In Occidente chi si riavvicina alla fede è interessato al sacro più che a migranti e ambiente. E i battezzati crescono pure nella Francia laicista: +30% nel 2024.
Lo scrittore Giuseppe Signorin: «La religione mi sembrava non c’entrare con la cultura. Chi è lontano dalla Chiesa ne ha un’idea sbagliata».
I musulmani sono avvantaggiati (ma sempre meno) dal trend demografico, però sale tra di loro il numero di chi passa al Vangelo. Che «guadagna» 4 milioni di fedeli l’anno.
Lo speciale contiene tre articoli.
Se ha ragione san Gregorio Nazianzeno, vescovo e dottore della Chiesa secondo cui l’Onnipotente «di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell’uomo», a Dio qualche soddisfazione la sta dando perfino l’Occidente laico e secolarizzato. Per quanto scristianizzata, infatti, quest’area del globo è da qualche anno protagonista di parecchie conversioni al cattolicesimo; alcune delle quali perfino clamorose, se si pensa per esempio a J.D. Vance, il vicepresidente eletto degli Stati Uniti d’America, o al Nobel per la letteratura del 2023, il norvegese Jon Fosse, al vescovo anglicano Richard Pain o a Tammy Peterson moglie di Jordan, probabilmente lo psicologo vivente più celebre del pianeta.
A sorpresa, queste conversioni, anche quando non riguardano volti noti, tendono a verificarsi anche là dove uno meno se lo aspetterebbe. Notevole, al riguardo, quanto accade nella Francia di Emmanuel Macron, patria della Rivoluzione francese e d’una cristianofobia dilagante – i 1.000 atti d’odio anticristiano annui sono un record europeo; eppure, la scorsa Pasqua i battezzati adulti sono stati oltre 7.000 (7.135, per l’esattezza), somma ragguardevole se si pensa che corrisponde al 30% in più rispetto al 2023; tanto che i laicisti del quotidiano Libération, davanti a questi numeri, pare siano saltati sulla sedia.
Se non migliaia, comunque certamente centinaia di conversioni al cattolicesimo si verificano anche nelle insospettabili Svezia, Norvegia, Finlandia; il tutto in numeri ancora piccoli, va detto, per parlare di grande ritorno della Chiesa, ma certamente più che sufficienti per attirare l’attenzione e per portare a chiedersi: chi sono i nuovi convertiti? E soprattutto: per quale motivo, nell’Occidente «sazio e disperato» – per riprendere una espressione dell’indimenticabile cardinal Giacomo Biffi – tante anime ancora ritrovano o trovano la via della Chiesa?
Rispondere a simili interrogativi non è affatto semplice, anche perché tali esperienze risultano, in chi le vive, qualcosa di estremamente intimo, motivo per cui l’argomento non ha mai smesso di incuriosire antropologi, psicologi e sociologi della religione. Per la verità, nel corso degli anni, diversi sociologi hanno provato a mettere a punto dei modelli basandosi su dei fattori personali che caratterizzano la conversione religiosa e che la possano rendere in qualche misura prevedibile. Tuttavia, questi modelli non hanno mai convinto del tutto per il semplice fatto che non sono mai riusciti ad offrire una spiegazione esaustiva del processo di conversione che, per questo motivo, ha mantenuto una dimensione misteriosa e affascinante.
Ciò non toglie che degli elementi ricorrenti nelle conversioni siano stati individuati; anzitutto l’età. Le conversioni religiose tendono infatti a manifestarsi, pur con le dovute eccezioni, prima dei 40 anni – quindi interessando soggetti giovani o relativamente tali; inoltre la gran parte di esse si protraggono per periodi non sempre brevi, anche se alcune risultano letteralmente istantanee o quasi; un po’ come la famosa folgorazione sulla via di Damasco di san Paolo. Per quanto riguarda invece ciò che spinge ad abbracciare la fede cristiana, i fattori determinanti sembrano essere prevalentemente due.
Il primo è quello relazionale e, in estrema sintesi, si esprime con la conoscenza e l’influenza di qualcuno che cristiano già è. Il peso delle relazioni nella conversione religiosa emerge da molteplici confessioni e si è manifestata in più occasioni nel corso della storia, come sottolineava il grande sociologo delle religioni Rodney Stark. «I più famosi innovatori religiosi», osservava infatti Stark in un suo libro, «cominciarono convertendo i loro parenti più stretti e i loro amici. Mosè cominciò con sua moglie e suo suocero, passando poi a suo fratello e a sua sorella. I primi convertiti da Zoroastro furono sua moglie e lo zio di questa. Il primo a essere convertito da Maometto fu sua moglie, poi un cugino di questa e dopo ancora i figli da lui adottati, le quattro figlie e vari servitori di famiglia».
Non basta però conoscere qualcuno già credente per convertirsi. Occorre trovarsi davanti un esempio positivo e credibile. Se n’è accorta, tra gli altri, Tamra Hull Fromm, studiosa del Catholic Biblical School del Michigan particolarmente sensibile all’argomento non foss’altro perché lei stessa, nel 2001, ha sperimentato sulla propria pelle l’esperienza di cui si sta parlando, abbracciando il cattolicesimo. Ebbene, la ricercatrice ha prodotto uno studio decisamente interessante, che sia pure per sommi capi merita qui di essere ricordato.
In breve, per la propria tesi di dottorato la Hull Fromm ha realizzato una ricerca su 24 giovani adulti convertiti alla Chiesa cattolica e battezzati nell’arcidiocesi di Detroit. L’aspetto più stimolante di questa indagine riguarda le dinamiche di conversione dei soggetti studiati, che vedono in una figura amica, un testimone che in un primo momento, attenzione, magari neppure appariva un credente, un prezioso se non decisivo viatico verso il nuovo credo. «Il testimone che vive la fede in modo autentico e non giudicante», ha spiegato la studiosa americana esponendo il suo studio, «agisce sia come antidoto ai pregiudizi antireligiosi, sia come accompagnatore verso la fede della persona con cui entra in relazione».
Dopo quello delle relazioni, il secondo fattore che pesa molto nelle conversioni, banalmente, è quello religioso. Esaminando le biografie dei convertiti – intesi come coloro che tornano alla fede cui erano stati educati o scoprono quella cristiana per la prima volta –, troviamo infatti spesso, come passaggio decisivo, quello d’una Messa, di un ingresso in chiesa, della visita a un santuario o anche solo di una semplice preghiera.
Questo per quanto riguarda le conversioni in senso generale; c’è poi, a ben vedere, un fattore nuovo che caratterizza quelle al cristianesimo di questi anni: i social network, ossia le piattaforme dove i neoconvertiti spesso e volentieri, ciascuno con il proprio stile, raccontano le loro esperienze. Sul mensile Il Timone, a questo proposito, sono da poco stati intervistati Niccolò Reale, che sui social è conosciuto e seguito come Summacognitio – e che è approdato al cattolicesimo da protestante che era –, e Federica Tognacci, su Instagram presente come Fede_prega_ilrosario, e che è diventata cattolica dopo anni trascorsi tra mantra, reiki e sedute di psicoterapia.
