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2023-07-23
Ex Gkn ostaggio di Carc e amici della Schlein
Ansa
Gli oltre 20.000 metri quadrati incastonati nell’area industriale di Campi Bisenzio tra un multisala e un centro commerciale sono diventati il fortino toscano degli ultrà della bandiera rossa. L’ultimo avamposto di una sinistra radicale che si è aggrappata alla sopravvivenza sfruttando il Web, ma che è ancorata in modo saldo a una retorica degli anni Settanta. Dove l’imprenditore, che in questo caso è anche il presidente di Unindustria a Cassino, Francesco Borgomeo, viene indicato come «il padrone» in un manifestino che ricorda i «Wanted» da Far West, con tanto di taglia, e dove i metalmeccanici sognano «una fabbrica pubblica e socialmente integrata». Una coop i lavoratori l’hanno costituita (con una decina di dipendenti), ma nel frattempo il capannone si è trasformato in un immenso centro sociale a disposizione per qualsiasi iniziativa: dall’aperitivo di comunità per confrontarsi sulle condizioni detentive con l’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Alfredo Cospito, l’anarco insurrezionalista finito al 41 bis, agli incontri sulle «pratiche commerciali sleali», fino alle assemblee delle società operaie di mutuo soccorso. Negli ultimi mesi è accaduto di tutto nello stabilimento, fuorché la produzione delle componenti automobilistiche o la possibilità di favorire una riconversione.
È una fabbrica storica quella di Campi Bisenzio. Un tempo degli Agnelli e dal 1994 della britannica Gkn, che produceva semiassi con la tecnologia powertrain per Stellantis. Per gli operai era filato sempre tutto liscio. Fino ai primi di luglio 2021. Dopo uno dei turni di notte parte una mail firmata dall’amministratore delegato della Gkn e comincia l’incubo: stop immediato della produzione e 440 lavoratori licenziati. La Fiom fa subito la voce grossa. Ipotizza che l’azienda voglia delocalizzare. E mentre la struttura viene occupata da un collettivo, i sindacati avviano la vertenza. Al Tribunale del lavoro la Gkn soccombe per «comportamento antisindacale» e il ministero prova a gestire la crisi. Tutto sembra andare per il verso giusto. La vecchia proprietà, il fondo inglese Melrose, affida all’imprenditore di estrazione cattolica Borgomeo, formazione all’università gregoriana e grossi salvataggi aziendali portati a termine da vantare(la ex Marazzi di Anagni e la ex Ideal standard di Roccasecca), il compito di advisor. Il 23 dicembre Borgomeo acquisisce il 100% della Gkn, che diventa Qf, ovvero quattro effe: «Fiducia nel futuro della fabbrica di Firenze».
Borgomeo pensa al rilancio e già immagina il nuovo successo, ma trova subito sul suo cammino un ostacolo dietro l’altro. I sindacati confederali sono sempre più emarginati. Alcuni dipendenti scelgono sigle autonome. E piantano grane. Borgomeo, intanto, va avanti: il piano industriale convince il ministero e si affacciano degli investitori. Borgomeo valuta in particolare una società che produce macchinari per l’industria farmaceutica. L’azienda sembra affidabile e si parla già di «closing». Ma l’avamposto del comitato aziendale che occupa la fabbrica si allarga. Scompaiono le bandiere dei confederali e restano quelle dei Carc, il Partito dei comitati di appoggio alla resistenza del comunismo, di una società operaia di mutuo soccorso chiamata Insorgiamo (la cui prima assemblea si è svolta il 12 gennaio 2023, giorno che coincide con l’anniversario della scissione di Livorno dalla quale, nel 1921, nacque il Partito comunista italiano) e dell’Unione sindacale di base (Usb). A fiancheggiare il blocco rosso ci sono a giorni alterni Arci e Anpi. Nello stabilimento non può entrare più nessuno. Men che mai Borgomeo. Il livello di scontro si alza e le contestazioni, prima, le «minacce», poi, arrivano fino a Cassino, dove Borgomeo vive e lavora. La cassa integrazione è autorizzata, ma non viene pagata. Si scopre che alcuni dipendenti hanno lavorato altrove senza comunicarlo e senza aver ottenuto autorizzazioni. E questo aggiunge del ritardo ai ritardi. Ma è una buona scusa per prendersela con l’uomo che gli estremisti chiamano «padrone».
