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2020-12-01
Il capo dei cervelloni del Cts strilla e nessuno l’ascolta. Che ci sta a fare?
Coordina il Cts a titolo gratuito, però che ce ne facciamo di un capo degli esperti che difende il diritto allo studio solo a parole? Nell'ultima settimana, Agostino Miozzo ha messo insieme non verbali o pareri sulla didattica in presenza ma dichiarazioni sorprendenti, affermando che «non ha mai sostenuto la necessità di chiudere le scuole» e che vorrebbe «poter scendere in piazza» a protestare con gli studenti, tanto per citare le ultime perle del medico padovano. Ieri, intervenendo a Studio24 su RaiNews24, si è addirittura lamentato perché è «da aprile che il Cts parla di riaprire in sicurezza per studenti, docenti e personale non docente. Sappiamo quali sono i rischi, prevalentemente prima e dopo le lezioni quando ci sono gli assembramenti, perché in aula vengono rispettate le norme previste».
Insegnanti, genitori, alunni si staranno domandando come mai il numero uno di un team di cervelloni resti inascoltato dal governo. Eppure ci capirebbe così tanto, addirittura dichiara: «È più facile che uno studente risulti contagiato da Covid-19 se non frequenta la scuola e fa didattica a distanza piuttosto che il contrario, il rischio è molto sbilanciato e quindi i ragazzi è meglio mandarli in aula». Miozzo si fa passare per voce di uno che grida nel deserto, ma non è che il problema sia proprio lui? Tutto il Paese da mesi pende dalle indicazioni degli esperti del Cts, dai loro scenari sempre più cupi e catastrofici. Elaborano documenti ai quali dobbiamo grande parte delle restrizioni che subiamo, poi ci pensa il governo ad aggiungere misure ancora più contenitive. Se la scuola fosse stata davvero una priorità, l'avremmo capito tutti dai dpcm adottati su consiglio degli scienziati. Invece rimaniamo gli unici in Europa con la didattica a distanza. Austria, Belgio e Grecia hanno chiuso solo per due settimane, l'Italia mantiene gli studenti a casa fino al prossimo gennaio. Il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, difende la scuola senza essere riuscita a farla ripartire in sicurezza, il premier Giuseppe Conte ha mezzo promesso una riapertura prima di Natale pur sapendo che la riorganizzazione del trasporto pubblico e quella dei servizi sanitari territoriali rimangono ostacoli irrisolti, intanto il capo del Cts strilla perché non lo ascoltano.
La pantomima si arricchisce attraverso le molteplici interviste che il medico di Camposampiero, esperto di crisi ed emergenze in giro per il mondo, rilascia a destra e a manca. «Avremo una generazione di liceali che andrà all'esame di Stato a giugno avendo perso il contatto fisico con l'universo scolastico per quasi un anno. È un danno incommensurabile», dichiara al Corriere della Sera. «Ho la posta elettronica invasa da messaggi di genitori che mi raccontano le difficoltà e i drammi dei loro figli. Non ci rendiamo conto che la nostra incapacità di trovare soluzioni al problema della scuola sta aiutando a costruire una generazione di ragazzi fragili ed insicuri», confida il nostro a La Stampa. Il tono si fa più accorato, Miozzo si gonfia di sdegno: «Sembra evidente che la scuola sia la vittima sacrificale della nostra società; è molto più semplice chiudere una scuola che ritardare l'apertura di un nuovo centro commerciale, anche perché i ragazzi non votano».
