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2019-07-30
Gli americani con il pugnale di Rambo: «Hanno elevata pericolosità sociale»
Ansa
Colpire a sangue freddo un militare con un'arma di elevata potenzialità, un pugnale militare con lama da 18 centimetri, non è un gioco da ragazzi. Il giudice per le indagini preliminari che ha convalidato l'arresto di Gabriel Christian Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, i due studenti americani che a Roma cercavano sballo e droga, sottolinea in modo preciso la pericolosità dei due indagati. Erano usciti per procurarsi cocaina, sono stati capaci di rubare uno zaino per poi tentare un'estorsione a pusher romani con precedenti di polizia. Ma, soprattutto, sono arrivati ad aggredire due carabinieri che si erano presentati con il tesserino d'ordinanza, assassinandone uno e mandando in ospedale l'altro. Il più compromesso del duo, Elder, è stato addirittura abile a sferrare «ben otto coltellate al torace di un uomo disarmato (l'autopsia in seguito ne referterà ben 11, ndr)», ossia il povero vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Entrambi gli indagati hanno poi avuto la lucidità di tornare in albergo, lavare il coltellaccio e nasconderlo nel controsoffitto della loro suite. I due, quella notte, erano scesi per strada già con cattive intenzioni. Il gip evidenza che il pugnale da Rambo, «custodito in un fodero, è di dimensioni tali che non era certamente possibile occultarlo in tasca. Peraltro», scrive il giudice, «vista la facilità e rapidità con cui Elder l'ha utilizzato nei confronti del vicebrigadiere, deve ritenersi che l'arma fosse a portata di mano dell'indagato». Un particolare che non solo non esclude, a parere del gip, le responsabilità dell'altro indagato ma che addirittura le rafforza. Natale Hjorth sapeva del coltello e conosceva anche le finalità per cui l'arma era stata portata all'incontro: «Ovvero», sottolinea il gip, «portare a compimento in modo fruttuoso il tentativo di estorsione architettato da entrambi». E infatti, «se Natale Hjorth ha risposto al telefono per organizzare l'incontro essendo l'unico tra i due che conosceva la lingua italiana, Elder, che si era materialmente impossessato dello zaino e che aveva proposto di tenerselo, ha poi architettato il piano estorsivo unitamente a Natale Hjorth, dopo essersi accorto della presenza del telefono, assistendo a tutte le fasi dell'organizzazione dell'incontro cui era pronto a partecipare».
Inutile, quindi, il tentativo di Natale Hjorth di far credere d'aver compreso la gravità dell'accaduto solo una volta giunto in albergo. È stato Elder, per esempio, a riferire che proprio il compare aveva nascosto il coltello dopo che lui l'aveva lavato e ha aggiunto che quando il vicebrigadire, dopo i primi colpi, aveva gridato, Natale Hjorth e il carabiniere Varriale si erano «resi conto che era successo qualcosa di brutto». Affermazioni che, secondo il gip, risultano del tutto credibili perché non tese a minimizzare la responsabilità del dichiarante. E siccome Natale Hjorth ha impegnato nella colluttazione Andrea Varriale, impedendogli d'intervenire per aiutare il collega, si becca pure lui l'accusa di concorso in omicidio volontario. «Ha certamente agevolato la condotta materiale posta in essere da Elder», scrive il gip nell'ordinanza di custodia cautelare con la quale priva della libertà entrambi gli studenti statunitensi. Il giudice, insomma, non trova elementi per escludere che Natale Hjorth fosse consapevole: «Si è recato a un appuntamento con uno spacciatore per realizzare un'estorsione con un complice armato di coltello».
Tutti elementi che rendono prevedibile la messa in atto di azioni violente, «anche di entità tali, avuto riguardo per la potenzialità offensiva dell'arma», ritiene il gip, «di essere idonee a cagionare la morte del destinatario». La morte della persona offesa, a questo punto, secondo il gip, deve essere ritenuta un rischio accettato da Natale Hjorth o, quanto meno, «uno sviluppo logico altamente prevedibile dell'azione delittuosa concretamente posta in essere da entrambi gli indagati».
