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2021-11-03
I fattoni ne hanno abbastanza: fine del rave
Ansa
L'ennesimo rave party illegale indisturbato del 2021 è terminato allo scoccare della mezzanotte del terzo giorno, così come avevano previsto gli organizzatori. Tre notti di musica techno, droghe e superalcolici al confine tra Nichelino e Borgaretto, alle porte di Torino, su 10.000 metri quadri occupati abusivamente. Quando polizia e carabinieri ieri hanno fatto irruzione nell'ex capannone Fiat Allis, ora di proprietà della Fondazione dell'Ordine mauriziano, hanno trovato solo 300 dei circa 6.000 partecipanti stimati quando la musica, nei giorni scorsi, era a palla. Molte persone uscite lunedì mattina dal perimetro delimitato dai check point delle forze dell'ordine non sono più riuscite a rientrare. Tant'è che furgoni, caravan e automobili sono stati abbandonati lì dai raver. I veicoli controllati sono circa 1.500, mentre sono oltre 3.000 gli identificati. Verranno tutti denunciati per occupazione abusiva di terreni ed edifici. Come dopo ogni rave party ora bisognerà smaltire le tonnellate di rifiuti abbandonati lì: cumuli di immondizia, centinaia di bottiglie di plastica e di vetro, vestiario e avanzi di cibo. Quando carabinieri e polizia sono entrati c'era ancora una struttura a forma di torta di compleanno gigante, per i festeggiamenti per il gemellaggio tra raver italiani e francesi. Ma oltre ai rifiuti c'è anche un'altra questione: «Resta il problema di carattere sanitario per un gigantesco assembramento che sembra aver coinvolto persone arrivate anche da Francia e Olanda, dove l'andamento dei contagi da coronavirus è in ascesa», sottolinea il sindaco di Nichelino Giampiero Tolardo. Il tutto mentre ai cittadini viene chiesto il green pass sul posto di lavoro ma anche nei luoghi ricreativi. Il problema sanitario, però, sembra non toccare neanche da lontano il sindaco di Torino Stefano Lo Russo che, dopo aver fatto i complimenti al prefetto e al questore, ha difeso pure il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese: «Sembrano del tutto strumentali le polemiche politiche nei confronti del ministro». La gestione dell'ordine pubblico, invece, ha deluso l'assessore alla Sicurezza della Regione Piemonte Fabrizio Ricca: «Dal Viminale ci aspettavamo un'azione più forte per prevenire eventi simili. Non essendo il primo rave, cominciamo a pensare che qualcuno abbia capito quale sia il buco organizzativo da parte del ministero per potersi infilare». Il deputato di Fdi Ylenja Lucaselli tuona: «Tutto questo costituisce una beffa ai danni di chi rispetta le regole. Chiedere a Luciana Lamorgese un passo indietro non è polemica, ma la mera constatazione di inadeguatezza al ruolo». I sindacati delle forze di polizia, inoltre, cominciano ad alzare la voce. Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, ha detto alla Verità: «Non possiamo condividere l'inerzia dei decisori nell'intervenire e bloccare il maxi rave che si è svolto alle porte di Torino. Il nostro Paese sta diventando una terra di conquista da parte di facinorosi che arrivano da ogni dove senza timore reverenziale né rispetto per le istituzioni e per le forze dell'ordine. Ancora una volta chi doveva ascoltare e prevenire ha fallito, mettendo a repentaglio la vita dei cittadini relativamente alla sicurezza e alla salute. Si chiede agli italiani il green pass anche e soprattutto nei luoghi di lavoro, ma si permettono tali assembramenti clandestini? Il cortocircuito che si crea è ormai evidente a tutti, e rischia che passi il terribile messaggio “forti con i deboli e deboli con i forti"». Felice Romano, segretario nazionale del Siulp, chiede «leggi più severe, sia per l'autorizzazione dei rave party sia per il sequestro del materiale necessario per realizzarli». Inoltre, propone di portare la multa di 276 euro prevista dalla legislazione attuale a 30.000. «Sono certo», valuta il sindacalista, «che la gente starebbe più attenta». Anche perché l'organizzazione dei rave comincia a essere particolarmente frequente. Per Halloween ne era stato organizzato un altro nelle campagne di Andria. Quasi una settantina di partecipanti avevano occupato un terreno di proprietà privata su cui erano stati sistemati un gruppo elettrogeno e impianti acustici. A scoprire la festa sono stati i carabinieri che hanno identificato 23 persone che saranno denunciate per concorso in occupazione abusiva di terreni ed edifici. Un venticinquenne, trovato in possesso di alcuni grammi di marijuana, è stato denunciato. Undici le auto controllate. Lo sgombero dell'area è terminato nel primo pomeriggio di ieri. Anche in questo caso dopo quasi tre giorni di sballo.
