True
2019-07-30
Gli americani con il pugnale di Rambo: «Hanno elevata pericolosità sociale»
Ansa
Colpire a sangue freddo un militare con un'arma di elevata potenzialità, un pugnale militare con lama da 18 centimetri, non è un gioco da ragazzi. Il giudice per le indagini preliminari che ha convalidato l'arresto di Gabriel Christian Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, i due studenti americani che a Roma cercavano sballo e droga, sottolinea in modo preciso la pericolosità dei due indagati. Erano usciti per procurarsi cocaina, sono stati capaci di rubare uno zaino per poi tentare un'estorsione a pusher romani con precedenti di polizia. Ma, soprattutto, sono arrivati ad aggredire due carabinieri che si erano presentati con il tesserino d'ordinanza, assassinandone uno e mandando in ospedale l'altro. Il più compromesso del duo, Elder, è stato addirittura abile a sferrare «ben otto coltellate al torace di un uomo disarmato (l'autopsia in seguito ne referterà ben 11, ndr)», ossia il povero vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Entrambi gli indagati hanno poi avuto la lucidità di tornare in albergo, lavare il coltellaccio e nasconderlo nel controsoffitto della loro suite. I due, quella notte, erano scesi per strada già con cattive intenzioni. Il gip evidenza che il pugnale da Rambo, «custodito in un fodero, è di dimensioni tali che non era certamente possibile occultarlo in tasca. Peraltro», scrive il giudice, «vista la facilità e rapidità con cui Elder l'ha utilizzato nei confronti del vicebrigadiere, deve ritenersi che l'arma fosse a portata di mano dell'indagato». Un particolare che non solo non esclude, a parere del gip, le responsabilità dell'altro indagato ma che addirittura le rafforza. Natale Hjorth sapeva del coltello e conosceva anche le finalità per cui l'arma era stata portata all'incontro: «Ovvero», sottolinea il gip, «portare a compimento in modo fruttuoso il tentativo di estorsione architettato da entrambi». E infatti, «se Natale Hjorth ha risposto al telefono per organizzare l'incontro essendo l'unico tra i due che conosceva la lingua italiana, Elder, che si era materialmente impossessato dello zaino e che aveva proposto di tenerselo, ha poi architettato il piano estorsivo unitamente a Natale Hjorth, dopo essersi accorto della presenza del telefono, assistendo a tutte le fasi dell'organizzazione dell'incontro cui era pronto a partecipare».
Inutile, quindi, il tentativo di Natale Hjorth di far credere d'aver compreso la gravità dell'accaduto solo una volta giunto in albergo. È stato Elder, per esempio, a riferire che proprio il compare aveva nascosto il coltello dopo che lui l'aveva lavato e ha aggiunto che quando il vicebrigadire, dopo i primi colpi, aveva gridato, Natale Hjorth e il carabiniere Varriale si erano «resi conto che era successo qualcosa di brutto». Affermazioni che, secondo il gip, risultano del tutto credibili perché non tese a minimizzare la responsabilità del dichiarante. E siccome Natale Hjorth ha impegnato nella colluttazione Andrea Varriale, impedendogli d'intervenire per aiutare il collega, si becca pure lui l'accusa di concorso in omicidio volontario. «Ha certamente agevolato la condotta materiale posta in essere da Elder», scrive il gip nell'ordinanza di custodia cautelare con la quale priva della libertà entrambi gli studenti statunitensi. Il giudice, insomma, non trova elementi per escludere che Natale Hjorth fosse consapevole: «Si è recato a un appuntamento con uno spacciatore per realizzare un'estorsione con un complice armato di coltello».
Tutti elementi che rendono prevedibile la messa in atto di azioni violente, «anche di entità tali, avuto riguardo per la potenzialità offensiva dell'arma», ritiene il gip, «di essere idonee a cagionare la morte del destinatario». La morte della persona offesa, a questo punto, secondo il gip, deve essere ritenuta un rischio accettato da Natale Hjorth o, quanto meno, «uno sviluppo logico altamente prevedibile dell'azione delittuosa concretamente posta in essere da entrambi gli indagati».
