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I 35 minuti che salvarono Roma dai Giochi

Fine dei Giochi. Virginia Raggi ha detto no alle Olimpiadi del mattone, no agli affari delle lobby, no allo sport utilizzato come pretesto per nuove colate di cemento sulla città.

Altro che pressione dei poteri forti, è un no forte e chiaro quello della sindaca alla candidatura di Roma ai Giochi 2024 e lo dice in una conferenza stampa, affollatissima, al fianco del suo vice Frongia, senza averne parlato prima con Giovanni Malagò, con cui aveva un appuntamento, «bucato». Mister Coni, infatti, ha abbandonato il Campidoglio piuttosto irritato dopo 35 minuti di attesa (ma quale sindaco è mai stato puntuale?) e addio tregua olimpica e diplomatica. Un ritardo che salva Roma anche se l'incontro non avrebbe sortito una scelta diversa tant'è che la Raggi ha ribadito la sua posizione già nota fin dalla campagna elettorale: «Non abbiamo mai cambiato idea, l'abbiamo rafforzata. È da irresponsabili dire sì a questa candidatura. Ci viene chiesto di fare altri debiti, noi non ce la sentiamo». E quel «noi» per Virginia sono i romani, perché dopo che il Pd ha trasformato il ballottaggio in un referendum, i cittadini, ben 800 mila, scegliendo lei hanno già scelto di non candidare Roma alle Olimpiadi 2024 e perché «i soldi da investire sono quelli dei romani, su progetti lontani dai loro interessi».

La Raggi, sorridente e poco tecnica, ha utilizzato le slide per illustrare i numeri e le immagini degli sprechi, a cominciare dalla Vela di Calatrava, a Tor Vergata, progettata per i Mondiali di nuoto del 2009 ed oggi uno scheletro abbandonato, piscine costruite con muri storti inutilizzabili mentre la Capitale paga ancora il mutuo, senza dimenticare che «all'interno della gestione commissariale, un miliardo di euro di debiti derivano ancora dalle Olimpiadi 1960».

Insomma più che «cinque cerchi» un assegno in bianco per un progetto non sostenibile che porterebbe debiti certi e investimenti incerti e che la Raggi non intende firmare. Anche perché, basta guardare le altre edizioni, i costi lievitano sempre rispetto a quelli preventivati. E non manca l'affondo politico contro l'ex premier Monti: «Quando fu lui a dire no, la sua posizione fu considerata responsabile, ora con i dati macroeconomici sono peggiorati le Olimpiadi sono diventate un affare». E, sottolinea ridendo la Raggi, che di questa scelta si parlò «venti minuti, dichiarazione di Monti compresa». Danno d'immagine ed erariale per il no dopo che la candidatura era stata annunciata dallo stesso Renzi nel lontano dicembre 2014? Virginia non ha un'esitazione: «I danni erariali li paghiamo per le incompiute degli eventi del passato, per quello d'immagine non siamo soli, ci sono Amburgo, Boston, Madrid che come noi non se la sentono di ipotecare il futuro dei cittadini».

Dire no alle Olimpiadi per la pentastellata è dire sì allo sport, fondamentale per la qualità della vita dei cittadini, sì ad impianti comunali funzionanti e accessibili a tutti.

La prossima settimana il consiglio comunale voterà la mozione per il ritiro ufficiale della candidatura. Malagò intanto aspetta l'amico Renzi di ritorno dagli Usa, per andare avanti con la candidatura, bypassando la sindaca della Capitale e per trasformare un sogno in un incubo per i romani.

La Groenlandia mugugna. Intanto Trump intasca accesso totale e basi militari
Donald Trump (Ansa)
  • Le indiscrezioni sull’accordo prevedono truppe in loco e il diritto di estrarre terre rare, escludendo Russia e Cina. Malumori di Nielsen e Frederiksen: «Sovranità intoccabile»
  • Già un anno fa, il governo dell’isola informava della necessità di capitali per sviluppare l’estrazione mineraria. L’intervento americano è provvidenziale, vista la sonnolenza di Bruxelles e Biden davanti all’avanzata di Xi.