Dopo tante promesse non ci sono rimborsi per il caos di Ferragosto
«Passata la festa, gabbato lo Santo» recita un antico proverbio italiano. Così possiamo sintetizzare l'epilogo del rave avvenuto in provincia di Viterbo la scorsa estate. Finito il rave di Valentano, lo Stato si è dimenticato (almeno fino ad oggi) delle promesse fatte al sindaco di questo paesino del Viterbese, che dall'alto della sua collina domina il lago di Bolsena e al proprietario del terreno che per giorni ha subito di tutto.
Andiamo per ordine e ricostruiamo velocemente quanto accaduto e perché lo Stato, in questo caso il ministro Luciana Lamorgese, non ha mantenuto i patti con Stefano Bigiotti (primo cittadino di Valentano) e Piero Camilli (proprietario dei terreni invasi per il rave di Ferragosto). Migliaia di persone hanno attraversato indisturbate l'unico punto di accesso a quella piana antistante il laghetto di Mezzano (dove troverà la morte per annegamento un giovane britannico) e installato le attrezzature per i vari concerti in un'oasi naturalistica riconosciuta dalla Regione Lazio.
Quando gli organizzatori e i partecipanti a questo mega raduno se ne sono andati è iniziata la conta dei danni. Pesanti per il proprietario del terreno, l'imprenditore e sindaco di Grotte di Castro, Piero Camilli, ma anche per il Comune di Valentano obbligato al ripristino dello stato dei luoghi. Mentre il primo si è visto costretto ad aprire un contenzioso civile contro il ministro Lamorgese - e quindi lo Stato - il secondo è in attesa che qualcuno si faccia vivo e paghi i danni come promesso dal ministro in persona in sede di audizione alla Camera. Camilli, come confermato dal suo legale, ha chiesto oltre 1 milione di euro di risarcimento.
L'inchiesta penale «procede a grandi passi verso l'archiviazione» ha dichiarato alla Verità l'avvocato dell'imprenditore, Enrico Valentini: «Abbiamo già citato per danni il ministero dell'Interno. Sapevamo che dopo la grande attenzione mediatica di quei giorni tutto sarebbe finito nel dimenticatoio. Andremo avanti chiedendo un risarcimento di oltre 1 milione di euro, per furti e danneggiamenti, all'unico soggetto su cui al momento possiamo rivalerci e cioè lo Stato». Nessuna tutela, quindi, per chi subisce una violenza da parte di questi nomadi della musica techno. Non parliamo dello scaricabarile sulle presunte responsabilità. Chi pagherà, semmai un tribunale darà ragione all'imprenditore viterbese, i danni alle fattorie, i furti di gasolio e nei casolari che in quell'area sono rimasti per giorni in balia di tanti scalmanati? Gli organizzatori dei raduni scommettono su questa totale assenza dello Stato. Sperano di cavarsela, come succede quasi sempre, con denunce che il più delle volte finiscono nel dimenticatoio e puntano sul fatto che non hanno nulla da perdere, visto che le attrezzature prese in affitto non possono essere sequestrate.
