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2018-12-13
«Ha appoggi in Germania». Lo jihadista in fuga fa tremare mezza Europa
ANSA
La matrice ideologica islamista dell'attentato non era stata ancora data per certa quando Site, il portale di monitoraggio dell'estremismo islamico sul Web, con un tweet ha annunciato che - sebbene da nessun gruppo siano arrivate rivendicazioni - i sostenitori dell'Isis avevano celebrato la sparatoria. Poi, alle 13 di ieri, il procuratore antiterrorismo di Parigi, Remy Heitz, ha svelato che il terrorista Chérif Chekatt, poco prima dell'azione ai mercatini di Natale di Strasburgo ha gridato «Allah Akbar» e a quel punto è arrivata la conferma ufficiale: «Il terrorismo internazionale», ha detto il magistrato ai giornalisti, «ha nuovamente colpito la Francia». Poi ha reso pubblico il bollettino di guerra ufficiale: ossia che nell'assalto sono state uccise tre persone e che 14 sono rimaste ferite (9 delle quali sono in gravi condizioni). E infine ha confermato che quattro persone vicine al killer sono state fermate. Si è saputo solo più tardi, però, tramite la Bfm-Tv, che si trattava dei familiari di Chérif: i genitori e due fratelli (che sono stati interrogati a lungo). Una misura cautelare disposta, spiegano fonti francesi, per impedire qualsiasi contatto del terrorista fuggiasco con il suo gruppo. Secondo Le Parisien uno dei fratelli - di nome Sami - apparterrebbe al movimento salafita di Strasburgo. Dopo la sparatoria Chérif, ferito a un braccio, ha sequestrato un tassista e si è dileguato, spostandosi in automobile dal centro di Strasburgo al quartiere di Neudorf, dove è sfuggito a un primo accerchiamento della polizia. Durante il percorso ha detto all'autista, per terrorizzarlo, di avere già ucciso 10 persone.
Nonostante alle ricerche stiano partecipando 720 poliziotti, Chérif è riuscito con sbalorditiva facilità a trasformarsi in un fantasma. Il ministro francese dell'Interno, Christophe Castaner, ha annunciato all'Assemblea nazionale di aver rafforzato le misure di sicurezza su tutti i mercatini di Natale del Paese. Martedì, però, le sue truppe celeri, spiegano i cronisti del quotidiano Le Parisien, a poche ore dall'attentato sono state spostate dalla piazza dei mercatini di Natale e fatte convergere in un luogo poco distante, in cui era in corso una manifestazione di liceali. Il governo di Emmanuel Macron ha comunque rinunciato a dichiarare lo stato di emergenza, misura che invece fu adottata dopo gli attentati di Parigi - la notte del Bataclan - e che rimase in vigore per circa due anni. D'altra parte ora una delle piste più calde conduce alla Germania. Lì potrebbe essere fuggito Chérif, stando a fonti di sicurezza franco tedesche citate dal quotidiano teutonico Bild. Una portavoce della polizia di Coblenza, città dell'area del Medio Reno tedesco, ha confermato che la caccia all'uomo è in corso in una zona ben precisa, circa una trentina di chilometri lungo il confine tra Francia e Germania. Gli investigatori dell'antiterrorismo sostengono di aver appreso da fonti riservate che il fuggiasco potrebbe avere appoggi da sfruttare in Germania. Di conseguenza, in quattro diversi laender t sono stati rafforzati i controlli agli automezzi da parte della polizia: posti di blocco sono stati istituiti nel Baden Wuerttemberg, nel Saarland, in Baviera e nella Renania Palatinato. La stampa francese ipotizza che Chérif abbia potuto attraversare il confine già martedì sera - la stessa in cui ha aperto il fuoco ai mercatini - mimetizzandosi nelle comunità islamiche. Il dettaglio che lo rende debole potrebbe essere proprio la ferita al braccio rimediata negli scontri coi gendarmi. Nonostante ciò, fino a ieri sera, nessuna autorità ha azzardato pronostici sulla possibile cattura. Per ora Chérif si porta dietro l'accusa di aver assassinato tre persone: un tailandese, un francese e un meccanico afgano di nome Kamal e di religione musulmana. A dare l'annuncio della sua morte è stata la Grande moschea di Strasburgo Eyyub Sultan con un post su Facebook. È