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2018-12-13
«Ha appoggi in Germania». Lo jihadista in fuga fa tremare mezza Europa
ANSA
La matrice ideologica islamista dell'attentato non era stata ancora data per certa quando Site, il portale di monitoraggio dell'estremismo islamico sul Web, con un tweet ha annunciato che - sebbene da nessun gruppo siano arrivate rivendicazioni - i sostenitori dell'Isis avevano celebrato la sparatoria. Poi, alle 13 di ieri, il procuratore antiterrorismo di Parigi, Remy Heitz, ha svelato che il terrorista Chérif Chekatt, poco prima dell'azione ai mercatini di Natale di Strasburgo ha gridato «Allah Akbar» e a quel punto è arrivata la conferma ufficiale: «Il terrorismo internazionale», ha detto il magistrato ai giornalisti, «ha nuovamente colpito la Francia». Poi ha reso pubblico il bollettino di guerra ufficiale: ossia che nell'assalto sono state uccise tre persone e che 14 sono rimaste ferite (9 delle quali sono in gravi condizioni). E infine ha confermato che quattro persone vicine al killer sono state fermate. Si è saputo solo più tardi, però, tramite la Bfm-Tv, che si trattava dei familiari di Chérif: i genitori e due fratelli (che sono stati interrogati a lungo). Una misura cautelare disposta, spiegano fonti francesi, per impedire qualsiasi contatto del terrorista fuggiasco con il suo gruppo. Secondo Le Parisien uno dei fratelli - di nome Sami - apparterrebbe al movimento salafita di Strasburgo. Dopo la sparatoria Chérif, ferito a un braccio, ha sequestrato un tassista e si è dileguato, spostandosi in automobile dal centro di Strasburgo al quartiere di Neudorf, dove è sfuggito a un primo accerchiamento della polizia. Durante il percorso ha detto all'autista, per terrorizzarlo, di avere già ucciso 10 persone.
Nonostante alle ricerche stiano partecipando 720 poliziotti, Chérif è riuscito con sbalorditiva facilità a trasformarsi in un fantasma. Il ministro francese dell'Interno, Christophe Castaner, ha annunciato all'Assemblea nazionale di aver rafforzato le misure di sicurezza su tutti i mercatini di Natale del Paese. Martedì, però, le sue truppe celeri, spiegano i cronisti del quotidiano Le Parisien, a poche ore dall'attentato sono state spostate dalla piazza dei mercatini di Natale e fatte convergere in un luogo poco distante, in cui era in corso una manifestazione di liceali. Il governo di Emmanuel Macron ha comunque rinunciato a dichiarare lo stato di emergenza, misura che invece fu adottata dopo gli attentati di Parigi - la notte del Bataclan - e che rimase in vigore per circa due anni. D'altra parte ora una delle piste più calde conduce alla Germania. Lì potrebbe essere fuggito Chérif, stando a fonti di sicurezza franco tedesche citate dal quotidiano teutonico Bild. Una portavoce della polizia di Coblenza, città dell'area del Medio Reno tedesco, ha confermato che la caccia all'uomo è in corso in una zona ben precisa, circa una trentina di chilometri lungo il confine tra Francia e Germania. Gli investigatori dell'antiterrorismo sostengono di aver appreso da fonti riservate che il fuggiasco potrebbe avere appoggi da sfruttare in Germania. Di conseguenza, in quattro diversi laender t sono stati rafforzati i controlli agli automezzi da parte della polizia: posti di blocco sono stati istituiti nel Baden Wuerttemberg, nel Saarland, in Baviera e nella Renania Palatinato. La stampa francese ipotizza che Chérif abbia potuto attraversare il confine già martedì sera - la stessa in cui ha aperto il fuoco ai mercatini - mimetizzandosi nelle comunità islamiche. Il dettaglio che lo rende debole potrebbe essere proprio la ferita al braccio rimediata negli scontri coi gendarmi. Nonostante ciò, fino a ieri sera, nessuna autorità ha azzardato pronostici sulla possibile cattura. Per ora Chérif si porta dietro l'accusa di aver assassinato tre persone: un tailandese, un francese e un meccanico afgano di nome Kamal e di religione musulmana. A dare l'annuncio della sua morte è stata la Grande moschea di Strasburgo Eyyub Sultan con un post su Facebook. È