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2020-08-03
Pure la Francia è piena di inchieste a orologeria. In questo siamo cugini
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Sentenza di condanna per Silvio Berlusconi, chat dell'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, dichiarazioni di alcuni giudici sul processo a Matteo Salvini sugli sbarchi dei migranti. I lettori della Verità conoscono queste vicende perché il nostro quotidiano se n'è occupato a più riprese. Si tratta di fatti che contribuiscono ad alimentare i dubbi sull'indipendenza della giustizia in Italia. Fortunatamente questa macchina funziona anche grazie a tantissimi magistrati e funzionari che lavorano onestamente e che, in alcuni casi, vivono sotto il peso di minacce, semplicemente perché svolgono il proprio dovere. Quando dei dossier come questi vengono portati a conoscenza dell'opinione pubblica si riaprono i dibattiti sulla riforma della giustizia, la separazione delle carriere dei magistrati, l'indipendenza dei giudici e altri temi legati all'applicazione delle leggi in Italia.
Ma le criticità presenti nel sistema giudiziario non sono una specificità tutta italiana. Anche in Francia le polemiche sull'indipendenza della magistratura vengono periodicamente ravvivate dai fatti di cronaca.
Per esempio, tra giugno e luglio di quest'anno le rivelazioni di alcuni magistrati, già competenti su vicende giudiziarie che hanno cambiato il corso della politica transalpina, hanno scatenato un putiferio. Tra le vicende al centro di queste polemiche c'è l'inchiesta per impieghi fittizi a carico dell'ex primo ministro francese François Fillon. Il procedimento è stato aperto nel 2017 quando Fillon era candidato (in vantaggio) alla presidenza della Repubblica. Un'altra vicenda riguarda invece l'ex capo di Stato francese, Nicolas Sarkozy, che alcuni magistrati avrebbero voluto condannare a tutti i costi, anche a costo di scatenare una sorta di caccia all'uomo tra alcuni dei più famosi avvocati parigini.
Le polemiche sulla giustizia non sono dunque rare anche dall'altra parte delle Alpi. Nel 2013 la creazione della Parquet National Financier (la Procura Nazionale Finanziaria, ndr) era stata pesantemente criticata perché. Secondo vari osservatori del mondo giudiziario, questa nuova istituzione nasceva da dei buoni propositi ma portava in sé vari vulnus, in particolare in materia di difesa. Questa struttura era stata fortemente voluta dal presidente di allora, François Hollande, dopo lo scandalo che aveva coinvolto il suo ministro del bilancio, Jérôme Cahuzac. L'ex membro del governo transalpino aveva prima negato e poi ammesso di possedere di conti in Svizzera.
Allo stesso anno risale anche scandalo del «muro dei pirla» scoperto nella sede del sindacato della magistratura. Nonostante siano passati sette anni da quel fulmine che ha colpito la categoria dei giudici transalpini, della vicenda si parla ancora regolarmente perché è sintomatica della visione politica che hanno alcuni magistrati francesi delle proprie funzioni.
Una giustizia a orologeria per François Fillon?
All'inizio del 2017 l'attenzione dell'opinione pubblica transalpina era tutta concentrata sulle elezioni presidenziali con le quali, nel successivo mese di maggio, i francesi avrebbero scelto il loro nuovo capo di Stato. In quel periodo il favorito dei sondaggi era François Fillon. Grazie alla vittoria alle primarie del centrodestra l'ex primo ministro aveva un netto vantaggio sui propri concorrenti: Marine Le Pen, Jean-Luc Mélenchon, Benoit Hamon e, soprattutto, su Emmanuel Macron.
Tutto sembrava filare liscio come l'olio per l'ex capo dell'esecutivo di Parigi finché, il 25 gennaio, il settimanale satirico Le Canard Enchainé non ha pubblicato un articolo nel quale si diceva che Penelope Fillon, la moglie dell'ex primo ministro, e l'ex supplente in parlamento Marc Joulaud, sarebbero stati impiegati per anni, in maniera fittizia, dal candidato presidente come assistenti parlamentari. Era l'inizio del Penelope gate.
