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2020-08-03
Pure la Francia è piena di inchieste a orologeria. In questo siamo cugini
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Sentenza di condanna per Silvio Berlusconi, chat dell'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, dichiarazioni di alcuni giudici sul processo a Matteo Salvini sugli sbarchi dei migranti. I lettori della Verità conoscono queste vicende perché il nostro quotidiano se n'è occupato a più riprese. Si tratta di fatti che contribuiscono ad alimentare i dubbi sull'indipendenza della giustizia in Italia. Fortunatamente questa macchina funziona anche grazie a tantissimi magistrati e funzionari che lavorano onestamente e che, in alcuni casi, vivono sotto il peso di minacce, semplicemente perché svolgono il proprio dovere. Quando dei dossier come questi vengono portati a conoscenza dell'opinione pubblica si riaprono i dibattiti sulla riforma della giustizia, la separazione delle carriere dei magistrati, l'indipendenza dei giudici e altri temi legati all'applicazione delle leggi in Italia.
Ma le criticità presenti nel sistema giudiziario non sono una specificità tutta italiana. Anche in Francia le polemiche sull'indipendenza della magistratura vengono periodicamente ravvivate dai fatti di cronaca.
Per esempio, tra giugno e luglio di quest'anno le rivelazioni di alcuni magistrati, già competenti su vicende giudiziarie che hanno cambiato il corso della politica transalpina, hanno scatenato un putiferio. Tra le vicende al centro di queste polemiche c'è l'inchiesta per impieghi fittizi a carico dell'ex primo ministro francese François Fillon. Il procedimento è stato aperto nel 2017 quando Fillon era candidato (in vantaggio) alla presidenza della Repubblica. Un'altra vicenda riguarda invece l'ex capo di Stato francese, Nicolas Sarkozy, che alcuni magistrati avrebbero voluto condannare a tutti i costi, anche a costo di scatenare una sorta di caccia all'uomo tra alcuni dei più famosi avvocati parigini.
Le polemiche sulla giustizia non sono dunque rare anche dall'altra parte delle Alpi. Nel 2013 la creazione della Parquet National Financier (la Procura Nazionale Finanziaria, ndr) era stata pesantemente criticata perché. Secondo vari osservatori del mondo giudiziario, questa nuova istituzione nasceva da dei buoni propositi ma portava in sé vari vulnus, in particolare in materia di difesa. Questa struttura era stata fortemente voluta dal presidente di allora, François Hollande, dopo lo scandalo che aveva coinvolto il suo ministro del bilancio, Jérôme Cahuzac. L'ex membro del governo transalpino aveva prima negato e poi ammesso di possedere di conti in Svizzera.
Allo stesso anno risale anche scandalo del «muro dei pirla» scoperto nella sede del sindacato della magistratura. Nonostante siano passati sette anni da quel fulmine che ha colpito la categoria dei giudici transalpini, della vicenda si parla ancora regolarmente perché è sintomatica della visione politica che hanno alcuni magistrati francesi delle proprie funzioni.
Una giustizia a orologeria per François Fillon?
All'inizio del 2017 l'attenzione dell'opinione pubblica transalpina era tutta concentrata sulle elezioni presidenziali con le quali, nel successivo mese di maggio, i francesi avrebbero scelto il loro nuovo capo di Stato. In quel periodo il favorito dei sondaggi era François Fillon. Grazie alla vittoria alle primarie del centrodestra l'ex primo ministro aveva un netto vantaggio sui propri concorrenti: Marine Le Pen, Jean-Luc Mélenchon, Benoit Hamon e, soprattutto, su Emmanuel Macron.
Tutto sembrava filare liscio come l'olio per l'ex capo dell'esecutivo di Parigi finché, il 25 gennaio, il settimanale satirico Le Canard Enchainé non ha pubblicato un articolo nel quale si diceva che Penelope Fillon, la moglie dell'ex primo ministro, e l'ex supplente in parlamento Marc Joulaud, sarebbero stati impiegati per anni, in maniera fittizia, dal candidato presidente come assistenti parlamentari. Era l'inizio del Penelope gate.
Il giorno stesso, con insolita rapidità, la Procura Nazionale Finanziaria (Pnf) ha aperto un'inchiesta preliminare con l'accusa di appropriazione indebita di fondi pubblici, uso improprio di beni aziendali e occultamento di tali comportamenti contestati. Il primo febbraio dello stesso anno il settimanale satirico ha scritto che anche i figli dell'ex primo ministro - Charles e Marie Fillon - sarebbero stati impiegati fittiziamente come collaboratori parlamentari. Il tutto, secondo il giornale, sarebbe costato più diverse centinaia di migliaia di euro. Va detto che la pratica contestata all'ex premier francese era estremamente diffusa tra i parlamentari di tutti gli schieramenti politici.
Dopo una prima intervista al tg di TF1, il 17 febbraio 2017, Fillon ha preso la parola per denunciare un «colpo di Stato istituzionale» e comunicare l'intenzione di non ritirarsi dalla corsa per l'Eliseo. Il 14 marzo l'ex capo dell'esecutivo francese veniva ufficialmente indagato per appropriazione indebita di fondi pubblici.
Il 23 aprile 2017 si tenne il primo turno delle elezioni presidenziali. François Fillon arrivò terzo, con il 20,01% dei voti. Davanti a lui: Marine Le Pen (21,30%) e Emmanuel Macron (24,01%). Il resto della storia è nota. All'Eliseo finirà l'ex ministro di François Hollande mentre la carriera del candidato del centro-destra sarà definitivamente conclusa.
A tre anni di distanza - giusto qualche giorno prima dell'inizio del lockdown francese dovuto al Covid-19 - si è aperto il processo contro i coniugi Fillon e l'ex supplente. La Procura Nazionale Finanziaria ha chiesto l'arresto e la pena dell'ineleggibilità per l'ex premier. Il 29 giugno di quest'anno è arrivata la sentenza di primo grado. I tre imputati sono stati giudicati colpevoli e condannati a varie pene. François Fillon, in particolare, è stato condannato a cinque anni di carcere, di cui due con la condizionale, a pagare un'ammenda di 375.000 euro e all'ineleggibilità per dieci anni. I tre hanno fatto appello.
Raccontare i principali passaggi del processo contro l'ex capo dell'esecutivo francese è importante per capire le conseguenze che hanno avuto le dichiarazioni rilasciate il 10 giugno scorso da Eliane Houlette, magistrato in pensione ed ex dirigente della Pnf. In quella data, davanti alla commissione d'inchiesta parlamentare dedicata all'indipendenza della giustizia, il magistrato ha dichiarato di aver subito delle pressioni nel procedimento a carico dell'ex premier. Tali pressioni sarebbero state esercitate dai superiori del giudice Houlette, in particolare dal procuratore generale presso la Corte d'Appello, Catherine Melet-Champrenault.
