- Il patron del gruppo Carlo Traglio: «Compriamo solo oro e diamanti certificati per non finanziare guerre civili. Le nostre pietre arrivano dalle collezioni di aristocratici decaduti, ma usiamo anche materiali particolari come corniola e giada: basta che siano perfetti».
- Alla prima della Scala trionfano nero e corone da vere principesse. Applausi per Sergio Mattarella e Liliana Segre. Fra i Vip, l’attrice Vittoria Puccini e Patti Smith.
- Philipp Plein al debutto nel mondo dei profumi. La sua prima essenza si chiama Skull.
Lo speciale comprende tre articoli.
Già la casa spiega l’animo, le passioni, i gusti, lo stile. Così come la chiacchiera fluente e gli argomenti trattati con competenza ed esperienza rivelano che ci si trova di fronte a un personaggio con un bagaglio personale di notevole peso. Che si apre naturalmente verso chi gli sta a genio, ma capace di sollevare muri. Perché Carlo Traglio, patron del marchio Vhernier, alta gioielleria per chi chiede a un oggetto qualcosa di diverso, si è buttato a capofitto nel mestiere che ha amato fin da bambino puntando su ricerca, studio, prove e ancora prove. Non è tanto un commerciante quanto un artigiano, un designer, un architetto con in tasca una laurea in giurisprudenza conseguita a Losanna, un manager attento ai numeri ma non con bramosia. Parlare con Traglio significa anche fare i conti con ciò che lo circonda: l’arte. Così, appesi alle pareti o appoggiati sugli scaffali, per citarne alcuni, campeggiano un ritratto di Rudolf Nureyev di Richard Avedon e opere di Frank Moore, Pablo Picasso, Mario Sironi, David Hockney, Christo.
È più appassionato d’arte o di gioielli?
«Di tutti e due e anche di architettura, stesso livello. Il gioiello è la mia prima grande passione fin da bambino».
In che senso?
«Invece di giocare con i soldatini lucidavo gli argenti di casa, guardavo i gioielli di mia madre e passavo le giornate davanti alle vetrine delle gioiellerie. Trovavo l’oro straordinario, come le lavorazioni, le pietre. Ho disegnato il mio primo gioiello a 9 anni. Era una catena che poi ho realizzato a 18. Tra la maturità e l’università chiesi un anno sabbatico durante il quale feci un corso. Mio padre aveva un amico gioielliere che divenne mio maestro di vita e di lavoro e che per un anno mi ha fatto fare l’orafo. E realizzai la famosa catena in argento e corniola e la fibbia d’oro per una cintura di mio fratello, che lui ancora oggi conserva gelosamente».
L’arte, nella sua accezione più alta, in ogni ambito.
«Da ragazzino andavo nei musei, nelle gallerie d’arte, ai vernissage. Frequentavo un collegio in Svizzera, il Pareto, ed ero l’unico che aveva il permesso di uscire perché il direttore sapeva che non sprecavo il tempo in stupidaggini. Avevo 14 anni».
Quando inizia l’avventura Vhernier?
«Prima ho dovuto lavorare con mio fratello nell’azienda di famiglia che si occupava dell’imbottigliamento e della distribuzione della Coca Cola. Ma a 40 anni ho voluto imboccare la strada che da sempre sognavo e ho iniziato a guardarmi intorno nel mondo della gioielleria. Un mio amico di Ginevra mi informò che un’azienda cercava un azionista di maggioranza, ma il nome del marchio sarebbe rimasto top secret fino a un’attenta valutazione del probabile investitore. Diedero il sì e quando scoprii che si trattava di Vhernier fu una gioia immensa. Ero già un cliente del marchio ed era l’unico che eccitasse la mia fantasia. Aveva sede a Valenza. Oggi Vhernier si trova in 15 negozi nel mondo più sei shop in shop. È prevista l’apertura a Kwait City nel 2020».
Che tocco ha dato al brand?
«Qualcosa di mio è arrivato nel tempo. Prendere in mano Vhernier non è stato facile, era un’azienda complicata da un punto di vista delle lavorazioni e dello stile. Per uscire da quei binari così tracciati bastava un attimo, fare un errore era questione di un secondo. Ho avuto la fortuna di avere con me, e c’è ancora, Angela Camurati, una delle fondatrici, con lei ho iniziato a inventare e mi sono “vhrnierizzato”. Abbiamo trovato un modus operandi straordinario, pensiamo alla stessa maniera. Quando dobbiamo studiare una nuova linea siamo complementari».
Usate anche materiali inediti e pietre semipreziose.
