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2023-07-18
La grande balla dell’estate da record gonfiata dai gradi misurati «al suolo»
«Tempesta di caldo». «Bolla di fuoco». Non sono i titoli dei nuovi film di Steven Spielberg, ma quelli di alcuni giornali di questi giorni, che hanno scoperto… l’acqua calda: d’estate fa caldo e si suda. Il problema è che oggi come oggi, pur di dimostrare che il clima sta cambiando, la catastrofe incombe, il pianeta sta evaporando, quella che è l’assoluta normalità viene spacciata per emergenza mondiale. Considerazione da negazionisti del clima? Minimizzazione da beceri servi del condizionatore a palla? No: abbiamo semplicemente dato un’occhiata alle temperature di questi giorni in alcune delle principali città italiane, e ci siamo messi a cercare se nel mese di luglio degli anni scorsi, anche andando molto indietro nel tempo, il caldo era effettivamente meno intenso. Risultato? La bolla si è rivelata una balla, come chiunque può agevolmente verificare semplicemente visionando il sito internet ilmeteo.it e spulciando le temperature medie.
Partiamo da Milano: l’altro ieri, 16 luglio, la temperatura media è stata di 29 gradi. Fa caldo, all’ombra della Madonnina? Certo, ma come sempre, se non di meno. Qualche esempio: Il 30 luglio 2020 la temperatura media a Milano era di 30 gradi, così come il 26 luglio 2019, il 28 luglio 2013, il 25 luglio 2006. Il 22 luglio 1995, pensate un po’, la temperatura media a Milano toccò i 31 gradi: altro che bolla di fuoco! Il piccolo dettaglio è che 28 anni fa, stando ai dati, faceva pure più caldo di oggi, ma visto che non c’erano i talebani del clima di oggi, la gente cercava di rinfrescarsi e campava più tranquilla.
Che dire di Venezia? L’altro ieri tra i canali la temperatura media è stata di 28 gradi. Tempesta di caldo! Macché: il 30 e 31 luglio del 2020, la temperatura media a Venezia fu di 29 gradi, così come il 24 e 25 luglio 2019. Il 31 luglio 2018 si registrarono 30 gradi; il 12, 13 e 14 luglio 2010, 29 gradi; il 15 luglio 2010, 29 gradi. Il 16 luglio 2010, 13 anni fa, la temperatura media a Venezia fu di 31 gradi e il giorno dopo di 30: se fosse stata in città, Greta Thunberg, che all’epoca aveva sette anni, si sarebbe tuffata in acqua dalla gondola per sfuggire alla tempesta di caldo. Andando ancora indietro nel tempo a Venezia il 19 e 20 luglio 2000 si registrarono 29 gradi, così come il 24 luglio 1998 e 20 luglio 1983.
È estate e fa caldo pure a Bologna, dove lo scorso 15 luglio la temperatura media è stata di 27 gradi. Caronte sta per distruggerci tutti? È giunta l’ora dell’ultima lasagna? Niente di tutto questo: il 7 luglio 2021 c’erano gli stessi 27 gradi, il 20 luglio 2021 ben 29 gradi, il 21 luglio 2021 28 gradi, il 30 e 31 luglio 2021 29 gradi. Il 7 luglio 2017, a Bologna, la temperatura media fu di 30 gradi, e non dite assolutamente ai climastrofisti che il 2 luglio 2012, ben 11 anni fa, il capoluogo dell’Emilia-Romagna fece registrare una temperatura media di 31 gradi. Il 19 e 20 luglio 2012 a Bologna si registrarono 29 gradi; il 27 luglio 2012, 30 gradi; il 28 luglio 2012, ancora 31 gradi; il 29 e 30 luglio 2005, 30 gradi; il 23 e 24 luglio 1998, 30 gradi; il 22, 23 e 24 luglio 1988, 29 gradi; il 19 luglio 1983, 29 gradi; il 26, 27 e 28 luglio 1983, per tre giorni di fila, a Bologna la temperatura media fu di 31 gradi, ma Greta non era ancora nata e le famiglie non seppero mai di essere finite in una tempesta infernale: pensarono facesse caldo.
