavora, soprattutto alla luce dello stallo politico che viviamo». Uno stallo che sperano quasi di non dover rimpiangere.
Francesco Bonazzi
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Tra domenica e lunedì mattina Lega, Fi e Fdi sigleranno un accordo: Matteo Salvini chiederà al presidente di andare in Parlamento a cercare i voti su pochi punti economici chiave. Comunque, la coalizione sta già lavorando alle liste in caso di urne anticipate.Dopo due mesi di stallo totale, il Quirinale ha convocato per lunedì l'intero arco parlamentare. Per traghettare il Paese a elezioni o Paolo Gentiloni o una figura di garanzia, magari la Maria Alberta Casellati.I grillini sono convinti che Silvio Berlusconi e Matteo Renzi si siano incontrati più di una volta. Perciò al presidente chiederanno il voto al più presto. Il piano di battaglia di Luigi Di Maio spiegato in una mail a tutti gli eletti.Lo speciale contiene tre articoli.Nel giorno in cui si chiude il forno tra M5s e Partito democratico, il centrodestra si ricompatta in vista delle consultazioni lampo di lunedì al Quirinale. E da quel filtra, tra Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, l'idea sarebbe quella di proporre al capo dello Stato di dare un incarico al segretario della Lega Matteo Salvini per cercare una maggioranza in Parlamento. L'ultima speranza, infatti, è quella di trovare voti di possibili responsabili in uscita da altri partiti, soprattutto tra i grillini, in particolare se M5s dovesse spaccarsi dopo il flop del leader Luigi Di Maio. È un ultimo tentativo, che vede esclusa un'intesa con il Pd e su cui in pochi riservano speranze dati gli umori del Colle. Non a caso già ieri nel quartier generale di Silvio Berlusconi come in quello di Salvini si è iniziato a ragionare sulle elezioni imminenti - nel giro di cinque o sei mesi - come sulle prossime liste elettorali. Queste ultime, a quanto pare, potrebbero riserbare molte sorprese, sia tra gli azzurri sia tra i leghisti. Eppure Salvini pare crederci ancora nel possibile preincarico che avrebbe l'obiettivo di raccogliere consensi su un programma che riguardi la flat tax, l'abolizione della legge Fornero e il sostegno del reddito degli italiani.In ogni caso, reduce dalla vittoria in Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga, la coalizione non è mai stata così compatta come in questo periodo, tanto che le tensioni delle ultime settimane sarebbero ormai un ricordo lontano. A dimostrarlo anche gli accordi raggiunti in vista delle prossime elezioni comunali del 10 maggio: in Toscana in tutti i 21 Comuni che andranno al voto Forza Italia e Lega vanno a braccetto. Per di più negli ultimi giorni Berlusconi si sarebbe avvicinato ancora di più al governatore ligure Giovanni Toti, da mesi ambasciatore degli azzurri con i leghisti, mentre i rapporti con il presidente dell'europarlamento Antonio Tajani si sarebbero raffreddati. Nel fine settimana i tre partiti della coalizione limeranno la proposta da portare al Colle, forse ci potrebbe anche essere un incontro lunedì mattina a Palazzo Grazioli per timbrare l'accordo. Intanto oggi pomeriggio il Carroccio si radunerà in via Bellerio per il consiglio federale, dove con tutta probabilità uscirà una linea condivisa.A quanto pare la Lega continua a non voler sentire parlare di governi con il Partito democratico o di esecutivi tecnici o del presidente. Da settimane circola l'ipotesi che Mattarella possa dare un incarico alla mente economica Giancarlo Giorgetti, un progetto che avrebbe il sostegno dell'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e dello stesso Berlusconi. C'è chi sostiene che anche i democratici potrebbero dare un appoggio, magari astenendosi in Parlamento in un nuovo inedito patto del Nazareno. Sono però solo ipotesi che circolano da giorni senza avere conferme pubbliche dai diretti interessati. Lo stesso segretario del Pd Maurizio Martina ieri chiudeva a questa ipotesi, spiegando che i democratici non avrebbero fatto parte di un governo con Berlusconi, Salvini e Meloni. La strada, insomma, appare al momento impraticabile, anche perché né Giorgetti né Salvini sarebbero d'accordo.Oggi quindi la Lega certificherà di non voler partecipare a governi del presidente o di tregua. Al contempo, a quanto risulta alla Verità, potrebbe aprire però a un governo di scopo, con un limite di tempo ben preciso e con riforme certe, nello specifico quella elettorale. È la linea che proprio Giorgetti aveva delineato il primo maggio. «Salvini è il candidato naturale alla presidenza del Consiglio, ma noi abbiamo sempre aggiunto che Salvini è disposto a guidare un governo che abbia una solida maggioranza e una solida maggioranza in Parlamento, secondo noi, è fra il centrodestra e il Movimento 5 stelle», aveva spiegato il capogruppo alla Camera. «Altre soluzioni, incollate con lo scotch, trovare di volta in volta 40-50 parlamentari, per permettere di sopravvivere giorno per giorno, ecco questo non ha molto