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2021-07-23
Talebani sconfitti (per ora). Ma è un green pass da caos
«Il green pass non è un libero arbitrio ma è una condizione per tenere aperte le attività economiche». Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha usato queste parole per spiegare il senso del nuovo decreto che prevede dal 6 agosto l'obbligo di presentare il certificato verde per entrare in tutti i locali al chiuso. Una stretta varata anche se, come ha ricordato ieri lo stesso Draghi, «l'economia si sta riprendendo, l'Italia cresce a un ritmo anche superiore a quello di altri Paesi europei, oltre la metà degli italiani ha completato il ciclo vaccinale, la pressione sugli ospedali è fortemente diminuita». Ma per il governo l'emergenza va prorogata fino al 31 dicembre. Non solo. «L'appello a non vaccinarsi è un appello a morire. Non ti vaccini ti ammali, muori, oppure fai morire, perché non ti vaccini, ti ammali, contagi e poi lui o lei muore. Senza vaccinazione si deve chiudere tutto di nuovo», ha detto lo stesso premier rispondendo a una domanda di Repubblica che lo incalzava sulle recenti dichiarazioni di Matteo Salvini («Mettiamo in sicurezza dai 60 in su, da 40 a 59 scelgano, per i giovani non serve»).
Si è comunque deciso di lasciare come «zone franche» i bar e i ristoranti all'aperto e di rimandare le decisioni su trasporti pubblici, lavoro e soprattutto sulla scuola. Su questi temi, «che richiedono misure e provvedimenti specifici complessi, decideremo la prossima settimana o forse l'altra», ha detto Draghi. Sottolineando che comunque «l'obiettivo è quello di avere tutti a scuola in presenza dall'inizio della scuola, tutto quello che deve essere fatto sarà fatto».
L'uso estensivo del certificato verde non partirà il 26 luglio ma il 6 agosto. Da questa data, il green pass servirà per accedere ai tavoli al chiuso di bar e ristoranti, non sarà invece necessario per consumare al bancone, anche se al chiuso. Basterà, però, avere anche solo la prima dose di vaccino, aver fatto un tampone negativo nelle 48 ore precedenti o essere guariti dal Covid nei sei mesi precedenti. Servirà per piscine, terme, palestre, fiere, congressi, concorsi, per partecipare ai grandi eventi, spettacoli all'aperto, andare a teatro e al cinema aumentando però il numero di spettatori ammessi ad assistervi, sia al chiuso che all'aperto. In zona gialla si entrerà a cinema e teatro con green pass, mascherina e distanziamento, ma gli spettatori potranno salire all'aperto dagli attuali 1.000 fino a un massimo di 2.500 e al chiuso da 500 a 1.000. Mentre in zona bianca, dove ora sono fissati limiti di capienza, viene fissato un tetto all'aperto di 5.000 persone e al chiuso di 2.500 persone. Le discoteche resteranno invece chiuse. «Grazie alla Lega sarà possibile assistere alle manifestazioni sportive all'aperto al 50% della capienza (invece dell'iniziale proposta al 30%)», riferiscono fonti di governo della Lega. Il partito di Matteo Salvini rimarca i «ristori immediati alle attività costrette ancora alla chiusura (le discoteche) che potranno accedere subito al fondo di 20 milioni già previsto dal decreto sostegni bis.
Lo stato d'emergenza per il Covid dovrebbe essere prorogato fino al 31 dicembre 2021. Cambiano i parametri per la zona gialla: la soglia viene fissata al 10% per le terapie intensive e al 15% per le ospedalizzazioni. Per la zona arancione terapie intensive al 20% e al 30% per le aree mediche, per la zona rossa rispettivamente al 30% e al 40%. Le Regioni avevano chiesto il 20% di terapie intensive, il Cts aveva dato orientamento per una soglia del 5%. Secondo i dati aggiornati a ieri, restano 158 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per Covid in Italia, nel saldo tra entrate e uscite. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero della Salute, sono 12 (mercoledì 9). I ricoverati con sintomi nei reparti ordinari sono 1.234, 38 in più rispetto a mercoledì. Nel frattempo, le Regioni hanno chiesto al governo di inviare quantitativi di vaccini adeguati all'aumento presunto delle richieste, in vista dell'introduzione estesa del green pass. Alcuni presidenti delle Regioni più piccole hanno inoltre espresso il timore che l'aggiornamento dei nuovi parametri possa esporli al rischio di passare in zone di colore più restrittive. Tra queste ci sono l'Umbria e la Valle D'Aosta, anche se - a quanto si apprende - dagli interlocutori sarebbero arrivate rassicurazioni, con la garanzia di flessibilità in questi casi. La presidente umbra, Donatella Tesei, ha dichiarato che «le Regioni lamentano principalmente la mancanza di dosi per tutta quella popolazione che vorrebbe essere vaccinata. Noi come Umbria ci siamo sempre attenuti ai parametri dettati dal governo per mettere in sicurezza le fasce più a rischio, non a caso per gli over 30 siamo tra le prime quattro Regioni italiane per copertura del target. Una politica che sta dando i suoi frutti visto il bassissimo numero di ospedalizzazioni e uso delle terapie intensive».
