True
2018-12-18
I bimbi a lezione di sesso: «Anche ai maschi vengono le mestruazioni»
Butterfly Uff. Stampa
Secondo i dati diffusi qualche mese fa dal servizio sanitario britannico, il numero di bambini e ragazzini che mettono in discussione la propria identità sessuale è aumentato del 2000%. Nel 2009 i casi registrati furono 97. Nel 2017 si è arrivati alla cifra impressionante di 2.519. Sicuramente il clima più favorevole alle istanze Lgbt ha spinto qualcuno che prima teneva segreto il suo disagio a esporlo al pubblico. Ma è piuttosto evidente che pure il condizionamento sociale gioca un ruolo rilevante.
Del resto, il martellamento sull'identità di genere è costante, sia da parte dei media che dell'industria dell'intrattenimento. Un esempio lampante è la miniserie televisiva britannica Butterfly, da ieri visibile anche in Italia sulla piattaforma Sky. Scritta e prodotta da Tony Marchant, racconta di un bambino di 11 anni di nome Max Duffy, il quale a un certo punto dichiara di sentirsi una ragazza. I suoi genitori, all'inizio riluttanti, in qualche modo accettano la situazione e lo assecondano. Max diventa Maxine, e comincia a utilizzare abiti femminili e trucchi. La serie è stata realizzata in collaborazione con un'associazione per i diritti transgender inglese chiamata Mermaid, e ha il chiaro intento di «combattere i pregiudizi» sulla transizione di genere anche in tenera età.
Dopo tutto, come dicevamo, il fenomeno nel Regno Unito ha raggiunto proporzioni enormi. La sensazione, tuttavia, è che serie come Butterfly non si limitino a raccontarlo, ma in qualche modo lo favoriscano. A incentivarlo contribuiscono senz'altro iniziative come quella del consiglio cittadino di Brighton and Hove, la principale località costiera inglese.
Nei giorni scorsi il consiglio ha approvato un documento che contiene una serie di linee guida riguardanti l'educazione sessuale per gli alunni delle scuole secondarie e primarie (sono compresi dunque anche i bambini delle elementari). Obiettivo del nuovo protocollo è la lotta alle discriminazioni e la corretta informazione sulle mestruazioni. Già: agli insegnanti viene spiegato come far sì che il ciclo non sia più uno «stigma sociale».
Direte: non è mica un male spiegare ai ragazzini che le mestruazioni non sono un dramma o una mostruosità. Il problema è che, al solito, entra in gioco l'ideologia arcobaleno.
Il risultato è stato descritto nei dettagli dalla stampa inglese. Il documento spiega, tra le altre cose, nel parlare di mestruazioni bisogna essere «inclusivi di tutti i generi, culture, fedi e orientamenti sessuali». Ad esempio, bisogna spiegare agli studenti che «le ragazze, le donne e altri hanno le mestruazioni». Sulle ragazze e le donne ci siamo, ma «gli altri»? In pratica, si sta raccontando ai ragazzini che anche i maschi possono avere il ciclo.
«Crediamo che sia importante per tutti i generi», continua il documento, «essere in grado di imparare e parlare delle mestruazioni insieme. Il nostro approccio riconosce il fatto che alcune persone che hanno le mestruazioni sono trans o non binari». Nonostante il linguaggio sia confuso e ideologico, il senso è chiaro: se una ragazzina nasce femmina ma si dichiara maschio, assume un nome maschile e si presenta a scuola vestita come un ragazzo, avrà comunque le mestruazioni. Come possono gli insegnanti affrontare una situazione di questo tipo?
Beh, secondo il consiglio cittadino di Brighton and Hove, il problema si risolve spiegando agli studenti che anche i maschi possono avere le mestruazioni, le quali devono essere «inclusive di tutti i generi».
In più, ai docenti è stato consegnato un altro plico di fogli chiamato «Trans inclusion schools toolkit». Si tratta di un vademecum per aiutare maestri e professori a «trattare con sensibilità l'identità di genere».
Ecco, forse adesso si capisce perché il numero di ragazzini transgender sia aumentato del 2000% nell'arco di una decina d'anni. Se a scuola ti insegnano che anche gli uomini possono avere il ciclo, se ti ripetono a ciclo continuo che l'identità sessuale dipende dalla «volontà» e dai desideri individuali, beh, forse la confusione aumenta. In aggiunta, gli insegnanti e persino le serie tv spiegano che è tutto normale, che è bello e grazioso nascere maschi ma «sentirsi» bambine. D'altra parte bisogna essere «inclusivi», no?