Il gip non si è lasciato prendere in giro neppure con la bugia del «non avevo capito che erano carabinieri». Perché, se Elder ha confermato la circostanza, dichiarata subito anche da Varriale, secondo cui i due militari si erano presentati mostrando anche il tesserino, Natale Hjorth fa il pesce in barile: riferisce di non aver capito che i due che li avevano avvicinati fossero carabinieri, ma anzi d'aver creduto che fossero uomini mandati dallo spacciatore per vendicarsi e fargli del male. La difesa improntata sulle difficoltà con la lingua italiana non regge. E risulta subito contraddittoria. Anche perché è stato proprio Natale Hjorth a condurre la trattativa telefonica con lo spacciatore. E di certo non l'ha condotta in inglese. Lo ha confermato proprio il pusher, sentito dal pubblico ministero nell'immediatezza, specificando che il ragazzo che aveva risposto al suo telefonino parlava sì con un accento inglese, però in italiano. Quindi immaginare che Natale Hjorth sia stato capace di tentare un'estorsione in italiano con il pusher per poi non comprendere la parola «carabinieri», risulta surreale. Non solo. Come conferma Varriale, l'aggressività mostrata da Natale Hjorth è stata notevole: «Ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente per vincere un nostro tentativo di bloccaggio. Le concitate fasi della lite si svolgevano con estrema rapidità e violenza». Varriale sostiene di essere stato «aggredito dal soggetto con la felpa nera», che «dimenandosi fortemente con calci, graffi e pugni riusciva a liberarsi dalla mia presa». Insomma, a parere del gip ce n'è quanto basta per convalidare il fermo e trasformarlo in arresto. In più, come aveva già valutato il pm, «c'è pericolo di fuga». I due, infatti, erano in procinto di lasciare l'albergo: «Una condotta», conclude il giudice, «che non può non ritenersi finalizzata a far perdere le loro tracce». Infine c'è anche il pericolo che i due possano reiterare i reati, «vista la concentrazione di crimini perpetrati in un brevissimo lasso di tempo». Gli statunitensi appaiono anche inconsapevoli del disvalore delle proprie azioni, «mostrando una immaturità eccessiva». Il fatto che abbiano cercato di comprare droga e che, come hanno dichiarato, avevano consumato alcol, sono circostanze che «testimoniano la totale assenza di autocontrollo e di capacità critica e», annota il gip, «rendono di conseguenza evidente la loro elevata pericolosità sociale».
L'unica misura cautelare valida a impedirgli di sottrarsi alle indagini e al processo, secondo il gip, è quindi quella «inframuraria».
Spaccio, ricatto e delitto. Cronistoria della nottata costata la vita a Mario
Le informative dei carabinieri, le parole dei protagonisti e quelle dei testimoni, gli interrogatori degli indagati e le immagini delle telecamere hanno permesso al gip del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, di ricostruire attimo per attimo la sequenza di quanto accaduto tra Trastevere e il quartiere Prati nella notte tra il 25 e il 26 luglio. Nell'ordinanza che priva della libertà i due studenti americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth, il gip fotografa le fasi che hanno portato all'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega e che dimostrano come tutto si è svolto senza grandi «zone d'ombra», al contrario di quanto era emerso nei primi istanti, quando ancora le notizie erano alquanto frammentate.