C’è una storia di conversione, avvenuta a 18 anni, anche nella biografia di Sara Alessandrini, che sempre su Instagram, col suo profilo Itinerari religiosi, oggi guida quasi 54.000 follower in chiese e santuari. Lo stesso Giuseppe Signorin, intervistato nella pagina accanto, è molto attivo sui social, sui quali con la moglie Anita – in uno stile spesso allegro e scanzonato – richiama sovente le figure di santi e beati.
A dispetto d’un certo ecclesialmente corretto che all’annuncio del Vangelo sembra ora quasi preferire le battaglie politiche dell’ambientalismo, dell’accoglienza dei migranti e delle minoranze sessuali, i nuovi convertiti sono insomma oggi coloro che – oggi forse di più di tutti – mettono al centro testimonianze di fede autentica, dove Dio non è una variabile secondaria ma il centro di tutto. Ed accade per di più proprio su Internet, là dove il sacro, che in teoria avrebbe dovuto evaporare del tutto, sperimenta oggi una nuova giovinezza. Provare, anzi cliccare per credere.
«Pensavo che la fede fosse sorpassata. Poi lessi Ratzinger...»
Viveva e lavorava a Milano in un mondo, parole sue, dove «non c’era spazio per la fede» o, peggio, dov’è considerata «old fashion». Ma oggi Giuseppe Signorin, 42 anni, dal 2013 sposato con Anita – con la quale ha composto un duo musicale cristiano, i Mienmiuaif –, si sente decisamente più a casa a Medjugorje, su cui sta scrivendo un libro; uno dei tanti, s’intende, perché, collaborando con Berica Editrice, ne ha già fatti pubblicare e scritti lui stesso diversi; l’ultimo è dedicato al santo di Pietrelcina ed ha titolo decisamente forte: Pio. Un santo della Madonna. Insieme alla moglie, poi, Signorin parla spesso di fede su Instagram, Facebook e YouTube; e proprio perché racconta volentieri la sua esperienza personale, La Verità ha scelto di avvicinarlo.
Signorin, partiamo dall’inizio. Viene da una famiglia credente?
«La mia famiglia di origine è credente e praticante. I miei genitori sono sempre stati attivi in parrocchia, pregavano molto e mi hanno educato nel migliore dei modi. Però io, dopo un incidente in motorino a 14 anni, ho vissuto un periodo di ribellione... E ho iniziato a staccarmi dalla Chiesa».
Poi?
«Poi il liceo, l’università, i miei interessi – letteratura, cinema, musica, arte –, tutto mi portava distante. Il mondo culturale è piuttosto anticlericale, o, peggio, indifferente. A Milano, dove ho studiato e lavorato tra il 2000 e il 2010, come ho letto anni fa in un’intervista all’artista visivo Damien Hirst, la religione era considerata “old fashion”».
Cosa ricorda di quel periodo?
«Senza il freno della fede e soprattutto senza il senso che dà alla vita, ho iniziato a sperimentare diverse strade e diversi tipi di divertimento. Tutte cose piuttosto comuni e malsane. La musica, i film, la cultura in generale, l’intrattenimento, influiscono sulla formazione delle persone molto più della politica o dell’economia. Ero dentro quel mondo e non c’era spazio per Dio. A 18 anni sono stato a un concerto di Lou Reed, a Milano, dicendo ai miei genitori che per me era come il Papa. In effetti, tutto diventa un idolo se non lo metti al posto giusto, ed escludendo Dio dal proprio orizzonte, è difficile mettere le cose al posto giusto. L’uomo è sempre lo stesso: se rifiuta Dio, lo cerca altrove, in luoghi che però non dissetano, non riempiono. Io vivevo questa frustrazione: in apparenza mi divertivo, in realtà nutrivo solo il mio vuoto interiore».
Com’è avvenuta la sua conversione?
«Ci sono stati diversi fattori, non tutti semplici da spiegare».
Proviamoci.
«Posso dire che Dio, inizialmente, è venuto a parlarmi con un linguaggio che conoscevo. In particolare, ricordo la lettura di un libro di C. S. Lewis, Il cristianesimo così com’è. Avevo parecchi libri Adelphi, così mi è capitato quel titolo. O me l’ha prestato un amico. Lewis mi ha folgorato, mi ha fatto rivalutare i cristiani... Nel tempo avevo infatti sviluppato forti pregiudizi... Come racconta sant’Agostino nelle Confessioni, chi è contro la Chiesa di solito ha un’idea della Chiesa che non corrisponde al vero».
Cioè?
«È contro la Chiesa convinto che la Chiesa sia un’altra cosa. Anch’io: ero contro l’idea sbagliata che avevo della Chiesa. Piano piano invece ho approfondito. Inoltre, sono stati importanti alcuni viaggi a Medjugorje e le encicliche di papa Benedetto XVI».
Da qualche anno, se non erro, canta con sua moglie in un duo cristiano ed è pure editore cattolico.
«Dopo il matrimonio, non so nemmeno io perché, mi sono messo a scrivere delle canzoni un po’ demenziali – non tutte, alcune più serie – sulla vita di coppia e sulla fede, e Anita, mia moglie, che ha sempre amato cantare, le ha “interpretate” seguendo le mie istruzioni: occhiali da sole e sguardo serio. Ho dato un nome assurdo alla band, Mienmiuaif, una parodia dell’inglese, e nonostante questo i nostri video hanno girato un po’ sui social e hanno iniziato a chiamarci per suonare in giro. Nel frattempo, nel 2015, è nato un progetto editoriale per Berica Editrice, una collana di libri cattolica di cui sono il curatore e che si chiama Uomovivo, in onore del grande convertito – e “convertitore” – G. K. Chesterton».
Come sta andando il progetto?
«Abbiamo pubblicato diversi autori italiani e un paio di stranieri, Jo Croissant e Fabrice Hadjadj. Io stesso, col nome Mienmiuaif, che nel frattempo è diventata anche una pagina Instagram, ho pubblicato alcuni libri. L’ultimo su padre Pio – Pio. Un santo della Madonna».
Dopo la conversione, ha conosciuto altri che hanno fatto un percorso analogo?
«Noi siamo molto legati a Medjugorje – sto scrivendo un libriccino proprio su questo luogo speciale. Ho conosciuto tante persone a cui Medjugorje ha cambiato la vita. A ognuno, però – per quanto alcune dinamiche siano simili – Dio parla in modo unico».
Cosa direbbe ad un giovane che, come lei un tempo, guarda la Chiesa con scetticismo?