Se l'estensione del green pass, nelle intenzioni del governo, deve servire come incentivo alla vaccinazione, bisogna considerare che ci sono ancora 16 milioni di over 12 non vaccinati. E circa il 71,3% in fascia 12-19 anni non ha ricevuto alcuna dose. Anche se tutti volessero ricevere il vaccino, la somministrazione della prima dose per tutti non potrebbe avvenire prima di settembre (con un ciclo completo previsto teoricamente a ottobre). Molti di questi, quindi, dovrebbero pagarsi il tampone. Su questo punto la Lega ha fatto forti pressioni affinché fossero gratuiti. Entro il 5 agosto nelle farmacie sarà così possibile fare il tampone a prezzo calmierato per chi non ha potuto vaccinarsi. E la gestione della pratica è affidata al generale Figliuolo. Resta il problema dei controlli: chi li farà? Polizia e vigili? Confesercenti l'ancia l'allarme per un «impatto rilevante sui fatturati delle imprese. In primo luogo per i bar che dovranno dedicare un lavoratore al controllo dei certificati». Quanto alle sanzioni, può essere elevata una multa da 400 a 1.000 euro sia a carico dell'esercente sia dell'utente. Qualora la violazione fosse ripetuta per tre volte in tre giorni diversi, l'esercizio potrebbe essere chiuso da uno a dieci giorni.
La Lega salva (per ora) scuola, lavoro e sport
«In Consiglio dei ministri è filato tutto liscio»: così un'altissima fonte di governo descrive alla Verità il clima in cui si è svolto il Cdm che ieri ha dato il via libera al decreto Covid. Non a caso, in conferenza stampa al termine del Cdm, il premier Mario Draghi appare rilassato e determinato e illustra i provvedimenti adottati con il tono del buon padre di famiglia.
Al suo fianco, il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha invece l'espressione di chi ha appena sbagliato il rigore decisivo nella finale degli Europei: un unico lampo gli illumina gli occhi, quando dichiara che «lo stato di emergenza è prorogato fino al 31 dicembre prossimo». C'è da capirlo, Speranza: senza lo stato di emergenza, probabilmente, sarebbe già stato sostituito. Il decreto è un punto di equilibrio tra diverse posizioni ed esigenze, e del resto quando i componenti del governo si sono seduti per approvarlo i nodi erano già stati sciolti. I parametri per il cambio di colore delle Regioni sono una via di mezzo tra le richieste di Speranza, che voleva spedire una Regione in zona gialla con una occupazione delle terapie intensive superiore al 5% dei posti letto a disposizione e quella dei reparti ordinari superiore al 10%, e quella delle Regioni, che proponevano il 20% e il 30%: Draghi chiude salomonicamente la partita fissando i tetti al 10% e al 15%.
Una mediazione che però non soddisfa assolutamente le Regioni meno popolate: prima dell'inizio del Cdm, nell'ultimo confronto con l'esecutivo, i governatori di Umbria, Molise, Basilicata, Valle d'Aosta, fanno presente al governo che in realtà così piccole le soglie possono essere superate anche con quattro o cinque ricoverati in terapia intensiva. Chiedono una franchigia, un numero preciso di ricoverati per far scattare la zona gialla al posto della percentuale, ma la proposta cade nel vuoto. La riunione tra Regioni e governo è più turbolenta del Cdm: al ministro della Salute, Speranza, a quello degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, i presidenti sottolineano di non essere d'accordo neanche sull'estensione del green pass a locali e ristoranti al chiuso, altro argomento scottante della riunione. Niente da fare: su questo fronte la linea della prudenza vince su quella aperturista, e si prospettano problemi non da poco in sede di applicazione pratica del provvedimento. Prendiamo il caso dei ristoranti: per controllare l'accesso ci sarà bisogno di un addetto che verifichi il possesso del certificato di avvenuta vaccinazione, ma come faranno i dipendenti di un'attività privata a chiedere il documento di identità all'avventore, per accertarsi che non si tratti del pass di un'altra persona? Un dipendente di un ristorante non è un pubblico ufficiale, il cliente potrà rifiutarsi di esibire la carta d'identità, insomma il caos è dietro l'angolo. Per non parlare dei tamponi: è vero che saranno venduti a prezzi calmierati in farmacia, ma è vero anche che immaginare di andare in vacanza e passare ore e ore a fare tamponi per poter accedere al ristorante non è esattamente il massimo della vita.