in serio pericolo di vita anche il giornalista italiano Antonio Megalizzi, 28 anni, originario di Trento, che era sul posto per seguire la plenaria del Parlamento europeo per conto di Europhonica, emittente che fa parte del pool delle radio web universitarie di Francia, Germania, Spagna e Portogallo (anche un altro componente dello staff di Europhonica, di origini francesi, è ferito in modo grave). «Antonio è in coma e non si può operare per la posizione gravissima del proiettile che si è ficcato alla base del cranio, vicino alla spina dorsale», ha spiegato Danilo Moresco, padre di Luana, fidanzata del reporter. Le due ragazze che erano con lui, la trentina Caterina Moser e Clara Stevanato, veneta residente a Parigi - amche loro collaboratrici della radio - sono riuscite a scappare rifugiandosi in un bar a poca distanza. Il procuratore aggiunto dell'antiterrorismo, Francesco Caporale, e il sostituto Tiziana Cugini della Procura di Roma hanno aperto un fascicolo nel quale ipotizzano i reati di strage e attentato con finalità di terrorismo. L'attenzione è alta pure in Italia, anche se dalla riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo convocata ieri al Viminale non sono emersi collegamenti tra l'attentatore di Strasburgo e il nostro Paese.
La Francia nuovamente ferita dal terrorismo islamico, dopo l'ondata di protesta dei gilet gialli, si interroga sulla sparatoria di Strasburgo.
Sui social network molti gruppi e pagine animate dai cittadini in giallo ipotizzano - con troppa leggerezza - dei complotti. Secondo le tesi più in voga, autorità deviate avrebbero lasciato compiere questo attentato per impedire lo svolgimento del quinto atto di protesta dei gilet gialli. Cittadini comuni che - delusi dal discorso di Emmanuel Macron di lunedì scorso - stavano iniziando a organizzare per sabato 15 dicembre. Storie e dietrologie da classificare alla voce fantapolitica, per non dire follia. Tralasciando i deliri da Internet, va detto che il governo ha alzato l'allerta terroristica al livello massimo, quello di «urgenza attentati». Concretamente questo comporta misure d'urgenza come, per esempio, la chiusura di strade, metrò, scuole, limitazioni di spostamento o intensificazione di controlli su veicoli e persone. Nei fatti, sono state già vietate le manifestazioni a Strasburgo ed è stata alzata la sorveglianza sui mercatini di Natale in tutta la Francia.
Nel frattempo, alcuni ministri ed esponenti dell'opposizione di destra hanno auspicato la fine della protesta dei gilet gialli: «Il movimento deve cessare», ha detto senza mezzi termini il ministro della Giustizia, Nicole Belloubet ospite del canale Public Sénat. Più pacate le dichiarazioni del sottosegretario all'Interno, Laurent Nuñez, che su radio France Inter ha dichiarato: «Spero che dovremo impiegare meno uomini semplicemente perché prevarrà il senso di responsabilità generale nel Paese, che permetterà di avere meno manifestazioni». Anche tra i rappresentanti del partito di Nicolas Sarkozy è stato auspicato uno stop delle manifestazioni: «Si impone una tregua, in segno di rispetto della memoria delle vittime e perché le nostre forze dell'ordine sono impegnate», sostiene Damien Abad, vicepresidente de Les Républicains. Anche altri suoi colleghi di partito, i sindaci degli arrondissement parigini più colpiti dalle incursioni dei casseur gli scorsi sabati, hanno chiesto al governo di vietare le manifestazioni fino al 31 dicembre. Difficile dire come la prenderanno i gilet gialli più arrabbiati. Forse una pausa potrebbe permettere loro di riprendere un po' fiato, mostrare un forma di adesione alla solidarietà nazionale, il tutto senza far perdere intensità alle loro rivendicazioni. Dopo tutto, il primo gennaio 2019 entrerà in vigore anche in Francia il prelievo alla fonte. Molti osservatori si aspettano che quando i francesi riceveranno la loro prima busta paga «amputata» da tasse e contributi, non la prenderanno troppo bene. Insomma, i motivi per reclamare più potere d'acquisto ci saranno anche tra due settimane.
