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2019-12-07
Il governo litiga sulle tasse e taglia su ospedali e strada
L'anno scorso, in una delle ultime sedute in aula a discutere di manovra, il parlamentare piddino, Emanuele Fiano, fu immortalato mentre lanciava in faccia all'allora vice ministro dell'Economia, Massimo Garavaglia, un fascicolo di emendamenti stampati. Poi ci fu la bagarre, le urla del Pd che invocavano la dittatura e il pericolo fascismo.
Era il 28 dicembre del 2018, quando il testo della leggi di bilancio tornò per la terza volta alla Camera. Non c'erano i tempi per affrontare i dettagli degli emendamenti. Anche il presidente della Repubblica intervenne. La Stampa lo definì «preoccupato». E aggiunse che il Colle non è mai insensibile di fronte a un Senato messo sotto le suole. In effetti il governo gialloblù l'anno scorso arrivò all'ultimo. D'altronde, il 12 dicembre fu costretto a recepire le modifiche dell'Ue e fare due passaggi al Senato e ben tre alla Camera. L'intervento dell'Europa costò tempo, e quei giorni persi furono usati dall'opposizione per fare una legittima - quanto inutile - protesta. Addirittura i capigruppo piddini annunciarono un ricorso alla Corte costituzionale. Facendo presente che i due governi precedenti avevano fatto arrivare il primo testo rispettivamente a Camera e Senato a ottobre. Per la precisione, nel 2016 il giorno fu il 17 e nel 2017 (dunque per la legge di bilancio 2018) il 30 di ottobre.
Quest'anno però il Pd è al governo con i 5 stelle e il primo approdo in Aula non è ancora avvenuto. Bene che vada, non accadrà prima di martedì, cioè il 10 dicembre. Dunque rispetto alla manovra dell'anno scorso ci sono già tre giorni di ritardo. Che non sono pochi, di fronte a un calendario molto difficile da gestire. Eppure Fiano non ha gridato al pericolo per la democrazia. Né si sono viste bozze di ricorso contro la Corte costituzionale. E dire che le tempistiche sono molto più strette rispetto a quelle dello scorso anno.
Oltre alle date pure e semplici, quest'anno non c'è accordo politico. Nel 2018, l'equilibrio tra le due parti (Lega e 5 stelle) era stato raggiunto faticosamente a novembre. Poi, tra il 7 e il 12 dicembre, sapendo delle richieste della Commissione, i gialloblù hanno dovuto mantenere lo stesso accordo di fondo basato sui due pilastri (quota 100 e reddito di cittadinanza) e limare gli importi. Di fatto, l'Ue aveva chiesto di portare il rapporto tra deficit e Pil dal 2,4% a poco più del 2: per l'esattezza il 2,04. Lima di qua, lima di là, Lega e 5 stelle hanno chiuso un testo arrivato al Senato con un maxi emendamento blindato in data 19 dicembre. Testo approvato il giorno 23.
Quest'anno i gialloblù sono infognati in una trattativa complicata e si sono infilati in un cul de sac. Oltre a litigare, Pd e grillini sono costretti a subire il livore politico di Matteo Renzi che tende a umiliare i colleghi di maggioranza e a prendere le distanze da ogni loro provvedimento. Anche da quelli che Italia viva ha proposto in camera caritatis. Così plastic tax, sugar tax e imposta sulle flotte aziendali si riducono nella sostanza. Per evitare di scontentare i rappresentanti dei singoli partiti, il ministro dell'economia, Roberto Gualtieri, sta svuotando una per una le norme. Ne resteranno delle bandiere inutili e false. Verrebbe da dire: meglio così, se non fosse che ogni limatura si tradurrà in una nuova tassa. Perché l'accordo con l'Ue sul deficit è stato fatto, e nessuno al governo lo metterà in discussione. Così si apre una sola strada in alternativa ai balzelli: quella dei tagli lineari. Il vertice di maggioranza è durato tutto il giorno ieri. Urla e interruzioni impreviste.