Grande vittoria della Lega per quel che riguarda gli eventi sportivi e culturali, argomento sul quale il ministro Giancarlo Giorgetti si è battuto come un leone in Consiglio dei ministri. Gli impianti potranno essere riaperti con una capienza fino al 25% del totale al chiuso e fino al 50% all'aperto. Se non fosse stato per l'insistenza di Giorgetti, le soglie sarebbero state sensibilmente più basse.
Ottimo risultato del Carroccio anche l'aver evitato l'obbligo del green pass sui mezzi di trasporto. «Grazie alla Lega», commentano fonti di governo del Carroccio, «sarà possibile assistere alle manifestazioni sportive all'aperto al 50% della capienza (invece dell'iniziale proposta al 30%). Per le discoteche, ristori immediati alle attività costrette ancora alla chiusura che potranno accedere subito al fondo di 20 milioni già previsto dal decreto sostegni bis. Entro il 5 agosto», aggiungono le fonti leghiste, «(entrata in vigore delle norme green pass), nelle farmacie sarà possibile fare il tampone a prezzo calmierato per chi non ha potuto vaccinarsi. Abbiamo discusso in Cdm sulla riapertura delle discoteche», conferma il presidente del Consiglio Draghi, «c'è un accordo pieno per risarcire le attività che resteranno chiuse».
Infine il leader della Lega, Matteo Salvini, non ha lasciato cadere la bordata del premier sui vaccini («Chi rifiuta la dose uccide gli altri»): «L'obiettivo di tutti, mio come di Draghi, è salvare vite, proteggere gli italiani, la loro salute, il loro lavoro, la loro libertà».
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Stato di emergenza fino a fine anno. Certificato (una dose o tampone) per palestre, eventi e musei. Discoteche stangate ancora. Cambi di zona: gialla con il 10 % di intensive. Mario Draghi choc: «Se non ti vaccini ammazzi gli altri»Matteo Salvini soddisfatto per aver evitato l'obbligo sui mezzi. Per i prezzi calmierati e i rimborsi alle sale da balloLo speciale contiene due articoli«Il green pass non è un libero arbitrio ma è una condizione per tenere aperte le attività economiche». Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha usato queste parole per spiegare il senso del nuovo decreto che prevede dal 6 agosto l'obbligo di presentare il certificato verde per entrare in tutti i locali al chiuso. Una stretta varata anche se, come ha ricordato ieri lo stesso Draghi, «l'economia si sta riprendendo, l'Italia cresce a un ritmo anche superiore a quello di altri Paesi europei, oltre la metà degli italiani ha completato il ciclo vaccinale, la pressione sugli ospedali è fortemente diminuita». Ma per il governo l'emergenza va prorogata fino al 31 dicembre. Non solo. «L'appello a non vaccinarsi è un appello a morire. Non ti vaccini ti ammali, muori, oppure fai morire, perché non ti vaccini, ti ammali, contagi e poi lui o lei muore. Senza vaccinazione si deve chiudere tutto di nuovo», ha detto lo stesso premier rispondendo a una domanda di Repubblica che lo incalzava sulle recenti dichiarazioni di Matteo Salvini («Mettiamo in sicurezza dai 60 in su, da 40 a 59 scelgano, per i giovani non serve»). Si è comunque deciso di lasciare come «zone franche» i bar e i ristoranti all'aperto e di rimandare le decisioni su trasporti pubblici, lavoro e soprattutto sulla scuola. Su questi temi, «che richiedono misure e provvedimenti specifici complessi, decideremo la prossima settimana o forse l'altra», ha detto Draghi. Sottolineando che comunque «l'obiettivo è quello di avere tutti a scuola in presenza dall'inizio della scuola, tutto quello che deve essere fatto sarà fatto».L'uso estensivo del certificato verde non partirà il 26 luglio ma il 6 agosto. Da questa data, il green pass servirà per accedere ai tavoli al chiuso di bar e ristoranti, non sarà invece necessario per consumare al bancone, anche se al chiuso. Basterà, però, avere anche solo la prima dose di vaccino, aver fatto un tampone negativo nelle 48 ore precedenti o essere guariti dal Covid nei sei mesi precedenti. Servirà per piscine, terme, palestre, fiere, congressi, concorsi, per partecipare ai grandi eventi, spettacoli all'aperto, andare a teatro e al cinema aumentando però il numero di spettatori ammessi ad assistervi, sia al chiuso che all'aperto. In zona gialla si entrerà a cinema e teatro con green pass, mascherina e distanziamento, ma gli spettatori potranno salire all'aperto dagli attuali 1.000 fino a un massimo di 2.500 e