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2023-07-23
Ex Gkn ostaggio di Carc e amici della Schlein
Ansa
Gli oltre 20.000 metri quadrati incastonati nell’area industriale di Campi Bisenzio tra un multisala e un centro commerciale sono diventati il fortino toscano degli ultrà della bandiera rossa. L’ultimo avamposto di una sinistra radicale che si è aggrappata alla sopravvivenza sfruttando il Web, ma che è ancorata in modo saldo a una retorica degli anni Settanta. Dove l’imprenditore, che in questo caso è anche il presidente di Unindustria a Cassino, Francesco Borgomeo, viene indicato come «il padrone» in un manifestino che ricorda i «Wanted» da Far West, con tanto di taglia, e dove i metalmeccanici sognano «una fabbrica pubblica e socialmente integrata». Una coop i lavoratori l’hanno costituita (con una decina di dipendenti), ma nel frattempo il capannone si è trasformato in un immenso centro sociale a disposizione per qualsiasi iniziativa: dall’aperitivo di comunità per confrontarsi sulle condizioni detentive con l’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Alfredo Cospito, l’anarco insurrezionalista finito al 41 bis, agli incontri sulle «pratiche commerciali sleali», fino alle assemblee delle società operaie di mutuo soccorso. Negli ultimi mesi è accaduto di tutto nello stabilimento, fuorché la produzione delle componenti automobilistiche o la possibilità di favorire una riconversione.
È una fabbrica storica quella di Campi Bisenzio. Un tempo degli Agnelli e dal 1994 della britannica Gkn, che produceva semiassi con la tecnologia powertrain per Stellantis. Per gli operai era filato sempre tutto liscio. Fino ai primi di luglio 2021. Dopo uno dei turni di notte parte una mail firmata dall’amministratore delegato della Gkn e comincia l’incubo: stop immediato della produzione e 440 lavoratori licenziati. La Fiom fa subito la voce grossa. Ipotizza che l’azienda voglia delocalizzare. E mentre la struttura viene occupata da un collettivo, i sindacati avviano la vertenza. Al Tribunale del lavoro la Gkn soccombe per «comportamento antisindacale» e il ministero prova a gestire la crisi. Tutto sembra andare per il verso giusto. La vecchia proprietà, il fondo inglese Melrose, affida all’imprenditore di estrazione cattolica Borgomeo, formazione all’università gregoriana e grossi salvataggi aziendali portati a termine da vantare(la ex Marazzi di Anagni e la ex Ideal standard di Roccasecca), il compito di advisor. Il 23 dicembre Borgomeo acquisisce il 100% della Gkn, che diventa Qf, ovvero quattro effe: «Fiducia nel futuro della fabbrica di Firenze».
Borgomeo pensa al rilancio e già immagina il nuovo successo, ma trova subito sul suo cammino un ostacolo dietro l’altro. I sindacati confederali sono sempre più emarginati. Alcuni dipendenti scelgono sigle autonome. E piantano grane. Borgomeo, intanto, va avanti: il piano industriale convince il ministero e si affacciano degli investitori. Borgomeo valuta in particolare una società che produce macchinari per l’industria farmaceutica. L’azienda sembra affidabile e si parla già di «closing». Ma l’avamposto del comitato aziendale che occupa la fabbrica si allarga. Scompaiono le bandiere dei confederali e restano quelle dei Carc, il Partito dei comitati di appoggio alla resistenza del comunismo, di una società operaia di mutuo soccorso chiamata Insorgiamo (la cui prima assemblea si è svolta il 12 gennaio 2023, giorno che coincide con l’anniversario della scissione di Livorno dalla quale, nel 1921, nacque il Partito comunista italiano) e dell’Unione sindacale di base (Usb). A fiancheggiare il blocco rosso ci sono a giorni alterni Arci e Anpi. Nello stabilimento non può entrare più nessuno. Men che mai Borgomeo. Il livello di scontro si alza e le contestazioni, prima, le «minacce», poi, arrivano fino a Cassino, dove Borgomeo vive e lavora. La cassa integrazione è autorizzata, ma non viene pagata. Si scopre che alcuni dipendenti hanno lavorato altrove senza comunicarlo e senza aver ottenuto autorizzazioni. E questo aggiunge del ritardo ai ritardi. Ma è una buona scusa per prendersela con l’uomo che gli estremisti chiamano «padrone».