A Roma pure fa caldo, incredibile a dirsi: l’altro ieri la temperatura media è stata di 30 gradi, esattamente come quella del 30 luglio 2020, del 15, 16 e 17 luglio 2015, del 13 luglio 2011 e pure del 28 luglio 1983, ben 40 anni fa.
Che calore, che calore, comme coce ’o sole, come cantava Pino Daniele, anche a Napoli: lo scorso 15 luglio, temperatura media di 28 gradi. La fine del mondo è vicina? Allora lo era ancora di più il 2 e 3 luglio 2022, con 30 gradi; il 4,5 e 6 luglio 2022 a 29 gradi; il 31 luglio 2018 con 30 gradi. Dieci anni fa il 27, 28, 29, 30 e 31 luglio 2013 all’ombra del Vesuvio si registrarono 29 gradi; tornando più indietro, il 25, 26 e 27 luglio 1995 ci furono 29 gradi di temperatura media: le famiglie non sapevano che l’apocalisse era vicina, si fecero un bagnetto rinfrescante a Mergellina e se ne tornarono a casa.
Altra moda di questi giorni è parlare di temperatura della superficie terrestre, che guarda un po’ tu è più alta di quella registrata in maniera classica: pur di creare allarmismi tutto fa brodo (ovviamente bollente). Simpatico il siparietto di ieri mattina ad Agorà Estate, su Rai 3: il presentatore Lorenzo Lo Basso, come ha notato Davide Scifo su Twitter, inizia sobriamente la puntata: «Buongiorno da Agorà Estate», esclama, «in questa giornata che potrebbe essere la più calda del secolo!». Qualche minuto dopo Lo Basso chiede al capitano del servizio meteorologico dell’Aeronautica militare, Stefania De Angelis:« È veramente eccezionale questa ondata di calore?»; ma il capitano lo delude: «È effettivamente un’onda di calore», risponde la De Angelis, «con temperature molto alte, ne abbiamo avute tante in passato, e questa è una classica onda di calore». Per Lo Basso, una doccia fredda.
Il greggio finirà, l’unica alternativa è l’atomo
Una realtà che non possiamo negare è che la nostra Terra è tonda e finita e non piatta e infinita, e le risorse che essa ci offre sono necessariamente finite. Generalmente, la produzione di qualunque risorsa finita e che si consuma con l’uso comincia da zero, aumenta fino ad un massimo (o magari, con alcune oscillazioni, fino a più di un massimo), per poi diminuire fino ad un inesorabile ritorno allo zero: il processo di riduzione è indotto dalla diminuzione della risorsa e dal fatto che la pena del processo di produzione aumenta fino a superare il beneficio di avere il prodotto. Cioè – è bene qui sottolineare – per esaurimento intendiamo non necessariamente la effettiva scomparsa della risorsa quanto, piuttosto, la circostanza che, per una ragione o per un’altra, non risulta più conveniente produrla.
In particolare, petrolio, gas e carbone, che oggi costituiscono la fonte per oltre l’85% del nostro fabbisogno energetico, sono destinati a esaurirsi: ci sarà un momento quando di essi l’umanità non si servirà più, o perché li avremo saputi rimpiazzare prima del loro esaurimento o perché si saranno effettivamente esauriti nel senso detto, cioè perché, per una qualche ragione non sarà più conveniente estrarre e lavorare il petrolio, il gas o il carbone rimasti.
La data importante, tuttavia, non è quella di esaurimento di queste risorse, ma è la data in cui si raggiungerà il picco di massima produzione con, da allora in poi, una domanda superiore alla produzione. Non vogliamo neanche immaginare cosa accadrà nel mondo quando la domanda di petrolio sarà insopportabilmente superiore alla offerta. Possiamo però esplorare la possibilità di mitigare la differenza tra domanda e offerta.
Nel 1956, il geofisico Marion King Hubbert pubblicava una ingegnosa analisi matematica ove rappresentava la velocità di produzione del petrolio, in funzione del tempo, con una curva a campana semplificata, cioè con un solo picco massimo che porta oggi il suo nome. Hubbert comunicò ad un mondo incredulo che il picco di produzione americana del petrolio si sarebbe verificato tra il 1966 e il 1971, senza che nessuno gli desse retta. Il picco si verificò nel 1970. Da quella data la produzione americana di petrolio cadeva in inesorabile declino che tale rimase per oltre 30 anni. Nel 1999 fu ripetuta l’analisi di Hubbert su 42 Paesi produttori di petrolio rappresentanti il 98% della produzione mondiale, e il picco di Hubbert mondiale veniva predetto verificarsi nel 2005.