«Direi di guardare più a fondo. Di leggere le vite dei santi. Di recarsi in qualche luogo di grazia. O di chiedere semplicemente a Dio – però sul serio, senza finzioni –: “Esisti? E se esisti, puoi farmelo capire?”. Perché, se Dio esiste, è nostro padre e ci risponde».
Il cristianesimo fa meglio dell’islam
Qual è la religione che beneficia di più conversioni, e quante sono? Il quesito non è banale. Lo stesso Chatgpt, interpellato sul punto, alza bandiera bianca ammettendo «di non poter condividere ricerche al riguardo», aggiungendo che «cifre precise non sono facilmente verificabili» e che «non esiste un dato ufficiale o un consenso unanime sulla cifra esatta»; il che sostanzialmente è vero, intendiamoci. A differenza però di quanto sostiene l’intelligenza artificiale delle ricerche al riguardo esistono e sono disponibili da anni.
Prova ne è il poderoso The Oxford Handbook of Religious Conversion pubblicato nel 2014, volume di oltre 800 pagine, secondo cui ogni anno a lasciare la fede cristiana sono 11,7 milioni di persone, mentre quelle che da altre esperienze al cristianesimo approdano sono circa 15,5 milioni, con un guadagno netto di 3,8 milioni di nuovi fedeli. Aggiornano questo dato i lavori della studiosa ed esperta di statistiche religiose Gina Zurlo – nominata dalla Bbc come una delle 100 donne più influenti del mondo nell’anno 2019 – la quale, nel suo World Christian Database, stima che ogni anno sarebbero 13,6 milioni le persone che lasciano cristianesimo, mentre quelle che alla fede cristiana si convertono ammontano a 17,4 milioni, confermando così, grazie appunto alle conversioni, una crescita di quasi 4 milioni di fedeli.
Questi dati indirettamente confermano, tornando al quesito iniziale, che è il cristianesimo la religione che benefica del maggior numero di conversioni. Infatti i seguaci di Gesù Cristo a livello globale crescono ad un ritmo abbastanza simile a quello della religione islamica, che però è avvantaggiata – anche se il vantaggio da di anno in anno assottigliandosi – dal tasso di fertilità, che vede 3,1 figli per donna per i seguaci di Maometto contro i 2,7 per le donne cristiane. Il cristianesimo, al momento indietro nelle dinamiche demografiche, è però favorito, a livello globale, dall’alto numero di conversioni. Che spesso e volentieri, attenzione, hanno per protagonisti proprio ex islamici.
Quanti? Secondo lo studio del missionario David Garrison – contenuto nel suo A Wind in the House of Islam – sarebbero tra i 2 e i 7 milioni i musulmani che negli ultimi decenni hanno lasciato l’islam divenendo protagonisti, parole sempre di Garrison, del «più grande ritorno dei musulmani a Cristo nella storia». Spesso poco considerate dai mass media, le conversioni al cristianesimo meriterebbero dunque d’essere più considerate, come fenomeno; anche perché altrimenti non si capirebbe un’avanzata cristiana che, in più aree del pianeta, è sorprendente. Si prenda la Corea del Sud: solo dal 1999 al 2018, i cattolici son cresciuti del 48,6%; in diocesi come quella di Suwon, a sud della capitale Seoul, addirittura del 90%.
Anche in Iran i cristiani, da 350.000 che erano stimati, oggi si pensa siano oltre un milione. Aumenti sbalorditivi frutto di conversioni sono avvenuti in Cina, pure sotto il dominio spietato di Mao. Quando infatti il regime comunista cinese prese il potere nel 1950, c’erano circa 4,2 milioni di cristiani che nel 1980 - dopo sanguinose repressioni - erano già più che raddoppiati di numero, facendo segnare una crescita che dura tuttora. Tanto che gli studiosi stimano che, dal 1950 in poi, il cristianesimo si sia diffuso ad un tasso annuo del 7%; ritmo di crescita incredibile, superiore perfino a quello che si ebbe a ridosso della vita di Gesù, con l’allora nuova religione che avanzava ogni anno del 3,5%. Quello del Vangelo resta dunque, 2000 anni dopo, un annuncio più potente che mai.
In Occidente chi si riavvicina alla fede è interessato al sacro più che a migranti e ambiente. E i battezzati crescono pure nella Francia laicista: +30% nel 2024.Lo scrittore Giuseppe Signorin: «La religione mi sembrava non c’entrare con la cultura. Chi è lontano dalla Chiesa ne ha un’idea sbagliata».I musulmani sono avvantaggiati (ma sempre meno) dal trend demografico, però sale tra di loro il numero di chi passa al Vangelo. Che «guadagna» 4 milioni di fedeli l’anno.Lo speciale contiene tre articoli.Se ha ragione san Gregorio Nazianzeno, vescovo e dottore della Chiesa secondo cui l’Onnipotente «di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell’uomo», a Dio qualche soddisfazione la sta dando perfino l’Occidente laico e secolarizzato. Per quanto scristianizzata, infatti, quest’area del globo è da qualche anno protagonista di parecchie conversioni al cattolicesimo; alcune delle quali perfino clamorose, se si pensa per esempio a J.D. Vance, il vicepresidente eletto degli Stati Uniti d’America, o al Nobel per la letteratura del 2023, il norvegese Jon Fosse, al vescovo anglicano Richard Pain o a Tammy Peterson moglie di Jordan, probabilmente lo psicologo vivente più celebre del pianeta.A sorpresa, queste conversioni, anche quando non riguardano volti noti, tendono a verificarsi anche là dove uno meno se lo aspetterebbe. Notevole, al riguardo, quanto accade nella Francia di Emmanuel Macron, patria della Rivoluzione francese e d’una cristianofobia dilagante – i 1.000 atti d’odio anticristiano annui sono un record europeo; eppure, la scorsa Pasqua i battezzati adulti sono stati oltre 7.000 (7.135, per l’esattezza), somma ragguardevole se si pensa che corrisponde al 30% in più rispetto al 2023; tanto che i laicisti del quotidiano Libération, davanti a questi numeri, pare siano saltati sulla sedia.Se non migliaia, comunque certamente centinaia di conversioni al cattolicesimo si verificano anche nelle insospettabili Svezia, Norvegia, Finlandia; il tutto in numeri ancora piccoli, va detto, per parlare di grande ritorno della Chiesa, ma certamente più che sufficienti per attirare l’attenzione e per portare a chiedersi: chi sono i nuovi convertiti? E soprattutto: per quale motivo, nell’Occidente «sazio e disperato» – per riprendere una espressione dell’indimenticabile cardinal Giacomo Biffi – tante anime ancora ritrovano o trovano la via della Chiesa? Rispondere a simili interrogativi non è affatto semplice, anche perché tali esperienze risultano, in chi le vive, qualcosa di estremamente intimo, motivo per cui l’argomento non ha mai smesso di incuriosire antropologi, psicologi e sociologi della religione. Per la verità, nel corso