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2023-07-23
Ex Gkn ostaggio di Carc e amici della Schlein
Ansa
Gli oltre 20.000 metri quadrati incastonati nell’area industriale di Campi Bisenzio tra un multisala e un centro commerciale sono diventati il fortino toscano degli ultrà della bandiera rossa. L’ultimo avamposto di una sinistra radicale che si è aggrappata alla sopravvivenza sfruttando il Web, ma che è ancorata in modo saldo a una retorica degli anni Settanta. Dove l’imprenditore, che in questo caso è anche il presidente di Unindustria a Cassino, Francesco Borgomeo, viene indicato come «il padrone» in un manifestino che ricorda i «Wanted» da Far West, con tanto di taglia, e dove i metalmeccanici sognano «una fabbrica pubblica e socialmente integrata». Una coop i lavoratori l’hanno costituita (con una decina di dipendenti), ma nel frattempo il capannone si è trasformato in un immenso centro sociale a disposizione per qualsiasi iniziativa: dall’aperitivo di comunità per confrontarsi sulle condizioni detentive con l’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Alfredo Cospito, l’anarco insurrezionalista finito al 41 bis, agli incontri sulle «pratiche commerciali sleali», fino alle assemblee delle società operaie di mutuo soccorso. Negli ultimi mesi è accaduto di tutto nello stabilimento, fuorché la produzione delle componenti automobilistiche o la possibilità di favorire una riconversione.
È una fabbrica storica quella di Campi Bisenzio. Un tempo degli Agnelli e dal 1994 della britannica Gkn, che produceva semiassi con la tecnologia powertrain per Stellantis. Per gli operai era filato sempre tutto liscio. Fino ai primi di luglio 2021. Dopo uno dei turni di notte parte una mail firmata dall’amministratore delegato della Gkn e comincia l’incubo: stop immediato della produzione e 440 lavoratori licenziati. La Fiom fa subito la voce grossa. Ipotizza che l’azienda voglia delocalizzare. E mentre la struttura viene occupata da un collettivo, i sindacati avviano la vertenza. Al Tribunale del lavoro la Gkn soccombe per «comportamento antisindacale» e il ministero prova a gestire la crisi. Tutto sembra andare per il verso giusto. La vecchia proprietà, il fondo inglese Melrose, affida all’imprenditore di estrazione cattolica Borgomeo, formazione all’università gregoriana e grossi salvataggi aziendali portati a termine da vantare(la ex Marazzi di Anagni e la ex Ideal standard di Roccasecca), il compito di advisor. Il 23 dicembre Borgomeo acquisisce il 100% della Gkn, che diventa Qf, ovvero quattro effe: «Fiducia nel futuro della fabbrica di Firenze».
Borgomeo pensa al rilancio e già immagina il nuovo successo, ma trova subito sul suo cammino un ostacolo dietro l’altro. I sindacati confederali sono sempre più emarginati. Alcuni dipendenti scelgono sigle autonome. E piantano grane. Borgomeo, intanto, va avanti: il piano industriale convince il ministero e si affacciano degli investitori. Borgomeo valuta in particolare una società che produce macchinari per l’industria farmaceutica. L’azienda sembra affidabile e si parla già di «closing». Ma l’avamposto del comitato aziendale che occupa la fabbrica si allarga. Scompaiono le bandiere dei confederali e restano quelle dei Carc, il Partito dei comitati di appoggio alla resistenza del comunismo, di una società operaia di mutuo soccorso chiamata Insorgiamo (la cui prima assemblea si è svolta il 12 gennaio 2023, giorno che coincide con l’anniversario della scissione di Livorno dalla quale, nel 1921, nacque il Partito comunista italiano) e dell’Unione sindacale di base (Usb). A fiancheggiare il blocco rosso ci sono a giorni alterni Arci e Anpi. Nello stabilimento non può entrare più nessuno. Men che mai Borgomeo. Il livello di scontro si alza e le contestazioni, prima, le «minacce», poi, arrivano fino a Cassino, dove Borgomeo vive e lavora. La cassa integrazione è autorizzata, ma non viene pagata. Si scopre che alcuni dipendenti hanno lavorato altrove senza comunicarlo e senza aver ottenuto autorizzazioni. E questo aggiunge del ritardo ai ritardi. Ma è una buona scusa per prendersela con l’uomo che gli estremisti chiamano «padrone».
