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2018-05-04
Il centrodestra si compatta sull’incarico
ANSA
Nel giorno in cui si chiude il forno tra M5s e Partito democratico, il centrodestra si ricompatta in vista delle consultazioni lampo di lunedì al Quirinale. E da quel filtra, tra Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, l'idea sarebbe quella di proporre al capo dello Stato di dare un incarico al segretario della Lega Matteo Salvini per cercare una maggioranza in Parlamento. L'ultima speranza, infatti, è quella di trovare voti di possibili responsabili in uscita da altri partiti, soprattutto tra i grillini, in particolare se M5s dovesse spaccarsi dopo il flop del leader Luigi Di Maio. È un ultimo tentativo, che vede esclusa un'intesa con il Pd e su cui in pochi riservano speranze dati gli umori del Colle. Non a caso già ieri nel quartier generale di Silvio Berlusconi come in quello di Salvini si è iniziato a ragionare sulle elezioni imminenti - nel giro di cinque o sei mesi - come sulle prossime liste elettorali. Queste ultime, a quanto pare, potrebbero riserbare molte sorprese, sia tra gli azzurri sia tra i leghisti. Eppure Salvini pare crederci ancora nel possibile preincarico che avrebbe l'obiettivo di raccogliere consensi su un programma che riguardi la flat tax, l'abolizione della legge Fornero e il sostegno del reddito degli italiani.
In ogni caso, reduce dalla vittoria in Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga, la coalizione non è mai stata così compatta come in questo periodo, tanto che le tensioni delle ultime settimane sarebbero ormai un ricordo lontano. A dimostrarlo anche gli accordi raggiunti in vista delle prossime elezioni comunali del 10 maggio: in Toscana in tutti i 21 Comuni che andranno al voto Forza Italia e Lega vanno a braccetto. Per di più negli ultimi giorni Berlusconi si sarebbe avvicinato ancora di più al governatore ligure Giovanni Toti, da mesi ambasciatore degli azzurri con i leghisti, mentre i rapporti con il presidente dell'europarlamento Antonio Tajani si sarebbero raffreddati. Nel fine settimana i tre partiti della coalizione limeranno la proposta da portare al Colle, forse ci potrebbe anche essere un incontro lunedì mattina a Palazzo Grazioli per timbrare l'accordo. Intanto oggi pomeriggio il Carroccio si radunerà in via Bellerio per il consiglio federale, dove con tutta probabilità uscirà una linea condivisa.
A quanto pare la Lega continua a non voler sentire parlare di governi con il Partito democratico o di esecutivi tecnici o del presidente. Da settimane circola l'ipotesi che Mattarella possa dare un incarico alla mente economica Giancarlo Giorgetti, un progetto che avrebbe il sostegno dell'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e dello stesso Berlusconi. C'è chi sostiene che anche i democratici potrebbero dare un appoggio, magari astenendosi in Parlamento in un nuovo inedito patto del Nazareno. Sono però solo ipotesi che circolano da giorni senza avere conferme pubbliche dai diretti interessati. Lo stesso segretario del Pd Maurizio Martina ieri chiudeva a questa ipotesi, spiegando che i democratici non avrebbero fatto parte di un governo con Berlusconi, Salvini e Meloni. La strada, insomma, appare al momento impraticabile, anche perché né Giorgetti né Salvini sarebbero d'accordo.
Oggi quindi la Lega certificherà di non voler partecipare a governi del presidente o di tregua. Al contempo, a quanto risulta alla Verità, potrebbe aprire però a un governo di scopo, con un limite di tempo ben preciso e con riforme certe, nello specifico quella elettorale. È la linea che proprio Giorgetti aveva delineato il primo maggio. «Salvini è il candidato naturale alla presidenza del Consiglio, ma noi abbiamo sempre aggiunto che Salvini è disposto a guidare un governo che abbia una solida maggioranza e una solida maggioranza in Parlamento, secondo noi, è fra il centrodestra e il Movimento 5 stelle», aveva spiegato il capogruppo alla Camera. «Altre soluzioni, incollate con lo scotch, trovare di volta in volta 40-50 parlamentari, per permettere di sopravvivere giorno per giorno, ecco questo non ha molto senso. Non serve al Paese, non serve agli italiani e su quell'ipotesi non credo che Matteo Salvini sia disponibile. Nei prossimi giorni dovremo valutare se ci sia la possibilità di fare un governo che governi, con il Movimento 5 stelle, o tornare alle urne».
Nel frattempo si va avanti con ordine, in vista dell'incontro di lunedì con Mattarella. L'ipotesi di un incarico a un esponente del centrodestra è stata avanzata ieri dalla leader di Fdi Giorgia Meloni. «Chiamerò Salvini e Berlusconi», ha spiegato «per proporre che il centrodestra lunedì nelle consultazioni con il presidente Mattarella chieda un incarico pieno per andare in Parlamento, verificare se ci sono i numeri su alcune proposte serie di cose da fare. Se non ci saranno quei numeri, sarà comunque un governo di centrodestra ad accompagnare l'Italia a nuove elezioni e non Gentiloni». Ma è Anna Maria Bernini, capogruppo al Senato di Forza Italia, a spiegare nei dettagli quello che potrebbe essere un governo sostenuto dai «responsabili». Dice Bernini che «a due mesi dal voto, la priorità per Forza Italia è dare subito un governo al Paese, uscendo dalle chiacchiere inconcludenti e dannose di chi parla troppo e fa troppo poco. Serve un governo di centrodestra, votato dagli italiani e sostenuto in Parlamento da voti responsabili, per rispondere presto e bene ai bisogni e alle esigenze del Paese». Ma le elezioni si avvicinano sempre di più.
Mattarella ormai va a oltranza: terzo giro di valzer per tutti
Il tempo sta per scadere: prepariamoci alle elezioni anticipate, a ottobre o novembre. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato un terzo giro di consultazioni al Quirinale: lunedì prossimo, 7 maggio, incontrerà tutte le forze politiche in un solo giorno. «A distanza di due mesi», hanno fatto sapere fonti del Colle, «le posizioni di partenza dei partiti sono rimaste invariate. Non è emersa alcuna prospettiva di maggioranza di governo. Nei giorni scorsi è tramontata anche la possibilità di un'intesa tra il M5s e il Pd. Il presidente Mattarella svolgerà nuove consultazioni, in un'unica giornata, quella di lunedì, per verificare se i partiti abbiano altre prospettive di maggioranze di governo».
Si inizierà alle 10, con il M5s; alle 11 il centrodestra unito; alle 12 il Pd; alle 16 Leu; alle 16.20 il gruppo per le Autonomie del Senato, Svp e Uv; alle 16.40 il gruppo misto del Senato; alle 17 il gruppo misto della Camera; alle 17.30 il presidente della Camera, Roberto Fico, e alle 18 il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.