degli anni, diversi sociologi hanno provato a mettere a punto dei modelli basandosi su dei fattori personali che caratterizzano la conversione religiosa e che la possano rendere in qualche misura prevedibile. Tuttavia, questi modelli non hanno mai convinto del tutto per il semplice fatto che non sono mai riusciti ad offrire una spiegazione esaustiva del processo di conversione che, per questo motivo, ha mantenuto una dimensione misteriosa e affascinante. Ciò non toglie che degli elementi ricorrenti nelle conversioni siano stati individuati; anzitutto l’età. Le conversioni religiose tendono infatti a manifestarsi, pur con le dovute eccezioni, prima dei 40 anni – quindi interessando soggetti giovani o relativamente tali; inoltre la gran parte di esse si protraggono per periodi non sempre brevi, anche se alcune risultano letteralmente istantanee o quasi; un po’ come la famosa folgorazione sulla via di Damasco di san Paolo. Per quanto riguarda invece ciò che spinge ad abbracciare la fede cristiana, i fattori determinanti sembrano essere prevalentemente due.Il primo è quello relazionale e, in estrema sintesi, si esprime con la conoscenza e l’influenza di qualcuno che cristiano già è. Il peso delle relazioni nella conversione religiosa emerge da molteplici confessioni e si è manifestata in più occasioni nel corso della storia, come sottolineava il grande sociologo delle religioni Rodney Stark. «I più famosi innovatori religiosi», osservava infatti Stark in un suo libro, «cominciarono convertendo i loro parenti più stretti e i loro amici. Mosè cominciò con sua moglie e suo suocero, passando poi a suo fratello e a sua sorella. I primi convertiti da Zoroastro furono sua moglie e lo zio di questa. Il primo a essere convertito da Maometto fu sua moglie, poi un cugino di questa e dopo ancora i figli da lui adottati, le quattro figlie e vari servitori di famiglia». Non basta però conoscere qualcuno già credente per convertirsi. Occorre trovarsi davanti un esempio positivo e credibile. Se n’è accorta, tra gli altri, Tamra Hull Fromm, studiosa del Catholic Biblical School del Michigan particolarmente sensibile all’argomento non foss’altro perché lei stessa, nel 2001, ha sperimentato sulla propria pelle l’esperienza di cui si sta parlando, abbracciando il cattolicesimo. Ebbene, la ricercatrice ha prodotto uno studio decisamente interessante, che sia pure per sommi capi merita qui di essere ricordato. In breve, per la propria tesi di dottorato la Hull Fromm ha realizzato una ricerca su 24 giovani adulti convertiti alla Chiesa cattolica e battezzati nell’arcidiocesi di Detroit. L’aspetto più stimolante di questa indagine riguarda le dinamiche di conversione dei soggetti studiati, che vedono in una figura amica, un testimone che in un primo momento, attenzione, magari neppure appariva un credente, un prezioso se non decisivo viatico verso il nuovo credo. «Il testimone che vive la fede in modo autentico e non giudicante», ha spiegato la studiosa americana esponendo il suo studio, «agisce sia come antidoto ai pregiudizi antireligiosi, sia come accompagnatore verso la fede della persona con cui entra in relazione».Dopo quello delle relazioni, il secondo fattore che pesa molto nelle conversioni, banalmente, è quello religioso. Esaminando le biografie dei convertiti – intesi come coloro che tornano alla fede cui erano stati educati o scoprono quella cristiana per la prima volta –, troviamo infatti spesso, come passaggio decisivo, quello d’una Messa, di un ingresso in chiesa, della visita a un santuario o anche solo di una semplice preghiera. Questo per quanto riguarda le conversioni in senso generale; c’è poi, a ben vedere, un fattore nuovo che caratterizza quelle al cristianesimo di questi anni: i social network, ossia le piattaforme dove i neoconvertiti spesso e volentieri, ciascuno con il proprio stile, raccontano le loro esperienze. Sul mensile Il Timone, a questo proposito, sono da poco stati intervistati Niccolò Reale, che sui social è conosciuto e seguito come Summacognitio – e che è approdato al cattolicesimo da protestante che era –, e Federica Tognacci, su Instagram presente come Fede_prega_ilrosario, e che è diventata cattolica dopo anni trascorsi tra mantra, reiki e sedute di psicoterapia. C’è una storia di conversione, avvenuta a 18 anni, anche nella biografia di Sara Alessandrini, che sempre su Instagram, col suo profilo Itinerari religiosi, oggi guida quasi 54.000 follower in chiese e santuari. Lo stesso Giuseppe Signorin, intervistato nella pagina accanto, è molto attivo sui social, sui quali con la moglie Anita – in uno stile spesso allegro e scanzonato – richiama sovente le figure di santi e beati. A dispetto d’un certo ecclesialmente corretto che all’annuncio del Vangelo sembra ora quasi preferire le battaglie politiche dell’ambientalismo, dell’accoglienza dei migranti e delle minoranze sessuali, i nuovi convertiti sono insomma oggi coloro che – oggi forse di più di tutti – mettono al centro testimonianze di fede autentica, dove Dio non è una variabile secondaria ma il centro di tutto. Ed accade per di più proprio su Internet, là dove il sacro, che in teoria avrebbe dovuto evaporare del tutto, sperimenta oggi una nuova giovinezza. 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Poi? «Poi il liceo, l’università, i miei interessi – letteratura, cinema, musica, arte –, tutto mi portava distante. Il mondo culturale è piuttosto anticlericale, o, peggio, indifferente. A Milano, dove ho studiato e lavorato tra il 2000 e il 2010, come ho letto anni fa in un’intervista all’artista visivo Damien Hirst, la religione era considerata “old fashion”». Cosa ricorda di quel periodo? «Senza il freno della fede e soprattutto senza il senso che dà alla vita, ho iniziato a sperimentare diverse strade e diversi tipi di divertimento. Tutte cose piuttosto comuni e malsane. La musica, i film, la cultura in generale, l’intrattenimento, influiscono sulla formazione delle persone molto più della politica o dell’economia. Ero dentro quel mondo e non c’era spazio per Dio. A 18 anni sono stato a un concerto di Lou Reed, a Milano, dicendo ai miei genitori che per me era come il Papa. In effetti, tutto diventa un idolo se non lo metti al posto giusto, ed escludendo Dio dal proprio orizzonte, è difficile mettere le cose al posto giusto. L’uomo è sempre lo stesso: se rifiuta Dio, lo cerca altrove, in luoghi che però non dissetano, non riempiono. Io vivevo questa frustrazione: in apparenza mi divertivo, in realtà nutrivo solo il mio vuoto interiore». Com’è avvenuta la