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2023-10-12
Hamas sotto attacco totale di Israele. 300.000 soldati pronti all’invasione
Getty Images
L’assedio totale di Israele a Gaza prosegue senza sosta, la risposta ai terribili crimini di Hamas si abbatte sull’intera popolazione della Striscia, mentre 300.000 riservisti si preparano a dare il via a una invasione che si annuncia un terribile bagno di sangue.
La Striscia è senza elettricità: secondo il locale ministero dell’Energia, a quanto riporta The Times of Israel, ieri l’unica centrale elettrica di Gaza è rimasta senza carburante dopo che Israele ha tagliato le forniture. L’impianto è stato quindi costretto a chiudere e la fornitura di energia elettrica nel territorio è assicurata dai soli generatori.
Un nuovo lancio di razzi è partito da Gaza verso il centro di Israele, compresa la zona larga di Tel Aviv, mentre altri missili di Hamas hanno colpito l’ospedale di Ashkelon, non lontano dalla Striscia di Gaza. Hamas e la jihad islamica hanno annunciato nuovi attacchi missilistici su Israele, che sta bombardando la città palestinese «su scala senza precedenti», come ha riferito il generale Omer Tishler, capo di staff dell’aviazione militare. «Stiamo attaccando la Striscia con questa modalità», ha precisato Tishler, «perché quello che accade qui è qualcosa che non è mai accaduto prima. C’è un nemico che tira razzi e attacca la popolazione civile. Gli attacchi non saranno chirurgici». Per quel che riguarda l’attacco israeliano all’università islamica a Gaza, Tishler ha detto che l’ateneo «era usato come centro di addestramento per operativi militari dell’intelligence e per lo sviluppo della produzione di armi». Mentre l’aviazione annuncia: «Colpiremo Gaza su scala senza precedenti».
L’esercito israeliano, in vista della annunciata invasione, afferma che circa 300.000 soldati sono attualmente di stanza vicino alla Striscia di Gaza. «In queste zone vicine alla Striscia», ha spiegato in un video pubblicato su X il portavoce delle Forze di difesa israeliane (Idf) Jonathan Conricus, «abbiamo inviato e schierato la nostra fanteria, i nostri soldati corazzati, il nostro corpo di artiglieria e molti altri soldati delle riserve: 300.000 in tutto, per garantire che Hamas, alla fine di questa guerra non avrà alcuna capacità militare con cui minacciare o uccidere i civili israeliani».
A quanto apprendiamo da fonti di intelligence, l’obiettivo di Israele è quello di eliminare tutti i leader delle fazioni palestinesi e allo stesso tempo mettere a punto le attività connesse all’avvio dell’operazione di terra: sarebbero già stati eliminati almeno quattro parenti stretti di Mohammad Deif (Abu Khalid), comandante dell’ala militare di Hamas, le Brigate Ez-el-din Qassam, in un attacco attacco israeliano contro la casa del padre di Deif nell’area di Qizan al-Najar, a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza meridionale. I morti sarebbero il fratello maggiore di Deif, Abdul-Fattah; il figlio di Abdul-Fattah, Midhat, il nipote Bara e la nipote Hala. Il lancio di razzi dal Libano e i colpi di mortaio dalla Siria in direzione del territorio settentrionale sarebbero il prologo all’apertura di altri due veri e propri fronti di guerra per Israele, non appena scatterà l’invasione di terra a Gaza.
Dall’inizio delle operazioni, le forze armate israeliane hanno colpito un totale di 2.250 obiettivi delle fazioni palestinesi nella Striscia, distruggendo totalmente almeno 170 tra torri e strutture residenziali e almeno 1.000 abitazioni. Sono state danneggiate parzialmente più di 12.000 unità immobiliari di ogni genere, comprese 48 scuole, dieci strutture sanitarie e sette ospedali. A ieri il bilancio delle vittime palestinesi in seguito ai bombardamenti ammontava a 830 morti e 4.250 feriti; le vittime israeliane erano arrivate a 1.200, con almeno 2.900 feriti.