Fosse un docente, un precario che si è visto sospendere il concorsone o un genitore che sta impazzendo con tre figli a casa, la protesta, anzi lo sfogo sarebbero comprensibili. Ma a parlare a ruota libera è il coordinatore del comitato istituito lo scorso febbraio per fornire consulenza al capo del dipartimento della Protezione civile. La massima autorità, tra gli esperti che consigliano quali misure di prevenzione è necessario adottare per fronteggiare la diffusione del coronavirus. Lo stesso Agostino Miozzo, tra un'ospitata e l'altra afferma che «come Cts ci confrontiamo con una comunità scientifica internazionale. Per le scuole ci siamo confrontati costantemente con l'Oms e altre istituzioni». Con questi ottimi risultati, viene proprio da dire, considerato che i nostri studenti sono stati penalizzati rispetto a quando accade nel resto dell'Europa. Il Cts che monitora la situazione epidemiologica in Italia non ha proprio difeso «il diritto alla scuola», di cui oggi il sessantasette coordinatore si fa tardivo paladino.
Miozzo afferma di non esprimere «un pensiero personale», ma di riflettere il pensiero «di tutti i colleghi del comitato», e questo se vogliamo è ancora peggio. Se la scuola fosse stata una questione al centro delle raccomandazioni degli esperti, il governo non sarebbe rimasto così sordo all'esigenza di non privare della didattica in presenza milioni di studenti. Il medico padovano in pensione, che nel 2017 aveva dichiarato: «Non ho voglia di chiudere la mia carriera ammuffendo chiuso in un ufficio», ed era anche disponibile a fare il commissario alla Sanità in Calabria (carica poi sfumata) parla tutti i giorni, lancia appelli ma è solo con il Cts che poteva fare qualche cosa di buono per la scuola e per i nostri studenti.
Gattuso rimbrotta l’anima di Napoli
Napoli in zona azzurra, come la maglia della squadra di Aurelio De Laurentiis. Tanto qui tutto va bene e ognuno può fare quel che vuole. Come riversarsi a migliaia intorno allo stadio per rendere onore a Diego Armando Maradona, assiepandosi senza lo straccio di una mascherina. Insomma, vedendo le immagini del San Paolo nei giorni scorsi, vien quasi da pensare che il Pibe de oro abbia compiuto l'ultimo miracolo: far sparire il Covid-19, ma solo per chi ha creduto in lui, e quindi a Napoli e dintorni. Sedicenti autorità tutte mute, per carità, che come si apre bocca si rischia di perdere ciò che hanno di più caro al mondo, i voti, e meno male che c'è Ringhio Gattuso, che ha detto quello che mezza Italia pensava, ma non aveva il coraggio di dire per paura di essere tacciata di razzismo. «Ho visto troppi senza mascherina…fate i bravi che ne paghiamo le conseguenze», ha chiesto l'allenatore degli azzurri, dopo aver battuto la Roma.
Insomma, nel silenzio degli altri, Rino Gattuso, ex giocatore del Milan e della nazionale, è assurto a unica guida politica e morale della città. Questo perché nella notta di domenica, dopo una bella vittoria per 4-0, ai microfoni di Sky, ha lanciato il suo appello: «Si respira un'aria triste (per la morte di Maradona, ndr), ma in questo momento la città deve avere anche buon senso: c'è troppa gente senza mascherina». E per evitare di essere accusato di sacrilegio, ha spiegato: «Maradona è una leggenda e lo sanno tutti, però in questo momento bisogna fare i bravi perché sennò ne pagheremo le conseguenze tutti quanti […] Da domani spero che si comincino a fare le cose come si deve, perché la città sta soffrendo tanto per Maradona ma anche per tutti i negozi chiusi e per l'economia». «Tutti noi», ha concluso Gattuso, «abbiamo il dovere di fare le cose fatte bene».
Prima di lui, né il ministro della Salute Roberto Speranza, né il sindaco Luigi De Magistris, né il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, avevano osato smettere di lisciare il pelo ai napoletani in lutto.