Mattarella non ha neanche aspettato il risultato della direzione del Pd di ieri, per convocare nuovamente i partiti al Colle. Il capo dello Stato sapeva che il segretario reggente, Maurizio Martina, avrebbe chiuso definitivamente la porta al M5s, che del resto, attraverso le parole di Luigi Di Maio, aveva già fatto altrettanto con i dem. Dunque, lunedì è il termine ultimo per cercare di sciogliere il groviglio di veti e controveti, tatticismi esasperati, aperture e chiusure, che in questi due mesi hanno caratterizzato il dibattito politico post elettorale. Un governo centrodestra-M5s è stato escluso dalle consultazioni del presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati: l'ipotesi Pd-M5s è caduta negli ultimi giorni. Ora, Mattarella può tentare la strada del governo di «responsabilità», che quanto meno modifichi la legge elettorale. Il M5s ha fatto sapere che non ci starà. La Lega? Forse sì, forse no. Mattarella esplorerà questa possibilità in prima persona, perché non ne può più dei balletti, a partire da quelli dei «ragazzi», Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che avrebbero potuto, come ha verificato (e auspicato) il Quirinale, dare vita a una solida maggioranza parlamentare, se solo non si fossero messi a giocherellare con le mosse propagandistiche (il veto di Di Maio su Forza Italia e le «tentazioni secessionistiche» ventilate dalla Lega mentre era in corso la trattativa Pd-M5s, Lega alla quale Mattarella rimprovera anche le uscite filo Putin).
A proposito di Salvini. Il leader della Lega, in questi ultimi giorni, sostenuto dagli alleati Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, ha chiesto l'incarico per andare in Parlamento a verificare se il centrodestra è in grado di racimolare i 50 deputati e 30 senatori che servono per avere una maggioranza autosufficiente. Mossa propagandistica o prospettiva seria? Mattarella potrebbe anche dare l'ok, ma solo per un pre incarico, come quello che il 22 marzo del 2013 l'allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidò a Pier Luigi Bersani, che sei giorni dopo rinunciò. Il preincarico sarebbe conferito a Salvini con il mandato di «verificare l'esistenza di un sostegno parlamentare certo, che consenta la formazione del governo». Niente salti nel buio: se davvero il centrodestra può aggregare 50 deputati e 30 senatori, deve dimostrarlo al Quirinale prima di chiedere un incarico pieno. Come? Sia alla Camera che al Senato devono nascere gruppi parlamentari, con tanto di capigruppo, che hanno l'obbligo di presentarsi al Colle dichiarando il loro sostegno al governo di centrodestra. L'alternativa è confluire nei gruppi misti, ed esplicitare comunque a Mattarella l'intenzione di allearsi con il centrodestra. Il capo dello Stato non avrebbe la minima intenzione di consentire a Salvini di ricevere l'incarico pieno, farsi sfiduciare in Parlamento e guidare comunque l'Italia verso le elezioni del prossimo autunno.
Ultima chance: una «non sfiducia» del Pd (ovviamente esplicitata lunedì al capo dello Stato) a un governo guidato da un esponente del centrodestra, che possa cambiare la legge elettorale ed evitare l'aumento dell'Iva. L'uomo giusto potrebbe essere il braccio destro di Salvini, Giancarlo Giorgetti, anche se al Quirinale si giudica più adatta la figura della presidente del Senato, Casellati, tra l'altro votata da centrodestra e M5s. Altrimenti, fino alle elezioni del prossimo autunno, a Palazzo Chigi può restare benissimo Paolo Gentiloni, dopo essere stato rinviato alle Camere e sfiduciato.
Carlo Tarallo
Il M5s dirà «elezioni» contro il Nazareno bis
Gli altri avanti con il Renzuschini e i 5 stelle invece divisi tra le piazze, a fare campagna elettorale, e le aule del Parlamento, a tenere Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini inchiodati su ogni singolo voto. Grazie alla forza dei loro 388 pulsanti rossi. Dopo 56 giorni di balletti, il programma di Luigi Di Maio è semplice, anche se un po' disperato: «Sputtana e combatti», si potrebbe riassumere senza dover scomodare i vecchi «Vaffa» di Beppe Grillo. Del resto, ormai, i pentastellati sentono aria di maxi inciucio, con i renziani nel ruolo dei nuovi «responsabili», che «renderanno al Cavaliere il favore incassato ai tempi di Denis Verdini e del primo patto del Nazareno». E rilanciano insistentemente le voci di incontri segreti tra Berlusconi e Renzi poco prima della porta in faccia presa dal Pd e prima ancora che il segretario reggente Maurizio Martina riuscisse a dire la sua.
Certo, l'agenda politica, formalmente, prevede ancora un giro di consultazioni dal presidente Sergio Mattarella nella giornata di lunedì, ma a ieri sera il testo del discorso che Di Maio e i capigruppo Danilo Toninelli e Giulia Grillo andranno a fare al Colle era più stringato che mai. Anzi, addirittura, formula di cortesia a parte, era composto da una sola parola: «Elezioni».
Nell'era degli smartphone non è necessario vedersi di persona, specie se si è inseguiti dai fotografi. Ma non la pensano così i vertici del Movimento più tecnologico della Repubblica. Ieri, era tutto un cercare conferme a una voce che gira da qualche giorno, ovvero che Berlusconi abbia avuto più di un summit, recentemente, con Renzi. E soprattutto che i due si siano parlati a quattr'occhi poco prima che il segretario «autosospeso» dei dem andasse in tv da Fabio Fazio, domenica sera, ad anticipare il risultato negativo dei colloqui con i 5 stelle. Ma complotti o non complotti, Di Maio anticipa ai suoi che ci sarà un governo di minoranza del centrodestra, con sostegno esterno di buona parte dei piddini. E questo schema, nel Movimento, lo chiamano già con un certo disprezzo «Renzuschini». Un esecutivo che servirebbe a fare le nomine pubbliche, a salvare Mediaset da Vivendi, a blindare Antitrust, Consob, Agenzia delle comunicazioni e perfino le Procure, con un nuovo Csm, e mantenere intatto il controllo sulle televisioni e sui telegiornali. Insomma, dopo il 34% del 4 marzo, un vero incubo a 5 stelle.
In una lunga mail spedita ai suoi deputati per fare il punto di quasi due mesi di trattative inutili, Di Maio ha poi spiegato di aver seguito un percorso «lineare», tentando, in ordine di gradimento, di fare prima un contratto con la Lega («non un'alleanza, sia chiaro») e poi con quel che resta del Pd. Ma è stato tutto inutile perché, secondo i capi del Movimento, «Salvini non è stato in grado di liberarsi di Berlusconi e forse non ne ha mai avuto davvero neppure il desiderio e Renzi ha deciso di unire la sua debolezza con quella del Cavaliere». E uno dei primi effetti del «Renzuschini» nascente sarebbe, come si legge nella mail, «il fatto che sono di nuove partite le richieste ai Tg della Rai di fare servizi contro di noi». Così, ecco la gentile promessa ai piani alti di Viale Mazzini: «Negli ultimi 50 giorni ci avevano trattato con i guanti bianchi perché avevano paura che andassimo al governo e sostituissimo i direttori. Cosa che faremo molto presto, grazie a una legge finalmente meritocratica».