Senonché, l’uso di giacimenti non convenzionali ha ridato aìre alla produzione di petrolio sia negli Usa che nel mondo. La circostanza dà ad alcuni l’illusione che le previsioni «à la Hubbert» siano sciocchezze catastrofiste e che non si verificherà alcun picco. Ma è questa la vera sciocchezza e la vera illusione, perché essa implicherebbe risorse infinite, il che è impossibile vista la finitezza del nostro pianeta. Ad ogni buon conto, al momento sembra che già dal 2018 siamo seduti su un altro picco. Che sia questo un altro picco oppure «il» picco, poco conta: l’esistenza del giorno di quel picco ultimo è ineluttabile. Esso dovrebbe darci l’occasione di guardare in faccia la realtà: la produzione di petrolio sta inesorabilmente declinando; lentamente, ora che siamo a cavallo del picco, ma sempre più velocemente a partire dal prossimo futuro. Il declino è inevitabile e il picnic finirà.
Agli ostinati ottimisti si potrebbe legittimamente obiettare, innanzitutto, che un picco è già passato dal 1980. Se infatti si considera, in funzione del tempo, più che la produzione annua assoluta di petrolio, il rapporto tra la produzione annua e la popolazione della Terra, si osserva un picco nel 1980, e da allora quel rapporto è in costante diminuzione.
Insomma, è dal 1980 che la Terra «produce» esseri umani con maggiore velocità di quanto non produca petrolio.
Una seconda osservazione è che se siamo, oggi, sul picco di Hubbert del petrolio o, peggio, se esso è stato superato, il mondo è in grave ritardo rispetto alle azioni da intraprendere per mitigare gli effetti della diminuzione di produzione del petrolio; se invece il picco avverrà fra qualche decennio, allora il mondo ha l’occasione di agire ed evitare alla prossima generazione la scomoda posizione in cui ci troveremmo noi, oggi, qualora fosse vera la prima circostanza. In ogni caso, il picco di Hubbert del petrolio sarà indubbiamente una data storica e solennemente ricordata, dalle generazioni future, come l’apice della civiltà del petrolio, la cui ascesa, splendore e declino avranno nella curva di Hubbert il suo simbolo più significativo, come le Piramidi, l’Acropoli di Atene e il Colosseo sono i simboli delle civiltà egizia, greca e romana.
La nostra civiltà, però, più che del petrolio, è la civiltà della disponibilità di energia abbondante e a buon mercato. E l’esaurimento del petrolio (o, in generale, dei combustibili fossili) non necessariamente significherà la fine della nostra civiltà se solo sapremo quei combustibili fossili sostituire. A questo proposito, devo dare una notizia buona e una cattiva.
La buona notizia è che avremmo, già da oggi, la possibilità di operare quella sostituzione in modo da minimizzare le sofferenze conseguenti alla minore disponibilità di combustibili fossili. La cattiva notizia è che il mondo non s’è ancora sbarazzato dell’ideologia ambientalista. Questa, armata della più assoluta ignoranza non solo scientifica ma anche di aritmetica elementare, induce a coltivare illusioni che, se perseguite, non solo accelereranno la morte di questa nostra civiltà, ma provocheranno quella di miliardi di esseri umani.
L’imperativo categorico, allora sarebbe: ignorare gli ambientalisti e agire in fretta nel settore energetico. A chi non si rendesse conto della gravità del problema, gli basti pensare che l’80% dei costi in agricoltura sono direttamente o indirettamente legati ai costi di combustibile e, pertanto, la moderna agricoltura può definirsi come la trasformazione di petrolio in cibo: niente petrolio, niente cibo. Agire nel modo sbagliato, quindi, ci può essere fatale.
Per fortuna non siamo condannati né a subire passivamente le conseguenze dell’ineluttabile esaurimento del petrolio, né ad affossarci coltivando le illusioni con cui ci abbagliano gli ambientalisti. Cioè non esiste solo la via delle farlocche tecnologie eolica e fotovoltaica che ci condurrà dritti dritti nel baratro. Esiste anche una reale via d’uscita: quella del nucleare da fissione, una tecnologia matura, sicura, economica, e che si serve di una fonte abbondante e disponibile per millenni.