al chiuso da 500 a 1.000. Mentre in zona bianca, dove ora sono fissati limiti di capienza, viene fissato un tetto all'aperto di 5.000 persone e al chiuso di 2.500 persone. Le discoteche resteranno invece chiuse. «Grazie alla Lega sarà possibile assistere alle manifestazioni sportive all'aperto al 50% della capienza (invece dell'iniziale proposta al 30%)», riferiscono fonti di governo della Lega. Il partito di Matteo Salvini rimarca i «ristori immediati alle attività costrette ancora alla chiusura (le discoteche) che potranno accedere subito al fondo di 20 milioni già previsto dal decreto sostegni bis.Lo stato d'emergenza per il Covid dovrebbe essere prorogato fino al 31 dicembre 2021. Cambiano i parametri per la zona gialla: la soglia viene fissata al 10% per le terapie intensive e al 15% per le ospedalizzazioni. Per la zona arancione terapie intensive al 20% e al 30% per le aree mediche, per la zona rossa rispettivamente al 30% e al 40%. Le Regioni avevano chiesto il 20% di terapie intensive, il Cts aveva dato orientamento per una soglia del 5%. Secondo i dati aggiornati a ieri, restano 158 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per Covid in Italia, nel saldo tra entrate e uscite. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero della Salute, sono 12 (mercoledì 9). I ricoverati con sintomi nei reparti ordinari sono 1.234, 38 in più rispetto a mercoledì. Nel frattempo, le Regioni hanno chiesto al governo di inviare quantitativi di vaccini adeguati all'aumento presunto delle richieste, in vista dell'introduzione estesa del green pass. Alcuni presidenti delle Regioni più piccole hanno inoltre espresso il timore che l'aggiornamento dei nuovi parametri possa esporli al rischio di passare in zone di colore più restrittive. Tra queste ci sono l'Umbria e la Valle D'Aosta, anche se - a quanto si apprende - dagli interlocutori sarebbero arrivate rassicurazioni, con la garanzia di flessibilità in questi casi. La presidente umbra, Donatella Tesei, ha dichiarato che «le Regioni lamentano principalmente la mancanza di dosi per tutta quella popolazione che vorrebbe essere vaccinata. Noi come Umbria ci siamo sempre attenuti ai parametri dettati dal governo per mettere in sicurezza le fasce più a rischio, non a caso per gli over 30 siamo tra le prime quattro Regioni italiane per copertura del target. Una politica che sta dando i suoi frutti visto il bassissimo numero di ospedalizzazioni e uso delle terapie intensive».Se l'estensione del green pass, nelle intenzioni del governo, deve servire come incentivo alla vaccinazione, bisogna considerare che ci sono ancora 16 milioni di over 12 non vaccinati. E circa il 71,3% in fascia 12-19 anni non ha ricevuto alcuna dose. Anche se tutti volessero ricevere il vaccino, la somministrazione della prima dose per tutti non potrebbe avvenire prima di settembre (con un ciclo completo previsto teoricamente a ottobre). Molti di questi, quindi, dovrebbero pagarsi il tampone. Su questo punto la Lega ha fatto forti pressioni affinché fossero gratuiti. Entro il 5 agosto nelle farmacie sarà così possibile fare il tampone a prezzo calmierato per chi non ha potuto vaccinarsi. E la gestione della pratica è affidata al generale Figliuolo. Resta il problema dei controlli: chi li farà? Polizia e vigili? Confesercenti l'ancia l'allarme per un «impatto rilevante sui fatturati delle imprese. In primo luogo per i bar che dovranno dedicare un lavoratore al controllo dei certificati». Quanto alle sanzioni, può essere elevata una multa da 400 a 1.000 euro sia a carico dell'esercente sia dell'utente. Qualora la violazione fosse ripetuta per tre volte in tre giorni diversi, l'esercizio potrebbe essere chiuso da uno a dieci giorni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/green-pass-per-tutti-i-locali-al-chiuso-la-tagliola-e-rimandata-a-settembre-2653900860.