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2025-01-06
I nuovi convertiti
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Se ha ragione san Gregorio Nazianzeno, vescovo e dottore della Chiesa secondo cui l’Onnipotente «di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell’uomo», a Dio qualche soddisfazione la sta dando perfino l’Occidente laico e secolarizzato. Per quanto scristianizzata, infatti, quest’area del globo è da qualche anno protagonista di parecchie conversioni al cattolicesimo; alcune delle quali perfino clamorose, se si pensa per esempio a J.D. Vance, il vicepresidente eletto degli Stati Uniti d’America, o al Nobel per la letteratura del 2023, il norvegese Jon Fosse, al vescovo anglicano Richard Pain o a Tammy Peterson moglie di Jordan, probabilmente lo psicologo vivente più celebre del pianeta.
A sorpresa, queste conversioni, anche quando non riguardano volti noti, tendono a verificarsi anche là dove uno meno se lo aspetterebbe. Notevole, al riguardo, quanto accade nella Francia di Emmanuel Macron, patria della Rivoluzione francese e d’una cristianofobia dilagante – i 1.000 atti d’odio anticristiano annui sono un record europeo; eppure, la scorsa Pasqua i battezzati adulti sono stati oltre 7.000 (7.135, per l’esattezza), somma ragguardevole se si pensa che corrisponde al 30% in più rispetto al 2023; tanto che i laicisti del quotidiano Libération, davanti a questi numeri, pare siano saltati sulla sedia.
Se non migliaia, comunque certamente centinaia di conversioni al cattolicesimo si verificano anche nelle insospettabili Svezia, Norvegia, Finlandia; il tutto in numeri ancora piccoli, va detto, per parlare di grande ritorno della Chiesa, ma certamente più che sufficienti per attirare l’attenzione e per portare a chiedersi: chi sono i nuovi convertiti? E soprattutto: per quale motivo, nell’Occidente «sazio e disperato» – per riprendere una espressione dell’indimenticabile cardinal Giacomo Biffi – tante anime ancora ritrovano o trovano la via della Chiesa?
Rispondere a simili interrogativi non è affatto semplice, anche perché tali esperienze risultano, in chi le vive, qualcosa di estremamente intimo, motivo per cui l’argomento non ha mai smesso di incuriosire antropologi, psicologi e sociologi della religione. Per la verità, nel corso degli anni, diversi sociologi hanno provato a mettere a punto dei modelli basandosi su dei fattori personali che caratterizzano la conversione religiosa e che la possano rendere in qualche misura prevedibile. Tuttavia, questi modelli non hanno mai convinto del tutto per il semplice fatto che non sono mai riusciti ad offrire una spiegazione esaustiva del processo di conversione che, per questo motivo, ha mantenuto una dimensione misteriosa e affascinante.
Ciò non toglie che degli elementi ricorrenti nelle conversioni siano stati individuati; anzitutto l’età. Le conversioni religiose tendono infatti a manifestarsi, pur con le dovute eccezioni, prima dei 40 anni – quindi interessando soggetti giovani o relativamente tali; inoltre la gran parte di esse si protraggono per periodi non sempre brevi, anche se alcune risultano letteralmente istantanee o quasi; un po’ come la famosa folgorazione sulla via di Damasco di san Paolo. Per quanto riguarda invece ciò che spinge ad abbracciare la fede cristiana, i fattori determinanti sembrano essere prevalentemente due.
Il primo è quello relazionale e, in estrema sintesi, si esprime con la conoscenza e l’influenza di qualcuno che cristiano già è. Il peso delle relazioni nella conversione religiosa emerge da molteplici confessioni e si è manifestata in più occasioni nel corso della storia, come sottolineava il grande sociologo delle religioni Rodney Stark. «I più famosi innovatori religiosi», osservava infatti Stark in un suo libro, «cominciarono convertendo i loro parenti più stretti e i loro amici. Mosè cominciò con sua moglie e suo suocero, passando poi a suo fratello e a sua sorella. I primi convertiti da Zoroastro furono sua moglie e lo zio di questa. Il primo a essere convertito da Maometto fu sua moglie, poi un cugino di questa e dopo ancora i figli da lui adottati, le quattro figlie e vari servitori di famiglia».
Non basta però conoscere qualcuno già credente per convertirsi. Occorre trovarsi davanti un esempio positivo e credibile. Se n’è accorta, tra gli altri, Tamra Hull Fromm, studiosa del Catholic Biblical School del Michigan particolarmente sensibile all’argomento non foss’altro perché lei stessa, nel 2001, ha sperimentato sulla propria pelle l’esperienza di cui si sta parlando, abbracciando il cattolicesimo. Ebbene, la ricercatrice ha prodotto uno studio decisamente interessante, che sia pure per sommi capi merita qui di essere ricordato.
In breve, per la propria tesi di dottorato la Hull Fromm ha realizzato una ricerca su 24 giovani adulti convertiti alla Chiesa cattolica e battezzati nell’arcidiocesi di Detroit. L’aspetto più stimolante di questa indagine riguarda le dinamiche di conversione dei soggetti studiati, che vedono in una figura amica, un testimone che in un primo momento, attenzione, magari neppure appariva un credente, un prezioso se non decisivo viatico verso il nuovo credo. «Il testimone che vive la fede in modo autentico e non giudicante», ha spiegato la studiosa americana esponendo il suo studio, «agisce sia come antidoto ai pregiudizi antireligiosi, sia come accompagnatore verso la fede della persona con cui entra in relazione».