Il giorno stesso, con insolita rapidità, la Procura Nazionale Finanziaria (Pnf) ha aperto un'inchiesta preliminare con l'accusa di appropriazione indebita di fondi pubblici, uso improprio di beni aziendali e occultamento di tali comportamenti contestati. Il primo febbraio dello stesso anno il settimanale satirico ha scritto che anche i figli dell'ex primo ministro - Charles e Marie Fillon - sarebbero stati impiegati fittiziamente come collaboratori parlamentari. Il tutto, secondo il giornale, sarebbe costato più diverse centinaia di migliaia di euro. Va detto che la pratica contestata all'ex premier francese era estremamente diffusa tra i parlamentari di tutti gli schieramenti politici.
Dopo una prima intervista al tg di TF1, il 17 febbraio 2017, Fillon ha preso la parola per denunciare un «colpo di Stato istituzionale» e comunicare l'intenzione di non ritirarsi dalla corsa per l'Eliseo. Il 14 marzo l'ex capo dell'esecutivo francese veniva ufficialmente indagato per appropriazione indebita di fondi pubblici.
Il 23 aprile 2017 si tenne il primo turno delle elezioni presidenziali. François Fillon arrivò terzo, con il 20,01% dei voti. Davanti a lui: Marine Le Pen (21,30%) e Emmanuel Macron (24,01%). Il resto della storia è nota. All'Eliseo finirà l'ex ministro di François Hollande mentre la carriera del candidato del centro-destra sarà definitivamente conclusa.
A tre anni di distanza - giusto qualche giorno prima dell'inizio del lockdown francese dovuto al Covid-19 - si è aperto il processo contro i coniugi Fillon e l'ex supplente. La Procura Nazionale Finanziaria ha chiesto l'arresto e la pena dell'ineleggibilità per l'ex premier. Il 29 giugno di quest'anno è arrivata la sentenza di primo grado. I tre imputati sono stati giudicati colpevoli e condannati a varie pene. François Fillon, in particolare, è stato condannato a cinque anni di carcere, di cui due con la condizionale, a pagare un'ammenda di 375.000 euro e all'ineleggibilità per dieci anni. I tre hanno fatto appello.
Raccontare i principali passaggi del processo contro l'ex capo dell'esecutivo francese è importante per capire le conseguenze che hanno avuto le dichiarazioni rilasciate il 10 giugno scorso da Eliane Houlette, magistrato in pensione ed ex dirigente della Pnf. In quella data, davanti alla commissione d'inchiesta parlamentare dedicata all'indipendenza della giustizia, il magistrato ha dichiarato di aver subito delle pressioni nel procedimento a carico dell'ex premier. Tali pressioni sarebbero state esercitate dai superiori del giudice Houlette, in particolare dal procuratore generale presso la Corte d'Appello, Catherine Melet-Champrenault.
Anche quest'ultima è stata sentita dalla commissione dell'Assemblea Nazionale. Durante il suo passaggio davanti ai deputati, il magistrato ha detto che aveva chiesto alla Pnf solo «quattro richieste di informazione» sul procedimento contro i Fillon. Inoltre, Melet-Champrenault ha spiegato che dalla Pnf erano risalite più informazioni «spontaneamente» rispetto alle «domande della procura generale». Pochi giorni dopo il passaggio in commissione, Houlette ha fatto un mezzo passo indietro e ha cercato di spegnere l'incendio.
Tuttavia, poco più di un mese dopo queste dichiarazioni, l'ex magistrato della Pnf ha fatto un'altra uscita bomba. Questa volta davanti al Consiglio Superiore della Magistratura d'Oltralpe.Come rivelato ancora dal Canard Enchainé, Eliane Houlette ha dichiarato al Csm di Parigi che «su domanda esplicita della procura generale», sarebbero stati inviati a quest'ultima «17 rapporti via posta elettronica e le sintesi di audizioni». Inoltre, ha aggiunto la giudice in pensione, «a questi scambi via posta elettronica si aggiungevano delle domande orali e le riunioni settimanali con il procuratore generale, dedicati essenzialmente a questa procedura».
