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2018-12-13
«Ha appoggi in Germania». Lo jihadista in fuga fa tremare mezza Europa
ANSA
La matrice ideologica islamista dell'attentato non era stata ancora data per certa quando Site, il portale di monitoraggio dell'estremismo islamico sul Web, con un tweet ha annunciato che - sebbene da nessun gruppo siano arrivate rivendicazioni - i sostenitori dell'Isis avevano celebrato la sparatoria. Poi, alle 13 di ieri, il procuratore antiterrorismo di Parigi, Remy Heitz, ha svelato che il terrorista Chérif Chekatt, poco prima dell'azione ai mercatini di Natale di Strasburgo ha gridato «Allah Akbar» e a quel punto è arrivata la conferma ufficiale: «Il terrorismo internazionale», ha detto il magistrato ai giornalisti, «ha nuovamente colpito la Francia». Poi ha reso pubblico il bollettino di guerra ufficiale: ossia che nell'assalto sono state uccise tre persone e che 14 sono rimaste ferite (9 delle quali sono in gravi condizioni). E infine ha confermato che quattro persone vicine al killer sono state fermate. Si è saputo solo più tardi, però, tramite la Bfm-Tv, che si trattava dei familiari di Chérif: i genitori e due fratelli (che sono stati interrogati a lungo). Una misura cautelare disposta, spiegano fonti francesi, per impedire qualsiasi contatto del terrorista fuggiasco con il suo gruppo. Secondo Le Parisien uno dei fratelli - di nome Sami - apparterrebbe al movimento salafita di Strasburgo. Dopo la sparatoria Chérif, ferito a un braccio, ha sequestrato un tassista e si è dileguato, spostandosi in automobile dal centro di Strasburgo al quartiere di Neudorf, dove è sfuggito a un primo accerchiamento della polizia. Durante il percorso ha detto all'autista, per terrorizzarlo, di avere già ucciso 10 persone.
Nonostante alle ricerche stiano partecipando 720 poliziotti, Chérif è riuscito con sbalorditiva facilità a trasformarsi in un fantasma. Il ministro francese dell'Interno, Christophe Castaner, ha annunciato all'Assemblea nazionale di aver rafforzato le misure di sicurezza su tutti i mercatini di Natale del Paese. Martedì, però, le sue truppe celeri, spiegano i cronisti del quotidiano Le Parisien, a poche ore dall'attentato sono state spostate dalla piazza dei mercatini di Natale e fatte convergere in un luogo poco distante, in cui era in corso una manifestazione di liceali. Il governo di Emmanuel Macron ha comunque rinunciato a dichiarare lo stato di emergenza, misura che invece fu adottata dopo gli attentati di Parigi - la notte del Bataclan - e che rimase in vigore per circa due anni. D'altra parte ora una delle piste più calde conduce alla Germania. Lì potrebbe essere fuggito Chérif, stando a fonti di sicurezza franco tedesche citate dal quotidiano teutonico Bild. Una portavoce della polizia di Coblenza, città dell'area del Medio Reno tedesco, ha confermato che la caccia all'uomo è in corso in una zona ben precisa, circa una trentina di chilometri lungo il confine tra Francia e Germania. Gli investigatori dell'antiterrorismo sostengono di aver appreso da fonti riservate che il fuggiasco potrebbe avere appoggi da sfruttare in Germania. Di conseguenza, in quattro diversi laender t sono stati rafforzati i controlli agli automezzi da parte della polizia: posti di blocco sono stati istituiti nel Baden Wuerttemberg, nel Saarland, in Baviera e nella Renania Palatinato. La stampa francese ipotizza che Chérif abbia potuto attraversare il confine già martedì sera - la stessa in cui ha aperto il fuoco ai mercatini - mimetizzandosi nelle comunità islamiche. Il dettaglio che lo rende debole potrebbe essere proprio la ferita al braccio rimediata negli scontri coi gendarmi. Nonostante ciò, fino a ieri sera, nessuna autorità ha azzardato pronostici sulla possibile cattura. Per ora Chérif si porta dietro l'accusa di aver assassinato tre persone: un tailandese, un francese e un meccanico afgano di nome Kamal e di religione musulmana. A dare l'annuncio della sua morte è stata la Grande moschea di Strasburgo Eyyub Sultan con un post su Facebook. È