Dopo quello delle relazioni, il secondo fattore che pesa molto nelle conversioni, banalmente, è quello religioso. Esaminando le biografie dei convertiti – intesi come coloro che tornano alla fede cui erano stati educati o scoprono quella cristiana per la prima volta –, troviamo infatti spesso, come passaggio decisivo, quello d’una Messa, di un ingresso in chiesa, della visita a un santuario o anche solo di una semplice preghiera.
Questo per quanto riguarda le conversioni in senso generale; c’è poi, a ben vedere, un fattore nuovo che caratterizza quelle al cristianesimo di questi anni: i social network, ossia le piattaforme dove i neoconvertiti spesso e volentieri, ciascuno con il proprio stile, raccontano le loro esperienze. Sul mensile Il Timone, a questo proposito, sono da poco stati intervistati Niccolò Reale, che sui social è conosciuto e seguito come Summacognitio – e che è approdato al cattolicesimo da protestante che era –, e Federica Tognacci, su Instagram presente come Fede_prega_ilrosario, e che è diventata cattolica dopo anni trascorsi tra mantra, reiki e sedute di psicoterapia.
C’è una storia di conversione, avvenuta a 18 anni, anche nella biografia di Sara Alessandrini, che sempre su Instagram, col suo profilo Itinerari religiosi, oggi guida quasi 54.000 follower in chiese e santuari. Lo stesso Giuseppe Signorin, intervistato nella pagina accanto, è molto attivo sui social, sui quali con la moglie Anita – in uno stile spesso allegro e scanzonato – richiama sovente le figure di santi e beati.
A dispetto d’un certo ecclesialmente corretto che all’annuncio del Vangelo sembra ora quasi preferire le battaglie politiche dell’ambientalismo, dell’accoglienza dei migranti e delle minoranze sessuali, i nuovi convertiti sono insomma oggi coloro che – oggi forse di più di tutti – mettono al centro testimonianze di fede autentica, dove Dio non è una variabile secondaria ma il centro di tutto. Ed accade per di più proprio su Internet, là dove il sacro, che in teoria avrebbe dovuto evaporare del tutto, sperimenta oggi una nuova giovinezza. Provare, anzi cliccare per credere.
«Pensavo che la fede fosse sorpassata. Poi lessi Ratzinger...»
Viveva e lavorava a Milano in un mondo, parole sue, dove «non c’era spazio per la fede» o, peggio, dov’è considerata «old fashion». Ma oggi Giuseppe Signorin, 42 anni, dal 2013 sposato con Anita – con la quale ha composto un duo musicale cristiano, i Mienmiuaif –, si sente decisamente più a casa a Medjugorje, su cui sta scrivendo un libro; uno dei tanti, s’intende, perché, collaborando con Berica Editrice, ne ha già fatti pubblicare e scritti lui stesso diversi; l’ultimo è dedicato al santo di Pietrelcina ed ha titolo decisamente forte: Pio. Un santo della Madonna. Insieme alla moglie, poi, Signorin parla spesso di fede su Instagram, Facebook e YouTube; e proprio perché racconta volentieri la sua esperienza personale, La Verità ha scelto di avvicinarlo.
Signorin, partiamo dall’inizio. Viene da una famiglia credente?
«La mia famiglia di origine è credente e praticante. I miei genitori sono sempre stati attivi in parrocchia, pregavano molto e mi hanno educato nel migliore dei modi. Però io, dopo un incidente in motorino a 14 anni, ho vissuto un periodo di ribellione... E ho iniziato a staccarmi dalla Chiesa».
Poi?
«Poi il liceo, l’università, i miei interessi – letteratura, cinema, musica, arte –, tutto mi portava distante. Il mondo culturale è piuttosto anticlericale, o, peggio, indifferente. A Milano, dove ho studiato e lavorato tra il 2000 e il 2010, come ho letto anni fa in un’intervista all’artista visivo Damien Hirst, la religione era considerata “old fashion”».
Cosa ricorda di quel periodo?
«Senza il freno della fede e soprattutto senza il senso che dà alla vita, ho iniziato a sperimentare diverse strade e diversi tipi di divertimento. Tutte cose piuttosto comuni e malsane. La musica, i film, la cultura in generale, l’intrattenimento, influiscono sulla formazione delle persone molto più della politica o dell’economia. Ero dentro quel mondo e non c’era spazio per Dio. A 18 anni sono stato a un concerto di Lou Reed, a Milano, dicendo ai miei genitori che per me era come il Papa. In effetti, tutto diventa un idolo se non lo metti al posto giusto, ed escludendo Dio dal proprio orizzonte, è difficile mettere le cose al posto giusto. L’uomo è sempre lo stesso: se rifiuta Dio, lo cerca altrove, in luoghi che però non dissetano, non riempiono. Io vivevo questa frustrazione: in apparenza mi divertivo, in realtà nutrivo solo il mio vuoto interiore».
Com’è avvenuta la sua conversione?
«Ci sono stati diversi fattori, non tutti semplici da spiegare».
Proviamoci.
«Posso dire che Dio, inizialmente, è venuto a parlarmi con un linguaggio che conoscevo. In particolare, ricordo la lettura di un libro di C. S. Lewis, Il cristianesimo così com’è. Avevo parecchi libri Adelphi, così mi è capitato quel titolo. O me l’ha prestato un amico. Lewis mi ha folgorato, mi ha fatto rivalutare i cristiani... Nel tempo avevo infatti sviluppato forti pregiudizi... Come racconta sant’Agostino nelle Confessioni, chi è contro la Chiesa di solito ha un’idea della Chiesa che non corrisponde al vero».