sua conversione? «Ci sono stati diversi fattori, non tutti semplici da spiegare». Proviamoci. «Posso dire che Dio, inizialmente, è venuto a parlarmi con un linguaggio che conoscevo. In particolare, ricordo la lettura di un libro di C. S. Lewis, Il cristianesimo così com’è. Avevo parecchi libri Adelphi, così mi è capitato quel titolo. O me l’ha prestato un amico. Lewis mi ha folgorato, mi ha fatto rivalutare i cristiani... Nel tempo avevo infatti sviluppato forti pregiudizi... Come racconta sant’Agostino nelle Confessioni, chi è contro la Chiesa di solito ha un’idea della Chiesa che non corrisponde al vero». Cioè? «È contro la Chiesa convinto che la Chiesa sia un’altra cosa. Anch’io: ero contro l’idea sbagliata che avevo della Chiesa. Piano piano invece ho approfondito. Inoltre, sono stati importanti alcuni viaggi a Medjugorje e le encicliche di papa Benedetto XVI». Da qualche anno, se non erro, canta con sua moglie in un duo cristiano ed è pure editore cattolico. «Dopo il matrimonio, non so nemmeno io perché, mi sono messo a scrivere delle canzoni un po’ demenziali – non tutte, alcune più serie – sulla vita di coppia e sulla fede, e Anita, mia moglie, che ha sempre amato cantare, le ha “interpretate” seguendo le mie istruzioni: occhiali da sole e sguardo serio. Ho dato un nome assurdo alla band, Mienmiuaif, una parodia dell’inglese, e nonostante questo i nostri video hanno girato un po’ sui social e hanno iniziato a chiamarci per suonare in giro. Nel frattempo, nel 2015, è nato un progetto editoriale per Berica Editrice, una collana di libri cattolica di cui sono il curatore e che si chiama Uomovivo, in onore del grande convertito – e “convertitore” – G. K. Chesterton». Come sta andando il progetto? «Abbiamo pubblicato diversi autori italiani e un paio di stranieri, Jo Croissant e Fabrice Hadjadj. Io stesso, col nome Mienmiuaif, che nel frattempo è diventata anche una pagina Instagram, ho pubblicato alcuni libri. L’ultimo su padre Pio – Pio. Un santo della Madonna». Dopo la conversione, ha conosciuto altri che hanno fatto un percorso analogo? «Noi siamo molto legati a Medjugorje – sto scrivendo un libriccino proprio su questo luogo speciale. Ho conosciuto tante persone a cui Medjugorje ha cambiato la vita. A ognuno, però – per quanto alcune dinamiche siano simili – Dio parla in modo unico». Cosa direbbe ad un giovane che, come lei un tempo, guarda la Chiesa con scetticismo? «Direi di guardare più a fondo. Di leggere le vite dei santi. Di recarsi in qualche luogo di grazia. O di chiedere semplicemente a Dio – però sul serio, senza finzioni –: “Esisti? E se esisti, puoi farmelo capire?”. Perché, se Dio esiste, è nostro padre e ci risponde». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nuovi-convertiti-2670744380.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-cristianesimo-fa-meglio-dellislam" data-post-id="2670744380" data-published-at="1736103912" data-use-pagination="False"> Il cristianesimo fa meglio dell’islam Qual è la religione che beneficia di più conversioni, e quante sono? Il quesito non è banale. Lo stesso Chatgpt, interpellato sul punto, alza bandiera bianca ammettendo «di non poter condividere ricerche al riguardo», aggiungendo che «cifre precise non sono facilmente verificabili» e che «non esiste un dato ufficiale o un consenso unanime sulla cifra esatta»; il che sostanzialmente è vero, intendiamoci. A differenza però di quanto sostiene l’intelligenza artificiale delle ricerche al riguardo esistono e sono disponibili da anni. Prova ne è il poderoso The Oxford Handbook of Religious Conversion pubblicato nel 2014, volume di oltre 800 pagine, secondo cui ogni anno a lasciare la fede cristiana sono 11,7 milioni di persone, mentre quelle che da altre esperienze al cristianesimo approdano sono circa 15,5 milioni, con un guadagno netto di 3,8 milioni di nuovi fedeli. Aggiornano questo dato i lavori della studiosa ed esperta di statistiche religiose Gina Zurlo – nominata dalla Bbc come una delle 100 donne più influenti del mondo nell’anno 2019 – la quale, nel suo World Christian Database, stima che ogni anno sarebbero 13,6 milioni le persone che lasciano cristianesimo, mentre quelle che alla fede cristiana si convertono ammontano a 17,4 milioni, confermando così, grazie appunto alle conversioni, una crescita di quasi 4 milioni di fedeli. Questi dati indirettamente confermano, tornando al quesito iniziale, che è il cristianesimo la religione che benefica del maggior numero di conversioni. Infatti i seguaci di Gesù Cristo a livello globale crescono ad un ritmo abbastanza simile a quello della religione islamica, che però è avvantaggiata – anche se il vantaggio da di anno in anno assottigliandosi – dal tasso di fertilità, che vede 3,1 figli per donna per i seguaci di Maometto contro i 2,7 per le donne cristiane. Il cristianesimo, al momento indietro nelle dinamiche demografiche, è però favorito, a livello globale, dall’alto numero di conversioni. Che spesso e volentieri, attenzione, hanno per protagonisti proprio ex islamici. Quanti? Secondo lo studio del missionario David Garrison – contenuto nel suo A Wind in the House of Islam – sarebbero tra i 2 e i 7 milioni i musulmani che negli ultimi decenni hanno lasciato l’islam divenendo protagonisti, parole sempre di Garrison, del «più grande ritorno dei musulmani a Cristo nella storia». Spesso poco considerate dai mass media, le conversioni al cristianesimo meriterebbero dunque d’essere più considerate, come fenomeno; anche perché altrimenti non si capirebbe un’avanzata cristiana che, in più aree del pianeta, è sorprendente. Si prenda la Corea del Sud: solo dal 1999 al 2018, i cattolici son cresciuti del 48,6%; in diocesi come quella di Suwon, a sud della capitale Seoul, addirittura del 90%. Anche in Iran i cristiani, da 350.000 che erano stimati, oggi si pensa siano oltre un milione. Aumenti sbalorditivi frutto di conversioni sono avvenuti in Cina, pure sotto il dominio spietato di Mao. Quando infatti il regime comunista cinese prese il potere nel 1950, c’erano circa 4,2 milioni di cristiani che nel 1980 - dopo sanguinose repressioni - erano già più che raddoppiati di numero, facendo segnare una crescita che dura tuttora. Tanto che gli studiosi stimano che, dal 1950 in poi, il cristianesimo si sia diffuso ad un tasso annuo del 7%; ritmo di crescita incredibile, superiore perfino a quello che si ebbe a ridosso della vita di Gesù, con l’allora nuova religione che avanzava ogni anno del 3,5%. Quello del Vangelo resta dunque, 2000 anni dopo, un annuncio più potente che mai.