A fare la voce più grossa è stata la renziana Teresa Bellanova. Il suo obiettivo è poter prendere le distanze (salvo poi votarlo) dal testo finale, che è destinato ad arrivare blindato negli ultimi giorni di dicembre. Che cosa dirà il titolare della Salute, Roberto Speranza, quando i tagli ai ministeri saranno resi pubblici? Prenderà la distanze da sé stesso? No, molto probabilmente si unirà al coro di chi dirà che non c'è alternativa perché o si vota così o si finisce in esercizio provvisorio.
Come accaduto con la pagella Ue (i vertici della Commissione si sono limitati a schiaffetti sulle guance) c'è da immaginare che il Colle non farà filtrare irritazione per i ritardi né per la mancata discussione in Aula, emendamento per emendamento. Dovrà prevalere il senso dell'Europa per i nostri conti. Così una delle peggiori manovre dell'ultimo decennio arriverà in Aula già masticata e solo da ingoiare. Piena di tagli lineari, poche marchette e finti provvedimenti bandiera. Il motto dei giallorossi.
Tagliati investimenti per 1,2 miliardi per strade, ferrovie e ospedali
Investimenti in opere pubbliche in diminuzione. La manovra finanziaria 2020 ha infatti previsto una contrazione della spesa per gli investimenti in opere pubbliche pari a 1,2 miliardi di euro. A evidenziare il decremento è stato il documento Gli effetti della manovra di finanza pubblica sul livello degli investimenti per infrastrutture, pubblicato dal centro studi dell'Associazione nazionale costruttori edili (Ance).
Dall'analisi emerge come Il governo abbia approvato una manovra di 32,1 miliardi di euro per il 2020 a fronte dei quali sono state individuate coperture per 15,9 miliardi e un incremento del deficit pari a circa 16,3 miliardi di euro. L'intervento più importante riguarda la sterilizzazione della clausola di salvaguardia sull'Iva (22,7 miliardi) che arriva a coprire il 71% dell'intera manovra. Sul totale delle risorse messe in legge di bilancio solo il 6% (2,1 miliardi) è destinato alla spesa per investimenti in conto capitale. Tra questi si trovano: opere infrastrutturali, l'attivazione di un nuovo fondo per gli investimenti delle amministrazioni centrali e le risorse per il programma di investimenti dei Comuni. A questo si aggiunge il fatto che per coprire le misure previste si è ricorso oltre che all'incremento del deficit per 16,3 miliardi a presunte maggiori entrate per 11,9 miliardi e a una riduzione della spesa per 4 miliardi, di cui 2,4 che riguardano, tra l'altro, i definanziamenti e le riprogrammazioni alle Ferrovie dello Stato, all'Anas e del Fondo sviluppo e coesione e all'edilizia sanitaria.
Se ci si concentra sugli investimenti in opere pubbliche per l'anno prossimo, l'Anci evidenzia che ai maggiori investimenti, stimati in 420 milioni di euro, si contrappone l'effetto della sezione II del Ddl bilancio, relativa a rifinanziamenti, definanziamenti e riprogrammazione degli stanziamenti vigenti, che determina una contrazione degli investimenti pari a 1,2 miliardi di euro per il 2020 e per il 2021.
L'Ance sottolinea dunque come anche per l'anno prossimo si sta proseguendo sul trend, ormai consolidato negli ultimi anni, di sacrificare gli investimenti destinati allo sviluppo. Nel 2020 è infatti prevista una riduzione degli investimenti per 820 milioni di euro, rispetto a quanto era stato previsto per lo stesso anno dalle manovre finanziarie precedenti. Il trend in negativo continua però anche per il 2021 con una riduzione di 68 milioni di euro, per poi prevedere una risalita nel 2022 pari a 2.775 milioni di euro: fra tre anni però il quadro politico potrebbe essere cambiato, e il Conte bis essere già caduto da tempo.