Come detto, i coniugi Fillon hanno fatto appello al giudizio di primo grado. Non è da escludere che prossime fasi del processo possano riservare nuovi colpi di scena.
Nicolas Sarkozy, l'uomo da abbattere
Nicolas Sarkozy si è trovato in una situazione simile a quella in cui è finito il suo ex primo ministro François Fillon. In questo caso però non si parla di un presunto uso improprio di fondi pubblici o privati. Qui si sospetta che numerosi avvocati di grido del foro parigino siano stati intercettati a causa di un loro legame più o meno forte con Thierry Herzog, legale dell'ex presidente francese. La vicenda è complessa e inizia nel 2014.
In quell'anno, temendo di essere oggetto di intercettazioni insieme al suo cliente, l'avvocato Herzog apre una linea telefonica cellulare intestandola a un certo Paul Bismuth. Un nome rivelatosi poi di fantasia. Secondo varie ricostruzioni fornite dalla stampa francese i due, senza sapere di essere intercettati, usano l'utenza intestata al nome fasullo per parlare delle indagini legate all'affaire Liliane Bettencourt (ex erede dell'impero l'Oréal, deceduta nel 2017, ndr) che aveva coinvolto anche Eric Woerth, ex ministro di Fillon. L'ereditiera e l'ex ministro sono stati poi scagionati. Nicolas Sarkozy e il suo legale si parlano anche di una presunta soffiata sul dossier Bettencourt che sarebbe arrivata loro grazie a un giudice della cassazione francese Gilbert Azibert. Tale soffiata riguardava delle possibili intercettazioni a loro carico. Azibert sarebbe stato interessato a un incarico di prestigio a Monaco per il quale Sarkozy avrebbe dovuto mettere una buona parola per ringraziarlo della soffiata. Alla fine però la raccomandazione non arrivò forse perché Sarkozy temeva di essere stato intercettato.
Questo cambio di decisione da parte dell'ex capo di Stato francese avrebbe indotto i magistrati della Procura nazionale finanziaria (Pnf), a fare di tutto per scoprire se Sarkozy avesse ricevuto un'informazione riservata. Come rivelato da una lunga inchiesta pubblicata dal settimanale Le Point, i magistrati della Pnf avrebbero dunque fatto intercettare, e in certi casi addirittura geolocalizzare, alcuni dei più famosi avvocati del foro parigino. Tra questi ci sarebbe stato anche Eric Dupond-Moretti, diventato all'inizio di questo mese ministro della giustizia del governo guidato da Jean Castex. Secondo il settimanale, alla Pnf sarebbero arrivati a spulciare i dettagli delle bollette telefoniche degli avvocati. Il tutto era volto a cercare di capire se uno dei principi del foro avesse ricevuto delle soffiate da parte di qualche magistrato e le avesse trasmesse al duo Sarkozy-Hertzog. Il tutto avvenuto con buona pace per il diritto alla privacy personale e per il segreto professionale dei legali. Le intercettazioni e il passaggio al setaccio delle bollette hanno portato ad un nulla di fatto. Le indagini, sempre secondo Le Point, si sono concluse alla fine dello scorso anno. Il problema è che per tuttio questo tempo nessuno ha informato Sarkozy e il suo avvocato dell'esistenza di questa inchiesta. Si tratta di un dettaglio non di poco conto, visto che nel frattempo, per l'ex capo di Stato francese si stava preparando un processo per corruzione in merito alla vicenda di Azibert. Tale processo è fissato per il prossimo mese di novembre.
Molti degli avvocati intercettati pensano di fare causa allo Stato. Inoltre, il primo luglio scorso, poco prima dell'uscita di scena del governo guidato da Edouard Philippe, l'allora ministro della giustizia, Nicole Belloubet, ha annunciato l'avvio di un'ispezione alla Pnf.
