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2020-12-01
Il capo dei cervelloni del Cts strilla e nessuno l’ascolta. Che ci sta a fare?
Coordina il Cts a titolo gratuito, però che ce ne facciamo di un capo degli esperti che difende il diritto allo studio solo a parole? Nell'ultima settimana, Agostino Miozzo ha messo insieme non verbali o pareri sulla didattica in presenza ma dichiarazioni sorprendenti, affermando che «non ha mai sostenuto la necessità di chiudere le scuole» e che vorrebbe «poter scendere in piazza» a protestare con gli studenti, tanto per citare le ultime perle del medico padovano. Ieri, intervenendo a Studio24 su RaiNews24, si è addirittura lamentato perché è «da aprile che il Cts parla di riaprire in sicurezza per studenti, docenti e personale non docente. Sappiamo quali sono i rischi, prevalentemente prima e dopo le lezioni quando ci sono gli assembramenti, perché in aula vengono rispettate le norme previste».
Insegnanti, genitori, alunni si staranno domandando come mai il numero uno di un team di cervelloni resti inascoltato dal governo. Eppure ci capirebbe così tanto, addirittura dichiara: «È più facile che uno studente risulti contagiato da Covid-19 se non frequenta la scuola e fa didattica a distanza piuttosto che il contrario, il rischio è molto sbilanciato e quindi i ragazzi è meglio mandarli in aula». Miozzo si fa passare per voce di uno che grida nel deserto, ma non è che il problema sia proprio lui? Tutto il Paese da mesi pende dalle indicazioni degli esperti del Cts, dai loro scenari sempre più cupi e catastrofici. Elaborano documenti ai quali dobbiamo grande parte delle restrizioni che subiamo, poi ci pensa il governo ad aggiungere misure ancora più contenitive. Se la scuola fosse stata davvero una priorità, l'avremmo capito tutti dai dpcm adottati su consiglio degli scienziati. Invece rimaniamo gli unici in Europa con la didattica a distanza. Austria, Belgio e Grecia hanno chiuso solo per due settimane, l'Italia mantiene gli studenti a casa fino al prossimo gennaio. Il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, difende la scuola senza essere riuscita a farla ripartire in sicurezza, il premier Giuseppe Conte ha mezzo promesso una riapertura prima di Natale pur sapendo che la riorganizzazione del trasporto pubblico e quella dei servizi sanitari territoriali rimangono ostacoli irrisolti, intanto il capo del Cts strilla perché non lo ascoltano.
La pantomima si arricchisce attraverso le molteplici interviste che il medico di Camposampiero, esperto di crisi ed emergenze in giro per il mondo, rilascia a destra e a manca. «Avremo una generazione di liceali che andrà all'esame di Stato a giugno avendo perso il contatto fisico con l'universo scolastico per quasi un anno. È un danno incommensurabile», dichiara al Corriere della Sera. «Ho la posta elettronica invasa da messaggi di genitori che mi raccontano le difficoltà e i drammi dei loro figli. Non ci rendiamo conto che la nostra incapacità di trovare soluzioni al problema della scuola sta aiutando a costruire una generazione di ragazzi fragili ed insicuri», confida il nostro a La Stampa. Il tono si fa più accorato, Miozzo si gonfia di sdegno: «Sembra evidente che la scuola sia la vittima sacrificale della nostra società; è molto più semplice chiudere una scuola che ritardare l'apertura di un nuovo centro commerciale, anche perché i ragazzi non votano».
Fosse un docente, un precario che si è visto sospendere il concorsone o un genitore che sta impazzendo con tre figli a casa, la protesta, anzi lo sfogo sarebbero comprensibili. Ma a parlare a ruota libera è il coordinatore del comitato istituito lo scorso febbraio per fornire consulenza al capo del dipartimento della Protezione civile. La massima autorità, tra gli esperti che consigliano quali misure di prevenzione è necessario adottare per fronteggiare la diffusione del coronavirus. Lo stesso Agostino Miozzo, tra un'ospitata e l'altra afferma che «come Cts ci confrontiamo con una comunità scientifica internazionale. Per le scuole ci siamo confrontati costantemente con l'Oms e altre istituzioni». Con questi ottimi risultati, viene proprio da dire, considerato che i nostri studenti sono stati penalizzati rispetto a quando accade nel resto dell'Europa. Il Cts che monitora la situazione epidemiologica in Italia non ha proprio difeso «il diritto alla scuola», di cui oggi il sessantasette coordinatore si fa tardivo paladino.
