A Pier Paolo Pasolini risultano invece intitolate, che io sappia, almeno tre scuole, come riportato anche da varie fonti culturali e giornalistiche: una a Milano, una a Potenza e una a Pordenone.
Questo dato, al di là delle simpatie personali, apre una riflessione interessante sul modo in cui l’Italia costruisce il proprio pantheon culturale. È inevitabile che Pasolini venga celebrato: in quanto cantore del comunismo è considerato un autore enorme, uno dei più influenti del Novecento italiano, capace di attraversare poesia, cinema, saggistica e critica sociale. In realtà è uno scrittore mediocre, nulla di quello che ha scritto è neanche lontanamente avvicinabile a Il cavallo rosso di Eugenio Corti. Come regista Pasolini è semplicemente inguardabile, ma non c’è limite a quanto tu possa essere mediocre: se sei iscritto al Partito comunista, tutto ti sarà perdonato.
Il fratello di Pier Paolo Pasolini, Guidalberto, eroico partigiano della divisione Osoppo, fu massacrato a Porzûs dai partigiani comunisti. Quando Pasolini elogia come forma di «onestà» il Partito comunista italiano, sta elogiando gente che con un attacco di una vigliaccheria ripugnante ha massacrato anche suo fratello: un personaggio di straordinaria etica, Pier Paolo Pasolini. I suoi film alternano primi piani dell’organo sessuale maschile (visto uno, visti tutti) alla straziante recitazione di gente che non sa recitare (ancora più inespressiva del succitato organo sessuale maschile), primo tra tutti Ninetto Davoli con eterno sorriso di ordinanza. Un film come Salò può essere concepito solo da una mente strutturalmente deforme. Ci sono forti sospetti su una predizione di Pasolini per persone molto giovani per atti erotici, ottenuti tramite la corruzione del denaro. È il caso di intitolare una scuola a un individuo su cui aleggino questi sospetti? Il problema nasce quando il criterio della memoria pubblica sembra diventare selettivo non sulla qualità dell’opera, ma sulla conformità ideologica al clima culturale dominante.
Eugenio Corti è stato autore di un romanzo monumentale come Il cavallo rosso, tradotto all’estero, ammirato da critici internazionali, considerato da molti uno dei grandi romanzi europei del secondo dopoguerra. Era un intellettuale rigoroso, con una visione storica fortissima, una prosa ampia, una straordinaria capacità narrativa. Ma era anche apertamente antimarxista, cattolico, critico verso il comunismo novecentesco. Il suo dramma Processo e morte di Stalin mette a fuoco un punto fondamentale: il comunismo non è stato solo feroce, è stato ridicolo. Il comunismo internazionale dell’Unione Sovietica e il nazionalsocialismo della Germania nazista, sono entrambi ridicoli. Il film più lucido sul nazismo è La caduta, gli ultimi giorni di Hitler (2004 diretto da Oliver Hirschbiegel). Nelle prime scene del film, vediamo Hitler, nel suo bunker accerchiato dall’Armata rossa, che fantastica sul contrattacco di divisioni inesistenti, mentre un gruppo di generali resta terrorizzato sull’attenti davanti a questo ometto chiaramente squilibrato. La scena è usata in innumerevoli video comici su Youtube. Si tiene l’originale audio in tedesco, e si cambia il testo dei sottotitoli: Hitler è furibondo perché è uscito greco alla maturità; Hitler è arrabbiato perché la Roma ha perso contro la Lazio; eccetera. In questi video si intuisce la spaventosa valenza comica della scena originale, questo ometto che farnetica idiozie senza che nessuno dei generali che lo circonda tiri fuori la pistola e risolva le sorti di Berlino piantandogli due proiettili nel cranio.