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Le temperature di questi giorni non sono affatto una novità, anzi in passato si toccarono picchi più elevati. Ma per terrorizzare le persone si pubblicizzano le rilevazioni prese sul terreno, maggiori di quelle classiche.Se non cominciamo a sostituire il petrolio la nostra civiltà crollerà. Puntare sulle rinnovabili è un’illusione.Lo speciale contiene due articoli.«Tempesta di caldo». «Bolla di fuoco». Non sono i titoli dei nuovi film di Steven Spielberg, ma quelli di alcuni giornali di questi giorni, che hanno scoperto… l’acqua calda: d’estate fa caldo e si suda. Il problema è che oggi come oggi, pur di dimostrare che il clima sta cambiando, la catastrofe incombe, il pianeta sta evaporando, quella che è l’assoluta normalità viene spacciata per emergenza mondiale. Considerazione da negazionisti del clima? Minimizzazione da beceri servi del condizionatore a palla? No: abbiamo semplicemente dato un’occhiata alle temperature di questi giorni in alcune delle principali città italiane, e ci siamo messi a cercare se nel mese di luglio degli anni scorsi, anche andando molto indietro nel tempo, il caldo era effettivamente meno intenso. Risultato? La bolla si è rivelata una balla, come chiunque può agevolmente verificare semplicemente visionando il sito internet ilmeteo.it e spulciando le temperature medie. Partiamo da Milano: l’altro ieri, 16 luglio, la temperatura media è stata di 29 gradi. Fa caldo, all’ombra della Madonnina? Certo, ma come sempre, se non di meno. Qualche esempio: Il 30 luglio 2020 la temperatura media a Milano era di 30 gradi, così come il 26 luglio 2019, il 28 luglio 2013, il 25 luglio 2006. Il 22 luglio 1995, pensate un po’, la temperatura media a Milano toccò i 31 gradi: altro che bolla di fuoco! Il piccolo dettaglio è che 28 anni fa, stando ai dati, faceva pure più caldo di oggi, ma visto che non c’erano i talebani del clima di oggi, la gente cercava di rinfrescarsi e campava più tranquilla.Che dire di Venezia? L’altro ieri tra i canali la temperatura media è stata di 28 gradi. Tempesta di caldo! Macché: il 30 e 31 luglio del 2020, la temperatura media a Venezia fu di 29 gradi, così come il 24 e 25 luglio 2019. Il 31 luglio 2018 si registrarono 30 gradi; il 12, 13 e 14 luglio 2010, 29 gradi; il 15 luglio 2010, 29 gradi. Il 16 luglio 2010, 13 anni fa, la temperatura media a Venezia fu di 31 gradi e il giorno dopo di 30: se fosse stata in città, Greta Thunberg, che all’epoca aveva sette anni, si sarebbe tuffata in acqua dalla gondola per sfuggire alla tempesta di caldo. Andando ancora indietro nel tempo a Venezia il 19 e 20 luglio 2000 si registrarono 29 gradi, così come il 24 luglio 1998 e 20 luglio 1983.È estate e fa caldo pure a Bologna, dove lo scorso 15 luglio la temperatura media è stata di 27 gradi. Caronte sta per distruggerci tutti? È giunta l’ora dell’ultima lasagna? Niente di tutto questo: il 7 luglio 2021 c’erano gli stessi 27 gradi, il 20 luglio 2021 ben 29 gradi, il 21 luglio 2021 28 gradi, il 30 e 31 luglio 2021 29 gradi. Il 7 luglio 2017, a Bologna, la temperatura media fu di 30 gradi, e non dite assolutamente ai climastrofisti che il 2 luglio 2012, ben 11 anni fa, il capoluogo dell’Emilia-Romagna fece registrare una temperatura media di 31 gradi. Il 19 e 20 luglio 2012 a Bologna si registrarono 29 gradi; il 27 luglio 2012, 30 gradi; il 28 luglio 2012, ancora 31 gradi; il 29 e 30 luglio 2005, 30 gradi; il 23 e 24 luglio 1998, 30 gradi; il 22, 23 e 24 luglio 1988, 29 gradi; il 19 luglio 1983, 29 gradi; il 26, 27 e 28 luglio 1983, per tre giorni di fila, a Bologna la temperatura media fu di 31 gradi, ma Greta non era ancora nata e le famiglie non seppero mai di essere finite in una tempesta infernale: pensarono facesse caldo.A Roma pure fa caldo, incredibile a dirsi: l’altro ieri la temperatura media è stata di 30 gradi, esattamente come quella del 30 luglio 2020, del 15, 16 e 17 luglio 