Tutto ha avuto inizio alle 23.30 del 25 luglio. Sergio Brugiatelli, conosciuto dalle forze dell'ordine e indicato come persona con «precedenti di polizia» (ma non un informatore, come precisato dall'Arma) è in piazza Trilussa con un amico di nome «Meddi». I due vengono avvicinati da due ragazzi stranieri (che poi scopriranno essere gli americani) che chiedono se hanno cocaina da fornirgli. Brugiatelli dice di non averne ma è in grado di recuperarla. I ragazzi, che chiedevano 80 euro di droga, vanno a prelevare da uno sportello bancomat. Trenta minuti dopo la mezzanotte, Brugiatelli e i due ragazzi si incamminano verso piazza Mastai. Brugiatelli contatta un amico - che dice chiamarsi Italo - in via telefonica e ottiene un appuntamento dall'altra parte di viale Trastevere, angolo via Cardinale Merry del Val. Brugiatelli e il ragazzo con i capelli biondi (Natale Hjorth) vanno verso il pusher, l'altro (Finnegan Lee Elder) resta sulla panchina della piazza, ove Brugiatelli aveva lasciato zaino e bicicletta. «Non appena entravamo in contatto con Italo», racconta Brugiatelli, «il ragazzo biondo gli consegnava del denaro e lui gli dava un piccolo involucro di carta stagnola». A questo punto, però, arrivano delle persone (carabinieri in borghese in attività antidroga) che bloccano Italo. Ed entra in scena il carabiniere Andrea Varriale. Nella sua annotazione il militare scrive che alle ore 1.19 ha ricevuto da un superiore della stazione carabinieri Farnese - il maresciallo Pasquale Sansone - ordine di recarsi in piazza Mastai. Il maresciallo gli riferisce di trovarsi sul posto per la ricerca di un soggetto che non si era lasciato identificare dandosi alla fuga dopo aver consegnato ai militari un involucro contenente una compressa di tachipirina. Qui spunta Brugiatelli, che avvicina le forze dell'ordine e riferisce di essere stato vittima di un borseggio. Dice anche che dopo il furto i due ladri si erano allontanati a piedi verso il Lungotevere, all'altezza di Ponte Garibaldi. Brugiatelli precisa subito che nella borsa c'erano il suo cellulare, i documenti e alcuni effetti personali. I carabinieri gli dicono di presentare denuncia all'indomani in un qualsiasi ufficio di polizia. Dopodiché riprendono il normale servizio. Ma un'ora dopo accade qualcosa che rimescola le carte: Brugiatelli contatta il 112 (sono le 2.04) perché sostiene di essere ora vittima di una tentata estorsione. L'uomo, difatti, ha tentato di chiamare il proprio cellulare con un altro - prestatogli di un amico - e a quel punto gli ha risposto un uomo con accento «inglese, americano», riferisce Brugiatelli, chiedendo soldi e droga per la restituzione dello zainetto. Vista la situazione i carabinieri mandano una pattuglia. Alla presenza dei militari Brugiatelli chiama di nuovo il proprio telefonino e riceve la richiesta di 80 euro e un grammo di cocaina per la restituzione del maltolto. L'appuntamento viene fissato in piazza Belli. Alle 2.10 entra in scena il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Viene contattato dalla centrale operativa che gli fornisce - insieme a Varriale - una nota d'intervento in piazza Belli. I due carabinieri recuperano Brugiatelli, lo lasciano accanto all'auto di servizio e intervengono. «Sono rimasto vicino all'auto civetta, poi ho sentito delle urla e ho visto sopraggiungere altre macchine dei carabinieri e un'ambulanza», dichiarerà al pm Brugiatelli. Sono circa le 3.15. L'annotazione di Varriale completa la ricostruzione. «I due soggetti, notati in atteggiamento palesemente guardingo e sospettoso, venivano da noi repentinamente avvicinati. Contestualmente ci qualificavamo come appartenenti all'Arma dei carabinieri attraverso anche l'esibizione dei nostri tesserini». E qui la situazione precipita. «I due ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente». Il tutto si consuma in modo molto veloce. «Lo scrivente», annota Varriale, «veniva aggredito dal soggetto con la felpa nera, il quale dimenandosi fortemente con calci, graffi e pungi, riusciva a liberarsi dalla mia presa. Analogamente il vicebrigadiere, a breve distanza da me, ingaggiava una colluttazione con l'altro giovane e ricordo di aver sentito le urla del collega che proferiva “fermati, siamo carabinieri, basta"». I due americani fuggono. Varriale assiste agli ultimi istanti di vita del collega, «che perdeva moltissimo sangue dal fianco sinistro all'altezza del petto». Prima di accasciarsi, il vicebrigadiere pronuncia le sue ultime parole: «Mi hanno accoltellato».