E anche se Di Maio riconosce che «in questi due mesi, l'unico corretto con noi è stato il presidente Mattarella», lunedì il leader di Pomigliano d'Arco andrà comunque al Quirinale vestendo i panni del Signor no.
Il Movimento vuole elezioni subito e se il Colle dirà che a giugno non sono più possibili, allora le chiederà per ottobre. E se poi gli verrà opposto che in autunno non si può perché c'è la legge di bilancio da approvare, allora urne a febbraio. Ma per ripicca, con la stessa legge elettorale di adesso. Anche se fino ai ieri M5s non escludeva di aprire al doppio turno alla francese. «Di ballottaggi potevamo discutere in un contesto di dialogo corretto con gli altri partiti, non certo in questa situazione di ammucchiata messa su al solo scopo di fregarci», sintetizza uno dei deputati più ferrato sui sistemi di voto.
Come segno di «attenzione ai problemi reali», però, ieri i senatori 5 stelle hanno dato il via libera alla proroga delle procedure di cessione di Alitalia. Non si tratta di spingere perché venga effettivamente venduta, ma, si legge in una nota, «di un atto di responsabilità nei confronti dell'azienda e di chi ci lavora, soprattutto alla luce dello stallo politico che viviamo». Uno stallo che sperano quasi di non dover rimpiangere.
Francesco Bonazzi
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Tra domenica e lunedì mattina Lega, Fi e Fdi sigleranno un accordo: Matteo Salvini chiederà al presidente di andare in Parlamento a cercare i voti su pochi punti economici chiave. Comunque, la coalizione sta già lavorando alle liste in caso di urne anticipate.Dopo due mesi di stallo totale, il Quirinale ha convocato per lunedì l'intero arco parlamentare. Per traghettare il Paese a elezioni o Paolo Gentiloni o una figura di garanzia, magari la Maria Alberta Casellati.I grillini sono convinti che Silvio Berlusconi e Matteo Renzi si siano incontrati più di una volta. Perciò al presidente chiederanno il voto al più presto. Il piano di battaglia di Luigi Di Maio spiegato in una mail a tutti gli eletti.Lo speciale contiene tre articoli.Nel giorno in cui si chiude il forno tra M5s e Partito democratico, il centrodestra si ricompatta in vista delle consultazioni lampo di lunedì al Quirinale. E da quel filtra, tra Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, l'idea sarebbe quella di proporre al capo dello Stato di dare un incarico al segretario della Lega Matteo Salvini per cercare una maggioranza in Parlamento. L'ultima speranza, infatti, è quella di trovare voti di possibili responsabili in uscita da altri partiti, soprattutto tra i grillini, in particolare se M5s dovesse spaccarsi dopo il flop del leader Luigi Di Maio. È un ultimo tentativo, che vede esclusa un'intesa con il Pd e su cui in pochi riservano speranze dati gli umori del Colle. Non a caso già ieri nel quartier generale di Silvio Berlusconi come in quello di Salvini si è iniziato a ragionare sulle elezioni imminenti - nel giro di cinque o sei mesi - come sulle prossime liste elettorali. Queste ultime, a quanto pare, potrebbero riserbare molte sorprese, sia tra gli azzurri sia tra i leghisti. Eppure Salvini pare crederci ancora nel possibile preincarico che avrebbe l'obiettivo di raccogliere consensi su un programma che riguardi la flat tax, l'abolizione della legge Fornero e il sostegno del reddito degli italiani.In ogni caso, reduce dalla vittoria in Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga, la coalizione non è mai stata così compatta come in questo periodo, tanto che le tensioni delle ultime settimane sarebbero ormai un ricordo lontano. A dimostrarlo anche gli accordi raggiunti in vista delle prossime elezioni comunali del 10 maggio: in Toscana in tutti i 21 Comuni che andranno al voto Forza Italia e Lega vanno a braccetto. Per di più negli ultimi giorni Berlusconi si sarebbe avvicinato ancora di più al governatore ligure Giovanni Toti, da mesi ambasciatore degli azzurri con i leghisti, mentre i rapporti con il presidente dell'europarlamento Antonio Tajani si sarebbero raffreddati. Nel fine settimana i tre partiti della coalizione limeranno la proposta da portare al Colle, forse ci potrebbe anche essere un incontro lunedì mattina a Palazzo Grazioli per timbrare l'accordo. Intanto oggi pomeriggio il Carroccio si radunerà in via Bellerio per il consiglio federale, dove con tutta probabilità uscirà una linea condivisa.A quanto pare la Lega continua a non voler sentire parlare di governi con il Partito democratico o di esecutivi tecnici o del presidente. Da settimane circola l'ipotesi che Mattarella possa dare un incarico alla mente economica Giancarlo Giorgetti, un progetto che avrebbe il sostegno dell'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e dello stesso Berlusconi. C'è chi sostiene che anche i democratici potrebbero dare un appoggio, magari astenendosi in Parlamento in un nuovo inedito patto del Nazareno. Sono però solo ipotesi che circolano da giorni senza avere conferme pubbliche dai diretti interessati. Lo stesso segretario del Pd Maurizio Martina ieri chiudeva a questa ipotesi, spiegando che i democratici non avrebbero fatto parte di un governo con Berlusconi, Salvini e Meloni. La strada, insomma, appare al momento impraticabile, anche perché né Giorgetti né Salvini sarebbero d'accordo.Oggi quindi la Lega certificherà di non voler partecipare a governi del presidente o di tregua. Al contempo, a quanto risulta alla Verità, potrebbe aprire però a un governo di scopo, con un limite di tempo ben preciso e con riforme certe, nello specifico quella elettorale. È la linea che proprio Giorgetti aveva delineato il primo maggio. «Salvini è il candidato naturale alla presidenza del Consiglio, ma noi abbiamo sempre aggiunto che Salvini è disposto a guidare un governo che abbia una solida maggioranza e una solida maggioranza in Parlamento, secondo noi, è fra il centrodestra e il Movimento 5 stelle», aveva spiegato il capogruppo alla Camera. «Altre soluzioni, incollate con lo scotch, trovare di volta in volta 40-50 parlamentari, per permettere di sopravvivere giorno per giorno, ecco questo non ha molto senso. Non serve al Paese, non serve agli italiani e su quell'ipotesi non credo che Matteo Salvini sia disponibile. Nei prossimi giorni dovremo valutare se ci sia la possibilità di fare un governo che governi, con il Movimento 5 stelle, o tornare alle urne».Nel frattempo si va avanti con ordine, in vista dell'incontro di lunedì con Mattarella. L'ipotesi di un incarico a un esponente del centrodestra è stata avanzata ieri dalla leader di Fdi Giorgia Meloni. «Chiamerò Salvini e Berlusconi», ha spiegato «per proporre che il centrodestra lunedì nelle consultazioni con il presidente Mattarella chieda un incarico pieno per andare in Parlamento, verificare se ci sono i numeri su alcune proposte serie di cose da fare. Se non ci saranno quei numeri, sarà comunque un governo di centrodestra ad accompagnare l'Italia a nuove elezioni e non Gentiloni». Ma è Anna Maria Bernini, capogruppo al Senato di Forza Italia, a spiegare nei dettagli quello che potrebbe essere un governo sostenuto dai «responsabili». Dice Bernini che «a due mesi dal voto, la priorità per Forza Italia è dare subito un governo al Paese, uscendo dalle chiacchiere inconcludenti e dannose di chi parla troppo e fa troppo poco. 