in serio pericolo di vita anche il giornalista italiano Antonio Megalizzi, 28 anni, originario di Trento, che era sul posto per seguire la plenaria del Parlamento europeo per conto di Europhonica, emittente che fa parte del pool delle radio web universitarie di Francia, Germania, Spagna e Portogallo (anche un altro componente dello staff di Europhonica, di origini francesi, è ferito in modo grave). «Antonio è in coma e non si può operare per la posizione gravissima del proiettile che si è ficcato alla base del cranio, vicino alla spina dorsale», ha spiegato Danilo Moresco, padre di Luana, fidanzata del reporter. Le due ragazze che erano con lui, la trentina Caterina Moser e Clara Stevanato, veneta residente a Parigi - amche loro collaboratrici della radio - sono riuscite a scappare rifugiandosi in un bar a poca distanza. Il procuratore aggiunto dell'antiterrorismo, Francesco Caporale, e il sostituto Tiziana Cugini della Procura di Roma hanno aperto un fascicolo nel quale ipotizzano i reati di strage e attentato con finalità di terrorismo. L'attenzione è alta pure in Italia, anche se dalla riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo convocata ieri al Viminale non sono emersi collegamenti tra l'attentatore di Strasburgo e il nostro Paese.
La Francia nuovamente ferita dal terrorismo islamico, dopo l'ondata di protesta dei gilet gialli, si interroga sulla sparatoria di Strasburgo.
Sui social network molti gruppi e pagine animate dai cittadini in giallo ipotizzano - con troppa leggerezza - dei complotti. Secondo le tesi più in voga, autorità deviate avrebbero lasciato compiere questo attentato per impedire lo svolgimento del quinto atto di protesta dei gilet gialli. Cittadini comuni che - delusi dal discorso di Emmanuel Macron di lunedì scorso - stavano iniziando a organizzare per sabato 15 dicembre. Storie e dietrologie da classificare alla voce fantapolitica, per non dire follia. Tralasciando i deliri da Internet, va detto che il governo ha alzato l'allerta terroristica al livello massimo, quello di «urgenza attentati». Concretamente questo comporta misure d'urgenza come, per esempio, la chiusura di strade, metrò, scuole, limitazioni di spostamento o intensificazione di controlli su veicoli e persone. Nei fatti, sono state già vietate le manifestazioni a Strasburgo ed è stata alzata la sorveglianza sui mercatini di Natale in tutta la Francia.
Nel frattempo, alcuni ministri ed esponenti dell'opposizione di destra hanno auspicato la fine della protesta dei gilet gialli: «Il movimento deve cessare», ha detto senza mezzi termini il ministro della Giustizia, Nicole Belloubet ospite del canale Public Sénat. Più pacate le dichiarazioni del sottosegretario all'Interno, Laurent Nuñez, che su radio France Inter ha dichiarato: «Spero che dovremo impiegare meno uomini semplicemente perché prevarrà il senso di responsabilità generale nel Paese, che permetterà di avere meno manifestazioni». Anche tra i rappresentanti del partito di Nicolas Sarkozy è stato auspicato uno stop delle manifestazioni: «Si impone una tregua, in segno di rispetto della memoria delle vittime e perché le nostre forze dell'ordine sono impegnate», sostiene Damien Abad, vicepresidente de Les Républicains. Anche altri suoi colleghi di partito, i sindaci degli arrondissement parigini più colpiti dalle incursioni dei casseur gli scorsi sabati, hanno chiesto al governo di vietare le manifestazioni fino al 31 dicembre. Difficile dire come la prenderanno i gilet gialli più arrabbiati. Forse una pausa potrebbe permettere loro di riprendere un po' fiato, mostrare un forma di adesione alla solidarietà nazionale, il tutto senza far perdere intensità alle loro rivendicazioni. Dopo tutto, il primo gennaio 2019 entrerà in vigore anche in Francia il prelievo alla fonte. Molti osservatori si aspettano che quando i francesi riceveranno la loro prima busta paga «amputata» da tasse e contributi, non la prenderanno troppo bene. Insomma, i motivi per reclamare più potere d'acquisto ci saranno anche tra due settimane.
