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2018-12-18
I bimbi a lezione di sesso: «Anche ai maschi vengono le mestruazioni»
Butterfly Uff. Stampa
Secondo i dati diffusi qualche mese fa dal servizio sanitario britannico, il numero di bambini e ragazzini che mettono in discussione la propria identità sessuale è aumentato del 2000%. Nel 2009 i casi registrati furono 97. Nel 2017 si è arrivati alla cifra impressionante di 2.519. Sicuramente il clima più favorevole alle istanze Lgbt ha spinto qualcuno che prima teneva segreto il suo disagio a esporlo al pubblico. Ma è piuttosto evidente che pure il condizionamento sociale gioca un ruolo rilevante.
Del resto, il martellamento sull'identità di genere è costante, sia da parte dei media che dell'industria dell'intrattenimento. Un esempio lampante è la miniserie televisiva britannica Butterfly, da ieri visibile anche in Italia sulla piattaforma Sky. Scritta e prodotta da Tony Marchant, racconta di un bambino di 11 anni di nome Max Duffy, il quale a un certo punto dichiara di sentirsi una ragazza. I suoi genitori, all'inizio riluttanti, in qualche modo accettano la situazione e lo assecondano. Max diventa Maxine, e comincia a utilizzare abiti femminili e trucchi. La serie è stata realizzata in collaborazione con un'associazione per i diritti transgender inglese chiamata Mermaid, e ha il chiaro intento di «combattere i pregiudizi» sulla transizione di genere anche in tenera età.
Dopo tutto, come dicevamo, il fenomeno nel Regno Unito ha raggiunto proporzioni enormi. La sensazione, tuttavia, è che serie come Butterfly non si limitino a raccontarlo, ma in qualche modo lo favoriscano. A incentivarlo contribuiscono senz'altro iniziative come quella del consiglio cittadino di Brighton and Hove, la principale località costiera inglese.
Nei giorni scorsi il consiglio ha approvato un documento che contiene una serie di linee guida riguardanti l'educazione sessuale per gli alunni delle scuole secondarie e primarie (sono compresi dunque anche i bambini delle elementari). Obiettivo del nuovo protocollo è la lotta alle discriminazioni e la corretta informazione sulle mestruazioni. Già: agli insegnanti viene spiegato come far sì che il ciclo non sia più uno «stigma sociale».
Direte: non è mica un male spiegare ai ragazzini che le mestruazioni non sono un dramma o una mostruosità. Il problema è che, al solito, entra in gioco l'ideologia arcobaleno.
Il risultato è stato descritto nei dettagli dalla stampa inglese. Il documento spiega, tra le altre cose, nel parlare di mestruazioni bisogna essere «inclusivi di tutti i generi, culture, fedi e orientamenti sessuali». Ad esempio, bisogna spiegare agli studenti che «le ragazze, le donne e altri hanno le mestruazioni». Sulle ragazze e le donne ci siamo, ma «gli altri»? In pratica, si sta raccontando ai ragazzini che anche i maschi possono avere il ciclo.
«Crediamo che sia importante per tutti i generi», continua il documento, «essere in grado di imparare e parlare delle mestruazioni insieme. Il nostro approccio riconosce il fatto che alcune persone che hanno le mestruazioni sono trans o non binari». Nonostante il linguaggio sia confuso e ideologico, il senso è chiaro: se una ragazzina nasce femmina ma si dichiara maschio, assume un nome maschile e si presenta a scuola vestita come un ragazzo, avrà comunque le mestruazioni. Come possono gli insegnanti affrontare una situazione di questo tipo?
Beh, secondo il consiglio cittadino di Brighton and Hove, il problema si risolve spiegando agli studenti che anche i maschi possono avere le mestruazioni, le quali devono essere «inclusive di tutti i generi».
In più, ai docenti è stato consegnato un altro plico di fogli chiamato «Trans inclusion schools toolkit». Si tratta di un vademecum per aiutare maestri e professori a «trattare con sensibilità l'identità di genere».
Ecco, forse adesso si capisce perché il numero di ragazzini transgender sia aumentato del 2000% nell'arco di una decina d'anni. Se a scuola ti insegnano che anche gli uomini possono avere il ciclo, se ti ripetono a ciclo continuo che l'identità sessuale dipende dalla «volontà» e dai desideri individuali, beh, forse la confusione aumenta. In aggiunta, gli insegnanti e persino le serie tv spiegano che è tutto normale, che è bello e grazioso nascere maschi ma «sentirsi» bambine. D'altra parte bisogna essere «inclusivi», no?