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Mattarella non ha neanche aspettato il risultato della direzione del Pd di ieri, per convocare nuovamente i partiti al Colle. Il capo dello Stato sapeva che il segretario reggente, Maurizio Martina, avrebbe chiuso definitivamente la porta al M5s, che del resto, attraverso le parole di Luigi Di Maio, aveva già fatto altrettanto con i dem. Dunque, lunedì è il termine ultimo per cercare di sciogliere il groviglio di veti e controveti, tatticismi esasperati, aperture e chiusure, che in questi due mesi hanno caratterizzato il dibattito politico post elettorale. Un governo centrodestra-M5s è stato escluso dalle consultazioni del presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati: l'ipotesi Pd-M5s è caduta negli ultimi giorni. Ora, Mattarella può tentare la strada del governo di «responsabilità», che quanto meno modifichi la legge elettorale. Il M5s ha fatto sapere che non ci starà. La Lega? Forse sì, forse no. Mattarella esplorerà questa possibilità in prima persona, perché non ne può più dei balletti, a partire da quelli dei «ragazzi», Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che avrebbero potuto, come ha verificato (e auspicato) il Quirinale, dare vita a una solida maggioranza parlamentare, se solo non si fossero messi a giocherellare con le mosse propagandistiche (il veto di Di Maio su Forza Italia e le «tentazioni secessionistiche» ventilate dalla Lega mentre era in corso la trattativa Pd-M5s, Lega alla quale Mattarella rimprovera anche le uscite filo Putin). A proposito di Salvini. Il leader della Lega, in questi ultimi giorni, sostenuto dagli alleati Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, ha chiesto l'incarico per andare in Parlamento a verificare se il centrodestra è in grado di racimolare i 50 deputati e 30 senatori che servono per avere una maggioranza autosufficiente. Mossa propagandistica o prospettiva seria? Mattarella potrebbe anche dare l'ok, ma solo per un pre incarico, come quello che il 22 marzo del 2013 l'allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidò a Pier Luigi Bersani, che sei giorni dopo rinunciò. Il preincarico sarebbe conferito a Salvini con il mandato di «verificare l'esistenza di un sostegno parlamentare certo, che consenta la formazione del governo». Niente salti nel buio: se davvero il centrodestra può aggregare 50 deputati e 30 senatori, deve dimostrarlo al Quirinale prima di chiedere un incarico pieno. Come? Sia alla Camera che al Senato devono nascere gruppi parlamentari, con tanto di capigruppo, che hanno l'obbligo di presentarsi al Colle dichiarando il loro sostegno al governo di centrodestra. L'alternativa è confluire nei gruppi misti, ed esplicitare comunque a Mattarella l'intenzione di allearsi con il centrodestra. Il capo dello Stato non avrebbe la minima intenzione di consentire a Salvini di ricevere l'incarico pieno, farsi sfiduciare in Parlamento e guidare comunque l'Italia verso le elezioni del prossimo autunno. Ultima chance: una «non sfiducia» del Pd (ovviamente esplicitata lunedì al capo dello Stato) a un governo guidato da un esponente del centrodestra, che possa cambiare la legge elettorale ed evitare l'aumento dell'Iva. L'uomo giusto potrebbe essere il braccio destro di Salvini, Giancarlo Giorgetti, anche se al Quirinale si giudica più adatta la figura della presidente del Senato, Casellati, tra l'altro votata da centrodestra e M5s. Altrimenti, fino alle elezioni del prossimo autunno, a Palazzo Chigi può restare benissimo Paolo Gentiloni, dopo essere stato rinviato alle Camere e sfiduciato. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-centrodestra-si-compatta-sullincarico-2565613238.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-m5s-dira-elezioni-contro-il-nazareno-bis" data-post-id="2565613238" data-published-at="1770830336" data-use-pagination="False"> Il M5s dirà «elezioni» contro il Nazareno bis Gli altri avanti con il Renzuschini e i 5 stelle invece divisi tra le piazze, a fare campagna elettorale, e le aule del Parlamento, a tenere Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini inchiodati su ogni singolo voto. Grazie alla forza dei loro 388 pulsanti rossi. Dopo 56 giorni di balletti, il programma di Luigi Di Maio è semplice, anche se un po' disperato: «Sputtana e combatti», si potrebbe riassumere senza dover scomodare i vecchi «Vaffa» di Beppe Grillo. Del resto, ormai, i pentastellati sentono aria di maxi inciucio, con i renziani nel ruolo dei nuovi «responsabili», che «renderanno al Cavaliere il favore incassato ai tempi di Denis Verdini e del primo patto del Nazareno». E rilanciano insistentemente le voci di incontri segreti tra Berlusconi e Renzi poco prima della porta in faccia presa dal Pd e prima ancora che il segretario reggente Maurizio Martina riuscisse a dire la sua. Certo, l'agenda politica, formalmente, prevede ancora un giro di consultazioni dal presidente Sergio Mattarella nella giornata di lunedì, ma a ieri sera il testo del discorso che Di Maio e i capigruppo Danilo Toninelli e Giulia Grillo andranno a fare al Colle era più stringato che mai. Anzi, addirittura, formula di cortesia a parte, era composto da una sola parola: «Elezioni». Nell'era degli smartphone non è necessario vedersi di persona, specie se si è inseguiti dai fotografi. Ma non la pensano così i vertici del Movimento più tecnologico della Repubblica. Ieri, era tutto un cercare conferme a una voce che gira da qualche giorno, ovvero che Berlusconi abbia avuto più di un summit, recentemente, con Renzi. E soprattutto che i due si siano parlati a quattr'occhi poco prima che il segretario «autosospeso» dei dem andasse in tv da Fabio Fazio, domenica sera, ad anticipare il risultato negativo dei colloqui con i 5 stelle. Ma complotti o