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2019-07-30
Gli americani con il pugnale di Rambo: «Hanno elevata pericolosità sociale»
Ansa
Colpire a sangue freddo un militare con un'arma di elevata potenzialità, un pugnale militare con lama da 18 centimetri, non è un gioco da ragazzi. Il giudice per le indagini preliminari che ha convalidato l'arresto di Gabriel Christian Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, i due studenti americani che a Roma cercavano sballo e droga, sottolinea in modo preciso la pericolosità dei due indagati. Erano usciti per procurarsi cocaina, sono stati capaci di rubare uno zaino per poi tentare un'estorsione a pusher romani con precedenti di polizia. Ma, soprattutto, sono arrivati ad aggredire due carabinieri che si erano presentati con il tesserino d'ordinanza, assassinandone uno e mandando in ospedale l'altro. Il più compromesso del duo, Elder, è stato addirittura abile a sferrare «ben otto coltellate al torace di un uomo disarmato (l'autopsia in seguito ne referterà ben 11, ndr)», ossia il povero vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Entrambi gli indagati hanno poi avuto la lucidità di tornare in albergo, lavare il coltellaccio e nasconderlo nel controsoffitto della loro suite. I due, quella notte, erano scesi per strada già con cattive intenzioni. Il gip evidenza che il pugnale da Rambo, «custodito in un fodero, è di dimensioni tali che non era certamente possibile occultarlo in tasca. Peraltro», scrive il giudice, «vista la facilità e rapidità con cui Elder l'ha utilizzato nei confronti del vicebrigadiere, deve ritenersi che l'arma fosse a portata di mano dell'indagato». Un particolare che non solo non esclude, a parere del gip, le responsabilità dell'altro indagato ma che addirittura le rafforza. Natale Hjorth sapeva del coltello e conosceva anche le finalità per cui l'arma era stata portata all'incontro: «Ovvero», sottolinea il gip, «portare a compimento in modo fruttuoso il tentativo di estorsione architettato da entrambi». E infatti, «se Natale Hjorth ha risposto al telefono per organizzare l'incontro essendo l'unico tra i due che conosceva la lingua italiana, Elder, che si era materialmente impossessato dello zaino e che aveva proposto di tenerselo, ha poi architettato il piano estorsivo unitamente a Natale Hjorth, dopo essersi accorto della presenza del telefono, assistendo a tutte le fasi dell'organizzazione dell'incontro cui era pronto a partecipare».
Inutile, quindi, il tentativo di Natale Hjorth di far credere d'aver compreso la gravità dell'accaduto solo una volta giunto in albergo. È stato Elder, per esempio, a riferire che proprio il compare aveva nascosto il coltello dopo che lui l'aveva lavato e ha aggiunto che quando il vicebrigadire, dopo i primi colpi, aveva gridato, Natale Hjorth e il carabiniere Varriale si erano «resi conto che era successo qualcosa di brutto». Affermazioni che, secondo il gip, risultano del tutto credibili perché non tese a minimizzare la responsabilità del dichiarante. E siccome Natale Hjorth ha impegnato nella colluttazione Andrea Varriale, impedendogli d'intervenire per aiutare il collega, si becca pure lui l'accusa di concorso in omicidio volontario. «Ha certamente agevolato la condotta materiale posta in essere da Elder», scrive il gip nell'ordinanza di custodia cautelare con la quale priva della libertà entrambi gli studenti statunitensi. Il giudice, insomma, non trova elementi per escludere che Natale Hjorth fosse consapevole: «Si è recato a un appuntamento con uno spacciatore per realizzare un'estorsione con un complice armato di coltello».
Tutti elementi che rendono prevedibile la messa in atto di azioni violente, «anche di entità tali, avuto riguardo per la potenzialità offensiva dell'arma», ritiene il gip, «di essere idonee a cagionare la morte del destinatario». La morte della persona offesa, a questo punto, secondo il gip, deve essere ritenuta un rischio accettato da Natale Hjorth o, quanto meno, «uno sviluppo logico altamente prevedibile dell'azione delittuosa concretamente posta in essere da entrambi gli indagati».
Il gip non si è lasciato prendere in giro neppure con la bugia del «non avevo capito che erano carabinieri». Perché, se Elder ha confermato la circostanza, dichiarata subito anche da Varriale, secondo cui i due militari si erano presentati mostrando anche il tesserino, Natale Hjorth fa il pesce in barile: riferisce di non aver capito che i due che li avevano avvicinati fossero carabinieri, ma anzi d'aver creduto che fossero uomini mandati dallo spacciatore per vendicarsi e fargli del male. La difesa improntata sulle difficoltà con la lingua italiana non regge. E risulta subito contraddittoria. Anche perché è stato proprio Natale Hjorth a condurre la trattativa telefonica con lo spacciatore. E di certo non l'ha condotta in inglese. Lo ha confermato proprio il pusher, sentito dal pubblico ministero nell'immediatezza, specificando che il ragazzo che aveva risposto al suo telefonino parlava sì con un accento inglese, però in italiano. Quindi immaginare che Natale Hjorth sia stato capace di tentare un'estorsione in italiano con il pusher per poi non comprendere la parola «carabinieri», risulta surreale. Non solo. Come conferma Varriale, l'aggressività mostrata da Natale Hjorth è stata notevole: «Ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente per vincere un nostro tentativo di bloccaggio. Le concitate fasi della lite si svolgevano con estrema rapidità e violenza». Varriale sostiene di essere stato «aggredito dal soggetto con la felpa nera», che «dimenandosi fortemente con calci, graffi e pugni riusciva a liberarsi dalla mia presa». Insomma, a parere del gip ce n'è quanto basta per convalidare il fermo e trasformarlo in arresto. In più, come aveva già valutato il pm, «c'è pericolo di fuga». I due, infatti, erano in procinto di lasciare l'albergo: «Una condotta», conclude il giudice, «che non può non ritenersi finalizzata a far perdere le loro tracce». Infine c'è anche il pericolo che i due possano reiterare i reati, «vista la concentrazione di crimini perpetrati in un brevissimo lasso di tempo». Gli statunitensi appaiono anche inconsapevoli del disvalore delle proprie azioni, «mostrando una immaturità eccessiva». Il fatto che abbiano cercato di comprare droga e che, come hanno dichiarato, avevano consumato alcol, sono circostanze che «testimoniano la totale assenza di autocontrollo e di capacità critica e», annota il gip, «rendono di conseguenza evidente la loro elevata pericolosità sociale».