Ieri pomeriggio, sempre secondo le stesse fonti consultate dalla Verità, in varie chat arabofone schierate con i palestinesi, è stato riportato e diffuso un appello del gruppo palestinese Arin al-Aswad (la tana dei Leoni) che esortano i simpatizzanti della causa palestinese a scendere in piazza e compiere azioni in solidarietà al popolo di Gaza. Il gruppo negli ultimi mesi, ha attratto simpatizzanti anche tra le fasce giovanili della comunità palestinese in Italia, ed è monitorato da polizia e intelligence, e il suo appello recita testualmente: «Vi invitiamo, in nome dell’orgogliosa Gaza, a scendere in piazza, uomini, donne e anziani, esattamente alle cinque di sera (di ieri, ndr), in macchina, in bicicletta o a piedi. A marciare in ogni luogo di scontro con l’occupazione, muovetevi con le vostre bottiglie incendiarie, con le vostre pietre e con le vostre armi». L’appello è rivolto in particolare a chi si trova nelle zone della guerra, ma non si può escludere che simpatizzanti del gruppo possano decidere di attivarsi autonomamente per la causa anche in altre aree geografiche, Europa inclusa.
L’Onu interviene con vigore sull’assedio totale imposto a Gaza da Israele: «Il personale delle Nazioni Unite», ha detto ieri il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, «lavora 24 ore su 24 per sostenere la popolazione di Gaza. Occorre consentire l’ingresso a Gaza di beni essenziali salvavita, tra cui carburante, cibo e acqua. Abbiamo bisogno di un accesso umanitario rapido e senza ostacoli. Ora». «I civili devono essere protetti», ha detto Stephane Dujarric, portavoce del segretario generale Onu, «non vogliamo vedere esodi di massa da parte di abitanti di Gaza, che sono già stati sradicati da altri posti».
Libano, scatta il falso allarme droni
Il fronte libanese si surriscalda e, secondo le nostre fonti, in caso di invasione di terra a Gaza il movimento politico-militare Hezbollah potrebbe scatenare una vera e propria guerra contro Israele. Ieri ci sono stati altri scambi di colpi tra esercito di Tel Aviv e Hezbollah al confine tra Israele e Libano: smentite le voci di un’infiltrazione di miliziani a bordo di droni e deltaplani, ma la situazione è rimasta tesa. I caccia israeliani hanno attaccato un sito di osservazione di Hezbollah all’interno del territorio del Libano in risposta a un nuovo attacco missilistico da parte del movimento sciita, che secondo la stessa Hezbollah era stato a sua volta la rappresaglia per l’uccisione di tre dei suoi combattenti. Tre libanesi, stando a quanto riferito dall’emittente panaraba di proprietà saudita Al Arabiya, sarebbero stati feriti. Ai residenti di ampie zone del Nord di Israele è stato intimato di entrare immediatamente nei rifugi, mentre dal Sud, ovvero dal confine con Israele, migliaia di libanesi stanno scappando verso Beirut e altre città. L’ex capo di Hamas, Khaled Meshaal, ha rivolto ieri un appello a tutto il mondo musulmano a scendere in strada venerdì prossimo dopo la preghiera per manifestare sostegno ai palestinesi e affinché i popoli dei Paesi vicini si uniscano contro Israele. «È necessario», ha detto Meshaal, «andare nelle piazze del mondo arabo e islamico venerdì, e i popoli di Giordania, Siria, Libano ed Egitto hanno il dovere più grande di sostenere i palestinesi, perché i confini sono vicini a voi». «Sarà decisiva», ha annunciato l’emittente televisiva Al Manar, filo-iraniana e vicina a Hezbollah, «la risposta del partito sciita libanese filo-iraniano Hezbollah agli attacchi israeliani contro il Libano e la sicurezza del suo popolo». La Casa Bianca segue da vicino gli sviluppi al confine tra Israele e Libano, ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, John Kirby, durante un’intervista sul canale televisivo Msnbc: quanto accade, ha osservato Kirby, «è preoccupante». Hezbollah, il Partito di Dio, ricordiamolo, è un partito armato libanese filo-iraniano. È nato in seguito all’occupazione israeliana del Sud del Libano, durata dal 1978 al 2000, fa parte delle istituzioni, ha vari ministri nel governo libanese, ed esprime sindaci in tutto il Paese. La presenza di una portaerei americana in zona è stata commentata aspramente dal movimento: «Il popolo libanese e le sue fazioni», ha fatto sapere ieri Hezbollah attraverso un comunicato riportato dall’Adnkronos, «non temono l’invio di portaerei in Medio Oriente da parte di Washington: siamo pronti a combattere fino alla vittoria finale e al raggiungimento della completa liberazione». Il gruppo filoiraniano libanese ha aggiunto di non essere sorpreso dall’iniziativa americana, visto che gli Stati Uniti sono «complici dell’aggressione sionista e pienamente responsabili delle uccisioni, dei crimini, degli assedi, delle distruzioni di case e degli orribili massacri perpetrati ai danni di civili indifesi, inclusi bambini, donne e anziani». Al confine tra Libano e Israele opera la missione dell’Onu Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon)., della quale fanno parte anche militari italiani: «La situazione è di attesa», ha detto il portavoce di Unifil, Andrea Tenenti all’Adnkronos, «e al momento di stabile instabilità. Ci sono stati dei lanci di razzi da parte libanese verso Israele che ha risposto al fuoco in diverse parti del Sud del Libano. Noi ci siamo adoperati per parlare sia con l’esercito libanese che israeliano».