Il gip non si è lasciato prendere in giro neppure con la bugia del «non avevo capito che erano carabinieri». Perché, se Elder ha confermato la circostanza, dichiarata subito anche da Varriale, secondo cui i due militari si erano presentati mostrando anche il tesserino, Natale Hjorth fa il pesce in barile: riferisce di non aver capito che i due che li avevano avvicinati fossero carabinieri, ma anzi d'aver creduto che fossero uomini mandati dallo spacciatore per vendicarsi e fargli del male. La difesa improntata sulle difficoltà con la lingua italiana non regge. E risulta subito contraddittoria. Anche perché è stato proprio Natale Hjorth a condurre la trattativa telefonica con lo spacciatore. E di certo non l'ha condotta in inglese. Lo ha confermato proprio il pusher, sentito dal pubblico ministero nell'immediatezza, specificando che il ragazzo che aveva risposto al suo telefonino parlava sì con un accento inglese, però in italiano. Quindi immaginare che Natale Hjorth sia stato capace di tentare un'estorsione in italiano con il pusher per poi non comprendere la parola «carabinieri», risulta surreale. Non solo. Come conferma Varriale, l'aggressività mostrata da Natale Hjorth è stata notevole: «Ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente per vincere un nostro tentativo di bloccaggio. Le concitate fasi della lite si svolgevano con estrema rapidità e violenza». Varriale sostiene di essere stato «aggredito dal soggetto con la felpa nera», che «dimenandosi fortemente con calci, graffi e pugni riusciva a liberarsi dalla mia presa». Insomma, a parere del gip ce n'è quanto basta per convalidare il fermo e trasformarlo in arresto. In più, come aveva già valutato il pm, «c'è pericolo di fuga». I due, infatti, erano in procinto di lasciare l'albergo: «Una condotta», conclude il giudice, «che non può non ritenersi finalizzata a far perdere le loro tracce». Infine c'è anche il pericolo che i due possano reiterare i reati, «vista la concentrazione di crimini perpetrati in un brevissimo lasso di tempo». Gli statunitensi appaiono anche inconsapevoli del disvalore delle proprie azioni, «mostrando una immaturità eccessiva». Il fatto che abbiano cercato di comprare droga e che, come hanno dichiarato, avevano consumato alcol, sono circostanze che «testimoniano la totale assenza di autocontrollo e di capacità critica e», annota il gip, «rendono di conseguenza evidente la loro elevata pericolosità sociale».
L'unica misura cautelare valida a impedirgli di sottrarsi alle indagini e al processo, secondo il gip, è quindi quella «inframuraria».
Spaccio, ricatto e delitto. Cronistoria della nottata costata la vita a Mario
Le informative dei carabinieri, le parole dei protagonisti e quelle dei testimoni, gli interrogatori degli indagati e le immagini delle telecamere hanno permesso al gip del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, di ricostruire attimo per attimo la sequenza di quanto accaduto tra Trastevere e il quartiere Prati nella notte tra il 25 e il 26 luglio. Nell'ordinanza che priva della libertà i due studenti americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth, il gip fotografa le fasi che hanno portato all'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega e che dimostrano come tutto si è svolto senza grandi «zone d'ombra», al contrario di quanto era emerso nei primi istanti, quando ancora le notizie erano alquanto frammentate.