L'unica misura cautelare valida a impedirgli di sottrarsi alle indagini e al processo, secondo il gip, è quindi quella «inframuraria».
Spaccio, ricatto e delitto. Cronistoria della nottata costata la vita a Mario
Le informative dei carabinieri, le parole dei protagonisti e quelle dei testimoni, gli interrogatori degli indagati e le immagini delle telecamere hanno permesso al gip del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, di ricostruire attimo per attimo la sequenza di quanto accaduto tra Trastevere e il quartiere Prati nella notte tra il 25 e il 26 luglio. Nell'ordinanza che priva della libertà i due studenti americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth, il gip fotografa le fasi che hanno portato all'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega e che dimostrano come tutto si è svolto senza grandi «zone d'ombra», al contrario di quanto era emerso nei primi istanti, quando ancora le notizie erano alquanto frammentate.
Tutto ha avuto inizio alle 23.30 del 25 luglio. Sergio Brugiatelli, conosciuto dalle forze dell'ordine e indicato come persona con «precedenti di polizia» (ma non un informatore, come precisato dall'Arma) è in piazza Trilussa con un amico di nome «Meddi». I due vengono avvicinati da due ragazzi stranieri (che poi scopriranno essere gli americani) che chiedono se hanno cocaina da fornirgli. Brugiatelli dice di non averne ma è in grado di recuperarla. I ragazzi, che chiedevano 80 euro di droga, vanno a prelevare da uno sportello bancomat. Trenta minuti dopo la mezzanotte, Brugiatelli e i due ragazzi si incamminano verso piazza Mastai. Brugiatelli contatta un amico - che dice chiamarsi Italo - in via telefonica e ottiene un appuntamento dall'altra parte di viale Trastevere, angolo via Cardinale Merry del Val. Brugiatelli e il ragazzo con i capelli biondi (Natale Hjorth) vanno verso il pusher, l'altro (Finnegan Lee Elder) resta sulla panchina della piazza, ove Brugiatelli aveva lasciato zaino e bicicletta. «Non appena entravamo in contatto con Italo», racconta Brugiatelli, «il ragazzo biondo gli consegnava del denaro e lui gli dava un piccolo involucro di carta stagnola». A questo punto, però, arrivano delle persone (carabinieri in borghese in attività antidroga) che bloccano Italo. Ed entra in scena il carabiniere Andrea Varriale. Nella sua annotazione il militare scrive che alle ore 1.19 ha ricevuto da un superiore della stazione carabinieri Farnese - il maresciallo Pasquale Sansone - ordine di recarsi in piazza Mastai. Il maresciallo gli riferisce di trovarsi sul posto per la ricerca di un soggetto che non si era lasciato identificare dandosi alla fuga dopo aver consegnato ai militari un involucro contenente una compressa di tachipirina. Qui spunta Brugiatelli, che avvicina le forze dell'ordine e riferisce di essere stato vittima di un borseggio. Dice anche che dopo il furto i due ladri si erano allontanati a piedi verso il Lungotevere, all'altezza di Ponte Garibaldi. Brugiatelli precisa subito che nella borsa c'erano il suo cellulare, i documenti e alcuni effetti personali. I carabinieri gli dicono di presentare denuncia all'indomani in un qualsiasi ufficio di polizia. Dopodiché riprendono il normale servizio. Ma un'ora dopo accade qualcosa che rimescola le carte: Brugiatelli contatta il 112 (sono le 2.04) perché sostiene di essere ora vittima di una tentata estorsione. L'uomo, difatti, ha tentato di chiamare il proprio cellulare con un altro - prestatogli di un amico - e a quel punto gli ha risposto un uomo con accento «inglese, americano», riferisce Brugiatelli, chiedendo soldi e droga per la restituzione dello zainetto. Vista la situazione i carabinieri mandano una pattuglia. Alla presenza dei militari Brugiatelli chiama di nuovo il proprio telefonino e riceve la richiesta di 80 euro e un grammo di cocaina per la restituzione del maltolto. L'appuntamento viene fissato in piazza Belli. Alle 2.10 entra in scena il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Viene contattato dalla centrale operativa che gli fornisce - insieme a Varriale - una nota d'intervento in piazza Belli. I due carabinieri recuperano Brugiatelli, lo lasciano accanto all'auto di servizio e intervengono. «Sono rimasto vicino all'auto civetta, poi ho sentito delle urla e ho visto sopraggiungere altre macchine dei carabinieri e un'ambulanza», dichiarerà al pm Brugiatelli. Sono circa le 3.15. L'annotazione di Varriale completa la ricostruzione. «I due soggetti, notati in atteggiamento palesemente guardingo e sospettoso, venivano da noi repentinamente avvicinati. Contestualmente ci qualificavamo come appartenenti all'Arma dei carabinieri attraverso anche l'esibizione dei nostri tesserini». E qui la situazione precipita. «I due ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente». Il tutto si consuma in modo molto veloce. «Lo scrivente», annota Varriale, «veniva aggredito dal soggetto con la felpa nera, il quale dimenandosi fortemente con calci, graffi e pungi, riusciva a liberarsi dalla mia presa. Analogamente il vicebrigadiere, a breve distanza da me, ingaggiava una colluttazione con l'altro giovane e ricordo di aver sentito le urla del collega che proferiva “fermati, siamo carabinieri, basta"». I due americani fuggono. Varriale assiste agli ultimi istanti di vita del collega, «che perdeva moltissimo sangue dal fianco sinistro all'altezza del petto». Prima di accasciarsi, il vicebrigadiere pronuncia le sue ultime parole: «Mi hanno accoltellato».