Il «muro dei pirla» costruito dai giudici
Che i rapporti tra il sindacato della magistratura francese e la destra transalpina non fossero idilliaci non era un mistero per nessuno. Ma nel 2013 è arrivata la «prova provata» di questo rapporto conflittuale, per dirla con un eufemismo.
Clément Weill-Raynal(*), un giornalista del canale pubblico France 3, ha girato di nascosto un video all'interno di un ufficio del sindacato della magistratura. Il contenuto è stato pubblicato dal media di destra Atlantico.fr. Nel video si vedeva un muro dell'ufficio sindacale ricoperto di fotografie di vari esponenti politici, a queste si aggiungevano quelle di alcuni giornalisti e personaggi del mondo dello spettacolo. Sopra questa galleria di ritratti campeggiava la scritta «il muro dei coglioni». La maggior parte delle personalità appiccicate al muro erano, manco a dirlo, di destra o simpatizzanti di questa area politica. Tra questi, si ricordano: Nicolas Sarkozy, accompagnato da una buona parte degli ex membri della sua maggioranza che ha retto il Paese fino al 2012, Christine Boutin, all'epoca presidente del Partito Cristiano-Democratico transalpino, Nicolas Dupont-Aignan, leader del partito sovranista Debout La France. A onor del vero, tra i ritratti c'erano anche quelli dell'allora ministro dell'interno Manuel Valls che, all'epoca, era socialista e poi è diventato macronista, nonché quello di Jacques Attali. Tra i personaggi fotografati c'era il polemista Eric Zemmour ma anche il padre di una giovane che nel 1979 era stata violentata e assassinata.
La scoperta aveva provocato delle vive polemiche sulla faziosità dei magistrati. Molti degli affissi avevano protestato vivamente. L'autore del video era stato sospeso temporaneamente dalla propria azienda e l'allora ministro della giustizia Christiane Taubira - la “madre" della legge che ha introdotti in Francia il matrimonio tra persone dello stesso sesso - aveva reagito piccata. L'esponente del governo si era detta «costernata» di fronte a un comportamento definito «per lo meno fuori luogo da parte di una organizzazione sindacale dei magistrati». Poi aveva girato il dossier al Consiglio Superiore della Magistratura d'Oltralpe che, però, non si era voluto pronunciare, in quanto considerava la vicenda al di fuori dalle proprie competenze.
Poi, con estrema lentezza, la giustizia ha fatto il suo corso per arrivare al 31 gennaio 2019, quando il tribunale ha emesso una sentenza di condanna contro Françoise Martres che all'epoca della scoperta del muro era presidente del sindacato della magistratura. Per la verità la pena comminata è stata molto blanda. I giudici hanno condannato la loro collega a pagare un'ammenda da 500 euro oltre a 5.000 euro di danni e interessi a una delle persone incollate sul muro. Tutti gli altri ricorsi presentati dalle personalità sul muro, sono stati respinti.