A Borgomeo viene impedito di fare impresa, ma anche di mettere piede nei capannoni. A quel punto, a causa della conflittualità, mentre sul tavolo c’è un’ipotesi d’accordo con Invitalia, Qf stacca la spina e finisce in liquidazione. La Verità ha contattato Borgomeo che, però, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.
Qualcuno s’inventa una sorta di cuscinetto di compensazione per evitare la deflagrazione, con Legacoop Toscana che sostiene l’ipotesi di una cooperativa di lavoratori. Le istituzioni però hanno ben chiaro che difficilmente quel meccanismo potrà rimettere in moto la fabbrica. Il ministro per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso tenta di giocare anche un’ultima carta dettando la strada: «Ritirare la procedura di liquidazione e permettere l’accesso in fabbrica». E che la proto cooperativa sia un contenitore vuoto lo dimostra il fatto che «la sua capitalizzazione», come spiegano proprio i soci (tra i quali ci sono un Rsu e cinque ex dipendenti Gkn), «sarà avviata quando il piano industriale sarà operativo». La faccenda si è ulteriormente ingarbugliata quando gli ufficiali giudiziari si sono presentati nello stabilimento per pignorare due macchinari, a titolo di garanzia per gli stipendi non pagati ad alcuni operai. I Carc nel frattempo vanno avanti con la propaganda ideologicamente orientata e tirano fuori l’idea della «fabbrica pubblica e socialmente integrata». Dove, cioè, la parte pubblica dovrebbe credere e investire in una cooperativa senza capitali che non ha un piano industriale.
Le utopie del post comunismo. Che, però, deve piacere al segretario del Pd Elly Schein che, su uno dei palchi della protesta, si è ritrovata fianco a fianco con un Rsu della Gkn e, nel giorno della grande manifestazione dei 15.000 a Campi Bisanzio lo scorso marzo, si è schierata apertamente: «Continueremo a stare al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici Gkn e anche delle loro rappresentanze». Ovvero quelle che hanno rapporti con i Carc e che ospitano le manifestazioni di solidarietà per Cospito.
L’unico obiettivo reale appare quello della tenuta del fortino rosso (che sembra far comodo anche alle istituzioni, visto che c’è un luogo fisico, una sorta di contenitore per i rossi, da poter controllare a distanza), dove nessuno può entrare. Neppure i tecnici dell’Enel che a marzo avevano tentato un sopralluogo per poter staccare l’energia elettrica (dopo mesi di morosità). Se ne sono tornati con le pive nel sacco: «In assenza di assistenza della forza pubblica», ha comunicato Enel distribuzione, «il distacco non è stato possibile perché si è valutato che non c’erano le condizioni per far operare il personale in sicurezza». L’ultima novità è l’interesse dimostrato da un consorzio di cooperative denominato Abaco, ma dopo le prime mosse esplorative l’attenzione è cominciata a vacillare sotto la pressione della piazza (rossa).