non complotti, Di Maio anticipa ai suoi che ci sarà un governo di minoranza del centrodestra, con sostegno esterno di buona parte dei piddini. E questo schema, nel Movimento, lo chiamano già con un certo disprezzo «Renzuschini». Un esecutivo che servirebbe a fare le nomine pubbliche, a salvare Mediaset da Vivendi, a blindare Antitrust, Consob, Agenzia delle comunicazioni e perfino le Procure, con un nuovo Csm, e mantenere intatto il controllo sulle televisioni e sui telegiornali. Insomma, dopo il 34% del 4 marzo, un vero incubo a 5 stelle. In una lunga mail spedita ai suoi deputati per fare il punto di quasi due mesi di trattative inutili, Di Maio ha poi spiegato di aver seguito un percorso «lineare», tentando, in ordine di gradimento, di fare prima un contratto con la Lega («non un'alleanza, sia chiaro») e poi con quel che resta del Pd. Ma è stato tutto inutile perché, secondo i capi del Movimento, «Salvini non è stato in grado di liberarsi di Berlusconi e forse non ne ha mai avuto davvero neppure il desiderio e Renzi ha deciso di unire la sua debolezza con quella del Cavaliere». E uno dei primi effetti del «Renzuschini» nascente sarebbe, come si legge nella mail, «il fatto che sono di nuove partite le richieste ai Tg della Rai di fare servizi contro di noi». Così, ecco la gentile promessa ai piani alti di Viale Mazzini: «Negli ultimi 50 giorni ci avevano trattato con i guanti bianchi perché avevano paura che andassimo al governo e sostituissimo i direttori. Cosa che faremo molto presto, grazie a una legge finalmente meritocratica». E anche se Di Maio riconosce che «in questi due mesi, l'unico corretto con noi è stato il presidente Mattarella», lunedì il leader di Pomigliano d'Arco andrà comunque al Quirinale vestendo i panni del Signor no. Il Movimento vuole elezioni subito e se il Colle dirà che a giugno non sono più possibili, allora le chiederà per ottobre. E se poi gli verrà opposto che in autunno non si può perché c'è la legge di bilancio da approvare, allora urne a febbraio. Ma per ripicca, con la stessa legge elettorale di adesso. Anche se fino ai ieri M5s non escludeva di aprire al doppio turno alla francese. «Di ballottaggi potevamo discutere in un contesto di dialogo corretto con gli altri partiti, non certo in questa situazione di ammucchiata messa su al solo scopo di fregarci», sintetizza uno dei deputati più ferrato sui sistemi di voto. Come segno di «attenzione ai problemi reali», però, ieri i senatori 5 stelle hanno dato il via libera alla proroga delle procedure di cessione di Alitalia. Non si tratta di spingere perché venga effettivamente venduta, ma, si legge in una nota, «di un atto di responsabilità nei confronti dell'azienda e di chi ci lavora, soprattutto alla luce dello stallo politico che viviamo». Uno stallo che sperano quasi di non dover rimpiangere. Francesco Bonazzi
Il Carnevale di Viareggio (iStock)
Semel in anno licet insanire! Ci siamo: questa è la settimana più folle dell’anno e già giovedì s’imbandisce la tavola di «grasso». Per una fortunata coincidenza di calendario, il Carnevale, che ha infiniti significati e origini remotissime quanto intriganti, nel 2026 ingloba nei festeggiamenti in maschera anche la ricorrenza degli innamorati: San Valentino.
Il che riporta a origini ancor più remote: per comprenderle bisognerebbe andare a Mamoiada a farsi travolgere dalla forza dionisiaca dei Mamuthones. Sono queste maschere che danzano lentissime al suono dei campanacci e, ricoperte di pelli, rappresentano un “residuo” dei lupercalia, le ultime feste pagane a estinguersi. Fino al quarto secolo Papa Gelasio lamentava che i cristiani si lasciassero trascinare in questi riti pagani.
I lupercalia si celebravano tra il 13 e il 15 febbraio, nel mese che i romani ritenevano nefasto. C’è chi dice che fossero indetti a gloria e a tacitare le ire del dio Fauno, che guidava i lupi affamati all’assalto delle greggi nell’ultimo mese d’inverno. Da qui l’idea che sacrificando si potessero salvare le greggi e che i giorni dedicati al Luperco (una sorta di lupo divinizzato) assicurassero fertilità e prosperità alle mandrie.
Sarà un caso, ma se si prova a rispondere alla domanda su quando inizia il Carnevale, si ottengono le risposte più diverse: c’è chi dice da Santo Stefano, c’è chi dice la settimana prima della Quaresima. In realtà una data precisa ci sarebbe: il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonia Abate, protettore degli animali e delle benedizioni delle stalle. Anche qui, l’assonanza con i lupercalia ritorna. Anche se c’è chi sostiene che quei giorni per i romani fossero la celebrazione di Romolo e Remo allattati dalla lupa. I lupercalia erano riti di fertilità, con maschere e pelli di lupo o capra. Quel travestimento era uno dei cosiddetti riti di passaggio e le donne venivano portate a farsi fecondare dal caprone cosmico. I lupercalia erano riti anche di fertilità. Si narra che gli etruschi facessero una divinazione in quei giorni e che le donne sposate che non avevano figli venissero condotte nel recinto sacro e fosse loro cinto l’addome con strisce di pelle di caprone. Dieci lune dopo il rito tutte rimanevano incinte.
Non sorprende, quindi, che San Valentino cada il 14 febbraio. Scavando nelle antiche tradizioni, si scoprono tratti inediti del carnevale. Se i lupercalia ci avvicinano alla magia della morte e resurrezione, sono i riti dionisiaci e i saturnali a spiegare la frenesia e la licenziosità, ai tempi nostri ormai solo alimentare, della festa carnascialesca. L’intreccio tra riti dionisiaci e i saturnali spiega infatti molte delle nostre usanze carnevalesche. Onore al dio del vino e della frenesia era un atto di comunicazione tra inferi e viventi, legato al ciclo morte-resurrezione e alla purificazione della città in attesa della primavera. Questa tradizione del rapporto tra i due mondi si perde veramente all’alba dell’umanità e a Roma dove questo s’intreccia con le consuetudini etrusche e con i riti egizi in onore di Iside, la dea della fertilità, per cui vi era una continua relazione tra la morte e la resurrezione. Questi riti si consumavano nel mese dedicato al dio Februus (da cui febbraio) quando la città doveva essere purificata in attesa della nuova vita (la primavera) e il riso era il cereale scelto per invocare la fertilità. Sulla scorta dei saturnali (si festeggiavano in dicembre per annunciare il sol invictus) anche durante i riti di febbraio c'era un sovvertimento dell’ordine sociale per cui nelle libagioni, nelle feste tutti partecipavano con uguale diritto alla frenesia.