Il sindaco di Valentano, Stefano Bigiotti, raggiunto telefonicamente dalla Verità ha dichiarato: «Per smaltire i rifiuti lasciati sui terreni e per sanificare le aree utilizzate come latrine da oltre 10.000 persone, abbiamo speso oltre 35.000 euro. Il ministro Lamorgese, quando ha riferito in aula in merito ai fatti avvenuti sul nostro territorio, ha dichiarato che avrebbe provveduto a risarcire la nostra amministrazione per tutte le spese sostenute. A oggi, al di là di quelle affermazioni, non abbiamo ricevuto nulla in termine di soldi, tantomeno siamo stati chiamati da qualche funzionario o dirigente del ministero che ci spiegasse come fare per ottenere i ristori. Aspettiamo fiduciosi».
Il primo cittadino non ha neanche voglia di tornare sulle polemiche che lo hanno visto tra i protagonisti di quei giorni complicati. Rassegnato ad aspettare i soldi da parte del governo per poter chiudere il bilancio comunale e rientrare di quelle spese non previste. Se da una parte 35.000 euro possono sembrare una cifra bassa in termini di pubblica amministrazione, in un paesino di 2.700 anime con quei fondi si poteva certamente realizzare qualcosa di più utile per la comunità.
Il rave di Valentano e gli errori commessi in quella circostanza non hanno insegnato nulla alle forze dell'ordine e al ministro Lamorgese, ancora una volta beffati e derisi da questi scalmanati come dimostra l'ultima kermesse tenutasi nel Torinese.
La Verità, nei giorni successivi a Ferragosto, entrò in possesso della nota prefettizia inviata da Viterbo al ministro Lamorgese (costretta poi a riferire in aula).
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Come previsto dagli organizzatori, dopo tre giorni di bagordi la festa abusiva a Torino si è conclusa. Le forze dell'ordine hanno intercettato solo gli ultimi irriducibili dei 6.000 esagitati radunati in barba alle leggi e alle norme Covid. Ora resta l'immondizia.Dopo tante promesse non ci sono rimborsi per il caos di Ferragosto. Luciana Lamorgese garantì ristori però il padrone del campo non ha visto nulla. Idem il Comune: «Spesi 35.000 euro per pulire». Lo speciale comprende due articoli. L'ennesimo rave party illegale indisturbato del 2021 è terminato allo scoccare della mezzanotte del terzo giorno, così come avevano previsto gli organizzatori. Tre notti di musica techno, droghe e superalcolici al confine tra Nichelino e Borgaretto, alle porte di Torino, su 10.000 metri quadri occupati abusivamente. Quando polizia e carabinieri ieri hanno fatto irruzione nell'ex capannone Fiat Allis, ora di proprietà della Fondazione dell'Ordine mauriziano, hanno trovato solo 300 dei circa 6.000 partecipanti stimati quando la musica, nei giorni scorsi, era a palla. Molte persone uscite lunedì mattina dal perimetro delimitato dai check point delle forze dell'ordine non sono più riuscite a rientrare. Tant'è che furgoni, caravan e automobili sono stati abbandonati lì dai raver. I veicoli controllati sono circa 1.500, mentre sono oltre 3.000 gli identificati. Verranno tutti denunciati per occupazione abusiva di terreni ed edifici. Come dopo ogni rave party ora bisognerà smaltire le tonnellate di rifiuti abbandonati lì: cumuli di immondizia, centinaia di bottiglie di plastica e di vetro, vestiario e avanzi di cibo. Quando carabinieri e polizia sono entrati c'era ancora una struttura a forma di torta di compleanno gigante, per i festeggiamenti per il gemellaggio tra raver italiani e francesi. Ma oltre ai rifiuti c'è anche un'altra questione: «Resta il problema di carattere sanitario per un gigantesco assembramento che sembra aver coinvolto persone arrivate anche da Francia e Olanda, dove l'andamento dei contagi da coronavirus è in ascesa», sottolinea il sindaco di Nichelino Giampiero Tolardo. Il tutto mentre ai cittadini viene chiesto il green pass sul posto di lavoro ma