Continua a leggereRiduci
Lee Elder e Natale Hjorth sono usciti dall'hotel armati, dopo aver cercato cocaina e tentato di ricattare un pusher. Hanno detto di non aver capito l'alt dei militari. Il gip non ci crede: con lo spacciatore si erano intesi in italiano.Ci sono stati vari contatti fra forze dell'ordine e pusher derubato ma non «zone d'ombra». L'Arma: «Non c'è alcun informatore».Lo speciale contiene due articoli. Colpire a sangue freddo un militare con un'arma di elevata potenzialità, un pugnale militare con lama da 18 centimetri, non è un gioco da ragazzi. Il giudice per le indagini preliminari che ha convalidato l'arresto di Gabriel Christian Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, i due studenti americani che a Roma cercavano sballo e droga, sottolinea in modo preciso la pericolosità dei due indagati. Erano usciti per procurarsi cocaina, sono stati capaci di rubare uno zaino per poi tentare un'estorsione a pusher romani con precedenti di polizia. Ma, soprattutto, sono arrivati ad aggredire due carabinieri che si erano presentati con il tesserino d'ordinanza, assassinandone uno e mandando in ospedale l'altro. Il più compromesso del duo, Elder, è stato addirittura abile a sferrare «ben otto coltellate al torace di un uomo disarmato (l'autopsia in seguito ne referterà ben 11, ndr)», ossia il povero vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Entrambi gli indagati hanno poi avuto la lucidità di tornare in albergo, lavare il coltellaccio e nasconderlo nel controsoffitto della loro suite. I due, quella notte, erano scesi per strada già con cattive intenzioni. Il gip evidenza che il pugnale da Rambo, «custodito in un fodero, è di dimensioni tali che non era certamente possibile occultarlo in tasca. Peraltro», scrive il giudice, «vista la facilità e rapidità con cui Elder l'ha utilizzato nei confronti del vicebrigadiere, deve ritenersi che l'arma fosse a portata di mano dell'indagato». Un particolare che non solo non esclude, a parere del gip, le responsabilità dell'altro indagato ma che addirittura le rafforza. Natale Hjorth sapeva del coltello e conosceva anche le finalità per cui l'arma era stata portata all'incontro: «Ovvero», sottolinea il gip, «portare a compimento in modo fruttuoso il tentativo di estorsione architettato da entrambi». E infatti, «se Natale Hjorth ha risposto al telefono per organizzare l'incontro essendo l'unico tra i due che conosceva la lingua italiana, Elder, che si era materialmente impossessato dello zaino e che aveva proposto di tenerselo, ha poi architettato il piano estorsivo unitamente a Natale Hjorth, dopo essersi accorto della presenza del telefono, assistendo a tutte le fasi dell'organizzazione dell'incontro cui era pronto a partecipare».Inutile, quindi, il tentativo di Natale Hjorth di far credere d'aver compreso la gravità dell'accaduto solo una volta giunto in albergo. È stato Elder, per esempio, a riferire che proprio il compare aveva nascosto il coltello dopo che lui l'aveva lavato e ha aggiunto che quando il vicebrigadire, dopo i primi colpi, aveva gridato, Natale Hjorth e il carabiniere Varriale si erano «resi conto che era successo qualcosa di brutto». Affermazioni che, secondo il gip, risultano del tutto credibili perché non tese a minimizzare la responsabilità del dichiarante. E siccome Natale Hjorth ha impegnato nella colluttazione Andrea Varriale, impedendogli d'intervenire per aiutare il collega, si becca pure lui l'accusa di concorso in omicidio volontario. «Ha certamente agevolato la condotta materiale posta in essere da Elder», scrive il gip nell'ordinanza di custodia cautelare con la quale priva della libertà entrambi gli studenti statunitensi. Il giudice, insomma, non trova elementi per escludere che Natale Hjorth fosse consapevole: «Si è recato a un appuntamento con uno spacciatore per realizzare un'estorsione con un complice armato di coltello». Tutti elementi che rendono prevedibile la messa in atto di azioni violente, «anche di entità tali, avuto riguardo per la potenzialità offensiva dell'arma», ritiene il gip, «di essere idonee a cagionare la morte del destinatario». La morte della persona offesa, a questo punto, secondo il gip, deve essere ritenuta un rischio accettato da