L'Ance ha poi analizzato la situazione voce per voce, notando come nella sezione riguardante i rifinanziamenti, riprogrammazioni e definanziamenti ci siano ambiti particolarmente colpiti. Il Fondo sviluppo e coesione vede dunque un definanziamento per 532 milioni nel 2020, 77 milioni nel 2021 e 60 milioni nel 2022 in termini di competenza e cassa. Per l'edilizia sanitaria è stata prevista una riduzione per 400 milioni di euro nel 2020 e di 1.420 nel 2020 (in totale, 1,8 miliardi destinati a data da destinarsi). Ferrovie dello Stato vede una riduzione per 400 milioni di euro nel 2020, che dovrebbero essere recuperati (riprogrammati) nel 2021 e nel 2022. Stessa sorte per l'Anas che vede una riduzione di trasferimenti per 200 milioni nel 2020, riprogrammati poi nel biennio 2021-2022. Segno negativo anche per il trasporto rapido di massaam, con 50 milioni in meno per il 2020. E per il fondo piano casa c'è un definanziamenti pari a 3,5 milioni di euro. Segno positivo invece per gli eventi sismici del Centro Italia. Si parla infatti di rifinanziamenti, per il 2020, di 345 milioni, e per l'edilizia universitario che riceverà 60 milioni l'anno prossimo.
Colpisce la parte dedicata agli asili nido: 0 euro erano previsti e 0 ne arriveranno. Con buona pace delle promesse di Conte, che aveva fatto del sostegno alle scuole dell'infanzia uno dei punti cardine del programma del suo secondo governo.
«Una manovra ancora regressiva per gli investimenti che, analogamente a quanto accaduto lo scorso anno, sacrifica il contributo alla crescita economica derivante dagli investimenti in opere pubbliche rischiando di compromettere i primi e timidi segnali che si intravedono sugli investimenti locali», commenta l'Ance. Eppure, nell'ultimo mese, il premier Giuseppe Conte ha più volte ricordato quanto sia importante il tema delle opere pubbliche, soprattutto quando si parla di dissesto idrogeologico. «Sono stati stanziati 11 miliardi su base pluriennale, ora però dobbiamo spendere questi soldi quindi dobbiamo assolutamente accelerare con tutte le opere e i cantieri che ci consentano di contrastare il dissesto idrogeologico», aveva detto a novembre dopo la visita allo Fiat di Melfi.
Anche Paolo De Micheli, ministro delle Infrastrutture, aveva dichiarato: «Il punto vero non è spendere tutto e subito, ma essere consapevoli che ci sono opere che non sono partite». Il problema qui non è tanto spendere i soldi, ma averli, visto che il saldo per il 2020 vede una contrazione degli investimenti per le opere pubbliche 820 milioni.