in serio pericolo di vita anche il giornalista italiano Antonio Megalizzi, 28 anni, originario di Trento, che era sul posto per seguire la plenaria del Parlamento europeo per conto di Europhonica, emittente che fa parte del pool delle radio web universitarie di Francia, Germania, Spagna e Portogallo (anche un altro componente dello staff di Europhonica, di origini francesi, è ferito in modo grave). «Antonio è in coma e non si può operare per la posizione gravissima del proiettile che si è ficcato alla base del cranio, vicino alla spina dorsale», ha spiegato Danilo Moresco, padre di Luana, fidanzata del reporter. Le due ragazze che erano con lui, la trentina Caterina Moser e Clara Stevanato, veneta residente a Parigi - amche loro collaboratrici della radio - sono riuscite a scappare rifugiandosi in un bar a poca distanza. Il procuratore aggiunto dell'antiterrorismo, Francesco Caporale, e il sostituto Tiziana Cugini della Procura di Roma hanno aperto un fascicolo nel quale ipotizzano i reati di strage e attentato con finalità di terrorismo. L'attenzione è alta pure in Italia, anche se dalla riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo convocata ieri al Viminale non sono emersi collegamenti tra l'attentatore di Strasburgo e il nostro Paese.
La Francia nuovamente ferita dal terrorismo islamico, dopo l'ondata di protesta dei gilet gialli, si interroga sulla sparatoria di Strasburgo.
Sui social network molti gruppi e pagine animate dai cittadini in giallo ipotizzano - con troppa leggerezza - dei complotti. Secondo le tesi più in voga, autorità deviate avrebbero lasciato compiere questo attentato per impedire lo svolgimento del quinto atto di protesta dei gilet gialli. Cittadini comuni che - delusi dal discorso di Emmanuel Macron di lunedì scorso - stavano iniziando a organizzare per sabato 15 dicembre. Storie e dietrologie da classificare alla voce fantapolitica, per non dire follia. Tralasciando i deliri da Internet, va detto che il governo ha alzato l'allerta terroristica al livello massimo, quello di «urgenza attentati». Concretamente questo comporta misure d'urgenza come, per esempio, la chiusura di strade, metrò, scuole, limitazioni di spostamento o intensificazione di controlli su veicoli e persone. Nei fatti, sono state già vietate le manifestazioni a Strasburgo ed è stata alzata la sorveglianza sui mercatini di Natale in tutta la Francia.
Nel frattempo, alcuni ministri ed esponenti dell'opposizione di destra hanno auspicato la fine della protesta dei gilet gialli: «Il movimento deve cessare», ha detto senza mezzi termini il ministro della Giustizia, Nicole Belloubet ospite del canale Public Sénat. Più pacate le dichiarazioni del sottosegretario all'Interno, Laurent Nuñez, che su radio France Inter ha dichiarato: «Spero che dovremo impiegare meno uomini semplicemente perché prevarrà il senso di responsabilità generale nel Paese, che permetterà di avere meno manifestazioni». Anche tra i rappresentanti del partito di Nicolas Sarkozy è stato auspicato uno stop delle manifestazioni: «Si impone una tregua, in segno di rispetto della memoria delle vittime e perché le nostre forze dell'ordine sono impegnate», sostiene Damien Abad, vicepresidente de Les Républicains. Anche altri suoi colleghi di partito, i sindaci degli arrondissement parigini più colpiti dalle incursioni dei casseur gli scorsi sabati, hanno chiesto al governo di vietare le manifestazioni fino al 31 dicembre. Difficile dire come la prenderanno i gilet gialli più arrabbiati. Forse una pausa potrebbe permettere loro di riprendere un po' fiato, mostrare un forma di adesione alla solidarietà nazionale, il tutto senza far perdere intensità alle loro rivendicazioni. Dopo tutto, il primo gennaio 2019 entrerà in vigore anche in Francia il prelievo alla fonte. Molti osservatori si aspettano che quando i francesi riceveranno la loro prima busta paga «amputata» da tasse e contributi, non la prenderanno troppo bene. Insomma, i motivi per reclamare più potere d'acquisto ci saranno anche tra due settimane.