A Borgomeo viene impedito di fare impresa, ma anche di mettere piede nei capannoni. A quel punto, a causa della conflittualità, mentre sul tavolo c’è un’ipotesi d’accordo con Invitalia, Qf stacca la spina e finisce in liquidazione. La Verità ha contattato Borgomeo che, però, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.
Qualcuno s’inventa una sorta di cuscinetto di compensazione per evitare la deflagrazione, con Legacoop Toscana che sostiene l’ipotesi di una cooperativa di lavoratori. Le istituzioni però hanno ben chiaro che difficilmente quel meccanismo potrà rimettere in moto la fabbrica. Il ministro per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso tenta di giocare anche un’ultima carta dettando la strada: «Ritirare la procedura di liquidazione e permettere l’accesso in fabbrica». E che la proto cooperativa sia un contenitore vuoto lo dimostra il fatto che «la sua capitalizzazione», come spiegano proprio i soci (tra i quali ci sono un Rsu e cinque ex dipendenti Gkn), «sarà avviata quando il piano industriale sarà operativo». La faccenda si è ulteriormente ingarbugliata quando gli ufficiali giudiziari si sono presentati nello stabilimento per pignorare due macchinari, a titolo di garanzia per gli stipendi non pagati ad alcuni operai. I Carc nel frattempo vanno avanti con la propaganda ideologicamente orientata e tirano fuori l’idea della «fabbrica pubblica e socialmente integrata». Dove, cioè, la parte pubblica dovrebbe credere e investire in una cooperativa senza capitali che non ha un piano industriale.
Le utopie del post comunismo. Che, però, deve piacere al segretario del Pd Elly Schein che, su uno dei palchi della protesta, si è ritrovata fianco a fianco con un Rsu della Gkn e, nel giorno della grande manifestazione dei 15.000 a Campi Bisanzio lo scorso marzo, si è schierata apertamente: «Continueremo a stare al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici Gkn e anche delle loro rappresentanze». Ovvero quelle che hanno rapporti con i Carc e che ospitano le manifestazioni di solidarietà per Cospito.
L’unico obiettivo reale appare quello della tenuta del fortino rosso (che sembra far comodo anche alle istituzioni, visto che c’è un luogo fisico, una sorta di contenitore per i rossi, da poter controllare a distanza), dove nessuno può entrare. Neppure i tecnici dell’Enel che a marzo avevano tentato un sopralluogo per poter staccare l’energia elettrica (dopo mesi di morosità). Se ne sono tornati con le pive nel sacco: «In assenza di assistenza della forza pubblica», ha comunicato Enel distribuzione, «il distacco non è stato possibile perché si è valutato che non c’erano le condizioni per far operare il personale in sicurezza». L’ultima novità è l’interesse dimostrato da un consorzio di cooperative denominato Abaco, ma dopo le prime mosse esplorative l’attenzione è cominciata a vacillare sotto la pressione della piazza (rossa).