anche nei luoghi ricreativi. Il problema sanitario, però, sembra non toccare neanche da lontano il sindaco di Torino Stefano Lo Russo che, dopo aver fatto i complimenti al prefetto e al questore, ha difeso pure il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese: «Sembrano del tutto strumentali le polemiche politiche nei confronti del ministro». La gestione dell'ordine pubblico, invece, ha deluso l'assessore alla Sicurezza della Regione Piemonte Fabrizio Ricca: «Dal Viminale ci aspettavamo un'azione più forte per prevenire eventi simili. Non essendo il primo rave, cominciamo a pensare che qualcuno abbia capito quale sia il buco organizzativo da parte del ministero per potersi infilare». Il deputato di Fdi Ylenja Lucaselli tuona: «Tutto questo costituisce una beffa ai danni di chi rispetta le regole. Chiedere a Luciana Lamorgese un passo indietro non è polemica, ma la mera constatazione di inadeguatezza al ruolo». I sindacati delle forze di polizia, inoltre, cominciano ad alzare la voce. Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, ha detto alla Verità: «Non possiamo condividere l'inerzia dei decisori nell'intervenire e bloccare il maxi rave che si è svolto alle porte di Torino. Il nostro Paese sta diventando una terra di conquista da parte di facinorosi che arrivano da ogni dove senza timore reverenziale né rispetto per le istituzioni e per le forze dell'ordine. Ancora una volta chi doveva ascoltare e prevenire ha fallito, mettendo a repentaglio la vita dei cittadini relativamente alla sicurezza e alla salute. Si chiede agli italiani il green pass anche e soprattutto nei luoghi di lavoro, ma si permettono tali assembramenti clandestini? Il cortocircuito che si crea è ormai evidente a tutti, e rischia che passi il terribile messaggio “forti con i deboli e deboli con i forti"». Felice Romano, segretario nazionale del Siulp, chiede «leggi più severe, sia per l'autorizzazione dei rave party sia per il sequestro del materiale necessario per realizzarli». Inoltre, propone di portare la multa di 276 euro prevista dalla legislazione attuale a 30.000. «Sono certo», valuta il sindacalista, «che la gente starebbe più attenta». Anche perché l'organizzazione dei rave comincia a essere particolarmente frequente. Per Halloween ne era stato organizzato un altro nelle campagne di Andria. Quasi una settantina di partecipanti avevano occupato un terreno di proprietà privata su cui erano stati sistemati un gruppo elettrogeno e impianti acustici. A scoprire la festa sono stati i carabinieri che hanno identificato 23 persone che saranno denunciate per concorso in occupazione abusiva di terreni ed edifici. Un venticinquenne, trovato in possesso di alcuni grammi di marijuana, è stato denunciato. Undici le auto controllate. Lo sgombero dell'area è terminato nel primo pomeriggio di ieri. Anche in questo caso dopo quasi tre giorni di sballo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-fattoni-ne-hanno-abbastanza-fine-del-rave-2655481420.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-tante-promesse-non-ci-sono-rimborsi-per-il-caos-di-ferragosto" data-post-id="2655481420" data-published-at="1635883071" data-use-pagination="False"> Dopo tante promesse non ci sono rimborsi per il caos di Ferragosto «Passata la festa, gabbato lo Santo» recita un antico proverbio italiano. Così possiamo sintetizzare l'epilogo del rave avvenuto in provincia di Viterbo la scorsa estate. Finito il rave di Valentano, lo Stato si è dimenticato (almeno fino ad oggi) delle promesse fatte al sindaco di questo paesino del Viterbese, che dall'alto della sua collina domina il lago di Bolsena e al proprietario del terreno che per giorni ha subito di tutto. Andiamo per ordine e ricostruiamo velocemente quanto accaduto e perché lo Stato, in questo caso il ministro Luciana Lamorgese, non ha mantenuto