2015, del 13 luglio 2011 e pure del 28 luglio 1983, ben 40 anni fa. Che calore, che calore, comme coce ’o sole, come cantava Pino Daniele, anche a Napoli: lo scorso 15 luglio, temperatura media di 28 gradi. La fine del mondo è vicina? Allora lo era ancora di più il 2 e 3 luglio 2022, con 30 gradi; il 4,5 e 6 luglio 2022 a 29 gradi; il 31 luglio 2018 con 30 gradi. Dieci anni fa il 27, 28, 29, 30 e 31 luglio 2013 all’ombra del Vesuvio si registrarono 29 gradi; tornando più indietro, il 25, 26 e 27 luglio 1995 ci furono 29 gradi di temperatura media: le famiglie non sapevano che l’apocalisse era vicina, si fecero un bagnetto rinfrescante a Mergellina e se ne tornarono a casa. Altra moda di questi giorni è parlare di temperatura della superficie terrestre, che guarda un po’ tu è più alta di quella registrata in maniera classica: pur di creare allarmismi tutto fa brodo (ovviamente bollente). Simpatico il siparietto di ieri mattina ad Agorà Estate, su Rai 3: il presentatore Lorenzo Lo Basso, come ha notato Davide Scifo su Twitter, inizia sobriamente la puntata: «Buongiorno da Agorà Estate», esclama, «in questa giornata che potrebbe essere la più calda del secolo!». Qualche minuto dopo Lo Basso chiede al capitano del servizio meteorologico dell’Aeronautica militare, Stefania De Angelis:« È veramente eccezionale questa ondata di calore?»; ma il capitano lo delude: «È effettivamente un’onda di calore», risponde la De Angelis, «con temperature molto alte, ne abbiamo avute tante in passato, e questa è una classica onda di calore». Per Lo Basso, una doccia fredda.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grande-balla-caldo-record-2662292499.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-greggio-finira-lunica-alternativa-e-latomo" data-post-id="2662292499" data-published-at="1689651664" data-use-pagination="False"> Il greggio finirà, l’unica alternativa è l’atomo Una realtà che non possiamo negare è che la nostra Terra è tonda e finita e non piatta e infinita, e le risorse che essa ci offre sono necessariamente finite. 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In particolare, petrolio, gas e carbone, che oggi costituiscono la fonte per oltre l’85% del nostro fabbisogno energetico, sono destinati a esaurirsi: ci sarà un momento quando di essi l’umanità non si servirà più, o perché li avremo saputi rimpiazzare prima del loro esaurimento o perché si saranno effettivamente esauriti nel senso detto, cioè perché, per una qualche ragione non sarà più conveniente estrarre e lavorare il petrolio, il gas o il carbone rimasti. La data importante, tuttavia, non è quella di esaurimento di queste risorse, ma è la data in cui si raggiungerà il picco di massima produzione con, da allora in poi, una domanda superiore alla produzione. Non vogliamo neanche immaginare cosa accadrà nel mondo quando la domanda di petrolio sarà insopportabilmente superiore alla offerta. Possiamo però esplorare la possibilità di mitigare la differenza tra domanda e offerta. Nel 1956, il geofisico Marion King Hubbert pubblicava una ingegnosa analisi matematica ove rappresentava la velocità di produzione del petrolio, in funzione del tempo, con una curva a campana semplificata, cioè con un solo picco massimo che porta oggi il suo nome. Hubbert comunicò ad un mondo incredulo che il picco di produzione americana del petrolio si sarebbe verificato tra il 1966 e il 1971, senza che nessuno gli desse retta. Il picco si verificò nel 1970. Da quella data la produzione americana di petrolio cadeva in inesorabile declino che tale rimase per oltre 30 anni. Nel 1999 fu ripetuta l’analisi di Hubbert su 42 Paesi produttori di petrolio rappresentanti il 98% della produzione mondiale, e il picco di Hubbert mondiale veniva predetto verificarsi nel 2005. Senonché, l’uso di giacimenti non convenzionali ha ridato aìre alla produzione di petrolio sia negli Usa che nel mondo. La circostanza dà ad alcuni l’illusione