Premio come miglior attore dal gotha della critica. Ma colpì un altro gigante della regia, Werner Herzog. Così lui - figlio di un dipendente delle Fs («capufficio delle informazioni a Verona, grande interprete di tedesco, inglese e russo» ricorda) - «fighetto» e yuppie nelle commedie di Carlo Vanzina e Marco Risi, esperì la sua massima realizzazione. Firmò poi, alla regia, alcuni film, lo pretese anche Pupi Avati e oggi annuncia una nuova opera, una sorpresa.
Ricordi il momento in cui Ferreri ti contattò e la tua reazione?
«Ero in macchina, in autostrada. A un certo punto mi suona il telefono. C’era un distributore. Entro. Rispondo. Dall’altro capo sento questa voce inconfondibile, di Marco Ferreri, che parlava un romano con accento milanese. “Sono Marco Ferreri. Calà, come sei? drammatico?” (ne imita alla perfezione la voce, ndr). E io dissi: “Maestro, sono bravissimo”. “Bene, e allora fai un film con me”. Tun. Ha messo giù il telefono. Penso: “Ma che cazzo è sta’ cosa qua?”. Siccome ero molto amico della sua costumista, l’ho chiamata. “Ma tu sai qualcosa?”. “Jerry, non ti volevo levare la sorpresa ma questa cosa è vera”».
Vi conoscevate già?
«Abbiamo intrapreso un’amicizia molto prima di girare il film. Mi invitava a casa sua a Roma, cucinava il pesce. Diceva “sai, la notte non dormo e allora me guardo tutti i tuoi film. Ho capito che tu sei comico, saresti pure bravo nel drammatico”. “È un onore per la mia carriera”. Onorato perché mi ha coinvolto anche nel casting. Sabrina (Ferilli, ndr) l’ho scelta io, capito? Tra una rosa di candidate dissi che ne avevo sentito parlare molto bene. “Però al provino voglio anche te”. Poi Sabrina arrivò e, come immaginavo, impazzì per lei».
La coppia tra il tuo personaggio, Benito, e lei, Luigia. Si tradiscono. Lui vende detersivi, sogna di insegnare filosofia, vive avventure erotiche con ragazze annotando in un diario la sua vita.
«Lui era avanti, anticipava la lotta fra poveri, capito? Tra gli extracomunitari e gli italiani poveri».
Cosa voleva dire Ferreri?
«Non voleva dare nessun messaggio. Una volta, mentre giravamo, mi disse “vedi Jerry, adesso se improvvisamente faccio passare un nano su questa scena ci scrivono sei libri e invece io non volevo dire niente”. Fra l’altro il diario era vero, era stato trovato in una pensione di infima categoria in Francia».
Ornella Muti mi ha raccontato che la fece quasi uscir di testa.
«A me andò abbastanza tutto liscio. L’unica cosa è che mi prendeva in giro perché, siccome questo film era a basso costo, quella mattina sul set - giravamo davanti a una stazione secondaria di Roma - mi disse “Calà, te sei abituato ad avere un ottone, invece io te faccio cambia’ nei cessi della stazione”. Per me non era un problema, a me non sembrava vero di essere il protagonista del film di un regista con cui avevano lavorato la Muti, Noiret, Depardieu… Una volta mi sono accorto che quando dava l’azione chiudeva gli occhi. Gli chiesi “Marco, ma tu chiudi gli occhi anche quando faccio la scena?”. E lui “Calà, io la scena la sento, nun me frega niente di vederti“».
Nella relazione tra un uomo e una donna quanto conta il sesso?
«Eh la Madonna, cosa ti posso dire? Sarebbe triste se una relazione fosse basata solo sul sesso, un collante importante in una coppia, ma credo che in una relazione ci debba essere anche qualcos’altro».
Hai avuto molte storie. Le hai capite le donne?
«Il pianeta donna (pausa, sorride, quasi sornione, ndr)… Il pianeta donna è molto complesso. Mah, guarda, devo dire che credo di conoscerle abbastanza, non per le relazioni che ho avuto nella mia vita ma anche perché ho avuto la fortuna di avere molte donne come amiche e quindi confidenze che magari a un partner non si fanno…».
E quanto all’eternità di un amore?
«Bisogna vedere cosa s’intende per amore. L’amore, in senso globale, il bene che si vuole a una persona, se è vero, può durare per sempre. Riferendomi alla domanda che mi hai fatto prima, il sesso è molto raro che duri per sempre. L’amore, l’affezione possono senz’altro durare per sempre».
Tornando a Berlino, 1993. La Stampa scrisse: «Jerry Calà di rara bravura». I grandi giornali si scusarono per averti trattato male. Una rivalsa?
«Certo, mi emozionai tanto perché per darmi il premio mi fecero una sorpresa invitandomi in un ristorante, L’orso, a Berlino, vicino a dove stava il Muro. Io non sapevo niente e arrivai in questa sala dove vedo il gotha della critica italiana che si alza in piedi, applaudendomi. Mi dissero “guarda ti vogliamo dare questo premio e anche chiedere un po’ scusa per averti un po’ bistrattato”. Ma quando poi ho ripreso a fare le commedie hanno ripreso a bistrattarmi (ride, ndr)».