Il gruppo che progetta la rivoluzione e fa proselitismo nelle fabbriche
La rivoluzione nasce «dalla capacità della classe rivoluzionaria di compiere azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti da poter spezzare il vecchio regime». I Carc, acronimo di Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, sognano ancora di poter guidare una rivoluzione proletaria. Sul loro nuovissimo sito web, questo, nel 2023, è ancora il loro slogan. La fondazione avviene nel 1993 durante un convegno a Viareggio organizzato da alcuni irriducibili dell’ultrasinistra impegnati nel coordinamento nazionale dei Comitati contro la repressione, organizzazione nata per sostenere i «rivoluzionari comunisti» detenuti nelle carceri. Dietro alle campagne di solidarietà a favore dei prigionieri e alla fondazione dei Carc c’è Giuseppe Maj (classe 1939), ingegnere chimico con la passione per il giornalismo, già fondatore del centro di documentazione Filo rosso e direttore di Rivoluzione proletaria, organo del Comitato centrale del partito rivoluzionario marxista-leninista d’Italia, finito in manette per la prima volta l’8 febbraio 1985 con l’accusa di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata, nell’ambito di una vasta operazione di polizia. I Carc puntano a «dare vita a una nuova compagine politica, capace di svolgere un ruolo di avanguardia nelle masse proletarie». Le linee strategiche sono contenute in un opuscolo ideologico intitolato Progetto di manifesto programma del Nuovo partito comunista Italiano. Sul sito spiegano che Maj «passa nella clandestinità e si dedica alla costruzione della Commissione preparatoria del congresso di fondazione del nuovo Pci». Le ambizioni dei Carc vengono fiaccate da alcune operazioni di polizia (anche se loro giurano di esserne «usciti rafforzati» grazie alla capacità di «resistenza» mostrata) e da due scissioni, una del 1997 e una del 1999, quando alcuni gruppi di minoranza vengono accusati «movimentismo e tendenze anarchiche» e di deviazione dalla linea dell’organizzazione. Nel 2001 quel che resta dei Carc ci riprova e si dedica alla costruzione del Fronte per la ricostruzione del Partito comunista. E sebbene abbiano in mente di partecipare alle elezioni di quell’anno con l’obiettivo di sfruttare la campagna elettorale per fare propaganda rivoluzionaria tra le masse, non riescono a depositare le liste. Ma intanto sono andati avanti con piattaforme programmatiche e manifestazioni di piazza. Finché il 23 giugno 2003 Maj e Giuseppe Czeppel, tra i fondatori dei Carc, vengono arrestati a Parigi. Si indaga per associazione sovversiva e vengono effettuate decine di perquisizioni contro i militanti dei Carc. Sono gli anni effervescenti della caccia agli assassini dei giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi e ai fiancheggiatori delle nuove Br. Secondo i Carc l’azione giudiziaria gli avrebbe permesso di passare «da accusati ad accusatori», grazie a «una campagna che non solo» avrebbe avuto «un enorme rilevanza sul territorio italiano», ma anche su quello francese. Nel 2004 inaugurano una «scuola politica», che chiamano «Università popolare», con l’obiettivo di formare i futuri quadri e dirigenti del partito. Alle politiche del 2013, non riuscendo a creare proprie liste, si schierano con il Movimento 5 stelle. Delusi anche dai pentastellati, rivedono la strategia e, puntualizzano sul loro sito, mettono «al centro l’intervento nelle aziende pubbliche e private, nelle scuole medie superiori e università, sui territori e nei quartieri con l’obiettivo di creare, moltiplicare e coordinare le organizzazioni operaie e popolari». Si introducono nelle fabbriche in difficoltà e negli istituti scolastici, dove fanno gli arruffapopoli. Ma continuano a entrare anche nelle aule di giustizia. Nel 2020 il governatore della Lombardia Attilio Fontana finisce nel mirino per la gestione della pandemia. L’8 settembre un gruppo di attivisti Carc viene denunciato dalla Digos per aver esposto un cartello con la scritta «Fontana assassino» davanti al Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale lombardo. Il governatore per le minacce di morte girate sui social (per gli investigatori riconducibili proprio ai Carc) finisce anche sotto scorta.