«Mi dicevano: sei bella, stai zitta». Megan Fox fustiga le femministe
«Non credo che sarei il genere di vittima con la quale essere solidali». È così che, in un'intervista al New York Times, l'attrice americana Megan Fox (32 anni) ha giustificato il suo silenzio sulla saga del Me too. «Avrei un po' di storie da raccontare», ha spiegato, «ma non ho detto la mia per tante ragioni». Ragioni di buon senso, quelle addotte dalla protagonista dei primi due film sui Transformers. Intanto, ha dichiarato la Fox, «io non sono il martello universale della giustizia. Non credo che il mio lavoro consista nel punire qualcuno perché mi ha fatto del male». Una bella stoccata ai processi sommari innescati dalle femministe di Hollywood, che hanno portato a epurazioni illustri - e paradossali: basti pensare che tra i silurati c'è stato Kevin Spacey, per colpa di un presunto abuso sessuale ma a sfondo omoerotico. E poi, appunto, c'è la questione dell'empatia. Dell'abissale lontananza della Fox dal tipo di donna dimessa, riconvertita a look androgini tipo l'iniziatrice del Me too, Rose McGowan, Scarlett Johansson o Katy Perry. Il tipo di donna che si presenta come martire, tra contrite lagnanze e pubbliche accuse e che rappresenta il modello ideale di eroina-olocausto femminista.
Megan Fox, invece, ha due «difetti» fondamentali: è troppo irrealmente bella e soprattutto è sempre apparsa spavalda. Le sue denunce contro il maschilismo del cinema, che oramai risalgono a quasi dieci anni fa, le aveva esternate quasi come battute da talk show piuttosto che come le confessioni di una donna distrutta dal maschio prepotente e violento. Pertanto, quando la Fox arrivò praticamente ad anticipare il Me too, le femministe la ricoprirono di insulti.
Già, perché l'attrice nata nel Tennessee non è propriamente un'icona del trumpismo o una dichiarata simpatizzante del Partito repubblicano. Il 2009, anzi, fu per lei un anno mirabile che poteva consacrarla davvero quale icona femminista. Ad allora, infatti, risale il film horror Jennifer's body, in cui la Fox interpretava una cheerleader posseduta da un demone, che seduceva e poi uccideva brutalmente i suoi partner allo scopo di mantenersi attraente. Letteralmente una mangiatrice di uomini. In quello stesso periodo, l'attrice attaccò il regista di Transformers, Michael Bay, con un repertorio di accuse che oggi manderebbero le sacerdotesse del Me too in brodo di giuggiole. Lo paragonò ad Adolf Hitler, si lamentò che sul set lui se ne infischiasse delle sue doti recitative, limitandosi a chiederle di essere «bollente» e «sexy». E, soprattutto, denunciò di essere stata «sessualizzata» da Bay durante i provini per una precedente pellicola, Bad boys 2, quando il regista chiese all'allora quindicenne Megan di mettersi a lavare la sua Ferrari in modo lascivo e provocante, sebbene qualcuno gli avesse fatto notare che non era il caso di trattare così un'adolescente.
All'epoca, però, il mondo femminista non reagì per niente bene. Il blog di area Zelda Lily definì la Fox «una sgualdrina ingrata» (l'insulto, invero, era un po' più volgare del già pesante «sgualdrina», ma noi vi risparmiamo la traduzione letterale). «Se qualcuno si fosse degnato di selezionare me tra centinaia di altre splendide attrici per recitare in un ruolo che mi avesse catapultato verso la fama», scrisse l'autrice del post, «oggi elogerei il film in lungo e in largo e mi metterei a stampare T shirt di Transformers». Quel ferocissimo articolo, a un certo punto, arrivava persino a deridere Megan Fox per la sua congenita brachidattilia (una malformazione che rende i pollici eccessivamente corti). Al New York Times, ricordando quella pioggia di critiche, la Fox ha detto: «Ero in avanti sui tempi, fui rifiutata per via di qualità che oggi vengono lodate nelle donne che si stanno facendo avanti».