Gli scherzi e i travestimenti erano tutti in funzione apotropaica: allontanare la morte con l’anno che se ne va (il capodanno dei latini era a marzo) annunciare la vita. Questa usanza di eliminare le scorie del tempo trascorso si ritrova oggi in alcuni carnevali: il più famoso per il rogo del fantoccio è quello di Poggio Mitreto. Egualmente, le maschere hanno un’origine remotissima: servivano a trasfigurare, come nel teatro greco e romano, evocando personaggi e divinità, e la tradizione del camuffamento risale persino a Babilonia, passando poi in Egitto e Roma con i carrus navalis. Fin dal teatro greco, appunto, si ha la maschera in scena per dare una visione evidente dei personaggi, ma anche per evocare l’immutabilità di fronte agli eventi avvicinando l’attore alla deità. Nel teatro romano vi erano sostanzialmente due stati d’animo significati dalla maschera: l’ilarità e la disperazione. Ma durante i saturnali ci si celava il volto proprio per denunciare che non v’era disparità sociale e durante le dionisiache la maschera celava l’identità anche per non far sapere se si veniva dal mondo dei viventi o dei morti. Questa abitudine al camuffamento è addirittura più remota delle nostre civiltà mediterranee. A Babilonia c’erano i corsi mascherati e dà lì derivano i carri carnevaleschi perché il corteo delle feste di Akitu, che si tenevano all’inizio della primavera (per gli antichi l’inizio dell’anno coincideva con la ripresa del ciclo vitale della natura in consonanza con il mondo agricolo), era aperto da sfilate di carri che riproducevano il ciclo sole-luna, vita-morte, giusto-sbagliato, tenendo conto che durante queste festività la trasgressione era il primo motore. Questi carri passarono in Egitto e poi a Roma dove sfilavano i carrus navalis (una barca su ruote) che apriva il corteo in onore di Iside.
Alcuni sostengono che carnevale derivi proprio da carrus navalis. In realtà è ormai acclarato che il nostro carnevale deriva dall’accezione carnem levare che è eliminare (in epoca cristiana) la carne dalla tavola perché comincia la quaresima (martedì grasso che è l’ultimo giorno di Carnevale viene seguito dal mercoledì delle ceneri, quaranta giorni prima della Pasqua, ovunque in Italia se non a Milano dove per il rito ambrosiano il Carnevale finisce con l’ultima domenica prima della quaresima). In epoca pagana il carnem levare si riferiva a un’astinenza sessuale in segno di purificazione in attesa della fertilità delle idi di marzo. Come si vede dunque, per stare dalle parti degli antenati latini, nihil novi sub solem: noi facciamo gli scherzi di carnevale, ci mettiamo le maschere e anche quelle della commedia dell’arte, da Arlecchino a Pulcinella, hanno a riferimento il teatro antico e i significati rituali dell’evocazione dei morti perché non disturbassero i vivi, facciamo sfilare i carri, ci diamo alla crapula prima della quaresima, che altro non è se non la purificazione in vista della resurrezione di Cristo, così come in antico il digiuno purificatore procedeva l’innesco del nuovo ciclo vitale.
A Viareggio la satira, a Venezia il fascino. Rassegna dei principali corsi di carri e feste in maschera d’Italia
Sarà per l’eredità latina, ma l’Italia è la patria del Carnevale. Certo, il sambodromo di Rio de Janeiro è un emblema mondiale e lì, danza, carri, evocazioni di presenze animiste vanno dal 13 al 17 febbraio in una sorta di delirio complessivo, ma le feste italiane hanno un fascino unico, tra carri allegorici, maschere storiche e tradizioni locali.
Altri carnevali famosissimi sono quello di Santa Cruz di Tenerife in Spagna che comincia a gennaio e termina a fine febbraio con alcune tappe imprescindibili: l’elezione della reina (da noi invece domina Re Carnevale) il Caso Apoteosis (la grande sfilata del 17 febbraio) e l’Entierro della sardina che corrisponde ai nostri roghi rituali che si fa il giorno dopo mentre in tutte le strade la festa continua fino a fine mese; il carnevale di New Orleans dove il jazz è la colonna sonora, i carri allegorici risentono dell’atmosfera creola e il mardì grass è una sorta di riesumazione del rapporto con la Francia e proprio in Provenza si tiene il Carnevale di Nizza.
Ma in Italia se dici Carnevale pensi a Venezia per le feste fastose e a Viareggio per i carri allegorici. In realtà le sfilate, le feste, i raduni in maschera, le sagre sono diffuse lungo tutta la penisola e come detto a Mamoiada in Sardegna si trovano le tracce più remote del Carnevale.
A Venezia il programma è ricco: giovedì 12 febbraio sfilata dei carri a Pellestrina, taglio della testa del toro in piazza San Marco e show delle maschere per le calli. Sabato i carri sfilano a Marghera, domenica a Campalto. Il clou è martedì 17 con la sfilata sul Canal Grande, dove si possono incontrare personaggi storici come Giacomo Casanova nascosti dietro le maschere tradizionali:la Bauta (la più diffusa, bianca e senza bocca), la Moretta (velvet ovale femminile), il medico della peste (con il lungo becco) e la Ganaga (info www.carnevale.venezia.it).
A Viareggio, dove la satira prende forma tridimensionale, i corsi mascherati si tengono il 12, 15 e 17 febbraio, con la proclamazione del carro vincitore il 21 febbraio. Tutta la città è coinvolta e ovunque ci sono le feste rionali e grandi abbuffate gastronomiche (www.viareggio.ilcarnevale.com). Fano affida la regia del Carnevale al tre volte premio Oscar Dante Ferretti, con il tema di quest’anno Il viaggio di Vulon e il lancio delle caramelle domenica 15 febbraio. Altro carnevale storico è quello di Cento in provincia di Ferrara che è tra i più lunghi, si sviluppa su cinque settimane ed è gemellato con quello di Rio. Gli appuntamenti con le sfilate dei carri sono per il 15 e il 22 febbraio e il primo marzo (info: www.carnevaledicento.it).
Famosissimo in tutto il Sud è il Carnevale di Putignano che si vanta di essere il più antico d'Europa. La festa come da consuetudine è in programma per il 15 e 17 febbraio, ma a Putignano oltre alla maschere, ci sono concerti (una festa speciale è prevista per San Valentino) spaghettate, mostre (info: www.carnevalediputignano.it). In Sardegna oltre al Carnevale di Mamoiada con i Mamuthones (sfilata il 17 febbraio, martedì grasso) molto famoso ma anche molto spettacolare è quello di Oristano con la giostra della Sartiglia che si corre domenica 15 febbraio e il martedì grasso (17 febbraio). La particolarità di questo torneo equestre che affonda le radici ai tempi dei Giudicati è che i cavalieri che devono infilzare un anello fatto a stella con la lancia corrono con la maschera in volto. Ad animare il carnevale d’Ivrea è la battaglia delle arance: si svolge domenica 15, lunedì 16 e martedì 17. Il carnevale comincia il 15 ed è l’unico che sfocia nel mercoledì delle ceneri con la tradizionale polentata (info: www.storicornevaledivrea.it). Infine ultima tappa al Sud, in Sicilia, ad Acireale, dove si svolge con le date canoniche (dal 12 al 17 febbraio, ma la festa qui comincia a fine gennaio) una doppia sfilata di carri allegorici e di carri fioriti contornati come in tutti i cortei dalla festa di popolo (info: www.carnevaleacireale.eu).