Miozzo afferma di non esprimere «un pensiero personale», ma di riflettere il pensiero «di tutti i colleghi del comitato», e questo se vogliamo è ancora peggio. Se la scuola fosse stata una questione al centro delle raccomandazioni degli esperti, il governo non sarebbe rimasto così sordo all'esigenza di non privare della didattica in presenza milioni di studenti. Il medico padovano in pensione, che nel 2017 aveva dichiarato: «Non ho voglia di chiudere la mia carriera ammuffendo chiuso in un ufficio», ed era anche disponibile a fare il commissario alla Sanità in Calabria (carica poi sfumata) parla tutti i giorni, lancia appelli ma è solo con il Cts che poteva fare qualche cosa di buono per la scuola e per i nostri studenti.
Gattuso rimbrotta l’anima di Napoli
Napoli in zona azzurra, come la maglia della squadra di Aurelio De Laurentiis. Tanto qui tutto va bene e ognuno può fare quel che vuole. Come riversarsi a migliaia intorno allo stadio per rendere onore a Diego Armando Maradona, assiepandosi senza lo straccio di una mascherina. Insomma, vedendo le immagini del San Paolo nei giorni scorsi, vien quasi da pensare che il Pibe de oro abbia compiuto l'ultimo miracolo: far sparire il Covid-19, ma solo per chi ha creduto in lui, e quindi a Napoli e dintorni. Sedicenti autorità tutte mute, per carità, che come si apre bocca si rischia di perdere ciò che hanno di più caro al mondo, i voti, e meno male che c'è Ringhio Gattuso, che ha detto quello che mezza Italia pensava, ma non aveva il coraggio di dire per paura di essere tacciata di razzismo. «Ho visto troppi senza mascherina…fate i bravi che ne paghiamo le conseguenze», ha chiesto l'allenatore degli azzurri, dopo aver battuto la Roma.
Insomma, nel silenzio degli altri, Rino Gattuso, ex giocatore del Milan e della nazionale, è assurto a unica guida politica e morale della città. Questo perché nella notta di domenica, dopo una bella vittoria per 4-0, ai microfoni di Sky, ha lanciato il suo appello: «Si respira un'aria triste (per la morte di Maradona, ndr), ma in questo momento la città deve avere anche buon senso: c'è troppa gente senza mascherina». E per evitare di essere accusato di sacrilegio, ha spiegato: «Maradona è una leggenda e lo sanno tutti, però in questo momento bisogna fare i bravi perché sennò ne pagheremo le conseguenze tutti quanti […] Da domani spero che si comincino a fare le cose come si deve, perché la città sta soffrendo tanto per Maradona ma anche per tutti i negozi chiusi e per l'economia». «Tutti noi», ha concluso Gattuso, «abbiamo il dovere di fare le cose fatte bene».
Prima di lui, né il ministro della Salute Roberto Speranza, né il sindaco Luigi De Magistris, né il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, avevano osato smettere di lisciare il pelo ai napoletani in lutto.
De Luca, dopo aver minacciato il lanciafiamme non solo ai suoi sudditi ma a mezza Italia, isole comprese, ha ritrovato la parola cinque ore dopo l'allenatore: «Desidero ringraziare Rino Gattuso ed esprimere apprezzamento per il suo appello ad osservare comportamenti rigorosi al termine di Napoli-Roma». Peccato che tre giorni prima, quando a Napoli c'era già il liberi tutti, il presidente della Campania si fosse limitato a scrivere sui social: «Unico, irripetibile genialità, il più grande di tutti, il più amato di tutti. Un grande uomo di calcio, un grande uomo di sport che prima del mondo intero, ha fatto innamorare Napoli perché di slancio e senza ipocrisia ha saputo scoprirne e interpretarne l'anima». Parole alate, anche se un giorno qualcuno dovrà spiegarci se questa famosa «anima di Napoli», che naturalmente possono capire solo i napoletani, sia minimamente, non diciamo, governabile, ma almeno assoggettabile a confronto dialettico.
Non pervenuti anche Speranza, quello che non ci farebbe fare il Natale neppure con la nonna, e il sindaco-pm De Magistris, un uomo dall'esposto facile. Certo, sempre guardando le immagini qui dall'Alta Italia, il leghista Roberto Calderoli aveva osato chiedere con ironia se la Campania fosse zona rossa («Forse ho capito male io», aveva detto il vicepresidente del Senato). Lo hanno criticato, ma certo, è della Lega ed è di Bergamo, quindi non può capire «l'anima di Napoli». Ma adesso che ha parlato il calabrese Gattuso, forse si può almeno criticare l'extraterritorialità di Napoli, senza passare per razzisti.