In ogni caso, anche se alla fine i gilet gialli decideranno di non manifestare il prossimo sabato e forse anche fino a capodanno, resteranno aperti degli interrogativi sulle politiche di sicurezza francesi. Ad esempio perché, martedì 11 dicembre, non è stata disposta la chiusura almeno temporanea del mercato natalizio di Strasburgo? Nella mattinata dell'altro ieri, le forze dell'ordine avevano trovato delle granate al domicilio di Chérif Chakatt, sospettato e ricercato come autore della sparatoria. Considerata la sua fedina penale, sarebbe stato prudente chiudere il centro cittadino o, almeno, posizionare poliziotti e militari per controllare gli accessi alla zona delle animazioni natalizie. Dopo tutto sabato 8 dicembre per accedere agli Champs-Elysées, i manifestanti dovevano lasciarsi perquisire accuratamente. E poi ci si potrebbe chiedere: se non fossero stati impiegati 89.000 agenti per gestire l'«atto IV» dei gilet jaunes, la polizia avrebbe potuto forse intercettare prima il sospetto? Difficilmente avremo una risposta a queste domande. Tuttavia è evidente il disequilibrio tra le misure di sicurezza adottate per affrontare delle manifestazioni di cittadini in giallo - infiltrate è vero da qualche frangia violenta - e quelle per combattere la minaccia terroristica che, negli ultimi sei anni in Francia ha già fatto più di 200 morti.
Matteo Ghisalberti
Fabio Amendolara
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A Strasburgo 3 morti e 14 feriti. Benché gli abbiano sparato a un braccio, Chérif Chekatt non si trova. Gli 007 tedeschi lanciano l'allarme: blindati 30 chilometri di confine. Alcune pagine Internet riconducibili al movimento degli scontenti sostengono che l'attacco non sia casuale, bensì serva a bloccare le proteste. Il sottosegretario dell'Interno: «Ora serve responsabilità» Lo speciale contiene due articoli. La matrice ideologica islamista dell'attentato non era stata ancora data per certa quando Site, il portale di monitoraggio dell'estremismo islamico sul Web, con un tweet ha annunciato che - sebbene da nessun gruppo siano arrivate rivendicazioni - i sostenitori dell'Isis avevano celebrato la sparatoria. Poi, alle 13 di ieri, il procuratore antiterrorismo di Parigi, Remy Heitz, ha svelato che il terrorista Chérif Chekatt, poco prima dell'azione ai mercatini di Natale di Strasburgo ha gridato «Allah Akbar» e a quel punto è arrivata la conferma ufficiale: «Il terrorismo internazionale», ha detto il magistrato ai giornalisti, «ha nuovamente colpito la Francia». Poi ha reso pubblico il bollettino di guerra ufficiale: ossia che nell'assalto sono state uccise tre persone e che 14 sono rimaste ferite (9 delle quali sono in gravi condizioni). E infine ha confermato che quattro persone vicine al killer sono state fermate. Si è saputo solo più tardi, però, tramite la Bfm-Tv, che si trattava dei familiari di Chérif: i genitori e due fratelli (che sono stati interrogati a lungo). Una misura cautelare disposta, spiegano fonti francesi, per impedire qualsiasi contatto del terrorista fuggiasco con il suo gruppo. Secondo Le Parisien uno dei fratelli - di nome Sami - apparterrebbe al movimento salafita di Strasburgo. Dopo la sparatoria Chérif, ferito a un braccio, ha sequestrato un tassista e si è dileguato, spostandosi in automobile dal centro di Strasburgo al quartiere di Neudorf, dove è sfuggito a un primo accerchiamento della polizia. Durante il percorso ha detto all'autista, per terrorizzarlo, di avere già ucciso 10 persone. Nonostante alle ricerche stiano partecipando 720 poliziotti, Chérif è riuscito con sbalorditiva facilità a trasformarsi in un fantasma. Il ministro francese dell'Interno, Christophe Castaner, ha annunciato all'Assemblea nazionale di aver rafforzato le misure di sicurezza su tutti i mercatini di Natale del Paese. Martedì, però, le sue