I dem al fratricidio sull’acciaieria. Ma la gara per l’Ilva fu un affare loro
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  • Matteo Renzi scarica le colpe sui successori Paolo Gentiloni e Carlo Calenda. Però i Jindal, da lui prediletti, erano peggio di Arcelor Mittal.
  • Blitz della Finanza a Taranto e Milano: «La crisi dell’azienda forse pilotata». Fiamme gialle nello stabilimento pugliese e nelle due sedi meneghine. L’ipotesi è che gli indiani abbiano voluto depauperare l’impresa. E spunta un possibile reato fiscale di una società lussemburghese del gruppo.

Lo speciale comprende due articoli.

«Il caso Ilva dimostra che è stato un errore fare una gara accettando che per qualche milione in più vincesse il progetto peggiore, come dicono i risultati della gara». Parola di Matteo Renzi. Pubblicata sul Corriere della Sera. Si tratta di un chiaro messaggio destinato alla lotta interna della sinistra. Italia viva si tira fuori dalla questione e butta le colpe sul precedente ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e del premier che era in carica a giugno 2017, quando la gara d’appalto per la gestione e l’acquisizione dell’ex Ilva fu assegnata ad Arcelor Mittal. Il fatto che sia una lotta fratricida non consola affatto. E solleva un velo di amara tristezza su come la politica e soprattutto Renzi consideri la strategia industriale. A questo punto vale la pena ripercorrere i fatti e ricordare al leader di Italia viva che a oggi non c’è alcun motivo per immaginare che Jindal potesse essere un concorrente migliore, salvo il fatto che gli indiani erano – e forse lo sono ancora – grandi amici del Giglio magico.

A gennaio 2016 fu avviata la gara per il subentro ai commissari nella gestione. A indire la gara e quindi fissare i paletti fu lo stesso Renzi, quello che ora si atteggia a turista dell’Italia. Il ministro era Federica Guidi, alla quale poi è subentrato Carlo Calenda. Quest’ultimo ha seguito lo sviluppo delle due cordate fine al giugno dell’anno successivo. Bisogna dare atto a Calenda che sulla partita si sia dato da fare. I piani ambientali delle due cordate sono stati portati a un buon livello grazie alle integrazioni e alle modifiche fatte dai tecnici incaricati dal ministero dell’Ambiente di visionare preliminarmente i due piani. Alla fine Am Investco stacca Acciaitalia. Vince la gara perché offre di più come prezzo d’acquisto, 1,8 miliardi contro 1,2 del concorrente, e perché nell’insieme commissari Ilva e governo ritengono che la proposta di Arcelor Mittal offra più prospettive rispetto ad Acciaitalia. Sul piatto, tra prezzo di acquisto e investimenti, ci sono quasi 4 miliardi di euro. Del medesimo parere, al di là delle sfumature, sono anche i sindacati. Aperte le buste, Acciaitalia tenta un rilancio in extremis, portando la sua offerta sul prezzo a 1,85 miliardi. Ma non c’è nulla da fare. I rilanci non sono possibili, a dirlo è stata l’Avvocatura dello Stato interpellata proprio dall’ex ministro Calenda, che evidentemente sperava di portare a casa più soldi. Per arrivare alla vera assegnazione bisogna aspettare il 2018. A quel punto al Mise c’è Luigi Di Maio, che strappa quale posto di lavoro in più, circa 700. La fortuna ha voluto che il grillino, rispetto al predecessore, trovasse il vento a favore dei sindacati, cosa che Calenda non era riuscito a sbloccare. Ma l’accordo è praticamente il medesimo. Quindi appare palese che le parole di Renzi sul Corriere rappresentano un primo falso. Il Pd in accordo con i commissari ha scelto Arcelor perchè ha fferto 600 milioni in più. Non qualche milione, come afferma il leader di Italia viva. A dare parere favorevole e scegliere la busta della società francoindiana ci sono i tre commissari nominati nel 2015, Corrado Carrubba, Piero Gnudi ed Enrico Laghi. Tutti e tre nominati da Renzi. È dunque chiaro che il gioco mirato a spaccare il Pd gli si ritorcerà contro. O meglio, il Pd si spaccherà lo stesso per il semplice fatto che a votare a novembre l’abolizione dello scudo fiscale e quindi far passare l’opzione della grillina Barbara Lezzi sono stati i dem e Italia viva. Le cronache parlamentari lo testimoniano. Anche in questo, tra le pessime posizioni, quella di Renzi appare la peggiore. Perché a cadavere dell’Ilva ancora caldo – cioè il giorno dopo l’annuncio dell’addio da parte di Arcelor – l’ex sindaco di Firenze ha fatto sapere che l’impianto sarebbe aspettato al secondo arrivato: Jindal. Magari direttamente la Jsw Italia dove Marco Carrai occupa il posto di consigliere delegato. per fortuna che Sajjan Jindal, convocato da Stefano Patuanelli, attuale numero uno del Mise, ha fatto sapere di non essere interessato. Il resto della cordata che faceva da spalla ai Jindal si è dileguato nel tempo. Se Renzi ancora oggi pensa che l’alternativa sarebbe stata migliore, evidentemente non vuol sapere come è andata a finire la partita di Piombino. Dove i Jindal sono arrivati grazie al sostegno di Carrai e all’assistenza in fase di tavolo Mise di Alberto Bianchi e dell’avvocato Umberto Tombari. La situazione in fabbrica langue, eppure Piombino ha perso l’occasione di incassare una maxi multa. Prima del subentro, c’era una gestione commissariale che aveva avviato un contenzioso di 80 milioni con gli algerini di Cevital. Nei bilanci successivi il contenzioso scende a 500.000 euro. La cifra che gli indiani pagheranno poi prendendo possesso di Piombino. Senza però darle alcun rilancio. Adesso a Piombino è stata rinnovata la cassaintegrazione per 1.700 operai su un totale di meno di 2.000. Jindal ha chiuso il 16 novembre scorso la Sertubi di Trieste. Licenziamento collettivo per 51 dipendenti. A Battipaglia sempre Jindal aveva rilevato da una finanziaria milanese le attività in biopropilene biorientato della Teofran. Avrebbe dovuto reindustrializzare l’area. Ora c’è un tavolo al Mise. Indiani latitanti.

Immaginare che Jindal potesse mantenere le promesse di rilancio ecologico di Taranto, vista la ritirata e l’uso degli ammortizzatori civili, ci pare difficile da sostenere anche per uno come Renzi.


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