Anche quest'ultima è stata sentita dalla commissione dell'Assemblea Nazionale. Durante il suo passaggio davanti ai deputati, il magistrato ha detto che aveva chiesto alla Pnf solo «quattro richieste di informazione» sul procedimento contro i Fillon. Inoltre, Melet-Champrenault ha spiegato che dalla Pnf erano risalite più informazioni «spontaneamente» rispetto alle «domande della procura generale». Pochi giorni dopo il passaggio in commissione, Houlette ha fatto un mezzo passo indietro e ha cercato di spegnere l'incendio.
Tuttavia, poco più di un mese dopo queste dichiarazioni, l'ex magistrato della Pnf ha fatto un'altra uscita bomba. Questa volta davanti al Consiglio Superiore della Magistratura d'Oltralpe.Come rivelato ancora dal Canard Enchainé, Eliane Houlette ha dichiarato al Csm di Parigi che «su domanda esplicita della procura generale», sarebbero stati inviati a quest'ultima «17 rapporti via posta elettronica e le sintesi di audizioni». Inoltre, ha aggiunto la giudice in pensione, «a questi scambi via posta elettronica si aggiungevano delle domande orali e le riunioni settimanali con il procuratore generale, dedicati essenzialmente a questa procedura».
Come detto, i coniugi Fillon hanno fatto appello al giudizio di primo grado. Non è da escludere che prossime fasi del processo possano riservare nuovi colpi di scena.
Nicolas Sarkozy, l'uomo da abbattere
Nicolas Sarkozy si è trovato in una situazione simile a quella in cui è finito il suo ex primo ministro François Fillon. In questo caso però non si parla di un presunto uso improprio di fondi pubblici o privati. Qui si sospetta che numerosi avvocati di grido del foro parigino siano stati intercettati a causa di un loro legame più o meno forte con Thierry Herzog, legale dell'ex presidente francese. La vicenda è complessa e inizia nel 2014.
In quell'anno, temendo di essere oggetto di intercettazioni insieme al suo cliente, l'avvocato Herzog apre una linea telefonica cellulare intestandola a un certo Paul Bismuth. Un nome rivelatosi poi di fantasia. Secondo varie ricostruzioni fornite dalla stampa francese i due, senza sapere di essere intercettati, usano l'utenza intestata al nome fasullo per parlare delle indagini legate all'affaire Liliane Bettencourt (ex erede dell'impero l'Oréal, deceduta nel 2017, ndr) che aveva coinvolto anche Eric Woerth, ex ministro di Fillon. L'ereditiera e l'ex ministro sono stati poi scagionati. Nicolas Sarkozy e il suo legale si parlano anche di una presunta soffiata sul dossier Bettencourt che sarebbe arrivata loro grazie a un giudice della cassazione francese Gilbert Azibert. Tale soffiata riguardava delle possibili intercettazioni a loro carico. Azibert sarebbe stato interessato a un incarico di prestigio a Monaco per il quale Sarkozy avrebbe dovuto mettere una buona parola per ringraziarlo della soffiata. Alla fine però la raccomandazione non arrivò forse perché Sarkozy temeva di essere stato intercettato.
Questo cambio di decisione da parte dell'ex capo di Stato francese avrebbe indotto i magistrati della Procura nazionale finanziaria (Pnf), a fare di tutto per scoprire se Sarkozy avesse ricevuto un'informazione riservata. Come rivelato da una lunga inchiesta pubblicata dal settimanale Le Point, i magistrati della Pnf avrebbero dunque fatto intercettare, e in certi casi addirittura geolocalizzare, alcuni dei più famosi avvocati del foro parigino. Tra questi ci sarebbe stato anche Eric Dupond-Moretti, diventato all'inizio di questo mese ministro della giustizia del governo guidato da Jean Castex. Secondo il settimanale, alla Pnf sarebbero arrivati a spulciare i dettagli delle bollette telefoniche degli avvocati. Il tutto era volto a cercare di capire se uno dei principi del foro avesse ricevuto delle soffiate da parte di qualche magistrato e le avesse trasmesse al duo Sarkozy-Hertzog. Il tutto avvenuto con buona pace per il diritto alla privacy personale e per il segreto professionale dei legali. Le intercettazioni e il passaggio al setaccio delle bollette hanno portato ad un nulla di fatto. Le indagini, sempre secondo Le Point, si sono concluse alla fine dello scorso anno. Il problema è che per tuttio questo tempo nessuno ha informato Sarkozy e il suo avvocato dell'esistenza di questa inchiesta. Si tratta di un dettaglio non di poco conto, visto che nel frattempo, per l'ex capo di Stato francese si stava preparando un processo per corruzione in merito alla vicenda di Azibert. Tale processo è fissato per il prossimo mese di novembre.
Molti degli avvocati intercettati pensano di fare causa allo Stato. Inoltre, il primo luglio scorso, poco prima dell'uscita di scena del governo guidato da Edouard Philippe, l'allora ministro della giustizia, Nicole Belloubet, ha annunciato l'avvio di un'ispezione alla Pnf.
Il «muro dei pirla» costruito dai giudici
Che i rapporti tra il sindacato della magistratura francese e la destra transalpina non fossero idilliaci non era un mistero per nessuno. Ma nel 2013 è arrivata la «prova provata» di questo rapporto conflittuale, per dirla con un eufemismo.
Clément Weill-Raynal(*), un giornalista del canale pubblico France 3, ha girato di nascosto un video all'interno di un ufficio del sindacato della magistratura. Il contenuto è stato pubblicato dal media di destra Atlantico.fr. Nel video si vedeva un muro dell'ufficio sindacale ricoperto di fotografie di vari esponenti politici, a queste si aggiungevano quelle di alcuni giornalisti e personaggi del mondo dello spettacolo. Sopra questa galleria di ritratti campeggiava la scritta «il muro dei coglioni». La maggior parte delle personalità appiccicate al muro erano, manco a dirlo, di destra o simpatizzanti di questa area politica. Tra questi, si ricordano: Nicolas Sarkozy, accompagnato da una buona parte degli ex membri della sua maggioranza che ha retto il Paese fino al 2012, Christine Boutin, all'epoca presidente del Partito Cristiano-Democratico transalpino, Nicolas Dupont-Aignan, leader del partito sovranista Debout La France. A onor del vero, tra i ritratti c'erano anche quelli dell'allora ministro dell'interno Manuel Valls che, all'epoca, era socialista e poi è diventato macronista, nonché quello di Jacques Attali. Tra i personaggi fotografati c'era il polemista Eric Zemmour ma anche il padre di una giovane che nel 1979 era stata violentata e assassinata.
La scoperta aveva provocato delle vive polemiche sulla faziosità dei magistrati. Molti degli affissi avevano protestato vivamente. L'autore del video era stato sospeso temporaneamente dalla propria azienda e l'allora ministro della giustizia Christiane Taubira - la “madre" della legge che ha introdotti in Francia il matrimonio tra persone dello stesso sesso - aveva reagito piccata. L'esponente del governo si era detta «costernata» di fronte a un comportamento definito «per lo meno fuori luogo da parte di una organizzazione sindacale dei magistrati». Poi aveva girato il dossier al Consiglio Superiore della Magistratura d'Oltralpe che, però, non si era voluto pronunciare, in quanto considerava la vicenda al di fuori dalle proprie competenze.
