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2025-01-06
I nuovi convertiti
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Se ha ragione san Gregorio Nazianzeno, vescovo e dottore della Chiesa secondo cui l’Onnipotente «di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell’uomo», a Dio qualche soddisfazione la sta dando perfino l’Occidente laico e secolarizzato. Per quanto scristianizzata, infatti, quest’area del globo è da qualche anno protagonista di parecchie conversioni al cattolicesimo; alcune delle quali perfino clamorose, se si pensa per esempio a J.D. Vance, il vicepresidente eletto degli Stati Uniti d’America, o al Nobel per la letteratura del 2023, il norvegese Jon Fosse, al vescovo anglicano Richard Pain o a Tammy Peterson moglie di Jordan, probabilmente lo psicologo vivente più celebre del pianeta.
A sorpresa, queste conversioni, anche quando non riguardano volti noti, tendono a verificarsi anche là dove uno meno se lo aspetterebbe. Notevole, al riguardo, quanto accade nella Francia di Emmanuel Macron, patria della Rivoluzione francese e d’una cristianofobia dilagante – i 1.000 atti d’odio anticristiano annui sono un record europeo; eppure, la scorsa Pasqua i battezzati adulti sono stati oltre 7.000 (7.135, per l’esattezza), somma ragguardevole se si pensa che corrisponde al 30% in più rispetto al 2023; tanto che i laicisti del quotidiano Libération, davanti a questi numeri, pare siano saltati sulla sedia.
Se non migliaia, comunque certamente centinaia di conversioni al cattolicesimo si verificano anche nelle insospettabili Svezia, Norvegia, Finlandia; il tutto in numeri ancora piccoli, va detto, per parlare di grande ritorno della Chiesa, ma certamente più che sufficienti per attirare l’attenzione e per portare a chiedersi: chi sono i nuovi convertiti? E soprattutto: per quale motivo, nell’Occidente «sazio e disperato» – per riprendere una espressione dell’indimenticabile cardinal Giacomo Biffi – tante anime ancora ritrovano o trovano la via della Chiesa?
Rispondere a simili interrogativi non è affatto semplice, anche perché tali esperienze risultano, in chi le vive, qualcosa di estremamente intimo, motivo per cui l’argomento non ha mai smesso di incuriosire antropologi, psicologi e sociologi della religione. Per la verità, nel corso degli anni, diversi sociologi hanno provato a mettere a punto dei modelli basandosi su dei fattori personali che caratterizzano la conversione religiosa e che la possano rendere in qualche misura prevedibile. Tuttavia, questi modelli non hanno mai convinto del tutto per il semplice fatto che non sono mai riusciti ad offrire una spiegazione esaustiva del processo di conversione che, per questo motivo, ha mantenuto una dimensione misteriosa e affascinante.
Ciò non toglie che degli elementi ricorrenti nelle conversioni siano stati individuati; anzitutto l’età. Le conversioni religiose tendono infatti a manifestarsi, pur con le dovute eccezioni, prima dei 40 anni – quindi interessando soggetti giovani o relativamente tali; inoltre la gran parte di esse si protraggono per periodi non sempre brevi, anche se alcune risultano letteralmente istantanee o quasi; un po’ come la famosa folgorazione sulla via di Damasco di san Paolo. Per quanto riguarda invece ciò che spinge ad abbracciare la fede cristiana, i fattori determinanti sembrano essere prevalentemente due.
Il primo è quello relazionale e, in estrema sintesi, si esprime con la conoscenza e l’influenza di qualcuno che cristiano già è. Il peso delle relazioni nella conversione religiosa emerge da molteplici confessioni e si è manifestata in più occasioni nel corso della storia, come sottolineava il grande sociologo delle religioni Rodney Stark. «I più famosi innovatori religiosi», osservava infatti Stark in un suo libro, «cominciarono convertendo i loro parenti più stretti e i loro amici. Mosè cominciò con sua moglie e suo suocero, passando poi a suo fratello e a sua sorella. I primi convertiti da Zoroastro furono sua moglie e lo zio di questa. Il primo a essere convertito da Maometto fu sua moglie, poi un cugino di questa e dopo ancora i figli da lui adottati, le quattro figlie e vari servitori di famiglia».
Non basta però conoscere qualcuno già credente per convertirsi. Occorre trovarsi davanti un esempio positivo e credibile. Se n’è accorta, tra gli altri, Tamra Hull Fromm, studiosa del Catholic Biblical School del Michigan particolarmente sensibile all’argomento non foss’altro perché lei stessa, nel 2001, ha sperimentato sulla propria pelle l’esperienza di cui si sta parlando, abbracciando il cattolicesimo. Ebbene, la ricercatrice ha prodotto uno studio decisamente interessante, che sia pure per sommi capi merita qui di essere ricordato.
In breve, per la propria tesi di dottorato la Hull Fromm ha realizzato una ricerca su 24 giovani adulti convertiti alla Chiesa cattolica e battezzati nell’arcidiocesi di Detroit. L’aspetto più stimolante di questa indagine riguarda le dinamiche di conversione dei soggetti studiati, che vedono in una figura amica, un testimone che in un primo momento, attenzione, magari neppure appariva un credente, un prezioso se non decisivo viatico verso il nuovo credo. «Il testimone che vive la fede in modo autentico e non giudicante», ha spiegato la studiosa americana esponendo il suo studio, «agisce sia come antidoto ai pregiudizi antireligiosi, sia come accompagnatore verso la fede della persona con cui entra in relazione».
Dopo quello delle relazioni, il secondo fattore che pesa molto nelle conversioni, banalmente, è quello religioso. Esaminando le biografie dei convertiti – intesi come coloro che tornano alla fede cui erano stati educati o scoprono quella cristiana per la prima volta –, troviamo infatti spesso, come passaggio decisivo, quello d’una Messa, di un ingresso in chiesa, della visita a un santuario o anche solo di una semplice preghiera.
Questo per quanto riguarda le conversioni in senso generale; c’è poi, a ben vedere, un fattore nuovo che caratterizza quelle al cristianesimo di questi anni: i social network, ossia le piattaforme dove i neoconvertiti spesso e volentieri, ciascuno con il proprio stile, raccontano le loro esperienze. Sul mensile Il Timone, a questo proposito, sono da poco stati intervistati Niccolò Reale, che sui social è conosciuto e seguito come Summacognitio – e che è approdato al cattolicesimo da protestante che era –, e Federica Tognacci, su Instagram presente come Fede_prega_ilrosario, e che è diventata cattolica dopo anni trascorsi tra mantra, reiki e sedute di psicoterapia.
C’è una storia di conversione, avvenuta a 18 anni, anche nella biografia di Sara Alessandrini, che sempre su Instagram, col suo profilo Itinerari religiosi, oggi guida quasi 54.000 follower in chiese e santuari. Lo stesso Giuseppe Signorin, intervistato nella pagina accanto, è molto attivo sui social, sui quali con la moglie Anita – in uno stile spesso allegro e scanzonato – richiama sovente le figure di santi e beati.