Natale Hjorth o, quanto meno, «uno sviluppo logico altamente prevedibile dell'azione delittuosa concretamente posta in essere da entrambi gli indagati». Il gip non si è lasciato prendere in giro neppure con la bugia del «non avevo capito che erano carabinieri». Perché, se Elder ha confermato la circostanza, dichiarata subito anche da Varriale, secondo cui i due militari si erano presentati mostrando anche il tesserino, Natale Hjorth fa il pesce in barile: riferisce di non aver capito che i due che li avevano avvicinati fossero carabinieri, ma anzi d'aver creduto che fossero uomini mandati dallo spacciatore per vendicarsi e fargli del male. La difesa improntata sulle difficoltà con la lingua italiana non regge. E risulta subito contraddittoria. Anche perché è stato proprio Natale Hjorth a condurre la trattativa telefonica con lo spacciatore. E di certo non l'ha condotta in inglese. Lo ha confermato proprio il pusher, sentito dal pubblico ministero nell'immediatezza, specificando che il ragazzo che aveva risposto al suo telefonino parlava sì con un accento inglese, però in italiano. Quindi immaginare che Natale Hjorth sia stato capace di tentare un'estorsione in italiano con il pusher per poi non comprendere la parola «carabinieri», risulta surreale. Non solo. Come conferma Varriale, l'aggressività mostrata da Natale Hjorth è stata notevole: «Ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente per vincere un nostro tentativo di bloccaggio. Le concitate fasi della lite si svolgevano con estrema rapidità e violenza». Varriale sostiene di essere stato «aggredito dal soggetto con la felpa nera», che «dimenandosi fortemente con calci, graffi e pugni riusciva a liberarsi dalla mia presa». Insomma, a parere del gip ce n'è quanto basta per convalidare il fermo e trasformarlo in arresto. In più, come aveva già valutato il pm, «c'è pericolo di fuga». I due, infatti, erano in procinto di lasciare l'albergo: «Una condotta», conclude il giudice, «che non può non ritenersi finalizzata a far perdere le loro tracce». Infine c'è anche il pericolo che i due possano reiterare i reati, «vista la concentrazione di crimini perpetrati in un brevissimo lasso di tempo». Gli statunitensi appaiono anche inconsapevoli del disvalore delle proprie azioni, «mostrando una immaturità eccessiva». Il fatto che abbiano cercato di comprare droga e che, come hanno dichiarato, avevano consumato alcol, sono circostanze che «testimoniano la totale assenza di autocontrollo e di capacità critica e», annota il gip, «rendono di conseguenza evidente la loro elevata pericolosità sociale».L'unica misura cautelare valida a impedirgli di sottrarsi alle indagini e al processo, secondo il gip, è quindi quella «inframuraria». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-americani-con-il-pugnale-di-rambo-hanno-elevata-pericolosita-sociale-2639466543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spaccio-ricatto-e-delitto-cronistoria-della-nottata-costata-la-vita-a-mario" data-post-id="2639466543" data-published-at="1774133703" data-use-pagination="False"> Spaccio, ricatto e delitto. Cronistoria della nottata costata la vita a Mario Le informative dei carabinieri, le parole dei protagonisti e quelle dei testimoni, gli interrogatori degli indagati e le immagini delle telecamere hanno permesso al gip del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, di ricostruire attimo per attimo la sequenza di quanto accaduto tra Trastevere e il quartiere Prati nella notte tra il 25 e il 26 luglio. Nell'ordinanza che priva della libertà i due studenti americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth, il gip fotografa le fasi che hanno portato all'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega e che dimostrano come tutto si è svolto senza grandi «zone d'ombra», al contrario di quanto era emerso nei primi istanti, quando ancora le notizie erano alquanto frammentate. Tutto ha avuto inizio alle 23.30 del 25 luglio. Sergio Brugiatelli, conosciuto dalle forze dell'ordine e indicato come persona con «precedenti di polizia» (ma non un informatore, come precisato dall'Arma) è in piazza Trilussa con un amico di nome «Meddi». I due vengono avvicinati da due ragazzi stranieri (che poi scopriranno