Poi, con estrema lentezza, la giustizia ha fatto il suo corso per arrivare al 31 gennaio 2019, quando il tribunale ha emesso una sentenza di condanna contro Françoise Martres che all'epoca della scoperta del muro era presidente del sindacato della magistratura. Per la verità la pena comminata è stata molto blanda. I giudici hanno condannato la loro collega a pagare un'ammenda da 500 euro oltre a 5.000 euro di danni e interessi a una delle persone incollate sul muro. Tutti gli altri ricorsi presentati dalle personalità sul muro, sono stati respinti.
(*) Clément Weill-Raynaln è l'autore del libro Le Fusillé du mur des cons (Edizioni Plon - non tradotto in italiano)
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La Procura nazionale finanziaria di Parigi è stata al centro di numerose polemiche. Dal 2019 è stata avviata dall'allora ministro della giustizia, Nicole Belloubet, un'ispezione alla Pnf. Ancora in corso.All'inizio del 2017 l'attenzione dell'opinione pubblica transalpina era tutta concentrata sulle elezioni presidenziali con le quali, nel successivo mese di maggio, i francesi avrebbero scelto il loro nuovo capo di Stato. In quel periodo il favorito dei sondaggi era François Fillon. Poi scoppia il Penelope gate e addio vittoria.Nicolas Sarkozy si è trovato in una situazione simile a quella in cui è finito il suo ex primo ministro. In questo caso però non si parla di un presunto uso improprio di fondi pubblici o privati. Qui si è sospettato che numerosi avvocati di grido del foro parigino siano stati intercettati, a causa di un loro legame più o meno forte con Thierry Herzog, legale dell'ex presidente francese. Nel 2013 dentro una sede del sindacato dei magistrati viene scoperto un muro ricoperto di fotografie di vari esponenti politici, a queste si aggiungevano quelle di alcuni giornalisti e personaggi del mondo dello spettacolo. Sopra questa galleria di ritratti campeggiava la scritta «il muro dei pirla».Lo speciale contiene quattro articoli.Sentenza di condanna per Silvio Berlusconi, chat dell'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, dichiarazioni di alcuni giudici sul processo a Matteo Salvini sugli sbarchi dei migranti. I lettori della Verità conoscono queste vicende perché il nostro quotidiano se n'è occupato a più riprese. Si tratta di fatti che contribuiscono ad alimentare i dubbi sull'indipendenza della giustizia in Italia. Fortunatamente questa macchina funziona anche grazie a tantissimi magistrati e funzionari che lavorano onestamente e che, in alcuni casi, vivono sotto il peso di minacce, semplicemente perché svolgono il proprio dovere. Quando dei dossier come questi vengono portati a conoscenza dell'opinione pubblica si riaprono i dibattiti sulla riforma della giustizia, la separazione delle carriere dei magistrati, l'indipendenza dei giudici e altri temi legati all'applicazione delle leggi in Italia.Ma le criticità presenti nel sistema giudiziario non sono una specificità tutta italiana. Anche in Francia le polemiche sull'indipendenza della magistratura vengono periodicamente ravvivate dai fatti di cronaca. Per esempio, tra giugno e luglio di quest'anno le rivelazioni di alcuni magistrati, già competenti su vicende giudiziarie che hanno cambiato il corso della politica transalpina, hanno scatenato un putiferio. Tra le vicende al centro di queste polemiche c'è l'inchiesta per impieghi fittizi a carico dell'ex primo ministro francese François Fillon. Il procedimento è stato aperto nel 2017 quando Fillon era candidato (in vantaggio) alla presidenza della Repubblica. Un'altra vicenda riguarda invece l'ex capo di Stato francese, Nicolas Sarkozy, che alcuni magistrati avrebbero voluto condannare a tutti i costi, anche a costo di scatenare una sorta di caccia all'uomo tra alcuni dei più famosi avvocati parigini.Le polemiche sulla giustizia non sono dunque rare anche dall'altra parte delle Alpi. Nel 2013 la creazione della Parquet National Financier (la Procura Nazionale Finanziaria, ndr) era stata pesantemente criticata perché. Secondo vari osservatori del mondo giudiziario, questa nuova istituzione nasceva da dei buoni propositi ma portava in sé vari vulnus, in particolare in materia di difesa. Questa struttura era stata fortemente voluta dal presidente di allora, François Hollande, dopo lo scandalo che aveva coinvolto il suo ministro del bilancio, Jérôme Cahuzac. L'ex membro del governo transalpino aveva prima negato e poi ammesso di possedere di conti in Svizzera. Allo stesso anno risale anche scandalo del «muro dei pirla» scoperto nella sede del sindacato della magistratura. Nonostante siano passati sette anni da quel fulmine che ha colpito la categoria dei giudici transalpini, della vicenda si parla ancora regolarmente perché è sintomatica della visione politica che hanno alcuni magistrati francesi delle proprie funzioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giustizia-politicizzata-in-francia-2646862904.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-giustizia-a-orologeria-per-francois-fillon" data-post-id="2646862904" data-published-at="1596372768" data-use-pagination="False"> Una giustizia a orologeria per François Fillon? All'inizio del 2017 l'attenzione dell'opinione pubblica transalpina era tutta concentrata sulle elezioni presidenziali con le quali, nel successivo mese di maggio, i francesi avrebbero scelto il loro nuovo capo di Stato. In quel periodo il favorito dei sondaggi era François Fillon. Grazie alla vittoria alle primarie del centrodestra l'ex primo ministro aveva un netto vantaggio sui propri concorrenti: Marine Le Pen, Jean-Luc Mélenchon, Benoit Hamon e, soprattutto, su Emmanuel Macron.Tutto sembrava filare liscio come l'olio per l'ex capo dell'esecutivo di Parigi finché, il 25 gennaio, il settimanale satirico Le Canard Enchainé non ha pubblicato un articolo nel quale si diceva che Penelope Fillon, la moglie dell'ex primo ministro, e l'ex supplente in parlamento Marc Joulaud, sarebbero stati impiegati per anni, in maniera fittizia, dal candidato presidente come assistenti parlamentari. Era l'inizio del Penelope gate.Il giorno stesso, con insolita rapidità, la Procura Nazionale Finanziaria (Pnf) ha aperto un'inchiesta preliminare con l'accusa di appropriazione indebita di fondi pubblici, uso improprio di beni aziendali e occultamento di tali comportamenti contestati. Il primo febbraio dello stesso anno il settimanale satirico ha scritto che anche i figli dell'ex primo ministro - Charles e Marie Fillon - sarebbero stati impiegati fittiziamente come collaboratori parlamentari. Il tutto, secondo il giornale, sarebbe costato più diverse centinaia di migliaia di euro. Va detto che la pratica contestata all'ex premier francese era estremamente diffusa tra i parlamentari di tutti gli schieramenti politici.Dopo una prima intervista al tg di TF1, il 17 febbraio 2017, Fillon ha preso la parola per denunciare un «colpo di Stato istituzionale» e comunicare l'intenzione di non ritirarsi dalla corsa