A Borgomeo viene impedito di fare impresa, ma anche di mettere piede nei capannoni. A quel punto, a causa della conflittualità, mentre sul tavolo c’è un’ipotesi d’accordo con Invitalia, Qf stacca la spina e finisce in liquidazione. La Verità ha contattato Borgomeo che, però, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.
Qualcuno s’inventa una sorta di cuscinetto di compensazione per evitare la deflagrazione, con Legacoop Toscana che sostiene l’ipotesi di una cooperativa di lavoratori. Le istituzioni però hanno ben chiaro che difficilmente quel meccanismo potrà rimettere in moto la fabbrica. Il ministro per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso tenta di giocare anche un’ultima carta dettando la strada: «Ritirare la procedura di liquidazione e permettere l’accesso in fabbrica». E che la proto cooperativa sia un contenitore vuoto lo dimostra il fatto che «la sua capitalizzazione», come spiegano proprio i soci (tra i quali ci sono un Rsu e cinque ex dipendenti Gkn), «sarà avviata quando il piano industriale sarà operativo». La faccenda si è ulteriormente ingarbugliata quando gli ufficiali giudiziari si sono presentati nello stabilimento per pignorare due macchinari, a titolo di garanzia per gli stipendi non pagati ad alcuni operai. I Carc nel frattempo vanno avanti con la propaganda ideologicamente orientata e tirano fuori l’idea della «fabbrica pubblica e socialmente integrata». Dove, cioè, la parte pubblica dovrebbe credere e investire in una cooperativa senza capitali che non ha un piano industriale.
Le utopie del post comunismo. Che, però, deve piacere al segretario del Pd Elly Schein che, su uno dei palchi della protesta, si è ritrovata fianco a fianco con un Rsu della Gkn e, nel giorno della grande manifestazione dei 15.000 a Campi Bisanzio lo scorso marzo, si è schierata apertamente: «Continueremo a stare al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici Gkn e anche delle loro rappresentanze». Ovvero quelle che hanno rapporti con i Carc e che ospitano le manifestazioni di solidarietà per Cospito.
L’unico obiettivo reale appare quello della tenuta del fortino rosso (che sembra far comodo anche alle istituzioni, visto che c’è un luogo fisico, una sorta di contenitore per i rossi, da poter controllare a distanza), dove nessuno può entrare. Neppure i tecnici dell’Enel che a marzo avevano tentato un sopralluogo per poter staccare l’energia elettrica (dopo mesi di morosità). Se ne sono tornati con le pive nel sacco: «In assenza di assistenza della forza pubblica», ha comunicato Enel distribuzione, «il distacco non è stato possibile perché si è valutato che non c’erano le condizioni per far operare il personale in sicurezza». L’ultima novità è l’interesse dimostrato da un consorzio di cooperative denominato Abaco, ma dopo le prime mosse esplorative l’attenzione è cominciata a vacillare sotto la pressione della piazza (rossa).