Un fermo immagine del podcast Politigram dell'11 luglio 2025
Nel podcast Politigram del luglio 2025 il generale escludeva «certamente» la nascita di una sua forza politica. E sosteneva che le voci su un suo partito fossero state «messe in giro probabilmente da Schlein e Conte», proprio per indebolire il centrodestra.
A volte la politica corre più veloce delle previsioni dei suoi protagonisti. E così, a distanza di un anno, fanno discutere alcune dichiarazioni rilasciate da Roberto Vannacci nel corso del podcast Politigram (circa 1:00:15), quando l'ipotesi di una sua formazione politica veniva liquidata come una suggestione priva di fondamento.
«Certamente escludo di fare un mio partito», affermava allora il generale, spiegando di considerare quelle indiscrezioni una costruzione alimentata dalla sinistra. Secondo Vannacci, infatti, le voci sulla nascita di un suo soggetto politico erano state «messe in giro probabilmente da Schlein e Conte messi insieme».
Non solo. L'attuale leader di Futuro Nazionale metteva in dubbio anche la possibilità di successo di un'eventuale iniziativa personale. «Negli ultimi 25 anni sono stati fatti oltre 100 nuovi partiti. Quanti ne sono sopravvissuti?», osservava, interrogandosi sulle reali prospettive di una forza politica costruita attorno alla sua figura. Nel ragionamento sviluppato durante l'intervista emergeva però soprattutto una valutazione di carattere strategico. Vannacci sosteneva che un suo eventuale partito avrebbe rischiato di indebolire il centrodestra. «Se io avessi fatto un partito, e se quel partito avesse avuto successo, metta che fosse arrivato al 5%, no? Io avrei spaccato la destra», spiegava. Il generale immaginava persino la possibile reazione di Matteo Salvini: «Se io fossi stato Salvini, non avrei mai accettato che il partito di Vannacci, traditore, entrasse nella coalizione di maggioranza». Da qui la conclusione che una simile operazione avrebbe finito per sottrarre consenso all'area politica di riferimento, trasformandolo, nelle sue stesse parole, «in un Renzi o in un Calenda a caso», capace di dividere anziché rafforzare lo schieramento. «Però hanno a che fare con un generale che non ci casca», concludeva allora Vannacci, respingendo l'ipotesi di una discesa in campo autonoma.
Parole che oggi, dopo la decisione di lasciare la Lega e dare vita a Futuro Nazionale con cui punta a presentarsi alle prossime elezioni politiche, assumono inevitabilmente un significato diverso. Una scelta che segna una netta distanza rispetto alle valutazioni espresse nel podcast e che riporta d'attualità quelle dichiarazioni rilasciate appena dodici mesi fa.
Prorogata sino al 5 luglio per il grande successo di pubblico, la mostra a Palazzo Reale di Milano è una delle più grandi e complete retrospettive mai dedicate al movimento dei Macchiaioli. Da Silvestro Lega a Telemaco Signorini, passando per Giovanni Fattori e Vincenzo Cabianca, esposte oltre 100 opere, prestiti dei più importanti musei italiani.
Siamo a Firenze, nel 1855. In un «Italia » ancora divisa e in grande fermento, un gruppo di giovani pittori toscani decide che la tradizione Accademica ha fatto il suo tempo. Si chiamano Fattori, Signorini, Lega, Abbati, Borrani, Sernesi e insieme decidono che è giunto il tempo di allontanarsi dalla retorica romantica portata all’eccesso, dal mito, dal classicismo esasperato per guardare il mondo in modo nuovo. Hanno sentore che qualcosa di importante sta per accadere e che la pittura deve aprirsi alla novità, tecnicamente e ideologicamente: la retorica e il mito devono lasciare spazio a uno sguardo laico, realista, che lascia poco posto (se non nessuno) alle celebrazioni.
Al posto del Grand Tour, delle «cartoline dal’Italia », c’è la Maremma, il lavoro nei campi, i butteri, le famiglie contadine, la vita domestica e agreste, quella vera, lontana dall'edulcorato stereotipo bucolico; ci sono i soldati stanchi e accampati nel fango (basti pensare ai soldati della battaglia di Magenta dipinti da Fattori). In una parola: c’è «il vero», il reale, ma rappresentato con «velocità», da forme costruite con la luce, da un colore steso a piatto. Bisogna dipingere en plein air (come faranno gli Impressionisti anni dopo…) per catturare il sole, la natura e la vita vissuta.
Ammiratori del realismo di Gustave Courbet , l’arte di questo gruppo di amici che nel 1856 elaborano la «poetica dei Macchiaioli»,è un’arte che vuole rappresentare il reale senza idealizzazioni, cogliere il senso delle cose nella totalità, senza perdersi nei dettagli, nei contorni e nelle sfumature. La loro pittura, fatta di colori netti e definiti, chiari e scuri che si alternano in blocchi contrapposti, è una pittura definita appunto «a macchie», dove la forma esiste perchè creata dalla luce e la realtà altro non è che un insieme di «getti di luce», in cui il passaggio da un oggetto all’altro avviene attraverso un cambiamento di colore. Nelle loro opere le figure sono appena abbozzate, i volti non definiti, contorni e sfumature tendono a sparire: tutti punti in comune con gli Impressionisti, che anticipano di circa un decennio. Ma i Macchiaoli non sono gli Impressionisti, tanto meno sono gli Impressionisti italiani, come qualcuno li ha definiti. I Macchiaioli sono una corrente a sè stante, con caratteristiche ed esponenti propri, un manipolo di artisti progressisti che in breve tempo ha saputo tracciare una delle pagine più poetiche della storia dell’arte locale (Toscana soprattutto), italiana ed europea: a raccontare l’entusiasmante avventura di questo movimento, incompreso dai contemporanei e rivalutato da critica, collezionisti e pubblico a partire dagli anni ’20 in poi, la grande mostra a Palazzo Reale , che ne traccia le vicende nel lasso di tempo che va dal 1848 (data cruciale per il Risorgimento italiano)al 1872, anno della morte di Giuseppe Mazzini, la cui scomparsa segnò anche la fine della carica rivoluzionaria di questi «artisti - patrioti», testimoni diretti della nascita della nostra Nazione.