In ogni caso, anche se alla fine i gilet gialli decideranno di non manifestare il prossimo sabato e forse anche fino a capodanno, resteranno aperti degli interrogativi sulle politiche di sicurezza francesi. Ad esempio perché, martedì 11 dicembre, non è stata disposta la chiusura almeno temporanea del mercato natalizio di Strasburgo? Nella mattinata dell'altro ieri, le forze dell'ordine avevano trovato delle granate al domicilio di Chérif Chakatt, sospettato e ricercato come autore della sparatoria. Considerata la sua fedina penale, sarebbe stato prudente chiudere il centro cittadino o, almeno, posizionare poliziotti e militari per controllare gli accessi alla zona delle animazioni natalizie. Dopo tutto sabato 8 dicembre per accedere agli Champs-Elysées, i manifestanti dovevano lasciarsi perquisire accuratamente. E poi ci si potrebbe chiedere: se non fossero stati impiegati 89.000 agenti per gestire l'«atto IV» dei gilet jaunes, la polizia avrebbe potuto forse intercettare prima il sospetto? Difficilmente avremo una risposta a queste domande. Tuttavia è evidente il disequilibrio tra le misure di sicurezza adottate per affrontare delle manifestazioni di cittadini in giallo - infiltrate è vero da qualche frangia violenta - e quelle per combattere la minaccia terroristica che, negli ultimi sei anni in Francia ha già fatto più di 200 morti.
Matteo Ghisalberti
Fabio Amendolara
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A Strasburgo 3 morti e 14 feriti. Benché gli abbiano sparato a un braccio, Chérif Chekatt non si trova. Gli 007 tedeschi lanciano l'allarme: blindati 30 chilometri di confine. Alcune pagine Internet riconducibili al movimento degli scontenti sostengono che l'attacco non sia casuale, bensì serva a bloccare le proteste. Il sottosegretario dell'Interno: «Ora serve responsabilità» Lo speciale contiene due articoli. La matrice ideologica islamista dell'attentato non era stata ancora data per certa quando Site, il portale di monitoraggio dell'estremismo islamico sul Web, con un tweet ha annunciato che - sebbene da nessun gruppo siano arrivate rivendicazioni - i sostenitori dell'Isis avevano celebrato la sparatoria. Poi, alle 13 di ieri, il procuratore antiterrorismo di Parigi, Remy Heitz, ha svelato che il terrorista Chérif Chekatt, poco prima dell'azione ai mercatini di Natale di Strasburgo ha gridato «Allah Akbar» e a quel punto è arrivata la conferma ufficiale: «Il terrorismo internazionale», ha detto il magistrato ai giornalisti, «ha nuovamente colpito la Francia». Poi ha reso pubblico il bollettino di guerra ufficiale: ossia che nell'assalto sono state uccise tre persone e che 14 sono rimaste ferite (9 delle quali sono in gravi condizioni). E infine ha confermato che quattro persone vicine al killer sono state fermate. Si è saputo solo più tardi, però, tramite la Bfm-Tv, che si trattava dei familiari di Chérif: i genitori e due fratelli (che sono stati interrogati a lungo). Una misura cautelare disposta, spiegano fonti francesi, per impedire qualsiasi contatto del terrorista fuggiasco con il suo gruppo. Secondo Le Parisien uno dei fratelli - di nome Sami - apparterrebbe al movimento salafita di Strasburgo. Dopo la sparatoria Chérif, ferito a un braccio, ha sequestrato un tassista e si è dileguato, spostandosi in automobile dal centro di Strasburgo al quartiere di Neudorf, dove è sfuggito a un primo accerchiamento della polizia. Durante il percorso ha detto all'autista, per terrorizzarlo, di avere già ucciso 10 persone. Nonostante alle ricerche stiano partecipando 720 poliziotti, Chérif è riuscito con sbalorditiva facilità a trasformarsi in un fantasma. Il ministro francese dell'Interno, Christophe Castaner, ha annunciato all'Assemblea nazionale di aver rafforzato le misure di sicurezza su tutti i mercatini di Natale del Paese. Martedì, però, le sue truppe celeri, spiegano