Tutto ha avuto inizio alle 23.30 del 25 luglio. Sergio Brugiatelli, conosciuto dalle forze dell'ordine e indicato come persona con «precedenti di polizia» (ma non un informatore, come precisato dall'Arma) è in piazza Trilussa con un amico di nome «Meddi». I due vengono avvicinati da due ragazzi stranieri (che poi scopriranno essere gli americani) che chiedono se hanno cocaina da fornirgli. Brugiatelli dice di non averne ma è in grado di recuperarla. I ragazzi, che chiedevano 80 euro di droga, vanno a prelevare da uno sportello bancomat. Trenta minuti dopo la mezzanotte, Brugiatelli e i due ragazzi si incamminano verso piazza Mastai. Brugiatelli contatta un amico - che dice chiamarsi Italo - in via telefonica e ottiene un appuntamento dall'altra parte di viale Trastevere, angolo via Cardinale Merry del Val. Brugiatelli e il ragazzo con i capelli biondi (Natale Hjorth) vanno verso il pusher, l'altro (Finnegan Lee Elder) resta sulla panchina della piazza, ove Brugiatelli aveva lasciato zaino e bicicletta. «Non appena entravamo in contatto con Italo», racconta Brugiatelli, «il ragazzo biondo gli consegnava del denaro e lui gli dava un piccolo involucro di carta stagnola». A questo punto, però, arrivano delle persone (carabinieri in borghese in attività antidroga) che bloccano Italo. Ed entra in scena il carabiniere Andrea Varriale. Nella sua annotazione il militare scrive che alle ore 1.19 ha ricevuto da un superiore della stazione carabinieri Farnese - il maresciallo Pasquale Sansone - ordine di recarsi in piazza Mastai. Il maresciallo gli riferisce di trovarsi sul posto per la ricerca di un soggetto che non si era lasciato identificare dandosi alla fuga dopo aver consegnato ai militari un involucro contenente una compressa di tachipirina. Qui spunta Brugiatelli, che avvicina le forze dell'ordine e riferisce di essere stato vittima di un borseggio. Dice anche che dopo il furto i due ladri si erano allontanati a piedi verso il Lungotevere, all'altezza di Ponte Garibaldi. Brugiatelli precisa subito che nella borsa c'erano il suo cellulare, i documenti e alcuni effetti personali. I carabinieri gli dicono di presentare denuncia all'indomani in un qualsiasi ufficio di polizia. Dopodiché riprendono il normale servizio. Ma un'ora dopo accade qualcosa che rimescola le carte: Brugiatelli contatta il 112 (sono le 2.04) perché sostiene di essere ora vittima di una tentata estorsione. L'uomo, difatti, ha tentato di chiamare il proprio cellulare con un altro - prestatogli di un amico - e a quel punto gli ha risposto un uomo con accento «inglese, americano», riferisce Brugiatelli, chiedendo soldi e droga per la restituzione dello zainetto. Vista la situazione i carabinieri mandano una pattuglia. Alla presenza dei militari Brugiatelli chiama di nuovo il proprio telefonino e riceve la richiesta di 80 euro e un grammo di cocaina per la restituzione del maltolto. L'appuntamento viene fissato in piazza Belli. Alle 2.10 entra in scena il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Viene contattato dalla centrale operativa che gli fornisce - insieme a Varriale - una nota d'intervento in piazza Belli. I due carabinieri recuperano Brugiatelli, lo lasciano accanto all'auto di servizio e intervengono. «Sono rimasto vicino all'auto civetta, poi ho sentito delle urla e ho visto sopraggiungere altre macchine dei carabinieri e un'ambulanza», dichiarerà al pm Brugiatelli. Sono circa le 3.15. L'annotazione di Varriale completa la ricostruzione. «I due soggetti, notati in atteggiamento palesemente guardingo e sospettoso, venivano da noi repentinamente avvicinati. Contestualmente ci qualificavamo come appartenenti all'Arma dei carabinieri attraverso anche l'esibizione dei nostri tesserini». E qui la situazione precipita. «I due ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente». Il tutto si consuma in modo molto veloce. «Lo scrivente», annota Varriale, «veniva aggredito dal soggetto con la felpa nera, il quale dimenandosi fortemente con calci, graffi e pungi, riusciva a liberarsi dalla mia presa. Analogamente il vicebrigadiere, a breve distanza da me, ingaggiava una colluttazione con l'altro giovane e ricordo di aver sentito le urla del collega che proferiva “fermati, siamo carabinieri, basta"». I due americani fuggono. Varriale assiste agli ultimi istanti di vita del collega, «che perdeva moltissimo sangue dal fianco sinistro all'altezza del petto». Prima di accasciarsi, il vicebrigadiere pronuncia le sue ultime parole: «Mi hanno accoltellato».