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Lee Elder e Natale Hjorth sono usciti dall'hotel armati, dopo aver cercato cocaina e tentato di ricattare un pusher. Hanno detto di non aver capito l'alt dei militari. Il gip non ci crede: con lo spacciatore si erano intesi in italiano.Ci sono stati vari contatti fra forze dell'ordine e pusher derubato ma non «zone d'ombra». L'Arma: «Non c'è alcun informatore».Lo speciale contiene due articoli. Colpire a sangue freddo un militare con un'arma di elevata potenzialità, un pugnale militare con lama da 18 centimetri, non è un gioco da ragazzi. Il giudice per le indagini preliminari che ha convalidato l'arresto di Gabriel Christian Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, i due studenti americani che a Roma cercavano sballo e droga, sottolinea in modo preciso la pericolosità dei due indagati. Erano usciti per procurarsi cocaina, sono stati capaci di rubare uno zaino per poi tentare un'estorsione a pusher romani con precedenti di polizia. Ma, soprattutto, sono arrivati ad aggredire due carabinieri che si erano presentati con il tesserino d'ordinanza, assassinandone uno e mandando in ospedale l'altro. Il più compromesso del duo, Elder, è stato addirittura abile a sferrare «ben otto coltellate al torace di un uomo disarmato (l'autopsia in seguito ne referterà ben 11, ndr)», ossia il povero vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Entrambi gli indagati hanno poi avuto la lucidità di tornare in albergo, lavare il coltellaccio e nasconderlo nel controsoffitto della loro suite. I due, quella notte, erano scesi per strada già con cattive intenzioni. Il gip evidenza che il pugnale da Rambo, «custodito in un fodero, è di dimensioni tali che non era certamente possibile occultarlo in tasca. Peraltro», scrive il giudice, «vista la facilità e rapidità con cui Elder l'ha utilizzato nei confronti del vicebrigadiere, deve ritenersi che l'arma fosse a portata di mano dell'indagato». Un particolare che non solo non esclude, a parere del gip, le responsabilità dell'altro indagato ma che addirittura le rafforza. Natale Hjorth sapeva del coltello e conosceva anche le finalità per cui l'arma era stata portata all'incontro: «Ovvero», sottolinea il gip, «portare a compimento in modo fruttuoso il tentativo di estorsione architettato da entrambi». E infatti, «se Natale Hjorth ha risposto al telefono per organizzare l'incontro essendo l'unico tra i due che conosceva la lingua italiana, Elder, che si era materialmente impossessato dello zaino e che aveva proposto di tenerselo, ha poi architettato il piano estorsivo unitamente a Natale Hjorth, dopo essersi accorto della presenza del telefono, assistendo a tutte le fasi dell'organizzazione dell'incontro cui era pronto a partecipare».Inutile, quindi, il tentativo di Natale Hjorth di far credere d'aver compreso la gravità dell'accaduto solo una volta giunto in albergo. È stato Elder, per esempio, a riferire che proprio il compare aveva nascosto il coltello dopo che lui l'aveva lavato e ha aggiunto che quando il vicebrigadire, dopo i primi colpi, aveva gridato, Natale Hjorth e il carabiniere Varriale si erano «resi conto che era successo qualcosa di brutto». Affermazioni che, secondo il gip, risultano del tutto credibili perché non tese a minimizzare la responsabilità del dichiarante. E siccome Natale Hjorth ha impegnato nella colluttazione Andrea Varriale, impedendogli d'intervenire per aiutare il collega, si becca pure lui l'accusa di concorso in omicidio volontario. «Ha certamente agevolato la condotta materiale posta in essere da Elder», scrive il gip nell'ordinanza di custodia cautelare con la quale priva della libertà entrambi gli studenti statunitensi. Il giudice, insomma, non trova elementi per escludere che Natale Hjorth fosse consapevole: «Si è recato a un appuntamento con uno spacciatore per realizzare un'estorsione con un complice armato di coltello». Tutti elementi che rendono prevedibile la messa in atto di azioni violente, «anche di entità tali, avuto riguardo per la potenzialità offensiva dell'arma», ritiene il gip, «di essere idonee a cagionare la morte del destinatario». La morte della persona offesa, a questo punto, secondo il gip, deve essere ritenuta un rischio accettato da Natale Hjorth o, quanto meno, «uno sviluppo logico altamente prevedibile dell'azione delittuosa concretamente posta in essere da entrambi gli indagati». Il gip non si è lasciato prendere in giro neppure con la bugia del «non avevo capito che erano carabinieri». Perché, se Elder ha confermato la circostanza, dichiarata subito anche da Varriale, secondo cui i due militari si erano presentati mostrando anche il tesserino, Natale Hjorth fa il pesce in barile: riferisce di non aver capito che i due che li avevano avvicinati fossero carabinieri, ma anzi d'aver creduto che fossero uomini mandati dallo spacciatore per vendicarsi e fargli del male. La difesa improntata sulle difficoltà con la lingua italiana non regge. E risulta subito contraddittoria. Anche perché è stato proprio Natale Hjorth a condurre la trattativa telefonica con lo spacciatore. E di certo non l'ha condotta in inglese. Lo ha confermato proprio il pusher, sentito dal pubblico ministero nell'immediatezza, specificando che il ragazzo che aveva risposto al suo telefonino parlava sì con un accento inglese, però in italiano. Quindi immaginare che Natale Hjorth sia stato capace di tentare un'estorsione in italiano con il pusher per poi non comprendere la parola «carabinieri», risulta surreale. Non solo. Come conferma Varriale, l'aggressività mostrata da Natale Hjorth è stata notevole: «Ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente per vincere un nostro tentativo di bloccaggio. Le concitate fasi della lite si svolgevano con estrema rapidità e violenza». Varriale sostiene di essere stato «aggredito dal soggetto con la felpa nera», che «dimenandosi fortemente con calci, graffi e pugni riusciva a liberarsi dalla mia presa». Insomma, a parere del gip ce n'è quanto basta per convalidare il fermo e trasformarlo in arresto. In più, come aveva già valutato il pm, «c'è pericolo di fuga». I due, infatti, erano in procinto di lasciare l'albergo: «Una condotta», conclude il giudice, «che non può non ritenersi finalizzata a far perdere le loro tracce». Infine c'è anche il pericolo che i due possano reiterare i reati, «vista la concentrazione di crimini perpetrati in un brevissimo lasso di tempo». Gli statunitensi appaiono anche inconsapevoli del disvalore delle proprie azioni, «mostrando una immaturità eccessiva». Il fatto che abbiano cercato di comprare droga e che, come hanno dichiarato, avevano consumato alcol, sono circostanze che «testimoniano la totale assenza di autocontrollo e di capacità critica e», annota il gip, «rendono di conseguenza evidente la loro elevata pericolosità sociale».L'unica misura cautelare valida a impedirgli di sottrarsi alle indagini e al processo, secondo il gip, è quindi quella «inframuraria». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-americani-con-il-pugnale-di-rambo-hanno-elevata-pericolosita-sociale-2639466543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spaccio-ricatto-e-delitto-cronistoria-della-nottata-costata-la-vita-a-mario" data-post-id="2639466543" data-published-at="1781541769" data-use-pagination="False"> Spaccio, ricatto e delitto. Cronistoria della nottata costata la vita a Mario Le informative dei carabinieri, le parole dei protagonisti e quelle dei testimoni, gli interrogatori degli indagati e le immagini delle telecamere hanno permesso al gip del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, di ricostruire attimo per attimo la sequenza di quanto accaduto tra Trastevere e il quartiere Prati nella notte tra il 25 e il 26 luglio. Nell'ordinanza che priva della libertà i due studenti americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth, il gip fotografa le fasi che hanno portato all'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega e che dimostrano come tutto si è svolto senza grandi «zone d'ombra», al contrario di quanto era emerso nei primi istanti, quando ancora le notizie erano alquanto frammentate. Tutto ha avuto inizio alle 23.30 del 25 luglio. Sergio Brugiatelli, conosciuto dalle forze dell'ordine e indicato come persona con «precedenti di polizia» (ma non un informatore, come precisato dall'Arma) è in piazza Trilussa con un amico di nome «Meddi». I due vengono avvicinati da due ragazzi stranieri (che poi scopriranno essere gli americani) che chiedono se hanno cocaina da fornirgli. Brugiatelli dice di non averne ma è in grado di recuperarla. I ragazzi, che chiedevano 80 euro di droga, vanno a prelevare da uno sportello bancomat. Trenta minuti dopo la mezzanotte, Brugiatelli e i due ragazzi si incamminano verso piazza Mastai. Brugiatelli contatta un amico - che dice chiamarsi Italo - in via telefonica e ottiene un appuntamento dall'altra parte di viale Trastevere, angolo via Cardinale Merry del Val. Brugiatelli e il ragazzo con i capelli biondi (Natale Hjorth) vanno verso il pusher, l'altro (Finnegan Lee Elder) resta sulla panchina della piazza, ove Brugiatelli aveva lasciato zaino e bicicletta. «Non appena entravamo in contatto con Italo», racconta Brugiatelli, «il ragazzo biondo gli consegnava del denaro e lui gli dava un piccolo involucro di carta stagnola». A questo punto, però, arrivano delle persone (carabinieri in borghese in attività antidroga) che bloccano Italo. Ed entra in scena il carabiniere Andrea Varriale. Nella sua annotazione il militare scrive che alle ore 1.19 ha ricevuto da un superiore della stazione carabinieri Farnese - il maresciallo Pasquale Sansone - ordine di recarsi in piazza Mastai. Il maresciallo gli riferisce di trovarsi sul posto per la ricerca di un soggetto che non si era lasciato identificare dandosi alla fuga dopo aver consegnato ai militari un involucro contenente una compressa di tachipirina. Qui spunta Brugiatelli, che avvicina le forze dell'ordine e riferisce di essere stato vittima di un borseggio. Dice anche che dopo il furto i due ladri si erano allontanati a piedi verso il Lungotevere, all'altezza di Ponte Garibaldi. Brugiatelli precisa subito che nella borsa c'erano il suo cellulare, i documenti e alcuni effetti personali. I carabinieri gli dicono di presentare denuncia all'indomani in un qualsiasi ufficio di polizia. Dopodiché riprendono il normale servizio. Ma un'ora dopo accade qualcosa che rimescola le carte: Brugiatelli contatta il 112 (sono le 2.04) perché sostiene di essere ora vittima di una tentata estorsione. L'uomo, difatti, ha tentato di chiamare il proprio cellulare con un altro - prestatogli di un amico - e a quel punto gli ha risposto un uomo con accento «inglese, americano», riferisce Brugiatelli, chiedendo soldi e droga per la restituzione dello zainetto. Vista la situazione i carabinieri mandano una pattuglia. Alla presenza dei militari Brugiatelli chiama di nuovo il proprio telefonino e riceve la richiesta di 80 euro e un grammo di cocaina per la restituzione del maltolto. L'appuntamento viene fissato in piazza Belli. Alle 2.10 entra in scena il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Viene contattato dalla centrale operativa che gli fornisce - insieme a Varriale - una nota d'intervento in piazza Belli. I due carabinieri recuperano Brugiatelli, lo lasciano accanto all'auto di servizio e intervengono. «Sono rimasto vicino all'auto civetta, poi ho sentito delle urla e ho visto sopraggiungere altre macchine dei carabinieri e un'ambulanza», dichiarerà al pm Brugiatelli. Sono circa le 3.15. L'annotazione di Varriale completa la ricostruzione. «I due soggetti, notati in atteggiamento palesemente guardingo e sospettoso, venivano da noi repentinamente avvicinati. Contestualmente ci qualificavamo come appartenenti all'Arma dei carabinieri attraverso anche l'esibizione dei nostri tesserini». E qui la situazione precipita. «I due ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente». Il tutto si consuma in modo molto veloce. «Lo scrivente», annota Varriale, «veniva aggredito dal soggetto con la felpa nera, il quale dimenandosi fortemente con calci, graffi e pungi, riusciva a liberarsi dalla mia presa. Analogamente il vicebrigadiere, a breve distanza da me, ingaggiava una colluttazione con l'altro giovane e ricordo di aver sentito le urla del collega che proferiva “fermati, siamo carabinieri, basta"». I due americani fuggono. Varriale assiste agli ultimi istanti di vita del collega, «che perdeva moltissimo sangue dal fianco sinistro all'altezza del petto». Prima di accasciarsi, il vicebrigadiere pronuncia le sue ultime parole: «Mi hanno accoltellato».
Getty Images
Hezbollah può perdere comandanti, combattenti, depositi di armi e influenza politica, ma continua a sopravvivere grazie a una rete finanziaria internazionale che resta largamente operativa. È questa la conclusione del rapporto Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, pubblicato dal Centro austriaco di documentazione sull’islam politico e firmato dall’esperta di Medio Oriente Lina Khatib.
Lo studio arriva dopo una fase estremamente difficile per il movimento sciita libanese. La guerra che combatte contro Israele dal 2023 ha provocato pesanti perdite militari, la distruzione di infrastrutture strategiche e la morte di numerosi dirigenti. Anche il crollo del regime siriano di Bashar al Assad nel dicembre 2024 ha privato Hezbollah di un alleato fondamentale e di importanti canali economici utilizzati per finanziare le proprie attività. Secondo il rapporto, tuttavia, la sconfitta militare non si è tradotta in una sconfitta economica. Le strutture finanziarie costruite in oltre quarant’anni di attività continuano a operare su scala globale e l’Europa rappresenta ancora uno dei principali centri di raccolta, movimentazione e riciclaggio di denaro.