«Dare valore e preziosità a piete semipreziose, giocare con giada, siderite, corniola, crisoprasio – tutte pietre poco usate in gioielleria – è stata un’intuizione non da poco. Devi andare nell’eccellenza sennò diventa una cosa povera. Trovare queste pietre semipreziose a un livello così alto non è facile. Un tempo usavamo la sugilite, per esempio, ma non si trova più. Il grezzo deve essere spettacolare, altrimenti non lo usiamo e quindi andiamo fuori produzione finché non troviamo quel che vogliamo noi. È questione di coerenza della massima qualità e dell’esecuzione. Abbiamo una morale ben precisa. L’oro lo compriamo sempre dal Banco metalli che garantisce sia etico. I diamanti solo da certi fornitori che assicurano la provenienza esclusivamente da miniere che hanno firmato il Trattato di Kimberley che testimonia che i profitti non vengano usati per finanziare guerre civili. Altrimenti saremmo tra coloro che alimentano un mercato fatto di porcherie».
Comunque le pietre preziosissime da Vhernier sono di casa.
«È una ricerca entusiasmante. Ci sono alcune pietre che devi rincorrere e sembrano favole. Se vuoi il rubino birmano meraviglioso, sangue di piccione, di una certa caratura, devi farne di strada. E vai in giro per il mondo affidandoti a fornitori qualificati che hanno canali preferenziali con le miniere o con certe collezioni private. Quante principesse decadute finiscono per vendere le loro tiare piuttosto che i loro gioielli di famiglia… Rincorri quei mercanti che hanno accesso a queste collezioni e lì trovi la pietra giusta. Ho corteggiato per cinque anni otto smeraldi che provenivano da una collezione russa. Sono riuscito, alla fine, a comprarli».
E ora le nuove linee, da lasciare senza fiato.
«L’eyeliner pavè è un vero e proprio virtuosismo artigianale di Vhernier, perfino sensuale al tatto. Una rivisitazione moderna del classico pavè che rende le pietre protagoniste: un tappeto di diamanti di diverse misure, incastonati su una base di nanoceramica e disposti in maniera apparentemente casuale. La collezione, che comprende bracciale, orecchini e anello, è disponibile sia in una versione più tradizionale, con diamanti white montati su oro bianco, sia in una versione più sorprendente con diamanti brown su oro rodiato bronze. Così come la linea dei bracciali Calla. Una tecnica pazzesca che evidenzia ogni pietra. Un artigiano impiega mesi per realizzare un pezzo come questo. È la declinazione di alta gioielleria, come la collana Trottola. Pezzi unici, pesi e carati cambiano e le fatture sono diverse perché sono fatti tutti a mano: sono oggetti museali».
Già la casa spiega l’animo, le passioni, i gusti, lo stile. Così come la chiacchiera fluente e gli argomenti trattati con competenza ed esperienza rivelano che ci si trova di fronte a un personaggio con un bagaglio personale di notevole peso. Che si apre naturalmente verso chi gli sta a genio, ma capace di sollevare muri. Perché Carlo Traglio, patron del marchio Vhernier, alta gioielleria per chi chiede a un oggetto qualcosa di diverso, si è buttato a capofitto nel mestiere che ha amato fin da bambino puntando su ricerca, studio, prove e ancora prove. Non è tanto un commerciante quanto un artigiano, un designer, un architetto con in tasca una laurea in giurisprudenza conseguita a Losanna, un manager attento ai numeri ma non con bramosia. Parlare con Traglio significa anche fare i conti con ciò che lo circonda: l’arte. Così, appesi alle pareti o appoggiati sugli scaffali, per citarne alcuni, campeggiano un ritratto di Rudolf Nureyev di Richard Avedon e opere di Frank Moore, Pablo Picasso, Mario Sironi, David Hockney, Christo.
È più appassionato d’arte o di gioielli?
«Di tutti e due e anche di architettura, stesso livello. Il gioiello è la mia prima grande passione fin da bambino».
In che senso?
«Invece di giocare con i soldatini lucidavo gli argenti di casa, guardavo i gioielli di mia madre e passavo le giornate davanti alle vetrine delle gioiellerie. Trovavo l’oro straordinario, come le lavorazioni, le pietre. Ho disegnato il mio primo gioiello a 9 anni. Era una catena che poi ho realizzato a 18. Tra la maturità e l’università chiesi un anno sabbatico durante il quale feci un corso. Mio padre aveva un amico gioielliere che divenne mio maestro di vita e di lavoro e che per un anno mi ha fatto fare l’orafo. E realizzai la famosa catena in argento e corniola e la fibbia d’oro per una cintura di mio fratello, che lui ancora oggi conserva gelosamente».