Eccola qui tutta l'ipocrisia di quello che sarebbe diventato il Me too. Un movimento di militanti che pretendono di atteggiarsi a perseguitate, ma che - diciamocela tutta - da Asia Argento a Oprah Winfrey, hanno beneficiato del «sistema Weinstein», per poi sacrificarlo all'uopo sull'altare di una caccia allo stregone, nutrita di delazioni e condanne comminate sui media. Con la sua intervista di ieri, se volessimo parafrasare Oscar Luigi Scalfaro, Megan Fox sembra aver chiosato: «A questo gioco al massacro, io non ci sto». Lei, che poteva diventare un'icona della rivalsa sugli uomini. Lei, che non è mai stata un modello di stabilità (soffre di disturbo ossessivo-compulsivo). Lei, che fu la prima a sfruttare la tv per denunciare una «sessualizzazione» (peraltro, avvenuta quando aveva 15 anni, non mentre era adulta e vaccinata). Lei, che nonostante si sia dichiarata molte volte priva di autostima e perseguitata da manie autolesioniste, ha un'immagine troppo strafottente per essere arruolata dalle femministe militanti. Lei, che dopo un passato controverso, ci regala anche un perla di saggezza, contro la tentazione della guerra tra sessi, spiegando che il suo rapporto con i figli si basa su un principio semplice: «Se loro si sentiranno al sicuro con la principale donna della loro vita, è probabile che si sentiranno al sicuro con le donne in generale». Una banalità. Che però il Me too non può tollerare.
Alessandro Rico
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In Inghilterra va in scena il delirio gender: corsi di «inclusione trans» rivolti agli alunni delle primarie e strane teorie sul ciclo: «Non solo le donne ce l'hanno».«Mi dicevano: sei bella, stai zitta». Megan Fox fustiga le femministe. Fa scalpore l'intervista del «New York Times» all'attrice americana, che svela l'ipocrisia del Me too: «Quando anni fa ho denunciato le molestie non mi hanno preso sul serio perché sfuggivo ai loro canoni».Lo speciale comprende due articoli.Secondo i dati diffusi qualche mese fa dal servizio sanitario britannico, il numero di bambini e ragazzini che mettono in discussione la propria identità sessuale è aumentato del 2000%. Nel 2009 i casi registrati furono 97. Nel 2017 si è arrivati alla cifra impressionante di 2.519. Sicuramente il clima più favorevole alle istanze Lgbt ha spinto qualcuno che prima teneva segreto il suo disagio a esporlo al pubblico. Ma è piuttosto evidente che pure il condizionamento sociale gioca un ruolo rilevante. Del resto, il martellamento sull'identità di genere è costante, sia da parte dei media che dell'industria dell'intrattenimento. Un esempio lampante è la miniserie televisiva britannica Butterfly, da ieri visibile anche in Italia sulla piattaforma Sky. Scritta e prodotta da Tony Marchant, racconta di un bambino di 11 anni di nome Max Duffy, il quale a un certo punto dichiara di sentirsi una ragazza. I suoi genitori, all'inizio riluttanti, in qualche modo accettano la situazione e lo assecondano. Max diventa Maxine, e comincia a utilizzare abiti femminili e trucchi. La serie è stata realizzata in collaborazione con un'associazione per i diritti transgender inglese chiamata Mermaid, e ha il chiaro intento di «combattere i pregiudizi» sulla transizione di genere anche in tenera età. Dopo tutto, come dicevamo, il fenomeno nel Regno Unito ha raggiunto proporzioni enormi. La sensazione, tuttavia, è che serie come Butterfly non si limitino a raccontarlo, ma in qualche modo lo favoriscano. A incentivarlo contribuiscono senz'altro iniziative come quella del consiglio cittadino di Brighton and Hove, la principale località costiera inglese. Nei giorni scorsi il consiglio ha approvato un documento che contiene una serie di linee guida riguardanti l'educazione sessuale per gli alunni delle scuole secondarie e primarie (sono compresi dunque anche i bambini delle elementari). Obiettivo del nuovo protocollo è la lotta alle discriminazioni e la corretta informazione sulle mestruazioni. Già: agli insegnanti viene spiegato come far sì che il ciclo non sia più uno «stigma sociale». Direte: non è mica un male spiegare ai ragazzini che le mestruazioni non sono un dramma o una mostruosità. Il problema è che, al solito, entra in gioco l'ideologia arcobaleno. Il risultato è stato descritto nei dettagli dalla stampa