Giorgia Pacione di Bello
Colpo di genio: sugar tax da ottobre. Al suo posto tagli lineari ai ministeri
Venticinque giorni di tempo per evitare l'esercizio provvisorio. Sempre più difficile immaginare e programmare un esame approfondito da parte di entrambi i rami del Parlamento: si fa così strada l'ipotesi, già circolata nei giorni scorsi, di lasciare ai soli senatori i margini per le modifiche. La Camera a quel punto ufficialmente si troverebbe a dover convalidare il pacchetto di misure. Nel vertice fiume a Palazzo Chigi, dove si è cercato per tutta la giornata di ieri di siglare un'intesa sulle tasse con Italia viva, si sarebbero affrontate anche questioni di calendario che non sono però mera burocrazia, perché richiamano gli equilibri fra le due Camere. Dubbi sull'opportunità di comprimere il dibattito parlamentare hanno accompagnato i ragionamenti della maggioranza, che di fronte all'ennesimo impasse, questa volta sull'ulteriore riduzione di sugar e plastic tax avrebbe preso atto dell'impossibilità di procedere diversamente. D'altro canto è ormai certo un nuovo rinvio dell'esame della legge di bilancio da parte dell'Aula: le votazioni sugli emendamenti in commissione Bilancio, primo step dell'iter, si avvieranno solo da martedì e il testo dovrebbe approdare in Assemblea solo mercoledì. Il via libera di Palazzo Madama, secondo i calcoli dei senatori, ci sarà entro venerdì 13. Troppo tardi per ipotizzare che i deputati possano a loro volta toccare nel merito la Manovra. E tutto ciò se non esploderanno nuovi scontri in seno alla maggioranza sul tema delle reali coperture. «Stiamo ancora discutendo e confrontando le stime», si leggeva ieri sulle agenzie che a loro volta citavano fonti di maggioranza interpellate sul vertice a Palazzo Chigi. L'intesa, spiegano, è quasi chiusa ma sono in corso verifiche tecniche e ancora non c'è il via libera finale: in questi minuti si stanno valutando le diverse ipotesi per la scelta definitiva». Nel dettaglio, la proposta di mediazione sarebbe quella di far partire entrambe le misure da luglio, quindi a metà del 2020 e abbassare la plastic tax da 0,50 a 0,40 euro al chilo. L'ipotesi alternativa sarebbe quella di abbassare la plastic tax da 0,50 a 0,40 euro al chilo senza rinviarla e far slittare la sugar tax al 2021. Terza ipotesi, quella più verosimile è che la plastic tax slitti a luglio e la sugar tax a ottobre. Iv avrebbe rilanciato, chiedendo uno slittamento di entrambe le imposte almeno a settembre. Il Pd è partito in quarta accusando il partito di Renzi di preferire le multinazionali delle bibite gasate. «Non vuole diminuire le tasse sul lavoro ma pensa solo a togliere la sugar tax, per favorire società per azioni che non hanno sede neanche in Italia. È solo grazie al Pd che sono stati salvati gli italiani dai 23 miliardi della Salvini Tax e che si mette in campo il taglio delle tasse ai lavoratori da oltre 3 miliardi». Subito dopo la Bellanova ha risposto su twitter. «Plastic tax e Sugar tax determineranno un disastro occupazionale. Ora al lavoro per trovare un accordo che dica no a microbalzelli e sì al lavoro», ha scritto da capo delegazione di Iv al governo.
A complicare le cose ci si è messo anche Luigi Di Maio che dai microfoni di Radio capital: «Vedremo che cosa cambierà. Siamo nati per evitare l'aumento dell'Iva e non intendo far cader eil governo». Un messaggio contradditorio. Perché da un lato vuole fare da collante e dall'altro spingerà al compromesso finale e quindi al taglio lineare delle tasse ai ministeri e alla spesa. Insomma, finirà che i 400 milioni di mancate coperture diventeranno più di 500 e alla fine dei giochi gli italiani scopriranno che forse sarebbe stato meglio aumentare un po' l'Iva. Un paradosso da ridere, se non ci fosse da piangere al termine di una giornata che si è conclusa con la visita di Giuseppe Conte al Quirinale. Fra pochi giorni il premier andrà in Europa a discutere di vari temi, tra cui la manovra. é andato ad aggiornare Sergio Mattarella dello stato di salute della maggioranza e del caos a cui vanno incontro.