In alcune fonti, tipo Wikipedia, si legge che colpisti Wim Wenders…
«Sbagliano. Non era Wenders ma Herzog».
Ah, il grande Werner Herzog, il regista di L’enigma di Kaspar Hauser, Fitzcarraldo…
«Era venuto a vedere il film. Seduto vicino a me. Alla fine - io parlo un po’ tedesco, mio padre era interprete - mi fece una domanda strana, “hai figli?”, io dico “no, non sono sposato, non ho figli” e lui “quando ne avrai uno fagli vedere questo film, ne devi essere fiero”. Gli dissi “danke”. Poi arrivò l’ufficio stampa: “Ma sai chi era quello seduto vicino a te? Herzog”. “Oh cazzo”».
Più avanti un figlio l’hai avuto…
«Sì, mi sono sposato nel 2002 e mio figlio è nato nel 2003».
E hai messo in pratica il consiglio di Herzog?
«Certo, mio figlio è un cinefilo e si è appena laureato alla Civica scuola di cinema Luchino Visconti di Milano. Ha già fatto due docufilm, uno, sul calcio e i giovani, è oggi su Prime Video, insomma sta già muovendo i primi passi come regista. Sono molto fiero di lui…».
Ma perché un attore comico è apprezzato di più quando fa il drammatico?
«Perché questa è una provincialità tipicamente italiana. Ad esempio in America quando ti presenti a qualcuno e ti chiede “what you doing in the life?’ rispondi “I’m an actor”; ma se dici “I’m a comedian”, aaah, s’inchinano, qui se dici comico è un po’ dispregiativo».
Ogni tanto il cinefilo giustamente si gode anche una commedia leggera…
«Ho avuto la fortuna di fare commedie ancora oggi osannate e diventate cult, Sapore di mare, Vacanze di Natale, Yuppies… Ancora sono programmati, anche in prima serata. Questa cosa è bellissima perché mi ha fatto conoscere anche ai giovani che magari quando quei film sono usciti non erano ancora nati. Infatti ai miei spettacoli in teatro o nelle piazze d’estate ho un pubblico oso dire trans-generazionale, “siamo cresciuti con i tuoi film”, o giovani che mi dicono “non avevate paura a sparare le battute mentre oggi, col politicamente corretto, non è più così?”».
Ma quel celebre «prrrooova» a Non stop o «che libidine» come sono nati?
«Dall’osservazione. C’era uno spot dove un attore scandinavo diceva “avete mai prrrooovato la freschezza della primavera in Scandinavia?”. Mi faceva ridere e allora io ci mettevo “Prrrooova!”. “Che libidine” veniva detto da molti nelle notti milanesi e l’ho fatto mio…».
Ti senti con gli altri Gatti, Oppini, Smaila, Salerno?
«Certo, certo! Facciamo anche belle cene, bei pranzi, dove ci divertiamo ancora a prenderci in giro l’uno con l’altro e chi è tavola con noi assiste a degli spettacolini improvvisati perché non abbiamo perso la verve, noi quattro iniziamo subito a sparare battute a raffica».
E con Mara Venier?
«Come no! È una delle mie più grandi amiche. Siamo stati bravissimi, veramente c’è un affetto enorme, come c’è un grande affetto con Elisabetta, che ho un po’ cresciuto e ora, essendo rimasta senza papà, sono io il suo papà».
Sulla spiritualità che posizione hai?
«Io sono credente, non praticante. Spesso mi ritrovo a pensarci e anche a rivolgermi a Dio, soprattutto quando mi scappa qualche brutta parola, subito dopo dico “scusami Signore”. Comunque ho un dialogo con qualcuno che non ho ancora capito bene, forse nessuno capirà mai, qualcuno che ci guarda da lontano e anche da molto vicino. Comunque qualcosa ci deve essere e se quando vado di là non c’è niente m’incazzo».
Novità professionali?
«Sì, non ne posso ancora parlare ma sarà un grande ritorno al cinema, non da solo. Preparatevi! Sarà una sorpresa. Torneremo con un gruppo di amici fortissimi».
La scena iconica alla Capannina in Sapore di mare (1983) di Carlo Vanzina. Tu non ricordi Marina (Suma). Lei sì…
«Una figura barbina proprio, “un biglietto per tutte le lettere che non ti ho mai scritto”. Carlo Vanzina è stato bravissimo a cogliere gli sguardi miei e di Marina. Carlo mi disse “concentrati perché con questa scena puoi entrare nella storia del cinema, la giro alla Sergio Leone, carrello in avanti e io indietro sui tuoi occhi”. Dissi “cazzo, Carlo”».
C’è un po’ di Jerry in questa scena?
«Sì, senz’altro. La malinconia. Da buon Cancro sono molto mutevole di umore, passo dall’euforia alla quasi depressione in pochi minuti…».