i cronisti del quotidiano Le Parisien, a poche ore dall'attentato sono state spostate dalla piazza dei mercatini di Natale e fatte convergere in un luogo poco distante, in cui era in corso una manifestazione di liceali. Il governo di Emmanuel Macron ha comunque rinunciato a dichiarare lo stato di emergenza, misura che invece fu adottata dopo gli attentati di Parigi - la notte del Bataclan - e che rimase in vigore per circa due anni. D'altra parte ora una delle piste più calde conduce alla Germania. Lì potrebbe essere fuggito Chérif, stando a fonti di sicurezza franco tedesche citate dal quotidiano teutonico Bild. Una portavoce della polizia di Coblenza, città dell'area del Medio Reno tedesco, ha confermato che la caccia all'uomo è in corso in una zona ben precisa, circa una trentina di chilometri lungo il confine tra Francia e Germania. Gli investigatori dell'antiterrorismo sostengono di aver appreso da fonti riservate che il fuggiasco potrebbe avere appoggi da sfruttare in Germania. Di conseguenza, in quattro diversi laender t sono stati rafforzati i controlli agli automezzi da parte della polizia: posti di blocco sono stati istituiti nel Baden Wuerttemberg, nel Saarland, in Baviera e nella Renania Palatinato. La stampa francese ipotizza che Chérif abbia potuto attraversare il confine già martedì sera - la stessa in cui ha aperto il fuoco ai mercatini - mimetizzandosi nelle comunità islamiche. Il dettaglio che lo rende debole potrebbe essere proprio la ferita al braccio rimediata negli scontri coi gendarmi. Nonostante ciò, fino a ieri sera, nessuna autorità ha azzardato pronostici sulla possibile cattura. Per ora Chérif si porta dietro l'accusa di aver assassinato tre persone: un tailandese, un francese e un meccanico afgano di nome Kamal e di religione musulmana. A dare l'annuncio della sua morte è stata la Grande moschea di Strasburgo Eyyub Sultan con un post su Facebook. È in serio pericolo di vita anche il giornalista italiano Antonio Megalizzi, 28 anni, originario di Trento, che era sul posto per seguire la plenaria del Parlamento europeo per conto di Europhonica, emittente che fa parte del pool delle radio web universitarie di Francia, Germania, Spagna e Portogallo (anche un altro componente dello staff di Europhonica, di origini francesi, è ferito in modo grave). «Antonio è in coma e non si può operare per la posizione gravissima del proiettile che si è ficcato alla base del cranio, vicino alla spina dorsale», ha spiegato Danilo Moresco, padre di Luana, fidanzata del reporter. Le due ragazze che erano con lui, la trentina Caterina Moser e Clara Stevanato, veneta residente a Parigi - amche loro collaboratrici della radio - sono riuscite a scappare rifugiandosi in un bar a poca distanza. Il procuratore aggiunto dell'antiterrorismo, Francesco Caporale, e il sostituto Tiziana Cugini della Procura di Roma hanno aperto un fascicolo nel quale ipotizzano i reati di strage e attentato con finalità di terrorismo. L'attenzione è alta pure in Italia, anche se dalla riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo convocata ieri al Viminale non sono emersi collegamenti tra l'attentatore di Strasburgo e il nostro Paese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ha-appoggi-in-germania-lo-jihadista-in-fuga-fa-tremare-mezza-europa-2623226677.