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L’esercito: «Azioni su Gaza senza precedenti, non saranno chirurgiche». Eliminati i parenti di un leader dei miliziani, che intanto bombardano Tel Aviv. La Striscia è al buio. Appelli agli arabi: «Scendete in piazza». Si surriscalda il secondo fronte, tra scambi di colpi e rappresaglie. Hezbollah preparala sfida finale e i civili scappano nei rifugi. Casa Bianca: «Situazione preoccupante». Lo speciale contiene due articoli. L’assedio totale di Israele a Gaza prosegue senza sosta, la risposta ai terribili crimini di Hamas si abbatte sull’intera popolazione della Striscia, mentre 300.000 riservisti si preparano a dare il via a una invasione che si annuncia un terribile bagno di sangue. La Striscia è senza elettricità: secondo il locale ministero dell’Energia, a quanto riporta The Times of Israel, ieri l’unica centrale elettrica di Gaza è rimasta senza carburante dopo che Israele ha tagliato le forniture. L’impianto è stato quindi costretto a chiudere e la fornitura di energia elettrica nel territorio è assicurata dai soli generatori. Un nuovo lancio di razzi è partito da Gaza verso il centro di Israele, compresa la zona larga di Tel Aviv, mentre altri missili di Hamas hanno colpito l’ospedale di Ashkelon, non lontano dalla Striscia di Gaza. Hamas e la jihad islamica hanno annunciato nuovi attacchi missilistici su Israele, che sta bombardando la città palestinese «su scala senza precedenti», come ha riferito il generale Omer Tishler, capo di staff dell’aviazione militare. «Stiamo attaccando la Striscia con questa modalità», ha precisato Tishler, «perché quello che accade qui è qualcosa che non è mai accaduto prima. C’è un nemico che tira razzi e attacca la popolazione civile. Gli attacchi non saranno chirurgici». Per quel che riguarda l’attacco israeliano all’università islamica a Gaza, Tishler ha detto che l’ateneo «era usato come centro di addestramento per operativi militari dell’intelligence e per lo sviluppo della produzione di armi». Mentre l’aviazione annuncia: «Colpiremo Gaza su scala senza precedenti». L’esercito israeliano, in vista della annunciata invasione, afferma che circa 300.000 soldati sono attualmente di stanza vicino alla Striscia di Gaza. «In queste zone vicine alla Striscia», ha spiegato in un video pubblicato su X il portavoce delle Forze di difesa israeliane (Idf) Jonathan Conricus, «abbiamo inviato e schierato la nostra fanteria, i nostri soldati corazzati, il nostro corpo di artiglieria e molti altri soldati delle riserve: 300.000 in tutto, per garantire che Hamas, alla fine di questa guerra non avrà alcuna capacità militare con cui minacciare o uccidere i civili israeliani».A quanto apprendiamo da fonti di intelligence, l’obiettivo di Israele è quello di eliminare tutti i leader delle fazioni palestinesi e allo stesso tempo mettere a punto le attività connesse all’avvio dell’operazione di terra: sarebbero già stati eliminati almeno quattro parenti stretti di Mohammad Deif (Abu Khalid), comandante dell’ala militare di Hamas, le Brigate Ez-el-din Qassam, in un attacco attacco israeliano contro la casa del padre di Deif nell’area di Qizan al-Najar, a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza meridionale. I morti sarebbero il fratello maggiore di Deif, Abdul-Fattah; il figlio di Abdul-Fattah, Midhat, il nipote Bara e la nipote Hala. Il lancio di razzi dal Libano e i colpi di mortaio dalla Siria in direzione del territorio settentrionale sarebbero il prologo all’apertura di altri due veri e propri fronti di guerra per Israele, non appena scatterà l’invasione di terra a Gaza. Dall’inizio delle operazioni, le forze armate israeliane hanno colpito un totale di 2.250 obiettivi delle fazioni palestinesi nella Striscia, distruggendo totalmente almeno 170 tra torri e strutture residenziali e almeno 1.000 abitazioni. Sono state danneggiate parzialmente più di 12.000 unità immobiliari