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2020-12-01
Il capo dei cervelloni del Cts strilla e nessuno l’ascolta. Che ci sta a fare?
Coordina il Cts a titolo gratuito, però che ce ne facciamo di un capo degli esperti che difende il diritto allo studio solo a parole? Nell'ultima settimana, Agostino Miozzo ha messo insieme non verbali o pareri sulla didattica in presenza ma dichiarazioni sorprendenti, affermando che «non ha mai sostenuto la necessità di chiudere le scuole» e che vorrebbe «poter scendere in piazza» a protestare con gli studenti, tanto per citare le ultime perle del medico padovano. Ieri, intervenendo a Studio24 su RaiNews24, si è addirittura lamentato perché è «da aprile che il Cts parla di riaprire in sicurezza per studenti, docenti e personale non docente. Sappiamo quali sono i rischi, prevalentemente prima e dopo le lezioni quando ci sono gli assembramenti, perché in aula vengono rispettate le norme previste».
Insegnanti, genitori, alunni si staranno domandando come mai il numero uno di un team di cervelloni resti inascoltato dal governo. Eppure ci capirebbe così tanto, addirittura dichiara: «È più facile che uno studente risulti contagiato da Covid-19 se non frequenta la scuola e fa didattica a distanza piuttosto che il contrario, il rischio è molto sbilanciato e quindi i ragazzi è meglio mandarli in aula». Miozzo si fa passare per voce di uno che grida nel deserto, ma non è che il problema sia proprio lui? Tutto il Paese da mesi pende dalle indicazioni degli esperti del Cts, dai loro scenari sempre più cupi e catastrofici. Elaborano documenti ai quali dobbiamo grande parte delle restrizioni che subiamo, poi ci pensa il governo ad aggiungere misure ancora più contenitive. Se la scuola fosse stata davvero una priorità, l'avremmo capito tutti dai dpcm adottati su consiglio degli scienziati. Invece rimaniamo gli unici in Europa con la didattica a distanza. Austria, Belgio e Grecia hanno chiuso solo per due settimane, l'Italia mantiene gli studenti a casa fino al prossimo gennaio. Il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, difende la scuola senza essere riuscita a farla ripartire in sicurezza, il premier Giuseppe Conte ha mezzo promesso una riapertura prima di Natale pur sapendo che la riorganizzazione del trasporto pubblico e quella dei servizi sanitari territoriali rimangono ostacoli irrisolti, intanto il capo del Cts strilla perché non lo ascoltano.
La pantomima si arricchisce attraverso le molteplici interviste che il medico di Camposampiero, esperto di crisi ed emergenze in giro per il mondo, rilascia a destra e a manca. «Avremo una generazione di liceali che andrà all'esame di Stato a giugno avendo perso il contatto fisico con l'universo scolastico per quasi un anno. È un danno incommensurabile», dichiara al Corriere della Sera. «Ho la posta elettronica invasa da messaggi di genitori che mi raccontano le difficoltà e i drammi dei loro figli. Non ci rendiamo conto che la nostra incapacità di trovare soluzioni al problema della scuola sta aiutando a costruire una generazione di ragazzi fragili ed insicuri», confida il nostro a La Stampa. Il tono si fa più accorato, Miozzo si gonfia di sdegno: «Sembra evidente che la scuola sia la vittima sacrificale della nostra società; è molto più semplice chiudere una scuola che ritardare l'apertura di un nuovo centro commerciale, anche perché i ragazzi non votano».
Fosse un docente, un precario che si è visto sospendere il concorsone o un genitore che sta impazzendo con tre figli a casa, la protesta, anzi lo sfogo sarebbero comprensibili. Ma a parlare a ruota libera è il coordinatore del comitato istituito lo scorso febbraio per fornire consulenza al capo del dipartimento della Protezione civile. La massima autorità, tra gli esperti che consigliano quali misure di prevenzione è necessario adottare per fronteggiare la diffusione del coronavirus. Lo stesso Agostino Miozzo, tra un'ospitata e l'altra afferma che «come Cts ci confrontiamo con una comunità scientifica internazionale. Per le scuole ci siamo confrontati costantemente con l'Oms e altre istituzioni». Con questi ottimi risultati, viene proprio da dire, considerato che i nostri studenti sono stati penalizzati rispetto a quando accade nel resto dell'Europa. Il Cts che monitora la situazione epidemiologica in Italia non ha proprio difeso «il diritto alla scuola», di cui oggi il sessantasette coordinatore si fa tardivo paladino.