In ogni caso, anche se alla fine i gilet gialli decideranno di non manifestare il prossimo sabato e forse anche fino a capodanno, resteranno aperti degli interrogativi sulle politiche di sicurezza francesi. Ad esempio perché, martedì 11 dicembre, non è stata disposta la chiusura almeno temporanea del mercato natalizio di Strasburgo? Nella mattinata dell'altro ieri, le forze dell'ordine avevano trovato delle granate al domicilio di Chérif Chakatt, sospettato e ricercato come autore della sparatoria. Considerata la sua fedina penale, sarebbe stato prudente chiudere il centro cittadino o, almeno, posizionare poliziotti e militari per controllare gli accessi alla zona delle animazioni natalizie. Dopo tutto sabato 8 dicembre per accedere agli Champs-Elysées, i manifestanti dovevano lasciarsi perquisire accuratamente. E poi ci si potrebbe chiedere: se non fossero stati impiegati 89.000 agenti per gestire l'«atto IV» dei gilet jaunes, la polizia avrebbe potuto forse intercettare prima il sospetto? Difficilmente avremo una risposta a queste domande. Tuttavia è evidente il disequilibrio tra le misure di sicurezza adottate per affrontare delle manifestazioni di cittadini in giallo - infiltrate è vero da qualche frangia violenta - e quelle per combattere la minaccia terroristica che, negli ultimi sei anni in Francia ha già fatto più di 200 morti.
Matteo Ghisalberti
Fabio Amendolara
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A Strasburgo 3 morti e 14 feriti. Benché gli abbiano sparato a un braccio, Chérif Chekatt non si trova. Gli 007 tedeschi lanciano l'allarme: blindati 30 chilometri di confine. Alcune pagine Internet riconducibili al movimento degli scontenti sostengono che l'attacco non sia casuale, bensì serva a bloccare le proteste. Il sottosegretario dell'Interno: «Ora serve responsabilità» Lo speciale contiene due articoli. La matrice ideologica islamista dell'attentato non era stata ancora data per certa quando Site, il portale di monitoraggio dell'estremismo islamico sul Web, con un tweet ha annunciato che - sebbene da nessun gruppo siano arrivate rivendicazioni - i sostenitori dell'Isis avevano celebrato la sparatoria. Poi, alle 13 di ieri, il procuratore antiterrorismo di Parigi, Remy Heitz, ha svelato che il terrorista Chérif Chekatt, poco prima dell'azione ai mercatini di Natale di Strasburgo ha gridato «Allah Akbar» e a quel punto è arrivata la conferma ufficiale: «Il terrorismo internazionale», ha detto il magistrato ai giornalisti, «ha nuovamente colpito la Francia». Poi ha reso pubblico il bollettino di guerra ufficiale: ossia che nell'assalto sono state uccise tre persone e che 14 sono rimaste ferite (9 delle quali sono in gravi condizioni). E infine ha confermato che quattro persone vicine al killer sono state fermate. Si è saputo solo più tardi, però, tramite la Bfm-Tv, che si trattava dei familiari di Chérif: i genitori e due fratelli (che sono stati interrogati a lungo). Una misura cautelare disposta, spiegano fonti francesi, per impedire qualsiasi contatto del terrorista fuggiasco con il suo gruppo. Secondo Le Parisien uno dei fratelli - di nome Sami - apparterrebbe al movimento salafita di Strasburgo. Dopo la sparatoria Chérif, ferito a un braccio, ha sequestrato un tassista e si è dileguato, spostandosi in automobile dal centro di Strasburgo al quartiere di Neudorf, dove è sfuggito a un primo accerchiamento della polizia. Durante il percorso ha detto all'autista, per terrorizzarlo, di avere già ucciso 10 persone. Nonostante alle ricerche stiano partecipando 720 poliziotti, Chérif è riuscito con sbalorditiva facilità a trasformarsi in un fantasma. Il ministro francese dell'Interno, Christophe Castaner, ha annunciato all'Assemblea nazionale di aver rafforzato le misure di sicurezza su tutti i mercatini di Natale del Paese. Martedì, però, le sue truppe celeri, spiegano i cronisti del quotidiano Le Parisien, a poche ore dall'attentato sono state spostate dalla piazza dei mercatini di Natale e fatte convergere in un luogo poco distante, in