Hormuz bancomat di Teheran. Con i pedaggi sarà l’Europa a pagare il conto del conflitto
La guerra è finita. Forse. Stati Uniti e Iran hanno concordato un cessate il fuoco provvisorio di due settimane, ponendo fine a sei settimane di conflitto. Chi si aspetta che le acque dello Stretto tornassero presto a essere quelle di prima, silenziosamente attraversate ogni giorno da oltre 100 petroliere e navi cargo senza chiedere il permesso a nessuno, si prepari però a cambiare idea.
Anche nell’ipotesi più ottimistica, ovvero che l’accordo regga e le navi riprendano a transitare senza incidenti, il mercato dell’energia porterà i segni di questa crisi per mesi. QatarEnergy ha già dichiarato che potrebbero volerci cinque anni per ricostituire la propria capacità produttiva, rinviando anche l’espansione del giacimento North Field per il gas naturale liquefatto. Diversi impianti di raffinazione e di estrazione nella penisola arabica hanno subito danni che richiedono tempo per essere riparati. Il jet fuel, in particolare, sarà scarso ancora per settimane.
Ma il problema più duraturo riguarda chi deciderà di mandare le proprie navi attraverso lo Stretto di Hormuz, ora che sa cosa può succedere. Il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha detto ieri che il transito sicuro attraverso Hormuz «sarà possibile attraverso il coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo debitamente conto delle limitazioni tecniche». Considerato che prima del 28 febbraio non c’era bisogno di tutto ciò, appare chiaro che si va verso un controllo iraniano sullo Stretto. L’Iran, sempre ieri, a scanso di equivoci, ha avvisato le navi ancorate nel Golfo (centinaia) che chi vuole transitare deve ricevere l’autorizzazione di Teheran, altrimenti sarà considerato un bersaglio.
Donald Trump non ha reagito negativamente alla presa di posizione di Teheran, anzi ha raddoppiato. In alcune dichiarazioni, riprendendo quella che lunedì scorso sembrava solo una battuta, il presidente americano ha affermato che gli Stati Uniti potrebbero inaugurare un sistema di pedaggi gestito insieme da Washington e Teheran. Nei giorni scorsi circolavano ipotesi di una gabella di un dollaro per ogni barile di petrolio. Lo Stretto sarebbe assimilato a un casello autostradale, insomma. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stabilisce che nessun onere può essere imposto alle navi straniere per il solo fatto di attraversare il mare territoriale di un Paese. Però, come fa notare qualche osservatore, né l’Iran né gli Stati Uniti hanno ratificato quella convenzione, sulla cui reale portata è comunque lecito nutrire qualche dubbio. Il Bosforo è regolato dalla Turchia e la Danimarca riscuote tariffe per il «pilotaggio» (obbligatorio per le petroliere) tra gli isolotti delle sue acque territoriali. Lo Stretto di Hormuz potrebbe diventare qualcosa di simile, un passaggio formalmente libero ma soggetto a un certo controllo.
Di certo cambia, e molto, l’atteggiamento dell’Iran rispetto alla propria valenza strategica. La capacità di bloccare il passaggio di un quinto delle forniture mondiali di petrolio e Gnl era solo teorica fino al 28 febbraio scorso. Teheran non sapeva se sarebbe stata in grado di tenere chiuso davvero lo Stretto, per quanto tempo, con quali conseguenze. Ora lo sa, avendo attivato un semplice deterrente. In effetti non serve affondare le navi, è sufficiente la minaccia credibile di poterlo fare.
Se Usa e Iran troveranno un accordo sui pedaggi, e ciò allo stato è molto probabile, avremo una nuova realtà. Non è detto, però, che una tale stabilizzazione dello Stretto stia bene a tutti. Anzi, colpiti pesantemente da quanto è accaduto, i Paesi del Golfo Persico (Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Iraq, Qatar e Bahrein) stanno già pensando di investire con urgenza in nuovi oleodotti per evitare lo Stretto, rotte alternative, infrastrutture ridondanti. È possibile quindi che lo Stretto di Hormuz perda gradualmente importanza, come ha anticipato un commento del Wall Street Journal martedì scorso. Il momento della massima rilevanza di Hormuz potrebbe coincidere con l’inizio del suo declino come via strategica (salvo attentati a qualche tubo di bypass, naturalmente).
E la Cina? Nonostante si pensi il contrario, per Pechino l’Iran non è un partner cruciale, visto che nel 2025 il greggio iraniano rappresentava circa il 13% delle importazioni cinesi di petrolio via mare, con una media 1,4 milioni di barili al giorno, quantità non insostituibile. Assai più importanti sono gli altri Paesi del Golfo, da cui Pechino compra molto petrolio e dove sono investiti complessivamente oltre 200 miliardi di dollari. Ma la crisi di Hormuz ha rafforzato il convincimento cinese che sia necessario raggiungere al più presto l’indipendenza energetica. Dunque, accelerazione degli investimenti su carbone, rinnovabili, nucleare e grande impulso all’estrazione nazionale di gas, anche shale utilizzando nuove tecniche. Il fronte iraniano ha distratto Washington dall’Indo Pacifico e l’ha costretta a spendere decine di miliardi di dollari per sei settimane di bombardamenti.
In tutto ciò, il vaso di coccio è ancora una volta l’Europa, incapace di qualsiasi azione unitaria e balbettante sul fronte energetico. Tra nuovi pedaggi, scarsità temporanea, aumento dei costi di assicurazione e di trasporto, a pagare il conto del nuovo assetto nel Golfo saranno proprio i Paesi europei, i cui cittadini sono vittime del meccanismo perverso della globalizzazione. La sicurezza energetica europea richiede ridondanza, rotte alternative, diversificazione, riserve strategiche, infrastrutture di backup. Tutto questo ha un costo, che per decenni si è scelto di non pagare, perché tenere bassi i prezzi era funzionale al contenimento dei salari, necessario per competere sui mercati globali. È il paradigma europeo che si salda a quello della globalizzazione. Ne discende che per avere un sistema energetico sicuro occorre che i redditi crescano, poiché sposare il paradigma «bassi costi per bassi prezzi per bassi salari» significa restare esposti a qualunque shock prossimo venturo, causando soltanto impoverimento e aumento delle rendite di posizione.