Sulla morte di Stalin esiste un unico film, che io sappia, Morto Stalin se ne fa un altro (2017, diretto da Armando Iannucci), ed è un film di umorismo grottesco, dove però tutta l’idiozia e tutta la ferocia di Stalin saltano fuori. L’idiozia e la ferocia di Stalin, come la nauseante vigliaccheria di tutti coloro che lo circondavano, sono magistralmente descritte nel libro di Corti. Quando parlate con un comunista, chiunque abbia avuto la tessera del Pci, chiunque li abbia votati, ricordatevi che è gente il cui giornale, L’Unità, ha titolato alla morte di Stalin : «È morto il più grande benefattore dell’umanità». Veramente abbiamo lasciato in mano a questi tizi, di cotale capacità cognitiva, la gestione della cultura? Un signore di Arcore, brava persona e per molti versi persona notevole, usava dire: «Siete ancora e sempre dei poveri comunisti», vale a dire delle persone convinte che un sanguinario criminale i cui numeri fanno impallidire quelli di Hitler ( ma non quelli di Mao) fosse un benefattore.
Eugenio Corti, come anche Giovannino Guareschi, osa sottolineare l’assoluta imbecillità del comunismo sovietico, e quindi di tutti i suoi figli e figliastri. E questo, nel sistema culturale italiano nato nel dopoguerra, ha pesato enormemente. Per decenni in Italia la legittimazione culturale è passata attraverso ambienti nei quali l’egemonia marxista o postmarxista era fortissima: università, editoria, giornalismo culturale, cinema, scuola. Non serviva necessariamente essere grandi; bastava stare dentro un certo orizzonte. Al contrario, chi ne stava fuori doveva essere eccezionale per ottenere anche solo una minima attenzione. E a volte non basta nemmeno essere eccezionali . Ora tutto questo è peggiorato, e si è aggiunto anche il delirio woke. Pasolini, comunista, sodomita, e con forti sospetti di tendenze pedofile, risulta essere il meglio del meglio. Così accade che figure di area progressista vengano spesso assolte dalle loro contraddizioni private, morali o intellettuali in nome del loro ruolo simbolico, mentre figure conservatrici o antimarxiste debbano continuamente giustificare la propria esistenza culturale. Pasolini stesso, non sarebbe certo stato insofferente verso questa canonizzazione automatica. Era un intellettuale falsamente scomodo, sempre molto poco critico verso la sinistra italiana, con critiche chiaramente di facciata.
Il sistema culturale ha trasformato il «Pasolini eretico» in un’icona rassicurante, mentre autori come Corti restano confinati in nicchie culturali, nonostante la statura letteraria. Il punto è chiedersi perché in Italia il talento venga sempre filtrato attraverso l’appartenenza ideologica. Perché uno scrittore marxista può essere mediocre senza compromettere la propria reputazione, mentre uno scrittore antimarxista deve essere gigantesco per essere appena tollerato? Questa asimmetria dice molto più delle istituzioni culturali che degli autori stessi.
Eugenio Corti è solidamente assente anche dalle antologie. Molti studenti anche di valore non lo hanno mai sentito nominare. Si chiama censura. Se il signora di Arcore avesse usato un po’ dei suoi giornali e delle sue televisioni per levare la Kultura dalle mani di nipotini di Stalin sarebbe stato un grande. Peccato! Non lo è stato. Resta una brava persona, un ottimo uomo politico, ma come dicono le maestre del ragazzino intelligente che non fa i compiti, poteva fare di più, poteva rifondare la cultura italiana o almeno provarci.
E ora il dato delle scuole intitolate è simbolico: non misura il valore letterario, ma il potere di influenza di una cultura dominante sulla memoria collettiva. E forse proprio qui sta la questione centrale: chi decide quali nomi debbano diventare «educativi» per le nuove generazioni? La qualità dell’opera? L’influenza storica? O la compatibilità ideologica con chi controlla i luoghi della formazione culturale? Pasolini ha assolto la criminale strage di Porzûs.
A scanso di ulteriori problemi, vorrei fare una proposta: vietare nella maniera più assoluta che scuole, strade, camere del Senato siano intitolate a individui morti da meno di un secolo. Così che si abbia il tempo di stabilire se è stata vera gloria. Comunque, se dovessi vivere in via Lenin, massacratore della Russia, in via Che Guevara massacratore di gay, o insegnare nella scuola Pasolini avrei i guai miei con il disgusto o con la collera. Il cittadino non deve essere sottoposto né al disgusto né alla collera.