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Il Paese da mesi pende dalle indicazioni degli esperti guidati da Agostino Miozzo, che si fa tardivo paladino della riapertura delle scuole. Il governo rimane sordo ai suoi appelli. Lui si sdegna ma resta al suo posto.I tifosi del Napoli si riversano in migliaia e senza mascherine allo stadio per l'omaggio a Diego Armando Maradona. L'allenatore Gennaro Gattuso è l'unico che trova il coraggio di parlare a fronte dei politici diventati muti.Lo speciale contiene due articoli.Coordina il Cts a titolo gratuito, però che ce ne facciamo di un capo degli esperti che difende il diritto allo studio solo a parole? Nell'ultima settimana, Agostino Miozzo ha messo insieme non verbali o pareri sulla didattica in presenza ma dichiarazioni sorprendenti, affermando che «non ha mai sostenuto la necessità di chiudere le scuole» e che vorrebbe «poter scendere in piazza» a protestare con gli studenti, tanto per citare le ultime perle del medico padovano. Ieri, intervenendo a Studio24 su RaiNews24, si è addirittura lamentato perché è «da aprile che il Cts parla di riaprire in sicurezza per studenti, docenti e personale non docente. Sappiamo quali sono i rischi, prevalentemente prima e dopo le lezioni quando ci sono gli assembramenti, perché in aula vengono rispettate le norme previste». Insegnanti, genitori, alunni si staranno domandando come mai il numero uno di un team di cervelloni resti inascoltato dal governo. Eppure ci capirebbe così tanto, addirittura dichiara: «È più facile che uno studente risulti contagiato da Covid-19 se non frequenta la scuola e fa didattica a distanza piuttosto che il contrario, il rischio è molto sbilanciato e quindi i ragazzi è meglio mandarli in aula». Miozzo si fa passare per voce di uno che grida nel deserto, ma non è che il problema sia proprio lui? Tutto il Paese da mesi pende dalle indicazioni degli esperti del Cts, dai loro scenari sempre più cupi e catastrofici. Elaborano documenti ai quali dobbiamo grande parte delle restrizioni che subiamo, poi ci pensa il governo ad aggiungere misure ancora più contenitive. Se la scuola fosse stata davvero una priorità, l'avremmo capito tutti dai dpcm adottati su consiglio degli scienziati. Invece rimaniamo gli unici in Europa con la didattica a distanza. Austria, Belgio e Grecia hanno chiuso solo per due settimane, l'Italia mantiene gli studenti a casa fino al prossimo gennaio. Il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, difende la scuola senza essere riuscita a farla ripartire in sicurezza, il premier Giuseppe Conte ha mezzo promesso una riapertura prima di Natale pur sapendo che la riorganizzazione del trasporto pubblico e quella dei servizi sanitari territoriali rimangono ostacoli irrisolti, intanto il capo del Cts strilla perché non lo ascoltano. La pantomima si arricchisce attraverso le molteplici interviste che il medico di Camposampiero, esperto di crisi ed emergenze in giro per il mondo, rilascia a destra e a manca. «Avremo una generazione di liceali che andrà all'esame di Stato a giugno avendo perso il contatto fisico con l'universo scolastico per quasi un anno. È un danno incommensurabile», dichiara al Corriere della Sera. «Ho la posta elettronica invasa da messaggi di genitori che mi raccontano le difficoltà e i drammi dei loro figli. Non ci rendiamo conto che la nostra incapacità di trovare soluzioni al problema della scuola sta aiutando a costruire una generazione di ragazzi fragili ed insicuri», confida il nostro a La Stampa. Il tono si fa più accorato, Miozzo si gonfia di sdegno: «Sembra evidente che la scuola sia la vittima sacrificale della nostra società; è molto più semplice chiudere una scuola che ritardare l'apertura di un nuovo centro commerciale, anche perché i ragazzi non votano». Fosse un docente, un precario che si è visto sospendere il concorsone o un genitore che sta impazzendo con tre figli a casa, la protesta, anzi lo sfogo sarebbero comprensibili. Ma a parlare a ruota libera è il coordinatore del comitato istituito lo scorso febbraio per fornire consulenza al capo del dipartimento della Protezione civile. La massima autorità, tra gli esperti che consigliano quali misure di prevenzione è necessario adottare per fronteggiare la diffusione del coronavirus. Lo stesso Agostino Miozzo, tra un'ospitata e l'altra afferma che «come Cts ci confrontiamo con una comunità scientifica internazionale. Per le scuole ci siamo confrontati costantemente con l'Oms e altre istituzioni». Con questi ottimi risultati, viene proprio da dire, considerato che i nostri studenti sono stati penalizzati rispetto a quando accade nel resto dell'Europa. Il Cts che monitora la situazione epidemiologica in Italia non ha proprio difeso «il diritto alla scuola», di cui oggi il