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Falliti tutti i piani di salvataggio perché lo stabilimento è in mano al collettivo "Insorgiamo" e al Partito dei comitati di appoggio alla resistenza del comunismo. Sponda del segretario dem che è salito sul palco insieme con un rappresentante della Rsu. Il fondatore Giuseppe Maj venne accusato di sovversione. Sospetti per le minacce contro Attilio Fontana.Lo speciale contiene due articoli.Gli oltre 20.000 metri quadrati incastonati nell’area industriale di Campi Bisenzio tra un multisala e un centro commerciale sono diventati il fortino toscano degli ultrà della bandiera rossa. L’ultimo avamposto di una sinistra radicale che si è aggrappata alla sopravvivenza sfruttando il Web, ma che è ancorata in modo saldo a una retorica degli anni Settanta. Dove l’imprenditore, che in questo caso è anche il presidente di Unindustria a Cassino, Francesco Borgomeo, viene indicato come «il padrone» in un manifestino che ricorda i «Wanted» da Far West, con tanto di taglia, e dove i metalmeccanici sognano «una fabbrica pubblica e socialmente integrata». Una coop i lavoratori l’hanno costituita (con una decina di dipendenti), ma nel frattempo il capannone si è trasformato in un immenso centro sociale a disposizione per qualsiasi iniziativa: dall’aperitivo di comunità per confrontarsi sulle condizioni detentive con l’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Alfredo Cospito, l’anarco insurrezionalista finito al 41 bis, agli incontri sulle «pratiche commerciali sleali», fino alle assemblee delle società operaie di mutuo soccorso. Negli ultimi mesi è accaduto di tutto nello stabilimento, fuorché la produzione delle componenti automobilistiche o la possibilità di favorire una riconversione. È una fabbrica storica quella di Campi Bisenzio. Un tempo degli Agnelli e dal 1994 della britannica Gkn, che produceva semiassi con la tecnologia powertrain per Stellantis. Per gli operai era filato sempre tutto liscio. Fino ai primi di luglio 2021. Dopo uno dei turni di notte parte una mail firmata dall’amministratore delegato della Gkn e comincia l’incubo: stop immediato della produzione e 440 lavoratori licenziati. La Fiom fa subito la voce grossa. Ipotizza che l’azienda voglia delocalizzare. E mentre la struttura viene occupata da un collettivo, i sindacati avviano la vertenza. Al Tribunale del lavoro la Gkn soccombe per «comportamento antisindacale» e il ministero prova a gestire la crisi. Tutto sembra andare per il verso giusto. La vecchia proprietà, il fondo inglese Melrose, affida all’imprenditore di estrazione cattolica Borgomeo, formazione all’università gregoriana e grossi salvataggi aziendali portati a termine da vantare(la ex Marazzi di Anagni e la ex Ideal standard di Roccasecca), il compito di advisor. Il 23 dicembre Borgomeo acquisisce il 100% della Gkn, che diventa Qf, ovvero quattro effe: «Fiducia nel futuro della fabbrica di Firenze». Borgomeo pensa al rilancio e già immagina il nuovo successo, ma trova subito sul suo cammino un ostacolo dietro l’altro. I sindacati confederali sono sempre più emarginati. Alcuni dipendenti scelgono sigle autonome. E piantano grane. Borgomeo, intanto, va avanti: il piano industriale convince il ministero e si affacciano degli investitori. Borgomeo valuta in particolare una società che produce macchinari per l’industria farmaceutica. L’azienda sembra affidabile e si parla già di «closing». Ma l’avamposto del comitato aziendale che occupa la fabbrica si allarga. Scompaiono le bandiere dei confederali e restano quelle dei Carc, il Partito dei comitati di appoggio alla resistenza del comunismo, di una società operaia di mutuo soccorso chiamata Insorgiamo (la cui prima assemblea si è svolta il 12 gennaio 2023, giorno che coincide con l’anniversario della scissione di Livorno dalla quale, nel 1921, nacque il Partito comunista italiano) e dell’Unione sindacale di base (Usb). A fiancheggiare il blocco rosso ci sono a giorni alterni Arci e Anpi. Nello stabilimento non può