che le previsioni «à la Hubbert» siano sciocchezze catastrofiste e che non si verificherà alcun picco. Ma è questa la vera sciocchezza e la vera illusione, perché essa implicherebbe risorse infinite, il che è impossibile vista la finitezza del nostro pianeta. Ad ogni buon conto, al momento sembra che già dal 2018 siamo seduti su un altro picco. Che sia questo un altro picco oppure «il» picco, poco conta: l’esistenza del giorno di quel picco ultimo è ineluttabile. Esso dovrebbe darci l’occasione di guardare in faccia la realtà: la produzione di petrolio sta inesorabilmente declinando; lentamente, ora che siamo a cavallo del picco, ma sempre più velocemente a partire dal prossimo futuro. Il declino è inevitabile e il picnic finirà. Agli ostinati ottimisti si potrebbe legittimamente obiettare, innanzitutto, che un picco è già passato dal 1980. Se infatti si considera, in funzione del tempo, più che la produzione annua assoluta di petrolio, il rapporto tra la produzione annua e la popolazione della Terra, si osserva un picco nel 1980, e da allora quel rapporto è in costante diminuzione. Insomma, è dal 1980 che la Terra «produce» esseri umani con maggiore velocità di quanto non produca petrolio. Una seconda osservazione è che se siamo, oggi, sul picco di Hubbert del petrolio o, peggio, se esso è stato superato, il mondo è in grave ritardo rispetto alle azioni da intraprendere per mitigare gli effetti della diminuzione di produzione del petrolio; se invece il picco avverrà fra qualche decennio, allora il mondo ha l’occasione di agire ed evitare alla prossima generazione la scomoda posizione in cui ci troveremmo noi, oggi, qualora fosse vera la prima circostanza. In ogni caso, il picco di Hubbert del petrolio sarà indubbiamente una data storica e solennemente ricordata, dalle generazioni future, come l’apice della civiltà del petrolio, la cui ascesa, splendore e declino avranno nella curva di Hubbert il suo simbolo più significativo, come le Piramidi, l’Acropoli di Atene e il Colosseo sono i simboli delle civiltà egizia, greca e romana. La nostra civiltà, però, più che del petrolio, è la civiltà della disponibilità di energia abbondante e a buon mercato. E l’esaurimento del petrolio (o, in generale, dei combustibili fossili) non necessariamente significherà la fine della nostra civiltà se solo sapremo quei combustibili fossili sostituire. A questo proposito, devo dare una notizia buona e una cattiva. La buona notizia è che avremmo, già da oggi, la possibilità di operare quella sostituzione in modo da minimizzare le sofferenze conseguenti alla minore disponibilità di combustibili fossili. La cattiva notizia è che il mondo non s’è ancora sbarazzato dell’ideologia ambientalista. Questa, armata della più assoluta ignoranza non solo scientifica ma anche di aritmetica elementare, induce a coltivare illusioni che, se perseguite, non solo accelereranno la morte di questa nostra civiltà, ma provocheranno quella di miliardi di esseri umani. L’imperativo categorico, allora sarebbe: ignorare gli ambientalisti e agire in fretta nel settore energetico. A chi non si rendesse conto della gravità del problema, gli basti pensare che l’80% dei costi in agricoltura sono direttamente o indirettamente legati ai costi di combustibile e, pertanto, la moderna agricoltura può definirsi come la trasformazione di petrolio in cibo: niente petrolio, niente cibo. Agire nel modo sbagliato, quindi, ci può essere fatale. Per fortuna non siamo condannati né a subire passivamente le conseguenze dell’ineluttabile esaurimento del petrolio, né ad affossarci coltivando le illusioni con cui ci abbagliano gli ambientalisti. Cioè non esiste solo la via delle farlocche tecnologie eolica e fotovoltaica che ci condurrà dritti dritti nel baratro. Esiste anche una reale via d’uscita: quella del nucleare da fissione, una tecnologia matura, sicura, economica, e che si serve di una fonte abbondante e disponibile per millenni.