cui era in corso una manifestazione di liceali. Il governo di Emmanuel Macron ha comunque rinunciato a dichiarare lo stato di emergenza, misura che invece fu adottata dopo gli attentati di Parigi - la notte del Bataclan - e che rimase in vigore per circa due anni. D'altra parte ora una delle piste più calde conduce alla Germania. Lì potrebbe essere fuggito Chérif, stando a fonti di sicurezza franco tedesche citate dal quotidiano teutonico Bild. Una portavoce della polizia di Coblenza, città dell'area del Medio Reno tedesco, ha confermato che la caccia all'uomo è in corso in una zona ben precisa, circa una trentina di chilometri lungo il confine tra Francia e Germania. Gli investigatori dell'antiterrorismo sostengono di aver appreso da fonti riservate che il fuggiasco potrebbe avere appoggi da sfruttare in Germania. Di conseguenza, in quattro diversi laender t sono stati rafforzati i controlli agli automezzi da parte della polizia: posti di blocco sono stati istituiti nel Baden Wuerttemberg, nel Saarland, in Baviera e nella Renania Palatinato. La stampa francese ipotizza che Chérif abbia potuto attraversare il confine già martedì sera - la stessa in cui ha aperto il fuoco ai mercatini - mimetizzandosi nelle comunità islamiche. Il dettaglio che lo rende debole potrebbe essere proprio la ferita al braccio rimediata negli scontri coi gendarmi. Nonostante ciò, fino a ieri sera, nessuna autorità ha azzardato pronostici sulla possibile cattura. Per ora Chérif si porta dietro l'accusa di aver assassinato tre persone: un tailandese, un francese e un meccanico afgano di nome Kamal e di religione musulmana. A dare l'annuncio della sua morte è stata la Grande moschea di Strasburgo Eyyub Sultan con un post su Facebook. È in serio pericolo di vita anche il giornalista italiano Antonio Megalizzi, 28 anni, originario di Trento, che era sul posto per seguire la plenaria del Parlamento europeo per conto di Europhonica, emittente che fa parte del pool delle radio web universitarie di Francia, Germania, Spagna e Portogallo (anche un altro componente dello staff di Europhonica, di origini francesi, è ferito in modo grave). «Antonio è in coma e non si può operare per la posizione gravissima del proiettile che si è ficcato alla base del cranio, vicino alla spina dorsale», ha spiegato Danilo Moresco, padre di Luana, fidanzata del reporter. Le due ragazze che erano con lui, la trentina Caterina Moser e Clara Stevanato, veneta residente a Parigi - amche loro collaboratrici della radio - sono riuscite a scappare rifugiandosi in un bar a poca distanza. Il procuratore aggiunto dell'antiterrorismo, Francesco Caporale, e il sostituto Tiziana Cugini della Procura di Roma hanno aperto un fascicolo nel quale ipotizzano i reati di strage e attentato con finalità di terrorismo. L'attenzione è alta pure in Italia, anche se dalla riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo convocata ieri al Viminale non sono emersi collegamenti tra l'attentatore di Strasburgo e il nostro Paese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ha-appoggi-in-germania-lo-jihadista-in-fuga-fa-tremare-mezza-europa-2623226677.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2623226677" data-published-at="1771926321" data-use-pagination="False"> La Francia nuovamente ferita dal terrorismo islamico, dopo l'ondata di protesta dei gilet gialli, si interroga sulla sparatoria di Strasburgo. Sui social network molti gruppi e pagine animate dai cittadini in giallo ipotizzano - con troppa leggerezza - dei complotti. Secondo le tesi più in voga, autorità deviate avrebbero lasciato compiere questo attentato per impedire lo svolgimento del quinto atto di protesta dei gilet gialli. Cittadini comuni che - delusi dal discorso di Emmanuel Macron di lunedì scorso - stavano iniziando a organizzare per sabato 15 dicembre. Storie e dietrologie da classificare alla voce fantapolitica, per non dire follia. Tralasciando i deliri da Internet, va detto che il governo ha alzato l'allerta terroristica al livello