di ogni genere, comprese 48 scuole, dieci strutture sanitarie e sette ospedali. A ieri il bilancio delle vittime palestinesi in seguito ai bombardamenti ammontava a 830 morti e 4.250 feriti; le vittime israeliane erano arrivate a 1.200, con almeno 2.900 feriti.Ieri pomeriggio, sempre secondo le stesse fonti consultate dalla Verità, in varie chat arabofone schierate con i palestinesi, è stato riportato e diffuso un appello del gruppo palestinese Arin al-Aswad (la tana dei Leoni) che esortano i simpatizzanti della causa palestinese a scendere in piazza e compiere azioni in solidarietà al popolo di Gaza. Il gruppo negli ultimi mesi, ha attratto simpatizzanti anche tra le fasce giovanili della comunità palestinese in Italia, ed è monitorato da polizia e intelligence, e il suo appello recita testualmente: «Vi invitiamo, in nome dell’orgogliosa Gaza, a scendere in piazza, uomini, donne e anziani, esattamente alle cinque di sera (di ieri, ndr), in macchina, in bicicletta o a piedi. A marciare in ogni luogo di scontro con l’occupazione, muovetevi con le vostre bottiglie incendiarie, con le vostre pietre e con le vostre armi». L’appello è rivolto in particolare a chi si trova nelle zone della guerra, ma non si può escludere che simpatizzanti del gruppo possano decidere di attivarsi autonomamente per la causa anche in altre aree geografiche, Europa inclusa.L’Onu interviene con vigore sull’assedio totale imposto a Gaza da Israele: «Il personale delle Nazioni Unite», ha detto ieri il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, «lavora 24 ore su 24 per sostenere la popolazione di Gaza. Occorre consentire l’ingresso a Gaza di beni essenziali salvavita, tra cui carburante, cibo e acqua. Abbiamo bisogno di un accesso umanitario rapido e senza ostacoli. Ora». «I civili devono essere protetti», ha detto Stephane Dujarric, portavoce del segretario generale Onu, «non vogliamo vedere esodi di massa da parte di abitanti di Gaza, che sono già stati sradicati da altri posti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hamas-sotto-attacco-totale-2665903136.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="libano-scatta-il-falso-allarme-droni" data-post-id="2665903136" data-published-at="1697093807" data-use-pagination="False"> Libano, scatta il falso allarme droni Il fronte libanese si surriscalda e, secondo le nostre fonti, in caso di invasione di terra a Gaza il movimento politico-militare Hezbollah potrebbe scatenare una vera e propria guerra contro Israele. Ieri ci sono stati altri scambi di colpi tra esercito di Tel Aviv e Hezbollah al confine tra Israele e Libano: smentite le voci di un’infiltrazione di miliziani a bordo di droni e deltaplani, ma la situazione è rimasta tesa. I caccia israeliani hanno attaccato un sito di osservazione di Hezbollah all’interno del territorio del Libano in risposta a un nuovo attacco missilistico da parte del movimento sciita, che secondo la stessa Hezbollah era stato a sua volta la rappresaglia per l’uccisione di tre dei suoi combattenti. Tre libanesi, stando a quanto riferito dall’emittente panaraba di proprietà saudita Al Arabiya, sarebbero stati feriti. Ai residenti di ampie zone del Nord di Israele è stato intimato di entrare immediatamente nei rifugi, mentre dal Sud, ovvero dal confine con Israele, migliaia di libanesi stanno scappando verso Beirut e altre città. L’ex capo di Hamas, Khaled Meshaal, ha rivolto ieri un appello a tutto il mondo musulmano a scendere in strada venerdì prossimo dopo la preghiera per manifestare sostegno ai palestinesi e affinché i popoli dei Paesi vicini si uniscano contro Israele. «È necessario», ha detto Meshaal, «andare nelle piazze del mondo arabo e islamico venerdì, e i popoli di Giordania, Siria, Libano ed Egitto hanno il dovere più grande di sostenere i palestinesi, perché i confini sono vicini a voi». «Sarà decisiva», ha annunciato l’emittente televisiva Al Manar, filo-iraniana e vicina