Il Dipartimento del Tesoro americano stima che Hezbollah riceva almeno 700 milioni di dollari all’anno dall’Iran. Considerando che il bilancio complessivo del gruppo supera il miliardo di dollari, emerge che quasi un terzo delle entrate proviene da attività autonome sviluppate attraverso reti criminali e finanziarie internazionali. Il rapporto descrive una struttura estremamente sofisticata che collega traffico di droga, riciclaggio di denaro, commercio internazionale, criptovalute, diamanti, opere d’arte, società di copertura e organizzazioni apparentemente legittime sparse in tutto il mondo. L’Europa occupa una posizione centrale in questo sistema. Le autorità occidentali hanno individuato attività riconducibili a Hezbollah in Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Romania, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Tra i Paesi maggiormente coinvolti figurano Francia e Germania, ma il rapporto evidenzia come il fenomeno interessi l’intero continente.
Anche l’Italia compare più volte nel documento. Non viene indicata come il principale centro operativo dell’organizzazione, ma come uno snodo logistico e commerciale importante all’interno delle rotte utilizzate dalle reti criminali collegate a Hezbollah. Uno degli episodi citati riguarda il traffico di Captagon, la droga sintetica che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di reddito del regime siriano e dei suoi alleati. Nel 2021 le autorità austriache hanno smantellato una rete che stava organizzando il trasferimento di 30 tonnellate di Captagon verso l’Arabia Saudita. La sostanza veniva prodotta in Libano, nascosta all’interno di forni per pizza e altre apparecchiature, spedita in Belgio, trasferita in Austria e successivamente inoltrata verso la penisola arabica attraverso porti italiani. Secondo gli investigatori, la scelta dell’Europa era strategica. Le merci provenienti dal continente europeo erano sottoposte a controlli meno rigorosi rispetto a quelle in arrivo direttamente dal Libano, consentendo ai trafficanti di sfruttare le vulnerabilità del sistema commerciale internazionale. Dietro molte di queste attività vi sarebbe la cosiddetta Business Affairs Component (Bac), la struttura economico-finanziaria di Hezbollah fondata dal comandante Imad Mughniyah. Secondo il rapporto, il Bac è stato guidato da Adham Husayn Tabaja, considerato dagli Stati Uniti uno dei principali finanziatori dell’organizzazione e inserito nelle liste dei terroristi globali. Al suo fianco operava Abdallah Safi al Din, rappresentante di Hezbollah in Iran e figura centrale nei rapporti finanziari con Teheran. Attraverso questa struttura Hezbollah avrebbe sviluppato una stretta collaborazione con diversi cartelli della droga latinoamericani, offrendo servizi di riciclaggio di denaro in cambio di commissioni milionarie.
Uno dei casi più significativi descritti nel rapporto è quello della cosiddetta Cedar Network, smantellata dalla Drug Enforcement Administration americana nell’ambito del Progetto Cassandra. Secondo le indagini, la rete acquistava cocaina dai cartelli colombiani, la distribuiva in Europa e negli Stati Uniti e successivamente ripuliva i proventi attraverso un articolato sistema commerciale. Al centro del meccanismo vi era Mohamad Noureddine, considerato il coordinatore dei flussi finanziari dell’organizzazione. Operando da Beirut, Noureddine avrebbe supervisionato il riciclaggio di milioni di dollari derivanti dal traffico di cocaina e destinato parte dei fondi all’acquisto di armamenti per Hezbollah e per gruppi alleati attivi in Siria e Iraq. Accanto a lui operava Hassan Trabulsi, che secondo le indagini utilizzava una concessionaria automobilistica in Germania per acquistare e rivendere veicoli di lusso con denaro proveniente dal narcotraffico. Le auto venivano poi esportate verso l’Africa occidentale, dove venivano rivendute per completare il processo di riciclaggio.
Un ruolo analogo sarebbe stato svolto da Ali Zbib, incaricato dell’acquisto di orologi di lusso destinati agli stessi circuiti commerciali. Il rapporto ricorda inoltre che nel 2016 una vasta operazione internazionale portò all’arresto di 16membri della rete tra Francia, Belgio, Germania e Italia. Secondo gli investigatori, l’organizzazione era in grado di riciclare fino a un milione di euro alla settimana. Tra le figure più importanti citate nello studio compare anche Ayman Joumaa, considerato uno dei maggiori broker internazionali del narcotraffico e del riciclaggio di denaro collegato a Hezbollah. La sua organizzazione avrebbe movimentato fondi attraverso società offshore, compagnie di navigazione, hotel e reti hawala distribuite tra Libano, Panama e Colombia. Ma il narcotraffico non rappresenta l’unica fonte di reddito. Il rapporto dedica un intero capitolo al mercato dell’arte e dei diamanti, descritto come uno degli strumenti più efficaci per occultare la provenienza dei fondi. Al centro di questo sistema compare Nazem Said Ahmad, mercante d’arte libanese colpito da sanzioni statunitensi e britanniche e considerato uno dei principali finanziatori personali di Hassan Nasrallah. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, Ahmad avrebbe utilizzato una rete di società di copertura e prestanome per acquistare e movimentare opere di enorme valore realizzate da artisti come Andy Warhol, Pablo Picasso, Ai Weiwei e Jean-Michel Basquiat. Dal 2012 avrebbe acquistato opere per oltre 54 milioni di dollari, sfruttando le difficoltà di valutazione tipiche del mercato dell’arte per trasferire denaro fuori dal Libano e aggirare le sanzioni internazionali. Lo stesso sistema sarebbe stato utilizzato per il commercio di diamanti. Attraverso una complessa rete di intermediari e società di copertura, Ahmad avrebbe movimentato migliaia di carati, alterando valutazioni e certificazioni per aumentare il valore degli asset e occultare i reali beneficiari delle transazioni.
E per riciclare i soldi il gruppo commercia pure automobili usate
Quando si parla di Hezbollah, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle attività militari dell’organizzazione sciita libanese, sul suo arsenale missilistico e sul sostegno ricevuto dall’Iran. Molto meno nota è invece la dimensione economica del gruppo, che secondo numerose indagini internazionali si avvale di una rete finanziaria globale capace di operare tra Medio Oriente, Africa, America Latina ed Europa. Uno degli aspetti più sorprendenti emersi negli ultimi anni riguarda il commercio internazionale di automobili usate. Un settore apparentemente ordinario che, secondo investigatori americani ed europei, viene sfruttato da organizzazioni criminali collegate a Hezbollah per riciclare denaro proveniente dal traffico di droga e da altre attività illecite.