Il gruppo che progetta la rivoluzione e fa proselitismo nelle fabbriche
La rivoluzione nasce «dalla capacità della classe rivoluzionaria di compiere azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti da poter spezzare il vecchio regime». I Carc, acronimo di Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, sognano ancora di poter guidare una rivoluzione proletaria. Sul loro nuovissimo sito web, questo, nel 2023, è ancora il loro slogan. La fondazione avviene nel 1993 durante un convegno a Viareggio organizzato da alcuni irriducibili dell’ultrasinistra impegnati nel coordinamento nazionale dei Comitati contro la repressione, organizzazione nata per sostenere i «rivoluzionari comunisti» detenuti nelle carceri. Dietro alle campagne di solidarietà a favore dei prigionieri e alla fondazione dei Carc c’è Giuseppe Maj (classe 1939), ingegnere chimico con la passione per il giornalismo, già fondatore del centro di documentazione Filo rosso e direttore di Rivoluzione proletaria, organo del Comitato centrale del partito rivoluzionario marxista-leninista d’Italia, finito in manette per la prima volta l’8 febbraio 1985 con l’accusa di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata, nell’ambito di una vasta operazione di polizia. I Carc puntano a «dare vita a una nuova compagine politica, capace di svolgere un ruolo di avanguardia nelle masse proletarie». Le linee strategiche sono contenute in un opuscolo ideologico intitolato Progetto di manifesto programma del Nuovo partito comunista Italiano. Sul sito spiegano che Maj «passa nella clandestinità e si dedica alla costruzione della Commissione preparatoria del congresso di fondazione del nuovo Pci». Le ambizioni dei Carc vengono fiaccate da alcune operazioni di polizia (anche se loro giurano di esserne «usciti rafforzati» grazie alla capacità di «resistenza» mostrata) e da due scissioni, una del 1997 e una del 1999, quando alcuni gruppi di minoranza vengono accusati «movimentismo e tendenze anarchiche» e di deviazione dalla linea dell’organizzazione. Nel 2001 quel che resta dei Carc ci riprova e si dedica alla costruzione del Fronte per la ricostruzione del Partito comunista. E sebbene abbiano in mente di partecipare alle elezioni di quell’anno con l’obiettivo di sfruttare la campagna elettorale per fare propaganda rivoluzionaria tra le masse, non riescono a depositare le liste. Ma intanto sono andati avanti con piattaforme programmatiche e manifestazioni di piazza. Finché il 23 giugno 2003 Maj e Giuseppe Czeppel, tra i fondatori dei Carc, vengono arrestati a Parigi. Si indaga per associazione sovversiva e vengono effettuate decine di perquisizioni contro i militanti dei Carc. Sono gli anni effervescenti della caccia agli assassini dei giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi e ai fiancheggiatori delle nuove Br. Secondo i Carc l’azione giudiziaria gli avrebbe permesso di passare «da accusati ad accusatori», grazie a «una campagna che non solo» avrebbe avuto «un enorme rilevanza sul territorio italiano», ma anche su quello francese. Nel 2004 inaugurano una «scuola politica», che chiamano «Università popolare», con l’obiettivo di formare i futuri quadri e dirigenti del partito. Alle politiche del 2013, non riuscendo a creare proprie liste, si schierano con il Movimento 5 stelle. Delusi anche dai pentastellati, rivedono la strategia e, puntualizzano sul loro sito, mettono «al centro l’intervento nelle aziende pubbliche e private, nelle scuole medie superiori e università, sui territori e nei quartieri con l’obiettivo di creare, moltiplicare e coordinare le organizzazioni operaie e popolari». Si introducono nelle fabbriche in difficoltà e negli istituti scolastici, dove fanno gli arruffapopoli. Ma continuano a entrare anche nelle aule di giustizia. Nel 2020 il governatore della Lombardia Attilio Fontana finisce nel mirino per la gestione della pandemia. L’8 settembre un gruppo di attivisti Carc viene denunciato dalla Digos per aver esposto un cartello con la scritta «Fontana assassino» davanti al Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale lombardo. Il governatore per le minacce di morte girate sui social (per gli investigatori riconducibili proprio ai Carc) finisce anche sotto scorta.