per l'Eliseo. Il 14 marzo l'ex capo dell'esecutivo francese veniva ufficialmente indagato per appropriazione indebita di fondi pubblici.Il 23 aprile 2017 si tenne il primo turno delle elezioni presidenziali. François Fillon arrivò terzo, con il 20,01% dei voti. Davanti a lui: Marine Le Pen (21,30%) e Emmanuel Macron (24,01%). Il resto della storia è nota. All'Eliseo finirà l'ex ministro di François Hollande mentre la carriera del candidato del centro-destra sarà definitivamente conclusa.A tre anni di distanza - giusto qualche giorno prima dell'inizio del lockdown francese dovuto al Covid-19 - si è aperto il processo contro i coniugi Fillon e l'ex supplente. La Procura Nazionale Finanziaria ha chiesto l'arresto e la pena dell'ineleggibilità per l'ex premier. Il 29 giugno di quest'anno è arrivata la sentenza di primo grado. I tre imputati sono stati giudicati colpevoli e condannati a varie pene. François Fillon, in particolare, è stato condannato a cinque anni di carcere, di cui due con la condizionale, a pagare un'ammenda di 375.000 euro e all'ineleggibilità per dieci anni. I tre hanno fatto appello. Raccontare i principali passaggi del processo contro l'ex capo dell'esecutivo francese è importante per capire le conseguenze che hanno avuto le dichiarazioni rilasciate il 10 giugno scorso da Eliane Houlette, magistrato in pensione ed ex dirigente della Pnf. In quella data, davanti alla commissione d'inchiesta parlamentare dedicata all'indipendenza della giustizia, il magistrato ha dichiarato di aver subito delle pressioni nel procedimento a carico dell'ex premier. Tali pressioni sarebbero state esercitate dai superiori del giudice Houlette, in particolare dal procuratore generale presso la Corte d'Appello, Catherine Melet-Champrenault. Anche quest'ultima è stata sentita dalla commissione dell'Assemblea Nazionale. Durante il suo passaggio davanti ai deputati, il magistrato ha detto che aveva chiesto alla Pnf solo «quattro richieste di informazione» sul procedimento contro i Fillon. Inoltre, Melet-Champrenault ha spiegato che dalla Pnf erano risalite più informazioni «spontaneamente» rispetto alle «domande della procura generale». Pochi giorni dopo il passaggio in commissione, Houlette ha fatto un mezzo passo indietro e ha cercato di spegnere l'incendio.Tuttavia, poco più di un mese dopo queste dichiarazioni, l'ex magistrato della Pnf ha fatto un'altra uscita bomba. Questa volta davanti al Consiglio Superiore della Magistratura d'Oltralpe.Come rivelato ancora dal Canard Enchainé, Eliane Houlette ha dichiarato al Csm di Parigi che «su domanda esplicita della procura generale», sarebbero stati inviati a quest'ultima «17 rapporti via posta elettronica e le sintesi di audizioni». Inoltre, ha aggiunto la giudice in pensione, «a questi scambi via posta elettronica si aggiungevano delle domande orali e le riunioni settimanali con il procuratore generale, dedicati essenzialmente a questa procedura». Come detto, i coniugi Fillon hanno fatto appello al giudizio di primo grado. Non è da escludere che prossime fasi del processo possano riservare nuovi colpi di scena. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giustizia-politicizzata-in-francia-2646862904.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nicolas-sarkozy-l-uomo-da-abbattere" data-post-id="2646862904" data-published-at="1596372768" data-use-pagination="False"> Nicolas Sarkozy, l'uomo da abbattere Nicolas Sarkozy si è trovato in una situazione simile a quella in cui è finito il suo ex primo ministro François Fillon. In questo caso però non si parla di un presunto uso improprio di fondi pubblici o privati. Qui si sospetta che numerosi avvocati di grido del foro parigino siano stati intercettati a causa di un loro legame più o meno forte con Thierry Herzog, legale dell'ex presidente francese. La vicenda è complessa e inizia nel 2014.In quell'anno, temendo di essere oggetto di intercettazioni insieme al suo cliente, l'avvocato Herzog apre una linea telefonica cellulare intestandola a un certo Paul Bismuth. Un nome rivelatosi poi di fantasia. Secondo varie ricostruzioni fornite dalla stampa francese i due, senza sapere di essere intercettati, usano l'utenza intestata al nome fasullo per parlare delle indagini legate all'affaire Liliane Bettencourt (ex erede dell'impero l'Oréal, deceduta nel 2017, ndr) che aveva coinvolto anche Eric Woerth, ex ministro di Fillon. L'ereditiera e l'ex ministro sono stati poi scagionati. Nicolas Sarkozy e il suo legale si parlano anche di una presunta soffiata sul dossier Bettencourt che sarebbe arrivata loro grazie a un giudice della cassazione francese Gilbert Azibert. Tale soffiata riguardava delle possibili intercettazioni a loro carico. Azibert sarebbe stato interessato a un incarico di prestigio a Monaco per il quale Sarkozy avrebbe dovuto mettere una buona parola per ringraziarlo della soffiata. Alla fine però la raccomandazione non arrivò forse perché Sarkozy temeva di essere stato intercettato.Questo cambio di decisione da parte dell'ex capo di Stato francese avrebbe indotto i magistrati della Procura nazionale finanziaria (Pnf), a fare di tutto per scoprire se Sarkozy avesse ricevuto un'informazione riservata. Come rivelato da una lunga inchiesta pubblicata dal settimanale Le Point, i magistrati della Pnf avrebbero dunque fatto intercettare, e in certi casi addirittura geolocalizzare, alcuni dei più famosi avvocati del foro parigino. Tra questi ci sarebbe stato anche Eric Dupond-Moretti, diventato all'inizio di questo mese ministro della giustizia del governo guidato da Jean Castex. Secondo il settimanale, alla Pnf sarebbero arrivati a spulciare i dettagli delle bollette telefoniche degli avvocati. Il tutto era volto a cercare di capire se uno dei principi del foro avesse ricevuto delle soffiate da parte di qualche magistrato e le avesse trasmesse al duo Sarkozy-Hertzog. Il tutto avvenuto con buona pace per il diritto alla privacy personale e per il segreto professionale dei legali. Le intercettazioni e il passaggio al setaccio delle bollette hanno portato ad un nulla di fatto. Le indagini, sempre secondo Le Point, si sono concluse alla fine dello scorso anno. Il problema è che per tuttio questo tempo nessuno ha informato Sarkozy e il suo avvocato dell'esistenza di questa inchiesta. Si tratta di un dettaglio non di poco conto, visto che nel frattempo, per l'ex capo di Stato francese si stava preparando un processo per corruzione in merito alla vicenda di Azibert. Tale processo è fissato per il prossimo mese di novembre. Molti degli avvocati intercettati pensano di fare causa allo Stato. Inoltre, il primo luglio scorso, poco prima dell'uscita di scena del governo guidato da Edouard Philippe, l'allora ministro della giustizia, Nicole Belloubet, ha annunciato l'avvio di un'ispezione alla Pnf. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giustizia-politicizzata-in-francia-2646862904.