De Luca, dopo aver minacciato il lanciafiamme non solo ai suoi sudditi ma a mezza Italia, isole comprese, ha ritrovato la parola cinque ore dopo l'allenatore: «Desidero ringraziare Rino Gattuso ed esprimere apprezzamento per il suo appello ad osservare comportamenti rigorosi al termine di Napoli-Roma». Peccato che tre giorni prima, quando a Napoli c'era già il liberi tutti, il presidente della Campania si fosse limitato a scrivere sui social: «Unico, irripetibile genialità, il più grande di tutti, il più amato di tutti. Un grande uomo di calcio, un grande uomo di sport che prima del mondo intero, ha fatto innamorare Napoli perché di slancio e senza ipocrisia ha saputo scoprirne e interpretarne l'anima». Parole alate, anche se un giorno qualcuno dovrà spiegarci se questa famosa «anima di Napoli», che naturalmente possono capire solo i napoletani, sia minimamente, non diciamo, governabile, ma almeno assoggettabile a confronto dialettico.
Non pervenuti anche Speranza, quello che non ci farebbe fare il Natale neppure con la nonna, e il sindaco-pm De Magistris, un uomo dall'esposto facile. Certo, sempre guardando le immagini qui dall'Alta Italia, il leghista Roberto Calderoli aveva osato chiedere con ironia se la Campania fosse zona rossa («Forse ho capito male io», aveva detto il vicepresidente del Senato). Lo hanno criticato, ma certo, è della Lega ed è di Bergamo, quindi non può capire «l'anima di Napoli». Ma adesso che ha parlato il calabrese Gattuso, forse si può almeno criticare l'extraterritorialità di Napoli, senza passare per razzisti.
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Il Paese da mesi pende dalle indicazioni degli esperti guidati da Agostino Miozzo, che si fa tardivo paladino della riapertura delle scuole. Il governo rimane sordo ai suoi appelli. Lui si sdegna ma resta al suo posto.I tifosi del Napoli si riversano in migliaia e senza mascherine allo stadio per l'omaggio a Diego Armando Maradona. L'allenatore Gennaro Gattuso è l'unico che trova il coraggio di parlare a fronte dei politici diventati muti.Lo speciale contiene due articoli.Coordina il Cts a titolo gratuito, però che ce ne facciamo di un capo degli esperti che difende il diritto allo studio solo a parole? Nell'ultima settimana, Agostino Miozzo ha messo insieme non verbali o pareri sulla didattica in presenza ma dichiarazioni sorprendenti, affermando che «non ha mai sostenuto la necessità di chiudere le scuole» e che vorrebbe «poter scendere in piazza» a protestare con gli studenti, tanto per citare le ultime perle del medico padovano. Ieri, intervenendo a Studio24 su RaiNews24, si è addirittura lamentato perché è «da aprile che il Cts parla di riaprire in sicurezza per studenti, docenti e personale non docente. Sappiamo quali sono i rischi, prevalentemente prima e dopo le lezioni quando ci sono gli assembramenti, perché in aula vengono rispettate le norme previste». Insegnanti, genitori, alunni si staranno domandando come mai il numero uno di un team di cervelloni resti inascoltato dal governo. Eppure ci capirebbe così tanto, addirittura dichiara: «È più facile che uno studente risulti contagiato da Covid-19 se non frequenta la scuola e fa didattica a distanza piuttosto che il contrario, il rischio è molto sbilanciato e quindi i ragazzi è meglio mandarli in aula». Miozzo si fa passare per voce di uno che grida nel deserto, ma non è che il problema sia proprio lui? Tutto il Paese da mesi pende dalle indicazioni degli esperti del Cts, dai loro scenari sempre più cupi e catastrofici. Elaborano documenti ai quali dobbiamo grande parte delle restrizioni che subiamo, poi ci pensa il governo ad aggiungere misure ancora più contenitive. Se la scuola fosse stata davvero una priorità, l'avremmo capito tutti dai dpcm adottati su consiglio degli scienziati. Invece rimaniamo gli unici in Europa con la didattica a distanza. Austria, Belgio e Grecia hanno chiuso solo per due settimane, l'Italia