«Mi dicevano: sei bella, stai zitta». Megan Fox fustiga le femministe
«Non credo che sarei il genere di vittima con la quale essere solidali». È così che, in un'intervista al New York Times, l'attrice americana Megan Fox (32 anni) ha giustificato il suo silenzio sulla saga del Me too. «Avrei un po' di storie da raccontare», ha spiegato, «ma non ho detto la mia per tante ragioni». Ragioni di buon senso, quelle addotte dalla protagonista dei primi due film sui Transformers. Intanto, ha dichiarato la Fox, «io non sono il martello universale della giustizia. Non credo che il mio lavoro consista nel punire qualcuno perché mi ha fatto del male». Una bella stoccata ai processi sommari innescati dalle femministe di Hollywood, che hanno portato a epurazioni illustri - e paradossali: basti pensare che tra i silurati c'è stato Kevin Spacey, per colpa di un presunto abuso sessuale ma a sfondo omoerotico. E poi, appunto, c'è la questione dell'empatia. Dell'abissale lontananza della Fox dal tipo di donna dimessa, riconvertita a look androgini tipo l'iniziatrice del Me too, Rose McGowan, Scarlett Johansson o Katy Perry. Il tipo di donna che si presenta come martire, tra contrite lagnanze e pubbliche accuse e che rappresenta il modello ideale di eroina-olocausto femminista.
Megan Fox, invece, ha due «difetti» fondamentali: è troppo irrealmente bella e soprattutto è sempre apparsa spavalda. Le sue denunce contro il maschilismo del cinema, che oramai risalgono a quasi dieci anni fa, le aveva esternate quasi come battute da talk show piuttosto che come le confessioni di una donna distrutta dal maschio prepotente e violento. Pertanto, quando la Fox arrivò praticamente ad anticipare il Me too, le femministe la ricoprirono di insulti.
Già, perché l'attrice nata nel Tennessee non è propriamente un'icona del trumpismo o una dichiarata simpatizzante del Partito repubblicano. Il 2009, anzi, fu per lei un anno mirabile che poteva consacrarla davvero quale icona femminista. Ad allora, infatti, risale il film horror Jennifer's body, in cui la Fox interpretava una cheerleader posseduta da un demone, che seduceva e poi uccideva brutalmente i suoi partner allo scopo di mantenersi attraente. Letteralmente una mangiatrice di uomini. In quello stesso periodo, l'attrice attaccò il regista di Transformers, Michael Bay, con un repertorio di accuse che oggi manderebbero le sacerdotesse del Me too in brodo di giuggiole. Lo paragonò ad Adolf Hitler, si lamentò che sul set lui se ne infischiasse delle sue doti recitative, limitandosi a chiederle di essere «bollente» e «sexy». E, soprattutto, denunciò di essere stata «sessualizzata» da Bay durante i provini per una precedente pellicola, Bad boys 2, quando il regista chiese all'allora quindicenne Megan di mettersi a lavare la sua Ferrari in modo lascivo e provocante, sebbene qualcuno gli avesse fatto notare che non era il caso di trattare così un'adolescente.
All'epoca, però, il mondo femminista non reagì per niente bene. Il blog di area Zelda Lily definì la Fox «una sgualdrina ingrata» (l'insulto, invero, era un po' più volgare del già pesante «sgualdrina», ma noi vi risparmiamo la traduzione letterale). «Se qualcuno si fosse degnato di selezionare me tra centinaia di altre splendide attrici per recitare in un ruolo che mi avesse catapultato verso la fama», scrisse l'autrice del post, «oggi elogerei il film in lungo e in largo e mi metterei a stampare T shirt di Transformers». Quel ferocissimo articolo, a un certo punto, arrivava persino a deridere Megan Fox per la sua congenita brachidattilia (una malformazione che rende i pollici eccessivamente corti). Al New York Times, ricordando quella pioggia di critiche, la Fox ha detto: «Ero in avanti sui tempi, fui rifiutata per via di qualità che oggi vengono lodate nelle donne che si stanno facendo avanti».