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2623226677" data-published-at="1778697441" data-use-pagination="False"> La Francia nuovamente ferita dal terrorismo islamico, dopo l'ondata di protesta dei gilet gialli, si interroga sulla sparatoria di Strasburgo. Sui social network molti gruppi e pagine animate dai cittadini in giallo ipotizzano - con troppa leggerezza - dei complotti. Secondo le tesi più in voga, autorità deviate avrebbero lasciato compiere questo attentato per impedire lo svolgimento del quinto atto di protesta dei gilet gialli. Cittadini comuni che - delusi dal discorso di Emmanuel Macron di lunedì scorso - stavano iniziando a organizzare per sabato 15 dicembre. Storie e dietrologie da classificare alla voce fantapolitica, per non dire follia. Tralasciando i deliri da Internet, va detto che il governo ha alzato l'allerta terroristica al livello massimo, quello di «urgenza attentati». Concretamente questo comporta misure d'urgenza come, per esempio, la chiusura di strade, metrò, scuole, limitazioni di spostamento o intensificazione di controlli su veicoli e persone. Nei fatti, sono state già vietate le manifestazioni a Strasburgo ed è stata alzata la sorveglianza sui mercatini di Natale in tutta la Francia. Nel frattempo, alcuni ministri ed esponenti dell'opposizione di destra hanno auspicato la fine della protesta dei gilet gialli: «Il movimento deve cessare», ha detto senza mezzi termini il ministro della Giustizia, Nicole Belloubet ospite del canale Public Sénat. Più pacate le dichiarazioni del sottosegretario all'Interno, Laurent Nuñez, che su radio France Inter ha dichiarato: «Spero che dovremo impiegare meno uomini semplicemente perché prevarrà il senso di responsabilità generale nel Paese, che permetterà di avere meno manifestazioni». Anche tra i rappresentanti del partito di Nicolas Sarkozy è stato auspicato uno stop delle manifestazioni: «Si impone una tregua, in segno di rispetto della memoria delle vittime e perché le nostre forze dell'ordine sono impegnate», sostiene Damien Abad, vicepresidente de Les Républicains. Anche altri suoi colleghi di partito, i sindaci degli arrondissement parigini più colpiti dalle incursioni dei casseur gli scorsi sabati, hanno chiesto al governo di vietare le manifestazioni fino al 31 dicembre. Difficile dire come la prenderanno i gilet gialli più arrabbiati. Forse una pausa potrebbe permettere loro di riprendere un po' fiato, mostrare un forma di adesione alla solidarietà nazionale, il tutto senza far perdere intensità alle loro rivendicazioni. Dopo tutto, il primo gennaio 2019 entrerà in vigore anche in Francia il prelievo alla fonte. Molti osservatori si aspettano che quando i francesi riceveranno la loro prima busta paga «amputata» da tasse e contributi, non la prenderanno troppo bene. Insomma, i motivi per reclamare più potere d'acquisto ci saranno anche tra due settimane. In ogni caso, anche se alla fine i gilet gialli decideranno di non manifestare il prossimo sabato e forse anche fino a capodanno, resteranno aperti degli interrogativi sulle politiche di sicurezza francesi. Ad esempio perché, martedì 11 dicembre, non è stata disposta la chiusura almeno temporanea del mercato natalizio di Strasburgo? Nella mattinata dell'altro ieri, le forze dell'ordine avevano trovato delle granate al domicilio di Chérif Chakatt, sospettato e ricercato come autore della sparatoria. Considerata la sua fedina penale, sarebbe stato prudente chiudere il centro cittadino o, almeno, posizionare poliziotti e militari per controllare gli accessi alla zona delle animazioni natalizie. Dopo tutto sabato 8 dicembre per accedere agli Champs-Elysées, i manifestanti dovevano lasciarsi perquisire accuratamente. E poi ci si potrebbe chiedere: se non fossero stati impiegati 89.000 agenti per gestire l'«atto IV» dei gilet jaunes, la polizia avrebbe potuto forse intercettare prima il sospetto? Difficilmente avremo una risposta a queste domande. Tuttavia è evidente il disequilibrio tra le misure di sicurezza adottate per affrontare delle manifestazioni di cittadini in giallo - infiltrate è vero da qualche frangia violenta - e quelle per combattere la minaccia terroristica che, negli ultimi sei anni in Francia ha già fatto più di 200 morti. Matteo Ghisalberti Fabio Amendolara
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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