La Mostra
Curato da Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca, il percorso espositivo si articola in nove grandi sezioni, che si aprono con i moti Risorgimentali del 1848 e terminano con una parte interamente dedicata a Milano, la citta della rivalutazione critica e della fortuna collezionistica del movimento. Ma al di là del percorso in sé, che affianca a capolavori di Fattori, Lega, Signorini, Cabianca e altri esponenti di punta del gruppo le opere di alcuni pittori del tempo (come i fratelli Induno o Domenico Morelli), questa mostra pone l’accento sul «sentire Nazionale» dei Macchiaioli, sulla loro convinta adesione ai moti Risorgimentali, sul loro nuovo concetto di «popolo», di cui immortalano con grande dignità la vita familiare o l’estenuante lavoro nei campi. Artisticamente e politicamente rivoluzionari, come ha ben sottolineato Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del comune di Milano«Questa grande mostra offre l’occasione di sottolineare un'evidenza storica: è in Italia, con i Macchiaioli, che si consuma per la prima volta in Europa la rottura più radicale con le regole dell’accademia. Ben prima degli Impressionisti francesi, questi giovani pittori ebbero il coraggio di sfidare i canoni ufficiali, di dipingere all’aria aperta, di scegliere la vita quotidiana e la luce vera come nuovi orizzonti dell’arte. La loro rivoluzione – estetica, morale e civile – ha aperto la via alla modernità pittorica ed è parte profonda dell’identità culturale del nostro Paese. Con questa retrospettiva Milano celebra dunque non solo un movimento straordinario, ma una pagina fondativa della storia europea dell’arte».
Ricca di capolavori, fra cui spicca la straordinaria opera La toilette del mattino di Telemaco Signorini ( appartenuta ad Arturo Toscanini e fonte di ispirazione, come i dipinti militari di Fattori, per il grande film di Luchino ViscontiSenso, severa riflessione sul fallimento e le contraddizioni del Risorgimento italiano ), valore aggiunto dell’esposizione milanese 16 interessanti audio racconti (attivabili tramite QR code o app ) di tema storico, che trasformano il momento dell'ascolto dell’ audioguida in un'esperienza immersiva nuova e unica…
Primo romanzo di Diego Minonzio, direttore della «Provincia» di Como: spietato ritratto dei tic giornalistici, come quelli sui pezzi per i riti funebri. Ma il libro, parlando di lavoro, affronta il dramma del senso del vivere.
E una prova incontestabile che quella fosse la strategia giusta l’aveva avuta osservando, ammirato, l’esibizione del Grande Inviato Editorialista in quella che, probabilmente, rappresentava la specialità della casa, e cioè quando pennellava da par suo il ricordo commosso del notevole personaggio appena deceduto senza il quale nulla sarebbe stato più come prima, altro genere pseudo letterario nel quale una persona normale si sarebbe aspettata di veder espresso il massimo della contrizione, il massimo della compunzione, il massimo, soprattutto, dell’onestà intellettuale, grazie alle quali fornire al malcapitato lettore un affresco del notevole personaggio, spesso davvero notevole, in verità, e della sua avventura biografica e intellettuale e degli snodi, dei punti focali che avevano reso la sua opera, se non fondamentale, almeno oggettivamente significativa in un panorama già così depauperato da genialità e coraggio, in modo da fornire al mal-capitato lettore tutti gli strumenti grazie ai quali formarsi un giudizio limpido, autonomo ed equilibrato.
Questo, naturalmente, se loro avessero considerato il malcapitato lettore una persona degna, se non di stima, almeno di rispetto, anche solo per il fatto che, chissà perché, ogni giorno sborsava quei quattro spiccioli per comprare il loro quotidiano, mentre invece non facevano altro che considerarlo un decerebrato al quale erano autorizzati a servire la solita immonda razione che tanfava di spazzatura appena scoperchiata e che invece spacciavano, coprendosi di ridicolo, per sapido acume letterario, scandaglio etico delle emozioni, rarefatta sensibilità condivisa.
Si fosse scritto almeno una volta, almeno una volta nella vita, un articolo dedicato al notevole personaggio appena deceduto e senza il quale nulla sarebbe più stato come prima che, procedendo via via con la lettura, non diventasse inequivocabilmente spassoso, se non addirittura comico, una cosa da sganasciarsi dalle risate, con tutto il rispetto per il defunto, per carità, ma davvero una cosa da tenersi la pancia, da rotolarsi per terra, da picchiare i pugni sul tavolo. Innanzitutto, perché tutti i Grandi Inviati Editorialisti, ma proprio tutti, nessuno escluso, confidavano ai loro affezionati lettori di essere stati sinceri amici e intimi sodali del notevole personaggio appena deceduto - loro lo conoscevano bene - e di averne custodito con rigore e gratitudine le confidenze più segrete e gli aneddoti più preziosi e visto che i Grandi Inviati Editorialisti erano intere schiere, frotte e legioni a lui, anche una volta strappato, parecchio tempo dopo, quel decisivo scatto di carriera, veniva sempre più spesso l’inquietante sospetto di essere l’unico sprovveduto a non essere stato compagno fraterno del notevole personaggio appena deceduto e poi perché il preclaro collega chiamato addirittura personalmente dall’ancora più preclaro Direttore Responsabile a firmare quel pezzo decisivo per i destini dell’umanità non pensava neanche lontanamente a scrivere un pezzo sul notevole personaggio appena deceduto, ma sul notevole personaggio che era lui, e non c’è prova più provata che il notevole personaggio non fosse tanto il notevole personaggio appena deceduto, quanto invece il notevole personaggio chiamato a scrivere un ricordo indelebile del notevole personaggio appena deceduto e che ora non c’era più e senza il quale, non bisognava dimenticarlo mai, nulla sarebbe stato più come prima.
E il preclaro collega, infatti, iniziava tutto compunto e compreso nel ruolo, a parlare di quell’altro, che, come ovvio, se ne era andato in punta di piedi, perché andarsene in punta di piedi era un passaggio obbligatorio, un passaggio da manuale del perfetto virtuoso del necrologio delle persone illustri, un virtuoso del necrologio delle persone illustri che si rispetti non poteva mai farsi mancare il passaggio su quello che se ne era andato in punta di piedi, anche se non si capiva davvero cosa mai significasse l’espressione andarsene in punta di piedi, che era un’espressione davvero ridicola, grottesca, caricaturale, che solo una categoria di scrittori falliti, di esteti da filodrammatica come la sua poteva prima inventare e, di seguito, esibire addirittura come uno scintillante quarto di nobiltà. Ma poi, inesorabile, il preclaro collega in men che non si dica attaccava a parlare di sé e di quella volta che lui e il notevole personaggio appena deceduto erano andati a fare quella gita a Chiasso e di quell’altra volta nella quale lui e il notevole personaggio appena deceduto avevano sorseggiato Calvados in quel tale bistrot parigino assieme a Chaplin o Nabokov o Scott Fitzgerald e di quell’altra volta nella quale lui e il notevole personaggio appena deceduto avevano colla-borato, portandola ovviamente al massimo splendore, con quella rivista letteraria fucina delle meglio intelligenze dell’altrimenti asfittica e soprattutto provinciale società letteraria di quello sciagurato paese, di quell’altra volta ancora nella quale lui e il notevole personaggio appena deceduto, in verità più lui che l’altro, perché, se volevano essere onesti, il notevole personaggio appena deceduto, era sì notevole, ma anche un attimino sopravvalutato e dal carattere così altero, astioso e orgoglioso da minarne in modo sottile, ma decisivo, l’autorevolezza e la credibilità, avevano scoperto quel talento purissimo e incompreso, lanciato quel movimento d’opinione, villeggiato qui e là, folleggiato là e altrove, frequentato questo, ma non certamente quello e che sfide, che certami, che scialo di esistenze belle, leggiadre e irripetibili e via andare di questo passo lussureggiando dentro una dimensione onirica, panica, mitica e leggendaria nella quale, a poco a poco, il notevole personaggio appena deceduto via via si rimpiccioliva, emarginandosi sempre più sullo sfondo, mentre il preclaro collega, soprattutto se era veramente tronfio, egagro e onusto di mille battaglie, di mille cicatrici e di mille onori, che non a caso gli erano valsi la promozione a Grande Inviato Editorialista, emergeva in tutta la sua possanza e iniziava a scrivere, a parlare e a discettare di altro, sostanzialmente di sé, di sé stesso, di sé stesso medesimo e io e io e io e io ancora con lui, certo, che però, diciamoci la verità, in fondo non era poi questo granché mentre io e io e io e io ancora, in una mitomania egoriferita e masturbatoria dilagante che raggiungeva il suo zenit nei di lì a poco seguenti funerali del notevole personaggio appena deceduto.