L’arte, nella sua accezione più alta, in ogni ambito.
«Da ragazzino andavo nei musei, nelle gallerie d’arte, ai vernissage. Frequentavo un collegio in Svizzera, il Pareto, ed ero l’unico che aveva il permesso di uscire perché il direttore sapeva che non sprecavo il tempo in stupidaggini. Avevo 14 anni».
Quando inizia l’avventura Vhernier?
«Prima ho dovuto lavorare con mio fratello nell’azienda di famiglia che si occupava dell’imbottigliamento e della distribuzione della Coca Cola. Ma a 40 anni ho voluto imboccare la strada che da sempre sognavo e ho iniziato a guardarmi intorno nel mondo della gioielleria. Un mio amico di Ginevra mi informò che un’azienda cercava un azionista di maggioranza, ma il nome del marchio sarebbe rimasto top secret fino a un’attenta valutazione del probabile investitore. Diedero il sì e quando scoprii che si trattava di Vhernier fu una gioia immensa. Ero già un cliente del marchio ed era l’unico che eccitasse la mia fantasia. Aveva sede a Valenza. Oggi Vhernier si trova in 15 negozi nel mondo più sei shop in shop. È prevista l’apertura a Kwait City nel 2020».
Che tocco ha dato al brand?
«Qualcosa di mio è arrivato nel tempo. Prendere in mano Vhernier non è stato facile, era un’azienda complicata da un punto di vista delle lavorazioni e dello stile. Per uscire da quei binari così tracciati bastava un attimo, fare un errore era questione di un secondo. Ho avuto la fortuna di avere con me, e c’è ancora, Angela Camurati, una delle fondatrici, con lei ho iniziato a inventare e mi sono “vhrnierizzato”. Abbiamo trovato un modus operandi straordinario, pensiamo alla stessa maniera. Quando dobbiamo studiare una nuova linea siamo complementari».
Usate anche materiali inediti e pietre semipreziose.
«Dare valore e preziosità a piete semipreziose, giocare con giada, siderite, corniola, crisoprasio – tutte pietre poco usate in gioielleria – è stata un’intuizione non da poco. Devi andare nell’eccellenza sennò diventa una cosa povera. Trovare queste pietre semipreziose a un livello così alto non è facile. Un tempo usavamo la sugilite, per esempio, ma non si trova più. Il grezzo deve essere spettacolare, altrimenti non lo usiamo e quindi andiamo fuori produzione finché non troviamo quel che vogliamo noi. È questione di coerenza della massima qualità e dell’esecuzione. Abbiamo una morale ben precisa. L’oro lo compriamo sempre dal Banco metalli che garantisce sia etico. I diamanti solo da certi fornitori che assicurano la provenienza esclusivamente da miniere che hanno firmato il Trattato di Kimberley che testimonia che i profitti non vengano usati per finanziare guerre civili. Altrimenti saremmo tra coloro che alimentano un mercato fatto di porcherie».
Comunque le pietre preziosissime da Vhernier sono di casa.
«È una ricerca entusiasmante. Ci sono alcune pietre che devi rincorrere e sembrano favole. Se vuoi il rubino birmano meraviglioso, sangue di piccione, di una certa caratura, devi farne di strada. E vai in giro per il mondo affidandoti a fornitori qualificati che hanno canali preferenziali con le miniere o con certe collezioni private. Quante principesse decadute finiscono per vendere le loro tiare piuttosto che i loro gioielli di famiglia… Rincorri quei mercanti che hanno accesso a queste collezioni e lì trovi la pietra giusta. Ho corteggiato per cinque anni otto smeraldi che provenivano da una collezione russa. Sono riuscito, alla fine, a comprarli».
E ora le nuove linee, da lasciare senza fiato.
«L’eyeliner pavè è un vero e proprio virtuosismo artigianale di Vhernier, perfino sensuale al tatto. Una rivisitazione moderna del classico pavè che rende le pietre protagoniste: un tappeto di diamanti di diverse misure, incastonati su una base di nanoceramica e disposti in maniera apparentemente casuale. La collezione, che comprende bracciale, orecchini e anello, è disponibile sia in una versione più tradizionale, con diamanti white montati su oro bianco, sia in una versione più sorprendente con diamanti brown su oro rodiato bronze. Così come la linea dei bracciali Calla. Una tecnica pazzesca che evidenzia ogni pietra. Un artigiano impiega mesi per realizzare un pezzo come questo. È la declinazione di alta gioielleria, come la collana Trottola. Pezzi unici, pesi e carati cambiano e le fatture sono diverse perché sono fatti tutti a mano: sono oggetti museali».
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