Cioè?
«È contro la Chiesa convinto che la Chiesa sia un’altra cosa. Anch’io: ero contro l’idea sbagliata che avevo della Chiesa. Piano piano invece ho approfondito. Inoltre, sono stati importanti alcuni viaggi a Medjugorje e le encicliche di papa Benedetto XVI».
Da qualche anno, se non erro, canta con sua moglie in un duo cristiano ed è pure editore cattolico.
«Dopo il matrimonio, non so nemmeno io perché, mi sono messo a scrivere delle canzoni un po’ demenziali – non tutte, alcune più serie – sulla vita di coppia e sulla fede, e Anita, mia moglie, che ha sempre amato cantare, le ha “interpretate” seguendo le mie istruzioni: occhiali da sole e sguardo serio. Ho dato un nome assurdo alla band, Mienmiuaif, una parodia dell’inglese, e nonostante questo i nostri video hanno girato un po’ sui social e hanno iniziato a chiamarci per suonare in giro. Nel frattempo, nel 2015, è nato un progetto editoriale per Berica Editrice, una collana di libri cattolica di cui sono il curatore e che si chiama Uomovivo, in onore del grande convertito – e “convertitore” – G. K. Chesterton».
Come sta andando il progetto?
«Abbiamo pubblicato diversi autori italiani e un paio di stranieri, Jo Croissant e Fabrice Hadjadj. Io stesso, col nome Mienmiuaif, che nel frattempo è diventata anche una pagina Instagram, ho pubblicato alcuni libri. L’ultimo su padre Pio – Pio. Un santo della Madonna».
Dopo la conversione, ha conosciuto altri che hanno fatto un percorso analogo?
«Noi siamo molto legati a Medjugorje – sto scrivendo un libriccino proprio su questo luogo speciale. Ho conosciuto tante persone a cui Medjugorje ha cambiato la vita. A ognuno, però – per quanto alcune dinamiche siano simili – Dio parla in modo unico».
Cosa direbbe ad un giovane che, come lei un tempo, guarda la Chiesa con scetticismo?
«Direi di guardare più a fondo. Di leggere le vite dei santi. Di recarsi in qualche luogo di grazia. O di chiedere semplicemente a Dio – però sul serio, senza finzioni –: “Esisti? E se esisti, puoi farmelo capire?”. Perché, se Dio esiste, è nostro padre e ci risponde».
Il cristianesimo fa meglio dell’islam
Qual è la religione che beneficia di più conversioni, e quante sono? Il quesito non è banale. Lo stesso Chatgpt, interpellato sul punto, alza bandiera bianca ammettendo «di non poter condividere ricerche al riguardo», aggiungendo che «cifre precise non sono facilmente verificabili» e che «non esiste un dato ufficiale o un consenso unanime sulla cifra esatta»; il che sostanzialmente è vero, intendiamoci. A differenza però di quanto sostiene l’intelligenza artificiale delle ricerche al riguardo esistono e sono disponibili da anni.
Prova ne è il poderoso The Oxford Handbook of Religious Conversion pubblicato nel 2014, volume di oltre 800 pagine, secondo cui ogni anno a lasciare la fede cristiana sono 11,7 milioni di persone, mentre quelle che da altre esperienze al cristianesimo approdano sono circa 15,5 milioni, con un guadagno netto di 3,8 milioni di nuovi fedeli. Aggiornano questo dato i lavori della studiosa ed esperta di statistiche religiose Gina Zurlo – nominata dalla Bbc come una delle 100 donne più influenti del mondo nell’anno 2019 – la quale, nel suo World Christian Database, stima che ogni anno sarebbero 13,6 milioni le persone che lasciano cristianesimo, mentre quelle che alla fede cristiana si convertono ammontano a 17,4 milioni, confermando così, grazie appunto alle conversioni, una crescita di quasi 4 milioni di fedeli.
Questi dati indirettamente confermano, tornando al quesito iniziale, che è il cristianesimo la religione che benefica del maggior numero di conversioni. Infatti i seguaci di Gesù Cristo a livello globale crescono ad un ritmo abbastanza simile a quello della religione islamica, che però è avvantaggiata – anche se il vantaggio da di anno in anno assottigliandosi – dal tasso di fertilità, che vede 3,1 figli per donna per i seguaci di Maometto contro i 2,7 per le donne cristiane. Il cristianesimo, al momento indietro nelle dinamiche demografiche, è però favorito, a livello globale, dall’alto numero di conversioni. Che spesso e volentieri, attenzione, hanno per protagonisti proprio ex islamici.
Quanti? Secondo lo studio del missionario David Garrison – contenuto nel suo A Wind in the House of Islam – sarebbero tra i 2 e i 7 milioni i musulmani che negli ultimi decenni hanno lasciato l’islam divenendo protagonisti, parole sempre di Garrison, del «più grande ritorno dei musulmani a Cristo nella storia». Spesso poco considerate dai mass media, le conversioni al cristianesimo meriterebbero dunque d’essere più considerate, come fenomeno; anche perché altrimenti non si capirebbe un’avanzata cristiana che, in più aree del pianeta, è sorprendente. Si prenda la Corea del Sud: solo dal 1999 al 2018, i cattolici son cresciuti del 48,6%; in diocesi come quella di Suwon, a sud della capitale Seoul, addirittura del 90%.