Il meccanismo individuato dalle autorità segue uno schema relativamente semplice. I proventi del narcotraffico vengono raccolti in diversi Paesi e successivamente utilizzati per acquistare veicoli usati. Le automobili vengono poi esportate soprattutto verso l’Africa occidentale, uno dei principali mercati mondiali per i veicoli di seconda mano. Una volta rivenduti, i mezzi generano profitti apparentemente legittimi che possono essere reinseriti nel sistema finanziario internazionale. Secondo gli investigatori, una parte di queste risorse finisce per sostenere reti riconducibili a Hezbollah. L’Europa occupa un ruolo centrale all’interno di questo sistema. Non perché il mercato automobilistico europeo finanzi direttamente il gruppo libanese, ma perché alcune reti criminali utilizzano società commerciali, operatori logistici e intermediari presenti nel continente per movimentare e occultare ingenti quantità di denaro. I grandi flussi di merci che attraversano quotidianamente porti e frontiere europee offrono infatti opportunità ideali per mascherare operazioni sospette all’interno di attività apparentemente regolari. Uno dei casi più significativi riguarda la rete finanziaria attribuita all’uomo d’affari libanese Ayman Joumaa e le indagini sviluppate attorno alla Lebanese Canadian Bank. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, centinaia di milioni di dollari provenienti dal narcotraffico transitano attraverso un articolato sistema di riciclaggio che coinvolge società commerciali, attività di import-export e movimentazioni finanziarie internazionali. Le automobili usate rappresentano soltanto uno degli strumenti utilizzati per ripulire il denaro e reinserirlo nell’economia legale.
Le dimensioni del fenomeno emergono con maggiore chiarezza durante l’operazione internazionale «Cedar», coordinata tra agenzie di sicurezza europee e statunitensi. L’inchiesta porta alla luce una rete accusata di aver riciclato centinaia di milioni di euro attraverso diversi Paesi dell’Unione europea, confermando come il continente venga considerato un ambiente favorevole per attività economiche utilizzate per nascondere la provenienza dei fondi. L’Europa continua a rappresentare un nodo strategico per le attività economiche e finanziarie riconducibili a Hezbollah. Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi e alcuni Stati balcanici vengono frequentemente citati nelle analisi di intelligence come aree nelle quali operano facilitatori e reti di supporto sospettate di contribuire alle attività economiche dell'organizzazione. Per le autorità occidentali il fenomeno non riguarda soltanto il terrorismo. Hezbollah viene accusato da diversi governi di aver sviluppato rapporti con gruppi criminali coinvolti nel traffico di cocaina, nel contrabbando e nel riciclaggio di denaro. L’organizzazione respinge queste accuse e sostiene che si tratti di campagne politiche finalizzate a colpirne l’immagine internazionale. Tuttavia, negli ultimi quindici anni, numerose indagini giudiziarie e rapporti di intelligence continuano a individuare collegamenti tra soggetti vicini al gruppo e sofisticate operazioni economiche transnazionali.
Tra le figure finite nel mirino delle autorità americane compare Adham Husayn Tabaja, noto come Adham Tabaja. Washington lo considera un membro di Hezbollah con collegamenti diretti ai vertici dell’organizzazione e alla sua componente operativa. Attraverso il gruppo Al-Inmaa, attivo nei settori immobiliare e delle costruzioni, ha contribuito a sostenere economicamente il movimento sciita. Secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, le sue attività si estendono dal Libano all'Iraq e forniscono al gruppo sia risorse finanziarie sia infrastrutture operative.
Nel 2015 gli Stati Uniti lo hanno designato come terrorista globale e hanno congelano i beni soggetti alla giurisdizione americana. Provvedimenti analoghi sono stati adottati anche dall’Arabia Saudita. La vicenda delle automobili usate rappresenta soltanto una delle molteplici modalità attraverso cui le organizzazioni terroristiche moderne riescono a finanziare le proprie attività. Non si tratta più soltanto di donazioni o sostegni statali. Sempre più spesso queste realtà sfruttano le opportunità offerte dall’economia globale, infiltrandosi nei circuiti commerciali internazionali e utilizzando attività apparentemente legittime per generare e trasferire denaro.
I pagamenti iraniani? Arrivano in cripto
Negli ultimi anni Hezbollah ha inoltre investito sempre più nelle criptovalute. Secondo il rapporto, Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, l’organizzazione utilizza principalmente la rete Tron e la stablecoin Tether, strumenti considerati particolarmente interessanti perché più difficili da monitorare rispetto al Bitcoin.
Gli Stati Uniti hanno colpito il settore delle criptovalute iraniano imponendo sanzioni a Nobitex, il principale exchange del Paese, e ad altre tre piattaforme digitali accusate di favorire l’elusione delle restrizioni internazionali e il finanziamento del terrorismo. Secondo il Dipartimento del Tesoro, Nobitex avrebbe gestito oltre la metà dei flussi di asset digitali diretti verso l’Iran nel 2025, facilitando operazioni riconducibili ai Pasdaran, ad attività terroristiche e a gruppi legati al ransomware. Sanzionati anche il presidente e cofondatore Amir Hossein Rad e altri dirigenti della società. Nel mirino di Washington sono finite inoltre Wallex, Bitpin e Ramzinex, tra le maggiori piattaforme iraniane per volume di scambi. Le autorità americane sostengono che questi operatori abbiano avuto un ruolo chiave nel trasferimento di fondi e nell’aggiramento delle sanzioni economiche.
Tra le figure chiave di questo settore emerge Tawfiq Muhammad Said al Law, operatore hawala con base in Siria accusato di aver fornito portafogli digitali utilizzati per ricevere fondi derivanti dalla vendita di petrolio iraniano e trasferirli a Hezbollah. Lo studio cita inoltre Muhammad Ja'far Qasir e Muhammad Qasim al-Bazzal, responsabili del coordinamento dei trasferimenti finanziari tra il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Hezbollah, il regime siriano e gli Huthi yemeniti. Secondo gli autori, queste attività dimostrano come Hezbollah non sia semplicemente un’organizzazione armata attiva in Libano, ma una vera e propria multinazionale del finanziamento illecito capace di integrare narcotraffico, commercio internazionale, servizi finanziari, opere d’arte, diamanti e nuove tecnologie digitali.