Miozzo afferma di non esprimere «un pensiero personale», ma di riflettere il pensiero «di tutti i colleghi del comitato», e questo se vogliamo è ancora peggio. Se la scuola fosse stata una questione al centro delle raccomandazioni degli esperti, il governo non sarebbe rimasto così sordo all'esigenza di non privare della didattica in presenza milioni di studenti. Il medico padovano in pensione, che nel 2017 aveva dichiarato: «Non ho voglia di chiudere la mia carriera ammuffendo chiuso in un ufficio», ed era anche disponibile a fare il commissario alla Sanità in Calabria (carica poi sfumata) parla tutti i giorni, lancia appelli ma è solo con il Cts che poteva fare qualche cosa di buono per la scuola e per i nostri studenti.
Gattuso rimbrotta l’anima di Napoli
Napoli in zona azzurra, come la maglia della squadra di Aurelio De Laurentiis. Tanto qui tutto va bene e ognuno può fare quel che vuole. Come riversarsi a migliaia intorno allo stadio per rendere onore a Diego Armando Maradona, assiepandosi senza lo straccio di una mascherina. Insomma, vedendo le immagini del San Paolo nei giorni scorsi, vien quasi da pensare che il Pibe de oro abbia compiuto l'ultimo miracolo: far sparire il Covid-19, ma solo per chi ha creduto in lui, e quindi a Napoli e dintorni. Sedicenti autorità tutte mute, per carità, che come si apre bocca si rischia di perdere ciò che hanno di più caro al mondo, i voti, e meno male che c'è Ringhio Gattuso, che ha detto quello che mezza Italia pensava, ma non aveva il coraggio di dire per paura di essere tacciata di razzismo. «Ho visto troppi senza mascherina…fate i bravi che ne paghiamo le conseguenze», ha chiesto l'allenatore degli azzurri, dopo aver battuto la Roma.
Insomma, nel silenzio degli altri, Rino Gattuso, ex giocatore del Milan e della nazionale, è assurto a unica guida politica e morale della città. Questo perché nella notta di domenica, dopo una bella vittoria per 4-0, ai microfoni di Sky, ha lanciato il suo appello: «Si respira un'aria triste (per la morte di Maradona, ndr), ma in questo momento la città deve avere anche buon senso: c'è troppa gente senza mascherina». E per evitare di essere accusato di sacrilegio, ha spiegato: «Maradona è una leggenda e lo sanno tutti, però in questo momento bisogna fare i bravi perché sennò ne pagheremo le conseguenze tutti quanti […] Da domani spero che si comincino a fare le cose come si deve, perché la città sta soffrendo tanto per Maradona ma anche per tutti i negozi chiusi e per l'economia». «Tutti noi», ha concluso Gattuso, «abbiamo il dovere di fare le cose fatte bene».
Prima di lui, né il ministro della Salute Roberto Speranza, né il sindaco Luigi De Magistris, né il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, avevano osato smettere di lisciare il pelo ai napoletani in lutto.
De Luca, dopo aver minacciato il lanciafiamme non solo ai suoi sudditi ma a mezza Italia, isole comprese, ha ritrovato la parola cinque ore dopo l'allenatore: «Desidero ringraziare Rino Gattuso ed esprimere apprezzamento per il suo appello ad osservare comportamenti rigorosi al termine di Napoli-Roma». Peccato che tre giorni prima, quando a Napoli c'era già il liberi tutti, il presidente della Campania si fosse limitato a scrivere sui social: «Unico, irripetibile genialità, il più grande di tutti, il più amato di tutti. Un grande uomo di calcio, un grande uomo di sport che prima del mondo intero, ha fatto innamorare Napoli perché di slancio e senza ipocrisia ha saputo scoprirne e interpretarne l'anima». Parole alate, anche se un giorno qualcuno dovrà spiegarci se questa famosa «anima di Napoli», che naturalmente possono capire solo i napoletani, sia minimamente, non diciamo, governabile, ma almeno assoggettabile a confronto dialettico.
Non pervenuti anche Speranza, quello che non ci farebbe fare il Natale neppure con la nonna, e il sindaco-pm De Magistris, un uomo dall'esposto facile. Certo, sempre guardando le immagini qui dall'Alta Italia, il leghista Roberto Calderoli aveva osato chiedere con ironia se la Campania fosse zona rossa («Forse ho capito male io», aveva detto il vicepresidente del Senato). Lo hanno criticato, ma certo, è della Lega ed è di Bergamo, quindi non può capire «l'anima di Napoli». Ma adesso che ha parlato il calabrese Gattuso, forse si può almeno criticare l'extraterritorialità di Napoli, senza passare per razzisti.