Eccola qui tutta l'ipocrisia di quello che sarebbe diventato il Me too. Un movimento di militanti che pretendono di atteggiarsi a perseguitate, ma che - diciamocela tutta - da Asia Argento a Oprah Winfrey, hanno beneficiato del «sistema Weinstein», per poi sacrificarlo all'uopo sull'altare di una caccia allo stregone, nutrita di delazioni e condanne comminate sui media. Con la sua intervista di ieri, se volessimo parafrasare Oscar Luigi Scalfaro, Megan Fox sembra aver chiosato: «A questo gioco al massacro, io non ci sto». Lei, che poteva diventare un'icona della rivalsa sugli uomini. Lei, che non è mai stata un modello di stabilità (soffre di disturbo ossessivo-compulsivo). Lei, che fu la prima a sfruttare la tv per denunciare una «sessualizzazione» (peraltro, avvenuta quando aveva 15 anni, non mentre era adulta e vaccinata). Lei, che nonostante si sia dichiarata molte volte priva di autostima e perseguitata da manie autolesioniste, ha un'immagine troppo strafottente per essere arruolata dalle femministe militanti. Lei, che dopo un passato controverso, ci regala anche un perla di saggezza, contro la tentazione della guerra tra sessi, spiegando che il suo rapporto con i figli si basa su un principio semplice: «Se loro si sentiranno al sicuro con la principale donna della loro vita, è probabile che si sentiranno al sicuro con le donne in generale». Una banalità. Che però il Me too non può tollerare.
Alessandro Rico
Continua a leggereRiduci
In Inghilterra va in scena il delirio gender: corsi di «inclusione trans» rivolti agli alunni delle primarie e strane teorie sul ciclo: «Non solo le donne ce l'hanno».«Mi dicevano: sei bella, stai zitta». Megan Fox fustiga le femministe. Fa scalpore l'intervista del «New York Times» all'attrice americana, che svela l'ipocrisia del Me too: «Quando anni fa ho denunciato le molestie non mi hanno preso sul serio perché sfuggivo ai loro canoni».Lo speciale comprende due articoli.Secondo i dati diffusi qualche mese fa dal servizio sanitario britannico, il numero di bambini e ragazzini che mettono in discussione la propria identità sessuale è aumentato del 2000%. Nel 2009 i casi registrati furono 97. Nel 2017 si è arrivati alla cifra impressionante di 2.519. Sicuramente il clima più favorevole alle istanze Lgbt ha spinto qualcuno che prima teneva segreto il suo disagio a esporlo al pubblico. Ma è piuttosto evidente che pure il condizionamento sociale gioca un ruolo rilevante. Del resto, il martellamento sull'identità di genere è costante, sia da parte dei media che dell'industria dell'intrattenimento. Un esempio lampante è la miniserie televisiva britannica Butterfly, da ieri visibile anche in Italia sulla piattaforma Sky. Scritta e prodotta da Tony Marchant, racconta di un bambino di 11 anni di nome Max Duffy, il quale a un certo punto dichiara di sentirsi una ragazza. I suoi genitori, all'inizio riluttanti, in qualche modo accettano la situazione e lo assecondano. Max diventa Maxine, e comincia a utilizzare abiti femminili e trucchi. La serie è stata realizzata in collaborazione con un'associazione per i diritti transgender inglese chiamata Mermaid, e ha il chiaro intento di «combattere i pregiudizi» sulla transizione di genere anche in tenera età. Dopo tutto, come dicevamo, il fenomeno nel Regno Unito ha raggiunto proporzioni enormi. La sensazione, tuttavia, è che serie come Butterfly non si limitino a raccontarlo, ma in qualche modo lo favoriscano. A incentivarlo contribuiscono senz'altro iniziative come quella del consiglio cittadino di Brighton and Hove, la principale località costiera inglese. Nei giorni scorsi il consiglio ha approvato un documento che contiene una serie di linee guida riguardanti l'educazione sessuale per gli alunni delle scuole secondarie e primarie (sono compresi dunque anche i bambini delle elementari). Obiettivo del nuovo protocollo è la lotta alle discriminazioni e la corretta informazione sulle mestruazioni. Già: agli insegnanti viene spiegato come far sì che il ciclo non sia più uno «stigma sociale». Direte: non è mica un male spiegare ai ragazzini che le mestruazioni non sono un dramma o una mostruosità. Il problema è che, al solito, entra in gioco l'ideologia arcobaleno. Il risultato è stato descritto nei dettagli dalla stampa inglese. Il documento spiega, tra le altre cose, nel parlare di mestruazioni bisogna essere «inclusivi di tutti i generi, culture, fedi