inglese. Il documento spiega, tra le altre cose, nel parlare di mestruazioni bisogna essere «inclusivi di tutti i generi, culture, fedi e orientamenti sessuali». Ad esempio, bisogna spiegare agli studenti che «le ragazze, le donne e altri hanno le mestruazioni». Sulle ragazze e le donne ci siamo, ma «gli altri»? In pratica, si sta raccontando ai ragazzini che anche i maschi possono avere il ciclo. «Crediamo che sia importante per tutti i generi», continua il documento, «essere in grado di imparare e parlare delle mestruazioni insieme. Il nostro approccio riconosce il fatto che alcune persone che hanno le mestruazioni sono trans o non binari». Nonostante il linguaggio sia confuso e ideologico, il senso è chiaro: se una ragazzina nasce femmina ma si dichiara maschio, assume un nome maschile e si presenta a scuola vestita come un ragazzo, avrà comunque le mestruazioni. Come possono gli insegnanti affrontare una situazione di questo tipo? Beh, secondo il consiglio cittadino di Brighton and Hove, il problema si risolve spiegando agli studenti che anche i maschi possono avere le mestruazioni, le quali devono essere «inclusive di tutti i generi». In più, ai docenti è stato consegnato un altro plico di fogli chiamato «Trans inclusion schools toolkit». Si tratta di un vademecum per aiutare maestri e professori a «trattare con sensibilità l'identità di genere». Ecco, forse adesso si capisce perché il numero di ragazzini transgender sia aumentato del 2000% nell'arco di una decina d'anni. Se a scuola ti insegnano che anche gli uomini possono avere il ciclo, se ti ripetono a ciclo continuo che l'identità sessuale dipende dalla «volontà» e dai desideri individuali, beh, forse la confusione aumenta. In aggiunta, gli insegnanti e persino le serie tv spiegano che è tutto normale, che è bello e grazioso nascere maschi ma «sentirsi» bambine. 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Intanto, ha dichiarato la Fox, «io non sono il martello universale della giustizia. Non credo che il mio lavoro consista nel punire qualcuno perché mi ha fatto del male». Una bella stoccata ai processi sommari innescati dalle femministe di Hollywood, che hanno portato a epurazioni illustri - e paradossali: basti pensare che tra i silurati c'è stato Kevin Spacey, per colpa di un presunto abuso sessuale ma a sfondo omoerotico. E poi, appunto, c'è la questione dell'empatia. Dell'abissale lontananza della Fox dal tipo di donna dimessa, riconvertita a look androgini tipo l'iniziatrice del Me too, Rose McGowan, Scarlett Johansson o Katy Perry. Il tipo di donna che si presenta come martire, tra contrite lagnanze e pubbliche accuse e che rappresenta il modello ideale di eroina-olocausto femminista. Megan Fox, invece, ha due «difetti» fondamentali: è troppo irrealmente bella e soprattutto è sempre apparsa spavalda. Le sue denunce contro il maschilismo del cinema, che oramai risalgono a quasi dieci anni fa, le aveva esternate quasi come battute da talk show piuttosto che come le confessioni di una donna distrutta dal maschio prepotente e violento. Pertanto, quando la Fox arrivò praticamente ad anticipare il Me too, le femministe la ricoprirono di insulti. Già, perché l'attrice nata nel Tennessee non è propriamente un'icona del trumpismo o una dichiarata simpatizzante del Partito repubblicano. Il 2009, anzi, fu per lei un anno mirabile che poteva consacrarla davvero quale icona femminista. Ad allora, infatti, risale il film horror Jennifer's body, in cui la Fox interpretava una cheerleader posseduta da un demone, che seduceva e poi uccideva brutalmente i suoi partner allo scopo di mantenersi attraente. Letteralmente una mangiatrice di uomini. In quello stesso periodo, l'attrice attaccò il regista di Transformers, Michael Bay, con un repertorio di accuse che oggi manderebbero le sacerdotesse del Me too in brodo di giuggiole. Lo paragonò ad Adolf Hitler, si lamentò che sul set lui se ne infischiasse delle sue doti recitative, limitandosi a chiederle di essere «bollente» e «sexy». E, soprattutto, denunciò di essere stata «sessualizzata» da Bay durante i provini per una precedente pellicola, Bad boys 2, quando il regista chiese all'allora quindicenne Megan di mettersi a lavare la sua Ferrari in modo lascivo e provocante, sebbene qualcuno gli avesse fatto notare che non