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Il Paese da mesi pende dalle indicazioni degli esperti guidati da Agostino Miozzo, che si fa tardivo paladino della riapertura delle scuole. Il governo rimane sordo ai suoi appelli. Lui si sdegna ma resta al suo posto.I tifosi del Napoli si riversano in migliaia e senza mascherine allo stadio per l'omaggio a Diego Armando Maradona. L'allenatore Gennaro Gattuso è l'unico che trova il coraggio di parlare a fronte dei politici diventati muti.Lo speciale contiene due articoli.Coordina il Cts a titolo gratuito, però che ce ne facciamo di un capo degli esperti che difende il diritto allo studio solo a parole? Nell'ultima settimana, Agostino Miozzo ha messo insieme non verbali o pareri sulla didattica in presenza ma dichiarazioni sorprendenti, affermando che «non ha mai sostenuto la necessità di chiudere le scuole» e che vorrebbe «poter scendere in piazza» a protestare con gli studenti, tanto per citare le ultime perle del medico padovano. Ieri, intervenendo a Studio24 su RaiNews24, si è addirittura lamentato perché è «da aprile che il Cts parla di riaprire in sicurezza per studenti, docenti e personale non docente. Sappiamo quali sono i rischi, prevalentemente prima e dopo le lezioni quando ci sono gli assembramenti, perché in aula vengono rispettate le norme previste». Insegnanti, genitori, alunni si staranno domandando come mai il numero uno di un team di cervelloni resti inascoltato dal governo. Eppure ci capirebbe così tanto, addirittura dichiara: «È più facile che uno studente risulti contagiato da Covid-19 se non frequenta la scuola e fa didattica a distanza piuttosto che il contrario, il rischio è molto sbilanciato e quindi i ragazzi è meglio mandarli in aula». Miozzo si fa passare per voce di uno che grida nel deserto, ma non è che il problema sia proprio lui? Tutto il Paese da mesi pende dalle indicazioni degli esperti del Cts, dai loro scenari sempre più cupi e catastrofici. Elaborano documenti ai quali dobbiamo grande parte delle restrizioni che subiamo, poi ci pensa il governo ad aggiungere misure ancora più contenitive. Se la scuola fosse stata davvero una priorità, l'avremmo capito tutti dai dpcm adottati su consiglio degli scienziati. Invece rimaniamo gli unici in Europa con la didattica a distanza. Austria, Belgio e Grecia hanno chiuso solo per due settimane, l'Italia mantiene gli studenti a casa fino al prossimo gennaio. Il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, difende la scuola senza essere riuscita a farla ripartire in sicurezza, il premier Giuseppe Conte ha mezzo promesso una riapertura prima di Natale pur sapendo che la riorganizzazione del trasporto pubblico e quella dei servizi sanitari territoriali rimangono ostacoli irrisolti, intanto il capo del Cts strilla perché non lo ascoltano. La pantomima si arricchisce attraverso le molteplici interviste che il medico di Camposampiero, esperto di crisi ed emergenze in giro per il mondo, rilascia a destra e a manca. «Avremo una generazione di liceali che andrà all'esame di Stato a giugno avendo perso il contatto fisico con l'universo scolastico per quasi un anno. È un danno incommensurabile», dichiara al Corriere della Sera. «Ho la posta elettronica invasa da messaggi di genitori che mi raccontano le difficoltà e i drammi dei loro figli. Non ci rendiamo conto che la nostra incapacità di trovare soluzioni al problema della scuola sta aiutando a costruire una generazione di ragazzi fragili ed insicuri», confida il nostro a La Stampa. Il tono si fa più accorato, Miozzo si gonfia di sdegno: «Sembra evidente che la scuola sia la vittima sacrificale della nostra società; è molto più semplice chiudere una scuola che ritardare l'apertura di un nuovo centro commerciale, anche perché i ragazzi non votano». Fosse un docente, un precario che si è visto sospendere il concorsone o un genitore che sta impazzendo con tre figli a casa, la protesta, anzi lo sfogo sarebbero comprensibili. Ma a parlare a ruota libera è il coordinatore del comitato istituito lo scorso febbraio per fornire consulenza al capo del dipartimento della Protezione civile. La massima autorità, tra gli esperti che consigliano quali misure di prevenzione è necessario adottare per fronteggiare la diffusione del coronavirus. Lo stesso Agostino Miozzo, tra un'ospitata e l'altra afferma che «come Cts ci confrontiamo con una comunità scientifica internazionale. Per le scuole ci siamo confrontati costantemente con l'Oms e altre istituzioni». Con questi ottimi risultati, viene proprio da dire, considerato che i nostri studenti sono stati penalizzati rispetto a quando accade nel resto dell'Europa. Il Cts che monitora la situazione epidemiologica in Italia non ha proprio difeso «il diritto alla scuola», di cui oggi il sessantasette coordinatore si fa tardivo paladino.Miozzo afferma di