a Hezbollah, «la risposta del partito sciita libanese filo-iraniano Hezbollah agli attacchi israeliani contro il Libano e la sicurezza del suo popolo». La Casa Bianca segue da vicino gli sviluppi al confine tra Israele e Libano, ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, John Kirby, durante un’intervista sul canale televisivo Msnbc: quanto accade, ha osservato Kirby, «è preoccupante». Hezbollah, il Partito di Dio, ricordiamolo, è un partito armato libanese filo-iraniano. È nato in seguito all’occupazione israeliana del Sud del Libano, durata dal 1978 al 2000, fa parte delle istituzioni, ha vari ministri nel governo libanese, ed esprime sindaci in tutto il Paese. La presenza di una portaerei americana in zona è stata commentata aspramente dal movimento: «Il popolo libanese e le sue fazioni», ha fatto sapere ieri Hezbollah attraverso un comunicato riportato dall’Adnkronos, «non temono l’invio di portaerei in Medio Oriente da parte di Washington: siamo pronti a combattere fino alla vittoria finale e al raggiungimento della completa liberazione». Il gruppo filoiraniano libanese ha aggiunto di non essere sorpreso dall’iniziativa americana, visto che gli Stati Uniti sono «complici dell’aggressione sionista e pienamente responsabili delle uccisioni, dei crimini, degli assedi, delle distruzioni di case e degli orribili massacri perpetrati ai danni di civili indifesi, inclusi bambini, donne e anziani». Al confine tra Libano e Israele opera la missione dell’Onu Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon)., della quale fanno parte anche militari italiani: «La situazione è di attesa», ha detto il portavoce di Unifil, Andrea Tenenti all’Adnkronos, «e al momento di stabile instabilità. Ci sono stati dei lanci di razzi da parte libanese verso Israele che ha risposto al fuoco in diverse parti del Sud del Libano. Noi ci siamo adoperati per parlare sia con l’esercito libanese che israeliano».
Ansa
È dentro questo quadro - consegne pagate in media tra i 3 e i 5 euro e costi interamente scaricati sui rider - che la Procura di Milano è intervenuta. Dopo Glovo/Foodinho, la Procura diretta da Marcello Viola ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza anche per Deliveroo Italy S.r.l., ipotizzando il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro aggravato. Nel decreto firmato dal pm Paolo Storari risultano indagati l’amministratore unico Andrea Giuseppe Zocchi e la società, anche ai sensi del d.lgs 231/2001. I rider coinvolti sarebbero circa 3.000 a Milano e 20.000 in tutta Italia.
L’inchiesta si estende anche ai rapporti a valle: i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno acquisito documenti presso McDonald’s, Burger King, Esselunga, Carrefour, Crai Secom, Poke House e Kfc, non indagate ma legate a Deliveroo da rapporti contrattuali, per verificare se i modelli organizzativi siano idonei a prevenire forme di sfruttamento.
Per la Procura la leva è economica: compensi «in alcuni casi inferiori fino a circa il 90%» rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva, con un richiamo diretto all’articolo 36 della Costituzione sull’«esistenza libera e dignitosa». Dai verbali emerge che, a fronte di un impegno spesso a tempo pieno, molti rider dichiarano redditi mensili tra i 600 e gli 800 euro, livelli che la Procura colloca stabilmente sotto le soglie di povertà Istat.
Il cuore del provvedimento, come già nel «modello Glovo», non è però il singolo responsabile, ma una «politica di impresa» e un contesto organizzativo che consentono allo sfruttamento di riprodursi anche cambiando i vertici. Per questo la risposta non è solo penale: è il controllo giudiziario ex art. 3 della legge 199/2016, affidato al Nucleo ispettorato del lavoro dei carabinieri di Milano, con la nomina dell’amministratore giudiziario, l’avvocato Jean Paule Castagno, incaricata di verificare le condizioni lavorative e imporre nuovi assetti organizzativi.