(*) Clément Weill-Raynaln è l'autore del libro Le Fusillé du mur des cons (Edizioni Plon - non tradotto in italiano)
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La Procura nazionale finanziaria di Parigi è stata al centro di numerose polemiche. Dal 2019 è stata avviata dall'allora ministro della giustizia, Nicole Belloubet, un'ispezione alla Pnf. Ancora in corso.All'inizio del 2017 l'attenzione dell'opinione pubblica transalpina era tutta concentrata sulle elezioni presidenziali con le quali, nel successivo mese di maggio, i francesi avrebbero scelto il loro nuovo capo di Stato. In quel periodo il favorito dei sondaggi era François Fillon. Poi scoppia il Penelope gate e addio vittoria.Nicolas Sarkozy si è trovato in una situazione simile a quella in cui è finito il suo ex primo ministro. In questo caso però non si parla di un presunto uso improprio di fondi pubblici o privati. Qui si è sospettato che numerosi avvocati di grido del foro parigino siano stati intercettati, a causa di un loro legame più o meno forte con Thierry Herzog, legale dell'ex presidente francese. Nel 2013 dentro una sede del sindacato dei magistrati viene scoperto un muro ricoperto di fotografie di vari esponenti politici, a queste si aggiungevano quelle di alcuni giornalisti e personaggi del mondo dello spettacolo. Sopra questa galleria di ritratti campeggiava la scritta «il muro dei pirla».Lo speciale contiene quattro articoli.Sentenza di condanna per Silvio Berlusconi, chat dell'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, dichiarazioni di alcuni giudici sul processo a Matteo Salvini sugli sbarchi dei migranti. I lettori della Verità conoscono queste vicende perché il nostro quotidiano se n'è occupato a più riprese. Si tratta di fatti che contribuiscono ad alimentare i dubbi sull'indipendenza della giustizia in Italia. Fortunatamente questa macchina funziona anche grazie a tantissimi magistrati e funzionari che lavorano onestamente e che, in alcuni casi, vivono sotto il peso di minacce, semplicemente perché svolgono il proprio dovere. Quando dei dossier come questi vengono portati a conoscenza dell'opinione pubblica si riaprono i dibattiti sulla riforma della giustizia, la separazione delle carriere dei magistrati, l'indipendenza dei giudici e altri temi legati all'applicazione delle leggi in Italia.Ma le criticità presenti nel sistema giudiziario non sono una specificità tutta italiana. Anche in Francia le polemiche sull'indipendenza della magistratura vengono periodicamente ravvivate dai fatti di cronaca. Per esempio, tra giugno e luglio di quest'anno le rivelazioni di alcuni magistrati, già competenti su vicende giudiziarie che hanno cambiato il corso della politica transalpina, hanno scatenato un putiferio. Tra le vicende al centro di queste polemiche c'è l'inchiesta per impieghi fittizi a carico dell'ex primo ministro francese François Fillon. Il procedimento è stato aperto nel 2017 quando Fillon era candidato (in vantaggio) alla presidenza della Repubblica. Un'altra vicenda riguarda invece l'ex capo di Stato francese, Nicolas Sarkozy, che alcuni magistrati avrebbero voluto condannare a tutti i costi, anche a costo di scatenare una sorta di caccia all'uomo tra alcuni dei più famosi avvocati parigini.Le polemiche sulla giustizia non sono dunque rare anche dall'altra parte delle Alpi. Nel 2013 la creazione della Parquet National Financier (la Procura Nazionale Finanziaria, ndr) era stata pesantemente criticata perché. Secondo vari osservatori del mondo giudiziario, questa nuova istituzione nasceva da dei buoni propositi ma portava in sé vari vulnus, in particolare in materia di difesa. Questa struttura era stata fortemente voluta dal presidente di allora, François Hollande, dopo lo scandalo che aveva coinvolto il suo ministro del bilancio, Jérôme Cahuzac. L'ex membro del governo transalpino aveva prima negato e poi ammesso di possedere di conti in Svizzera. Allo stesso anno risale anche scandalo del «muro dei pirla» scoperto nella sede del sindacato della magistratura. Nonostante siano passati sette anni da quel fulmine che ha colpito la categoria dei giudici transalpini, della vicenda si parla ancora regolarmente perché è sintomatica della visione politica che hanno alcuni magistrati francesi delle proprie funzioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giustizia-politicizzata-in-francia-2646862904.