e orientamenti sessuali». Ad esempio, bisogna spiegare agli studenti che «le ragazze, le donne e altri hanno le mestruazioni». Sulle ragazze e le donne ci siamo, ma «gli altri»? In pratica, si sta raccontando ai ragazzini che anche i maschi possono avere il ciclo. «Crediamo che sia importante per tutti i generi», continua il documento, «essere in grado di imparare e parlare delle mestruazioni insieme. Il nostro approccio riconosce il fatto che alcune persone che hanno le mestruazioni sono trans o non binari». Nonostante il linguaggio sia confuso e ideologico, il senso è chiaro: se una ragazzina nasce femmina ma si dichiara maschio, assume un nome maschile e si presenta a scuola vestita come un ragazzo, avrà comunque le mestruazioni. Come possono gli insegnanti affrontare una situazione di questo tipo? Beh, secondo il consiglio cittadino di Brighton and Hove, il problema si risolve spiegando agli studenti che anche i maschi possono avere le mestruazioni, le quali devono essere «inclusive di tutti i generi». In più, ai docenti è stato consegnato un altro plico di fogli chiamato «Trans inclusion schools toolkit». Si tratta di un vademecum per aiutare maestri e professori a «trattare con sensibilità l'identità di genere». Ecco, forse adesso si capisce perché il numero di ragazzini transgender sia aumentato del 2000% nell'arco di una decina d'anni. Se a scuola ti insegnano che anche gli uomini possono avere il ciclo, se ti ripetono a ciclo continuo che l'identità sessuale dipende dalla «volontà» e dai desideri individuali, beh, forse la confusione aumenta. In aggiunta, gli insegnanti e persino le serie tv spiegano che è tutto normale, che è bello e grazioso nascere maschi ma «sentirsi» bambine. D'altra parte bisogna essere «inclusivi», no?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-bimbi-a-lezione-di-sesso-anche-ai-maschi-vengono-le-mestruazioni-2623670653.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mi-dicevano-sei-bella-stai-zitta-megan-fox-fustiga-le-femministe" data-post-id="2623670653" data-published-at="1782198008" data-use-pagination="False"> «Mi dicevano: sei bella, stai zitta». Megan Fox fustiga le femministe «Non credo che sarei il genere di vittima con la quale essere solidali». È così che, in un'intervista al New York Times, l'attrice americana Megan Fox (32 anni) ha giustificato il suo silenzio sulla saga del Me too. «Avrei un po' di storie da raccontare», ha spiegato, «ma non ho detto la mia per tante ragioni». Ragioni di buon senso, quelle addotte dalla protagonista dei primi due film sui Transformers. Intanto, ha dichiarato la Fox, «io non sono il martello universale della giustizia. Non credo che il mio lavoro consista nel punire qualcuno perché mi ha fatto del male». Una bella stoccata ai processi sommari innescati dalle femministe di Hollywood, che hanno portato a epurazioni illustri - e paradossali: basti pensare che tra i silurati c'è stato Kevin Spacey, per colpa di un presunto abuso sessuale ma a sfondo omoerotico. E poi, appunto, c'è la questione dell'empatia. Dell'abissale lontananza della Fox dal tipo di donna dimessa, riconvertita a look androgini tipo l'iniziatrice del Me too, Rose McGowan, Scarlett Johansson o Katy Perry. Il tipo di donna che si presenta come martire, tra contrite lagnanze e pubbliche accuse e che rappresenta il modello ideale di eroina-olocausto femminista. Megan Fox, invece, ha due «difetti» fondamentali: è troppo irrealmente bella e soprattutto è sempre apparsa spavalda. Le sue denunce contro il maschilismo del cinema, che oramai risalgono a quasi dieci anni fa, le aveva esternate quasi come battute da talk show piuttosto che come le confessioni di una donna distrutta dal maschio prepotente e violento. Pertanto, quando la Fox arrivò praticamente ad anticipare il Me too, le femministe la ricoprirono di insulti. Già, perché l'attrice nata nel Tennessee non è propriamente un'icona del trumpismo o una dichiarata simpatizzante del Partito repubblicano. Il 2009, anzi, fu per lei un anno mirabile che poteva consacrarla davvero quale icona femminista. Ad allora, infatti, risale il film horror Jennifer's body, in cui la Fox interpretava una cheerleader posseduta da un demone, che seduceva e poi uccideva brutalmente i suoi partner allo scopo di mantenersi attraente. Letteralmente una mangiatrice di uomini. In quello stesso periodo, l'attrice attaccò il