i patti con Stefano Bigiotti (primo cittadino di Valentano) e Piero Camilli (proprietario dei terreni invasi per il rave di Ferragosto). Migliaia di persone hanno attraversato indisturbate l'unico punto di accesso a quella piana antistante il laghetto di Mezzano (dove troverà la morte per annegamento un giovane britannico) e installato le attrezzature per i vari concerti in un'oasi naturalistica riconosciuta dalla Regione Lazio. Quando gli organizzatori e i partecipanti a questo mega raduno se ne sono andati è iniziata la conta dei danni. Pesanti per il proprietario del terreno, l'imprenditore e sindaco di Grotte di Castro, Piero Camilli, ma anche per il Comune di Valentano obbligato al ripristino dello stato dei luoghi. Mentre il primo si è visto costretto ad aprire un contenzioso civile contro il ministro Lamorgese - e quindi lo Stato - il secondo è in attesa che qualcuno si faccia vivo e paghi i danni come promesso dal ministro in persona in sede di audizione alla Camera. Camilli, come confermato dal suo legale, ha chiesto oltre 1 milione di euro di risarcimento. L'inchiesta penale «procede a grandi passi verso l'archiviazione» ha dichiarato alla Verità l'avvocato dell'imprenditore, Enrico Valentini: «Abbiamo già citato per danni il ministero dell'Interno. Sapevamo che dopo la grande attenzione mediatica di quei giorni tutto sarebbe finito nel dimenticatoio. Andremo avanti chiedendo un risarcimento di oltre 1 milione di euro, per furti e danneggiamenti, all'unico soggetto su cui al momento possiamo rivalerci e cioè lo Stato». Nessuna tutela, quindi, per chi subisce una violenza da parte di questi nomadi della musica techno. Non parliamo dello scaricabarile sulle presunte responsabilità. Chi pagherà, semmai un tribunale darà ragione all'imprenditore viterbese, i danni alle fattorie, i furti di gasolio e nei casolari che in quell'area sono rimasti per giorni in balia di tanti scalmanati? Gli organizzatori dei raduni scommettono su questa totale assenza dello Stato. Sperano di cavarsela, come succede quasi sempre, con denunce che il più delle volte finiscono nel dimenticatoio e puntano sul fatto che non hanno nulla da perdere, visto che le attrezzature prese in affitto non possono essere sequestrate. Il sindaco di Valentano, Stefano Bigiotti, raggiunto telefonicamente dalla Verità ha dichiarato: «Per smaltire i rifiuti lasciati sui terreni e per sanificare le aree utilizzate come latrine da oltre 10.000 persone, abbiamo speso oltre 35.000 euro. Il ministro Lamorgese, quando ha riferito in aula in merito ai fatti avvenuti sul nostro territorio, ha dichiarato che avrebbe provveduto a risarcire la nostra amministrazione per tutte le spese sostenute. A oggi, al di là di quelle affermazioni, non abbiamo ricevuto nulla in termine di soldi, tantomeno siamo stati chiamati da qualche funzionario o dirigente del ministero che ci spiegasse come fare per ottenere i ristori. Aspettiamo fiduciosi». Il primo cittadino non ha neanche voglia di tornare sulle polemiche che lo hanno visto tra i protagonisti di quei giorni complicati. Rassegnato ad aspettare i soldi da parte del governo per poter chiudere il bilancio comunale e rientrare di quelle spese non previste. Se da una parte 35.000 euro possono sembrare una cifra bassa in termini di pubblica amministrazione, in un paesino di 2.700 anime con quei fondi si poteva certamente realizzare qualcosa di più utile per la comunità. Il rave di Valentano e gli errori commessi in quella circostanza non hanno insegnato nulla alle forze dell'ordine e al ministro Lamorgese, ancora una volta beffati e derisi da questi scalmanati come dimostra l'ultima kermesse tenutasi nel Torinese. La Verità, nei giorni successivi a Ferragosto, entrò in possesso della nota prefettizia inviata da Viterbo al ministro Lamorgese (costretta poi a riferire in aula).
