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2019-07-25
I candidati dem cercando disperatamente il sostegno dei sindacati
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Ansa
Nel corso delle primarie democratiche di allora, il senatore del Vermont, Bernie Sanders, riuscì ad accattivarsi le simpatie degli operai bianchi iscritti al sindacato, laddove la sua rivale, Hillary Clinton, poté contare maggiormente sull'appoggio dei lavoratori appartenenti alle minoranze etniche (soprattutto afroamericani e ispanici). La situazione si fece tuttavia per lei complicata, quando – in sede di General Election – ottenne risultati peggiori rispetto a quelli conseguiti da Barack Obama nel 2012. Grazie alla sua strenua opposizione ad alcuni trattati internazionali di libero scambio (come il NAFTA o la Trans Pacific Partnership), Donald Trump riuscì infatti a conquistare l'appoggio di numerosi operai bianchi iscritti al sindacato: un fattore che si rivelò determinante per conquistare la Casa Bianca. Si trattò di uno smacco significativo per l'Asinello, visto che – tradizionalmente – l'universo sindacale si ritrova assai spesso schierato proprio a favore del Partito Democratico. Alla luce di tutto questo, è chiaro che anche nel 2020 il sindacato non potrà che giocare un ruolo determinante dal punto di vista elettorale. E, proprio per questo, svariati degli attuali candidati alla nomination democratica stanno cercando di attrarre il sostegno di quel mondo. Un mondo che tuttavia sta mostrando crescenti tensioni interne: tensioni dovute a cambiamenti intestini, soprattutto di natura politica ed etnica.
L'ex vicepresidente, Joe Biden, sta tentando di rivolgersi specificamente alla vecchia classe operaia bianca: quella quota elettorale che, dicevamo, nel 2016 ha in buona sostanza appoggiato l'ascesa di Trump. Si tratta di un obiettivo non esattamente facile per lui. Non dimentichiamo infatti che – storicamente – Biden abbia sposato visioni particolarmente inclini agli accordi internazionali di libero scambio. Anche quegli accordi contro cui i sindacati americani si erano assai spesso battuti. Non solo l'ex senatore del Delaware si è sempre mostrato un sostenitore del NAFTA, ma – nel 2016 – appoggiò Barack Obama nella stipulazione della Trans Pacific Partnership. In entrambi i casi, si trattava di intese commerciali particolarmente osteggiate dal sindacalismo statunitense. Due intese contro cui, invece, Trump aveva proferito parole di fuoco nel corso della campagna elettorale del 2016, comportandosi poi coerentemente una volta arrivato alla Casa Bianca: da presidente, Trump ha infatti stracciato la Trans Pacific Partenership e avviato una rinegoziazione del NAFTA, trasformato adesso in un nuovo accordo (lo USMCA), di cui si attende tuttavia la ratifica da parte del Congresso. Inoltre, alcune settimane fa, Biden si era detto scettico sul fatto che la Cina stia attuando una politica commerciale sleale nei confronti degli Stati Uniti, attirandosi per questo le ire proprio degli operai, che considerano Pechino tra le principali cause dei propri guai economici. La posizione dell'ex vicepresidente ha suscitato un tale vespaio di polemiche in seno allo stesso Asinello che, alla fine, Biden si è trovato costretto a fare marcia indietro. Insomma, pare proprio che – almeno in materia di commercio internazionale – il front runner democratico non disponga al momento di un'eccessiva sintonia con quegli operai bianchi che vorrebbe rappresentare.
Tra i candidati democratici, altre figure stanno invece cercando di intercettare mondi che, in seno al sindacato statunitense, si rivelano in rapida crescita. Mondi tendenzialmente legati alle minoranze etniche e dalle simpatie politiche di area fondamentalmente progressista. Mondi che, con ogni probabilità, alle presidenziali del 2016 hanno optato per l'astensione, davanti alla scelta tra Donald Trump e Hillary Clinton. A queste realtà stanno per esempio cercando di parlare la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, e la senatrice della California, Kamala Harris. Anche Bernie Sanders sembra intenzionato a rivolgersi a queste quote, nonostante la storica diffidenza che le minoranze etniche nutrono nei confronti del senatore del Vermont. Sotto questo aspetto, Sanders potrebbe comunque risultare il candidato democratico meglio posizionato. Il senatore gode infatti già di ampio credito da parte dei lavoratori (alcuni sondaggi hanno mostrato come il suo elettore modello risulti l'impiegato della grande distribuzione) e – qualora fosse in grado di espandersi alle minoranze – potrebbe sbaragliare la concorrenza interna, sottraendo i bianchi a Biden e gli afroamericani alla Harris e alla Warren. Il problema, per lui, sorgerebbe tuttavia in sede di General Election, perché potrebbe riscontrare forti difficoltà nell'attaccare Trump sul commercio internazionale: come l'attuale inquilino della Casa Bianca, Sanders è infatti favorevole alle misure protezionistiche e – in questo senso – ha non a caso polemizzato proprio con Biden nelle ultime settimane. Il senatore del Vermont potrebbe quindi ritrovarsi nella scomodissima posizione di criticare provvedimenti che, in fin dei conti, anche lui di fatto condivide.