mantiene gli studenti a casa fino al prossimo gennaio. Il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, difende la scuola senza essere riuscita a farla ripartire in sicurezza, il premier Giuseppe Conte ha mezzo promesso una riapertura prima di Natale pur sapendo che la riorganizzazione del trasporto pubblico e quella dei servizi sanitari territoriali rimangono ostacoli irrisolti, intanto il capo del Cts strilla perché non lo ascoltano. La pantomima si arricchisce attraverso le molteplici interviste che il medico di Camposampiero, esperto di crisi ed emergenze in giro per il mondo, rilascia a destra e a manca. «Avremo una generazione di liceali che andrà all'esame di Stato a giugno avendo perso il contatto fisico con l'universo scolastico per quasi un anno. È un danno incommensurabile», dichiara al Corriere della Sera. «Ho la posta elettronica invasa da messaggi di genitori che mi raccontano le difficoltà e i drammi dei loro figli. Non ci rendiamo conto che la nostra incapacità di trovare soluzioni al problema della scuola sta aiutando a costruire una generazione di ragazzi fragili ed insicuri», confida il nostro a La Stampa. Il tono si fa più accorato, Miozzo si gonfia di sdegno: «Sembra evidente che la scuola sia la vittima sacrificale della nostra società; è molto più semplice chiudere una scuola che ritardare l'apertura di un nuovo centro commerciale, anche perché i ragazzi non votano». Fosse un docente, un precario che si è visto sospendere il concorsone o un genitore che sta impazzendo con tre figli a casa, la protesta, anzi lo sfogo sarebbero comprensibili. Ma a parlare a ruota libera è il coordinatore del comitato istituito lo scorso febbraio per fornire consulenza al capo del dipartimento della Protezione civile. La massima autorità, tra gli esperti che consigliano quali misure di prevenzione è necessario adottare per fronteggiare la diffusione del coronavirus. Lo stesso Agostino Miozzo, tra un'ospitata e l'altra afferma che «come Cts ci confrontiamo con una comunità scientifica internazionale. Per le scuole ci siamo confrontati costantemente con l'Oms e altre istituzioni». Con questi ottimi risultati, viene proprio da dire, considerato che i nostri studenti sono stati penalizzati rispetto a quando accade nel resto dell'Europa. Il Cts che monitora la situazione epidemiologica in Italia non ha proprio difeso «il diritto alla scuola», di cui oggi il sessantasette coordinatore si fa tardivo paladino.Miozzo afferma di non esprimere «un pensiero personale», ma di riflettere il pensiero «di tutti i colleghi del comitato», e questo se vogliamo è ancora peggio. Se la scuola fosse stata una questione al centro delle raccomandazioni degli esperti, il governo non sarebbe rimasto così sordo all'esigenza di non privare della didattica in presenza milioni di studenti. Il medico padovano in pensione, che nel 2017 aveva dichiarato: «Non ho voglia di chiudere la mia carriera ammuffendo chiuso in un ufficio», ed era anche disponibile a fare il commissario alla Sanità in Calabria (carica poi sfumata) parla tutti i giorni, lancia appelli ma è solo con il Cts che poteva fare qualche cosa di buono per la scuola e per i nostri studenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-capo-dei-cervelloni-del-cts-strilla-e-nessuno-lascolta-che-ci-sta-a-fare-2649090007.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gattuso-rimbrotta-lanima-di-napoli" data-post-id="2649090007" data-published-at="1606799452" data-use-pagination="False"> Gattuso rimbrotta l’anima di Napoli Napoli in zona azzurra, come la maglia della squadra di Aurelio De Laurentiis. Tanto qui tutto va bene e ognuno può fare quel che vuole. Come riversarsi a migliaia intorno allo stadio per rendere onore a Diego Armando Maradona, assiepandosi senza lo straccio di una mascherina. Insomma, vedendo le immagini del San Paolo nei giorni scorsi, vien quasi da pensare che il Pibe de oro abbia compiuto l'ultimo miracolo: far sparire il Covid-19, ma solo per chi ha creduto in lui, e quindi a Napoli e dintorni. Sedicenti autorità tutte mute, per carità, che come si apre bocca si rischia di perdere ciò che hanno di più caro al mondo, i voti, e meno male che c'è Ringhio Gattuso, che ha detto quello che mezza Italia pensava, ma non aveva il coraggio di dire per paura di essere tacciata di razzismo. «Ho visto troppi senza mascherina…fate i bravi che ne paghiamo le conseguenze», ha chiesto l'allenatore degli azzurri, dopo aver battuto la Roma. Insomma, nel silenzio degli altri, Rino Gattuso, ex giocatore del Milan e della nazionale, è assurto a unica guida politica e morale della città. Questo perché nella notta di domenica, dopo una bella vittoria per 4-0, ai microfoni di Sky, ha lanciato il suo appello: «Si respira un'aria triste (per la morte di Maradona, ndr), ma in questo momento la città deve avere anche buon senso: c'è troppa gente senza mascherina». E per evitare di essere accusato di sacrilegio, ha spiegato: «Maradona è una leggenda e lo sanno tutti, però in questo momento bisogna fare i bravi perché sennò ne pagheremo le conseguenze tutti quanti […] Da domani spero che si comincino a fare le cose come si deve, perché la città sta soffrendo tanto per Maradona ma anche per tutti i negozi chiusi e per l'economia». «Tutti noi», ha concluso Gattuso, «abbiamo il dovere di fare le cose fatte bene». Prima di lui, né il ministro della Salute Roberto Speranza, né il sindaco Luigi De Magistris, né il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, avevano osato smettere di lisciare il pelo ai napoletani in lutto. De Luca, dopo aver minacciato il lanciafiamme non solo ai suoi sudditi ma a mezza Italia, isole comprese, ha ritrovato la parola cinque ore dopo l'allenatore: «Desidero ringraziare Rino Gattuso ed esprimere apprezzamento per il suo appello ad osservare comportamenti rigorosi al termine di Napoli-Roma». Peccato che tre giorni prima, quando a Napoli c'era già il liberi tutti, il presidente della Campania si fosse limitato a scrivere sui social: «Unico, irripetibile genialità, il più grande di tutti, il più amato di tutti. Un grande uomo di calcio, un grande uomo di sport che prima del mondo intero, ha fatto innamorare Napoli perché di slancio e senza ipocrisia ha saputo scoprirne e interpretarne l'anima». Parole alate, anche se un giorno qualcuno dovrà spiegarci se questa famosa «anima di Napoli», che naturalmente possono capire solo i napoletani, sia minimamente, non diciamo, governabile, ma almeno assoggettabile a confronto dialettico. Non pervenuti anche Speranza, quello che non ci farebbe fare il Natale neppure con la nonna, e il sindaco-pm De Magistris, un uomo dall'esposto facile. Certo, sempre guardando le immagini qui dall'Alta Italia, il leghista Roberto Calderoli aveva osato chiedere con ironia se la Campania fosse zona rossa («Forse ho capito male io», aveva detto il vicepresidente del Senato). Lo hanno criticato, ma certo, è della Lega ed è di Bergamo, quindi non può capire «l'anima di Napoli». Ma adesso che ha parlato il calabrese Gattuso, forse si può almeno criticare l'extraterritorialità di Napoli, senza passare per razzisti.
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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Il carcere La Dogaia di Prato (Ansa)
Ciò che ha spinto, fondamentalmente, il tribunale di sorveglianza a intervenire per le suddette condizioni degradanti è consistito nella constatazione dello stato di sovraffollamento. Il tribunale ha accertato che l’uomo è rimasto, secondo quanto riportava ieri QN, per 2.026 giorni nella cella insieme ad altri due detenuti vivendo in spazi troppo angusti e troppo ristretti. Inoltre, come prevede la legge, ha usufruito dello sconto di un giorno in carcere ogni dieci sempre per il medesimo affollamento. In più, riceverà 288 euro a titolo di risarcimento per gli altri 16 giorni di detenzione «degradante».