Il gruppo che progetta la rivoluzione e fa proselitismo nelle fabbriche
La rivoluzione nasce «dalla capacità della classe rivoluzionaria di compiere azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti da poter spezzare il vecchio regime». I Carc, acronimo di Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, sognano ancora di poter guidare una rivoluzione proletaria. Sul loro nuovissimo sito web, questo, nel 2023, è ancora il loro slogan. La fondazione avviene nel 1993 durante un convegno a Viareggio organizzato da alcuni irriducibili dell’ultrasinistra impegnati nel coordinamento nazionale dei Comitati contro la repressione, organizzazione nata per sostenere i «rivoluzionari comunisti» detenuti nelle carceri. Dietro alle campagne di solidarietà a favore dei prigionieri e alla fondazione dei Carc c’è Giuseppe Maj (classe 1939), ingegnere chimico con la passione per il giornalismo, già fondatore del centro di documentazione Filo rosso e direttore di Rivoluzione proletaria, organo del Comitato centrale del partito rivoluzionario marxista-leninista d’Italia, finito in manette per la prima volta l’8 febbraio 1985 con l’accusa di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata, nell’ambito di una vasta operazione di polizia. I Carc puntano a «dare vita a una nuova compagine politica, capace di svolgere un ruolo di avanguardia nelle masse proletarie». Le linee strategiche sono contenute in un opuscolo ideologico intitolato Progetto di manifesto programma del Nuovo partito comunista Italiano. Sul sito spiegano che Maj «passa nella clandestinità e si dedica alla costruzione della Commissione preparatoria del congresso di fondazione del nuovo Pci». Le ambizioni dei Carc vengono fiaccate da alcune operazioni di polizia (anche se loro giurano di esserne «usciti rafforzati» grazie alla capacità di «resistenza» mostrata) e da due scissioni, una del 1997 e una del 1999, quando alcuni gruppi di minoranza vengono accusati «movimentismo e tendenze anarchiche» e di deviazione dalla linea dell’organizzazione. Nel 2001 quel che resta dei Carc ci riprova e si dedica alla costruzione del Fronte per la ricostruzione del Partito comunista. E sebbene abbiano in mente di partecipare alle elezioni di quell’anno con l’obiettivo di sfruttare la campagna elettorale per fare propaganda rivoluzionaria tra le masse, non riescono a depositare le liste. Ma intanto sono andati avanti con piattaforme programmatiche e manifestazioni di piazza. Finché il 23 giugno 2003 Maj e Giuseppe Czeppel, tra i fondatori dei Carc, vengono arrestati a Parigi. Si indaga per associazione sovversiva e vengono effettuate decine di perquisizioni contro i militanti dei Carc. Sono gli anni effervescenti della caccia agli assassini dei giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi e ai fiancheggiatori delle nuove Br. Secondo i Carc l’azione giudiziaria gli avrebbe permesso di passare «da accusati ad accusatori», grazie a «una campagna che non solo» avrebbe avuto «un enorme rilevanza sul territorio italiano», ma anche su quello francese. Nel 2004 inaugurano una «scuola politica», che chiamano «Università popolare», con l’obiettivo di formare i futuri quadri e dirigenti del partito. Alle politiche del 2013, non riuscendo a creare proprie liste, si schierano con il Movimento 5 stelle. Delusi anche dai pentastellati, rivedono la strategia e, puntualizzano sul loro sito, mettono «al centro l’intervento nelle aziende pubbliche e private, nelle scuole medie superiori e università, sui territori e nei quartieri con l’obiettivo di creare, moltiplicare e coordinare le organizzazioni operaie e popolari». Si introducono nelle fabbriche in difficoltà e negli istituti scolastici, dove fanno gli arruffapopoli. Ma continuano a entrare anche nelle aule di giustizia. Nel 2020 il governatore della Lombardia Attilio Fontana finisce nel mirino per la gestione della pandemia. L’8 settembre un gruppo di attivisti Carc viene denunciato dalla Digos per aver esposto un cartello con la scritta «Fontana assassino» davanti al Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale lombardo. Il governatore per le minacce di morte girate sui social (per gli investigatori riconducibili proprio ai Carc) finisce anche sotto scorta.