A rendere ancora più difficile il contrasto di queste attività è la mancanza di una posizione uniforme in Europa. Mentre Stati Uniti, Regno Unito, Germania e altri Paesi considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, l’Unione europea continua formalmente a distinguere tra ala politica e ala militare. Secondo gli autori del rapporto questa distinzione crea aree grigie che facilitano la raccolta e la movimentazione di fondi. Le differenze legislative tra i vari Paesi europei rendono inoltre più difficile seguire il percorso del denaro e coordinare le attività investigative. L’Italia, insieme ad altri Paesi europei, rappresenta uno dei tasselli di questa rete internazionale. Finché tali infrastrutture finanziarie resteranno operative, avvertono gli autori del rapporto, Hezbollah continuerà a disporre delle risorse necessarie per mantenere la propria influenza ben oltre i confini del Libano.
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Le attività investigative, avviate nel 2024 a seguito di approfondimenti fiscali su una società con sede nel Lodigiano, risultata essere una società cartiera che emetteva fatture per operazioni inesistenti per migliaia di euro, hanno portato alla luce un’organizzazione criminale in grado di trasferire in Cina oltre 200 milioni di euro.
Secondo gli investigatori, il sodalizio sfruttava i complessi meccanismi di riciclaggio tipici del cosiddetto «underground banking», ossia sistemi di trasferimento di denaro che operano al di fuori dei circuiti finanziari ufficiali e regolamentati, aggirando i controlli antiriciclaggio. Le somme venivano spesso trasferite attraverso triangolazioni con altri Paesi europei prima di giungere a destinazione.
Questo sistema consentiva ai beneficiari delle fatture false di riciclare proventi derivanti da diverse tipologie di reati presupposto, tra cui reati tributari, societari e fallimentari, ma anche attività legate al traffico di stupefacenti e alla criminalità organizzata. Parallelamente, soggetti appartenenti alla comunità cinese avrebbero potuto riciclare ingenti quantità di denaro proveniente dalle proprie attività economiche e rimpatriare in Cina somme già «ripulite».
Il meccanismo si basava su una compensazione tra il denaro contante restituito ai beneficiari delle fatture false e i bonifici effettuati da questi ultimi sui conti correnti gestiti dall’organizzazione.
In numerose operazioni i trasferimenti venivano effettuati mediante l’utilizzo dei cosiddetti «virtual iban», particolari codici che consentono di reindirizzare i fondi verso un unico conto principale, mascherando i reali beneficiari e rendendo particolarmente complessa la ricostruzione dei flussi finanziari legati alle false fatturazioni.
L’organizzazione criminale avrebbe operato attraverso 41 società cartiere, gestite da un ufficio anonimo con sede a Chiari, in provincia di Brescia. Attraverso queste strutture sarebbero state emesse fatture per operazioni inesistenti per un valore complessivo di circa 200 milioni di euro nei confronti di numerose società clienti.
Le somme ricevute venivano successivamente trasferite all’estero e, in un secondo momento, retrocesse in contanti alle società beneficiarie delle false fatture. Per questo servizio l’organizzazione tratteneva una commissione pari al 10 per cento degli importi movimentati.
Le indagini hanno inoltre accertato che alcune società avrebbero indebitamente sfruttato le normative agevolative previste per gli eventi sismici dell’Abruzzo del 2009 e quelle introdotte durante la pandemia da Covid-19, inserendo in contabilità crediti inesistenti utilizzati per compensare debiti di natura fiscale, previdenziale e assicurativa.
Una delle società cartiere sarebbe stata utilizzata anche per realizzare una frode Iva nell’importazione di merci dall’India attraverso il ricorso illecito al regime del deposito Iva, che consente agli operatori economici di lavorare in sospensione d’imposta e di rinviare il pagamento dell’Iva a una fase successiva all’importazione.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la società fittizia si limitava a interporsi tra il fornitore e il destinatario finale della merce, senza svolgere alcuna reale attività commerciale e senza mai assolvere al pagamento dell’imposta dovuta.
Tra i destinatari delle misure cautelari personali figura anche un commercialista italiano, ritenuto responsabile della gestione amministrativa e contabile delle imprese riconducibili all’organizzazione. L’uomo avrebbe predisposto i modelli F24 utilizzati dalle società beneficiarie delle indebite compensazioni, oltre a tutta la documentazione necessaria per conferire alle aziende coinvolte una parvenza di regolarità formale.
Contestualmente all’esecuzione delle otto misure cautelari personali — tra cui gli arresti domiciliari nei confronti del presunto capo dell’associazione, con applicazione del braccialetto elettronico — l’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di circa 31 milioni di euro.
I sequestri hanno riguardato i componenti dell’organizzazione e gli altri indagati, nonché le 41 società cartiere, i relativi conti correnti e l’ufficio «occulto» utilizzato per la gestione dell’intera struttura criminale.
Le misure patrimoniali hanno interessato disponibilità finanziarie, quote societarie, immobili, autovetture e beni di lusso, tra cui orologi e preziosi.
Nel corso delle perquisizioni, grazie al supporto delle unità cinofile «cash dog» in servizio presso i reparti della Guardia di Finanza degli aeroporti di Bergamo-Orio al Serio e Milano-Linate, sono stati inoltre rinvenuti e sequestrati oltre 100mila euro in contanti occultati all’interno di immobili e autovetture.s
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Paola Cortellesi (Ansa)
Nella festa del 2 giugno c’è stato un ciclopico convitato di pietra. Il 2 giugno è una di quelle rare occasioni nelle quali l’Italia, per qualche ora, sospende il proprio esercizio preferito - la divisione - e si concede il lusso dell’unità. Le bandiere sventolano senza polemica. Persino i partiti, almeno in apparenza, accettano una tregua. Così è stato anche nell’ottantesimo anniversario: una celebrazione accurata, solenne, ovviamente retorica, inevitabilmente pedagogica nel suo richiamo ai fondamenti della comunità nazionale. Sul Colle, sembrava prevalere quel sentimento raro che gli italiani provano soltanto in certe occasioni: il desiderio di riconoscersi in qualcosa di comune. Purtroppo tale anelito non può appartenere ai moralmente superiori, che per nessun motivo possono avere qualcosa in comune con i «moralmente inferiori». Fino a un certo punto siamo andati benino, per mezza giornata abbiamo dato l’impressione di un Paese normale. E invece no, i moralmente superiori non potevano permetterlo.