entrare più nessuno. Men che mai Borgomeo. Il livello di scontro si alza e le contestazioni, prima, le «minacce», poi, arrivano fino a Cassino, dove Borgomeo vive e lavora. La cassa integrazione è autorizzata, ma non viene pagata. Si scopre che alcuni dipendenti hanno lavorato altrove senza comunicarlo e senza aver ottenuto autorizzazioni. E questo aggiunge del ritardo ai ritardi. Ma è una buona scusa per prendersela con l’uomo che gli estremisti chiamano «padrone». A Borgomeo viene impedito di fare impresa, ma anche di mettere piede nei capannoni. A quel punto, a causa della conflittualità, mentre sul tavolo c’è un’ipotesi d’accordo con Invitalia, Qf stacca la spina e finisce in liquidazione. La Verità ha contattato Borgomeo che, però, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.Qualcuno s’inventa una sorta di cuscinetto di compensazione per evitare la deflagrazione, con Legacoop Toscana che sostiene l’ipotesi di una cooperativa di lavoratori. Le istituzioni però hanno ben chiaro che difficilmente quel meccanismo potrà rimettere in moto la fabbrica. Il ministro per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso tenta di giocare anche un’ultima carta dettando la strada: «Ritirare la procedura di liquidazione e permettere l’accesso in fabbrica». E che la proto cooperativa sia un contenitore vuoto lo dimostra il fatto che «la sua capitalizzazione», come spiegano proprio i soci (tra i quali ci sono un Rsu e cinque ex dipendenti Gkn), «sarà avviata quando il piano industriale sarà operativo». La faccenda si è ulteriormente ingarbugliata quando gli ufficiali giudiziari si sono presentati nello stabilimento per pignorare due macchinari, a titolo di garanzia per gli stipendi non pagati ad alcuni operai. I Carc nel frattempo vanno avanti con la propaganda ideologicamente orientata e tirano fuori l’idea della «fabbrica pubblica e socialmente integrata». Dove, cioè, la parte pubblica dovrebbe credere e investire in una cooperativa senza capitali che non ha un piano industriale. Le utopie del post comunismo. Che, però, deve piacere al segretario del Pd Elly Schein che, su uno dei palchi della protesta, si è ritrovata fianco a fianco con un Rsu della Gkn e, nel giorno della grande manifestazione dei 15.000 a Campi Bisanzio lo scorso marzo, si è schierata apertamente: «Continueremo a stare al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici Gkn e anche delle loro rappresentanze». Ovvero quelle che hanno rapporti con i Carc e che ospitano le manifestazioni di solidarietà per Cospito. L’unico obiettivo reale appare quello della tenuta del fortino rosso (che sembra far comodo anche alle istituzioni, visto che c’è un luogo fisico, una sorta di contenitore per i rossi, da poter controllare a distanza), dove nessuno può entrare. Neppure i tecnici dell’Enel che a marzo avevano tentato un sopralluogo per poter staccare l’energia elettrica (dopo mesi di morosità). Se ne sono tornati con le pive nel sacco: «In assenza di assistenza della forza pubblica», ha comunicato Enel distribuzione, «il distacco non è stato possibile perché si è valutato che non c’erano le condizioni per far operare il personale in sicurezza». L’ultima novità è l’interesse dimostrato da un consorzio di cooperative denominato Abaco, ma dopo le prime mosse esplorative l’attenzione è cominciata a vacillare sotto la pressione della piazza (rossa).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gkn-ostaggio-carc-amici-schlein-2662326072.