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Falliti tutti i piani di salvataggio perché lo stabilimento è in mano al collettivo "Insorgiamo" e al Partito dei comitati di appoggio alla resistenza del comunismo. Sponda del segretario dem che è salito sul palco insieme con un rappresentante della Rsu. Il fondatore Giuseppe Maj venne accusato di sovversione. Sospetti per le minacce contro Attilio Fontana.Lo speciale contiene due articoli.Gli oltre 20.000 metri quadrati incastonati nell’area industriale di Campi Bisenzio tra un multisala e un centro commerciale sono diventati il fortino toscano degli ultrà della bandiera rossa. L’ultimo avamposto di una sinistra radicale che si è aggrappata alla sopravvivenza sfruttando il Web, ma che è ancorata in modo saldo a una retorica degli anni Settanta. Dove l’imprenditore, che in questo caso è anche il presidente di Unindustria a Cassino, Francesco Borgomeo, viene indicato come «il padrone» in un manifestino che ricorda i «Wanted» da Far West, con tanto di taglia, e dove i metalmeccanici sognano «una fabbrica pubblica e socialmente integrata». Una coop i lavoratori l’hanno costituita (con una decina di dipendenti), ma nel frattempo il capannone si è trasformato in un immenso centro sociale a disposizione per qualsiasi iniziativa: dall’aperitivo di comunità per confrontarsi sulle condizioni detentive con l’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Alfredo Cospito, l’anarco insurrezionalista finito al 41 bis, agli incontri sulle «pratiche commerciali sleali», fino alle assemblee delle società operaie di mutuo soccorso. Negli ultimi mesi è accaduto di tutto nello stabilimento, fuorché la produzione delle componenti automobilistiche o la possibilità di favorire una riconversione. È una fabbrica storica quella di Campi Bisenzio. Un tempo degli Agnelli e dal 1994 della britannica Gkn, che produceva semiassi con la tecnologia powertrain per Stellantis. Per gli operai era filato sempre tutto liscio. Fino ai primi di luglio 2021. Dopo uno dei turni di notte parte una mail firmata dall’amministratore delegato della Gkn e comincia l’incubo: stop immediato della produzione e 440 lavoratori licenziati. La Fiom fa subito la voce grossa. Ipotizza che l’azienda voglia delocalizzare. E mentre la struttura viene occupata da un collettivo, i sindacati avviano la vertenza. Al Tribunale del lavoro la Gkn soccombe per «comportamento antisindacale» e il ministero prova a gestire la crisi. Tutto sembra andare per il verso giusto. La vecchia proprietà, il fondo inglese Melrose, affida all’imprenditore di estrazione cattolica Borgomeo, formazione all’università gregoriana e grossi salvataggi aziendali portati a termine da vantare(la ex Marazzi di Anagni e la ex Ideal standard di Roccasecca), il compito di advisor. Il 23 dicembre Borgomeo acquisisce il 100% della Gkn, che diventa Qf, ovvero quattro effe: «Fiducia nel futuro della fabbrica di Firenze». Borgomeo pensa al rilancio e già immagina il nuovo successo, ma trova subito sul suo cammino un ostacolo dietro l’altro. I sindacati confederali sono sempre più emarginati. Alcuni dipendenti scelgono sigle autonome. E piantano grane. Borgomeo, intanto, va avanti: il piano industriale convince il ministero e si affacciano degli investitori. Borgomeo valuta in particolare una società che produce macchinari per l’industria farmaceutica. L’azienda sembra affidabile e si parla già di «closing». Ma l’avamposto del comitato aziendale che occupa la fabbrica si allarga. Scompaiono le bandiere dei confederali e restano quelle dei Carc, il Partito dei comitati di appoggio alla resistenza del comunismo, di una società operaia di mutuo soccorso chiamata Insorgiamo (la cui prima assemblea si è svolta il 12 gennaio 2023, giorno che coincide con l’anniversario della scissione di Livorno dalla quale, nel 1921, nacque il Partito comunista italiano) e dell’Unione sindacale di base (Usb). A fiancheggiare il blocco rosso ci sono a giorni alterni Arci e Anpi. Nello stabilimento non può