Un ulteriore dossier che sta molto a cuore ai sindacati è poi quello dell'aumento del salario minimo, attualmente fissato a 7,25 dollari. Su questo fronte, la maggior parte dei candidati alla nomination democratica del 2020 sostiene la proposta di portarlo a 15 dollari (a partire da Biden, Sanders, Warren e Harris). Trump, dal canto suo, non ha mostrato finora una posizione lineare sulla questione: da candidato, disse di volerlo portare a 10 dollari. Una proposta che ha poi messo da parte, una volta arrivato alla Casa Bianca. Lo scorso giugno, il presidente americano si era mostrato parzialmente aperturista sulla proposta legislativa democratica di un salario minimo a 15 dollari. Tuttavia, quando pochi giorni fa la Camera dei Rappresentanti ha approvato una norma che aumenterebbe gradualmente la soglia a 15 dollari entro il 2025, la Casa Bianca ha minacciato il veto in caso di (poco probabile) voto favorevole da parte del Senato. Si tratta, del resto, di una misura controversa. Secondo l'Ufficio di bilancio del Congresso, una simile riforma determinerebbe un aumento salariale per 17 milioni di lavoratori ma comporterebbe al contempo la perdita di 1,3 milioni di posti di lavoro. Uno scenario che Trump non può certo permettersi, visto che – per le prossime elezioni – vuole giocarsi la carta del bassissimo tasso di disoccupazione che attualmente sta caratterizzando gli Stati Uniti.
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Il voto sindacale potrebbe tornare a rivelarsi particolarmente significativo in vista delle presidenziali americane del 2020. Del resto, la mobilitazione delle associazioni sindacali aveva nettamente contribuito a determinare l'esito delle elezioni di tre anni fa.Nel corso delle primarie democratiche di allora, il senatore del Vermont, Bernie Sanders, riuscì ad accattivarsi le simpatie degli operai bianchi iscritti al sindacato, laddove la sua rivale, Hillary Clinton, poté contare maggiormente sull'appoggio dei lavoratori appartenenti alle minoranze etniche (soprattutto afroamericani e ispanici). La situazione si fece tuttavia per lei complicata, quando – in sede di General Election – ottenne risultati peggiori rispetto a quelli conseguiti da Barack Obama nel 2012. Grazie alla sua strenua opposizione ad alcuni trattati internazionali di libero scambio (come il NAFTA o la Trans Pacific Partnership), Donald Trump riuscì infatti a conquistare l'appoggio di numerosi operai bianchi iscritti al sindacato: un fattore che si rivelò determinante per conquistare la Casa Bianca. Si trattò di uno smacco significativo per l'Asinello, visto che – tradizionalmente – l'universo sindacale si ritrova assai spesso schierato proprio a favore del Partito Democratico. Alla luce di tutto questo, è chiaro che anche nel 2020 il sindacato non potrà che giocare un ruolo determinante dal punto di vista elettorale. E, proprio per questo, svariati degli attuali candidati alla nomination democratica stanno cercando di attrarre il sostegno di quel mondo. Un mondo che tuttavia sta mostrando crescenti tensioni interne: tensioni dovute a cambiamenti intestini, soprattutto di natura politica ed etnica.L'ex vicepresidente, Joe Biden, sta tentando di rivolgersi specificamente alla vecchia classe operaia bianca: quella quota elettorale che, dicevamo, nel 2016 ha in buona sostanza appoggiato l'ascesa di Trump. Si tratta di un obiettivo non esattamente facile per lui. Non dimentichiamo infatti che – storicamente – Biden abbia sposato visioni particolarmente inclini agli accordi internazionali di libero scambio. Anche quegli accordi contro cui i sindacati americani si erano assai spesso battuti. Non solo l'ex senatore del Delaware si è sempre mostrato un sostenitore del NAFTA, ma – nel 2016 – appoggiò Barack Obama nella stipulazione della Trans Pacific Partnership. In entrambi i casi, si trattava di intese commerciali particolarmente osteggiate dal sindacalismo statunitense. Due intese contro cui, invece, Trump aveva proferito parole di fuoco nel corso della campagna elettorale del 2016, comportandosi poi coerentemente una volta arrivato alla Casa Bianca: da presidente, Trump