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Falliti tutti i piani di salvataggio perché lo stabilimento è in mano al collettivo "Insorgiamo" e al Partito dei comitati di appoggio alla resistenza del comunismo. Sponda del segretario dem che è salito sul palco insieme con un rappresentante della Rsu. Il fondatore Giuseppe Maj venne accusato di sovversione. Sospetti per le minacce contro Attilio Fontana.Lo speciale contiene due articoli.Gli oltre 20.000 metri quadrati incastonati nell’area industriale di Campi Bisenzio tra un multisala e un centro commerciale sono diventati il fortino toscano degli ultrà della bandiera rossa. L’ultimo avamposto di una sinistra radicale che si è aggrappata alla sopravvivenza sfruttando il Web, ma che è ancorata in modo saldo a una retorica degli anni Settanta. Dove l’imprenditore, che in questo caso è anche il presidente di Unindustria a Cassino, Francesco Borgomeo, viene indicato come «il padrone» in un manifestino che ricorda i «Wanted» da Far West, con tanto di taglia, e dove i metalmeccanici sognano «una fabbrica pubblica e socialmente integrata». Una coop i lavoratori l’hanno costituita (con una decina di dipendenti), ma nel frattempo il capannone si è trasformato in un immenso centro sociale a disposizione per qualsiasi iniziativa: dall’aperitivo di comunità per confrontarsi sulle condizioni detentive con l’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Alfredo Cospito, l’anarco insurrezionalista finito al 41 bis, agli incontri sulle «pratiche commerciali sleali», fino alle assemblee delle società operaie di mutuo soccorso. Negli ultimi mesi è accaduto di tutto nello stabilimento, fuorché la produzione delle componenti automobilistiche o la possibilità di favorire una riconversione. È una fabbrica storica quella di Campi Bisenzio. Un tempo degli Agnelli e dal 1994 della britannica Gkn, che produceva semiassi con la tecnologia powertrain per Stellantis. Per gli operai era filato sempre tutto liscio. Fino ai primi di luglio 2021. Dopo uno dei turni di notte parte una mail firmata dall’amministratore delegato della Gkn e comincia l’incubo: stop immediato della produzione e 440 lavoratori licenziati. La Fiom fa subito la voce grossa. Ipotizza che l’azienda voglia delocalizzare. E mentre la struttura viene occupata da un collettivo, i sindacati avviano la vertenza. Al Tribunale del lavoro la Gkn soccombe per «comportamento antisindacale» e il ministero prova a gestire la crisi. Tutto sembra andare per il verso giusto. La vecchia proprietà, il fondo inglese Melrose, affida all’imprenditore di estrazione cattolica Borgomeo, formazione all’università gregoriana e grossi salvataggi aziendali portati a termine da vantare(la ex Marazzi di Anagni e la ex Ideal standard di Roccasecca), il compito di advisor. Il 23 dicembre Borgomeo acquisisce il 100% della Gkn, che diventa Qf, ovvero quattro effe: «Fiducia nel futuro della fabbrica di Firenze». Borgomeo pensa al rilancio e già immagina il nuovo successo, ma trova subito sul suo cammino un ostacolo dietro l’altro. I sindacati confederali sono sempre più emarginati. Alcuni dipendenti scelgono sigle autonome. E piantano grane. Borgomeo, intanto, va avanti: il piano industriale convince il ministero e si affacciano degli investitori. Borgomeo valuta in particolare una società che produce macchinari per l’industria farmaceutica. L’azienda sembra affidabile e si parla già di «closing». Ma l’avamposto del comitato aziendale che occupa la fabbrica si allarga. Scompaiono le bandiere dei confederali e restano quelle dei Carc, il Partito dei comitati di appoggio alla resistenza del comunismo, di una società operaia di mutuo soccorso chiamata Insorgiamo (la cui prima assemblea si è svolta il 12 gennaio 2023, giorno che coincide con l’anniversario della scissione di Livorno dalla quale, nel 1921, nacque il Partito comunista italiano) e dell’Unione sindacale di base (Usb). A fiancheggiare il blocco rosso ci sono a giorni alterni Arci e Anpi. Nello stabilimento non può entrare più nessuno. Men che mai Borgomeo. Il livello di scontro si alza e le contestazioni, prima, le «minacce», poi, arrivano fino a