entrare più nessuno. Men che mai Borgomeo. Il livello di scontro si alza e le contestazioni, prima, le «minacce», poi, arrivano fino a Cassino, dove Borgomeo vive e lavora. La cassa integrazione è autorizzata, ma non viene pagata. Si scopre che alcuni dipendenti hanno lavorato altrove senza comunicarlo e senza aver ottenuto autorizzazioni. E questo aggiunge del ritardo ai ritardi. Ma è una buona scusa per prendersela con l’uomo che gli estremisti chiamano «padrone». A Borgomeo viene impedito di fare impresa, ma anche di mettere piede nei capannoni. A quel punto, a causa della conflittualità, mentre sul tavolo c’è un’ipotesi d’accordo con Invitalia, Qf stacca la spina e finisce in liquidazione. La Verità ha contattato Borgomeo che, però, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.Qualcuno s’inventa una sorta di cuscinetto di compensazione per evitare la deflagrazione, con Legacoop Toscana che sostiene l’ipotesi di una cooperativa di lavoratori. Le istituzioni però hanno ben chiaro che difficilmente quel meccanismo potrà rimettere in moto la fabbrica. Il ministro per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso tenta di giocare anche un’ultima carta dettando la strada: «Ritirare la procedura di liquidazione e permettere l’accesso in fabbrica». E che la proto cooperativa sia un contenitore vuoto lo dimostra il fatto che «la sua capitalizzazione», come spiegano proprio i soci (tra i quali ci sono un Rsu e cinque ex dipendenti Gkn), «sarà avviata quando il piano industriale sarà operativo». La faccenda si è ulteriormente ingarbugliata quando gli ufficiali giudiziari si sono presentati nello stabilimento per pignorare due macchinari, a titolo di garanzia per gli stipendi non pagati ad alcuni operai. I Carc nel frattempo vanno avanti con la propaganda ideologicamente orientata e tirano fuori l’idea della «fabbrica pubblica e socialmente integrata». Dove, cioè, la parte pubblica dovrebbe credere e investire in una cooperativa senza capitali che non ha un piano industriale. Le utopie del post comunismo. Che, però, deve piacere al segretario del Pd Elly Schein che, su uno dei palchi della protesta, si è ritrovata fianco a fianco con un Rsu della Gkn e, nel giorno della grande manifestazione dei 15.000 a Campi Bisanzio lo scorso marzo, si è schierata apertamente: «Continueremo a stare al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici Gkn e anche delle loro rappresentanze». Ovvero quelle che hanno rapporti con i Carc e che ospitano le manifestazioni di solidarietà per Cospito. L’unico obiettivo reale appare quello della tenuta del fortino rosso (che sembra far comodo anche alle istituzioni, visto che c’è un luogo fisico, una sorta di contenitore per i rossi, da poter controllare a distanza), dove nessuno può entrare. Neppure i tecnici dell’Enel che a marzo avevano tentato un sopralluogo per poter staccare l’energia elettrica (dopo mesi di morosità). Se ne sono tornati con le pive nel sacco: «In assenza di assistenza della forza pubblica», ha comunicato Enel distribuzione, «il distacco non è stato possibile perché si è valutato che non c’erano le condizioni per far operare il personale in sicurezza». L’ultima novità è l’interesse dimostrato da un consorzio di cooperative denominato Abaco, ma dopo le prime mosse esplorative l’attenzione è cominciata a vacillare sotto la pressione della piazza (rossa).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gkn-ostaggio-carc-amici-schlein-2662326072.