regista di Transformers, Michael Bay, con un repertorio di accuse che oggi manderebbero le sacerdotesse del Me too in brodo di giuggiole. Lo paragonò ad Adolf Hitler, si lamentò che sul set lui se ne infischiasse delle sue doti recitative, limitandosi a chiederle di essere «bollente» e «sexy». E, soprattutto, denunciò di essere stata «sessualizzata» da Bay durante i provini per una precedente pellicola, Bad boys 2, quando il regista chiese all'allora quindicenne Megan di mettersi a lavare la sua Ferrari in modo lascivo e provocante, sebbene qualcuno gli avesse fatto notare che non era il caso di trattare così un'adolescente. All'epoca, però, il mondo femminista non reagì per niente bene. Il blog di area Zelda Lily definì la Fox «una sgualdrina ingrata» (l'insulto, invero, era un po' più volgare del già pesante «sgualdrina», ma noi vi risparmiamo la traduzione letterale). «Se qualcuno si fosse degnato di selezionare me tra centinaia di altre splendide attrici per recitare in un ruolo che mi avesse catapultato verso la fama», scrisse l'autrice del post, «oggi elogerei il film in lungo e in largo e mi metterei a stampare T shirt di Transformers». Quel ferocissimo articolo, a un certo punto, arrivava persino a deridere Megan Fox per la sua congenita brachidattilia (una malformazione che rende i pollici eccessivamente corti). Al New York Times, ricordando quella pioggia di critiche, la Fox ha detto: «Ero in avanti sui tempi, fui rifiutata per via di qualità che oggi vengono lodate nelle donne che si stanno facendo avanti». Eccola qui tutta l'ipocrisia di quello che sarebbe diventato il Me too. Un movimento di militanti che pretendono di atteggiarsi a perseguitate, ma che - diciamocela tutta - da Asia Argento a Oprah Winfrey, hanno beneficiato del «sistema Weinstein», per poi sacrificarlo all'uopo sull'altare di una caccia allo stregone, nutrita di delazioni e condanne comminate sui media. Con la sua intervista di ieri, se volessimo parafrasare Oscar Luigi Scalfaro, Megan Fox sembra aver chiosato: «A questo gioco al massacro, io non ci sto». Lei, che poteva diventare un'icona della rivalsa sugli uomini. Lei, che non è mai stata un modello di stabilità (soffre di disturbo ossessivo-compulsivo). Lei, che fu la prima a sfruttare la tv per denunciare una «sessualizzazione» (peraltro, avvenuta quando aveva 15 anni, non mentre era adulta e vaccinata). Lei, che nonostante si sia dichiarata molte volte priva di autostima e perseguitata da manie autolesioniste, ha un'immagine troppo strafottente per essere arruolata dalle femministe militanti. Lei, che dopo un passato controverso, ci regala anche un perla di saggezza, contro la tentazione della guerra tra sessi, spiegando che il suo rapporto con i figli si basa su un principio semplice: «Se loro si sentiranno al sicuro con la principale donna della loro vita, è probabile che si sentiranno al sicuro con le donne in generale». Una banalità. Che però il Me too non può tollerare. Alessandro Rico
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 23 giugno con Carlo Cambi
Ansa
Dal vento che soffia in Gran Bretagna tira brutta aria per i partiti tradizionali, tanto per i Labour (dalle cui fila arrivano sia Starmer che Burnham) quanto per i Tories, che hanno «offerto» Sunak, Truss, Johnson, May e proprio quel David Cameron da cui cominciò tutto.
Primo pensiero: la Brexit è stato il più potente esercizio di democrazia dentro lo spazio Ue. E proprio per questo, da allora, nessuno ha mai voluto affrontare la madre delle questioni, ossia la mancanza di legittimazione dal basso dell’Europa. Che invece viene battezzata da banchieri centrali, analisti, uomini d’affari, leader di partito a cui manca il coraggio di affermare il peccato originale europeo. Dicono: «O l’Europa cambia passo e diventa adulta, oppure sarà la fine». Questo fatalismo non è nuovo, anzi è un po’ come la vecchia storiella che i nonni tiravano fuori per spaventare i nipoti, una specie di babau; del resto le generazioni Erasmus sono state tirate su a botte di belle parole: la pace, il superamento dei confini, le opportunità di lavoro… Poi, sul tavolo, è arrivato un conto più salato del preventivo e così qualche giovane ha aperto gli occhi e si è unito ai genitori o ai fratelli più grandi, i quali hanno protestato in piazza a difesa dell’agricoltura vera e non quella di Bill Gates, a difesa della pesca, dell’identità.