senso. Non serve al Paese, non serve agli italiani e su quell'ipotesi non credo che Matteo Salvini sia disponibile. Nei prossimi giorni dovremo valutare se ci sia la possibilità di fare un governo che governi, con il Movimento 5 stelle, o tornare alle urne».Nel frattempo si va avanti con ordine, in vista dell'incontro di lunedì con Mattarella. L'ipotesi di un incarico a un esponente del centrodestra è stata avanzata ieri dalla leader di Fdi Giorgia Meloni. «Chiamerò Salvini e Berlusconi», ha spiegato «per proporre che il centrodestra lunedì nelle consultazioni con il presidente Mattarella chieda un incarico pieno per andare in Parlamento, verificare se ci sono i numeri su alcune proposte serie di cose da fare. Se non ci saranno quei numeri, sarà comunque un governo di centrodestra ad accompagnare l'Italia a nuove elezioni e non Gentiloni». Ma è Anna Maria Bernini, capogruppo al Senato di Forza Italia, a spiegare nei dettagli quello che potrebbe essere un governo sostenuto dai «responsabili». Dice Bernini che «a due mesi dal voto, la priorità per Forza Italia è dare subito un governo al Paese, uscendo dalle chiacchiere inconcludenti e dannose di chi parla troppo e fa troppo poco. 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Mattarella non ha neanche aspettato il risultato della direzione del Pd di ieri, per convocare nuovamente i partiti al Colle. Il capo dello Stato sapeva che il segretario reggente, Maurizio Martina, avrebbe chiuso definitivamente la porta al M5s, che del resto, attraverso le parole di Luigi Di Maio, aveva già fatto altrettanto con i dem. Dunque, lunedì è il termine ultimo per cercare di sciogliere il groviglio di veti e controveti, tatticismi esasperati, aperture e chiusure, che in questi due mesi hanno caratterizzato il dibattito politico post elettorale. Un governo centrodestra-M5s è stato escluso dalle consultazioni del presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati: l'ipotesi Pd-M5s è caduta negli ultimi giorni. Ora, Mattarella può tentare la strada del governo di «responsabilità», che quanto meno modifichi la legge elettorale. Il M5s ha fatto sapere che non ci starà. La Lega? Forse sì, forse no. Mattarella esplorerà questa possibilità in prima persona, perché non ne può più dei balletti, a partire da quelli dei «ragazzi», Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che avrebbero potuto, come ha verificato (e auspicato) il Quirinale, dare vita a una solida maggioranza parlamentare, se solo non si fossero messi a giocherellare con le mosse propagandistiche (il veto di Di Maio su Forza Italia e le «tentazioni secessionistiche» ventilate dalla Lega mentre era in corso la trattativa Pd-M5s, Lega alla quale Mattarella rimprovera anche le uscite filo Putin). A proposito di Salvini. Il leader della Lega, in questi ultimi giorni, sostenuto dagli alleati Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, ha chiesto l'incarico per andare in Parlamento a verificare se il centrodestra è in grado di racimolare i 50 deputati e 30 senatori che servono per avere una maggioranza autosufficiente. Mossa propagandistica o prospettiva seria? Mattarella potrebbe anche dare l'ok, ma solo per un pre incarico, come quello che il 22 marzo del 2013 l'allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidò a Pier Luigi Bersani, che sei giorni dopo rinunciò. Il preincarico sarebbe conferito a Salvini con il mandato di «verificare l'esistenza di un sostegno parlamentare certo, che consenta la formazione del governo». Niente salti nel buio: se davvero il centrodestra può aggregare 50 deputati e 30 senatori, deve dimostrarlo al Quirinale prima di chiedere un incarico pieno. Come? Sia alla Camera che al Senato devono nascere gruppi parlamentari, con tanto di capigruppo, che hanno l'obbligo di presentarsi al Colle dichiarando il loro sostegno al governo di centrodestra. L'alternativa è confluire nei gruppi misti, ed esplicitare comunque a Mattarella l'intenzione di allearsi con il centrodestra. Il capo dello Stato non avrebbe la minima intenzione di consentire a Salvini di ricevere l'incarico pieno, farsi sfiduciare in Parlamento e guidare comunque l'Italia verso le elezioni del prossimo autunno. Ultima chance: una «non sfiducia» del Pd (ovviamente esplicitata lunedì al capo dello Stato) a un governo guidato da un esponente del centrodestra, che possa cambiare la legge elettorale ed evitare l'aumento dell'Iva. L'uomo giusto potrebbe essere il braccio destro di Salvini, Giancarlo Giorgetti, anche se al Quirinale si giudica più adatta la figura della presidente del Senato, Casellati, tra l'altro votata da centrodestra e M5s. Altrimenti, fino alle elezioni del prossimo autunno, a Palazzo Chigi può restare benissimo Paolo Gentiloni, dopo essere stato rinviato alle Camere e sfiduciato. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-centrodestra-si-compatta-sullincarico-2565613238.