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Il governo tunisino ora guidato da Kais Saied, che ha azzerato la democrazia, ha già chiesto all’Ue di salire a 100.000 tonnellate esportabili a dazio zero. Ursula von de Leyen è favorevole. Anche il Commissario all’agricoltura, Christophe Hansen, è lussemburghese e forse crede che gli ulivi siano piante decorative, non ha nulla in contrario. Durissima è stata la reazione della Coldiretti che lamenta il dumping (l’olio del Nord Africa arriva al di sotto dei 5 euro) e che in passato ha «abbordato» le navi che lo trasportano a Civitavecchia, ma ancora più dura è la protesta degli olivicoltori greci che hanno bloccato il Paese con i trattori. Disordini ci sono stati nelle zone di Chania, Mesenia, Laconia e a Creta per la mancata erogazione dei contributi Pac e il dumping sul prezzo che Tunisia e Spagna fanno all’olio greco che viene pagato oggi sotto i 4 euro. Il malessere greco è la conferma del caos nel comparto oleario a livello comunitario. Le ragioni sono due: l’olio da oliva non interessa a Bruxelles; la Spagna ha imposto un sistema produttivo che si rivela devastante ed è devastato. Madrid è il primo produttore mondiale con 1,3 milioni di tonnellate estratte da colture iperintensive e ha bisogno di sbocchi immediati sul mercato: questo ha determinato un costante abbassamento del prezzo mondiale che viaggia oggi attorno ai 5 euro al litro. Una quotazione non remunerativa in Italia, in Grecia, in Francia e neppure in Croazia e Albania che vendono la loro scarsa produzione a 7 euro al litro. Ma in Nord Africa è una manna. Tunisi ha deciso perciò di puntare lo sviluppo economico sull’olio da olive favorita anche lo scorso anno da una scarsissima produzione in Spagna e in Italia che è con 70.000 tonnellate importate (e una quota del 28% dell’export tunisino) il primo cliente della Tunisia. L’Italia sta attorno alle 300.000 tonnellate di produzione (quest’anno è aumentata del 30% rispetto al disastroso 2024) colpita anche dalla xilella nella sua regione leader: la Puglia. Noi però siamo i più forti consumatori del mondo (circa 12 litri a testa) ed esportiamo per circa 3 miliardi circa 280.000 tonnellate. Non va trascurato che i principali brand oleari italiani sono di proprietà spagnola. Siccome la legislazione europea consente di etichettare gli oli anche come miscela Ue e non Ue ecco perché siamo il primo mercato della Tunisia che produce in dumping. Lo testimonia il Financial Times in un articolato reportage. Il governo Saied punta a oltre 1,5 miliardi di euro di export e ha fissato un prezzo minimo al frantoio (dieci dinari al litro: circa 2,9 euro) e un prezzo calmierato per il consumo interno a 15 dinari, questo per evitare una caduta di redditività da sovra-produzione. Comunque il boom di export registrato lo scorso anno (gli spagnoli compravano olio ovunque: hanno a pagato quello tunisino fino a 8 euro) secondo Najeh Saidi Hamed, della Camera tunisina dei produttori di olive, può far superare le 500.000 tonnellate di produzione, mentre Vito Martielli, analista senior per cereali e semi oleosi di Rabobank che stima la produzione tunisina attorno alle 400.000 tonnellate, sostiene che «il prezzo ha raggiunto i 10.000 dollari a tonnellata, il che ha innescato l’espansione». Secondo la Banca Mondiale la crescita della Tunisia (si mantiene moderata, attorno al 2,4% anche se Kaies Saide ha rifiutato un prestito da 1,9 miliardi dall’Fmi «per tenermi libero») è tutta proiettata su turismo e agricoltura. La dimostrazione? Il tribunale di Tunisi ha rimesso in libertà su cauzione (17 milioni di dollari) Abdelaziz Makhloufi il fondatore di CHO group. L’accusa era di essersi approfittato di un bene agricolo dello Stato, ma Makhloufi è il re dell’olio. Oggi a Tunisi, grazie all’Ue, chi ha a che fare con le olive è un eroe nazionale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 gennaio 2026. Con il generale Giuseppe Santomartino facciamo il punto sulla situazione internazionale a partire dall'Ucraina.