truppe celeri, spiegano i cronisti del quotidiano Le Parisien, a poche ore dall'attentato sono state spostate dalla piazza dei mercatini di Natale e fatte convergere in un luogo poco distante, in cui era in corso una manifestazione di liceali. Il governo di Emmanuel Macron ha comunque rinunciato a dichiarare lo stato di emergenza, misura che invece fu adottata dopo gli attentati di Parigi - la notte del Bataclan - e che rimase in vigore per circa due anni. D'altra parte ora una delle piste più calde conduce alla Germania. Lì potrebbe essere fuggito Chérif, stando a fonti di sicurezza franco tedesche citate dal quotidiano teutonico Bild. Una portavoce della polizia di Coblenza, città dell'area del Medio Reno tedesco, ha confermato che la caccia all'uomo è in corso in una zona ben precisa, circa una trentina di chilometri lungo il confine tra Francia e Germania. Gli investigatori dell'antiterrorismo sostengono di aver appreso da fonti riservate che il fuggiasco potrebbe avere appoggi da sfruttare in Germania. Di conseguenza, in quattro diversi laender t sono stati rafforzati i controlli agli automezzi da parte della polizia: posti di blocco sono stati istituiti nel Baden Wuerttemberg, nel Saarland, in Baviera e nella Renania Palatinato. La stampa francese ipotizza che Chérif abbia potuto attraversare il confine già martedì sera - la stessa in cui ha aperto il fuoco ai mercatini - mimetizzandosi nelle comunità islamiche. Il dettaglio che lo rende debole potrebbe essere proprio la ferita al braccio rimediata negli scontri coi gendarmi. Nonostante ciò, fino a ieri sera, nessuna autorità ha azzardato pronostici sulla possibile cattura. Per ora Chérif si porta dietro l'accusa di aver assassinato tre persone: un tailandese, un francese e un meccanico afgano di nome Kamal e di religione musulmana. A dare l'annuncio della sua morte è stata la Grande moschea di Strasburgo Eyyub Sultan con un post su Facebook. È in serio pericolo di vita anche il giornalista italiano Antonio Megalizzi, 28 anni, originario di Trento, che era sul posto per seguire la plenaria del Parlamento europeo per conto di Europhonica, emittente che fa parte del pool delle radio web universitarie di Francia, Germania, Spagna e Portogallo (anche un altro componente dello staff di Europhonica, di origini francesi, è ferito in modo grave). «Antonio è in coma e non si può operare per la posizione gravissima del proiettile che si è ficcato alla base del cranio, vicino alla spina dorsale», ha spiegato Danilo Moresco, padre di Luana, fidanzata del reporter. Le due ragazze che erano con lui, la trentina Caterina Moser e Clara Stevanato, veneta residente a Parigi - amche loro collaboratrici della radio - sono riuscite a scappare rifugiandosi in un bar a poca distanza. Il procuratore aggiunto dell'antiterrorismo, Francesco Caporale, e il sostituto Tiziana Cugini della Procura di Roma hanno aperto un fascicolo nel quale ipotizzano i reati di strage e attentato con finalità di terrorismo. L'attenzione è alta pure in Italia, anche se dalla riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo convocata ieri al Viminale non sono emersi collegamenti tra l'attentatore di Strasburgo e il nostro Paese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ha-appoggi-in-germania-lo-jihadista-in-fuga-fa-tremare-mezza-europa-2623226677.