era il caso di trattare così un'adolescente. All'epoca, però, il mondo femminista non reagì per niente bene. Il blog di area Zelda Lily definì la Fox «una sgualdrina ingrata» (l'insulto, invero, era un po' più volgare del già pesante «sgualdrina», ma noi vi risparmiamo la traduzione letterale). «Se qualcuno si fosse degnato di selezionare me tra centinaia di altre splendide attrici per recitare in un ruolo che mi avesse catapultato verso la fama», scrisse l'autrice del post, «oggi elogerei il film in lungo e in largo e mi metterei a stampare T shirt di Transformers». Quel ferocissimo articolo, a un certo punto, arrivava persino a deridere Megan Fox per la sua congenita brachidattilia (una malformazione che rende i pollici eccessivamente corti). Al New York Times, ricordando quella pioggia di critiche, la Fox ha detto: «Ero in avanti sui tempi, fui rifiutata per via di qualità che oggi vengono lodate nelle donne che si stanno facendo avanti». Eccola qui tutta l'ipocrisia di quello che sarebbe diventato il Me too. Un movimento di militanti che pretendono di atteggiarsi a perseguitate, ma che - diciamocela tutta - da Asia Argento a Oprah Winfrey, hanno beneficiato del «sistema Weinstein», per poi sacrificarlo all'uopo sull'altare di una caccia allo stregone, nutrita di delazioni e condanne comminate sui media. Con la sua intervista di ieri, se volessimo parafrasare Oscar Luigi Scalfaro, Megan Fox sembra aver chiosato: «A questo gioco al massacro, io non ci sto». Lei, che poteva diventare un'icona della rivalsa sugli uomini. Lei, che non è mai stata un modello di stabilità (soffre di disturbo ossessivo-compulsivo). Lei, che fu la prima a sfruttare la tv per denunciare una «sessualizzazione» (peraltro, avvenuta quando aveva 15 anni, non mentre era adulta e vaccinata). Lei, che nonostante si sia dichiarata molte volte priva di autostima e perseguitata da manie autolesioniste, ha un'immagine troppo strafottente per essere arruolata dalle femministe militanti. Lei, che dopo un passato controverso, ci regala anche un perla di saggezza, contro la tentazione della guerra tra sessi, spiegando che il suo rapporto con i figli si basa su un principio semplice: «Se loro si sentiranno al sicuro con la principale donna della loro vita, è probabile che si sentiranno al sicuro con le donne in generale». Una banalità. Che però il Me too non può tollerare. Alessandro Rico
Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Non gli bastano le centinaia di miliardi sborsati dall’Ue, macché: secondo quanto riferisce Politico.eu avrebbe chiesto ulteriori 20 miliardi di dollari. E stavolta li ha chiesti alla Nato. Proprio così. Venti miliardi cash che dovrebbero uscire dalle casse dell’Alleanza atlantica e finire diritti diritti all’esercito di Kiev, cessi d’oro permettendo. E a cosa serviranno questi soldi? A difendere la democrazia? Macché: ad attaccare la Russia. Sono gli stessi ucraini, alti funzionari della difesa, ad ammetterlo: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando, noi vogliamo che bruci ancor di più». Quindi la Nato paghi subito e senza fare storie perché, dicono, «la finestra di opportunità potrebbe chiudersi». Chiaro, no? Per non chiudere le finestre d’opportunità, bisogna aprire i portafogli.
Il Parlamento europeo ha calcolato che fra febbraio 2022 e febbraio 2026 nelle casse ucraine siano finiti circa 200 miliardi di euro. Di questi oltre 15 miliardi sono stati pagati dai cittadini italiani. Poi poche settimane fa, dopo un lungo tiramolla, c’è stato un ulteriore stanziamento di 90 miliardi di euro. Uno pensa: si accontenteranno. Invece no. Invece, come quei figli spendaccioni, che più gli aumenti la paghetta e più scialano, e non ne hanno mai abbastanza, Zelensky è tornato a bussare quattrini. Vuole 20 miliardi di dollari, cioè 17,3 miliardi di euro al cambio attuale. E stavolta li chiede alla Nato che ovviamente li chiederà agli Stati membri. Risultato: pagano sempre i cittadini. Compresi i cittadini italiani che già non sono felici di dover versare più soldi alla Nato (il famoso 5 per cento del Pil), mentre la sanità è a pezzi e le pensioni restano da fame. Se poi gli dici che devono dare ancor più soldi alla Nato per dare ancor più soldi a Zelensky, perché deve andare a bombardare Mosca, che diranno secondo voi?