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Lee Elder e Natale Hjorth sono usciti dall'hotel armati, dopo aver cercato cocaina e tentato di ricattare un pusher. Hanno detto di non aver capito l'alt dei militari. Il gip non ci crede: con lo spacciatore si erano intesi in italiano.Ci sono stati vari contatti fra forze dell'ordine e pusher derubato ma non «zone d'ombra». L'Arma: «Non c'è alcun informatore».Lo speciale contiene due articoli. Colpire a sangue freddo un militare con un'arma di elevata potenzialità, un pugnale militare con lama da 18 centimetri, non è un gioco da ragazzi. Il giudice per le indagini preliminari che ha convalidato l'arresto di Gabriel Christian Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, i due studenti americani che a Roma cercavano sballo e droga, sottolinea in modo preciso la pericolosità dei due indagati. Erano usciti per procurarsi cocaina, sono stati capaci di rubare uno zaino per poi tentare un'estorsione a pusher romani con precedenti di polizia. Ma, soprattutto, sono arrivati ad aggredire due carabinieri che si erano presentati con il tesserino d'ordinanza, assassinandone uno e mandando in ospedale l'altro. Il più compromesso del duo, Elder, è stato addirittura abile a sferrare «ben otto coltellate al torace di un uomo disarmato (l'autopsia in seguito ne referterà ben 11, ndr)», ossia il povero vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Entrambi gli indagati hanno poi avuto la lucidità di tornare in albergo, lavare il coltellaccio e nasconderlo nel controsoffitto della loro suite. I due, quella notte, erano scesi per strada già con cattive intenzioni. Il gip evidenza che il pugnale da Rambo, «custodito in un fodero, è di dimensioni tali che non era certamente possibile occultarlo in tasca. Peraltro», scrive il giudice, «vista la facilità e rapidità con cui Elder l'ha utilizzato nei confronti del vicebrigadiere, deve ritenersi che l'arma fosse a portata di mano dell'indagato». Un particolare che non solo non esclude, a parere del gip, le responsabilità dell'altro indagato ma che addirittura le rafforza. Natale Hjorth sapeva del coltello e conosceva anche le finalità per cui l'arma era stata portata all'incontro: «Ovvero», sottolinea il gip, «portare a compimento in modo fruttuoso il tentativo di estorsione architettato da entrambi». E infatti, «se Natale Hjorth ha risposto al telefono per organizzare l'incontro essendo l'unico tra i due che conosceva la lingua italiana, Elder, che si era materialmente impossessato dello zaino e che aveva proposto di tenerselo, ha poi architettato il piano estorsivo unitamente a Natale Hjorth, dopo essersi accorto della presenza del telefono, assistendo a tutte le fasi dell'organizzazione dell'incontro cui era pronto a partecipare».Inutile, quindi, il tentativo di Natale Hjorth di far credere d'aver compreso la gravità dell'accaduto solo una volta giunto in albergo. È stato Elder, per esempio, a riferire che proprio il compare aveva nascosto il coltello dopo che lui l'aveva lavato e ha aggiunto che quando il vicebrigadire, dopo i primi colpi, aveva gridato, Natale Hjorth e il carabiniere Varriale si erano «resi conto che era successo qualcosa di brutto». Affermazioni che, secondo il gip, risultano del tutto credibili perché non tese a minimizzare la responsabilità del dichiarante. E siccome Natale Hjorth ha impegnato nella colluttazione Andrea Varriale, impedendogli d'intervenire per aiutare il collega, si becca pure lui l'accusa di concorso in omicidio volontario. «Ha certamente agevolato la condotta materiale posta in essere da Elder», scrive il gip nell'ordinanza di custodia cautelare con la quale priva della libertà entrambi gli studenti statunitensi. Il giudice, insomma, non trova elementi per escludere che Natale Hjorth fosse consapevole: «Si è recato a un appuntamento con uno spacciatore per realizzare un'estorsione con un complice armato di coltello». Tutti elementi che rendono prevedibile la messa in atto di azioni violente, «anche di entità tali, avuto riguardo per la potenzialità offensiva dell'arma», ritiene il gip, «di essere idonee a cagionare la morte del destinatario». La morte della persona offesa, a questo punto, secondo il gip, deve essere ritenuta un rischio accettato da