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2623226677" data-published-at="1767992220" data-use-pagination="False"> La Francia nuovamente ferita dal terrorismo islamico, dopo l'ondata di protesta dei gilet gialli, si interroga sulla sparatoria di Strasburgo. Sui social network molti gruppi e pagine animate dai cittadini in giallo ipotizzano - con troppa leggerezza - dei complotti. Secondo le tesi più in voga, autorità deviate avrebbero lasciato compiere questo attentato per impedire lo svolgimento del quinto atto di protesta dei gilet gialli. Cittadini comuni che - delusi dal discorso di Emmanuel Macron di lunedì scorso - stavano iniziando a organizzare per sabato 15 dicembre. Storie e dietrologie da classificare alla voce fantapolitica, per non dire follia. Tralasciando i deliri da Internet, va detto che il governo ha alzato l'allerta terroristica al livello massimo, quello di «urgenza attentati». Concretamente questo comporta misure d'urgenza come, per esempio, la chiusura di strade, metrò, scuole, limitazioni di spostamento o intensificazione di controlli su veicoli e persone. Nei fatti, sono state già vietate le manifestazioni a Strasburgo ed è stata alzata la sorveglianza sui mercatini di Natale in tutta la Francia. Nel frattempo, alcuni ministri ed esponenti dell'opposizione di destra hanno auspicato la fine della protesta dei gilet gialli: «Il movimento deve cessare», ha detto senza mezzi termini il ministro della Giustizia, Nicole Belloubet ospite del canale Public Sénat. Più pacate le dichiarazioni del sottosegretario all'Interno, Laurent Nuñez, che su radio France Inter ha dichiarato: «Spero che dovremo impiegare meno uomini semplicemente perché prevarrà il senso di responsabilità generale nel Paese, che permetterà di avere meno manifestazioni». Anche tra i rappresentanti del partito di Nicolas Sarkozy è stato auspicato uno stop delle manifestazioni: «Si impone una tregua, in segno di rispetto della memoria delle vittime e perché le nostre forze dell'ordine sono impegnate», sostiene Damien Abad, vicepresidente de Les Républicains. Anche altri suoi colleghi di partito, i sindaci degli arrondissement parigini più colpiti dalle incursioni dei casseur gli scorsi sabati, hanno chiesto al governo di vietare le manifestazioni fino al 31 dicembre. Difficile dire come la prenderanno i gilet gialli più arrabbiati. Forse una pausa potrebbe permettere loro di riprendere un po' fiato, mostrare un forma di adesione alla solidarietà nazionale, il tutto senza far perdere intensità alle loro rivendicazioni. Dopo tutto, il primo gennaio 2019 entrerà in vigore anche in Francia il prelievo alla fonte. Molti osservatori si aspettano che quando i francesi riceveranno la loro prima busta paga «amputata» da tasse e contributi, non la prenderanno troppo bene. Insomma, i motivi per reclamare più potere d'acquisto ci saranno anche tra due settimane. In ogni caso, anche se alla fine i gilet gialli decideranno di non manifestare il prossimo sabato e forse anche fino a capodanno, resteranno aperti degli interrogativi sulle politiche di sicurezza francesi. Ad esempio perché, martedì 11 dicembre, non è stata disposta la chiusura almeno temporanea del mercato natalizio di Strasburgo? Nella mattinata dell'altro ieri, le forze dell'ordine avevano trovato delle granate al domicilio di Chérif Chakatt, sospettato e ricercato come autore della sparatoria. Considerata la sua fedina penale, sarebbe stato prudente chiudere il centro cittadino o, almeno, posizionare poliziotti e militari per controllare gli accessi alla zona delle animazioni natalizie. Dopo tutto sabato 8 dicembre per accedere agli Champs-Elysées, i manifestanti dovevano lasciarsi perquisire accuratamente. E poi ci si potrebbe chiedere: se non fossero stati impiegati 89.000 agenti per gestire l'«atto IV» dei gilet jaunes, la polizia avrebbe potuto forse intercettare prima il sospetto? Difficilmente avremo una risposta a queste domande. Tuttavia è evidente il disequilibrio tra le misure di sicurezza adottate per affrontare delle manifestazioni di cittadini in giallo - infiltrate è vero da qualche frangia violenta - e quelle per combattere la minaccia terroristica che, negli ultimi sei anni in Francia ha già fatto più di 200 morti. Matteo Ghisalberti Fabio Amendolara
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.