I cenci, la bandiera della dolcezza fritta. Niente di meglio di un passito per scordarsi del passato: ecco i vini di Carnevale
Vuole la vulgata popolare che «fritta è buona anche una ciabatta». Sarà per questo che a Carnevale, in tutta Italia, si frigge. La verità è che questo è il modo più veloce per offrire dolci fragranti in quantità industriali. Sciovinismo a parte si può dire che la madre di tutti i dolcetti di carnevale sono i cenci, o gli stracci, che poi diventano frappe, sfrappole e via discorrendo nelle diverse cucine italiche.
Ma perché questi semplicissimi dolci toscani sono l’archetipo?
Semplicemente perché Pellegrino Artusi, che si era fatto fiorentino in esilio da Forlimpopoli, li codifica nel suo La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene nella ricetta 595 che così recita: «Farina, grammi 240. Burro, grammi 20. Zucchero in polvere, grammi 20. Uova, n. Acquavite, cucchiaiate n. l. Sale, un pizzico. Fate con questi ingredienti una pasta piuttosto soda, lavoratela moltissimo con le mani e lasciatela un poco in riposo, infarinata e involtata in un canovaccio. Se vi riuscisse tenera in modo da non poterla lavorare, aggiungete altra farina. Tiratene una sfoglia della grossezza d’uno scudo, e col coltello o con la rotellina a smerli, tagliatela a strisce lunghe un palmo circa e larghe due o tre dita. Fate in codeste strisce qualche incisione per ripiegarle o intrecciarle o accartocciarle onde vadano in padella (ove l’unto, olio o lardo, deve galleggiare) con forme bizzarre. Spolverizzatele con zucchero a velo quando non saranno più bollenti. Basta questa dose per farne un gran piatto. Se il pane lasciato in riposo avesse fatta la crosticina, tornatelo a lavorare».
Partendo dall’Artusi il viaggio in Italia è dolcissimo e ogni regione celebra il Carnevale con dolci tipici.
In Lombardia, dove il Carnevale si allunga fino alla domenica, si fanno i dolcetti che esaltano le mele: i laciaditt. A Venezia si dice che Casaonva andasse pazzo per le fritole che sono frittelle barocche con pinoli e uva passolina, mentre l’opulenza gonzaghesca impone i riccioli che sono però fatti in forno: farina gialla finissima con burro, zucchero, strutto, tuorli d'uova e scorza di limone grattugiata. Li amano tutti quelli che sciano, sono krapfen, magari ripieni di crema (insomma i bomboloni del resto d’Italia) che si sposano con le frittelle di mele caratteristiche anche delTrentino. Leggere come l’aria tanto che una tira l’altra sono le castagnole gonfie e cremose d’Alessandria che il Monferrato chiama Carciò. In Emilia si fanno i rosoni: impasto simile a quello dei cenci, ma intrecciati in modo da sembrare gli alamari asburgici con tanta scorza d’arancio e in Romagna si fa di castagnola che bagnata nell’Alchermes diventa lo scroccafuso tradizionale delle Marche dove ci sono anche i mitici arancini o limoncini che si possono o fare al forno o fritti. In Umbria si rispolvera la crescionda spoletina, ma anche e soprattutto le frittelle di riso, quelle di mele o quelle di pasta di pane addolcita col miele. Nel basso Lazio si preparano delle mini-castagnole e torna in tutto il centro Italia la cicerchiata arricchita di miele e mandorle dolci. È parente strettissima degli struffoli napoletani. La pignolata con la glassa di zucchero è emblema della Sicilia, in Sardegna trionfano le zeppole mentre a Napoli si fanno le graffe che sono ciambelle fritte intrecciate, parenti dei frati toscani e delle ciambelle abruzzesi, mentre in Puglia continua la stagione delle cartellate.
Con questi dolcetti, d’obbligo sono i passiti.
Si parte dalla Valle d’Aosta con lo Chambave Muscat (Lavrille e la Crotta des Vigneron da tenere in conto). Si scende in Piemonte con l’Asti Spumante (come si fa a non dire Gancia o Bosca) con il Moscato d’Asti (la Cuadrina) o col Barolo Chinato ottimo con la cioccolata (Pio Cesare) o col Brachetto d’Acqui un vino «fragoloso» (Rosa Regale di Banfi). In Lombardia il passito del Garda (Brolo dei Giusti) o il rarissimo Moscato di Scanzo (il Cipresso). In Veneto eccoci con il Recioto della Valpolicella rosso (Angelorum di Masi) e il Recioto di Soave bianco (Poesie Cantina di Soave) e il Torcolatod i Breganze (Maculan) e il Fiori d’Arancio (Ca’ Lustra). In Friuli Picolit (Livio Felluga) e Verduzzo (Ramandolo La Roncaia). In Trentino Alto Adige ecco il Moscato Giallo (Serenade di Caldaro) e il Moscato Rosa (Franz Hass) o il Vino Santo da Nosiola (Pravis). In Liguria lo Sciacchetrà (Possa) trionfa, in Toscana il ventaglio è ampio ma si risolve nel Vin Santo (Avignonesi, Antinori, Frescobaldi) e nell’Aleatico dell’Elba (Le Ripalte). Impeccabile in Umbria il Sagrantino Passito di Arnaldo Caprai, inarrivabile il Muffato della Sala (Antinori). Nelle Marche ottimo il Pius IX de Il Pollenza, buonissimo il Maximo di Umani Ronchio (da verdiccio prevalente) amabilissima la Vernaccia di Serrapetrona (Quacquarini e Fontezoppa). In Romagna suadente l’Albana Passita (La Zerbina). Nel Lazio Moscato di Terracina (Villa Gianna) e Aleatico di Gradoli oltre alla Malvasia (Stillato di Pallavicini). In Puglia si fa un grande passito da uva Fiano (Zoe Vignaioli Vespa). In Calabria il vino identitario è il Moscato passiti di Saracena (Millirosu) e in Sicilia si va sulle isole per lo Zibibbo di Pantelleria (Ben Rye) per la Malvasia delle Lipari (Hauner), per il Marsala (Florio o Vecchio Samperi) e infine in Sardegna tre opzioni: la Vernaccia di Oristano (Contini), il passito del Sulcis da Nasco e Vermentino (Latina di Santadi) o uno straordinario vino liquoroso come l’Anghelo Ruju di Sella e Mosca.