essere gli americani) che chiedono se hanno cocaina da fornirgli. Brugiatelli dice di non averne ma è in grado di recuperarla. I ragazzi, che chiedevano 80 euro di droga, vanno a prelevare da uno sportello bancomat. Trenta minuti dopo la mezzanotte, Brugiatelli e i due ragazzi si incamminano verso piazza Mastai. Brugiatelli contatta un amico - che dice chiamarsi Italo - in via telefonica e ottiene un appuntamento dall'altra parte di viale Trastevere, angolo via Cardinale Merry del Val. Brugiatelli e il ragazzo con i capelli biondi (Natale Hjorth) vanno verso il pusher, l'altro (Finnegan Lee Elder) resta sulla panchina della piazza, ove Brugiatelli aveva lasciato zaino e bicicletta. «Non appena entravamo in contatto con Italo», racconta Brugiatelli, «il ragazzo biondo gli consegnava del denaro e lui gli dava un piccolo involucro di carta stagnola». A questo punto, però, arrivano delle persone (carabinieri in borghese in attività antidroga) che bloccano Italo. Ed entra in scena il carabiniere Andrea Varriale. Nella sua annotazione il militare scrive che alle ore 1.19 ha ricevuto da un superiore della stazione carabinieri Farnese - il maresciallo Pasquale Sansone - ordine di recarsi in piazza Mastai. Il maresciallo gli riferisce di trovarsi sul posto per la ricerca di un soggetto che non si era lasciato identificare dandosi alla fuga dopo aver consegnato ai militari un involucro contenente una compressa di tachipirina. Qui spunta Brugiatelli, che avvicina le forze dell'ordine e riferisce di essere stato vittima di un borseggio. Dice anche che dopo il furto i due ladri si erano allontanati a piedi verso il Lungotevere, all'altezza di Ponte Garibaldi. Brugiatelli precisa subito che nella borsa c'erano il suo cellulare, i documenti e alcuni effetti personali. I carabinieri gli dicono di presentare denuncia all'indomani in un qualsiasi ufficio di polizia. Dopodiché riprendono il normale servizio. Ma un'ora dopo accade qualcosa che rimescola le carte: Brugiatelli contatta il 112 (sono le 2.04) perché sostiene di essere ora vittima di una tentata estorsione. L'uomo, difatti, ha tentato di chiamare il proprio cellulare con un altro - prestatogli di un amico - e a quel punto gli ha risposto un uomo con accento «inglese, americano», riferisce Brugiatelli, chiedendo soldi e droga per la restituzione dello zainetto. Vista la situazione i carabinieri mandano una pattuglia. Alla presenza dei militari Brugiatelli chiama di nuovo il proprio telefonino e riceve la richiesta di 80 euro e un grammo di cocaina per la restituzione del maltolto. L'appuntamento viene fissato in piazza Belli. Alle 2.10 entra in scena il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Viene contattato dalla centrale operativa che gli fornisce - insieme a Varriale - una nota d'intervento in piazza Belli. I due carabinieri recuperano Brugiatelli, lo lasciano accanto all'auto di servizio e intervengono. «Sono rimasto vicino all'auto civetta, poi ho sentito delle urla e ho visto sopraggiungere altre macchine dei carabinieri e un'ambulanza», dichiarerà al pm Brugiatelli. Sono circa le 3.15. L'annotazione di Varriale completa la ricostruzione. «I due soggetti, notati in atteggiamento palesemente guardingo e sospettoso, venivano da noi repentinamente avvicinati. Contestualmente ci qualificavamo come appartenenti all'Arma dei carabinieri attraverso anche l'esibizione dei nostri tesserini». E qui la situazione precipita. «I due ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente». Il tutto si consuma in modo molto veloce. «Lo scrivente», annota Varriale, «veniva aggredito dal soggetto con la felpa nera, il quale dimenandosi fortemente con calci, graffi e pungi, riusciva a liberarsi dalla mia presa. Analogamente il vicebrigadiere, a breve distanza da me, ingaggiava una colluttazione con l'altro giovane e ricordo di aver sentito le urla del collega che proferiva “fermati, siamo carabinieri, basta"». I due americani fuggono. Varriale assiste agli ultimi istanti di vita del collega, «che perdeva moltissimo sangue dal fianco sinistro all'altezza del petto». Prima di accasciarsi, il vicebrigadiere pronuncia le sue ultime parole: «Mi hanno accoltellato».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci