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2023-10-12
Hamas sotto attacco totale di Israele. 300.000 soldati pronti all’invasione
Getty Images
L’assedio totale di Israele a Gaza prosegue senza sosta, la risposta ai terribili crimini di Hamas si abbatte sull’intera popolazione della Striscia, mentre 300.000 riservisti si preparano a dare il via a una invasione che si annuncia un terribile bagno di sangue.
La Striscia è senza elettricità: secondo il locale ministero dell’Energia, a quanto riporta The Times of Israel, ieri l’unica centrale elettrica di Gaza è rimasta senza carburante dopo che Israele ha tagliato le forniture. L’impianto è stato quindi costretto a chiudere e la fornitura di energia elettrica nel territorio è assicurata dai soli generatori.
Un nuovo lancio di razzi è partito da Gaza verso il centro di Israele, compresa la zona larga di Tel Aviv, mentre altri missili di Hamas hanno colpito l’ospedale di Ashkelon, non lontano dalla Striscia di Gaza. Hamas e la jihad islamica hanno annunciato nuovi attacchi missilistici su Israele, che sta bombardando la città palestinese «su scala senza precedenti», come ha riferito il generale Omer Tishler, capo di staff dell’aviazione militare. «Stiamo attaccando la Striscia con questa modalità», ha precisato Tishler, «perché quello che accade qui è qualcosa che non è mai accaduto prima. C’è un nemico che tira razzi e attacca la popolazione civile. Gli attacchi non saranno chirurgici». Per quel che riguarda l’attacco israeliano all’università islamica a Gaza, Tishler ha detto che l’ateneo «era usato come centro di addestramento per operativi militari dell’intelligence e per lo sviluppo della produzione di armi». Mentre l’aviazione annuncia: «Colpiremo Gaza su scala senza precedenti».
L’esercito israeliano, in vista della annunciata invasione, afferma che circa 300.000 soldati sono attualmente di stanza vicino alla Striscia di Gaza. «In queste zone vicine alla Striscia», ha spiegato in un video pubblicato su X il portavoce delle Forze di difesa israeliane (Idf) Jonathan Conricus, «abbiamo inviato e schierato la nostra fanteria, i nostri soldati corazzati, il nostro corpo di artiglieria e molti altri soldati delle riserve: 300.000 in tutto, per garantire che Hamas, alla fine di questa guerra non avrà alcuna capacità militare con cui minacciare o uccidere i civili israeliani».
A quanto apprendiamo da fonti di intelligence, l’obiettivo di Israele è quello di eliminare tutti i leader delle fazioni palestinesi e allo stesso tempo mettere a punto le attività connesse all’avvio dell’operazione di terra: sarebbero già stati eliminati almeno quattro parenti stretti di Mohammad Deif (Abu Khalid), comandante dell’ala militare di Hamas, le Brigate Ez-el-din Qassam, in un attacco attacco israeliano contro la casa del padre di Deif nell’area di Qizan al-Najar, a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza meridionale. I morti sarebbero il fratello maggiore di Deif, Abdul-Fattah; il figlio di Abdul-Fattah, Midhat, il nipote Bara e la nipote Hala. Il lancio di razzi dal Libano e i colpi di mortaio dalla Siria in direzione del territorio settentrionale sarebbero il prologo all’apertura di altri due veri e propri fronti di guerra per Israele, non appena scatterà l’invasione di terra a Gaza.
Dall’inizio delle operazioni, le forze armate israeliane hanno colpito un totale di 2.250 obiettivi delle fazioni palestinesi nella Striscia, distruggendo totalmente almeno 170 tra torri e strutture residenziali e almeno 1.000 abitazioni. Sono state danneggiate parzialmente più di 12.000 unità immobiliari di ogni genere, comprese 48 scuole, dieci strutture sanitarie e sette ospedali. A ieri il bilancio delle vittime palestinesi in seguito ai bombardamenti ammontava a 830 morti e 4.250 feriti; le vittime israeliane erano arrivate a 1.200, con almeno 2.900 feriti.
Ieri pomeriggio, sempre secondo le stesse fonti consultate dalla Verità, in varie chat arabofone schierate con i palestinesi, è stato riportato e diffuso un appello del gruppo palestinese Arin al-Aswad (la tana dei Leoni) che esortano i simpatizzanti della causa palestinese a scendere in piazza e compiere azioni in solidarietà al popolo di Gaza. Il gruppo negli ultimi mesi, ha attratto simpatizzanti anche tra le fasce giovanili della comunità palestinese in Italia, ed è monitorato da polizia e intelligence, e il suo appello recita testualmente: «Vi invitiamo, in nome dell’orgogliosa Gaza, a scendere in piazza, uomini, donne e anziani, esattamente alle cinque di sera (di ieri, ndr), in macchina, in bicicletta o a piedi. A marciare in ogni luogo di scontro con l’occupazione, muovetevi con le vostre bottiglie incendiarie, con le vostre pietre e con le vostre armi». L’appello è rivolto in particolare a chi si trova nelle zone della guerra, ma non si può escludere che simpatizzanti del gruppo possano decidere di attivarsi autonomamente per la causa anche in altre aree geografiche, Europa inclusa.
L’Onu interviene con vigore sull’assedio totale imposto a Gaza da Israele: «Il personale delle Nazioni Unite», ha detto ieri il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, «lavora 24 ore su 24 per sostenere la popolazione di Gaza. Occorre consentire l’ingresso a Gaza di beni essenziali salvavita, tra cui carburante, cibo e acqua. Abbiamo bisogno di un accesso umanitario rapido e senza ostacoli. Ora». «I civili devono essere protetti», ha detto Stephane Dujarric, portavoce del segretario generale Onu, «non vogliamo vedere esodi di massa da parte di abitanti di Gaza, che sono già stati sradicati da altri posti».
Libano, scatta il falso allarme droni
Il fronte libanese si surriscalda e, secondo le nostre fonti, in caso di invasione di terra a Gaza il movimento politico-militare Hezbollah potrebbe scatenare una vera e propria guerra contro Israele. Ieri ci sono stati altri scambi di colpi tra esercito di Tel Aviv e Hezbollah al confine tra Israele e Libano: smentite le voci di un’infiltrazione di miliziani a bordo di droni e deltaplani, ma la situazione è rimasta tesa. I caccia israeliani hanno attaccato un sito di osservazione di Hezbollah all’interno del territorio del Libano in risposta a un nuovo attacco missilistico da parte del movimento sciita, che secondo la stessa Hezbollah era stato a sua volta la rappresaglia per l’uccisione di tre dei suoi combattenti. Tre libanesi, stando a quanto riferito dall’emittente panaraba di proprietà saudita Al Arabiya, sarebbero stati feriti. Ai residenti di ampie zone del Nord di Israele è stato intimato di entrare immediatamente nei rifugi, mentre dal Sud, ovvero dal confine con Israele, migliaia di libanesi stanno scappando verso Beirut e altre città. L’ex capo di Hamas, Khaled Meshaal, ha rivolto ieri un appello a tutto il mondo musulmano a scendere in strada venerdì prossimo dopo la preghiera per manifestare sostegno ai palestinesi e affinché i popoli dei Paesi vicini si uniscano contro Israele. «È necessario», ha detto Meshaal, «andare nelle piazze del mondo arabo e islamico venerdì, e i popoli di Giordania, Siria, Libano ed Egitto hanno il dovere più grande di sostenere i palestinesi, perché i confini sono vicini a voi». «Sarà decisiva», ha annunciato l’emittente televisiva Al Manar, filo-iraniana e vicina a Hezbollah, «la risposta del partito sciita libanese filo-iraniano Hezbollah agli attacchi israeliani contro il Libano e la sicurezza del suo popolo». La Casa Bianca segue da vicino gli sviluppi al confine tra Israele e Libano, ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, John Kirby, durante un’intervista sul canale televisivo Msnbc: quanto accade, ha osservato Kirby, «è preoccupante». Hezbollah, il Partito di Dio, ricordiamolo, è un partito armato libanese filo-iraniano. È nato in seguito all’occupazione israeliana del Sud del Libano, durata dal 1978 al 2000, fa parte delle istituzioni, ha vari ministri nel governo libanese, ed esprime sindaci in tutto il Paese. La presenza di una portaerei americana in zona è stata commentata aspramente dal movimento: «Il popolo libanese e le sue fazioni», ha fatto sapere ieri Hezbollah attraverso un comunicato riportato dall’Adnkronos, «non temono l’invio di portaerei in Medio Oriente da parte di Washington: siamo pronti a combattere fino alla vittoria finale e al raggiungimento della completa liberazione». Il gruppo filoiraniano libanese ha aggiunto di non essere sorpreso dall’iniziativa americana, visto che gli Stati Uniti sono «complici dell’aggressione sionista e pienamente responsabili delle uccisioni, dei crimini, degli assedi, delle distruzioni di case e degli orribili massacri perpetrati ai danni di civili indifesi, inclusi bambini, donne e anziani». Al confine tra Libano e Israele opera la missione dell’Onu Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon)., della quale fanno parte anche militari italiani: «La situazione è di attesa», ha detto il portavoce di Unifil, Andrea Tenenti all’Adnkronos, «e al momento di stabile instabilità. Ci sono stati dei lanci di razzi da parte libanese verso Israele che ha risposto al fuoco in diverse parti del Sud del Libano. Noi ci siamo adoperati per parlare sia con l’esercito libanese che israeliano».
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L’esercito: «Azioni su Gaza senza precedenti, non saranno chirurgiche». Eliminati i parenti di un leader dei miliziani, che intanto bombardano Tel Aviv. La Striscia è al buio. Appelli agli arabi: «Scendete in piazza». Si surriscalda il secondo fronte, tra scambi di colpi e rappresaglie. Hezbollah preparala sfida finale e i civili scappano nei rifugi. Casa Bianca: «Situazione preoccupante». Lo speciale contiene due articoli. L’assedio totale di Israele a Gaza prosegue senza sosta, la risposta ai terribili crimini di Hamas si abbatte sull’intera popolazione della Striscia, mentre 300.000 riservisti si preparano a dare il via a una invasione che si annuncia un terribile bagno di sangue. La Striscia è senza elettricità: secondo il locale ministero dell’Energia, a quanto riporta The Times of Israel, ieri l’unica centrale elettrica di Gaza è rimasta senza carburante dopo che Israele ha tagliato le forniture. L’impianto è stato quindi costretto a chiudere e la fornitura di energia elettrica nel territorio è assicurata dai soli generatori. Un nuovo lancio di razzi è partito da Gaza verso il centro di Israele, compresa la zona larga di Tel Aviv, mentre altri missili di Hamas hanno colpito l’ospedale di Ashkelon, non lontano dalla Striscia di Gaza. Hamas e la jihad islamica hanno annunciato nuovi attacchi missilistici su Israele, che sta bombardando la città palestinese «su scala senza precedenti», come ha riferito il generale Omer Tishler, capo di staff dell’aviazione militare. «Stiamo attaccando la Striscia con questa modalità», ha precisato Tishler, «perché quello che accade qui è qualcosa che non è mai accaduto prima. C’è un nemico che tira razzi e attacca la popolazione civile. Gli attacchi non saranno chirurgici». Per quel che riguarda l’attacco israeliano all’università islamica a Gaza, Tishler ha detto che l’ateneo «era usato come centro di addestramento per operativi militari dell’intelligence e per lo sviluppo della produzione di armi». Mentre l’aviazione annuncia: «Colpiremo Gaza su scala senza precedenti». L’esercito israeliano, in vista della annunciata invasione, afferma che circa 300.000 soldati sono attualmente di stanza vicino alla Striscia di Gaza. «In queste zone vicine alla Striscia», ha spiegato in un video pubblicato su X il portavoce delle Forze di difesa israeliane (Idf) Jonathan Conricus, «abbiamo inviato e schierato la nostra fanteria, i nostri soldati corazzati, il nostro corpo di artiglieria e molti altri soldati delle riserve: 300.000 in tutto, per garantire che Hamas, alla fine di questa guerra non avrà alcuna capacità militare con cui minacciare o uccidere i civili israeliani».A quanto apprendiamo da fonti di intelligence, l’obiettivo di Israele è quello di eliminare tutti i leader delle fazioni palestinesi e allo stesso tempo mettere a punto le attività connesse all’avvio dell’operazione di terra: sarebbero già stati eliminati almeno quattro parenti stretti di Mohammad Deif (Abu Khalid), comandante dell’ala militare di Hamas, le Brigate Ez-el-din Qassam, in un attacco attacco israeliano contro la casa del padre di Deif nell’area di Qizan al-Najar, a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza meridionale. I morti sarebbero il fratello maggiore di Deif, Abdul-Fattah; il figlio di Abdul-Fattah, Midhat, il nipote Bara e la nipote Hala. Il lancio di razzi dal Libano e i colpi di mortaio dalla Siria in direzione del territorio settentrionale sarebbero il prologo all’apertura di altri due veri e propri fronti di guerra per Israele, non appena scatterà l’invasione di terra a Gaza. Dall’inizio delle operazioni, le forze armate israeliane hanno colpito un totale di 2.250 obiettivi delle fazioni palestinesi nella Striscia, distruggendo totalmente almeno 170 tra torri e strutture residenziali e almeno 1.000 abitazioni. Sono state danneggiate parzialmente più di 12.000 unità immobiliari di ogni genere, comprese 48 scuole, dieci strutture sanitarie e sette ospedali. A ieri il bilancio delle vittime palestinesi in seguito ai bombardamenti ammontava a 830 morti e 4.250 feriti; le vittime israeliane erano arrivate a 1.200, con almeno 2.900 feriti.Ieri pomeriggio, sempre secondo le stesse fonti consultate dalla Verità, in varie chat arabofone schierate con i palestinesi, è stato riportato e diffuso un appello del gruppo palestinese Arin al-Aswad (la tana dei Leoni) che esortano i simpatizzanti della causa palestinese a scendere in piazza e compiere azioni in solidarietà al popolo di Gaza. Il gruppo negli ultimi mesi, ha attratto simpatizzanti anche tra le fasce giovanili della comunità palestinese in Italia, ed è monitorato da polizia e intelligence, e il suo appello recita testualmente: «Vi invitiamo, in nome dell’orgogliosa Gaza, a scendere in piazza, uomini, donne e anziani, esattamente alle cinque di sera (di ieri, ndr), in macchina, in bicicletta o a piedi. A marciare in ogni luogo di scontro con l’occupazione, muovetevi con le vostre bottiglie incendiarie, con le vostre pietre e con le vostre armi». L’appello è rivolto in particolare a chi si trova nelle zone della guerra, ma non si può escludere che simpatizzanti del gruppo possano decidere di attivarsi autonomamente per la causa anche in altre aree geografiche, Europa inclusa.L’Onu interviene con vigore sull’assedio totale imposto a Gaza da Israele: «Il personale delle Nazioni Unite», ha detto ieri il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, «lavora 24 ore su 24 per sostenere la popolazione di Gaza. Occorre consentire l’ingresso a Gaza di beni essenziali salvavita, tra cui carburante, cibo e acqua. Abbiamo bisogno di un accesso umanitario rapido e senza ostacoli. Ora». «I civili devono essere protetti», ha detto Stephane Dujarric, portavoce del segretario generale Onu, «non vogliamo vedere esodi di massa da parte di abitanti di Gaza, che sono già stati sradicati da altri posti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hamas-sotto-attacco-totale-2665903136.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="libano-scatta-il-falso-allarme-droni" data-post-id="2665903136" data-published-at="1697093807" data-use-pagination="False"> Libano, scatta il falso allarme droni Il fronte libanese si surriscalda e, secondo le nostre fonti, in caso di invasione di terra a Gaza il movimento politico-militare Hezbollah potrebbe scatenare una vera e propria guerra contro Israele. Ieri ci sono stati altri scambi di colpi tra esercito di Tel Aviv e Hezbollah al confine tra Israele e Libano: smentite le voci di un’infiltrazione di miliziani a bordo di droni e deltaplani, ma la situazione è rimasta tesa. I caccia israeliani hanno attaccato un sito di osservazione di Hezbollah all’interno del territorio del Libano in risposta a un nuovo attacco missilistico da parte del movimento sciita, che secondo la stessa Hezbollah era stato a sua volta la rappresaglia per l’uccisione di tre dei suoi combattenti. Tre libanesi, stando a quanto riferito dall’emittente panaraba di proprietà saudita Al Arabiya, sarebbero stati feriti. Ai residenti di ampie zone del Nord di Israele è stato intimato di entrare immediatamente nei rifugi, mentre dal Sud, ovvero dal confine con Israele, migliaia di libanesi stanno scappando verso Beirut e altre città. L’ex capo di Hamas, Khaled Meshaal, ha rivolto ieri un appello a tutto il mondo musulmano a scendere in strada venerdì prossimo dopo la preghiera per manifestare sostegno ai palestinesi e affinché i popoli dei Paesi vicini si uniscano contro Israele. «È necessario», ha detto Meshaal, «andare nelle piazze del mondo arabo e islamico venerdì, e i popoli di Giordania, Siria, Libano ed Egitto hanno il dovere più grande di sostenere i palestinesi, perché i confini sono vicini a voi». «Sarà decisiva», ha annunciato l’emittente televisiva Al Manar, filo-iraniana e vicina a Hezbollah, «la risposta del partito sciita libanese filo-iraniano Hezbollah agli attacchi israeliani contro il Libano e la sicurezza del suo popolo». La Casa Bianca segue da vicino gli sviluppi al confine tra Israele e Libano, ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, John Kirby, durante un’intervista sul canale televisivo Msnbc: quanto accade, ha osservato Kirby, «è preoccupante». Hezbollah, il Partito di Dio, ricordiamolo, è un partito armato libanese filo-iraniano. È nato in seguito all’occupazione israeliana del Sud del Libano, durata dal 1978 al 2000, fa parte delle istituzioni, ha vari ministri nel governo libanese, ed esprime sindaci in tutto il Paese. La presenza di una portaerei americana in zona è stata commentata aspramente dal movimento: «Il popolo libanese e le sue fazioni», ha fatto sapere ieri Hezbollah attraverso un comunicato riportato dall’Adnkronos, «non temono l’invio di portaerei in Medio Oriente da parte di Washington: siamo pronti a combattere fino alla vittoria finale e al raggiungimento della completa liberazione». Il gruppo filoiraniano libanese ha aggiunto di non essere sorpreso dall’iniziativa americana, visto che gli Stati Uniti sono «complici dell’aggressione sionista e pienamente responsabili delle uccisioni, dei crimini, degli assedi, delle distruzioni di case e degli orribili massacri perpetrati ai danni di civili indifesi, inclusi bambini, donne e anziani». Al confine tra Libano e Israele opera la missione dell’Onu Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon)., della quale fanno parte anche militari italiani: «La situazione è di attesa», ha detto il portavoce di Unifil, Andrea Tenenti all’Adnkronos, «e al momento di stabile instabilità. Ci sono stati dei lanci di razzi da parte libanese verso Israele che ha risposto al fuoco in diverse parti del Sud del Libano. Noi ci siamo adoperati per parlare sia con l’esercito libanese che israeliano».
Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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