massimo, quello di «urgenza attentati». Concretamente questo comporta misure d'urgenza come, per esempio, la chiusura di strade, metrò, scuole, limitazioni di spostamento o intensificazione di controlli su veicoli e persone. Nei fatti, sono state già vietate le manifestazioni a Strasburgo ed è stata alzata la sorveglianza sui mercatini di Natale in tutta la Francia. Nel frattempo, alcuni ministri ed esponenti dell'opposizione di destra hanno auspicato la fine della protesta dei gilet gialli: «Il movimento deve cessare», ha detto senza mezzi termini il ministro della Giustizia, Nicole Belloubet ospite del canale Public Sénat. Più pacate le dichiarazioni del sottosegretario all'Interno, Laurent Nuñez, che su radio France Inter ha dichiarato: «Spero che dovremo impiegare meno uomini semplicemente perché prevarrà il senso di responsabilità generale nel Paese, che permetterà di avere meno manifestazioni». Anche tra i rappresentanti del partito di Nicolas Sarkozy è stato auspicato uno stop delle manifestazioni: «Si impone una tregua, in segno di rispetto della memoria delle vittime e perché le nostre forze dell'ordine sono impegnate», sostiene Damien Abad, vicepresidente de Les Républicains. Anche altri suoi colleghi di partito, i sindaci degli arrondissement parigini più colpiti dalle incursioni dei casseur gli scorsi sabati, hanno chiesto al governo di vietare le manifestazioni fino al 31 dicembre. Difficile dire come la prenderanno i gilet gialli più arrabbiati. Forse una pausa potrebbe permettere loro di riprendere un po' fiato, mostrare un forma di adesione alla solidarietà nazionale, il tutto senza far perdere intensità alle loro rivendicazioni. Dopo tutto, il primo gennaio 2019 entrerà in vigore anche in Francia il prelievo alla fonte. Molti osservatori si aspettano che quando i francesi riceveranno la loro prima busta paga «amputata» da tasse e contributi, non la prenderanno troppo bene. Insomma, i motivi per reclamare più potere d'acquisto ci saranno anche tra due settimane. In ogni caso, anche se alla fine i gilet gialli decideranno di non manifestare il prossimo sabato e forse anche fino a capodanno, resteranno aperti degli interrogativi sulle politiche di sicurezza francesi. Ad esempio perché, martedì 11 dicembre, non è stata disposta la chiusura almeno temporanea del mercato natalizio di Strasburgo? Nella mattinata dell'altro ieri, le forze dell'ordine avevano trovato delle granate al domicilio di Chérif Chakatt, sospettato e ricercato come autore della sparatoria. Considerata la sua fedina penale, sarebbe stato prudente chiudere il centro cittadino o, almeno, posizionare poliziotti e militari per controllare gli accessi alla zona delle animazioni natalizie. Dopo tutto sabato 8 dicembre per accedere agli Champs-Elysées, i manifestanti dovevano lasciarsi perquisire accuratamente. E poi ci si potrebbe chiedere: se non fossero stati impiegati 89.000 agenti per gestire l'«atto IV» dei gilet jaunes, la polizia avrebbe potuto forse intercettare prima il sospetto? Difficilmente avremo una risposta a queste domande. Tuttavia è evidente il disequilibrio tra le misure di sicurezza adottate per affrontare delle manifestazioni di cittadini in giallo - infiltrate è vero da qualche frangia violenta - e quelle per combattere la minaccia terroristica che, negli ultimi sei anni in Francia ha già fatto più di 200 morti. Matteo Ghisalberti Fabio Amendolara
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Carlo Nordio (Imagoeconomica)
Detto ciò, il Guardasigilli non teme di fare autocritica, mostrando una sensibilità e onestà intellettuale fuori dal comune rispetto al panorama politico italiano: «Abbiamo tutti esagerato nei toni», sottolinea, «devo dire che alcuni toni sono stati particolarmente antipatici, soprattutto quando arrivano da magistrati. Parliamo ora in avanti solo di contenuti. Auspico che il confronto avvenga in termini pacati, razionali ed esclusivamente sui contenuti. Il governo non ha paura di perdere, non ha bisogno di essere rinforzato da una vittoria».
