«Ho telefonato ad Alessandra Todde, eletta presidente della Regione Sardegna, per porgerle i miei auguri di buon lavoro. Ci tengo a ringraziare Paolo Truzzu e tutta la coalizione del centrodestra, che con le sue liste si conferma la più votata dagli elettori. Le sconfitte sono sempre un dispiacere, ma anche un’opportunità per riflettere e migliorarsi. Impareremo anche da questo»: il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, commenta così, su X, i risultati delle elezioni di domenica scorsa in Sardegna. In serata poi il premier ci scherza su quando raggiunge la Stampa estera a Roma: «Mi invitate nel giorno in cui perdo le elezioni in Sardegna e sto pure facendo la Quaresima e non posso neanche affogare i miei dispiaceri nell’alcol. Per cui non è la giornata migliore per aspettarsi da me della simpatia».
Una buona dose di sportività che fa capolino anche dalla nota congiunta della stessa Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani: «I dati disponibili», scrivono i leader di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, «consegnano una vittoria per meno di 3.000 voti ad Alessandra Todde su Paolo Truzzu. Siamo rammaricati per il fatto che l’ottimo risultato delle liste di centrodestra, che sfiorano il 50% dei voti, non si sia tramutato anche in una vittoria per il candidato presidente. Da queste elezioni, dunque, non emergerebbe in Sardegna un calo di consenso per il centrodestra. Ma rimane una sconfitta sulla quale ragioneremo insieme per valutare i possibili errori commessi. Continueremo a lavorare», concludono, «imparando dalle nostre sconfitte come dalle nostre vittorie».
La giornata che segue il risultato è caratterizzata dal dibattito sul famigerato voto disgiunto, che porta con sé i soliti veleni tra alleati. Paolo Truzzu ha preso 328.494 voti, il 45%, mentre la somma dei partiti della sua coalizione è pari a 333.873 voti, ovvero il 48,8%. Alessandra Todde, invece, ha ottenuto 331.109 voti, pari al 45,4%. La sua coalizione però si è fermata a 290.720 voti, il 42,6%. In sostanza, Truzzu ha preso 5.000 voti meno del centrodestra, mentre la Todde ha superato di ben 40.000 voti la sua coalizione. È vero che se Truzzu avesse fatto il pieno dei voti dei suoi partiti avrebbe vinto, ma 5.000 voti su 330.000 sono pochissimi: la scelta di chi ha espresso il voto per un partito di centrodestra e un candidato diverso da Truzzu è risultata determinante solo e soltanto perché si è arrivati al fotofinish. Molto più significativo risulta il dato dei 40.000 sardi che pur votando la Todde non hanno dato la loro preferenza a nessuno dei partiti che la sostenevano: ha vinto la candidata, non il campo largo, lungo o santo che dir si voglia. Truzzu, da parte sua, si è rivelato il candidato sbagliato, e il dato che salta agli occhi è la clamorosa sconfitta a Cagliari, città di cui è sindaco. «La lettura del voto è semplice», ammette lo stesso Truzzu, «non sono state elezioni influenzate da fattori nazionali e il dato che lo prova è il risultato di Cagliari che, più che votare Todde, ha votato contro di me. Per questo dico che la responsabilità è mia. Le cause del voto di Cagliari? Ci sono tanti fattori: voto disgiunto, cantieri».
Il voto disgiunto, è bene sottolinearlo, è un esercizio che i candidati ai consigli regionali solitamente evitano di suggerire ai propri elettori: il cittadino deve barrare il simbolo di una lista e il nome di un candidato a presidente sostenuto da altre liste, il che aumenta a dismisura la possibilità di errori e conseguente annullamento della scheda. Ecco perché si tratta di una pratica che di consueto viene utilizzata solo da chi la politica la mastica: qualche alleato scontento ha voluto fare uno sgambetto alla Meloni, che ha imposto Truzzu mortificando la volontà di Lega e Partito sardo d’Azione di riconfermare il presidente uscente Christian Solinas? Il sospetto aleggia: «Sulle elezioni regionali in Sardegna», dice a Dimmi La Verità il vicecapogruppo vicario di Fratelli d’Italia alla Camera, Manlio Messina, «emerge che il centrodestra è la prima coalizione e anche se di poco vince il candidato di centrosinistra. Sul voto disgiunto andrà verificato se è stata una scelta organica o dettata dalla volontà dei cittadini sardi». Il Carroccio, da parte sua, ha gioco facile nel criticare il metodo con il quale si è scelto il candidato: «Quando cambi un candidato in corsa», commenta Salvini, ieri già a Pescara per la campagna elettorale dell’Abruzzo, «è più complicato. Vale anche per un sindaco. Il voto disgiunto? Il centrodestra aumenta di decine di migliaia i suoi voti rispetto alle politiche e ha un problema in qualche grande città non è un problema di un partito e men che meno della Lega». «Il centrodestra si deve ricompattare immediatamente», argomenta Michaela Biancofiore, presidente del gruppo Civici d’Italia al Senato, «perché governare è una responsabilità che va oltre i singoli egoismi di partito. Personalmente credo sempre che il centrodestra dovrebbe essere un contenitore unico, la Squadra per l’Italia, la nazionale politica italiana».
Inutile piangere sul Truzzu versato: il 10 marzo si vota in Abruzzo, dove l’uscente Marco Marsilio, di Fdi, cerca la riconferma. Deve vedersela con Luciano D’Amico, ex rettore dell’università di Teramo, sostenuto da Pd, M5s, Avs, ma pure da Azione e da liste civiche centriste. La coalizione di governo, in ogni caso, da ieri non può più permettersi di adagiarsi sulla vittoria alle politiche, perché Pd e M5s hanno capito che devono necessariamente allearsi, e quindi la «passeggiata» del settembre 2022 è solo un ricordo. Lo spiega bene Gianfranco Rotondi, presidente della Democrazia cristiana con Rotondi e deputato del gruppo di Fdi: «Bentornato bipolarismo», commenta Rotondi, «che piaccia o no: le prossime elezioni abruzzesi saranno un ballottaggio a turno unico e d’ora in poi sarà così, sempre e ovunque. Il centrodestra deve attrezzarsi per vincere non più con una minoranza relativa, ma con una maggioranza assoluta».