A dispetto d’un certo ecclesialmente corretto che all’annuncio del Vangelo sembra ora quasi preferire le battaglie politiche dell’ambientalismo, dell’accoglienza dei migranti e delle minoranze sessuali, i nuovi convertiti sono insomma oggi coloro che – oggi forse di più di tutti – mettono al centro testimonianze di fede autentica, dove Dio non è una variabile secondaria ma il centro di tutto. Ed accade per di più proprio su Internet, là dove il sacro, che in teoria avrebbe dovuto evaporare del tutto, sperimenta oggi una nuova giovinezza. Provare, anzi cliccare per credere.
«Pensavo che la fede fosse sorpassata. Poi lessi Ratzinger...»
Viveva e lavorava a Milano in un mondo, parole sue, dove «non c’era spazio per la fede» o, peggio, dov’è considerata «old fashion». Ma oggi Giuseppe Signorin, 42 anni, dal 2013 sposato con Anita – con la quale ha composto un duo musicale cristiano, i Mienmiuaif –, si sente decisamente più a casa a Medjugorje, su cui sta scrivendo un libro; uno dei tanti, s’intende, perché, collaborando con Berica Editrice, ne ha già fatti pubblicare e scritti lui stesso diversi; l’ultimo è dedicato al santo di Pietrelcina ed ha titolo decisamente forte: Pio. Un santo della Madonna. Insieme alla moglie, poi, Signorin parla spesso di fede su Instagram, Facebook e YouTube; e proprio perché racconta volentieri la sua esperienza personale, La Verità ha scelto di avvicinarlo.
Signorin, partiamo dall’inizio. Viene da una famiglia credente?
«La mia famiglia di origine è credente e praticante. I miei genitori sono sempre stati attivi in parrocchia, pregavano molto e mi hanno educato nel migliore dei modi. Però io, dopo un incidente in motorino a 14 anni, ho vissuto un periodo di ribellione... E ho iniziato a staccarmi dalla Chiesa».
Poi?
«Poi il liceo, l’università, i miei interessi – letteratura, cinema, musica, arte –, tutto mi portava distante. Il mondo culturale è piuttosto anticlericale, o, peggio, indifferente. A Milano, dove ho studiato e lavorato tra il 2000 e il 2010, come ho letto anni fa in un’intervista all’artista visivo Damien Hirst, la religione era considerata “old fashion”».
Cosa ricorda di quel periodo?
«Senza il freno della fede e soprattutto senza il senso che dà alla vita, ho iniziato a sperimentare diverse strade e diversi tipi di divertimento. Tutte cose piuttosto comuni e malsane. La musica, i film, la cultura in generale, l’intrattenimento, influiscono sulla formazione delle persone molto più della politica o dell’economia. Ero dentro quel mondo e non c’era spazio per Dio. A 18 anni sono stato a un concerto di Lou Reed, a Milano, dicendo ai miei genitori che per me era come il Papa. In effetti, tutto diventa un idolo se non lo metti al posto giusto, ed escludendo Dio dal proprio orizzonte, è difficile mettere le cose al posto giusto. L’uomo è sempre lo stesso: se rifiuta Dio, lo cerca altrove, in luoghi che però non dissetano, non riempiono. Io vivevo questa frustrazione: in apparenza mi divertivo, in realtà nutrivo solo il mio vuoto interiore».
Com’è avvenuta la sua conversione?
«Ci sono stati diversi fattori, non tutti semplici da spiegare».
Proviamoci.
«Posso dire che Dio, inizialmente, è venuto a parlarmi con un linguaggio che conoscevo. In particolare, ricordo la lettura di un libro di C. S. Lewis, Il cristianesimo così com’è. Avevo parecchi libri Adelphi, così mi è capitato quel titolo. O me l’ha prestato un amico. Lewis mi ha folgorato, mi ha fatto rivalutare i cristiani... Nel tempo avevo infatti sviluppato forti pregiudizi... Come racconta sant’Agostino nelle Confessioni, chi è contro la Chiesa di solito ha un’idea della Chiesa che non corrisponde al vero».
Cioè?
«È contro la Chiesa convinto che la Chiesa sia un’altra cosa. Anch’io: ero contro l’idea sbagliata che avevo della Chiesa. Piano piano invece ho approfondito. Inoltre, sono stati importanti alcuni viaggi a Medjugorje e le encicliche di papa Benedetto XVI».
Da qualche anno, se non erro, canta con sua moglie in un duo cristiano ed è pure editore cattolico.
«Dopo il matrimonio, non so nemmeno io perché, mi sono messo a scrivere delle canzoni un po’ demenziali – non tutte, alcune più serie – sulla vita di coppia e sulla fede, e Anita, mia moglie, che ha sempre amato cantare, le ha “interpretate” seguendo le mie istruzioni: occhiali da sole e sguardo serio. Ho dato un nome assurdo alla band, Mienmiuaif, una parodia dell’inglese, e nonostante questo i nostri video hanno girato un po’ sui social e hanno iniziato a chiamarci per suonare in giro. Nel frattempo, nel 2015, è nato un progetto editoriale per Berica Editrice, una collana di libri cattolica di cui sono il curatore e che si chiama Uomovivo, in onore del grande convertito – e “convertitore” – G. K. Chesterton».
Come sta andando il progetto?
«Abbiamo pubblicato diversi autori italiani e un paio di stranieri, Jo Croissant e Fabrice Hadjadj. Io stesso, col nome Mienmiuaif, che nel frattempo è diventata anche una pagina Instagram, ho pubblicato alcuni libri. L’ultimo su padre Pio – Pio. Un santo della Madonna».
Dopo la conversione, ha conosciuto altri che hanno fatto un percorso analogo?
«Noi siamo molto legati a Medjugorje – sto scrivendo un libriccino proprio su questo luogo speciale. Ho conosciuto tante persone a cui Medjugorje ha cambiato la vita. A ognuno, però – per quanto alcune dinamiche siano simili – Dio parla in modo unico».
Cosa direbbe ad un giovane che, come lei un tempo, guarda la Chiesa con scetticismo?
«Direi di guardare più a fondo. Di leggere le vite dei santi. Di recarsi in qualche luogo di grazia. O di chiedere semplicemente a Dio – però sul serio, senza finzioni –: “Esisti? E se esisti, puoi farmelo capire?”. Perché, se Dio esiste, è nostro padre e ci risponde».
Il cristianesimo fa meglio dell’islam
Qual è la religione che beneficia di più conversioni, e quante sono? Il quesito non è banale. Lo stesso Chatgpt, interpellato sul punto, alza bandiera bianca ammettendo «di non poter condividere ricerche al riguardo», aggiungendo che «cifre precise non sono facilmente verificabili» e che «non esiste un dato ufficiale o un consenso unanime sulla cifra esatta»; il che sostanzialmente è vero, intendiamoci. A differenza però di quanto sostiene l’intelligenza artificiale delle ricerche al riguardo esistono e sono disponibili da anni.