Cassino, dove Borgomeo vive e lavora. La cassa integrazione è autorizzata, ma non viene pagata. Si scopre che alcuni dipendenti hanno lavorato altrove senza comunicarlo e senza aver ottenuto autorizzazioni. E questo aggiunge del ritardo ai ritardi. Ma è una buona scusa per prendersela con l’uomo che gli estremisti chiamano «padrone». A Borgomeo viene impedito di fare impresa, ma anche di mettere piede nei capannoni. A quel punto, a causa della conflittualità, mentre sul tavolo c’è un’ipotesi d’accordo con Invitalia, Qf stacca la spina e finisce in liquidazione. La Verità ha contattato Borgomeo che, però, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.Qualcuno s’inventa una sorta di cuscinetto di compensazione per evitare la deflagrazione, con Legacoop Toscana che sostiene l’ipotesi di una cooperativa di lavoratori. Le istituzioni però hanno ben chiaro che difficilmente quel meccanismo potrà rimettere in moto la fabbrica. Il ministro per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso tenta di giocare anche un’ultima carta dettando la strada: «Ritirare la procedura di liquidazione e permettere l’accesso in fabbrica». E che la proto cooperativa sia un contenitore vuoto lo dimostra il fatto che «la sua capitalizzazione», come spiegano proprio i soci (tra i quali ci sono un Rsu e cinque ex dipendenti Gkn), «sarà avviata quando il piano industriale sarà operativo». La faccenda si è ulteriormente ingarbugliata quando gli ufficiali giudiziari si sono presentati nello stabilimento per pignorare due macchinari, a titolo di garanzia per gli stipendi non pagati ad alcuni operai. I Carc nel frattempo vanno avanti con la propaganda ideologicamente orientata e tirano fuori l’idea della «fabbrica pubblica e socialmente integrata». Dove, cioè, la parte pubblica dovrebbe credere e investire in una cooperativa senza capitali che non ha un piano industriale. Le utopie del post comunismo. Che, però, deve piacere al segretario del Pd Elly Schein che, su uno dei palchi della protesta, si è ritrovata fianco a fianco con un Rsu della Gkn e, nel giorno della grande manifestazione dei 15.000 a Campi Bisanzio lo scorso marzo, si è schierata apertamente: «Continueremo a stare al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici Gkn e anche delle loro rappresentanze». Ovvero quelle che hanno rapporti con i Carc e che ospitano le manifestazioni di solidarietà per Cospito. L’unico obiettivo reale appare quello della tenuta del fortino rosso (che sembra far comodo anche alle istituzioni, visto che c’è un luogo fisico, una sorta di contenitore per i rossi, da poter controllare a distanza), dove nessuno può entrare. Neppure i tecnici dell’Enel che a marzo avevano tentato un sopralluogo per poter staccare l’energia elettrica (dopo mesi di morosità). Se ne sono tornati con le pive nel sacco: «In assenza di assistenza della forza pubblica», ha comunicato Enel distribuzione, «il distacco non è stato possibile perché si è valutato che non c’erano le condizioni per far operare il personale in sicurezza». L’ultima novità è l’interesse dimostrato da un consorzio di cooperative denominato Abaco, ma dopo le prime mosse esplorative l’attenzione è cominciata a vacillare sotto la pressione della piazza (rossa).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gkn-ostaggio-carc-amici-schlein-2662326072.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-gruppo-che-progetta-la-rivoluzione-e-fa-proselitismo-nelle-fabbriche" data-post-id="2662326072" data-published-at="1690057562" data-use-pagination="False"> Il gruppo che progetta la rivoluzione e fa proselitismo nelle fabbriche La rivoluzione nasce «dalla capacità della classe rivoluzionaria di compiere azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti da poter spezzare il vecchio regime». I Carc, acronimo di Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, sognano ancora di poter guidare una rivoluzione proletaria. Sul loro nuovissimo sito web, questo, nel 2023, è ancora il loro slogan. La fondazione avviene nel 1993 durante un convegno a Viareggio organizzato da alcuni irriducibili dell’ultrasinistra impegnati nel coordinamento nazionale dei