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-muro-dei-pirla-costruito-dai-giudici" data-post-id="2646862904" data-published-at="1596372768" data-use-pagination="False"> Il «muro dei pirla» costruito dai giudici Che i rapporti tra il sindacato della magistratura francese e la destra transalpina non fossero idilliaci non era un mistero per nessuno. Ma nel 2013 è arrivata la «prova provata» di questo rapporto conflittuale, per dirla con un eufemismo. Clément Weill-Raynal(*), un giornalista del canale pubblico France 3, ha girato di nascosto un video all'interno di un ufficio del sindacato della magistratura. Il contenuto è stato pubblicato dal media di destra Atlantico.fr. Nel video si vedeva un muro dell'ufficio sindacale ricoperto di fotografie di vari esponenti politici, a queste si aggiungevano quelle di alcuni giornalisti e personaggi del mondo dello spettacolo. Sopra questa galleria di ritratti campeggiava la scritta «il muro dei coglioni». La maggior parte delle personalità appiccicate al muro erano, manco a dirlo, di destra o simpatizzanti di questa area politica. Tra questi, si ricordano: Nicolas Sarkozy, accompagnato da una buona parte degli ex membri della sua maggioranza che ha retto il Paese fino al 2012, Christine Boutin, all'epoca presidente del Partito Cristiano-Democratico transalpino, Nicolas Dupont-Aignan, leader del partito sovranista Debout La France. A onor del vero, tra i ritratti c'erano anche quelli dell'allora ministro dell'interno Manuel Valls che, all'epoca, era socialista e poi è diventato macronista, nonché quello di Jacques Attali. Tra i personaggi fotografati c'era il polemista Eric Zemmour ma anche il padre di una giovane che nel 1979 era stata violentata e assassinata.La scoperta aveva provocato delle vive polemiche sulla faziosità dei magistrati. Molti degli affissi avevano protestato vivamente. L'autore del video era stato sospeso temporaneamente dalla propria azienda e l'allora ministro della giustizia Christiane Taubira - la “madre" della legge che ha introdotti in Francia il matrimonio tra persone dello stesso sesso - aveva reagito piccata. L'esponente del governo si era detta «costernata» di fronte a un comportamento definito «per lo meno fuori luogo da parte di una organizzazione sindacale dei magistrati». Poi aveva girato il dossier al Consiglio Superiore della Magistratura d'Oltralpe che, però, non si era voluto pronunciare, in quanto considerava la vicenda al di fuori dalle proprie competenze. Poi, con estrema lentezza, la giustizia ha fatto il suo corso per arrivare al 31 gennaio 2019, quando il tribunale ha emesso una sentenza di condanna contro Françoise Martres che all'epoca della scoperta del muro era presidente del sindacato della magistratura. Per la verità la pena comminata è stata molto blanda. I giudici hanno condannato la loro collega a pagare un'ammenda da 500 euro oltre a 5.000 euro di danni e interessi a una delle persone incollate sul muro. Tutti gli altri ricorsi presentati dalle personalità sul muro, sono stati respinti.(*) Clément Weill-Raynaln è l'autore del libro Le Fusillé du mur des cons (Edizioni Plon - non tradotto in italiano)
Ursula von der Leyen (Ansa)
Se la prendono comoda. Al centro del dibattito, il controverso meccanismo con cui vien determinato il prezzo dell’elettricità. Il sistema oggi in vigore prevede che i produttori di energia vengano chiamati a immettere elettricità nella rete in base al costo di produzione dal più basso al più alto. Il prezzo finale per tutti è dato dall’ultimo impianto necessario a soddisfare la domanda. Questo è spesso una centrale a gas con il risultato che anche l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili, finisce per essere pagata con prezzi più alti.
I gruppi dell’industria energivora sostengono che l’attuale sistema non è più adatto a rispondere a una crisi innescata dai combustibili fossili. Posizione non condivisa dai produttori di energia che invece sono contrari a una riforma del mercato. Una delle opzioni sul tavolo del Consiglio europeo è di separare il prezzo dell’elettricità da quello del gas. Allo stesso modo circola l’opzione di sospendere o modificare profondamente l’Ets, ovvero il sistema di scambio di quote di emissioni di Co2 in vigore in Europa, rendendo più economico per le aziende elettriche e per l’industria, emettere gas. Una soluzione che consentirebbe di contenere gli incrementi delle bollette. Il governo italiano ha chiesto esplicitamente che il meccanismo venga congelato fino all’attuazione delle riforme e nel frattempo ha varato con il decreto Bollette, un provvedimento che mira ad azzerare i costi del carbonio. E punta ad andare fino in fondo anche da sola.
Prima dell’attacco in Iran la Commissione aveva prospettato una revisione del meccanismo Ets nel terzo trimestre dell’anno ma è evidente che la crisi geopolitica non può non modificare l’agenda anche se fino ad ora Bruxelles non ha brillato per decisioni veloci. Il timore è di uno scontro con i Paesi concentrati a cambiare il meccanismo di determinazione dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità. I ministri dell’energia di Danimarca, Finlandia, Lettonia, Lussemburgo, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia e Belgio avrebbero scritto, il 5 marzo, una lettera in tal senso alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Questa posizione contrasta con i Paesi a forte vocazione industriale come Germania, Francia e Italia. Al prossimo Consiglio Ue, ha detto la premier Giorgia Meloni, «proporremo la sospensione dell’Ets. Il problema che noi continuiamo a porre è che oggi si tiene conto anche degli Ets per determinare il prezzo di tutte le forme di energia anche di quelle che non sono inquinanti anche delle rinnovabili e questa cosa secondo noi non ha senso. Chiediamo da sempre di scorporare il costo degli Ets dalla determinazione del prezzo dell’energia rinnovabile, dell’idroelettrico e solare per abbassare i costi». A questo punto, sulla base della lettera dei Paesi che tifano per lasciare tutto così com’è, si preannuncia un Consiglio agitato, dove si misurerà la capacità dell’Europa di reagire in tempi utili ad una crisi che rischia di essere di grande impatto.
Sul tema è molto impegnato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini che ha lanciato un appello alle istituzioni europee e al governo italiano perché intervengano rapidamente sulla speculazione in atto sui rezzi dell’energia e rivedano il sistema Ets. Secondo Orsini «l’Europa rischia di compromettere la competitività della propria industria se non affronta con decisione l’aumento dei costi energetici».
Sulla stessa linea il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi: «È necessario valutare con attenzione l’impatto del sistema Ets. Per una Paese come l’Italia, dove il prezzo dell’elettricità è fortemente influenzato dal costo del gas, una sospensione temporanea dell’Ets contribuirebbe a ridurre il prezzo dell’energia anche di 25 euro al MgW in attesa di una revisione strutturale del meccanismo a livello europeo».