Più di dieci anni fa, in Gran Bretagna, un politico fuori dagli schemi di nome Nigel Farage aveva capito che il tappo stava saltando, almeno lì da lui; e ha ingaggiato una battaglia democratica: la richiesta di un referendum, consultivo e non vincolante. L’allora premier (che era appunto David Cameron) accettò la sfida, «istituzionalizzò» il referendum e, dopo la vittoria del Leave, si dimise. Quel che accadde dieci anni fa fu il più grande esercizio di democrazia dentro lo spazio dell’Unione europea. Che di fronte ai due casi precedenti di consultazione referendaria - in Francia e in Olanda, dove i cittadini bocciarono il lascito della Convenzione europea, poi riscritto nel trattato di Lisbona - preferì fare spallucce e tirar dritto. Ecco, siamo ancora lì, alla mancanza di coraggio di chiedere al popolo: cosa vogliamo fare di questa Europa?
Seconda questione, che è figlia della prima: la crisi dei partiti. Siccome la terza questione sarà sul quadro economico e sociale post Brexit, è giusto anticipare quel che le ultime consultazioni elettorali britanniche e i sondaggi stanno facendo emergere: perché un blocco sociale importante si sta muovendo dai contenitori storici verso contenitori nuovi e radicali, qualcuno anche estremista? Semplice, perché Farage resta il campione assoluto nell’intercettare le emergenze: sicurezza, immigrazione, lavoro. Era lo stesso paradigma del Maga trumpiano prima che Donald lo tradisse. Quindi Farage con il suo Reform Uk pesca a destra come a sinistra, lasciando qualcosa alla sua sinistra (ai Verdi) e alla sua destra (Advance Uk e Restore Britain, i quali hanno l’appoggio esplicito di Musk). Farage resta l’interprete di ciò che i sostenitori del Leave volevano allora e che a Downing Street, nei dieci anni successivi, non hanno saputo fare ma solo abbozzare. Il prossimo premier Burnham - che ha battuto alle suppletive un esponente del Reform Uk - riuscirà a fermare Mr. Brexit?
Arriviamo così al terzo e quarto punto: com’è la situazione oggi e se si facesse un referendum cosa voterebbero gli inglesi? Cominciamo da qui. Nessun politico oggi si sognerebbe di affermare: «Voglio un referendum per ritornare nella Ue»; se lo facesse perderebbe immediatamente voti. I britannici non sono soddisfatti della Brexit ma non vogliono ritornare nella Ue, ecco perché nessun politico metterebbe la faccia su un rientro.
Chiudiamo allora con la situazione lasciata dalla Brexit. Uno studio firmato da economisti della Banca d’Inghilterra e da Nick Bloom della Stanford University stima che la Brexit abbia sottratto circa il 6% alla crescita economica britannica nell’ultimo decennio rispetto a uno scenario in cui Londra fosse rimasta nell’Unione europea. L’Ufficio per la responsabilità del bilancio (Obr) fissa la perdita a lungo termine al 4% del Pil; Goldman Sachs e il National bureau of economic research arrivano fino all’8%. In termini assoluti, si parla di circa 125 miliardi di sterline di Pil annuale bruciati, e di quasi 50 miliardi di mancate entrate fiscali.
Verdetto sancito dunque? No, perché gli stessi studi parlano di luci e ombre: ridurre tutto alla Brexit sarebbe intellettualmente disonesto. La pandemia ha devastato tutte le economie avanzate. La guerra in Ucraina ha fatto esplodere i prezzi energetici e alimentari su scala continentale. La Germania ha vissuto una recessione più lunga e profonda di quella britannica. La Francia ristagna. Il confronto con i partner europei, dunque, mostra che il Regno Unito ha sofferto di problemi in larga parte condivisi - con la differenza cruciale che la Brexit ha operato come variante autoctona, quasi da punire a scopo esemplificativo.
Brexit non ha di per sé scassato i conti o fatto sprofondare la Gran Bretagna nella crisi e lo dimostra la crisi delle sue stesse istituzioni e dei suoi partiti storici (quasi un logoramento): ha funzionato come grande prova di democrazia, ma non ha sbloccato le cause di malcontento. Una lezione che vale per tutti.
Continua a leggereRiduci