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«L'effetto Olimpiadi porterà oltre 5 milioni di presenze negli agriturismi montani, intercettando una quota rilevante di visitatori alla ricerca di autenticità, paesaggi, produzioni locali e attività all'aria aperta. Un modello che coinvolge migliaia di aziende agricole, rafforza i piccoli comuni montani e valorizza i territori dove nasce la gran parte delle produzioni Dop e Igp italiane. Ad affermarlo sono le stime di Coldiretti e Campagna Amica, diffuse in occasione dell'apertura della Bit, la Borsa del Turismo a Milano.
L'impatto della vetrina olimpica si inserisce in un trend già strutturale di crescita, con soggiorni medi più lunghi, una spesa giornaliera più elevata e una domanda sempre più orientata alla qualità dell'esperienza, alla natura e al cibo di origine certa.
L'agriturismo rappresenta ormai da anni un componente fondamentale del turismo delle zone montane. Una struttura agrituristica su tre è in montagna e la presidia, e in oltre 13.000 offrono trekking, equitazione, ciclismo, escursionismo — realizzando ogni giorno quel binomio tra sport e cibo sano che le Olimpiadi portano alla ribalta mondiale. Si tratta della prima edizione dei Giochi Invernali pienamente aperta al pubblico dopo la pandemia, con una visibilità globale che proietta i territori olimpici sotto i riflettori internazionali.
In questo contesto Coldiretti e Campagna Amica sono protagoniste con una presenza diffusa nelle principali sedi di gara, trasformando l'appuntamento sportivo in un'esperienza completa che unisce sport, agricoltura e identità territoriale. A Bormio il Villaggio Coldiretti Valtellina accompagna per tutta la durata delle Olimpiadi atleti e visitatori con mercati a chilometro zero, ristorazione contadina e attività di animazione dedicate alle eccellenze agroalimentari locali. A Cortina d'Ampezzo l'Italia del cibo e delle filiere agricole trova spazio nelle iniziative promosse da Coldiretti e Campagna Amica all'interno dei luoghi simbolo dell'accoglienza olimpica, valorizzando i prodotti del territorio e il legame tra alimentazione, benessere e sport. A Predazzo, nel cuore della Val di Fiemme, la presenza di Coldiretti anima le serate olimpiche con eventi e degustazioni che raccontano la montagna trentina, le sue produzioni e la cultura agricola che la presidia ogni giorno.
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La Nazionale azzurra di cricket impegnata al Mondiale 2026 (foto Federazione Cricket Italiana F.CR.I.)
A Calcutta, dove il cricket è più di uno sport e somiglia a una religione civile, l’Italia ha fatto il suo ingresso in una storia che fino a poco tempo fa sembrava lontanissima. Domenica 9 febbraio 2026 resterà una data simbolica: per la prima volta una Nazionale azzurra ha giocato un Mondiale di cricket. È successo all’Eden Gardens, uno dei templi di questo gioco, davanti a un pubblico curioso e a una piccola ma rumorosa pattuglia di tifosi arrivati dall’Italia per assistere a un debutto che vale già come traguardo.
Il risultato, contro la Scozia, è stato severo: 208 a 134 per gli avversari. Ma il senso della giornata va oltre il tabellino. Perché il cricket, seguito nel mondo da oltre due miliardi di persone, in Italia resta uno sport di nicchia, spesso confuso con altri giochi e quasi mai raccontato. Eppure oggi esistono una Federazione, un movimento e una Nazionale che è riuscita a qualificarsi per il Mondiale T20, la versione breve e più spettacolare del gioco, in corso tra India e Sri Lanka.
Per capire la portata dell’impresa bisogna partire proprio da qui: il T20 è il formato pensato per la televisione e per il grande pubblico, con partite che durano circa tre ore e ritmi serrati. Ogni squadra ha a disposizione 20 «over», cioè 120 lanci, per segnare più punti possibile. Poi si invertono i ruoli e vince chi ne fa di più. Il cricket, in fondo, è uno sport di mazza e palla, come il baseball, ma con regole e tempi tutti suoi. Due battitori stanno in campo insieme e cercano di colpire la palla per poi correre tra le linee di battuta, mentre la squadra in difesa prova a eliminarli: colpendo il «wicket» (tre paletti di legno), prendendo la palla al volo o sorprendendoli mentre corrono. Quando dieci battitori sono eliminati, o quando finiscono i lanci a disposizione, l’inning si chiude.
A rendere tutto più spettacolare ci sono le battute che finiscono oltre il confine del campo: se la palla esce al volo vale sei punti, se rimbalza prima di uscire ne vale quattro. È il momento che fa alzare gli stadi in piedi, soprattutto in India, dove il cricket è parte dell’identità nazionale e dove l’Eden Gardens è considerato una specie di cattedrale laica dello sport.
In questo scenario l’Italia si è presentata con una squadra che è quasi un ritratto dell’Italia contemporanea: un gruppo multietnico, fatto di figli e nipoti di emigrati italiani cresciuti in Australia, Sudafrica o Inghilterra, e di giocatori arrivati nel nostro Paese da Pakistan, Sri Lanka e India, diventati eleggibili dopo anni di residenza. Un mosaico di storie diverse, tenute insieme da una maglia azzurra che nel cricket, fino a poco fa, era quasi invisibile sulla mappa mondiale.
L’esordio è stato emozionante e complicato. Dopo pochi minuti l’Italia ha perso per infortunio il capitano Wayne Madsen, uno dei suoi uomini chiave, e da lì la partita si è messa in salita. La Scozia ha costruito un punteggio molto alto, difficile da inseguire, e nonostante una buona reazione nella seconda parte del match gli azzurri non sono riusciti a colmare il divario. Il finale ha premiato gli scozzesi, ma ha lasciato anche la sensazione che l’Italia, almeno per tratti, sia riuscita a stare dentro la partita.
Ora il calendario non concede pause: domani, giovedì 12 febbraio, a Mumbai c’è la sfida contro il Nepal, un’altra tappa di questo battesimo mondiale. Il girone è impegnativo, con avversari di grande tradizione come Inghilterra e Indie Occidentali, e per passare il turno servirebbe chiudere tra le prime due. Obiettivo difficile, ma non è questo il punto centrale di questa avventura.
Il vero dato storico è che l’Italia c’è. Che un Paese legato quasi esclusivamente al calcio, per quanto riguarda gli sport di squadra, si è presentato su uno dei palcoscenici più importanti di uno sport globale. Che in uno stadio simbolo di Calcutta, dove un tempo si giocava anche a calcio e dove sono passate generazioni di campioni, è risuonato anche l’inno italiano per un Mondiale di cricket. Il resto, risultati compresi, verrà dopo. Per ora, per gli azzurri, è già iniziato un viaggio che fino a ieri sembrava impensabile.
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