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Vladimir Putin (Ansa)
Il petrolio accelera, e i trader guardano i grafici con la sensazione che qualcuno dovrebbe chiamare i pompieri.
Così mentre la Casa Bianca cerca di raffreddare il mercato, il barile prende supera quota 94 dollari. In una sola seduta è balzato di oltre il 10%. Panico. È in questo clima che Donald Trump decide di giocare la sua carta geopolitica: concede all’India (dopo la Germania) una deroga di trenta giorni per continuare ad acquistare greggio da Mosca. Sembra un paradosso diplomatico: gli Stati Uniti sanzionano il petrolio russo, ma allo stesso tempo autorizzano uno dei più grandi raffinatori del mondo a comprarlo. Il motivo è semplice e molto poco ideologico. Il prezzo del petrolio sta correndo troppo velocemente. I costi energetici iniziano a diventare un problema serio per l’economia globale. E soprattutto per gli Stati Uniti, dove il prezzo della benzina è sempre stato uno dei termometri più sensibili della politica interna. Da qui la scelta di aprire una finestra sull’India. Nuova Delhi non è un cliente qualunque. È il quarto raffinatore del pianeta e uno dei principali esportatori di carburanti raffinati. In pratica, una gigantesca macchina industriale che trasforma petrolio in benzina, diesel e carburante per mezzo mondo. Negli ultimi mesi, sotto pressione americana, l’India aveva iniziato a ridurre gli acquisti di greggio russo per sostituirli con forniture provenienti dal Golfo Persico. Ma con la crisi mediorientale che minaccia proprio quelle rotte, il sistema energetico asiatico rischia di trovarsi improvvisamente scoperto. Ecco quindi la soluzione americana: trenta giorni di tolleranza per comprare petrolio russo. Per Putin una notizia tanto gradita quanto inattesa. Di colpo viene legalizzata una flotta fantasma. Petroliere con bandiere di comodo, assicurazioni difficili da tracciare e itinerari che cambiano all’ultimo momento. Secondo le stime degli analisti, circa 150 milioni di barili di petrolio russo navigano in questa zona grigia.
La deroga concessa all’India ha un effetto piuttosto immediato: quel petrolio improvvisamente trova un acquirente legittimo. Una piccola magia diplomatica che, nel tentativo di calmierare il prezzo del barile, finisce inevitabilmente per dare una mano anche al Cremlino.
La mossa americana ha anche un altro destinatario, meno visibile ma altrettanto importante: la Cina. Pechino osserva con grande attenzione tutto ciò che accade nel mercato energetico globale. E negli ultimi anni ha costruito un sistema di approvvigionamento estremamente flessibile, capace di muoversi tra sanzioni, sconti e rotte alternative. Aprire temporaneamente il mercato indiano al petrolio russo significa anche impedire che tutta quella massa di greggio finisca esclusivamente nelle raffinerie cinesi.
È una partita sottile, dove ogni barile ha un significato geopolitico. Il problema è che mentre la diplomazia prova a fare i suoi calcoli, la realtà del Medio Oriente continua a complicare il quadro. La tensione con l’Iran resta altissima. Teheran non sembra avere alcuna intenzione di sedersi al tavolo dei negoziati e il conflitto rischia di allargarsi. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche stanno alimentando un clima di incertezza che i mercati non sopportano. Il bombardamento dell’area petrolifera di Bassora è stato interpretato dagli operatori come un segnale inquietante: quando i giacimenti diventano obiettivi militari, la sicurezza energetica mondiale entra in discussione. E poi c’è la questione più delicata di tutte: lo Stretto di Hormuz. Se quel rubinetto si chiude, anche solo parzialmente, il mercato globale entra immediatamente in crisi. Le minacce iraniane e l’impennata dei premi assicurativi per le petroliere hanno già rallentato il traffico.
Gli esportatori del Golfo iniziano a preoccuparsi sul serio. Alcuni Paesi stanno già riducendo la produzione semplicemente perché non hanno più spazio dove stoccare il petrolio. È il lato meno spettacolare ma più concreto delle crisi energetiche: quando il trasporto si blocca, tutta la catena produttiva si inceppa. Le raffinerie asiatiche iniziano a prepararsi a un possibile razionamento delle forniture. La Cina ha già chiesto ai propri impianti di sospendere le esportazioni di carburanti per conservare scorte interne. Una misura prudenziale che ricorda molto da vicino le strategie adottate durante le grandi crisi petrolifere del passato. La Casa Bianca prova a rassicurare i mercati. Trump ha promesso nuovi interventi per stabilizzare il prezzo del petrolio e ridurre la pressione sulle quotazioni. Ma nello stesso messaggio ha anche ribadito che la guerra non si fermerà fino alla resa incondizionata dell’Iran. È un equilibrio curioso.
Il risultato è che il petrolio continua a salire. La deroga concessa all’India è una valvola di sfogo, non una soluzione. Serve a guadagnare tempo mentre il mercato prova a capire se lo Stretto di Hormuz tornerà operativo.
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Pedro, Pedro, Pedro. Come avrebbe detto Raffaella Carrà, sembrava tanto perbenino… E invece è un bel filone. Il premier spagnolo, il mito di Elly Schlein e della sinistra radicale italiana, continua a sbandierare la sua presunta autonomia strategica dall’America di Donald Trump. Negare l’uso delle basi in territorio iberico, ha ribadito ieri Sánchez, «è un nostro diritto in quanto Paese sovrano». È il nazionalismo che piace ai progressisti che piacciono. Ma se si gratta sotto la superficie barricadera, ecco che viene fuori la realtà che già il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, aveva indicato durante le sue comunicazioni alla Camera di giovedì: le regole sull’utilizzo delle piattaforme statunitensi sono le stesse in Italia e in Spagna, «perché il trattato è identico». E ciò che abbiamo dovuto concedere noi - il loro impiego per operazioni «non cinetiche», che non riguardano la mobilitazione di mezzi direttamente coinvolti nel conflitto in Iran - «è lo stesso uso che sta concedendo Sánchez». Madrid, anzi, potrebbe essersi spinta persino un po’ più in là.
«scalo a sigonella»
Lo ha scritto la testata El Español: «Almeno due navi e una decina di aerei sono partiti da Rota», in Andalusia, dove sorge l’hub Usa, «in direzione dell’Iran, da quando Sánchez ha posto il veto all’uso delle basi». Il quotidiano ha fornito dettagli molto precisi: l’altro ieri, «due Lockheed Martin KC-130J Super Hercules, noti per la loro capacità di rifornire sia velivoli ad ala fissa che ad ala rotante, sono partiti per il Mediterraneo orientale, una posizione strategica per sostenere l’operazione e rafforzare le difese di Israele contro una potenziale risposta iraniana. Mercoledì 4 marzo, alle 21.00, un aereo da trasporto pesante statunitense C-17° Globemaster III è partito dalla base navale di Rota. La sua destinazione? La base Nato di Sigonella, in Italia. Ha fatto scalo lì e poi ha proseguito per Camp Lemonnier a Gibuti, un piccolo paese costiero di fronte allo Yemen». Se è così, vanno riqualificate pure le affermazioni del nostro governo: ad esempio, secondo il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, le basi presenti nel nostro Paese non sono coinvolte neppure in operazioni logistiche. Ma soprattutto, la ricostruzione dell’Español smonta la prosopopea del primo ministro socialista.