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Il 7 dicembre 2018 il bilancio, malgrado la guerra con l'Ue, era in aula, ora no. E allora si urlava al fascismo per i margini stretti.Tagliati investimenti per 1,2 miliardi per strade, ferrovie e ospedali. I soldi stanziati per il 2020 sono stati riprogrammati per i prossimi anni, quando il Conte bis potrebbe essere caduto. Trovati appena 420 milioni: il conto finale fa -820. I nosocomi nel triennio vedono svanire 1,8 miliardi.Colpo di genio: sugar tax da ottobre. Al suo posto tagli lineari ai ministeri. Slitta anche l'imposta sulla plastica. Mancano 500 milioni e Giuseppe Conte sale al Colle. Lo speciale comprende tre articoli.L'anno scorso, in una delle ultime sedute in aula a discutere di manovra, il parlamentare piddino, Emanuele Fiano, fu immortalato mentre lanciava in faccia all'allora vice ministro dell'Economia, Massimo Garavaglia, un fascicolo di emendamenti stampati. Poi ci fu la bagarre, le urla del Pd che invocavano la dittatura e il pericolo fascismo. Era il 28 dicembre del 2018, quando il testo della leggi di bilancio tornò per la terza volta alla Camera. Non c'erano i tempi per affrontare i dettagli degli emendamenti. Anche il presidente della Repubblica intervenne. La Stampa lo definì «preoccupato». E aggiunse che il Colle non è mai insensibile di fronte a un Senato messo sotto le suole. In effetti il governo gialloblù l'anno scorso arrivò all'ultimo. D'altronde, il 12 dicembre fu costretto a recepire le modifiche dell'Ue e fare due passaggi al Senato e ben tre alla Camera. L'intervento dell'Europa costò tempo, e quei giorni persi furono usati dall'opposizione per fare una legittima - quanto inutile - protesta. Addirittura i capigruppo piddini annunciarono un ricorso alla Corte costituzionale. Facendo presente che i due governi precedenti avevano fatto arrivare il primo testo rispettivamente a Camera e Senato a ottobre. Per la precisione, nel 2016 il giorno fu il 17 e nel 2017 (dunque per la legge di bilancio 2018) il 30 di ottobre. Quest'anno però il Pd è al governo con i 5 stelle e il primo approdo in Aula non è ancora avvenuto. Bene che vada, non accadrà prima di martedì, cioè il 10 dicembre. Dunque rispetto alla manovra dell'anno scorso ci sono già tre giorni di ritardo. Che non sono pochi, di fronte a un calendario molto difficile da gestire. Eppure Fiano non ha gridato al pericolo per la democrazia. Né si sono viste bozze di ricorso contro la Corte costituzionale. E dire che le tempistiche sono molto più strette rispetto a quelle dello scorso anno. Oltre alle date pure e semplici, quest'anno non c'è accordo politico. Nel 2018, l'equilibrio tra le due parti (Lega e 5 stelle) era stato raggiunto faticosamente a novembre. Poi, tra il 7 e il 12 dicembre, sapendo delle richieste della Commissione, i gialloblù hanno dovuto mantenere lo stesso accordo di fondo basato sui due pilastri (quota 100 e reddito di cittadinanza) e limare gli importi. Di fatto, l'Ue aveva chiesto di portare il rapporto tra deficit e Pil dal 2,4% a poco più del 2: per l'esattezza il 2,04. Lima di qua, lima di là, Lega e 5 stelle hanno chiuso un testo arrivato al Senato con un maxi emendamento blindato in data 19 dicembre. Testo approvato il giorno 23. Quest'anno i gialloblù sono infognati in una trattativa complicata e si sono infilati in un cul de sac. Oltre a litigare, Pd e grillini sono costretti a subire il livore politico di Matteo Renzi che tende a umiliare i colleghi di maggioranza e a prendere le distanze da ogni loro provvedimento. Anche da quelli che Italia viva ha proposto in camera caritatis. Così plastic tax, sugar tax e imposta sulle flotte aziendali si riducono nella sostanza. Per evitare di scontentare i rappresentanti dei singoli partiti, il ministro dell'economia, Roberto Gualtieri, sta svuotando una per