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-m5s-dira-elezioni-contro-il-nazareno-bis" data-post-id="2565613238" data-published-at="1774134692" data-use-pagination="False"> Il M5s dirà «elezioni» contro il Nazareno bis Gli altri avanti con il Renzuschini e i 5 stelle invece divisi tra le piazze, a fare campagna elettorale, e le aule del Parlamento, a tenere Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini inchiodati su ogni singolo voto. Grazie alla forza dei loro 388 pulsanti rossi. Dopo 56 giorni di balletti, il programma di Luigi Di Maio è semplice, anche se un po' disperato: «Sputtana e combatti», si potrebbe riassumere senza dover scomodare i vecchi «Vaffa» di Beppe Grillo. Del resto, ormai, i pentastellati sentono aria di maxi inciucio, con i renziani nel ruolo dei nuovi «responsabili», che «renderanno al Cavaliere il favore incassato ai tempi di Denis Verdini e del primo patto del Nazareno». E rilanciano insistentemente le voci di incontri segreti tra Berlusconi e Renzi poco prima della porta in faccia presa dal Pd e prima ancora che il segretario reggente Maurizio Martina riuscisse a dire la sua. Certo, l'agenda politica, formalmente, prevede ancora un giro di consultazioni dal presidente Sergio Mattarella nella giornata di lunedì, ma a ieri sera il testo del discorso che Di Maio e i capigruppo Danilo Toninelli e Giulia Grillo andranno a fare al Colle era più stringato che mai. Anzi, addirittura, formula di cortesia a parte, era composto da una sola parola: «Elezioni». Nell'era degli smartphone non è necessario vedersi di persona, specie se si è inseguiti dai fotografi. Ma non la pensano così i vertici del Movimento più tecnologico della Repubblica. Ieri, era tutto un cercare conferme a una voce che gira da qualche giorno, ovvero che Berlusconi abbia avuto più di un summit, recentemente, con Renzi. E soprattutto che i due si siano parlati a quattr'occhi poco prima che il segretario «autosospeso» dei dem andasse in tv da Fabio Fazio, domenica sera, ad anticipare il risultato negativo dei colloqui con i 5 stelle. Ma complotti o non complotti, Di Maio anticipa ai suoi che ci sarà un governo di minoranza del centrodestra, con sostegno esterno di buona parte dei piddini. E questo schema, nel Movimento, lo chiamano già con un certo disprezzo «Renzuschini». Un esecutivo che servirebbe a fare le nomine pubbliche, a salvare Mediaset da Vivendi, a blindare Antitrust, Consob, Agenzia delle comunicazioni e perfino le Procure, con un nuovo Csm, e mantenere intatto il controllo sulle televisioni e sui telegiornali. Insomma, dopo il 34% del 4 marzo, un vero incubo a 5 stelle. In una lunga mail spedita ai suoi deputati per fare il punto di quasi due mesi di trattative inutili, Di Maio ha poi spiegato di aver seguito un percorso «lineare», tentando, in ordine di gradimento, di fare prima un contratto con la Lega («non un'alleanza, sia chiaro») e poi con quel che resta del Pd. Ma è stato tutto inutile perché, secondo i capi del Movimento, «Salvini non è stato in grado di liberarsi di Berlusconi e forse non ne ha mai avuto davvero neppure il desiderio e Renzi ha deciso di unire la sua debolezza con quella del Cavaliere». E uno dei primi effetti del «Renzuschini» nascente sarebbe, come si legge nella mail, «il fatto che sono di nuove partite le richieste ai Tg della Rai di fare servizi contro di noi». Così, ecco la gentile promessa ai piani alti di Viale Mazzini: «Negli ultimi 50 giorni ci avevano trattato con i guanti bianchi perché avevano paura che andassimo al governo e sostituissimo i direttori. Cosa che faremo molto presto, grazie a una legge finalmente meritocratica». E anche se Di Maio riconosce che «in questi due mesi, l'unico corretto con noi è stato il presidente Mattarella», lunedì il leader di Pomigliano d'Arco andrà comunque al Quirinale vestendo i panni del Signor no. Il Movimento vuole elezioni subito e se il Colle dirà che a giugno non sono più possibili, allora le chiederà per ottobre. E se poi gli verrà opposto che in autunno non si può perché c'è la legge di bilancio da approvare, allora urne a febbraio. Ma per ripicca, con la stessa legge elettorale di adesso. Anche se fino ai ieri M5s non escludeva di aprire al doppio turno alla francese. «Di ballottaggi potevamo discutere in un contesto di dialogo corretto con gli altri partiti, non certo in questa situazione di ammucchiata messa su al solo scopo di fregarci», sintetizza uno dei deputati più ferrato sui sistemi di voto. Come segno di «attenzione ai problemi reali», però, ieri i senatori 5 stelle hanno dato il via libera alla proroga delle procedure di cessione di Alitalia. Non si tratta di spingere perché venga effettivamente venduta, ma, si legge in una nota, «di un atto di responsabilità nei confronti dell'azienda e di chi ci lavora, soprattutto alla luce dello stallo politico che viviamo». Uno stallo che sperano quasi di non dover rimpiangere. Francesco Bonazzi
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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