È persino più imbarazzante la testimonianza del Mundo: dal 27 febbraio al 5 marzo, ha rivelato il giornale, da Rota e Morón ci sono stati «non meno di 40» voli. E almeno 24 apparecchi, dopo uno scalo in Germania o in Italia, sarebbero andati ad attaccare l’Iran, «mentre Sánchez si vantava nel “No alla guerra”».
Che i fatti siano diversi da come li racconta il prezzemolino di Pd, Avs e M5s, lo ha confermato ieri anche il sindaco di Rota, José Javier Ruiz Arana, compagno di partito del premier. In un’intervista a Canal Sur Radio, il primo cittadino ha sostenuto che nella struttura si registrano «movimenti quotidiani di aerei e navi». Egli non è in grado di affermare se il traffico sia legato alla missione in Medio Oriente, perché «non ci informano mai e tanto meno vengono informati i Comuni». Gli americani agiscono nella riservatezza e le autorità non si sognano di disturbarli. «Continuiamo a vedere ogni giorno il movimento di aerei e navi», ha riferito Arana, «ma non chiediamo mai dove vanno né da dove vengono». Il sindaco, peraltro, è uno che alla base Usa ci tiene, visto il suo «enorme impatto» sull’«economia locale»: circa 3.000 posti di lavoro.
Può darsi che fosse a questa situazione cui si riferiva la Casa Bianca, quando ha assicurato che Madrid, archiviate le iniziali titubanze, si era messa a collaborare. Il governo spagnolo aveva subito smentito, suscitando l’ira di Trump, che ha minacciato un embargo totale sull’export iberico. Non sarebbe una perdita irreparabile: solo il 5% dei prodotti della Spagna viaggia Oltreoceano, contro l’11% di quelli italiani e il 10% di quelli tedeschi.
la fregata colón
Nonostante sia stato colto con le mani nella marmellata, Sánchez ha proseguito a impartire lezioni di moralità: ieri, pur confermando un «enorme rispetto per la presidenza Usa», ha rivendicato un «atlantismo su base paritaria», ben sapendo che si tratta di una pia illusione, indipendentemente da chi si trovi nello Studio ovale. E ha ribadito che per lui - e per l’omologo portoghese, Luís Montenegro - questa guerra è «uno straordinario errore che pagheremo. E difatti stiamo già pagando con l’aumento del prezzo del petrolio, del prezzo del gas, senza dimenticare il numero di vittime». Tutto vero. Peccato che nessuno se ne sia preoccupato quando un altro presidente americano, Joe Biden, aveva preteso di partecipare a un conflitto per procura contro la Russia a due passi da casa nostra, in Ucraina. Obbligandoci a corrergli dietro e scaricando su noi europei le conseguenze economiche. Sarà che, nel 2022, Sánchez aveva potuto tenere la mente sgombra: in virtù della cosiddetta «eccezione iberica», l’Ue permise a Madrid e Lisbona di disapplicare le regole del mercato comunitario e di introdurre un tetto al costo dell’energia.
Intanto, sull’invio della fregata Colón a Cipro, Sánchez agisce d’imperio, suscitando le proteste del leader dei popolari, Alberto Núñex Feijóo: in nome della legge sulla Difesa nazionale, non vuole chiedere un voto al Parlamento. Pedro, Pedro, Pedro: altro che perbenino…
L’ok del governo serve per i raid. Ma non per sganciare l’atomica
Dieci, nove, sette. Nessuno sa con precisione quante siano le basi statunitensi in Italia. Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, dove Washington tiene parte della sua aeronautica e alcune armi atomiche. Sigonella in Sicilia, Gaeta nel Lazio. E poi Camp Darby in Toscana. Camp Ederle a Vicenza ospita la 173ª Brigata paracadutisti di pronto impiego per il fronte Sud (Africa), mentre la Caserma Del Din, sempre in Veneto, è base di truppe terrestri. Non tutte le sedi però sono note perché alcune di loro si mischiano ospitando personale italiano, statunitense e Nato. Dovrebbe essere composto invece da circa 30.000 unità, tra reclute e ufficiali, l’esercito statunitense di stanza in Italia: 13.000 militari americani nelle basi, altri 21.000 fanno parte invece della VI flotta della Us Navy, dove ci sono 40 navi e 175 aerei di combattimento e di trasporto. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, dopo che lo aveva già fatto Giorgia Meloni, ha assicurato che «i trattati internazionali prevedono soltanto motivi logistici, non sono basi per far partire azioni di bombardamento».
Concetto ribadito anche da Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia: «La concessione di basi militari italiane può riguardare solo atti non cinetici, cioè non di guerra, ma solo per supporto tecnico e logistico». Così come «l’invio di truppe di cui si parla in realtà non sussiste, sussiste la votazione che si è svolta lo scorso anno di una scheda parlamentare votata da tutti con cui si chiede di mettere in sicurezza gli italiani militari e civili già presenti sul territorio». Eppure nonostante le ripetute rassicurazioni del governo, arrivano le intimidazioni di Mohammad Reza Sabouri, ambasciatore iraniano in Italia: «Qualsiasi cooperazione o sostegno di terze parti agli attacchi sarà considerata come un atto di assistenza e ostilità e riceverà una risposta proporzionata». Reza ha poi aggiunto: «Non è una minaccia, è soltanto un monito, la capacità missilistica della Repubblica Islamica è stata sviluppata esclusivamente come legittima difesa. L’Iran ha sempre considerato l’Italia un Paese amico e un ponte di dialogo, diplomazia e pace in Europa. Allo stesso tempo, l’Iran è preparato a tutti i possibili scenari e, qualora si trovi di fronte a qualsiasi minaccia, difenderà con decisione se stesso». Nelle basi, di norma, valgono le leggi italiane, anche se nella prassi nelle aree militari le leggi civili possono essere ignorate nel caso sia in ballo la sicurezza nazionale. Di fatto, quindi, è come se si trattasse di un territorio franco.
I primi patti che regolamentano l’utilizzo delle basi sono stati siglati dopo la Seconda guerra mondiale. Il Nato Sofa del 1951, conosciuto come Convenzione di Londra, e poi il Bilateral infrastructure agreement (Bia), stipulato tra Italia e Stati Uniti il 20 ottobre 1954.