Comitati contro la repressione, organizzazione nata per sostenere i «rivoluzionari comunisti» detenuti nelle carceri. Dietro alle campagne di solidarietà a favore dei prigionieri e alla fondazione dei Carc c’è Giuseppe Maj (classe 1939), ingegnere chimico con la passione per il giornalismo, già fondatore del centro di documentazione Filo rosso e direttore di Rivoluzione proletaria, organo del Comitato centrale del partito rivoluzionario marxista-leninista d’Italia, finito in manette per la prima volta l’8 febbraio 1985 con l’accusa di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata, nell’ambito di una vasta operazione di polizia. I Carc puntano a «dare vita a una nuova compagine politica, capace di svolgere un ruolo di avanguardia nelle masse proletarie». Le linee strategiche sono contenute in un opuscolo ideologico intitolato Progetto di manifesto programma del Nuovo partito comunista Italiano. Sul sito spiegano che Maj «passa nella clandestinità e si dedica alla costruzione della Commissione preparatoria del congresso di fondazione del nuovo Pci». Le ambizioni dei Carc vengono fiaccate da alcune operazioni di polizia (anche se loro giurano di esserne «usciti rafforzati» grazie alla capacità di «resistenza» mostrata) e da due scissioni, una del 1997 e una del 1999, quando alcuni gruppi di minoranza vengono accusati «movimentismo e tendenze anarchiche» e di deviazione dalla linea dell’organizzazione. Nel 2001 quel che resta dei Carc ci riprova e si dedica alla costruzione del Fronte per la ricostruzione del Partito comunista. E sebbene abbiano in mente di partecipare alle elezioni di quell’anno con l’obiettivo di sfruttare la campagna elettorale per fare propaganda rivoluzionaria tra le masse, non riescono a depositare le liste. Ma intanto sono andati avanti con piattaforme programmatiche e manifestazioni di piazza. Finché il 23 giugno 2003 Maj e Giuseppe Czeppel, tra i fondatori dei Carc, vengono arrestati a Parigi. Si indaga per associazione sovversiva e vengono effettuate decine di perquisizioni contro i militanti dei Carc. Sono gli anni effervescenti della caccia agli assassini dei giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi e ai fiancheggiatori delle nuove Br. Secondo i Carc l’azione giudiziaria gli avrebbe permesso di passare «da accusati ad accusatori», grazie a «una campagna che non solo» avrebbe avuto «un enorme rilevanza sul territorio italiano», ma anche su quello francese. Nel 2004 inaugurano una «scuola politica», che chiamano «Università popolare», con l’obiettivo di formare i futuri quadri e dirigenti del partito. Alle politiche del 2013, non riuscendo a creare proprie liste, si schierano con il Movimento 5 stelle. Delusi anche dai pentastellati, rivedono la strategia e, puntualizzano sul loro sito, mettono «al centro l’intervento nelle aziende pubbliche e private, nelle scuole medie superiori e università, sui territori e nei quartieri con l’obiettivo di creare, moltiplicare e coordinare le organizzazioni operaie e popolari». Si introducono nelle fabbriche in difficoltà e negli istituti scolastici, dove fanno gli arruffapopoli. Ma continuano a entrare anche nelle aule di giustizia. Nel 2020 il governatore della Lombardia Attilio Fontana finisce nel mirino per la gestione della pandemia. L’8 settembre un gruppo di attivisti Carc viene denunciato dalla Digos per aver esposto un cartello con la scritta «Fontana assassino» davanti al Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale lombardo. Il governatore per le minacce di morte girate sui social (per gli investigatori riconducibili proprio ai Carc) finisce anche sotto scorta.
Stefania Craxi (Ansa)
Guai a sbottonarsi, ma il senso è quello di cercare di trovare una sintesi prima del 3 giugno, come spiegato già dal presidente della Commissione Franco Zaffini: «Il 3 giugno siamo calendarizzati in Aula al Senato, a termine di regolamento, con il ddl Bazoli sul fine vita, ovvero il testo messo a disposizione dal Pd e dall’opposizione nella precedente legislatura. Ma contemporaneamente c’è un testo di maggioranza che sta camminando in commissione e mi auguro che potremo portare in Aula questo».