Prova ne è il poderoso The Oxford Handbook of Religious Conversion pubblicato nel 2014, volume di oltre 800 pagine, secondo cui ogni anno a lasciare la fede cristiana sono 11,7 milioni di persone, mentre quelle che da altre esperienze al cristianesimo approdano sono circa 15,5 milioni, con un guadagno netto di 3,8 milioni di nuovi fedeli. Aggiornano questo dato i lavori della studiosa ed esperta di statistiche religiose Gina Zurlo – nominata dalla Bbc come una delle 100 donne più influenti del mondo nell’anno 2019 – la quale, nel suo World Christian Database, stima che ogni anno sarebbero 13,6 milioni le persone che lasciano cristianesimo, mentre quelle che alla fede cristiana si convertono ammontano a 17,4 milioni, confermando così, grazie appunto alle conversioni, una crescita di quasi 4 milioni di fedeli.
Questi dati indirettamente confermano, tornando al quesito iniziale, che è il cristianesimo la religione che benefica del maggior numero di conversioni. Infatti i seguaci di Gesù Cristo a livello globale crescono ad un ritmo abbastanza simile a quello della religione islamica, che però è avvantaggiata – anche se il vantaggio da di anno in anno assottigliandosi – dal tasso di fertilità, che vede 3,1 figli per donna per i seguaci di Maometto contro i 2,7 per le donne cristiane. Il cristianesimo, al momento indietro nelle dinamiche demografiche, è però favorito, a livello globale, dall’alto numero di conversioni. Che spesso e volentieri, attenzione, hanno per protagonisti proprio ex islamici.
Quanti? Secondo lo studio del missionario David Garrison – contenuto nel suo A Wind in the House of Islam – sarebbero tra i 2 e i 7 milioni i musulmani che negli ultimi decenni hanno lasciato l’islam divenendo protagonisti, parole sempre di Garrison, del «più grande ritorno dei musulmani a Cristo nella storia». Spesso poco considerate dai mass media, le conversioni al cristianesimo meriterebbero dunque d’essere più considerate, come fenomeno; anche perché altrimenti non si capirebbe un’avanzata cristiana che, in più aree del pianeta, è sorprendente. Si prenda la Corea del Sud: solo dal 1999 al 2018, i cattolici son cresciuti del 48,6%; in diocesi come quella di Suwon, a sud della capitale Seoul, addirittura del 90%.
Anche in Iran i cristiani, da 350.000 che erano stimati, oggi si pensa siano oltre un milione. Aumenti sbalorditivi frutto di conversioni sono avvenuti in Cina, pure sotto il dominio spietato di Mao. Quando infatti il regime comunista cinese prese il potere nel 1950, c’erano circa 4,2 milioni di cristiani che nel 1980 - dopo sanguinose repressioni - erano già più che raddoppiati di numero, facendo segnare una crescita che dura tuttora. Tanto che gli studiosi stimano che, dal 1950 in poi, il cristianesimo si sia diffuso ad un tasso annuo del 7%; ritmo di crescita incredibile, superiore perfino a quello che si ebbe a ridosso della vita di Gesù, con l’allora nuova religione che avanzava ogni anno del 3,5%. Quello del Vangelo resta dunque, 2000 anni dopo, un annuncio più potente che mai.
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In Occidente chi si riavvicina alla fede è interessato al sacro più che a migranti e ambiente. E i battezzati crescono pure nella Francia laicista: +30% nel 2024.Lo scrittore Giuseppe Signorin: «La religione mi sembrava non c’entrare con la cultura. Chi è lontano dalla Chiesa ne ha un’idea sbagliata».I musulmani sono avvantaggiati (ma sempre meno) dal trend demografico, però sale tra di loro il numero di chi passa al Vangelo. Che «guadagna» 4 milioni di fedeli l’anno.Lo speciale contiene tre articoli.Se ha ragione san Gregorio Nazianzeno, vescovo e dottore della Chiesa secondo cui l’Onnipotente «di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell’uomo», a Dio qualche soddisfazione la sta dando perfino l’Occidente laico e secolarizzato. Per quanto scristianizzata, infatti, quest’area del globo è da qualche anno protagonista di parecchie conversioni al cattolicesimo; alcune delle quali perfino clamorose, se si pensa per esempio a J.D. Vance, il vicepresidente eletto degli Stati Uniti d’America, o al Nobel per la letteratura del 2023, il norvegese Jon Fosse, al vescovo anglicano Richard Pain o a Tammy Peterson moglie di Jordan, probabilmente lo psicologo vivente più celebre del pianeta.A sorpresa, queste conversioni, anche quando non riguardano volti noti, tendono a verificarsi anche là dove uno meno se lo aspetterebbe. Notevole, al riguardo, quanto accade nella Francia di Emmanuel Macron, patria della Rivoluzione francese e d’una cristianofobia dilagante – i 1.000 atti d’odio anticristiano annui sono un record europeo; eppure, la scorsa Pasqua i battezzati adulti sono stati oltre 7.000 (7.135, per l’esattezza), somma ragguardevole se si pensa che corrisponde al 30% in più rispetto al 2023; tanto che i laicisti del quotidiano Libération, davanti a questi numeri, pare siano saltati sulla sedia.Se non migliaia, comunque certamente centinaia di conversioni al cattolicesimo si verificano anche nelle insospettabili Svezia, Norvegia, Finlandia; il tutto in numeri ancora piccoli, va detto, per parlare di grande ritorno della Chiesa, ma certamente più che sufficienti per attirare l’attenzione e per portare a chiedersi: chi sono i nuovi convertiti? E soprattutto: per quale motivo, nell’Occidente «sazio e disperato» – per riprendere una espressione dell’indimenticabile cardinal Giacomo Biffi – tante anime ancora ritrovano o trovano la via della Chiesa? Rispondere a simili interrogativi non è affatto semplice, anche perché tali esperienze risultano, in chi le vive, qualcosa di estremamente intimo, motivo per cui l’argomento non ha mai smesso di incuriosire antropologi, psicologi e sociologi della religione. Per la verità, nel corso degli anni, diversi sociologi hanno provato a mettere a punto dei modelli basandosi su dei fattori personali che caratterizzano la conversione religiosa e che la possano rendere in qualche misura prevedibile. Tuttavia, questi modelli non hanno mai convinto del tutto per il semplice fatto che non sono mai riusciti ad offrire una spiegazione esaustiva del processo di conversione che, per questo motivo, ha mantenuto una dimensione misteriosa e affascinante. Ciò non toglie che degli elementi ricorrenti nelle conversioni siano stati individuati; anzitutto l’età. Le conversioni religiose tendono infatti a manifestarsi, pur con le dovute eccezioni, prima dei 40 anni – quindi interessando soggetti giovani o relativamente tali; inoltre la gran parte di esse si protraggono per periodi non sempre brevi, anche se alcune risultano letteralmente istantanee o quasi; un po’ come la famosa folgorazione sulla via di Damasco di san Paolo. Per quanto riguarda invece ciò che spinge