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Tutto questo, come sempre, viene giustificato con la necessità di ridurre le emissioni ed evitare l’apocalisse climatica. E avrebbe persino un barlume di senso, se effettivamente ci fosse una apocalisse in corso. Gli allarmi urlati dai tifosi della fine dei tempi, benché quasi sempre smentiti dai fatti, continuano a susseguirsi senza sosta. Pochi giorni fa, ad esempio, alcuni dei maggiori media mondiali hanno dato conto di un rapporto annuale realizzato dall’organizzazione umanitaria Christian Aid, secondo cui i dieci peggiori disastri climatici del 2025 hanno causato perdite per oltre 120 miliardi di dollari.
Patrick Watt, amministratore delegato di Christian Aid, ha usato toni nerissimi: «Questi disastri climatici sono un monito di ciò che ci aspetta se non acceleriamo la transizione dai combustibili fossili», ha dichiarato. «Essi rimarcano anche l’urgente necessità di adattamento, in particolare nel Sud del mondo, dove le risorse sono limitate e le persone sono particolarmente vulnerabili agli shock climatici». Questi numeri impressionanti sono basato sulle stime di un noto colosso assicurativo, e ciò dovrebbe fare riflettere: forse alle assicurazioni battere sull’allarmismo conviene.
Ciò che non viene detto sui disastri naturali è che da un po’ di tempo causano - fortunatamente - sempre meno vittime. Lo ha spiegato sul New York Post Roger Pielke Jr., un ricercatore dell’American Enterprise Institute, citando i dati del Centro di ricerca sull’epidemiologia dei disastri (Cred) dell’Università cattolica di Lovanio. Basandosi sulle cifre raccolte da Our world in data, fino a ottobre del 2025, a livello globale sono stati registrati circa 4.500 decessi correlati a eventi meteorologici estremi. Anche contando i disastri accaduti nell’ultima parte dell’anno soprattutto in Asia, che potrebbero aver causato circa 1.600 morti, siamo comunque di fronte a una delle cifre più basse di ogni tempo.
«Ciò che possiamo affermare con maggiore sicurezza», dice Pielke, «è che il tasso di mortalità dovuto a eventi meteorologici estremi è il più basso di sempre, inferiore a 0,8 decessi ogni 100.000 persone (secondo i dati demografici delle Nazioni Unite). Solo il 2018 e il 2015 sono simili. Dal 2000, si sono verificati sei anni con un tasso di mortalità inferiore a 1,0 ogni 100.000 persone, tutti a partire dal 2014. Dal 1970 al 2025, il tasso di mortalità è diminuito di due ordini di grandezza. Questa è una storia incredibile di ingegno e progresso umano».
Secondo Pielke, «il 2025 non è un evento unico, ma fa parte di una tendenza a lungo termine di ridotta vulnerabilità e di migliore preparazione agli eventi estremi. Alla base di questa tendenza c’è l’applicazione efficace della scienza, della tecnologia e della politica in un mondo che è diventato molto più ricco e quindi molto meglio attrezzato per proteggere le persone quando, inevitabilmente, si verificano eventi estremi».
Intendiamoci, ciò non significa che non si verifichino eventi estremi e che non esistano catastrofi naturali anche causate da inquinamento e sfruttamento della terra. Ma il punto è che agire sulle infrastrutture, mettere in sicurezza i territori e muoversi sulla base del buon senso permette di ridurre notevolmente i pericoli e soprattutto il numero di decessi.