una le norme. Ne resteranno delle bandiere inutili e false. Verrebbe da dire: meglio così, se non fosse che ogni limatura si tradurrà in una nuova tassa. Perché l'accordo con l'Ue sul deficit è stato fatto, e nessuno al governo lo metterà in discussione. Così si apre una sola strada in alternativa ai balzelli: quella dei tagli lineari. Il vertice di maggioranza è durato tutto il giorno ieri. Urla e interruzioni impreviste. A fare la voce più grossa è stata la renziana Teresa Bellanova. Il suo obiettivo è poter prendere le distanze (salvo poi votarlo) dal testo finale, che è destinato ad arrivare blindato negli ultimi giorni di dicembre. Che cosa dirà il titolare della Salute, Roberto Speranza, quando i tagli ai ministeri saranno resi pubblici? Prenderà la distanze da sé stesso? No, molto probabilmente si unirà al coro di chi dirà che non c'è alternativa perché o si vota così o si finisce in esercizio provvisorio.Come accaduto con la pagella Ue (i vertici della Commissione si sono limitati a schiaffetti sulle guance) c'è da immaginare che il Colle non farà filtrare irritazione per i ritardi né per la mancata discussione in Aula, emendamento per emendamento. Dovrà prevalere il senso dell'Europa per i nostri conti. Così una delle peggiori manovre dell'ultimo decennio arriverà in Aula già masticata e solo da ingoiare. Piena di tagli lineari, poche marchette e finti provvedimenti bandiera. Il motto dei giallorossi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grazie-alle-risse-tagli-tasse-e-ritardi-la-manovra-e-gia-fuori-tempo-2641538532.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tagliati-investimenti-per-12-miliardi-per-strade-ferrovie-e-ospedali" data-post-id="2641538532" data-published-at="1780753555" data-use-pagination="False"> Tagliati investimenti per 1,2 miliardi per strade, ferrovie e ospedali Investimenti in opere pubbliche in diminuzione. La manovra finanziaria 2020 ha infatti previsto una contrazione della spesa per gli investimenti in opere pubbliche pari a 1,2 miliardi di euro. A evidenziare il decremento è stato il documento Gli effetti della manovra di finanza pubblica sul livello degli investimenti per infrastrutture, pubblicato dal centro studi dell'Associazione nazionale costruttori edili (Ance). Dall'analisi emerge come Il governo abbia approvato una manovra di 32,1 miliardi di euro per il 2020 a fronte dei quali sono state individuate coperture per 15,9 miliardi e un incremento del deficit pari a circa 16,3 miliardi di euro. L'intervento più importante riguarda la sterilizzazione della clausola di salvaguardia sull'Iva (22,7 miliardi) che arriva a coprire il 71% dell'intera manovra. Sul totale delle risorse messe in legge di bilancio solo il 6% (2,1 miliardi) è destinato alla spesa per investimenti in conto capitale. Tra questi si trovano: opere infrastrutturali, l'attivazione di un nuovo fondo per gli investimenti delle amministrazioni centrali e le risorse per il programma di investimenti dei Comuni. A questo si aggiunge il fatto che per coprire le misure previste si è ricorso oltre che all'incremento del deficit per 16,3 miliardi a presunte maggiori entrate per 11,9 miliardi e a una riduzione della spesa per 4 miliardi, di cui 2,4 che riguardano, tra l'altro, i definanziamenti e le riprogrammazioni alle Ferrovie dello Stato, all'Anas e del Fondo sviluppo e coesione e all'edilizia sanitaria. Se ci si concentra sugli investimenti in opere pubbliche per l'anno prossimo, l'Anci evidenzia che ai maggiori investimenti, stimati in 420 milioni di euro, si contrappone l'effetto della sezione II del Ddl bilancio, relativa a rifinanziamenti, definanziamenti e riprogrammazione degli stanziamenti vigenti, che determina una contrazione degli investimenti pari a 1,2 miliardi di euro per il 2020 e per il 2021. L'Ance sottolinea dunque come