ad abbracciare la fede cristiana, i fattori determinanti sembrano essere prevalentemente due.Il primo è quello relazionale e, in estrema sintesi, si esprime con la conoscenza e l’influenza di qualcuno che cristiano già è. Il peso delle relazioni nella conversione religiosa emerge da molteplici confessioni e si è manifestata in più occasioni nel corso della storia, come sottolineava il grande sociologo delle religioni Rodney Stark. «I più famosi innovatori religiosi», osservava infatti Stark in un suo libro, «cominciarono convertendo i loro parenti più stretti e i loro amici. Mosè cominciò con sua moglie e suo suocero, passando poi a suo fratello e a sua sorella. I primi convertiti da Zoroastro furono sua moglie e lo zio di questa. Il primo a essere convertito da Maometto fu sua moglie, poi un cugino di questa e dopo ancora i figli da lui adottati, le quattro figlie e vari servitori di famiglia». Non basta però conoscere qualcuno già credente per convertirsi. Occorre trovarsi davanti un esempio positivo e credibile. Se n’è accorta, tra gli altri, Tamra Hull Fromm, studiosa del Catholic Biblical School del Michigan particolarmente sensibile all’argomento non foss’altro perché lei stessa, nel 2001, ha sperimentato sulla propria pelle l’esperienza di cui si sta parlando, abbracciando il cattolicesimo. Ebbene, la ricercatrice ha prodotto uno studio decisamente interessante, che sia pure per sommi capi merita qui di essere ricordato. In breve, per la propria tesi di dottorato la Hull Fromm ha realizzato una ricerca su 24 giovani adulti convertiti alla Chiesa cattolica e battezzati nell’arcidiocesi di Detroit. L’aspetto più stimolante di questa indagine riguarda le dinamiche di conversione dei soggetti studiati, che vedono in una figura amica, un testimone che in un primo momento, attenzione, magari neppure appariva un credente, un prezioso se non decisivo viatico verso il nuovo credo. «Il testimone che vive la fede in modo autentico e non giudicante», ha spiegato la studiosa americana esponendo il suo studio, «agisce sia come antidoto ai pregiudizi antireligiosi, sia come accompagnatore verso la fede della persona con cui entra in relazione».Dopo quello delle relazioni, il secondo fattore che pesa molto nelle conversioni, banalmente, è quello religioso. Esaminando le biografie dei convertiti – intesi come coloro che tornano alla fede cui erano stati educati o scoprono quella cristiana per la prima volta –, troviamo infatti spesso, come passaggio decisivo, quello d’una Messa, di un ingresso in chiesa, della visita a un santuario o anche solo di una semplice preghiera. Questo per quanto riguarda le conversioni in senso generale; c’è poi, a ben vedere, un fattore nuovo che caratterizza quelle al cristianesimo di questi anni: i social network, ossia le piattaforme dove i neoconvertiti spesso e volentieri, ciascuno con il proprio stile, raccontano le loro esperienze. Sul mensile Il Timone, a questo proposito, sono da poco stati intervistati Niccolò Reale, che sui social è conosciuto e seguito come Summacognitio – e che è approdato al cattolicesimo da protestante che era –, e Federica Tognacci, su Instagram presente come Fede_prega_ilrosario, e che è diventata cattolica dopo anni trascorsi tra mantra, reiki e sedute di psicoterapia. C’è una storia di conversione, avvenuta a 18 anni, anche nella biografia di Sara Alessandrini, che sempre su Instagram, col suo profilo Itinerari religiosi, oggi guida quasi 54.000 follower in chiese e santuari. Lo stesso Giuseppe Signorin, intervistato nella pagina accanto, è molto attivo sui social, sui quali con la moglie Anita – in uno stile spesso allegro e scanzonato – richiama sovente le figure di santi e beati. A dispetto d’un certo ecclesialmente corretto che all’annuncio del Vangelo sembra ora quasi preferire le battaglie politiche dell’ambientalismo, dell’accoglienza dei migranti e delle minoranze sessuali, i nuovi convertiti sono insomma oggi coloro che – oggi forse di più di tutti – mettono al centro testimonianze di fede autentica, dove Dio non è una variabile secondaria ma il centro di tutto. Ed accade per di più proprio su Internet, là dove il sacro, che in teoria avrebbe dovuto evaporare del tutto, sperimenta oggi una nuova giovinezza. 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Poi? «Poi il liceo, l’università, i miei interessi – letteratura, cinema, musica, arte –, tutto mi portava distante. Il mondo culturale è piuttosto anticlericale, o, peggio, indifferente. A Milano, dove ho studiato e lavorato tra il 2000 e il 2010, come ho letto anni fa in un’intervista all’artista visivo Damien Hirst, la religione era considerata “old fashion”». Cosa ricorda di quel periodo? «Senza il freno della fede e soprattutto senza il senso che dà alla vita, ho iniziato a sperimentare diverse strade e diversi tipi di divertimento. Tutte cose piuttosto comuni e malsane. La musica, i film, la cultura in generale, l’intrattenimento, influiscono sulla formazione delle persone molto più della politica o dell’economia. Ero dentro quel mondo e non c’era spazio per Dio. A 18 anni sono stato a un concerto di Lou Reed, a Milano, dicendo ai miei genitori che per me era come il Papa. In effetti, tutto diventa un idolo se non lo metti al posto giusto, ed escludendo Dio dal proprio orizzonte, è difficile mettere le cose al posto giusto. L’uomo è sempre lo stesso: se rifiuta Dio, lo cerca altrove, in luoghi che però non dissetano, non riempiono. Io vivevo questa frustrazione: in apparenza mi divertivo, in realtà nutrivo solo il mio vuoto interiore». Com’è avvenuta la sua conversione? «Ci sono stati diversi fattori, non tutti semplici da spiegare». Proviamoci. «Posso dire che Dio, inizialmente, è venuto a parlarmi con un linguaggio che conoscevo. In particolare, ricordo la lettura di un libro di C. S. Lewis, Il cristianesimo così com’è. Avevo parecchi libri Adelphi, così mi è capitato quel titolo. O me l’ha prestato un amico. Lewis mi ha folgorato, mi ha fatto rivalutare i cristiani... Nel tempo avevo infatti sviluppato forti pregiudizi... Come racconta sant’Agostino nelle Confessioni, chi è contro la Chiesa di solito ha un’idea della Chiesa che non corrisponde al vero». Cioè? «È contro la Chiesa convinto che la Chiesa sia un’altra cosa. Anch’io: ero contro l’idea sbagliata che avevo della Chiesa. Piano piano invece ho approfondito. Inoltre, sono stati importanti alcuni viaggi a Medjugorje e le encicliche di papa Benedetto XVI». Da qualche anno, se non erro, canta con sua moglie in un duo cristiano ed è pure editore cattolico. «Dopo il matrimonio, non so nemmeno io perché, mi sono messo a scrivere delle canzoni un po’ demenziali – non tutte, alcune più serie – sulla vita di coppia e sulla fede, e Anita, mia