Persino Amy Pope, direttrice dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), lo ha detto a mezza bocca durante un recentissimo incontro Onu sulle catastrofi. «L’impatto dei disastri dipende in larga parte dalle scelte che facciamo, dalla solidità delle nostre infrastrutture, da quanto investiamo nella prevenzione e da quanto proteggiamo i più vulnerabili», ha affermato. «Con la pianificazione e il finanziamento adeguati, è possibile ridurre gli impatti negativi dei disastri. Di conseguenza, l’appello di quest’anno è rivolto a un aumento dei finanziamenti per la gestione del rischio di catastrofi e allo sviluppo di investimenti privati resilienti e adeguati al rischio». La Pope non è una pericolosa negazionista climatica, anzi è perfettamente in linea con la retorica dominante. Eppure non nega che un approccio pragmatico produca risultati.
Il fatto è che l’Unione europea pensa di affrontare i mutamenti del clima e i nuovi problemi che essi pongono con tasse e gabelle, che hanno l’unico risultato di danneggiare le imprese. Come dimostrano anche alcune drammatiche vicende italiane (alluvioni romagnole in testa) l’unica strada efficace per affrontare i mutamenti climatici - a prescindere dalla causa - consiste nell’adattarsi alle nuove esigenze, cioè nell’orientare l’azione politica alla risoluzione di questioni molto concrete. Dove si prendono provvedimenti, i morti diminuiscono. Dove regna l’ideologia, si spendono montagne di soldi senza benefici per la popolazione.
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Friedrich Merz (Ansa)
La transizione ora entra nel vivo. Il primo grande gruppo, oltre 500 miliardi di euro, ha dodici mesi per sistemare i portafogli. Gli analisti prevedono che si parta dallo smontaggio delle coperture sui tassi - gli swap, per gli amici - e da una riduzione dell’esposizione sulle scadenze lunghissime. La banca centrale olandese stima un taglio da 100-150 miliardi tra bond di Stato e derivati ultra-lunghi. Numeri che, messi insieme, fanno tremare la parte lunga delle curve dei rendimenti.
Non a caso la Germania già sente il colpo. Il premio pagato sui titoli a lunga scadenza rispetto a quelli medi è ai massimi da sei anni. I mercati hanno fiutato la mossa: meno compratori «naturali» di Bund proprio mentre Berlino prepara nuovo debito per finanziare gli stimoli fiscali. Risultato? La Germania pensa di emettere per la prima volta un bond a 20 anni. Segno dei tempi: se i fondi scappano dai trentennali, bisogna accorciare il passo.
E qui arriva il paradosso. Mentre il Nord stringe la cintura e rivede le strategie, il Sud potrebbe sorridere. Italia e Spagna, debiti più rischiosi ma rendimenti più generosi, diventano improvvisamente più interessanti. Se i fondi olandesi compreranno meno Bund, qualcuno dovrà pur comprare altro. E i Btp, spesso trattati come cugini poveri, potrebbero trovare nuovi estimatori ad Amsterdam. Certo, non sarà una passeggiata. Alcuni fondi hanno già rinviato il passaggio, altri potrebbero farlo: la complessità è enorme e la volatilità di inizio anno, con liquidità ridotta, è dietro l’angolo. Anche Wall Street intanto balla – Dow, S&P e Nasdaq in calo – a ricordare che il mercato non ama le rivoluzioni improvvise.
Ma il messaggio è chiaro: l’Olanda ha acceso la miccia. Ha deciso che la sicurezza assoluta è un’illusione e che, per pagare le pensioni del futuro, bisogna accettare un po’ di rischio oggi. Una scelta che cambia il volto dei mercati europei e che, ironia della sorte, potrebbe regalare un assist proprio ai Paesi più indebitati. Insomma, quando i fondi pensione olandesi smettono di comprare Bund, a Roma qualcuno potrebbe stappare una bottiglia. Anche se, per scaramanzia, meglio tenerla in fresco: i mercati, come le pensioni di nuova generazione, non promettono più nulla.
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