Carola Rackete (Ansa)
Per un totale di oltre 90.000 euro, da corrispondere «in solido» alla Ong olandese. La nave è stata trattenuta dal 12 luglio al 19 dicembre di quell’anno. Subito dopo il fermo la Sea Watch aveva presentato opposizione al prefetto di Agrigento. Ma dalla prefettura non erano giunte risposte dirette alla Ong. Era stato in realtà comunicato alla Capitaneria di porto che le verifiche del procedimento amministrativo erano ancora in corso e che, quindi, la Sea Watch 3 non poteva lasciare il porto. Secondo i giudici, però, l’assenza di comunicazioni dirette avrebbe prodotto il meccanismo del silenzio-accoglimento, ovvero la cessazione automatica del sequestro. Perché la nave rimase bloccata fino a quando, dopo un ricorso d’urgenza, il tribunale di Palermo, il 19 dicembre 2019, ne ordinò la restituzione. Qui si innesta la frattura. Perché il silenzio-accoglimento nasce come garanzia contro l’inerzia della pubblica amministrazione. Un rimedio contro l’immobilismo burocratico. Ma in questo caso è diventato il grimaldello che trasforma il silenzio in un via libera e l’assenza di risposta in un’accettazione implicita. Non è una valutazione sostanziale sull’opportunità o meno del sequestro. Ma una conseguenza automatica legata a un mancato riscontro formale. Con il fermo che viene considerato dai giudici illegittimo. E che ha subito scatenato la retorica della disobbedienza. «Il risarcimento a Sea-Watch, legato alla vicenda Rackete dimostra ancora una volta che la disobbedienza civile è tutt’altro che arroganza, ma protezione del diritto internazionale dagli attacchi di chi abusa della propria posizione di potere per calpestarlo, ai danni dei diritti e delle libertà di tutti», rivendica la portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi. La Rackete all’epoca era stata arrestata per resistenza a nave da guerra, inosservanza dell’ordine di fermarsi e favoreggiamento aggravato dell’immigrazione irregolare. Nel 2021, però, il gip di Agrigento ha disposto, accogliendo la richiesta avanzata dal pubblico ministero, l’archiviazione del procedimento penale. Alla fine per quell’evento, speronamento della motovedetta incluso, il conto lo pagherà solo lo Stato. La risposta è arrivata direttamente dalla premier Giorgia Meloni: «Non solo all’epoca la Rackete è stata assolta perché secondo alcuni magistrati è consentito forzare un blocco di polizia in nome dell’immigrazione illegale di massa. Oggi i giudici prendono un’altra decisione che lascia letteralmente senza parole, perché dopo lo speronamento ai danni dei nostri militari l’imbarcazione era stata, giustamente, trattenuta e posta sotto sequestro». E non è finita. La Meloni si chiede anche: «Ma il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge? E poi, qual è il messaggio che si sta cercando di far passare con questa lunga serie di decisioni oggettivamente assurde? Che non è consentito al governo provare a contrastare l’immigrazione legale di massa? Che qualunque legge si faccia e qualunque procedimento si costruisca, una parte politicizzata della magistratura è pronta a mettersi di traverso?». La conclusione della premier è questa: «Mi dispiace se deluderò più di qualcuno, perché noi siamo particolarmente ostinati e continueremo a fare del nostro meglio per rispettare la parola che abbiamo dato agli italiani e per far rispettare le regole e le leggi dello Stato italiano e faremo tutto quello che serve per difendere i confini e la sicurezza dei cittadini». E mentre la deputata del Partito democratico Debora Serracchiani corre in soccorso della Ong definendo l’intervento della premier «una sceneggiata da bulletta», il vicepremier Matteo Salvini ritiene la decisione «incredibile, un vero e proprio premio per aver forzato un divieto del governo» alla Ong «di Carola Rackete, l’attivista tedesca che quando ero al Viminale non accettava la linea dei porti chiusi che aveva praticamente azzerato sbarchi e tragedie del mare». Poi aggiunge: «Il 22-23 marzo voterò Sì al referendum per cambiare questa giustizia che non funziona». «Ancora una volta i togati sembrano prendere decisioni politicizzate e incomprensibili», ha commentato il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri, che ha aggiunto: «In questo modo si finisce per legittimare chi ha agito in contrasto con le scelte delle autorità nazionali in materia di immigrazione e sicurezza. Il risultato è sempre lo stesso, a pagare sono i cittadini italiani. Si violano le regole, si sfidano le decisioni dello Stato e alla fine si viene persino premiati con un risarcimento. Un paradosso inaccettabile».