Perché non era finita, non era mai finita, questo era il punto, e certo non bastava doversi sorbire la retorica stucchevole, rivoltante e nauseabonda del necrologio sul notevole personaggio appena deceduto, pure la cronaca tutta compresa e rappresa dei funerali bisognava fargli ingurgitare con l’imbuto dell’enfasi al malcapitato lettore, maestria magistrale grazie alla quale il Grande Inviato Editorialista dimostrava senza possibilità di smentita alcuna che i funerali erano sempre e solo una commedia. Ora, è vero che la vita nella sua dimensione più profonda e intellegibile non era altro che una commedia e si dipanava nell’essere soltanto e solamente quello, l’esistenza in genere, sfrondata da tutto il suo cascame ingombrante e fuligginoso, non era nulla di diverso da una commedia, una pessima commedia, tra l’altro, maldestramente diretta e pessimamente recitata, ogni singolo atto di ogni singolo essere umano era di certo e per certo la rappresentazione della propria micragnosa e misera-bile parte in commedia, ma tra le mille commedie che ogni giorno andavano in scena su questo palcoscenico scalcinato, su questa ridicola pedana da dilettanti allo sbaraglio, su questo povero sasso perso nello spazio e nel tempo, la commedia più commedia di tutte era certamente quella dei funerali. I funerali, già, i funerali, i funerali come esibizione circense, i funerali come alibi collettivo, come pagliacciata, come tartufesca sbrodolata, come penosa baracconata, altro che pietoso e condiviso rito comunitario, e invece specchio deforme, simbolo ed emblema di come ogni evento, compresa la sparizione assoluta, insensata e definitiva di una vita, della quale nel suo lungo o breve consumarsi non era importato niente a nessuno, o quasi a nessuno, e compreso, ovviamente, l’evento che costituiva la fonte della grande notizia che avrebbe cambiato i destini del mondo, diventasse sempre meno fondamentale più ci si allontanava dal suo centro pulsante, e quindi i funerali, anche i funerali, soprattutto i funerali, in fin dei conti non erano altro che la metafora perfetta, assoluta, pedagogica di quello schifo che eravamo.
Tra stanchezza dei consumatori, tensioni geopolitiche, crollo degli acquisti nei duty-free, contrazione cinese e corsa alle esperienze, persino corazzate come Lvmh, Christian Dior ed Hermès perdono il loro tocco d’oro.
Per anni il lusso è stato considerato un investimento quasi inattaccabile: un porto sicuro capace di resistere a inflazione, crisi economiche e tensioni internazionali. Oggi, però, a metà 2026, il settore dei beni personali di fascia alta mostra crepe sempre più evidenti.
La debolezza del comparto si trascina da diversi anni ed è stata aggravata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno frenato i flussi turistici e colpito alcuni scali aeroportuali strategici. Il risultato è stato un forte calo delle vendite nel canale duty-free, da sempre una componente cruciale per i grandi gruppi della moda e dell’accessorio.
Ma la crisi non dipende solo dai passeggeri mancati. Il nodo è più profondo e riguarda quella che gli addetti ai lavori definiscono luxury fatigue: una stanchezza da lusso che segnala una perdita di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi molti prodotti di fascia alta hanno visto aumenti di prezzo del 40-50%, mentre l’esclusività percepita - e in alcuni casi anche la qualità - pare indebolita. «Il settore si trova in una vera e propria trappola autoinflitta», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «poiché le politiche di prezzo eccessivamente aggressive degli ultimi anni hanno progressivamente allontanato la classe media, che costituiva la reale base volumetrica delle vendite. Al contempo, quello che per anni è stato considerato il Bengodi indiscutibile del settore, ovvero il mercato cinese, ha visto contrarsi la domanda a causa della debolezza dei consumi privati e delle rinnovate tensioni nel comparto immobiliare, lasciando le maison senza il consueto paracadute».
I mercati finanziari stanno fotografando con chiarezza questa fase. Lvmh, leader mondiale del settore, mostra una flessione pesante da inizio anno e una correzione ancora più marcata nell’arco degli ultimi tre anni. A pesare sono stati l’indebolimento della domanda, gli effetti valutari sfavorevoli e lo spostamento della spesa verso le esperienze, a scapito dei beni fisici. Anche Christian Dior riflette la stessa fase di stallo, nonostante i tentativi di rilancio creativo.
Il segnale più sorprendente arriva però da Hermès, per anni simbolo assoluto dell’esclusività. La maison ha registrato una forte correzione in Borsa. Secondo un’analisi di Bernstein, persino alcune borse Birkin e Kelly sul mercato secondario vengono oggi scambiate a prezzi inferiori rispetto a pochi anni fa.
«Il fatto che perfino i modelli usati di Hermès subiscano un ridimensionamento dei prezzi dimostra che nessuno è immune al ciclo di boom e sgonfiamento del lusso», continua Gaziano, «e questa consapevolezza ha ridotto il premio di valutazione storico del titolo rispetto ai concorrenti ai minimi degli ultimi dieci anni». Non tutto, però, arretra. Richemont continua a distinguersi grazie alla forza della gioielleria, trainata da marchi come Cartier, Van Cleef & Arpels e Buccellati, mentre gli orologi di alta gamma restano resilienti. Segnali positivi arrivano anche da Hugo Boss, sostenuta dall’offerta del gruppo Frasers.