Eppure stando alle indiscrezioni autorevolmente riportate da Politico.eu, sembra tutto apparecchiato. La proposta verrà ufficialmente presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come «formato Ramstein». E poi sarà discussa nel vertice dei leader della Nato che si terrà a luglio ad Ankara, al quale parteciperà il questuante Zelensky.
«A ciascun alleato verrà chiesto un contributo tra i 2 e i 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi», dicono gli alti funzionari ucraini aggiungendo, bontà loro, che «potrà trattarsi di aiuti o di prestiti». In pratica: i Paesi della Nato potranno scegliere se donare i soldi a fondo perduto o fingere che i soldi siano prestati, anche se non torneranno mai indietro. Non è meraviglioso? In compenso a Kiev sanno già come spenderli quei soldi, sempre al netto dei cessi d’oro, s’intende: acquisteranno «più droni, munizioni, apparecchiature per la guerra elettronica e soprattutto strumenti con capacità a lungo raggio». Ovvio: la Russia brucia, ora brucerà di più. E intanto bruciano anche un po’ dei nostri risparmi.
Comunque sembra tutto deciso. E, per portarsi avanti, ieri Zelensky ha annunciato aumenti di stipendio per i militari ucraini, che saranno operativi, retroattivamente, dal 1 giugno. Si alza il livello minimo della retribuzione, vengono «introdotti nuovi contratti molto più vantaggiosi» e anche premi di produzione legati al numero di combattimenti cui i soldati parteciperanno. In pratica più ne ammazzi, più bonus avrai in busta paga. «L’Ucraina ha le risorse per aumentare gli stipendi nelle Forze armate», ha annunciato trionfante Zelensky con apposito video. Dimenticando di dire che quelle risorse l’Ucraina ce l’ha perché gliele abbiamo gentilmente offerte noi…
Ora però non resta che aspettare il momento in cui i Paesi Nato gli offriranno il resto. E sarà bello sentire come lo spiegheranno ai loro cittadini: scusate, cari italiani, lo sappiamo che abbiamo già dato una barcata di miliardi a quel signore di Kiev, lo sappiamo che grazie ai nostri soldi lui può fare contratti vantaggiosi ai militari ucraini mentre gli stipendi nostri continuano a essere miseri, lo sappiamo che abbiamo già applicato venti pacchetti di sanzioni alla Russia che hanno fatto più male a noi che a loro, lo sappiamo che, come Ue, abbiamo appena stanziato 90 miliardi per sostenere gli eroici combattenti ucraini, ma adesso, scusateci, dobbiamo aggiungerne un’altra ventina, tutti insieme, e a noi italiani ne toccano non meno di due. Abbiate pazienza, ma così va il mondo oggi: lacrime, sangue e oro a Kiev. Non siete contenti? Lo sappiamo. Ma già che ci siamo vorremmo farvi una confidenza: sapete quello che vi abbiamo sempre detto, cioè che i vostri soldi servono per difendere l’Ucraina? Ecco: non è così. Quei soldi oggi non servono per difendere l’Ucraina: servono per attaccare la Russia. Dunque pagate e bombardate con noi: è il momento del lungo raggio, non del braccio corto.
Eppure vi ricordate quanta prudenza c’era all’inizio della guerra, quando cominciarono i primi finanziamenti all’Ucraina? «Daremo solo armi difensive», si diceva. Poi dopo un po’ la correzione: no, daremo anche armi offensive, ma solo leggere. Poi: no, daremo armi offensive e anche pesanti. Cioè i carri armati. Poi anche i super carri armati. Poi i missili a corto raggio. Poi a medio raggio. Poi a lungo raggio e pure i caccia. Ora si arriva direttamente al finanziamento Nato per «far bruciare la Russia». In pratica: si trascina la Nato in guerra per interposto quattrino. Non è uno scherzo: passo dopo passo ci siamo arrivati. Se la richiesta sarà avanzata e accettata, in effetti, la Nato parteciperà di fatto all’attacco alla Russia, in modo esplicito, senza per altro che una dichiarazione di guerra sia mai stata presentata e votata dai Parlamenti degli stati membri. Il prossimo che dice che così difendiamo la democrazia merita altri 20 miliardi. Ma di calci nel sedere.
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Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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