Anche in Iran i cristiani, da 350.000 che erano stimati, oggi si pensa siano oltre un milione. Aumenti sbalorditivi frutto di conversioni sono avvenuti in Cina, pure sotto il dominio spietato di Mao. Quando infatti il regime comunista cinese prese il potere nel 1950, c’erano circa 4,2 milioni di cristiani che nel 1980 - dopo sanguinose repressioni - erano già più che raddoppiati di numero, facendo segnare una crescita che dura tuttora. Tanto che gli studiosi stimano che, dal 1950 in poi, il cristianesimo si sia diffuso ad un tasso annuo del 7%; ritmo di crescita incredibile, superiore perfino a quello che si ebbe a ridosso della vita di Gesù, con l’allora nuova religione che avanzava ogni anno del 3,5%. Quello del Vangelo resta dunque, 2000 anni dopo, un annuncio più potente che mai.
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In Occidente chi si riavvicina alla fede è interessato al sacro più che a migranti e ambiente. E i battezzati crescono pure nella Francia laicista: +30% nel 2024.Lo scrittore Giuseppe Signorin: «La religione mi sembrava non c’entrare con la cultura. Chi è lontano dalla Chiesa ne ha un’idea sbagliata».I musulmani sono avvantaggiati (ma sempre meno) dal trend demografico, però sale tra di loro il numero di chi passa al Vangelo. Che «guadagna» 4 milioni di fedeli l’anno.Lo speciale contiene tre articoli.Se ha ragione san Gregorio Nazianzeno, vescovo e dottore della Chiesa secondo cui l’Onnipotente «di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell’uomo», a Dio qualche soddisfazione la sta dando perfino l’Occidente laico e secolarizzato. Per quanto scristianizzata, infatti, quest’area del globo è da qualche anno protagonista di parecchie conversioni al cattolicesimo; alcune delle quali perfino clamorose, se si pensa per esempio a J.D. Vance, il vicepresidente eletto degli Stati Uniti d’America, o al Nobel per la letteratura del 2023, il norvegese Jon Fosse, al vescovo anglicano Richard Pain o a Tammy Peterson moglie di Jordan, probabilmente lo psicologo vivente più celebre del pianeta.A sorpresa, queste conversioni, anche quando non riguardano volti noti, tendono a verificarsi anche là dove uno meno se lo aspetterebbe. Notevole, al riguardo, quanto accade nella Francia di Emmanuel Macron, patria della Rivoluzione francese e d’una cristianofobia dilagante – i 1.000 atti d’odio anticristiano annui sono un record europeo; eppure, la scorsa Pasqua i battezzati adulti sono stati oltre 7.000 (7.135, per l’esattezza), somma ragguardevole se si pensa che corrisponde al 30% in più rispetto al 2023; tanto che i laicisti del quotidiano Libération, davanti a questi numeri, pare siano saltati sulla sedia.Se non migliaia, comunque certamente centinaia di conversioni al cattolicesimo si verificano anche nelle insospettabili Svezia, Norvegia, Finlandia; il tutto in numeri ancora piccoli, va detto, per parlare di grande ritorno della Chiesa, ma certamente più che sufficienti per attirare l’attenzione e per portare a chiedersi: chi sono i nuovi convertiti? E soprattutto: per quale motivo, nell’Occidente «sazio e disperato» – per riprendere una espressione dell’indimenticabile cardinal Giacomo Biffi – tante anime ancora ritrovano o trovano la via della Chiesa? Rispondere a simili interrogativi non è affatto semplice, anche perché tali esperienze risultano, in chi le vive, qualcosa di estremamente intimo, motivo per cui l’argomento non ha mai smesso di incuriosire antropologi, psicologi e sociologi della religione. Per la verità, nel corso degli anni, diversi sociologi hanno provato a mettere a punto dei modelli basandosi su dei fattori personali che caratterizzano la conversione religiosa e che la possano rendere in qualche misura prevedibile. Tuttavia, questi modelli non hanno mai convinto del tutto per il semplice fatto che non sono mai riusciti ad offrire una spiegazione esaustiva del processo di conversione che, per questo motivo, ha mantenuto una dimensione misteriosa e affascinante. Ciò non toglie che degli elementi ricorrenti nelle conversioni siano stati individuati; anzitutto l’età. Le conversioni religiose tendono infatti a manifestarsi, pur con le dovute eccezioni, prima dei 40 anni – quindi interessando soggetti giovani o relativamente tali; inoltre la gran parte di esse si protraggono per periodi non sempre brevi, anche se alcune risultano letteralmente istantanee o quasi; un po’ come la famosa folgorazione sulla via di Damasco di san Paolo. Per quanto riguarda invece ciò che spinge ad abbracciare la fede cristiana, i fattori determinanti sembrano essere prevalentemente due.Il primo è quello relazionale e, in estrema sintesi, si esprime con la conoscenza e l’influenza di qualcuno che cristiano già è. Il peso delle relazioni nella conversione religiosa emerge da molteplici confessioni e si è manifestata in più occasioni nel corso della storia, come sottolineava il grande sociologo delle religioni Rodney Stark. «I più famosi innovatori religiosi», osservava infatti Stark in un suo libro, «cominciarono convertendo i loro parenti più stretti e i loro amici. Mosè cominciò con sua moglie e suo suocero, passando poi a suo fratello e a sua sorella. I primi convertiti da Zoroastro furono sua moglie e lo zio di questa. Il primo a essere convertito da Maometto fu sua moglie, poi un cugino di questa e dopo ancora i figli da lui adottati, le quattro figlie e vari servitori di famiglia». Non basta però conoscere qualcuno già credente per convertirsi. Occorre trovarsi davanti un esempio positivo e credibile. Se n’è accorta, tra gli altri, Tamra Hull Fromm, studiosa del Catholic Biblical School del Michigan particolarmente sensibile all’argomento non foss’altro perché lei stessa, nel 2001, ha sperimentato sulla propria pelle l’esperienza di cui si sta parlando, abbracciando il cattolicesimo. Ebbene, la ricercatrice ha prodotto uno studio decisamente interessante, che sia pure per sommi capi merita qui di essere