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Silvia Salis, sindaco di Genova (Ansa)
Genova potrebbe essere la prima città in cui un’ingiunzione di sfratto arriva non per morosità, finita locazione o inadempimento ma perché l’inquilino non piace a primo cittadino e antifascisti di professione. L’inquilino in questione è Casapound, l’immobile è la sede occupata dall’associazione in via Montevideo e la richiesta della Salis è stata messa nero su bianco in una lettera a questore e prefetto, chiedendo loro di «prendere provvedimenti» verso il sodalizio che, per Salis, è una «presenza non gradita dall’amministrazione in città». «Siamo in un Paese democratico dove anche grazie alla storia che loro respingono è permesso loro di potere, diciamo, esistere liberamente», ha attaccato ancora la Salis dopo un incontro a Palazzo Tursi con una delegazione del movimento Genova antifascista, incentrato sul tema delle problematiche legate alla presenza della sede di Casapound in città, nel quartiere della Foce, teatro delle ripetute manifestazioni degli antifascisti che costituiscono un disagio per i residenti della zona che si sono definiti continuamente «sotto assedio». «Chiaramente non posso agire come sindaca sulla libertà di manifestazione, legittima, ho portato una mia preoccupazione che è quella di un quartiere che si sente assediato, di una serie di tematiche relative non solo all’ordine pubblico, ma anche alla vivibilità. Io mi sono schierata completamente contro la presenza di Casapound nella nostra città ma da sindaca devo tutelare la mia cittadinanza sul fronte della sicurezza e dell’ordine pubblico», ha proseguito la Salis nella sua arringa.
C’è un piccolo particolare, però. La Salis lo rivela a microfoni di GoodMorning Genova: «Il contratto (di affitto, ndr) è regolare. È un tema di opportunità, di posizionamento e, per quanto mi riguarda, di presenza di Casapound in città. Non è gradita», ha ripetuto. Insomma, piacciano o meno le idee di Casapound, l’associazione politica ha tutto il diritto di stare nello stabile che ha scelto come propria sede. Solo che, per Salis, i diritti si interrompono davanti all’ideologia: a lei e ai manifestanti riuniti nel comitato Genova antifascista i «fascisti» di Casapound non piacciono, se ne devono andare subito perché, con il loro operato, provocano le reazioni dei sinceri democratici che cingono d’assedio il quartiere per manifestare contro il gruppo avversario.
Una contraddizione che non è sfuggita a Federico Mollicone, deputato di Fdi: «Solo pochi giorni fa, in occasione del 10 febbraio», quelli di Genova antifascista hanno «diffuso immagini delle bandiere della Jugoslavia di Tito con la scritta “no foibe no party”, definendo vergognosamente il Giorno del ricordo come una “giornata della menzogna”. Gli stessi esponenti, inoltre, hanno rivendicato la distruzione della targa in onore di Norma Cossetto, celebrato l’anniversario della nascita della terrorista delle Brigate rosse, Mara Cagol, e postato i volti dei rappresentanti della destra locale e nazionale a testa in giù, alimentando un clima di odio inaccettabile. È con questi interlocutori che la Salis ha instaurato il dialogo?», si chiede Mollicone. Secondo il deputato, l’apertura delle sedi istituzionali a tali realtà rappresenta un segnale pericoloso: «Il comitato Genova antifascista è stato protagonista negli anni di numerosi scontri con le forze dell’ordine. Questo sodalizio si distingue per un atteggiamento violento e antidemocratico. Come già sottolineato per Askatasuna, collettivi di questo tipo continuano a essere alimentati e giustificati dalle giunte di sinistra e l’incontro di Genova ne è un’ulteriore prova. Auspichiamo che il sindaco Salis e i partiti che la sostengono si dissocino da queste gravissime posizioni».
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