sessantasette coordinatore si fa tardivo paladino.Miozzo afferma di non esprimere «un pensiero personale», ma di riflettere il pensiero «di tutti i colleghi del comitato», e questo se vogliamo è ancora peggio. Se la scuola fosse stata una questione al centro delle raccomandazioni degli esperti, il governo non sarebbe rimasto così sordo all'esigenza di non privare della didattica in presenza milioni di studenti. Il medico padovano in pensione, che nel 2017 aveva dichiarato: «Non ho voglia di chiudere la mia carriera ammuffendo chiuso in un ufficio», ed era anche disponibile a fare il commissario alla Sanità in Calabria (carica poi sfumata) parla tutti i giorni, lancia appelli ma è solo con il Cts che poteva fare qualche cosa di buono per la scuola e per i nostri studenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-capo-dei-cervelloni-del-cts-strilla-e-nessuno-lascolta-che-ci-sta-a-fare-2649090007.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gattuso-rimbrotta-lanima-di-napoli" data-post-id="2649090007" data-published-at="1606799452" data-use-pagination="False"> Gattuso rimbrotta l’anima di Napoli Napoli in zona azzurra, come la maglia della squadra di Aurelio De Laurentiis. Tanto qui tutto va bene e ognuno può fare quel che vuole. Come riversarsi a migliaia intorno allo stadio per rendere onore a Diego Armando Maradona, assiepandosi senza lo straccio di una mascherina. Insomma, vedendo le immagini del San Paolo nei giorni scorsi, vien quasi da pensare che il Pibe de oro abbia compiuto l'ultimo miracolo: far sparire il Covid-19, ma solo per chi ha creduto in lui, e quindi a Napoli e dintorni. Sedicenti autorità tutte mute, per carità, che come si apre bocca si rischia di perdere ciò che hanno di più caro al mondo, i voti, e meno male che c'è Ringhio Gattuso, che ha detto quello che mezza Italia pensava, ma non aveva il coraggio di dire per paura di essere tacciata di razzismo. «Ho visto troppi senza mascherina…fate i bravi che ne paghiamo le conseguenze», ha chiesto l'allenatore degli azzurri, dopo aver battuto la Roma. Insomma, nel silenzio degli altri, Rino Gattuso, ex giocatore del Milan e della nazionale, è assurto a unica guida politica e morale della città. Questo perché nella notta di domenica, dopo una bella vittoria per 4-0, ai microfoni di Sky, ha lanciato il suo appello: «Si respira un'aria triste (per la morte di Maradona, ndr), ma in questo momento la città deve avere anche buon senso: c'è troppa gente senza mascherina». E per evitare di essere accusato di sacrilegio, ha spiegato: «Maradona è una leggenda e lo sanno tutti, però in questo momento bisogna fare i bravi perché sennò ne pagheremo le conseguenze tutti quanti […] Da domani spero che si comincino a fare le cose come si deve, perché la città sta soffrendo tanto per Maradona ma anche per tutti i negozi chiusi e per l'economia». «Tutti noi», ha concluso Gattuso, «abbiamo il dovere di fare le cose fatte bene». Prima di lui, né il ministro della Salute Roberto Speranza, né il sindaco Luigi De Magistris, né il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, avevano osato smettere di lisciare il pelo ai napoletani in lutto. De Luca, dopo aver minacciato il lanciafiamme non solo ai suoi sudditi ma a mezza Italia, isole comprese, ha ritrovato la parola cinque ore dopo l'allenatore: «Desidero ringraziare Rino Gattuso ed esprimere apprezzamento per il suo appello ad osservare comportamenti rigorosi al termine di Napoli-Roma». Peccato che tre giorni prima, quando a Napoli c'era già il liberi tutti, il presidente della Campania si fosse limitato a scrivere sui social: «Unico, irripetibile genialità, il più grande di tutti, il più amato di tutti. Un grande uomo di calcio, un grande uomo di sport che prima del mondo intero, ha fatto innamorare Napoli perché di slancio e senza ipocrisia ha saputo scoprirne e interpretarne l'anima». Parole alate, anche se un giorno qualcuno dovrà spiegarci se questa famosa «anima di Napoli», che naturalmente possono capire solo i napoletani, sia minimamente, non diciamo, governabile, ma almeno assoggettabile a confronto dialettico. Non pervenuti anche Speranza, quello che non ci farebbe fare il Natale neppure con la nonna, e il sindaco-pm De Magistris, un uomo dall'esposto facile. Certo, sempre guardando le immagini qui dall'Alta Italia, il leghista Roberto Calderoli aveva osato chiedere con ironia se la Campania fosse zona rossa («Forse ho capito male io», aveva detto il vicepresidente del Senato). Lo hanno criticato, ma certo, è della Lega ed è di Bergamo, quindi non può capire «l'anima di Napoli». Ma adesso che ha parlato il calabrese Gattuso, forse si può almeno criticare l'extraterritorialità di Napoli, senza passare per razzisti.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.