ha infatti stracciato la Trans Pacific Partenership e avviato una rinegoziazione del NAFTA, trasformato adesso in un nuovo accordo (lo USMCA), di cui si attende tuttavia la ratifica da parte del Congresso. Inoltre, alcune settimane fa, Biden si era detto scettico sul fatto che la Cina stia attuando una politica commerciale sleale nei confronti degli Stati Uniti, attirandosi per questo le ire proprio degli operai, che considerano Pechino tra le principali cause dei propri guai economici. La posizione dell'ex vicepresidente ha suscitato un tale vespaio di polemiche in seno allo stesso Asinello che, alla fine, Biden si è trovato costretto a fare marcia indietro. Insomma, pare proprio che – almeno in materia di commercio internazionale – il front runner democratico non disponga al momento di un'eccessiva sintonia con quegli operai bianchi che vorrebbe rappresentare.Tra i candidati democratici, altre figure stanno invece cercando di intercettare mondi che, in seno al sindacato statunitense, si rivelano in rapida crescita. Mondi tendenzialmente legati alle minoranze etniche e dalle simpatie politiche di area fondamentalmente progressista. Mondi che, con ogni probabilità, alle presidenziali del 2016 hanno optato per l'astensione, davanti alla scelta tra Donald Trump e Hillary Clinton. A queste realtà stanno per esempio cercando di parlare la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, e la senatrice della California, Kamala Harris. Anche Bernie Sanders sembra intenzionato a rivolgersi a queste quote, nonostante la storica diffidenza che le minoranze etniche nutrono nei confronti del senatore del Vermont. Sotto questo aspetto, Sanders potrebbe comunque risultare il candidato democratico meglio posizionato. Il senatore gode infatti già di ampio credito da parte dei lavoratori (alcuni sondaggi hanno mostrato come il suo elettore modello risulti l'impiegato della grande distribuzione) e – qualora fosse in grado di espandersi alle minoranze – potrebbe sbaragliare la concorrenza interna, sottraendo i bianchi a Biden e gli afroamericani alla Harris e alla Warren. Il problema, per lui, sorgerebbe tuttavia in sede di General Election, perché potrebbe riscontrare forti difficoltà nell'attaccare Trump sul commercio internazionale: come l'attuale inquilino della Casa Bianca, Sanders è infatti favorevole alle misure protezionistiche e – in questo senso – ha non a caso polemizzato proprio con Biden nelle ultime settimane. Il senatore del Vermont potrebbe quindi ritrovarsi nella scomodissima posizione di criticare provvedimenti che, in fin dei conti, anche lui di fatto condivide.Un ulteriore dossier che sta molto a cuore ai sindacati è poi quello dell'aumento del salario minimo, attualmente fissato a 7,25 dollari. Su questo fronte, la maggior parte dei candidati alla nomination democratica del 2020 sostiene la proposta di portarlo a 15 dollari (a partire da Biden, Sanders, Warren e Harris). Trump, dal canto suo, non ha mostrato finora una posizione lineare sulla questione: da candidato, disse di volerlo portare a 10 dollari. Una proposta che ha poi messo da parte, una volta arrivato alla Casa Bianca. Lo scorso giugno, il presidente americano si era mostrato parzialmente aperturista sulla proposta legislativa democratica di un salario minimo a 15 dollari. Tuttavia, quando pochi giorni fa la Camera dei Rappresentanti ha approvato una norma che aumenterebbe gradualmente la soglia a 15 dollari entro il 2025, la Casa Bianca ha minacciato il veto in caso di (poco probabile) voto favorevole da parte del Senato. Si tratta, del resto, di una misura controversa. Secondo l'Ufficio di bilancio del Congresso, una simile riforma determinerebbe un aumento salariale per 17 milioni di lavoratori ma comporterebbe al contempo la perdita di 1,3 milioni di posti di lavoro. Uno scenario che Trump non può certo permettersi, visto che – per le prossime elezioni – vuole giocarsi la carta del bassissimo tasso di disoccupazione che attualmente sta caratterizzando gli Stati Uniti.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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