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-gruppo-che-progetta-la-rivoluzione-e-fa-proselitismo-nelle-fabbriche" data-post-id="2662326072" data-published-at="1690057562" data-use-pagination="False"> Il gruppo che progetta la rivoluzione e fa proselitismo nelle fabbriche La rivoluzione nasce «dalla capacità della classe rivoluzionaria di compiere azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti da poter spezzare il vecchio regime». I Carc, acronimo di Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, sognano ancora di poter guidare una rivoluzione proletaria. Sul loro nuovissimo sito web, questo, nel 2023, è ancora il loro slogan. La fondazione avviene nel 1993 durante un convegno a Viareggio organizzato da alcuni irriducibili dell’ultrasinistra impegnati nel coordinamento nazionale dei Comitati contro la repressione, organizzazione nata per sostenere i «rivoluzionari comunisti» detenuti nelle carceri. Dietro alle campagne di solidarietà a favore dei prigionieri e alla fondazione dei Carc c’è Giuseppe Maj (classe 1939), ingegnere chimico con la passione per il giornalismo, già fondatore del centro di documentazione Filo rosso e direttore di Rivoluzione proletaria, organo del Comitato centrale del partito rivoluzionario marxista-leninista d’Italia, finito in manette per la prima volta l’8 febbraio 1985 con l’accusa di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata, nell’ambito di una vasta operazione di polizia. I Carc puntano a «dare vita a una nuova compagine politica, capace di svolgere un ruolo di avanguardia nelle masse proletarie». Le linee strategiche sono contenute in un opuscolo ideologico intitolato Progetto di manifesto programma del Nuovo partito comunista Italiano. Sul sito spiegano che Maj «passa nella clandestinità e si dedica alla costruzione della Commissione preparatoria del congresso di fondazione del nuovo Pci». Le ambizioni dei Carc vengono fiaccate da alcune operazioni di polizia (anche se loro giurano di esserne «usciti rafforzati» grazie alla capacità di «resistenza» mostrata) e da due scissioni, una del 1997 e una del 1999, quando alcuni gruppi di minoranza vengono accusati «movimentismo e tendenze anarchiche» e di deviazione dalla linea dell’organizzazione. Nel 2001 quel che resta dei Carc ci riprova e si dedica alla costruzione del Fronte per la ricostruzione del Partito comunista. E sebbene abbiano in mente di partecipare alle elezioni di quell’anno con l’obiettivo di sfruttare la campagna elettorale per fare propaganda rivoluzionaria tra le masse, non riescono a depositare le liste. Ma intanto sono andati avanti con piattaforme programmatiche e manifestazioni di piazza. Finché il 23 giugno 2003 Maj e Giuseppe Czeppel, tra i fondatori dei Carc, vengono arrestati a Parigi. Si indaga per associazione sovversiva e vengono effettuate decine di perquisizioni contro i militanti dei Carc. Sono gli anni effervescenti della caccia agli assassini dei giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi e ai fiancheggiatori delle nuove Br. Secondo i Carc l’azione giudiziaria gli avrebbe permesso di passare «da accusati ad accusatori», grazie a «una campagna che non solo» avrebbe avuto «un enorme rilevanza sul territorio italiano», ma anche su quello francese. Nel 2004 inaugurano una «scuola politica», che chiamano «Università popolare», con l’obiettivo di formare i futuri quadri e dirigenti del partito. Alle politiche del 2013, non riuscendo a creare proprie liste, si schierano con il Movimento 5 stelle. Delusi anche dai pentastellati, rivedono la strategia e, puntualizzano sul loro sito, mettono «al centro l’intervento nelle aziende pubbliche e private, nelle scuole medie superiori e università, sui territori e nei quartieri con l’obiettivo di creare, moltiplicare e coordinare le organizzazioni operaie e popolari». Si introducono nelle fabbriche in difficoltà e negli istituti scolastici, dove fanno gli arruffapopoli. Ma continuano a entrare anche nelle aule di giustizia. Nel 2020 il governatore della Lombardia Attilio Fontana finisce nel mirino per la gestione della pandemia. L’8 settembre un gruppo di attivisti Carc viene denunciato dalla Digos per aver esposto un cartello con la scritta «Fontana assassino» davanti al Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale lombardo. Il governatore per le minacce di morte girate sui social (per gli investigatori riconducibili proprio ai Carc) finisce anche sotto scorta.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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