non esprimere «un pensiero personale», ma di riflettere il pensiero «di tutti i colleghi del comitato», e questo se vogliamo è ancora peggio. Se la scuola fosse stata una questione al centro delle raccomandazioni degli esperti, il governo non sarebbe rimasto così sordo all'esigenza di non privare della didattica in presenza milioni di studenti. Il medico padovano in pensione, che nel 2017 aveva dichiarato: «Non ho voglia di chiudere la mia carriera ammuffendo chiuso in un ufficio», ed era anche disponibile a fare il commissario alla Sanità in Calabria (carica poi sfumata) parla tutti i giorni, lancia appelli ma è solo con il Cts che poteva fare qualche cosa di buono per la scuola e per i nostri studenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-capo-dei-cervelloni-del-cts-strilla-e-nessuno-lascolta-che-ci-sta-a-fare-2649090007.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gattuso-rimbrotta-lanima-di-napoli" data-post-id="2649090007" data-published-at="1606799452" data-use-pagination="False"> Gattuso rimbrotta l’anima di Napoli Napoli in zona azzurra, come la maglia della squadra di Aurelio De Laurentiis. Tanto qui tutto va bene e ognuno può fare quel che vuole. Come riversarsi a migliaia intorno allo stadio per rendere onore a Diego Armando Maradona, assiepandosi senza lo straccio di una mascherina. Insomma, vedendo le immagini del San Paolo nei giorni scorsi, vien quasi da pensare che il Pibe de oro abbia compiuto l'ultimo miracolo: far sparire il Covid-19, ma solo per chi ha creduto in lui, e quindi a Napoli e dintorni. Sedicenti autorità tutte mute, per carità, che come si apre bocca si rischia di perdere ciò che hanno di più caro al mondo, i voti, e meno male che c'è Ringhio Gattuso, che ha detto quello che mezza Italia pensava, ma non aveva il coraggio di dire per paura di essere tacciata di razzismo. «Ho visto troppi senza mascherina…fate i bravi che ne paghiamo le conseguenze», ha chiesto l'allenatore degli azzurri, dopo aver battuto la Roma. Insomma, nel silenzio degli altri, Rino Gattuso, ex giocatore del Milan e della nazionale, è assurto a unica guida politica e morale della città. Questo perché nella notta di domenica, dopo una bella vittoria per 4-0, ai microfoni di Sky, ha lanciato il suo appello: «Si respira un'aria triste (per la morte di Maradona, ndr), ma in questo momento la città deve avere anche buon senso: c'è troppa gente senza mascherina». E per evitare di essere accusato di sacrilegio, ha spiegato: «Maradona è una leggenda e lo sanno tutti, però in questo momento bisogna fare i bravi perché sennò ne pagheremo le conseguenze tutti quanti […] Da domani spero che si comincino a fare le cose come si deve, perché la città sta soffrendo tanto per Maradona ma anche per tutti i negozi chiusi e per l'economia». «Tutti noi», ha concluso Gattuso, «abbiamo il dovere di fare le cose fatte bene». Prima di lui, né il ministro della Salute Roberto Speranza, né il sindaco Luigi De Magistris, né il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, avevano osato smettere di lisciare il pelo ai napoletani in lutto. De Luca, dopo aver minacciato il lanciafiamme non solo ai suoi sudditi ma a mezza Italia, isole comprese, ha ritrovato la parola cinque ore dopo l'allenatore: «Desidero ringraziare Rino Gattuso ed esprimere apprezzamento per il suo appello ad osservare comportamenti rigorosi al termine di Napoli-Roma». Peccato che tre giorni prima, quando a Napoli c'era già il liberi tutti, il presidente della Campania si fosse limitato a scrivere sui social: «Unico, irripetibile genialità, il più grande di tutti, il più amato di tutti. Un grande uomo di calcio, un grande uomo di sport che prima del mondo intero, ha fatto innamorare Napoli perché di slancio e senza ipocrisia ha saputo scoprirne e interpretarne l'anima». Parole alate, anche se un giorno qualcuno dovrà spiegarci se questa famosa «anima di Napoli», che naturalmente possono capire solo i napoletani, sia minimamente, non diciamo, governabile, ma almeno assoggettabile a confronto dialettico. Non pervenuti anche Speranza, quello che non ci farebbe fare il Natale neppure con la nonna, e il sindaco-pm De Magistris, un uomo dall'esposto facile. Certo, sempre guardando le immagini qui dall'Alta Italia, il leghista Roberto Calderoli aveva osato chiedere con ironia se la Campania fosse zona rossa («Forse ho capito male io», aveva detto il vicepresidente del Senato). Lo hanno criticato, ma certo, è della Lega ed è di Bergamo, quindi non può capire «l'anima di Napoli». Ma adesso che ha parlato il calabrese Gattuso, forse si può almeno criticare l'extraterritorialità di Napoli, senza passare per razzisti.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 giugno con Carlo Cambi
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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