ricordato. In breve, per la propria tesi di dottorato la Hull Fromm ha realizzato una ricerca su 24 giovani adulti convertiti alla Chiesa cattolica e battezzati nell’arcidiocesi di Detroit. L’aspetto più stimolante di questa indagine riguarda le dinamiche di conversione dei soggetti studiati, che vedono in una figura amica, un testimone che in un primo momento, attenzione, magari neppure appariva un credente, un prezioso se non decisivo viatico verso il nuovo credo. «Il testimone che vive la fede in modo autentico e non giudicante», ha spiegato la studiosa americana esponendo il suo studio, «agisce sia come antidoto ai pregiudizi antireligiosi, sia come accompagnatore verso la fede della persona con cui entra in relazione».Dopo quello delle relazioni, il secondo fattore che pesa molto nelle conversioni, banalmente, è quello religioso. Esaminando le biografie dei convertiti – intesi come coloro che tornano alla fede cui erano stati educati o scoprono quella cristiana per la prima volta –, troviamo infatti spesso, come passaggio decisivo, quello d’una Messa, di un ingresso in chiesa, della visita a un santuario o anche solo di una semplice preghiera. Questo per quanto riguarda le conversioni in senso generale; c’è poi, a ben vedere, un fattore nuovo che caratterizza quelle al cristianesimo di questi anni: i social network, ossia le piattaforme dove i neoconvertiti spesso e volentieri, ciascuno con il proprio stile, raccontano le loro esperienze. Sul mensile Il Timone, a questo proposito, sono da poco stati intervistati Niccolò Reale, che sui social è conosciuto e seguito come Summacognitio – e che è approdato al cattolicesimo da protestante che era –, e Federica Tognacci, su Instagram presente come Fede_prega_ilrosario, e che è diventata cattolica dopo anni trascorsi tra mantra, reiki e sedute di psicoterapia. C’è una storia di conversione, avvenuta a 18 anni, anche nella biografia di Sara Alessandrini, che sempre su Instagram, col suo profilo Itinerari religiosi, oggi guida quasi 54.000 follower in chiese e santuari. Lo stesso Giuseppe Signorin, intervistato nella pagina accanto, è molto attivo sui social, sui quali con la moglie Anita – in uno stile spesso allegro e scanzonato – richiama sovente le figure di santi e beati. A dispetto d’un certo ecclesialmente corretto che all’annuncio del Vangelo sembra ora quasi preferire le battaglie politiche dell’ambientalismo, dell’accoglienza dei migranti e delle minoranze sessuali, i nuovi convertiti sono insomma oggi coloro che – oggi forse di più di tutti – mettono al centro testimonianze di fede autentica, dove Dio non è una variabile secondaria ma il centro di tutto. Ed accade per di più proprio su Internet, là dove il sacro, che in teoria avrebbe dovuto evaporare del tutto, sperimenta oggi una nuova giovinezza. 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Poi? «Poi il liceo, l’università, i miei interessi – letteratura, cinema, musica, arte –, tutto mi portava distante. Il mondo culturale è piuttosto anticlericale, o, peggio, indifferente. A Milano, dove ho studiato e lavorato tra il 2000 e il 2010, come ho letto anni fa in un’intervista all’artista visivo Damien Hirst, la religione era considerata “old fashion”». Cosa ricorda di quel periodo? «Senza il freno della fede e soprattutto senza il senso che dà alla vita, ho iniziato a sperimentare diverse strade e diversi tipi di divertimento. Tutte cose piuttosto comuni e malsane. La musica, i film, la cultura in generale, l’intrattenimento, influiscono sulla formazione delle persone molto più della politica o dell’economia. Ero dentro quel mondo e non c’era spazio per Dio. A 18 anni sono stato a un concerto di Lou Reed, a Milano, dicendo ai miei genitori che per me era come il Papa. In effetti, tutto diventa un idolo se non lo metti al posto giusto, ed escludendo Dio dal proprio orizzonte, è difficile mettere le cose al posto giusto. L’uomo è sempre lo stesso: se rifiuta Dio, lo cerca altrove, in luoghi che però non dissetano, non riempiono. Io vivevo questa frustrazione: in apparenza mi divertivo, in realtà nutrivo solo il mio vuoto interiore». Com’è avvenuta la sua conversione? «Ci sono stati diversi fattori, non tutti semplici da spiegare». Proviamoci. «Posso dire che Dio, inizialmente, è venuto a parlarmi con un linguaggio che conoscevo. In particolare, ricordo la lettura di un libro di C. S. Lewis, Il cristianesimo così com’è. Avevo parecchi libri Adelphi, così mi è capitato quel titolo. O me l’ha prestato un amico. Lewis mi ha folgorato, mi ha fatto rivalutare i cristiani... Nel tempo avevo infatti sviluppato forti pregiudizi... Come racconta sant’Agostino nelle Confessioni, chi è contro la Chiesa di solito ha un’idea della Chiesa che non corrisponde al vero». Cioè? «È contro la Chiesa convinto che la Chiesa sia un’altra cosa. Anch’io: ero contro l’idea sbagliata che avevo della Chiesa. Piano piano invece ho approfondito. Inoltre, sono stati importanti alcuni viaggi a Medjugorje e le encicliche di papa Benedetto XVI». Da qualche anno, se non erro, canta con sua moglie in un duo cristiano ed è pure editore cattolico. «Dopo il matrimonio, non so nemmeno io perché, mi sono messo a scrivere delle canzoni un po’ demenziali – non tutte, alcune più serie – sulla vita di coppia e sulla fede, e Anita, mia moglie, che ha sempre amato cantare, le ha “interpretate” seguendo le mie istruzioni: occhiali da sole e sguardo serio. Ho dato un nome assurdo alla band, Mienmiuaif, una parodia dell’inglese, e nonostante questo i nostri video hanno girato un po’ sui social e hanno iniziato a chiamarci per suonare in giro. Nel frattempo, nel 2015, è nato un progetto editoriale per Berica Editrice, una collana di libri cattolica di cui sono il curatore e che si chiama Uomovivo, in onore del grande convertito – e “convertitore” – G. K. Chesterton». Come sta andando il progetto? «Abbiamo pubblicato diversi autori italiani e un paio di stranieri, Jo Croissant e Fabrice Hadjadj. Io stesso, col nome Mienmiuaif, che nel frattempo è diventata anche una pagina Instagram, ho pubblicato alcuni libri. L’ultimo su padre Pio – Pio. Un santo della Madonna». Dopo la conversione, ha conosciuto altri che hanno fatto un percorso analogo? «Noi siamo molto legati a Medjugorje – sto scrivendo un libriccino proprio su questo luogo speciale. Ho conosciuto tante persone a cui Medjugorje ha cambiato la vita. A ognuno, però – per quanto alcune dinamiche siano simili – Dio parla in modo unico». Cosa direbbe ad un giovane che, come lei un tempo, guarda la Chiesa con scetticismo? «Direi di guardare più a fondo. Di leggere le vite dei santi. Di recarsi in qualche luogo di grazia. O di chiedere semplicemente a Dio – però sul serio, senza finzioni –: “Esisti? E se esisti, puoi farmelo capire?”