moglie, che ha sempre amato cantare, le ha “interpretate” seguendo le mie istruzioni: occhiali da sole e sguardo serio. Ho dato un nome assurdo alla band, Mienmiuaif, una parodia dell’inglese, e nonostante questo i nostri video hanno girato un po’ sui social e hanno iniziato a chiamarci per suonare in giro. Nel frattempo, nel 2015, è nato un progetto editoriale per Berica Editrice, una collana di libri cattolica di cui sono il curatore e che si chiama Uomovivo, in onore del grande convertito – e “convertitore” – G. K. Chesterton». Come sta andando il progetto? «Abbiamo pubblicato diversi autori italiani e un paio di stranieri, Jo Croissant e Fabrice Hadjadj. Io stesso, col nome Mienmiuaif, che nel frattempo è diventata anche una pagina Instagram, ho pubblicato alcuni libri. L’ultimo su padre Pio – Pio. Un santo della Madonna». Dopo la conversione, ha conosciuto altri che hanno fatto un percorso analogo? «Noi siamo molto legati a Medjugorje – sto scrivendo un libriccino proprio su questo luogo speciale. Ho conosciuto tante persone a cui Medjugorje ha cambiato la vita. A ognuno, però – per quanto alcune dinamiche siano simili – Dio parla in modo unico». Cosa direbbe ad un giovane che, come lei un tempo, guarda la Chiesa con scetticismo? «Direi di guardare più a fondo. Di leggere le vite dei santi. Di recarsi in qualche luogo di grazia. O di chiedere semplicemente a Dio – però sul serio, senza finzioni –: “Esisti? E se esisti, puoi farmelo capire?”. Perché, se Dio esiste, è nostro padre e ci risponde». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nuovi-convertiti-2670744380.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-cristianesimo-fa-meglio-dellislam" data-post-id="2670744380" data-published-at="1736103912" data-use-pagination="False"> Il cristianesimo fa meglio dell’islam Qual è la religione che beneficia di più conversioni, e quante sono? Il quesito non è banale. Lo stesso Chatgpt, interpellato sul punto, alza bandiera bianca ammettendo «di non poter condividere ricerche al riguardo», aggiungendo che «cifre precise non sono facilmente verificabili» e che «non esiste un dato ufficiale o un consenso unanime sulla cifra esatta»; il che sostanzialmente è vero, intendiamoci. A differenza però di quanto sostiene l’intelligenza artificiale delle ricerche al riguardo esistono e sono disponibili da anni. Prova ne è il poderoso The Oxford Handbook of Religious Conversion pubblicato nel 2014, volume di oltre 800 pagine, secondo cui ogni anno a lasciare la fede cristiana sono 11,7 milioni di persone, mentre quelle che da altre esperienze al cristianesimo approdano sono circa 15,5 milioni, con un guadagno netto di 3,8 milioni di nuovi fedeli. Aggiornano questo dato i lavori della studiosa ed esperta di statistiche religiose Gina Zurlo – nominata dalla Bbc come una delle 100 donne più influenti del mondo nell’anno 2019 – la quale, nel suo World Christian Database, stima che ogni anno sarebbero 13,6 milioni le persone che lasciano cristianesimo, mentre quelle che alla fede cristiana si convertono ammontano a 17,4 milioni, confermando così, grazie appunto alle conversioni, una crescita di quasi 4 milioni di fedeli. Questi dati indirettamente confermano, tornando al quesito iniziale, che è il cristianesimo la religione che benefica del maggior numero di conversioni. Infatti i seguaci di Gesù Cristo a livello globale crescono ad un ritmo abbastanza simile a quello della religione islamica, che però è avvantaggiata – anche se il vantaggio da di anno in anno assottigliandosi – dal tasso di fertilità, che vede 3,1 figli per donna per i seguaci di Maometto contro i 2,7 per le donne cristiane. Il cristianesimo, al momento indietro nelle dinamiche demografiche, è però favorito, a livello globale, dall’alto numero di conversioni. Che spesso e volentieri, attenzione, hanno per protagonisti proprio ex islamici. Quanti? Secondo lo studio del missionario David Garrison – contenuto nel suo A Wind in the House of Islam – sarebbero tra i 2 e i 7 milioni i musulmani che negli ultimi decenni hanno lasciato l’islam divenendo protagonisti, parole sempre di Garrison, del «più grande ritorno dei musulmani a Cristo nella storia». Spesso poco considerate dai mass media, le conversioni al cristianesimo meriterebbero dunque d’essere più considerate, come fenomeno; anche perché altrimenti non si capirebbe un’avanzata cristiana che, in più aree del pianeta, è sorprendente. Si prenda la Corea del Sud: solo dal 1999 al 2018, i cattolici son cresciuti del 48,6%; in diocesi come quella di Suwon, a sud della capitale Seoul, addirittura del 90%. Anche in Iran i cristiani, da 350.000 che erano stimati, oggi si pensa siano oltre un milione. Aumenti sbalorditivi frutto di conversioni sono avvenuti in Cina, pure sotto il dominio spietato di Mao. Quando infatti il regime comunista cinese prese il potere nel 1950, c’erano circa 4,2 milioni di cristiani che nel 1980 - dopo sanguinose repressioni - erano già più che raddoppiati di numero, facendo segnare una crescita che dura tuttora. Tanto che gli studiosi stimano che, dal 1950 in poi, il cristianesimo si sia diffuso ad un tasso annuo del 7%; ritmo di crescita incredibile, superiore perfino a quello che si ebbe a ridosso della vita di Gesù, con l’allora nuova religione che avanzava ogni anno del 3,5%. Quello del Vangelo resta dunque, 2000 anni dopo, un annuncio più potente che mai.
Ansa
La rappresentazione dei fatti presentata dai pm, in sostanza, sarebbe stata dolosamente artefatta. L’istruttoria, però, secondo i giudici, pur avendo dimostrato che, all’epoca dei fatti, le operatrici dei servizi sociali non avessero elementi oggettivi da cui desumere che il bambino fosse stato vittima di abusi intrafamiliari, ha stabilito che non avrebbero avuto una tale «convinzione», ancorché infondata. Non solo. Limitano, e di molto, l’azione dei servizi sociali: «La funzione probatoria che connota le relazioni del servizio sociale», scrivono, «non coincide con la funzione probatoria richiesta dalla giurisprudenza per l’individuazione degli atti pubblici dotati di fede privilegiata». Quelle relazioni erano carta straccia? In realtà i giudici, che hanno assolto gli operatori anche dall’accusa di frode processuale, li salvano con questo passaggio: «Difatti, rispetto agli operatori sociali, […] l’istruttoria, oltre ad aver escluso la sussistenza di condotte assimilabili a quelle concepite nelle imputazioni, ha dimostrato come gli stessi abbiano sempre agito su specifico mandato del tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione (come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari), oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato (come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti)».
