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2024-07-13
Guerra Ue-Musk sulle spunte blu. E lui denuncia i tentativi di censura
Elon Musk (Ansa)
La Commissione europea mette di nuovo nel mirino il social network X (l’ex Twitter) accusandolo di una serie di violazioni delle recenti regole quadro sui servizi digitali, tra cui sulle utenze «certificate», ritenute ingannevoli, sulla trasparenza nella pubblicità e sulla mancata accessibilità ai dati a ricercatori indipendenti.
La piattaforma di proprietà di Elon Musk ha ricevuto da Bruxelles un parere preliminare di non conformità su tre reclami. In primo luogo, a X viene mossa l’accusa di progettare e gestire la propria interfaccia per gli «account verificati» con il marchio di spunta blu in modo ingannevole, si legge in una nota Ue. Per ottenere la spunta blu è infatti sufficiente un abbonamento, fattore che «incide negativamente sulla capacità degli utenti di prendere decisioni libere e informate in merito all’autenticità degli account e ai contenuti con cui interagiscono». In secondo luogo, viene contestato il mancato rispetto della trasparenza in materia di pubblicità, in quanto «non fornisce un archivio pubblicitario consultabile e affidabile, ma pone in essere caratteristiche di progettazione e barriere di accesso che rendono l’archivio non idoneo a fini di trasparenza nei confronti degli utenti». In particolare, la progettazione suddetta non consentirebbe la corretta vigilanza sui rischi emergenti derivanti dalla distribuzione di pubblicità online. La terza istanza riguarda l’impossibilità di accesso agevole ai dati pubblici della piattaforma da parte dei ricercatori, contrariamente alle condizioni stabilite dalla legge sui servizi digitali. In particolare, X impedirebbe ai ricercatori idonei di accedere in modo indipendente ai suoi dati pubblici e avrebbe in essere una procedura per l’accesso alla propria interfaccia per programmi applicativi (Api) che «sembra dissuadere i ricercatori dal portare avanti i loro progetti di ricerca o non lasciar loro altra scelta se non quella di pagare tariffe sproporzionatamente elevate», rileva il regolatore Ue. «A nostro avviso», ha commentato il commissario Ue con delega alla concorrenza Margrethe Vestager, «X non è conforme al Digital service act in aree chiave legate alla trasparenza, servendosi di dark pattern e quindi fuorviando gli utenti, non fornendo un repository di annunci adeguato e bloccando l’accesso ai dati per i ricercatori. Al centro del Dsa c’è il tema della trasparenza e siamo determinati a garantire che tutte le piattaforme, inclusa X, siano conformi alla legislazione Ue».
La risposta di Musk è subito arrivata: «La Commissione Ue ha offerto a X un accordo segreto illegale: se censurassimo silenziosamente i messaggi degli utenti senza dirlo a nessuno, non ci multerebbero. Le altre piattaforme hanno accettato l’accordo. X no», ha scritto in un post. «Le vostre norme sono disinformazione», ha aggiunto.
X avrà ora la possibilità di difendersi esaminando i documenti nel fascicolo dell’inchiesta della Commissione Ue, fa sapere il regolatore. In caso di accertamento definitivo di non conformità, la piattaforma social di Musk rischia sanzioni fino al 6% del fatturato annuo globale. Una decisione di non conformità può anche innescare un periodo di supervisione rafforzato per garantire il rispetto delle misure che il fornitore intende adottare per porre rimedio alla violazione. La Commissione può inoltre imporre penalità periodiche per obbligare una piattaforma a conformarsi.
Del resto, il braccio di ferro tra Musk e i vertici di Bruxelles va avanti ormai da parecchi mesi. Con tanto di duello social tra il miliardario di origini sudafricane e il commissario per il mercato interno, Thierry Breton iniziato quando il primo ha acquistato Twitter nell’ottobre 2022 (il commissario lo accolse cinguettando che «in Europa, l’uccello volerà secondo le nostre regole»). Nel maggio 2023, Twitter aveva abbandonato il Codice di condotta volontario della Ue contro la disinformazione e Breton aveva twittato a Musk un minaccioso «Puoi scappare ma non puoi nasconderti». L’anno scorso, dopo gli attacchi del 7 ottobre in Israele, Breton aveva inviato una comunicazione a Musk (e anche a Mark Zuckerberg) contestando di non aver agito tempestivamente e con responsabilità alle segnalazioni sui contenuti illegali dopo l’entrata in vigore del Digital service act. Nel testo del Dsa si legge che gli organi preposti potranno dunque chiedere la rimozione di contenuti informativi «non corretti» in occasione di crisi che «potrebbero derivare da conflitti armati o atti di terrorismo, catastrofi naturali quali terremoti e uragani, nonché pandemie e altre gravi minacce per la salute pubblica a carattere transfrontaliero». In pratica, la Commissione potrà decidere che cosa potrà essere scritto e che cosa no. Dove e soprattutto che livello di visibilità potrà avere. Il nuovo insieme di regole volute dall’Ue si applica a tutti gli intermediari online, siano essi social network, motori di ricerca, marketplace, servizi di hosting. La Commissione Ue ha stilato un elenco di 19 tra Vlop (very large online platforms) e Vlose (very large online search engines), ossia quelle piattaforme e motori di ricerca che superano i 45 milioni di utenti mensili attivi in Europa.