. Perché, se Dio esiste, è nostro padre e ci risponde». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nuovi-convertiti-2670744380.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-cristianesimo-fa-meglio-dellislam" data-post-id="2670744380" data-published-at="1736103912" data-use-pagination="False"> Il cristianesimo fa meglio dell’islam Qual è la religione che beneficia di più conversioni, e quante sono? Il quesito non è banale. Lo stesso Chatgpt, interpellato sul punto, alza bandiera bianca ammettendo «di non poter condividere ricerche al riguardo», aggiungendo che «cifre precise non sono facilmente verificabili» e che «non esiste un dato ufficiale o un consenso unanime sulla cifra esatta»; il che sostanzialmente è vero, intendiamoci. A differenza però di quanto sostiene l’intelligenza artificiale delle ricerche al riguardo esistono e sono disponibili da anni. Prova ne è il poderoso The Oxford Handbook of Religious Conversion pubblicato nel 2014, volume di oltre 800 pagine, secondo cui ogni anno a lasciare la fede cristiana sono 11,7 milioni di persone, mentre quelle che da altre esperienze al cristianesimo approdano sono circa 15,5 milioni, con un guadagno netto di 3,8 milioni di nuovi fedeli. Aggiornano questo dato i lavori della studiosa ed esperta di statistiche religiose Gina Zurlo – nominata dalla Bbc come una delle 100 donne più influenti del mondo nell’anno 2019 – la quale, nel suo World Christian Database, stima che ogni anno sarebbero 13,6 milioni le persone che lasciano cristianesimo, mentre quelle che alla fede cristiana si convertono ammontano a 17,4 milioni, confermando così, grazie appunto alle conversioni, una crescita di quasi 4 milioni di fedeli. Questi dati indirettamente confermano, tornando al quesito iniziale, che è il cristianesimo la religione che benefica del maggior numero di conversioni. Infatti i seguaci di Gesù Cristo a livello globale crescono ad un ritmo abbastanza simile a quello della religione islamica, che però è avvantaggiata – anche se il vantaggio da di anno in anno assottigliandosi – dal tasso di fertilità, che vede 3,1 figli per donna per i seguaci di Maometto contro i 2,7 per le donne cristiane. Il cristianesimo, al momento indietro nelle dinamiche demografiche, è però favorito, a livello globale, dall’alto numero di conversioni. Che spesso e volentieri, attenzione, hanno per protagonisti proprio ex islamici. Quanti? Secondo lo studio del missionario David Garrison – contenuto nel suo A Wind in the House of Islam – sarebbero tra i 2 e i 7 milioni i musulmani che negli ultimi decenni hanno lasciato l’islam divenendo protagonisti, parole sempre di Garrison, del «più grande ritorno dei musulmani a Cristo nella storia». Spesso poco considerate dai mass media, le conversioni al cristianesimo meriterebbero dunque d’essere più considerate, come fenomeno; anche perché altrimenti non si capirebbe un’avanzata cristiana che, in più aree del pianeta, è sorprendente. Si prenda la Corea del Sud: solo dal 1999 al 2018, i cattolici son cresciuti del 48,6%; in diocesi come quella di Suwon, a sud della capitale Seoul, addirittura del 90%. Anche in Iran i cristiani, da 350.000 che erano stimati, oggi si pensa siano oltre un milione. Aumenti sbalorditivi frutto di conversioni sono avvenuti in Cina, pure sotto il dominio spietato di Mao. Quando infatti il regime comunista cinese prese il potere nel 1950, c’erano circa 4,2 milioni di cristiani che nel 1980 - dopo sanguinose repressioni - erano già più che raddoppiati di numero, facendo segnare una crescita che dura tuttora. Tanto che gli studiosi stimano che, dal 1950 in poi, il cristianesimo si sia diffuso ad un tasso annuo del 7%; ritmo di crescita incredibile, superiore perfino a quello che si ebbe a ridosso della vita di Gesù, con l’allora nuova religione che avanzava ogni anno del 3,5%. Quello del Vangelo resta dunque, 2000 anni dopo, un annuncio più potente che mai.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 maggio con Carlo Cambi
Marco Rubio (Ansa)
In Vaticano, Rubio dovrebbe incontrare Leone XIV e il cardinale Pietro Parolin. Separatamente, il capo del dipartimento di Stato americano avrà dei faccia a faccia con Antonio Tajani e Guido Crosetto. Non è escluso un incontro con Giorgia Meloni. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, Donald Trump aveva polemizzato tanto con il pontefice quanto con l’inquilina di Palazzo Chigi. L’imminente viaggio del segretario di Stato americano punta quindi, evidentemente, a ricomporre la duplice frattura. In tal senso, non è probabilmente un caso che il presidente statunitense abbia scelto proprio Rubio per questa delicata missione: oltre a essere cattolico, si tratta probabilmente della figura che, all’interno dell’attuale amministrazione di Washington, risulta meno fredda nei confronti della Nato e, più in generale, del Vecchio continente. Ricordiamo, inoltre, che, oltre a essere segretario di Stato, Rubio riveste anche l’incarico di consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che lo rende, insieme a JD Vance, probabilmente l’uomo più vicino a Trump in questo momento.