anche per l'anno prossimo si sta proseguendo sul trend, ormai consolidato negli ultimi anni, di sacrificare gli investimenti destinati allo sviluppo. Nel 2020 è infatti prevista una riduzione degli investimenti per 820 milioni di euro, rispetto a quanto era stato previsto per lo stesso anno dalle manovre finanziarie precedenti. Il trend in negativo continua però anche per il 2021 con una riduzione di 68 milioni di euro, per poi prevedere una risalita nel 2022 pari a 2.775 milioni di euro: fra tre anni però il quadro politico potrebbe essere cambiato, e il Conte bis essere già caduto da tempo. L'Ance ha poi analizzato la situazione voce per voce, notando come nella sezione riguardante i rifinanziamenti, riprogrammazioni e definanziamenti ci siano ambiti particolarmente colpiti. Il Fondo sviluppo e coesione vede dunque un definanziamento per 532 milioni nel 2020, 77 milioni nel 2021 e 60 milioni nel 2022 in termini di competenza e cassa. Per l'edilizia sanitaria è stata prevista una riduzione per 400 milioni di euro nel 2020 e di 1.420 nel 2020 (in totale, 1,8 miliardi destinati a data da destinarsi). Ferrovie dello Stato vede una riduzione per 400 milioni di euro nel 2020, che dovrebbero essere recuperati (riprogrammati) nel 2021 e nel 2022. Stessa sorte per l'Anas che vede una riduzione di trasferimenti per 200 milioni nel 2020, riprogrammati poi nel biennio 2021-2022. Segno negativo anche per il trasporto rapido di massaam, con 50 milioni in meno per il 2020. E per il fondo piano casa c'è un definanziamenti pari a 3,5 milioni di euro. Segno positivo invece per gli eventi sismici del Centro Italia. Si parla infatti di rifinanziamenti, per il 2020, di 345 milioni, e per l'edilizia universitario che riceverà 60 milioni l'anno prossimo. Colpisce la parte dedicata agli asili nido: 0 euro erano previsti e 0 ne arriveranno. Con buona pace delle promesse di Conte, che aveva fatto del sostegno alle scuole dell'infanzia uno dei punti cardine del programma del suo secondo governo. «Una manovra ancora regressiva per gli investimenti che, analogamente a quanto accaduto lo scorso anno, sacrifica il contributo alla crescita economica derivante dagli investimenti in opere pubbliche rischiando di compromettere i primi e timidi segnali che si intravedono sugli investimenti locali», commenta l'Ance. Eppure, nell'ultimo mese, il premier Giuseppe Conte ha più volte ricordato quanto sia importante il tema delle opere pubbliche, soprattutto quando si parla di dissesto idrogeologico. «Sono stati stanziati 11 miliardi su base pluriennale, ora però dobbiamo spendere questi soldi quindi dobbiamo assolutamente accelerare con tutte le opere e i cantieri che ci consentano di contrastare il dissesto idrogeologico», aveva detto a novembre dopo la visita allo Fiat di Melfi. Anche Paolo De Micheli, ministro delle Infrastrutture, aveva dichiarato: «Il punto vero non è spendere tutto e subito, ma essere consapevoli che ci sono opere che non sono partite». Il problema qui non è tanto spendere i soldi, ma averli, visto che il saldo per il 2020 vede una contrazione degli investimenti per le opere pubbliche 820 milioni. Giorgia Pacione di Bello <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grazie-alle-risse-tagli-tasse-e-ritardi-la-manovra-e-gia-fuori-tempo-2641538532.