Le norme sull’Ia sono nate vecchie
La legge europea sull’intelligenza artificiale (Ia) è «un’importante pietra miliare» che fornisce «un modello di come questa tecnologia potrebbe essere effettivamente usata in una democrazia», ma «il lavoro più difficile e più importante inizia proprio ora, perché non si tratta solo di capire come attuare la legislazione adottata, ma anche di proporre degli standard tecnici che saranno fondamentali per l’evoluzione dell’Ia e dell’ecosistema che si vuole creare». Ad ammetterlo, lo scorso 14 giugno, era stato il relatore al Parlamento europeo dell’Ai act, Dragos Tudorache. Aveva evidenziato anche l’importanza dei «fattori abilitanti» che la Ue e i suoi Stati membri dovranno creare per incoraggiare le società ad adottare e sviluppare la nuova tecnologia. «I governi nazionali dovranno avere la lungimiranza di capire che l’investimento nell’istruzione e l’investimento nelle competenze e nelle riqualificazioni in termini di Ia saranno il più importante fattore di stimolo», aveva aggiunto, sottolineando anche il ruolo dell’Ue nell’indicare «una sorta di direzione comune per ciò che deve essere fatto per le competenze». Visto il complicato track record dell’Unione nel trovare una direzione comune su qualsiasi tema di intervento, dalla difesa alla finanza, c’è da fare gli scongiuri. Però, è già pronto un bel manuale di circa 150 pagine in burocratese che diventerà operativo tra due anni. Ovvero tra due ere geologiche considerando la velocità di apprendimento dell’intelligenza artificiale. Che, chissà, in cosa si sarà evoluta nel 2026. La strada dell’Ai Act, del resto, è molto lunga. Il 21 maggio i ministri dei Ventisette responsabili per le telecomunicazioni hanno approvato il complesso di norme che disciplina lo sviluppo, l’immissione sul mercato e l’uso dei sistemi di Ia in Ue dopo il via libera nel marzo scorso del Parlamento europeo. Il nuovo set di regole, il primo al mondo in materia, è stato adottato «a una sola voce», aveva sottolineato il commissario europeo al mercato interno Thierry Breton. Il problema è che è stata chiusa la fase legislativa, ma si è aperta quella dell’attuazione. L’Ai act è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Ue, ma non si tradurrà subito in realtà. Le nuove regole saranno, infatti, applicabili solo tra due anni, con l’eccezione dei divieti, che scatteranno dopo sei mesi, dei controlli sui sistemi di Ia per finalità generali, compresa la governance (12 mesi) e degli obblighi per i sistemi ad alto rischio (36 mesi). Nella normativa si dettano una serie di obblighi a fornitori e sviluppatori di sistemi di Ia in base ai diversi livelli di rischio identificati. A gennaio 2025 scatterà il blocco dei sistemi vietati. Tre mesi dopo dovranno entrare in azione i codici di condotta per sviluppatori, aziende e associazioni dell’industria. Che, intanto, dovranno rispettare l’Ai pact, l’accordo per adeguarsi prima all’Ai act. Ad agosto 2025 l’agenda prevede la partenza dei modelli di Ai generale (quelli in grado di svolgere compiti diversi e allenati attraverso un’enorme mole di dati). Ad agosto 2026, l’Ai act diventerà legge per i sistemi considerati ad alto rischio, mentre ad agosto 2027 diventerà legge in tutte le sue parti. Sperando che l’intelligenza artificiale non sia diventata nel frattempo più intelligente di quella dei burocrati europei.