E non è finita: «Gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’autorità giudiziaria, ovvero proprio il soggetto che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni». È il resoconto di un cortocircuito giudiziario. «Sebbene molte di queste (relazioni, ndr) siano state tacciate di falsità», aggiungono i giudici, «non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta». La conclusione: «Da ciò consegue […] che sia le decisioni che l’operato del servizio, diversamente da quanto ipotizzano nei capi in cui si contesta la frode processuale, non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano».
Ogni volta che la sentenza esamina le condotte attribuite ai genitori o ai familiari (abuso sessuale, maltrattamento, pregiudizio grave), però, la conclusione è sempre la stessa: le ipotesi non reggono alla prova dibattimentale. Le ricostruzioni non superano la soglia «dell’oltre ogni ragionevole dubbio». La formula usata dai giudici è questa: «Non solo non si è dimostrata la sussistenza, in positivo, di condotte di tal fatta (gli abusi, ndr), ma l’istruttoria dibattimentale ha restituito un quadro del tutto divergente». La sentenza chiarisce che le ipotesi di abuso nascono e si sviluppano all’interno di un circuito valutativo, costruito attraverso relazioni, osservazioni, interpretazioni. Ma quando queste ipotesi arrivano in aula non diventano fatti. Restano ipotesi. I giudici spiegano che le valutazioni dei servizi sociali non sono prove. Non hanno «fede privilegiata». E soprattutto non possono trasformarsi, da sole, in accertamenti di eventi storici. Le ricostruzioni prospettate «non trovano riscontro in elementi oggettivi». I rilievi contenuti nelle relazioni poi usate per allontanare i minorenni dai loro genitori, per quanto non provate, stando alle valutazioni del tribunale, avrebbero avuto come fine quello «di tutelare i minori e aiutarli a elaborare i propri vissuti».
Alla fine non ha sbagliato nessuno. La sentenza, però, un passo ulteriore lo fa. Spiega che la partita non è chiusa. Ma che è aperto un altro fronte. Quello civile. In un caso in particolare, argomentano i giudici, «il provvedimento giudiziale di sospensione della responsabilità genitoriale, che ha determinato una lesione ingiusta del diritto» del minorenne «a mantenere un rapporto con i propri genitori e del diritto di questi a esercitare le prerogative connesse alla responsabilità genitoriale», avrebbe causato «un danno patrimoniale e non patrimoniale». Perché anche se l’allontanamento è avvenuto sulla base di presupposti non del tutto provati nel processo, qualcuno comunque dovrà rispondere delle conseguenze.
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Il Carnevale di Viareggio (iStock)
Semel in anno licet insanire! Ci siamo: questa è la settimana più folle dell’anno e già giovedì s’imbandisce la tavola di «grasso». Per una fortunata coincidenza di calendario, il Carnevale, che ha infiniti significati e origini remotissime quanto intriganti, nel 2026 ingloba nei festeggiamenti in maschera anche la ricorrenza degli innamorati: San Valentino.
Il che riporta a origini ancor più remote: per comprenderle bisognerebbe andare a Mamoiada a farsi travolgere dalla forza dionisiaca dei Mamuthones. Sono queste maschere che danzano lentissime al suono dei campanacci e, ricoperte di pelli, rappresentano un “residuo” dei lupercalia, le ultime feste pagane a estinguersi. Fino al quarto secolo Papa Gelasio lamentava che i cristiani si lasciassero trascinare in questi riti pagani.
I lupercalia si celebravano tra il 13 e il 15 febbraio, nel mese che i romani ritenevano nefasto. C’è chi dice che fossero indetti a gloria e a tacitare le ire del dio Fauno, che guidava i lupi affamati all’assalto delle greggi nell’ultimo mese d’inverno. Da qui l’idea che sacrificando si potessero salvare le greggi e che i giorni dedicati al Luperco (una sorta di lupo divinizzato) assicurassero fertilità e prosperità alle mandrie.
Sarà un caso, ma se si prova a rispondere alla domanda su quando inizia il Carnevale, si ottengono le risposte più diverse: c’è chi dice da Santo Stefano, c’è chi dice la settimana prima della Quaresima. In realtà una data precisa ci sarebbe: il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonia Abate, protettore degli animali e delle benedizioni delle stalle. Anche qui, l’assonanza con i lupercalia ritorna. Anche se c’è chi sostiene che quei giorni per i romani fossero la celebrazione di Romolo e Remo allattati dalla lupa. I lupercalia erano riti di fertilità, con maschere e pelli di lupo o capra. Quel travestimento era uno dei cosiddetti riti di passaggio e le donne venivano portate a farsi fecondare dal caprone cosmico. I lupercalia erano riti anche di fertilità. Si narra che gli etruschi facessero una divinazione in quei giorni e che le donne sposate che non avevano figli venissero condotte nel recinto sacro e fosse loro cinto l’addome con strisce di pelle di caprone. Dieci lune dopo il rito tutte rimanevano incinte.
Non sorprende, quindi, che San Valentino cada il 14 febbraio. Scavando nelle antiche tradizioni, si scoprono tratti inediti del Carnevale. Se i lupercalia ci avvicinano alla magia della morte e resurrezione, sono i riti dionisiaci e i saturnali a spiegare la frenesia e la licenziosità, ai tempi nostri ormai solo alimentare, della festa carnascialesca. L’intreccio tra riti dionisiaci e i saturnali spiega infatti molte delle nostre usanze carnevalesche. Onore al dio del vino e della frenesia era un atto di comunicazione tra inferi e viventi, legato al ciclo morte-resurrezione e alla purificazione della città in attesa della primavera. Questa tradizione del rapporto tra i due mondi si perde veramente all’alba dell’umanità e a Roma dove questo s’intreccia con le consuetudini etrusche e con i riti egizi in onore di Iside, la dea della fertilità, per cui vi era una continua relazione tra la morte e la resurrezione. Questi riti si consumavano nel mese dedicato al dio Februus (da cui febbraio) quando la città doveva essere purificata in attesa della nuova vita (la primavera) e il riso era il cereale scelto per invocare la fertilità. Sulla scorta dei saturnali (si festeggiavano in dicembre per annunciare il sol invictus) anche durante i riti di febbraio c'era un sovvertimento dell’ordine sociale per cui nelle libagioni, nelle feste tutti partecipavano con uguale diritto alla frenesia.