L’attuale presidente americano ha vinto nettamente il voto cattolico nel 2024 e sa di aver bisogno di questo elettorato in vista delle Midterm di novembre. In prospettiva, tale voto sarà decisivo anche per le presidenziali del 2028. Sotto questo aspetto, non è un mistero che Rubio e Vance, entrambi cattolici, puntino alla nomination del Partito repubblicano. Senza dimenticare che, entrando in rotta di collisione con Leone, Trump rischia di rafforzare indirettamente quei settori filocinesi della Chiesa che uscirono sconfitti dal conclave dell’anno scorso. Dall’altra parte, è vero che la Casa Bianca è ai ferri corti con i vescovi statunitensi su varie questioni: dall’immigrazione alla guerra in Iran. Tuttavia, è anche vero che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dei cattolici americani per Trump sarebbe aumentato da marzo ad aprile. Inoltre, fin quando non si libererà della sua ala woke, il Partito democratico statunitense farà fatica a recuperare terreno tra i fedeli alla Chiesa di Roma. Al di là delle sue politiche energicamente abortiste, l’amministrazione Biden usò l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti e gli stessi attivisti pro-life.
Veniamo, poi, al rapporto con il governo Meloni. Trump sa che la sponda con l’attuale inquilina di Palazzo Chigi gli è stata necessaria per arginare quei leader europei che, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, volevano (e vogliono ancora) imprimere a Bruxelles una svolta filocinese. Al contempo, la forza della Meloni sul piano internazionale è sempre stata in gran parte dovuta al suo stretto rapporto con gli Usa: rapporto che il premier aveva costruito già ai tempi di Joe Biden. La rottura tra Roma e Washington, significativamente celebrata da ampi settori del campo largo, è un regalo alla Francia di Macron. E questo non è certo un bene per gli interessi italiani. Tra l’altro, è indicativo che Rubio si appresti a venire nel nostro Paese proprio mentre si acuiscono le fibrillazioni tra Trump e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz.
Chiaramente la doppia ricucitura con la Santa Sede e Palazzo Chigi passerà anche da come si evolverà la crisi iraniana: uno scenario di guerra che, notoriamente, è stata alla base della rottura del presidente americano sia con Leone sia con la Meloni. Al momento, la diplomazia sembra attraversare un momento di difficoltà: Trump ha esaminato la nuova proposta iraniana e ha dichiarato di ritenerla «inaccettabile» e non ha escluso una ripresa degli attacchi, qualora gli ayatollah «si comportino male». Nel frattempo, Washington mantiene in vigore il blocco navale ai porti iraniani come strumento di pressione negoziale. «Stiamo soffocando il regime», ha detto, a tal proposito, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent.
Come che sia, secondo Al Jazeera, il piano iraniano prevedrebbe una prima fase, in cui, il cessate il fuoco si trasformerebbe in una pace permanente nel giro di 30 giorni. Frattanto, lo Stretto di Hormuz verrebbe gradualmente riaperto, mentre gli Usa rinuncerebbero allo sbarramento navale. Nella seconda fase, la Repubblica islamica congelerebbe l’arricchimento dell’uranio per un massimo di 15 anni, riprendendolo poi a un tasso del 3,6%. Il regime khomeinista manterrebbe gli impianti atomici, ma si impegnerebbe a ridurre gradualmente le proprie scorte di uranio arricchito. Washington, dal canto suo, sbloccherebbe man mano i fondi iraniani congelati e revocherebbe le sanzioni sulla base dei progressi in ambito nucleare. La terza fase, infine, vedrebbe l’avvio di un dialogo strategico tra Teheran e i Paesi arabi.
Ieri sera, l’Iran ha reso noto di aver ricevuto la risposta statunitense alla propria proposta. Solo i prossimi giorni ci diranno se il processo diplomatico tra americani e iraniani riuscirà a essere rilanciato.
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Un volo intorno al mondo, una donna pilota decisa a farcela e un aeroplano carico che di più non si sarebbe staccato da terra. Ecco la storia di Jerrie Mock.