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La Commissione attacca (di nuovo) il magnate: il suo social non è conforme al Regolamento sui servizi digitali Elon sbrocca e lancia l’accusa: «Per evitare multe, ci hanno detto di eliminare di nascosto i post degli utenti». Pubblicate le 150 pagine di regole di Bruxelles: saranno pienamente applicabili dal 2027Cioè tra un’era geologica, considerata la velocità d’apprendimento di questa tecnologia.Lo speciale contiene due articoli.La Commissione europea mette di nuovo nel mirino il social network X (l’ex Twitter) accusandolo di una serie di violazioni delle recenti regole quadro sui servizi digitali, tra cui sulle utenze «certificate», ritenute ingannevoli, sulla trasparenza nella pubblicità e sulla mancata accessibilità ai dati a ricercatori indipendenti. La piattaforma di proprietà di Elon Musk ha ricevuto da Bruxelles un parere preliminare di non conformità su tre reclami. In primo luogo, a X viene mossa l’accusa di progettare e gestire la propria interfaccia per gli «account verificati» con il marchio di spunta blu in modo ingannevole, si legge in una nota Ue. Per ottenere la spunta blu è infatti sufficiente un abbonamento, fattore che «incide negativamente sulla capacità degli utenti di prendere decisioni libere e informate in merito all’autenticità degli account e ai contenuti con cui interagiscono». In secondo luogo, viene contestato il mancato rispetto della trasparenza in materia di pubblicità, in quanto «non fornisce un archivio pubblicitario consultabile e affidabile, ma pone in essere caratteristiche di progettazione e barriere di accesso che rendono l’archivio non idoneo a fini di trasparenza nei confronti degli utenti». In particolare, la progettazione suddetta non consentirebbe la corretta vigilanza sui rischi emergenti derivanti dalla distribuzione di pubblicità online. La terza istanza riguarda l’impossibilità di accesso agevole ai dati pubblici della piattaforma da parte dei ricercatori, contrariamente alle condizioni stabilite dalla legge sui servizi digitali. In particolare, X impedirebbe ai ricercatori idonei di accedere in modo indipendente ai suoi dati pubblici e avrebbe in essere una procedura per l’accesso alla propria interfaccia per programmi applicativi (Api) che «sembra dissuadere i ricercatori dal portare avanti i loro progetti di ricerca o non lasciar loro altra scelta se non quella di pagare tariffe sproporzionatamente elevate», rileva il regolatore Ue. «A nostro avviso», ha commentato il commissario Ue con delega alla concorrenza Margrethe Vestager, «X non è conforme al Digital service act in aree chiave legate alla trasparenza, servendosi di dark pattern e quindi fuorviando gli utenti, non fornendo un repository di annunci adeguato e bloccando l’accesso ai dati per i ricercatori. Al centro del Dsa c’è il tema della trasparenza e siamo determinati a garantire che tutte le piattaforme, inclusa X, siano conformi alla legislazione Ue». La risposta di Musk è subito arrivata: «La Commissione Ue ha offerto a X un accordo segreto illegale: se censurassimo silenziosamente i messaggi degli utenti senza dirlo a nessuno, non ci multerebbero. Le altre piattaforme hanno accettato l’accordo. X no», ha scritto in un post. «Le vostre norme sono disinformazione», ha aggiunto. X avrà ora la possibilità di difendersi esaminando i documenti nel fascicolo dell’inchiesta della Commissione Ue, fa sapere il regolatore. In caso di accertamento definitivo di non conformità, la piattaforma social di Musk rischia sanzioni fino al 6% del fatturato annuo globale. Una decisione di non conformità può anche innescare un periodo di supervisione rafforzato per garantire il rispetto delle misure che il fornitore intende adottare per porre rimedio alla violazione. La Commissione può inoltre imporre penalità periodiche per obbligare una piattaforma a conformarsi. Del resto, il braccio di ferro tra Musk e i vertici di Bruxelles va avanti ormai da parecchi mesi. Con tanto di duello social tra il miliardario di origini sudafricane e il commissario per il mercato interno, Thierry Breton iniziato quando il primo ha acquistato Twitter nell’ottobre 2022 (il commissario lo accolse cinguettando che «in Europa, l’uccello volerà secondo le nostre regole»). Nel maggio 2023, Twitter aveva abbandonato il Codice di condotta volontario della Ue contro la disinformazione e Breton aveva twittato a Musk un minaccioso «Puoi scappare ma non puoi nasconderti». L’anno scorso, dopo gli attacchi del 7 ottobre in Israele, Breton aveva inviato una comunicazione a Musk (e anche a Mark Zuckerberg) contestando di non aver agito tempestivamente e con responsabilità alle segnalazioni sui contenuti illegali dopo l’entrata in vigore del Digital service act. Nel testo del Dsa si legge che gli organi preposti potranno dunque chiedere la rimozione di contenuti informativi «non corretti» in occasione di crisi che «potrebbero derivare da conflitti armati o atti di terrorismo, catastrofi naturali quali terremoti e uragani, nonché pandemie e altre gravi minacce per la salute pubblica a carattere transfrontaliero». In pratica, la Commissione potrà decidere che cosa potrà essere scritto e che cosa no. Dove e soprattutto che livello di visibilità potrà avere. Il nuovo insieme di regole volute dall’Ue si applica a tutti gli intermediari online, siano essi social network, motori di ricerca, marketplace, servizi di hosting. La Commissione Ue ha stilato un elenco di 19 tra Vlop (very large online platforms) e Vlose (very large online search engines), ossia quelle piattaforme e motori di ricerca che superano i 45 milioni di utenti mensili attivi in Europa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guerra-ue-musk-spunte-blu-2668737450.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-norme-sullia-sono-nate-vecchie" data-post-id="2668737450" data-published-at="1720811314" data-use-pagination="False"> Le norme sull’Ia sono nate vecchie La legge europea sull’intelligenza artificiale (Ia) è «un’importante pietra miliare» che fornisce «un modello di come questa tecnologia potrebbe essere effettivamente usata in una democrazia», ma «il lavoro più difficile e più importante inizia proprio ora, perché non si tratta solo di capire come attuare la legislazione adottata, ma anche di proporre degli standard tecnici che saranno fondamentali per l’evoluzione dell’Ia e dell’ecosistema che si vuole creare». Ad ammetterlo, lo scorso 14 giugno, era stato il relatore al Parlamento europeo dell’Ai act, Dragos Tudorache. Aveva evidenziato anche l’importanza dei «fattori abilitanti» che la Ue e i suoi Stati membri dovranno creare per incoraggiare le società ad adottare e sviluppare la nuova tecnologia. «I governi nazionali dovranno avere la lungimiranza di capire che l’investimento nell’istruzione e l’investimento nelle competenze e nelle riqualificazioni in termini di Ia saranno il più importante fattore di stimolo», aveva aggiunto, sottolineando anche il ruolo dell’Ue nell’indicare «una sorta di direzione comune per ciò che deve essere fatto per le competenze». Visto il complicato track record dell’Unione nel trovare una direzione comune su qualsiasi tema di intervento, dalla difesa alla finanza, c’è da fare gli scongiuri. Però, è già pronto un bel manuale di circa 150 pagine in burocratese che diventerà operativo tra due anni. Ovvero tra due ere geologiche considerando la velocità di apprendimento dell’intelligenza artificiale. Che, chissà, in cosa si sarà evoluta nel 2026. La strada dell’Ai Act, del resto, è molto lunga. Il 21 maggio i ministri dei Ventisette responsabili per le telecomunicazioni hanno approvato il complesso di norme che disciplina lo sviluppo, l’immissione sul mercato e l’uso dei sistemi di Ia in Ue dopo il via libera nel marzo scorso del Parlamento europeo. Il nuovo set di regole, il primo al mondo in materia, è stato adottato «a una sola voce», aveva sottolineato il commissario europeo al mercato interno Thierry Breton. Il problema è che è stata chiusa la fase legislativa, ma si è aperta quella dell’attuazione. L’Ai act è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Ue, ma non si tradurrà subito in realtà. Le nuove regole saranno, infatti, applicabili solo tra due anni, con l’eccezione dei divieti, che scatteranno dopo sei mesi, dei controlli sui sistemi di Ia per finalità generali, compresa la governance (12 mesi) e degli obblighi per i sistemi ad alto rischio (36 mesi). Nella normativa si dettano una serie di obblighi a fornitori e sviluppatori di sistemi di Ia in base ai diversi livelli di rischio identificati. A gennaio 2025 scatterà il blocco dei sistemi vietati. Tre mesi dopo dovranno entrare in azione i codici di condotta per sviluppatori, aziende e associazioni dell’industria. Che, intanto, dovranno rispettare l’Ai pact, l’accordo per adeguarsi prima all’Ai act. Ad agosto 2025 l’agenda prevede la partenza dei modelli di Ai generale (quelli in grado di svolgere compiti diversi e allenati attraverso un’enorme mole di dati). Ad agosto 2026, l’Ai act diventerà legge per i sistemi considerati ad alto rischio, mentre ad agosto 2027 diventerà legge in tutte le sue parti. Sperando che l’intelligenza artificiale non sia diventata nel frattempo più intelligente di quella dei burocrati europei.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.