Gli scherzi e i travestimenti erano tutti in funzione apotropaica: allontanare la morte con l’anno che se ne va (il capodanno dei latini era a marzo) annunciare la vita. Questa usanza di eliminare le scorie del tempo trascorso si ritrova oggi in alcuni carnevali: il più famoso per il rogo del fantoccio è quello di Poggio Mitreto. Egualmente, le maschere hanno un’origine remotissima: servivano a trasfigurare, come nel teatro greco e romano, evocando personaggi e divinità, e la tradizione del camuffamento risale persino a Babilonia, passando poi in Egitto e Roma con i carrus navalis. Fin dal teatro greco, appunto, si ha la maschera in scena per dare una visione evidente dei personaggi, ma anche per evocare l’immutabilità di fronte agli eventi avvicinando l’attore alla deità. Nel teatro romano vi erano sostanzialmente due stati d’animo significati dalla maschera: l’ilarità e la disperazione. Ma durante i saturnali ci si celava il volto proprio per denunciare che non v’era disparità sociale e durante le dionisiache la maschera celava l’identità anche per non far sapere se si veniva dal mondo dei viventi o dei morti. Questa abitudine al camuffamento è addirittura più remota delle nostre civiltà mediterranee. A Babilonia c’erano i corsi mascherati e dà lì derivano i carri carnevaleschi perché il corteo delle feste di Akitu, che si tenevano all’inizio della primavera (per gli antichi l’inizio dell’anno coincideva con la ripresa del ciclo vitale della natura in consonanza con il mondo agricolo), era aperto da sfilate di carri che riproducevano il ciclo sole-luna, vita-morte, giusto-sbagliato, tenendo conto che durante queste festività la trasgressione era il primo motore. Questi carri passarono in Egitto e poi a Roma dove sfilavano i carrus navalis (una barca su ruote) che apriva il corteo in onore di Iside.
Alcuni sostengono che carnevale derivi proprio da carrus navalis. In realtà è ormai acclarato che il nostro Carnevale deriva dall’accezione carnem levare che è eliminare (in epoca cristiana) la carne dalla tavola perché comincia la quaresima (martedì grasso che è l’ultimo giorno di Carnevale viene seguito dal mercoledì delle ceneri, quaranta giorni prima della Pasqua, ovunque in Italia se non a Milano dove per il rito ambrosiano il Carnevale finisce con l’ultima domenica prima della quaresima). In epoca pagana il carnem levare si riferiva a un’astinenza sessuale in segno di purificazione in attesa della fertilità delle idi di marzo. Come si vede dunque, per stare dalle parti degli antenati latini, nihil novi sub solem: noi facciamo gli scherzi di Carnevale, ci mettiamo le maschere e anche quelle della commedia dell’arte, da Arlecchino a Pulcinella, hanno a riferimento il teatro antico e i significati rituali dell’evocazione dei morti perché non disturbassero i vivi, facciamo sfilare i carri, ci diamo alla crapula prima della quaresima, che altro non è se non la purificazione in vista della resurrezione di Cristo, così come in antico il digiuno purificatore procedeva l’innesco del nuovo ciclo vitale.
A Viareggio la satira, a Venezia il fascino. Rassegna dei principali corsi di carri e feste in maschera d’Italia

Il Carnevale a Venezia (iStock)
Sarà per l’eredità latina, ma l’Italia è la patria del Carnevale. Certo, il sambodromo di Rio de Janeiro è un emblema mondiale e lì, danza, carri, evocazioni di presenze animiste vanno dal 13 al 17 febbraio in una sorta di delirio complessivo, ma le feste italiane hanno un fascino unico, tra carri allegorici, maschere storiche e tradizioni locali.
Altri carnevali famosissimi sono quello di Santa Cruz di Tenerife in Spagna che comincia a gennaio e termina a fine febbraio con alcune tappe imprescindibili: l’elezione della reina (da noi invece domina Re Carnevale) il Caso Apoteosis (la grande sfilata del 17 febbraio) e l’Entierro della sardina che corrisponde ai nostri roghi rituali che si fa il giorno dopo mentre in tutte le strade la festa continua fino a fine mese; il Carnevale di New Orleans dove il jazz è la colonna sonora, i carri allegorici risentono dell’atmosfera creola e il mardì grass è una sorta di riesumazione del rapporto con la Francia e proprio in Provenza si tiene il Carnevale di Nizza.
Ma in Italia se dici Carnevale pensi a Venezia per le feste fastose e a Viareggio per i carri allegorici. In realtà le sfilate, le feste, i raduni in maschera, le sagre sono diffuse lungo tutta la penisola e come detto a Mamoiada in Sardegna si trovano le tracce più remote del Carnevale.
A Venezia il programma è ricco: giovedì 12 febbraio sfilata dei carri a Pellestrina, taglio della testa del toro in piazza San Marco e show delle maschere per le calli. Sabato i carri sfilano a Marghera, domenica a Campalto. Il clou è martedì 17 con la sfilata sul Canal Grande, dove si possono incontrare personaggi storici come Giacomo Casanova nascosti dietro le maschere tradizionali:la Bauta (la più diffusa, bianca e senza bocca), la Moretta (velvet ovale femminile), il medico della peste (con il lungo becco) e la Ganaga (info www.carnevale.venezia.it).
A Viareggio, dove la satira prende forma tridimensionale, i corsi mascherati si tengono il 12, 15 e 17 febbraio, con la proclamazione del carro vincitore il 21 febbraio. Tutta la città è coinvolta e ovunque ci sono le feste rionali e grandi abbuffate gastronomiche (www.viareggio.ilcarnevale.com). Fano affida la regia del Carnevale al tre volte premio Oscar Dante Ferretti, con il tema di quest’anno Il viaggio di Vulon e il lancio delle caramelle domenica 15 febbraio. Altro Carnevale storico è quello di Cento in provincia di Ferrara che è tra i più lunghi, si sviluppa su cinque settimane ed è gemellato con quello di Rio. Gli appuntamenti con le sfilate dei carri sono per il 15 e il 22 febbraio e il primo marzo (info: www.carnevaledicento.it).
Famosissimo in tutto il Sud è il Carnevale di Putignano che si vanta di essere il più antico d'Europa. La festa come da consuetudine è in programma per il 15 e 17 febbraio, ma a Putignano oltre alla maschere, ci sono concerti (una festa speciale è prevista per San Valentino) spaghettate, mostre (info: www.carnevalediputignano.it). In Sardegna oltre al Carnevale di Mamoiada con i Mamuthones (sfilata il 17 febbraio, martedì grasso) molto famoso ma anche molto spettacolare è quello di Oristano con la giostra della Sartiglia che si corre domenica 15 febbraio e il martedì grasso (17 febbraio). La particolarità di questo torneo equestre che affonda le radici ai tempi dei Giudicati è che i cavalieri che devono infilzare un anello fatto a stella con la lancia corrono con la maschera in volto. Ad animare il Carnevale d’Ivrea è la battaglia delle arance: si svolge domenica 15, lunedì 16 e martedì 17. Il Carnevale comincia il 15 ed è l’unico che sfocia nel mercoledì delle ceneri con la tradizionale polentata (info: www.storicornevaledivrea.it). Infine ultima tappa al Sud, in Sicilia, ad Acireale, dove si svolge con le date canoniche (dal 12 al 17 febbraio, ma la festa qui comincia a fine gennaio) una doppia sfilata di carri allegorici e di carri fioriti contornati come in tutti i cortei dalla festa di popolo (info: www.carnevaleacireale.eu).