Nessuna polemica chiara, ma un qualcosa di più sottile e, per questo, più rivelatore: un’omissione nel discorso della signora Paola Cortellesi. In ottant’anni di storia repubblicana, abbiamo prodotto così poca cultura e così poche idee, che il massimo che siamo riusciti a mettere insieme è Paola Cortellesi, che ha raccontato questi otto decenni come una battaglia delle donne. In otto decenni non abbiamo avuto altro? In effetti, di omissioni nel discorso della Cortellesi ce ne sono state moltissime. Ha ricordato un Paese nato dopo guerra, dittatura, fame e resistenza: come dimenticarselo. Ha ricordato le donne seviziate e trucidate dai nazifascisti, ma ha elegantemente dimenticato quelle seviziate e uccise dai partigiani rossi in quanto si trattava di donne che avevano avuto solo la sventura di essere mogli o figlie o madri di persone coinvolte in un regime che, essendo durato venti anni, aveva coinvolto molte persone. A volte erano anche personalità del mondo antifascista e anticomunista, che i partigiani comunisti eliminavano perché, come avevano combattuto il fascismo, avrebbero combattuto anche il comunismo. I partigiani comunisti sono stati massacratori della divisione Osoppo e gli artefici del cosiddetto «triangolo della morte», un luogo tra Modena e Reggio Emilia in cui la gente è stata uccisa e data in pasto ai maiali e tra loro le donne non sono state poche.
Non ricordando quelle donne da loro seviziate e uccise, a volte ragazzine quattordicenni, la signora Cortellesi ha compiuto il gesto ignobile di calpestare la loro morte e il loro dolore. Non ha ricordato le cosiddette «marocchinate». Non ha nominato il fatto che l’antifascismo nasce con il cadavere impiccato per i piedi di Claretta Petacci, il cui assassinio non è mai stato perseguito penalmente, come prova tangibile dello sfregio per le donne e per il loro corpo. I gerarchi nazisti sono stati ben più colpevoli di Mussolini, ma hanno avuto diritto a un processo, perché la Storia ha diritto a un processo, e le loro donne sono state lasciate in pace. La signora Cortellesi, non ricordandola, ha calpestato le sevizie e la morte di una giovane donna uccisa barbaramente senza processo. Il cadavere di Claretta Petacci, impiccata per i piedi, ci ricorda che il fascismo, che ha ucciso, stuprato e storpiato mentre era al potere, ha fatto schifo e che altrettanto ha fatto l’antifascismo nella sua parte stalinista, che ha ucciso, stuprato e storpiato quando non era neanche al potere. Il fascismo è morto da 80 anni, ma l’antifascismo stalinista è purtroppo vivo e continua a bearsi del linciaggio di Mussolini, che ha privato la storia del suo processo, e del linciaggio di una giovane donna che non aveva commesso crimini.
Quando è che i morti seppelliranno i morti e potremo cominciare a non essere sempre impaludati in una storia sporca di ottant’anni fa? La signora Cortellesi parla di voto alle donne, ma sarebbe forse stato carino ricordare che, negli anni Venti, la proposta di voto alle donne fu bocciata da socialisti e liberali nel timore che avrebbe avvantaggiato i partiti cattolici. Poi la signora Cortellesi fa un rapido ripasso di come il fascismo considerasse la donna: moglie, madre e arredamento del focolare mentre i maschi potevano divertirsi tanto, scaraventati in una guerra assurda, mentre si trascinavano sulle piste del deserto o le nevi sovietiche con armi obsolete. Il fascismo non fu un movimento conservatore, certamente non un movimento di destra (Winston Churchill e Charles De Gaulle erano conservatori e di destra, e lasciavano le donne in pace a casa loro, ai loro focolari), ma un movimento rivoluzionario di derivazione marxista, cioè iperstatalista, e con il fanatismo dello sport e delle armi: le ragazze erano costrette a fare le Giovani italiane, dai 14 ai 17 anni, con una preparazione sportiva e paramilitare.
Comunque nelle Università dell’Italietta fascista si è laureata Rita Levi Montalicini . La signora Cortellesi non ha parlato della più immonda e atroce delle violenze contro le donne: i figli strappati a madri incolpevoli. La Repubblica ha equiparato marito e moglie: detto così suona benissimo, ma in realtà è stata una trappola mortale. Il potere tolto al pater familias è stato dato allo Stato: un potere enorme e spietato. Lo Stato decide le vaccinazioni e, soprattutto, manda le assistenti sociali, le psicologhe e i giudici a distruggere senza motivo il legame più ancestrale e sacro, avendo come risultato madri incolpevoli che per anni non sanno dove siano finiti i propri figli. Sanno solo che sono stati deportati in case famiglia, ossia orfanatrofi di Stato.
Ma il convitato di pietra più grosso, più indecentemente imperdonabile è stato non aver nominato Giorgia Meloni, primo presidente donna del nostro Paese. Non si tratta qui di discutere la figura politica di Meloni, né di condividerne o respingerne le scelte. Che piaccia o no, che susciti consenso o opposizione, il fatto rimane. La prima presidente del Consiglio donna rappresenta una novità destinata a entrare nei manuali e nelle cronologie istituzionali. È una circostanza che appartiene alla storia della Repubblica molto più che alla cronaca del governo. Una ricorrenza come il 2 giugno vive di simboli condivisi e di riconoscimenti che trascendono le appartenenze. È qui che la questione smette di riguardare la protagonista dell’omissione e comincia a riguardare il clima culturale del Paese. Le democrazie vivono di conflitto regolato. Ma esistono momenti nei quali il conflitto dovrebbe riconoscere un limite. Il 2 giugno è uno di questi. Quando ciò non accade, si produce una frattura visibile e abbastanza grossa. Quindi vorrei prendere io la parola e dire quello che la signora Cortellesi avrebbe dovuto dire, e cioè che io sono profondamente fiera del presidente del Consiglio del mio Paese, Giorgia Meloni, che è arrivata a essere presidente del Consiglio partendo dalle borgate, cosa che gli imbecilli le rimproverano senza capire che invece è un merito enorme. Come un merito enorme è l’essere diventata presidente del Consiglio senza essere la «figlia di» o «la moglie di». Quindi faccio volentieri io i complimenti e gli auguri alla signora Meloni: sono molto fiera di lei, del suo non essersi mai inginocchiata davanti a nessuno e sono contenta che in questo momento a capo del mio Paese ci sia lei.
Agli organizzatori della manifestazione, una sola domanda: ma veramente in rappresentanza delle donne e degli uomini dell’Italia, della loro cultura, della loro storia non avevamo niente di meglio da offrire di Paola Cortellesi?
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