Le dichiarazioni raccolte dalla Procura sono definite «sostanzialmente omogenee» e descrivono un’attività che non appare come lavoro autonomo, ma come esecuzione di consegne governate dalla piattaforma. Nei verbali compaiono storie precise: S.U., M.A., K.H., tutti lavoratori immigrati titolari di partita Iva e formalmente autonomi, ma inseriti in un sistema in cui il compenso è deciso dall’app. Uno riferisce di percepire «mediamente circa 4 euro per ciascuna consegna», un altro indica «tra 3 e 5 euro», sempre in base ai chilometri stabiliti dalla piattaforma.
A queste testimonianze la Procura affianca i dati fiscali. Su 55 rider esaminati, 52 risultano a partita Iva. Analizzando le fatture del 2025 di 37 lavoratori, emerge che 27 (73%) sono sotto la soglia di povertà considerando il reddito complessivo; la percentuale sale a 30 su 37 (81,1%) se si guarda al solo fatturato Deliveroo. Il confronto con il contratto nazionale logistica è ancora più netto: risultano sottosoglia 32 rider su 37 (86,5%) sul reddito totale e 35 su 37 (94,6%) sul solo fatturato Deliveroo.
Colpisce anche la composizione della forza lavoro: la larga maggioranza dei rider esaminati è composta da cittadini stranieri, spesso con famiglia a carico. In molti casi si tratta di lavoratori apparentemente in regola, titolari di partita Iva; ma già in altre inchieste erano state segnalate pratiche diffuse di cessione o utilizzo promiscuo degli account, che rendono più opaca la reale posizione giuridica di chi effettua le consegne. Non è lavoro nero in senso classico, ma un sistema che, anche quando appare regolare, espone i lavoratori alla povertà. Lo dicono i rider stessi: «Sono costretto ad accettare la paga di Deliveroo… a fine mese non mi avanza nulla»; «La paga non è sufficiente», racconta un altro, padre di tre figli. Intanto Elly Schlein, leader dem, chiede una legge specifica per i rider e il salario minimo, sostenendo che sotto i 9 euro l’ora è sfruttamento e che la politica non può lasciare soli i giudici nell’applicare l’articolo 36 della Costituzione. Resta però il fatto che quando il Partito democratico era al governo una riforma organica sul salario minimo o sui rider non è mai arrivata.
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Nicola Gratteri (Ansa)
L’aspetto più inquietante è l’atteggiamento di un magistrato, Nicola Gratteri, ufficialmente capo della Procura di Napoli e ufficiosamente frontman del No.
Non passa giorno che non attacchi il governo e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Senza nemmeno accorgersene: «Di certo non sono io a fomentare il veleno. Chi mi conosce sa che, con pacatezza, cerco di non offendere chi non la pensa come me», si azzarda a dire Gratteri. Ieri, a margine dell’inaugurazione dell’anno formativo della Scuola superiore della magistratura, a cui ha partecipato, noncurante degli appelli alla calma che il capo dello Stato ha fatto qualche giorno fa in seno al Csm, Gratteri è andato ancora all’assalto di Nordio, sciorinando, come fosse lui il ministro, la ricetta per risolvere la carenza di personale negli uffici giudiziari. «Anziché riaprire i tribunali come ha fatto adesso il ministro, riaprendo Bassano del Grappa, bisognerebbe chiudere i piccoli tribunali perché non funzionano bene. Ogni volta che si apre un ufficio giudiziario c’è sempre un procuratore della repubblica con tutta la struttura amministrativa che ne consegue. Bisognerebbe, invece, cercare di accorparlo e fare sinergia perché sempre più saranno in difficoltà».
Sul referendum mette di mezzo i giovani magistrati: «Già li vedo preoccupati, intimoriti, che si fanno domande. Ho visto già lo scorso anno gente che inizia a pensare di non fare più il pm e chiedere di fare il giudice perché preoccupato del futuro della figura del pm. Nessuno crede che si vadano a modificare sette articoli della Costituzione per 48 magistrati l’anno». Tutto ciò a pochi giorni dalla sua sparata sul Corriere della Calabria quando disse che «voteranno per il No le persone perbene» e per il Sì «gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
Immediata la replica del Guardasigilli: «Per la prima volta da mezzo secolo, stiamo colmando gli organici della magistratura attraverso ben sei concorsi. Dalla fine di quest’anno avremmo in servizio 10.853 magistrati. I numeri lo smentiscono ancora una volta. Siamo rammaricati per questa ennesima sterile polemica che non asseconda quel clima di pacatezza e razionalità invocato dal presidente della Repubblica».