Lo speciale contiene due articoli

Continua a tenere banco l’accordo in via di definizione sulla Groenlandia. Donald Trump punta a far sì che questa intesa, annunciata mercoledì sera, possa consentire a Washington di conseguire i suoi obiettivi strategici nell’Artico. «Se questo accordo andrà in porto, e il presidente Trump ne è molto fiducioso, gli Stati Uniti raggiungeranno tutti i loro obiettivi strategici riguardo alla Groenlandia a costi contenuti», ha affermato ieri la Casa Bianca. «Il presidente Trump sta dimostrando ancora una volta di essere un vero negoziatore. Non appena i dettagli saranno definiti, saranno resi noti», ha aggiunto.

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Ue umiliata anche dall’ingrato Zelensky. «Divisa e passiva, Mosca sta vincendo»
Ansa
L’affondo da Davos: «Perché Putin è ancora a piede libero?». Oggi ad Abu Dhabi il primo trilaterale Ucraina-Russia-Usa.

L’Europa, dopo essere stata strigliata dal presidente americano Donald Trump, è finita nel mirino anche del leader di Kiev, Volodymyr Zelensky.

«È smarrita, frammentata, non agisce come una grande potenza», ha detto il presidente ucraino dal palco del World economic forum a Davos, divenuto ormai la sede per esporre senza mezzi termini la debolezza dell’Ue. Per gran parte del suo discorso, avvenuto poco dopo l’incontro con il tycoon, Zelensky ha criticato l’immobilità dei suoi alleati più stretti, avvertendo che «Trump non ascolterà questo tipo di Europa». «Un anno fa a Davos ho terminato il mio discorso dicendo che l’Europa deve sapere come difendersi», ma dopo 12 mesi «non è cambiato nulla». E ha quindi passato in rassegna le questioni più delicate in cui i partner europei non hanno brillato per incisività: dalla Groenlandia all’Iran, dalle spese militari alle misure poco efficaci contro la Russia.

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L'Esercito riceve i nuovi sistemi di difesa aerea
Il sistema SAMP/T (NG) presentato alla caserma Santa Barbara di Sabaudia (Esercito Italiano)

SAMP/T New Generation e GRIFO per potenziare le capacità di contrasto delle moderne minacce provenienti dalla terza dimensione. Lo «scudo spaziale italiano» contro missili balistici, droni, aerei ed elicotteri.

L'articolo contiene una gallery fotografica.

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L’asse Roma-Berlino punta a cambiare l'Ue e isolare Macron
Giorgia Meloni e Friedrich Merz (Ansa)
Merz a Davos: «Cambiamo l’Europa con la Meloni, ho sentito anche Draghi». Priorità: eliminare la burocrazia dell’Ue. La stampa tedesca già dà il benservito a Macron: «Leader di ieri». Da noi, invece, il nuovo mito è il canadese Mark Carney. Cavallo di Troia dei cinesi.

Elaborare «nuove idee» per cambiare l’Europa con Giorgia Meloni. Dal palco di Davos, Friedrich Merz conferma che gli stravolgimenti sullo scacchiere stanno ridisegnando anche i rapporti di forza all’interno dell’Ue: l’alchimia tra Francia e Germania si è guastata e, al suo posto, si va consolidando un asse Roma-Berlino. Qualunque riferimento a fatti e persone del passato magari è fuori luogo, ma non è casuale, perché nel Vecchio continente le direttrici sono sempre quelle: quando l’Italia si avvicina ai teutonici, i transalpini guardano al di là della Manica. Come ha fatto con l’iniziativa dei volenterosi Emmanuel Macron, che la Süddeutsche Zeitung dà per finito («era ieri», lo dileggia il giornale). Certo, l’intesa con Londra non è lineare: il Regno Unito mantiene una posizione critica verso Donald Trump, ma non ha alcuna intenzione di passare allo scontro frontale, seguendo il top gun dell’Eliseo.

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