Natale Hjorth o, quanto meno, «uno sviluppo logico altamente prevedibile dell'azione delittuosa concretamente posta in essere da entrambi gli indagati». Il gip non si è lasciato prendere in giro neppure con la bugia del «non avevo capito che erano carabinieri». Perché, se Elder ha confermato la circostanza, dichiarata subito anche da Varriale, secondo cui i due militari si erano presentati mostrando anche il tesserino, Natale Hjorth fa il pesce in barile: riferisce di non aver capito che i due che li avevano avvicinati fossero carabinieri, ma anzi d'aver creduto che fossero uomini mandati dallo spacciatore per vendicarsi e fargli del male. La difesa improntata sulle difficoltà con la lingua italiana non regge. E risulta subito contraddittoria. Anche perché è stato proprio Natale Hjorth a condurre la trattativa telefonica con lo spacciatore. E di certo non l'ha condotta in inglese. Lo ha confermato proprio il pusher, sentito dal pubblico ministero nell'immediatezza, specificando che il ragazzo che aveva risposto al suo telefonino parlava sì con un accento inglese, però in italiano. Quindi immaginare che Natale Hjorth sia stato capace di tentare un'estorsione in italiano con il pusher per poi non comprendere la parola «carabinieri», risulta surreale. Non solo. Come conferma Varriale, l'aggressività mostrata da Natale Hjorth è stata notevole: «Ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente per vincere un nostro tentativo di bloccaggio. Le concitate fasi della lite si svolgevano con estrema rapidità e violenza». Varriale sostiene di essere stato «aggredito dal soggetto con la felpa nera», che «dimenandosi fortemente con calci, graffi e pugni riusciva a liberarsi dalla mia presa». Insomma, a parere del gip ce n'è quanto basta per convalidare il fermo e trasformarlo in arresto. In più, come aveva già valutato il pm, «c'è pericolo di fuga». I due, infatti, erano in procinto di lasciare l'albergo: «Una condotta», conclude il giudice, «che non può non ritenersi finalizzata a far perdere le loro tracce». Infine c'è anche il pericolo che i due possano reiterare i reati, «vista la concentrazione di crimini perpetrati in un brevissimo lasso di tempo». Gli statunitensi appaiono anche inconsapevoli del disvalore delle proprie azioni, «mostrando una immaturità eccessiva». Il fatto che abbiano cercato di comprare droga e che, come hanno dichiarato, avevano consumato alcol, sono circostanze che «testimoniano la totale assenza di autocontrollo e di capacità critica e», annota il gip, «rendono di conseguenza evidente la loro elevata pericolosità sociale».L'unica misura cautelare valida a impedirgli di sottrarsi alle indagini e al processo, secondo il gip, è quindi quella «inframuraria». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-americani-con-il-pugnale-di-rambo-hanno-elevata-pericolosita-sociale-2639466543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spaccio-ricatto-e-delitto-cronistoria-della-nottata-costata-la-vita-a-mario" data-post-id="2639466543" data-published-at="1767127264" data-use-pagination="False"> Spaccio, ricatto e delitto. Cronistoria della nottata costata la vita a Mario Le informative dei carabinieri, le parole dei protagonisti e quelle dei testimoni, gli interrogatori degli indagati e le immagini delle telecamere hanno permesso al gip del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, di ricostruire attimo per attimo la sequenza di quanto accaduto tra Trastevere e il quartiere Prati nella notte tra il 25 e il 26 luglio. Nell'ordinanza che priva della libertà i due studenti americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth, il gip fotografa le fasi che hanno portato all'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega e che dimostrano come tutto si è svolto senza grandi «zone d'ombra», al contrario di quanto era emerso nei primi istanti, quando ancora le notizie erano alquanto frammentate. Tutto ha avuto inizio alle 23.30 del 25 luglio. Sergio Brugiatelli, conosciuto dalle forze dell'ordine e indicato come persona con «precedenti di polizia» (ma non un informatore, come precisato dall'Arma) è in piazza Trilussa con un amico di nome «Meddi». I due vengono avvicinati da due ragazzi stranieri (che poi scopriranno essere gli americani) che