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Che è arrivato il Primo maggio con la lettera aperta del presidente Ucoii, Yassine Baradai, «alle lavoratrici e ai lavoratori d’Italia, alle parti sociali, alle istituzioni e al mondo imprenditoriale: una riflessione sulla dignità del lavoro nella tradizione islamica e un richiamo onesto sull’islamofobia, sulle discriminazioni che colpiscono in particolare le donne, e sul mancato riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Sì, avete letto bene: l’Ucoii, in un’articolata piattaforma politica, ci infila la richiesta «sul mancato riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Riprenderemo tra poco i passaggi della lettera, non prima però di aver sottolineato due aspetti: il ruolo politico che Ucoii vuole giocare e la piattaforma che ne consegue, partendo dai diritti dei lavoratori di fede musulmana, discriminati rispetto alla pratica religiosa.
Più volte avevamo evidenziato che la leva che il mondo islamico avrebbe usato per entrare sempre più nella società italiana sarebbe stata quella del lavoro e così è stato. E lo sarà sempre di più. Qui non si tratta di rivendicare diritti salariali o di altra natura che sono universali e degnissimi di lotte (certo, se blocchi i trasporti con la frequenza degli ultimi tempi, il danno lo fai ai cittadini comuni…); no, in questo caso si mette l’accento sull’appartenenza a una religione e all’equiparazione delle feste islamiche con il Natale, la Pasqua e la domenica. Nella lettera si avverte il peso di chi ha il polso della situazione, di chi sa che ci sono aree produttive del Paese che dipendono da lavoratori stranieri, accomunati dalla pratica islamica. Quindi è la somma di costoro che conferisce peso politico. Religione, presenza notevole sul lavoro, identità: i musulmani in Italia ci sono e vogliono pesare. L’Ucoii oggi si presenta in una declinazione sindacale, domani «elettorale» con una sua appendice organizzata: perché escluderlo visto che poco alla volta le istanze della comunità islamica aumentano di peso? E perché dovrebbero essere solo ospitati nelle liste altrui?
L’Ucoii insomma guadagna terreno e vuole che le impronte siano ben visibili. «Nella tradizione islamica il lavoro lecito è uno dei più nobili atti di adorazione. Il profeta Muhammad (pace e benedizione su di lui) insegnava che nessuno ha mai mangiato cibo migliore di quello guadagnato con il lavoro delle proprie mani, e ammoniva: “Date al lavoratore il suo salario prima che il suo sudore si asciughi”». La lettera di Baradai fa riferimento al «profeta Maometto» per parlare dei diritti, una sottolineatura sottile e persino raffinata se si coglie il senso della scelta del cardinale Prevost di diventare papa Leone XIV, raccogliendo l’eredità di quel Leone XIII, «padre» della Rerum Novarum. Il presidente dell’Ucoii sa che semmai i lavoratori riscoprissero il senso della sfida spirituale contro le tentazioni malefiche dei padroni di Big Tech, quelli di fede musulmana sarebbero più strutturati rispetto agli altri; e questo perché il sindacato cattolico Cisl non ha saputo reggere lo scontro politico con la Cgil (che tra l’altro teme a sinistra Usb e Cobas), non avendo un partito cattolico di riferimento.
È in questo spazio di liquidità e di «secolarizzazione» del lavoro che l’Ucoii penetra avanzando una rivendicazione precisa: «Le discriminazioni esistono e hanno un nome: islamofobia. Sono quelle che colpiscono in fase di assunzione chi porta un nome arabo o un cognome riconoscibile come musulmano. Sono quelle che si traducono in carriere bloccate, in mansioni dequalificanti, in battute “innocenti” che diventano ambiente ostile». E ancora: «Vi sono poi i diritti legati alla dimensione spirituale, che la nostra Costituzione tutela all’art. 19 ma che nel mondo del lavoro restano spesso lettera morta. Le due feste canoniche dell’islam - l’Eid al-fitr, al termine del Ramadan, e l’ʿId al-Adha, la Festa del Sacrificio - sono per noi musulmani ciò che il Natale e la Pasqua rappresentano per i cristiani: due sole giornate l’anno. Eppure ancora oggi un lavoratore musulmano deve troppe volte chiedere ferie, scambiare turni, giustificare la propria assenza come fosse una stranezza, mentre molti datori di lavoro negano il permesso. Servono intese collettive che riconoscano queste due festività come diritto contrattualmente esigibile, sul modello già praticato in altri Paesi europei. La preghiera del venerdì è obbligo religioso comunitario e si svolge in una breve finestra a metà giornata. Una pausa di 40 minuti, una flessibilità d’orario, un permesso retribuito o recuperabile: pratiche semplici, già adottate da aziende lungimiranti, che permettono a milioni di cittadini italiani di onorare la propria fede senza venir meno ai propri doveri professionali. Non sono privilegi: sono accomodamenti ragionevoli».
Nella lettera dal forte sapore sindacale si rimarcano le questioni legate «al mancato rispetto per la donna, in particolare quelle che indossano il velo; alla disponibilità di pasti rispettosi delle prescrizioni alimentari nelle mense aziendali; luoghi dignitosi per la preghiera quotidiana; il rispetto durante il mese di Ramadan per chi pratica il digiuno […] Nessuno dev’essere costretto a scegliere tra la propria fede e il proprio posto di lavoro».
L’islam ha lanciato una sfida precisa al sindacato e soprattutto alla politica: vediamo chi lo ha capito ed è in grado di elaborare una risposta culturale.
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