Autocritica sì, ma nessun pentimento per qualche considerazione apparsa abbastanza aspra, come quelle sul Csm che hanno provocato l’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Spero che questa polemica sia chiusa e sono in perfetta e rispettosissima sintonia con il capo dello Stato», argomenta Nordio, «sono dispiaciuto perché l’intervento, che ripeto io condivido e per il quale ringrazio il presidente della Repubblica, è stato interpretato come una sorta di rimprovero per una frase che era stata attribuita a me e che effettivamente ho pronunciato io, ma non in quanto mia. Io avevo citato un’espressione di un noto magistrato. Spero che questa polemica sia chiusa. Rivendico tutte le frasi dette in questa campagna elettorale», aggiunge ancora il ministro, e «mi dolgo del fatto che molto spesso, e non voglio dare la colpa ai giornalisti, le cose non vengano riferite in perfetta esattezza. Sicuramente, se dovessi rileggerle, è molto probabile che in un certo senso abbia esagerato. Il giusto pecca sette volte al giorno», ricorda Nordio citando la Bibbia, «la persona perbene fa errori sette volte al giorno. Guai se pensassi che non sbaglio mai».
Detto ciò, Nordio mette in guardia da una eventuale vittoria dei No: «Ho detto che converrebbe anche alla Schlein che vincesse il Sì. Con un Sì le cose cambierebbero in meglio», osserva Nordio, «se dovesse vincere il No sarebbe una vittoria dell’ala estrema della magistratura, che ipotecherebbe la politica. Se dovesse vincere il No temo che, politicizzandosi il referendum anche attraverso l’intervento molto forte dalla magistratura, la politica in generale sarebbe sconfitta. La magistratura, forte di una vittoria alla quale ha conferito un forte significato politico, si sentirebbe nella facoltà di mantenere l’ipoteca sulla politica».
Dall’opposizione, attacca frontalmente Nordio il leader del M5s Giuseppe Conte: «Io inorridisco», dice Conte nel corso di un dibattito con il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè di Forza Italia, «di fronte al ministro Nordio che parla di tangenti come di mazzette che non meritano approfondimento investigativo. Rafforziamo la pianta organica dei magistrati. Rafforziamo le piattaforme informatiche. Queste sono le urgenze della giustizia». «La Costituzione parla», replica Mulè, «e solo chi fa finta di non sentire può metterne in discussione la chiarezza cristallina. I fatti inchiodano la verità all’assoluta certezza che la riforma che voteremo il 22 e 23 marzo preserva e anzi rafforza autonomia e indipendenza della magistratura superando definitivamente il retaggio dell’ordinamento fascista con il giudice terzo e imparziale. Chi dice il contrario mente spudoratamente».
In campo anche la segretaria del Pd Elly Schlein: «Anzitutto», argomenta la Schlein, «non è una riforma della giustizia per una ragione banale: che non migliora l’efficienza della giustizia italiana. Questo l’ha detto il ministro Nordio e lo ringraziamo per la sincerità. L’ha detto anche Giulia Bongiorno in Parlamento: ha detto che bisogna essere degli ignoranti per pensare che questa riforma migliori l’efficienza della giustizia italiana, che acceleri i processi. Guardate che la giustizia in Italia non è perfetta, lo sappiamo. Abbiamo una lentezza dei processi, un lento adeguamento al processo telematico, abbiamo una carenza di organico negli uffici giudiziari, abbiamo 12.000 precari che vanno stabilizzati nella giustizia; e questa riforma non tocca nemmeno uno, nemmeno di lontano, nemmeno uno di questi aspetti. Nessuno. Allora», aggiunge la Schlein, «questa non è una riforma che migliora la giustizia per i cittadini, che accelera quei processi, che assume quell’organico, che stabilizza quei precari. E se posso aggiungere, nemmeno incide su altri problemi della giustizia che ci sono: lo scarso ricorso alle misure alternative alla detenzione in carcere, ad esempio; o ancora, il sovraffollamento carcerario che è arrivato a punte del 138,5% e negli ultimi anni con un triste, tragico record che è quello dei suicidi in carcere, non solo tra i detenuti ma anche tra gli agenti di polizia penitenziaria».
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