I cenci, la bandiera della dolcezza fritta. Niente di meglio di un passito per scordarsi del passato: ecco i vini di Carnevale

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Vuole la vulgata popolare che «fritta è buona anche una ciabatta». Sarà per questo che a Carnevale, in tutta Italia, si frigge. La verità è che questo è il modo più veloce per offrire dolci fragranti in quantità industriali. Sciovinismo a parte si può dire che la madre di tutti i dolcetti di Carnevale sono i cenci, o gli stracci, che poi diventano frappe, sfrappole e via discorrendo nelle diverse cucine italiche.
Ma perché questi semplicissimi dolci toscani sono l’archetipo?
Semplicemente perché Pellegrino Artusi, che si era fatto fiorentino in esilio da Forlimpopoli, li codifica nel suo La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene nella ricetta 595 che così recita: «Farina, grammi 240. Burro, grammi 20. Zucchero in polvere, grammi 20. Uova, n. Acquavite, cucchiaiate n. l. Sale, un pizzico. Fate con questi ingredienti una pasta piuttosto soda, lavoratela moltissimo con le mani e lasciatela un poco in riposo, infarinata e involtata in un canovaccio. Se vi riuscisse tenera in modo da non poterla lavorare, aggiungete altra farina. Tiratene una sfoglia della grossezza d’uno scudo, e col coltello o con la rotellina a smerli, tagliatela a strisce lunghe un palmo circa e larghe due o tre dita. Fate in codeste strisce qualche incisione per ripiegarle o intrecciarle o accartocciarle onde vadano in padella (ove l’unto, olio o lardo, deve galleggiare) con forme bizzarre. Spolverizzatele con zucchero a velo quando non saranno più bollenti. Basta questa dose per farne un gran piatto. Se il pane lasciato in riposo avesse fatta la crosticina, tornatelo a lavorare».
Partendo dall’Artusi il viaggio in Italia è dolcissimo e ogni regione celebra il Carnevale con dolci tipici.
In Lombardia, dove il Carnevale si allunga fino alla domenica, si fanno i dolcetti che esaltano le mele: i laciaditt. A Venezia si dice che Casaonva andasse pazzo per le fritole che sono frittelle barocche con pinoli e uva passolina, mentre l’opulenza gonzaghesca impone i riccioli che sono però fatti in forno: farina gialla finissima con burro, zucchero, strutto, tuorli d'uova e scorza di limone grattugiata. Li amano tutti quelli che sciano, sono krapfen, magari ripieni di crema (insomma i bomboloni del resto d’Italia) che si sposano con le frittelle di mele caratteristiche anche delTrentino. Leggere come l’aria tanto che una tira l’altra sono le castagnole gonfie e cremose d’Alessandria che il Monferrato chiama Carciò. In Emilia si fanno i rosoni: impasto simile a quello dei cenci, ma intrecciati in modo da sembrare gli alamari asburgici con tanta scorza d’arancio e in Romagna si fa di castagnola che bagnata nell’Alchermes diventa lo scroccafuso tradizionale delle Marche dove ci sono anche i mitici arancini o limoncini che si possono o fare al forno o fritti. In Umbria si rispolvera la crescionda spoletina, ma anche e soprattutto le frittelle di riso, quelle di mele o quelle di pasta di pane addolcita col miele. Nel basso Lazio si preparano delle mini-castagnole e torna in tutto il centro Italia la cicerchiata arricchita di miele e mandorle dolci. È parente strettissima degli struffoli napoletani. La pignolata con la glassa di zucchero è emblema della Sicilia, in Sardegna trionfano le zeppole mentre a Napoli si fanno le graffe che sono ciambelle fritte intrecciate, parenti dei frati toscani e delle ciambelle abruzzesi, mentre in Puglia continua la stagione delle cartellate.
Con questi dolcetti, d’obbligo sono i passiti.
Si parte dalla Valle d’Aosta con lo Chambave Muscat (Lavrille e la Crotta des Vigneron da tenere in conto). Si scende in Piemonte con l’Asti Spumante (come si fa a non dire Gancia o Bosca) con il Moscato d’Asti (la Cuadrina) o col Barolo Chinato ottimo con la cioccolata (Pio Cesare) o col Brachetto d’Acqui un vino «fragoloso» (Rosa Regale di Banfi). In Lombardia il passito del Garda (Brolo dei Giusti) o il rarissimo Moscato di Scanzo (il Cipresso). In Veneto eccoci con il Recioto della Valpolicella rosso (Angelorum di Masi) e il Recioto di Soave bianco (Poesie Cantina di Soave) e il Torcolatod i Breganze (Maculan) e il Fiori d’Arancio (Ca’ Lustra). In Friuli Picolit (Livio Felluga) e Verduzzo (Ramandolo La Roncaia). In Trentino Alto Adige ecco il Moscato Giallo (Serenade di Caldaro) e il Moscato Rosa (Franz Hass) o il Vino Santo da Nosiola (Pravis). In Liguria lo Sciacchetrà (Possa) trionfa, in Toscana il ventaglio è ampio ma si risolve nel Vin Santo (Avignonesi, Antinori, Frescobaldi) e nell’Aleatico dell’Elba (Le Ripalte). Impeccabile in Umbria il Sagrantino Passito di Arnaldo Caprai, inarrivabile il Muffato della Sala (Antinori). Nelle Marche ottimo il Pius IX de Il Pollenza, buonissimo il Maximo di Umani Ronchio (da verdiccio prevalente) amabilissima la Vernaccia di Serrapetrona (Quacquarini e Fontezoppa). In Romagna suadente l’Albana Passita (La Zerbina). Nel Lazio Moscato di Terracina (Villa Gianna) e Aleatico di Gradoli oltre alla Malvasia (Stillato di Pallavicini). In Puglia si fa un grande passito da uva Fiano (Zoe Vignaioli Vespa). In Calabria il vino identitario è il Moscato passiti di Saracena (Millirosu) e in Sicilia si va sulle isole per lo Zibibbo di Pantelleria (Ben Rye) per la Malvasia delle Lipari (Hauner), per il Marsala (Florio o Vecchio Samperi) e infine in Sardegna tre opzioni: la Vernaccia di Oristano (Contini), il passito del Sulcis da Nasco e Vermentino (Latina di Santadi) o uno straordinario vino liquoroso come l’Anghelo Ruju di Sella e Mosca.
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