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-gruppo-che-progetta-la-rivoluzione-e-fa-proselitismo-nelle-fabbriche" data-post-id="2662326072" data-published-at="1690057562" data-use-pagination="False"> Il gruppo che progetta la rivoluzione e fa proselitismo nelle fabbriche La rivoluzione nasce «dalla capacità della classe rivoluzionaria di compiere azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti da poter spezzare il vecchio regime». I Carc, acronimo di Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, sognano ancora di poter guidare una rivoluzione proletaria. Sul loro nuovissimo sito web, questo, nel 2023, è ancora il loro slogan. La fondazione avviene nel 1993 durante un convegno a Viareggio organizzato da alcuni irriducibili dell’ultrasinistra impegnati nel coordinamento nazionale dei Comitati contro la repressione, organizzazione nata per sostenere i «rivoluzionari comunisti» detenuti nelle carceri. Dietro alle campagne di solidarietà a favore dei prigionieri e alla fondazione dei Carc c’è Giuseppe Maj (classe 1939), ingegnere chimico con la passione per il giornalismo, già fondatore del centro di documentazione Filo rosso e direttore di Rivoluzione proletaria, organo del Comitato centrale del partito rivoluzionario marxista-leninista d’Italia, finito in manette per la prima volta l’8 febbraio 1985 con l’accusa di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata, nell’ambito di una vasta operazione di polizia. I Carc puntano a «dare vita a una nuova compagine politica, capace di svolgere un ruolo di avanguardia nelle masse proletarie». Le linee strategiche sono contenute in un opuscolo ideologico intitolato Progetto di manifesto programma del Nuovo partito comunista Italiano. Sul sito spiegano che Maj «passa nella clandestinità e si dedica alla costruzione della Commissione preparatoria del congresso di fondazione del nuovo Pci». Le ambizioni dei Carc vengono fiaccate da alcune operazioni di polizia (anche se loro giurano di esserne «usciti rafforzati» grazie alla capacità di «resistenza» mostrata) e da due scissioni, una del 1997 e una del 1999, quando alcuni gruppi di minoranza vengono accusati «movimentismo e tendenze anarchiche» e di deviazione dalla linea dell’organizzazione. Nel 2001 quel che resta dei Carc ci riprova e si dedica alla costruzione del Fronte per la ricostruzione del Partito comunista. E sebbene abbiano in mente di partecipare alle elezioni di quell’anno con l’obiettivo di sfruttare la campagna elettorale per fare propaganda rivoluzionaria tra le masse, non riescono a depositare le liste. Ma intanto sono andati avanti con piattaforme programmatiche e manifestazioni di piazza. Finché il 23 giugno 2003 Maj e Giuseppe Czeppel, tra i fondatori dei Carc, vengono arrestati a Parigi. Si indaga per associazione sovversiva e vengono effettuate decine di perquisizioni contro i militanti dei Carc. Sono gli anni effervescenti della caccia agli assassini dei giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi e ai fiancheggiatori delle nuove Br. Secondo i Carc l’azione giudiziaria gli avrebbe permesso di passare «da accusati ad accusatori», grazie a «una campagna che non solo» avrebbe avuto «un enorme rilevanza sul territorio italiano», ma anche su quello francese. Nel 2004 inaugurano una «scuola politica», che chiamano «Università popolare», con l’obiettivo di formare i futuri quadri e dirigenti del partito. Alle politiche del 2013, non riuscendo a creare proprie liste, si schierano con il Movimento 5 stelle. Delusi anche dai pentastellati, rivedono la strategia e, puntualizzano sul loro sito, mettono «al centro l’intervento nelle aziende pubbliche e private, nelle scuole medie superiori e università, sui territori e nei quartieri con l’obiettivo di creare, moltiplicare e coordinare le organizzazioni operaie e popolari». Si introducono nelle fabbriche in difficoltà e negli istituti scolastici, dove fanno gli arruffapopoli. Ma continuano a entrare anche nelle aule di giustizia. Nel 2020 il governatore della Lombardia Attilio Fontana finisce nel mirino per la gestione della pandemia. L’8 settembre un gruppo di attivisti Carc viene denunciato dalla Digos per aver esposto un cartello con la scritta «Fontana assassino» davanti al Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale lombardo. Il governatore per le minacce di morte girate sui social (per gli investigatori riconducibili proprio ai Carc) finisce anche sotto scorta.
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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