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lega-salva-per-ora-scuola-lavoro-e-sport" data-post-id="2653900860" data-published-at="1626995637" data-use-pagination="False"> La Lega salva (per ora) scuola, lavoro e sport «In Consiglio dei ministri è filato tutto liscio»: così un'altissima fonte di governo descrive alla Verità il clima in cui si è svolto il Cdm che ieri ha dato il via libera al decreto Covid. Non a caso, in conferenza stampa al termine del Cdm, il premier Mario Draghi appare rilassato e determinato e illustra i provvedimenti adottati con il tono del buon padre di famiglia. Al suo fianco, il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha invece l'espressione di chi ha appena sbagliato il rigore decisivo nella finale degli Europei: un unico lampo gli illumina gli occhi, quando dichiara che «lo stato di emergenza è prorogato fino al 31 dicembre prossimo». C'è da capirlo, Speranza: senza lo stato di emergenza, probabilmente, sarebbe già stato sostituito. Il decreto è un punto di equilibrio tra diverse posizioni ed esigenze, e del resto quando i componenti del governo si sono seduti per approvarlo i nodi erano già stati sciolti. I parametri per il cambio di colore delle Regioni sono una via di mezzo tra le richieste di Speranza, che voleva spedire una Regione in zona gialla con una occupazione delle terapie intensive superiore al 5% dei posti letto a disposizione e quella dei reparti ordinari superiore al 10%, e quella delle Regioni, che proponevano il 20% e il 30%: Draghi chiude salomonicamente la partita fissando i tetti al 10% e al 15%. Una mediazione che però non soddisfa assolutamente le Regioni meno popolate: prima dell'inizio del Cdm, nell'ultimo confronto con l'esecutivo, i governatori di Umbria, Molise, Basilicata, Valle d'Aosta, fanno presente al governo che in realtà così piccole le soglie possono essere superate anche con quattro o cinque ricoverati in terapia intensiva. Chiedono una franchigia, un numero preciso di ricoverati per far scattare la zona gialla al posto della percentuale, ma la proposta cade nel vuoto. La riunione tra Regioni e governo è più turbolenta del Cdm: al ministro della Salute, Speranza, a quello degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, i presidenti sottolineano di non essere d'accordo neanche sull'estensione del green pass a locali e ristoranti al chiuso, altro argomento scottante della riunione. Niente da fare: su questo fronte la linea della prudenza vince su quella aperturista, e si prospettano problemi non da poco in sede di applicazione pratica del provvedimento. Prendiamo il caso dei ristoranti: per controllare l'accesso ci sarà bisogno di un addetto che verifichi il possesso del certificato di avvenuta vaccinazione, ma come faranno i dipendenti di un'attività privata a chiedere il documento di identità all'avventore, per accertarsi che non si tratti del pass di un'altra persona? Un dipendente di un ristorante non è un pubblico ufficiale, il cliente potrà rifiutarsi di esibire la carta d'identità, insomma il caos è dietro l'angolo. Per non parlare dei tamponi: è vero che saranno venduti a prezzi calmierati in farmacia, ma è vero anche che immaginare di andare in vacanza e passare ore e ore a fare tamponi per poter accedere al ristorante non è esattamente il massimo della vita. Grande vittoria della Lega per quel che riguarda gli eventi sportivi e culturali, argomento sul quale il ministro Giancarlo Giorgetti si è battuto come un leone in Consiglio dei ministri. Gli impianti potranno essere riaperti con una capienza fino al 25% del totale al chiuso e fino al 50% all'aperto. Se non fosse stato per l'insistenza di Giorgetti, le soglie sarebbero state sensibilmente più basse. Ottimo risultato del Carroccio anche l'aver evitato l'obbligo del green pass sui mezzi di trasporto. «Grazie alla Lega», commentano fonti di governo del Carroccio, «sarà possibile assistere alle manifestazioni sportive all'aperto al 50% della capienza (invece dell'iniziale proposta al 30%). Per le discoteche, ristori immediati alle attività costrette ancora alla chiusura che potranno accedere subito al fondo di 20 milioni già previsto dal decreto sostegni bis. Entro il 5 agosto», aggiungono le fonti leghiste, «(entrata in vigore delle norme green pass), nelle farmacie sarà possibile fare il tampone a prezzo calmierato per chi non ha potuto vaccinarsi. Abbiamo discusso in Cdm sulla riapertura delle discoteche», conferma il presidente del Consiglio Draghi, «c'è un accordo pieno per risarcire le attività che resteranno chiuse». Infine il leader della Lega, Matteo Salvini, non ha lasciato cadere la bordata del premier sui vaccini («Chi rifiuta la dose uccide gli altri»): «L'obiettivo di tutti, mio come di Draghi, è salvare vite, proteggere gli italiani, la loro salute, il loro lavoro, la loro libertà».
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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