Interviene anche il leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Questa riforma serve a cambiare l’Italia, non a indebolire la magistratura. Possiamo criticare qualche magistrato politicizzato, ma non stiamo facendo la guerra ai magistrati». La battaglia si è imbarbarita, mancano 25 giorni alle urne, ed è già scomparso il merito.
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Attorno ad alcuni cuochi è stato creato un culto della personalità in stile sovietico. Non ci si stupisca poi per casi come quello del Noma.
(Getty Images)
Eppure, in tanti anni di governo del centrosinistra, non è stata varata alcuna legge che impedisse lo sfruttamento dei cosiddetti «rider». Né è stato proclamato uno sciopero generale dalla Cgil di Maurizio Landini per bloccare i fattorini delle pizze. E la Caritas, sempre pronta a sposare la causa degli extracomunitari, ha forse predicato contro la nuova schiavitù del cibo a domicilio? No, loro sono per l’accoglienza senza se e senza ma. Però poi i ma li vediamo ogni giorno arrancare sotto il sole e la pioggia, lungo le strade delle nostre città.
Lo ammetto: non ho mai ordinato neppure una margherita tramite Glovo, Deliveroo o Just eat. Ho sempre guardato i borsoni lerci in cui viene riposto il cibo fumante con parecchio ribrezzo, pensando a quanti germi possano contenere (ma i Nas dove sono?). E ho sempre osservato con compassione gli extracomunitari che bivaccano fuori da pizzerie e fast food in attesa di un ordine. Non per snobismo, ma per realismo: i postini del food sono la conseguenza della comodità di chi aspira a mangiare senza toccare la cucina e senza uscire di casa. La sinistra si riempie spesso la bocca dicendo di voler difendere i più umili e ci fu un ministro che pianse sostenendo di aver abolito il caporalato, ma, come quell’altro ministro che annunciò l’abolizione della povertà, sotto la legge niente. Lo sfruttamento ha cambiato pelle e dalle campagne è arrivato in città. Due euro e mezzo a consegna, con un algoritmo che determina i tempi, trasformando i postini del cibo in cottimisti, ovvero moderni schiavi che percorrono le strade senza badare né alle condizioni atmosferiche né ai segnali stradali. Per loro il tempo è denaro: un esercito di poveri (secondo le stime sarebbero 60.000) che alimenta un business miliardario. Un’indagine della Confcommercio rivela che le sole consegne dei ristoranti valgono 2,5 miliardi l’anno e se si aggiungono quelle dei supermercati e dei negozi specializzati si sfiorano i 5. Di questa montagna di soldi però al fattorino finiscono in tasca gli spiccioli: 4 euro lordi, su uno scontrino medio di 30 euro, con un ricavo per pizzerie e fast food che arriva a 20 euro: il resto lo intasca la piattaforma. E il cliente? Tutto si gioca sul fatto che il consumatore non paga. Ordina, riceve, ma non gli viene applicata una tariffa per la consegna: quella è gratis. Il rovescio della medaglia è che per tenere in piedi l’Amazon del food bisogna sfruttare l’ultimo anello della catena di montaggio, ovvero chi porta a destinazione la pizza. Strano che i compagni, in giacca, cravatta o clergyman, nonostante siano sempre pronti a parlare di salario minimo, di diritti dei lavoratori, di tutela per i più deboli, non se ne siano accorti. Scioperi all’arrivo di ogni weekend per la Palestina, neppure uno per gli schiavi del sabato sera.
C’è voluta un’inchiesta della Procura di Milano per stabilire che i 40.000 rider di Glovo sono sfruttati. E un’altra inchiesta degli stessi pm per accorgersi che Deliveroo usava dei fattorini considerandoli non dipendenti, da retribuire con Tfr, malattia, ferie, ma lavoratori autonomi pagati a consegna: più ne fanno e più incassano. E se si ammalano, se pedalando sempre più in fretta per guadagnare di più finiscono sotto un’auto, sono fatti loro.
La realtà è che quando si parla di accoglienza facciamo finta di non vedere che gli accolti finiscono spesso per fare lavori sottopagati. Vivono ai margini delle nostre città. Qualcuno trova impiego nel mercato dello spaccio, altri, rimanendo nella legalità, consegnano cibo, altri ancora accettano salari più bassi e lavori pericolosi. Poi parliamo di aumento della povertà, senza dire però che i nuovi poveri li creiamo noi, ordinando la pizza: frutto avvelenato della nuova economia.
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