Tra gli addetti ai lavori lo chiamano Accordo Ombrello e il suo contenuto non si conosce. Accordo che poi è stato aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995. Normalmente si parla di «bilateralizzazione» dell’art. 3 del Trattato Nato che impegna le parti a sviluppare le loro capacità di difesa, individualmente e congiuntamente, e a prestarsi reciproca assistenza per sviluppare le loro capacità di legittima difesa individuale e collettiva. Siti militari Usa in Italia sono già stati utilizzati nei conflitti diverse volte. Nel 1999, con Massimo D’Alema premier, l’Italia ha concesso le basi per i bombardamenti in Kosovo nell’operazione Allied force della Nato a cui prese anche parte direttamente, senza passare per il Parlamento.
Governo e Parlamento nel 2003 (Berlusconi II) durante la seconda Guerra del Golfo condotta dagli Usa approvarono l’invio verso Erbil, in Iraq, dei paracadutisti della diciassettesima Brigata da Camp Ederle. Era una missione non Nato.
Adesso sono in molti a chiedersi cosa succederà. Per quanto riguarda l’uso delle armi atomiche presenti in Italia va ricordato che essendo la Nato un’alleanza difensiva, possono essere usate solo se un Paese alleato fosse attaccato. Un paese Nato, non necessariamente l’Italia. E se la Nato dovesse decidere di usare la bomba atomica che si trova ad Aviano non dovrebbe chiedere il permesso di farlo al governo italiano, ma al Consiglio dell’Alleanza Atlantica. Se questo dovesse dare parere favorevole, allora nulla potrebbe impedire l’uso di quell’arma. Invece nel caso in cui gli Stati Uniti intendano utilizzare una loro postazione come trampolino di lancio per scopi bellici, come gli attacchi a Teheran, serve l’ok del governo italiano.
Nello scalo militare di Sigonella in Sicilia si è intensificato il traffico di droni e aerei americani, ma solo per rifornimento, logistica e sorveglianza aerea mentre una dozzina di F-16 sarebbero già stati trasferiti ad Aviano. Ma mentre le opposizioni si preoccupano di eventuali attacchi all’Iran dall’Italia, il governo si concentra su una minaccia reale: la presenza di infrastrutture statunitensi militari è un elemento sensibile rispetto ad eventuali minacce terroristiche in Italia, tanto che in queste ore il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha inviato a prefetti e questori una circolare per il rafforzamento della vigilanza sulle stesse basi e sui siti sensibili riconducibili alla filiera di produzione a interesse militare americano.
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Invece il ministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso, si è intortato (come spesso gli succede, regalando a Maurizio Crozza deliziosi spunti comici) con un fiume di parole: «Allo stato attuale, il prezzo medio dei carburanti è al di sotto dei 2 euro al litro, valori ben lontani dai picchi registrati nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina: ulteriori aumenti dipenderanno dall’evoluzione e dalla durata delle tensioni internazionali. Per questo abbiamo rafforzato il monitoraggio di mister Prezzi su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, per impedire che le tensioni in Medio Oriente diventino un pretesto per speculazioni o rincari ingiustificati, e predisposto con il ministro Giancarlo Giorgetti un immediato piano operativo di intervento della Guardia di Finanza».
Ma quali tensioni internazionali? Davvero pensate che stiamo ancora con l’anello al naso? Ma quale piano operativo con Giorgetti? E che monitoraggio rafforzato di mister Prezzi, una specie di Supereroe dell’aria fritta degno di Chi l’ha visto? Gli italiani, sul versante benzina e gasolio, ne hanno le scatole piene delle promesse e dei vedremo: sono anni che speriamo che il famoso taglio delle accise - sempre sulla bocca di chi sta all’opposizione - si concretizzi; al momento le accise sono tutte ancora lì.
Che però ora ci dobbiamo pure beccare quest’altro sciacallaggio legalizzato dove ogni guerra diventa l’occasione per alzare la cresta, allora no, non ci stiamo proprio. E non guardiamo in faccia a nessuno. Si chiami Urso o Pichetto o Vattelappesca. Governo, fai immediatamente qualcosa e non unirti ai furbi che incassano dal nostro pieno.
I fatti sono di facile comprensione: alla pompa di benzina si stanno verificando aumenti… da rapina. Il ministro Urso dice che «allo stato il prezzo dei carburanti è sotto i 2 euro. C’è stato un incremento di qualche centesimo, ma siamo ben lontani da quello che si verificò dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando i prezzi balzarono a 2,25 euro»? Bene, allora non avrà problemi a mandare mister Prezzi e le Fiamme gialle a fare un po’ di controlli. Anzi, gli regaliamo una idea facile facile: se siete troppo impegnati a stare nel Palazzo, aprite una casella mail e invitate i cittadini a fare le fotografie dei distributori di benzina che fanno i banditi. Urso, siccome i nostri lettori ce ne stano mandando, gliele giriamo volentieri: non ci sentiremo affatto in colpa di fare la spia.
Lo diciamo anche agli amici della Lega, il cui ministro Giorgetti è titolare dell’Economia e delle Finanza, e il cui segretario è anche ministro dei Trasporti. «Il partito è al lavoro su un “pacchetto energia” a favore di famiglie e imprese con una serie di emendamenti al decreto già in discussione», è scritto in una nota diramata da via Bellerio. «Inoltre la Lega ritiene assolutamente prioritario creare una task force per individuare e colpire gli speculatori, che approfittando dei conflitti internazionali potrebbero decidere un incremento dei prezzi ingiustificato. Salvini intende convocare anche le compagnie petrolifere per chiedere informazioni ufficiali e avere rassicurazioni viste le potenziali ricadute sui trasporti, con conseguenze economiche per cittadini e imprese. Sempre in quest’ottica c’è l’intenzione anche di aprire un dialogo con l’Antitrust finalizzato a un doveroso monitoraggio costante».
La diciamo come l’avrebbe detta Umberto Bossi negli anni d’oro: attaccatevi al tram. Non ci interessa sapere cosa farete domani e se - come abbiamo sentito dire da «fonti governative» - poi saranno multati i furbi, il problema della gente comune è o-g-g-i, perché è oggi che facciamo il pieno di benzina e oggi lo paghiamo alla cassa. E quindi al governo diamo le accise che dovevano essere tagliate e alle compagnie il «di più» preso con la scusa delle tensioni internazionali. Insomma paga sempre il cittadino. Ecco, la panzana delle tensioni internazionali che farebbero già schizzare alle stelle i prezzi del carburante non la beviamo. E vogliamo che il governo intervenga subito. Inviando immediatamente la Guardia di Finanza in tutta Italia e invitando il Tg1 a fare vedere le immagini delle multe: assicuriamo il direttore (e amico) Gian Marco Chiocci che preferiremmo questo bel servizio rispetto al tutorial (che tristezza) di Sal Da Vinci sul balletto della sua canzonetta.
Per chiudere, caro Urso, caro Giorgetti, caro governo: fate immediatamente qualcosa per evitate che il rin-caro non diventi un altro problema a carico delle famiglie e delle imprese. Passi (per modo di dire…) il mancato taglio delle accise, non passerà l’ennesimo furto alla pompa di benzina.
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