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="colpo-di-genio-sugar-tax-da-ottobre-al-suo-posto-tagli-lineari-ai-ministeri" data-post-id="2641538532" data-published-at="1780753555" data-use-pagination="False"> Colpo di genio: sugar tax da ottobre. Al suo posto tagli lineari ai ministeri Venticinque giorni di tempo per evitare l'esercizio provvisorio. Sempre più difficile immaginare e programmare un esame approfondito da parte di entrambi i rami del Parlamento: si fa così strada l'ipotesi, già circolata nei giorni scorsi, di lasciare ai soli senatori i margini per le modifiche. La Camera a quel punto ufficialmente si troverebbe a dover convalidare il pacchetto di misure. Nel vertice fiume a Palazzo Chigi, dove si è cercato per tutta la giornata di ieri di siglare un'intesa sulle tasse con Italia viva, si sarebbero affrontate anche questioni di calendario che non sono però mera burocrazia, perché richiamano gli equilibri fra le due Camere. Dubbi sull'opportunità di comprimere il dibattito parlamentare hanno accompagnato i ragionamenti della maggioranza, che di fronte all'ennesimo impasse, questa volta sull'ulteriore riduzione di sugar e plastic tax avrebbe preso atto dell'impossibilità di procedere diversamente. D'altro canto è ormai certo un nuovo rinvio dell'esame della legge di bilancio da parte dell'Aula: le votazioni sugli emendamenti in commissione Bilancio, primo step dell'iter, si avvieranno solo da martedì e il testo dovrebbe approdare in Assemblea solo mercoledì. Il via libera di Palazzo Madama, secondo i calcoli dei senatori, ci sarà entro venerdì 13. Troppo tardi per ipotizzare che i deputati possano a loro volta toccare nel merito la Manovra. E tutto ciò se non esploderanno nuovi scontri in seno alla maggioranza sul tema delle reali coperture. «Stiamo ancora discutendo e confrontando le stime», si leggeva ieri sulle agenzie che a loro volta citavano fonti di maggioranza interpellate sul vertice a Palazzo Chigi. L'intesa, spiegano, è quasi chiusa ma sono in corso verifiche tecniche e ancora non c'è il via libera finale: in questi minuti si stanno valutando le diverse ipotesi per la scelta definitiva». Nel dettaglio, la proposta di mediazione sarebbe quella di far partire entrambe le misure da luglio, quindi a metà del 2020 e abbassare la plastic tax da 0,50 a 0,40 euro al chilo. L'ipotesi alternativa sarebbe quella di abbassare la plastic tax da 0,50 a 0,40 euro al chilo senza rinviarla e far slittare la sugar tax al 2021. Terza ipotesi, quella più verosimile è che la plastic tax slitti a luglio e la sugar tax a ottobre. Iv avrebbe rilanciato, chiedendo uno slittamento di entrambe le imposte almeno a settembre. Il Pd è partito in quarta accusando il partito di Renzi di preferire le multinazionali delle bibite gasate. «Non vuole diminuire le tasse sul lavoro ma pensa solo a togliere la sugar tax, per favorire società per azioni che non hanno sede neanche in Italia. È solo grazie al Pd che sono stati salvati gli italiani dai 23 miliardi della Salvini Tax e che si mette in campo il taglio delle tasse ai lavoratori da oltre 3 miliardi». Subito dopo la Bellanova ha risposto su twitter. «Plastic tax e Sugar tax determineranno un disastro occupazionale. Ora al lavoro per trovare un accordo che dica no a microbalzelli e sì al lavoro», ha scritto da capo delegazione di Iv al governo. A complicare le cose ci si è messo anche Luigi Di Maio che dai microfoni di Radio capital: «Vedremo che cosa cambierà. Siamo nati per evitare l'aumento dell'Iva e non intendo far cader eil governo». Un messaggio contradditorio. Perché da un lato vuole fare da collante e dall'altro spingerà al compromesso finale e quindi al taglio lineare delle tasse ai ministeri e alla spesa. Insomma, finirà che i 400 milioni di mancate coperture diventeranno più di 500 e alla fine dei giochi gli italiani scopriranno che forse sarebbe stato meglio aumentare un po' l'Iva. Un paradosso da ridere, se non ci fosse da piangere al termine di una giornata che si è conclusa con la visita di Giuseppe Conte al Quirinale. Fra pochi giorni il premier andrà in Europa a discutere di vari temi, tra cui la manovra. é andato ad aggiornare Sergio Mattarella dello stato di salute della maggioranza e del caos a cui vanno incontro.
La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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