chiedono se hanno cocaina da fornirgli. Brugiatelli dice di non averne ma è in grado di recuperarla. I ragazzi, che chiedevano 80 euro di droga, vanno a prelevare da uno sportello bancomat. Trenta minuti dopo la mezzanotte, Brugiatelli e i due ragazzi si incamminano verso piazza Mastai. Brugiatelli contatta un amico - che dice chiamarsi Italo - in via telefonica e ottiene un appuntamento dall'altra parte di viale Trastevere, angolo via Cardinale Merry del Val. Brugiatelli e il ragazzo con i capelli biondi (Natale Hjorth) vanno verso il pusher, l'altro (Finnegan Lee Elder) resta sulla panchina della piazza, ove Brugiatelli aveva lasciato zaino e bicicletta. «Non appena entravamo in contatto con Italo», racconta Brugiatelli, «il ragazzo biondo gli consegnava del denaro e lui gli dava un piccolo involucro di carta stagnola». A questo punto, però, arrivano delle persone (carabinieri in borghese in attività antidroga) che bloccano Italo. Ed entra in scena il carabiniere Andrea Varriale. Nella sua annotazione il militare scrive che alle ore 1.19 ha ricevuto da un superiore della stazione carabinieri Farnese - il maresciallo Pasquale Sansone - ordine di recarsi in piazza Mastai. Il maresciallo gli riferisce di trovarsi sul posto per la ricerca di un soggetto che non si era lasciato identificare dandosi alla fuga dopo aver consegnato ai militari un involucro contenente una compressa di tachipirina. Qui spunta Brugiatelli, che avvicina le forze dell'ordine e riferisce di essere stato vittima di un borseggio. Dice anche che dopo il furto i due ladri si erano allontanati a piedi verso il Lungotevere, all'altezza di Ponte Garibaldi. Brugiatelli precisa subito che nella borsa c'erano il suo cellulare, i documenti e alcuni effetti personali. I carabinieri gli dicono di presentare denuncia all'indomani in un qualsiasi ufficio di polizia. Dopodiché riprendono il normale servizio. Ma un'ora dopo accade qualcosa che rimescola le carte: Brugiatelli contatta il 112 (sono le 2.04) perché sostiene di essere ora vittima di una tentata estorsione. L'uomo, difatti, ha tentato di chiamare il proprio cellulare con un altro - prestatogli di un amico - e a quel punto gli ha risposto un uomo con accento «inglese, americano», riferisce Brugiatelli, chiedendo soldi e droga per la restituzione dello zainetto. Vista la situazione i carabinieri mandano una pattuglia. Alla presenza dei militari Brugiatelli chiama di nuovo il proprio telefonino e riceve la richiesta di 80 euro e un grammo di cocaina per la restituzione del maltolto. L'appuntamento viene fissato in piazza Belli. Alle 2.10 entra in scena il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Viene contattato dalla centrale operativa che gli fornisce - insieme a Varriale - una nota d'intervento in piazza Belli. I due carabinieri recuperano Brugiatelli, lo lasciano accanto all'auto di servizio e intervengono. «Sono rimasto vicino all'auto civetta, poi ho sentito delle urla e ho visto sopraggiungere altre macchine dei carabinieri e un'ambulanza», dichiarerà al pm Brugiatelli. Sono circa le 3.15. L'annotazione di Varriale completa la ricostruzione. «I due soggetti, notati in atteggiamento palesemente guardingo e sospettoso, venivano da noi repentinamente avvicinati. Contestualmente ci qualificavamo come appartenenti all'Arma dei carabinieri attraverso anche l'esibizione dei nostri tesserini». E qui la situazione precipita. «I due ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente». Il tutto si consuma in modo molto veloce. «Lo scrivente», annota Varriale, «veniva aggredito dal soggetto con la felpa nera, il quale dimenandosi fortemente con calci, graffi e pungi, riusciva a liberarsi dalla mia presa. Analogamente il vicebrigadiere, a breve distanza da me, ingaggiava una colluttazione con l'altro giovane e ricordo di aver sentito le urla del collega che proferiva “fermati, siamo carabinieri, basta"». I due americani fuggono. Varriale assiste agli ultimi istanti di vita del collega, «che perdeva moltissimo sangue dal fianco sinistro all'altezza del petto». Prima di accasciarsi, il vicebrigadiere pronuncia le sue ultime parole: «Mi hanno accoltellato».
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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