Non c’è dubbio che il sovraffollamento vada contro il dettato della Costituzione che prevede il carcere come un luogo dove si viva in condizioni di dignità umana e che non sia solo un luogo di pena ma anche di riabilitazione.
Detto questo, il povero pedofilo avrà lo sconto di pena perché la cella è piccola. E la cella dalla quale per anni ha tentato di uscire il minore - non specifichiamo sesso ed età per rispetto - vittima del pedofilo? Quella è stretta o è larga? Noi pensiamo che sia stata una cella strettissima, angusta, angosciante e che, certamente, uscire da quella cella non è stato e non sarà un cammino semplice. Quel minore che risarcimento ha avuto? Non lo sappiamo, ma temiamo nessuno, come l’esperienza ci dice e ci ha insegnato per molti anni. A confronto il pedofilo piglia circa 300 euro che, per carità, sono un nulla, ma si fa un bel po’ meno di carcere perché le condizioni della sua cella, evidentemente, hanno un peso maggiore di quello della cella nella quale ha dovuto convivere quella vittima, che oggi ha più di 20 anni, insieme ai suoi amici e alle sue amiche.
Ora, è ovvio che il problema del sovraffollamento è un problema serio, ma quando senti certe notizie un po’ ti incazzi perché troppe volte assistiamo a trattamenti, in qualche modo, di favore e di risarcimento verso i carnefici e molto meno verso le vittime.
Per non essere manchevoli nell’informazione che volgiamo dare ai nostri lettori, vogliamo riportare alcuni dati pubblicati, non molto tempo fa, da Il Sole 24 Ore. In Quasi l’80% degli istituti penitenziari si superano i limiti di capienza: in alcune strutture (come, ad esempio, Lucca o Milano San Vittore) si superano per il 200-260% i limiti di capienza. Questo, naturalmente, si traduce in celle inadeguate e in spazi vitali ridotti al minimo che violano espressamente i parametri stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo provocando, ovviamente, problemi di disagio psichico e anche gesti estremi come il suicidio. Per non parlare poi del problema delle mamme detenute con bambini per i quali ci sono già delle strutture detentive appositamente studiate perché i bambini non debbano soffrire le conseguenze della pena per le malefatte della madre, ma non bastano, ce ne vogliono di più. La media nazionale del sovraffollamento supera il tasso del 138%.
Queste sono considerazioni che è d’obbligo fare e di cui si parla da troppo, ma si fa poco o niente.
Però il punto è un altro. Non può la considerazione delle condizioni «degradanti» del detenuto essere dirimente qualora quel detenuto non sia provato che, negli anni di detenzione, abbia compiuto un percorso tale che all’uscita del carcere non sia un soggetto ad alta pericolosità sociale. In particolare, nel caso dei pedofili, la malattia permane spesso nonostante il carcere e, quindi, all’uscita da esso, tendono a reiterare gli atti delinquenziali soprattutto su minorenni. Siamo sicuri che questo signore possiamo reimmetterlo nella società civile con la tranquillità di chi sa che si sta reimmettendo qualcuno che è «guarito»? Se quest’uomo è stato condannato vuol dire che quando ha compiuto quell’orrendo reato era capace di intendere e di volere: lo ha fatto deliberatamente sapendo quello che faceva e volontariamente potando a compimento il suo proposito criminale. Il carcere lo ha guarito? Uno potrebbe dire che in questo momento sto facendo un ragionamento contraddittorio ma, secondo me, contraddittorio non è. Perché se è sacrosanto il diritto di vivere in carceri «vivibili» è altrettanto sacrosanto - e ci permettiamo forse anche di più - nutrire il diritto da parte dei minorenni e, in generale di tutti, soprattutto le donne, di non aver paura di essere attaccati e distrutti psicologicamente da un pedofilo o da un maniaco sessuale.
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