Il disegno di legge presentato in questa legislatura da Bazoli è nella sostanza il testo approvato dalla Camera nel marzo 2022 e rimasto incompiuto con la fine anticipata della legislatura. Disciplina la morte volontaria medicalmente assistita come un atto autonomo della persona malata, inserito in un percorso svolto con il supporto e sotto il controllo del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Contrari all’ipotesi di un coinvolgimento del Ssn ci sarebbero soprattutto esponenti di Fratelli d’Italia e parte della Lega che, come Forza Italia, ha precisato che in assenza di un testo condiviso lasceranno libertà di coscienza ai loro parlamentari. In Forza Italia l’ultima a esprimersi è stata Stefania Craxi in un’intervista rilasciata al Dubbio. «Sul tema del fine vita proveremo, nei modi che saranno possibili, a formulare una proposta chiara e coerente, capace di rappresentare un compromesso non al ribasso ma ragionevole e rispettoso di tutte le sensibilità. L’obiettivo per noi è costruire un terreno d’incontro reale, perché su questioni come il fine vita non può prevalere la logica di parte. Il testo Zanettin-Zullo, che potrà naturalmente essere emendato, corretto e integrato in alcune parti, rappresenta un buon punto di partenza», ha spiegato il presidente dei senatori di Forza Italia. «Sono convinta che la maggioranza possa e debba restare unita intorno a un testo alto ed equilibrato. Spero che nessuno pensi o lavori in senso contrario. Non sarebbe un torto a Forza Italia, ma un errore politico, perché il Paese attende riposte ed esige responsabilità su una materia così delicata».
Il testo cui fa riferimento Craxi è quello base su cui stanno lavorando le commissioni presentato dai senatori Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia) che mette insieme diversi disegni di legge presentati sul fine vita, compreso quello di Bazoli cambiando però un punto essenziale: il coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale. Il testo Zanettin-Zullo interviene sull’articolo 580 del Codice penale e stabilisce in quali casi l’aiuto al suicidio non deve essere punito. Secondo Zullo, che rappresenta tuttora la posizione di Fratelli d’Italia, il suicidio assistito non può rientrare «nelle finalità proprie del Servizio sanitario nazionale». Al contrario del testo Bazoli che parla di «trattamenti sanitari di sostegno vitale», questa proposta parla di «trattamenti sostitutivi di funzioni vitali». Craxi nell’intervista ha auspicato che «nel rispetto delle prerogative dei rispettivi presidenti, la riunione congiunta delle commissioni competenti» sia convocata «al più presto per proseguire la discussione e il voto sul testo unificato Zullo-Zanetti, così da consentirne l’approdo in Aula nei tempi stabiliti. Cerchiamo dialogo e confronto, senza pregiudizi. E spero che anche il presidente Zaia, con la sua autorevolezza e il suo peso politico, voglia spendersi e contribuire a questo percorso, con tutto il suo partito. Tutti insieme possiamo lavorare affinché questo sforzo non finisca in un nulla di fatto».
Il fine vita sarà uno degli argomenti al centro del punto azzurro, un foglio di comunicazione periodico ad uso interno sugli argomenti della settimana, all’interno del quale viene esplicitata la linea tenuta dagli azzurri. Sul fine vita l’idea è quella di trovare «una sintesi umana e costituzionalmente solida». Ad ogni modo a livello nazionale il centrodestra dovrebbe fare il punto all’inizio della prossima settimana, mentre a sinistra la sintesi si trova nel testo a prima firma di Alfredo Bazoli (Pd), il quale è tornato a esprimersi proprio ieri nel merito: «Siamo alla finestra. Vediamo intanto se matura qualcosa nella maggioranza», anche perché «al momento non ci sono interlocuzioni. Se dalla maggioranza ci sarà qualche passo avanti, valuteremo e verificheremo la proposta. Io continuo a pensare che il nostro testo sia un buon punto di partenza» ma «non è un testo scolpito nella pietra. Se dovesse andare in Aula a giugno, si potrà eventualmente anche emendare». Infine ha aggiunto: «Inviterei tutte le forze politiche a non dare vincoli di partito e lasciare libertà di coscienza ai singoli parlamentari perché possano decidere come ritengono più giusto. Stiamo parlando di un tema trasversale agli schieramenti e soprattutto agli elettori».
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