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-giustizia-a-orologeria-per-francois-fillon" data-post-id="2646862904" data-published-at="1596372768" data-use-pagination="False"> Una giustizia a orologeria per François Fillon? All'inizio del 2017 l'attenzione dell'opinione pubblica transalpina era tutta concentrata sulle elezioni presidenziali con le quali, nel successivo mese di maggio, i francesi avrebbero scelto il loro nuovo capo di Stato. In quel periodo il favorito dei sondaggi era François Fillon. Grazie alla vittoria alle primarie del centrodestra l'ex primo ministro aveva un netto vantaggio sui propri concorrenti: Marine Le Pen, Jean-Luc Mélenchon, Benoit Hamon e, soprattutto, su Emmanuel Macron.Tutto sembrava filare liscio come l'olio per l'ex capo dell'esecutivo di Parigi finché, il 25 gennaio, il settimanale satirico Le Canard Enchainé non ha pubblicato un articolo nel quale si diceva che Penelope Fillon, la moglie dell'ex primo ministro, e l'ex supplente in parlamento Marc Joulaud, sarebbero stati impiegati per anni, in maniera fittizia, dal candidato presidente come assistenti parlamentari. Era l'inizio del Penelope gate.Il giorno stesso, con insolita rapidità, la Procura Nazionale Finanziaria (Pnf) ha aperto un'inchiesta preliminare con l'accusa di appropriazione indebita di fondi pubblici, uso improprio di beni aziendali e occultamento di tali comportamenti contestati. Il primo febbraio dello stesso anno il settimanale satirico ha scritto che anche i figli dell'ex primo ministro - Charles e Marie Fillon - sarebbero stati impiegati fittiziamente come collaboratori parlamentari. Il tutto, secondo il giornale, sarebbe costato più diverse centinaia di migliaia di euro. Va detto che la pratica contestata all'ex premier francese era estremamente diffusa tra i parlamentari di tutti gli schieramenti politici.Dopo una prima intervista al tg di TF1, il 17 febbraio 2017, Fillon ha preso la parola per denunciare un «colpo di Stato istituzionale» e comunicare l'intenzione di non ritirarsi dalla corsa per l'Eliseo. Il 14 marzo l'ex capo dell'esecutivo francese veniva ufficialmente indagato per appropriazione indebita di fondi pubblici.Il 23 aprile 2017 si tenne il primo turno delle elezioni presidenziali. François Fillon arrivò terzo, con il 20,01% dei voti. Davanti a lui: Marine Le Pen (21,30%) e Emmanuel Macron (24,01%). Il resto della storia è nota. All'Eliseo finirà l'ex ministro di François Hollande mentre la carriera del candidato del centro-destra sarà definitivamente conclusa.A tre anni di distanza - giusto qualche giorno prima dell'inizio del lockdown francese dovuto al Covid-19 - si è aperto il processo contro i coniugi Fillon e l'ex supplente. La Procura Nazionale Finanziaria ha chiesto l'arresto e la pena dell'ineleggibilità per l'ex premier. Il 29 giugno di quest'anno è arrivata la sentenza di primo grado. I tre imputati sono stati giudicati colpevoli e condannati a varie pene. François Fillon, in particolare, è stato condannato a cinque anni di carcere, di cui due con la condizionale, a pagare un'ammenda di 375.000 euro e all'ineleggibilità per dieci anni. I tre hanno fatto appello. Raccontare i principali passaggi del processo contro l'ex capo dell'esecutivo francese è importante per capire le conseguenze che hanno avuto le dichiarazioni rilasciate il 10 giugno scorso da Eliane Houlette, magistrato in pensione ed ex dirigente della Pnf. In quella data, davanti alla commissione d'inchiesta parlamentare dedicata all'indipendenza della giustizia, il magistrato ha dichiarato di aver subito delle pressioni nel procedimento a carico dell'ex premier. Tali pressioni sarebbero state esercitate dai superiori del giudice Houlette, in particolare dal procuratore generale presso la Corte d'Appello, Catherine Melet-Champrenault. Anche quest'ultima è stata sentita dalla commissione dell'Assemblea Nazionale. Durante il suo passaggio davanti ai deputati, il magistrato ha detto che aveva chiesto alla Pnf solo «quattro richieste di informazione» sul procedimento contro i Fillon. Inoltre, Melet-Champrenault ha spiegato che dalla Pnf erano risalite più informazioni «spontaneamente» rispetto alle «domande della procura generale». Pochi giorni dopo il passaggio in commissione, Houlette ha fatto un mezzo passo indietro e ha cercato di spegnere l'incendio.Tuttavia, poco più di un mese dopo queste dichiarazioni, l'ex magistrato della Pnf ha fatto un'altra uscita bomba. Questa volta davanti al Consiglio Superiore della Magistratura d'Oltralpe.Come rivelato ancora dal Canard Enchainé, Eliane Houlette ha dichiarato al Csm di Parigi che «su domanda esplicita della procura generale», sarebbero stati inviati a quest'ultima «17 rapporti via posta elettronica e le sintesi di audizioni». Inoltre, ha aggiunto la giudice in pensione, «a questi scambi via posta elettronica si aggiungevano delle domande orali e le riunioni settimanali con il procuratore generale, dedicati essenzialmente a questa procedura». Come detto, i coniugi Fillon hanno fatto appello al giudizio di primo grado. Non è da escludere che prossime fasi del processo possano riservare nuovi colpi di scena. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giustizia-politicizzata-in-francia-2646862904.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nicolas-sarkozy-l-uomo-da-abbattere" data-post-id="2646862904" data-published-at="1596372768" data-use-pagination="False"> Nicolas Sarkozy, l'uomo da abbattere Nicolas Sarkozy si è trovato in una situazione simile a quella in cui è finito il suo ex primo ministro François Fillon. In questo caso però non si parla di un presunto uso improprio di fondi pubblici o privati. Qui si sospetta che numerosi avvocati di grido del foro parigino siano stati intercettati a causa di un loro legame più o meno forte con Thierry Herzog, legale dell'ex presidente francese. La vicenda è complessa e inizia nel 2014.In quell'anno, temendo di essere oggetto di intercettazioni insieme al suo cliente, l'avvocato Herzog apre una linea telefonica cellulare intestandola a un certo Paul Bismuth. Un nome rivelatosi poi di fantasia. Secondo varie ricostruzioni fornite dalla stampa francese i due, senza sapere di essere intercettati, usano l'utenza intestata al nome fasullo per parlare delle indagini legate all'affaire Liliane Bettencourt (ex erede dell'impero l'Oréal, deceduta nel 2017, ndr) che aveva coinvolto anche Eric Woerth, ex ministro di Fillon. L'ereditiera e l'ex ministro sono stati poi scagionati. Nicolas Sarkozy e il suo legale si parlano anche di una presunta soffiata sul dossier Bettencourt che sarebbe arrivata loro grazie a un giudice della cassazione francese Gilbert Azibert. Tale soffiata riguardava delle possibili intercettazioni a loro carico. Azibert sarebbe stato interessato a un incarico di prestigio a Monaco per il quale Sarkozy avrebbe dovuto mettere una buona parola per ringraziarlo della soffiata. Alla fine però la raccomandazione non arrivò forse perché Sarkozy temeva di essere stato intercettato.Questo cambio di decisione da parte dell'ex capo di Stato francese avrebbe indotto i magistrati della Procura nazionale finanziaria (Pnf), a fare di tutto per scoprire se Sarkozy avesse ricevuto un'informazione riservata. Come rivelato da una lunga inchiesta pubblicata dal settimanale Le Point, i magistrati della Pnf avrebbero dunque fatto intercettare, e in certi casi addirittura geolocalizzare, alcuni dei più famosi avvocati del foro parigino. Tra questi ci sarebbe stato anche Eric Dupond-Moretti, diventato all'inizio di questo mese ministro della giustizia del governo guidato da Jean Castex. Secondo il settimanale, alla Pnf sarebbero arrivati a spulciare i dettagli delle bollette telefoniche degli avvocati. Il tutto era volto a cercare di capire se uno dei principi del foro avesse ricevuto delle soffiate da parte di qualche magistrato e le avesse trasmesse al duo Sarkozy-Hertzog. Il tutto avvenuto con buona pace per il diritto alla privacy personale e per il segreto professionale dei legali. Le intercettazioni e il passaggio al setaccio delle bollette hanno portato ad un nulla di fatto. Le indagini, sempre secondo Le Point, si sono concluse alla fine dello scorso anno. Il problema è che per tuttio questo tempo nessuno ha informato Sarkozy e il suo avvocato dell'esistenza di questa inchiesta. Si tratta di un dettaglio non di poco conto, visto che nel frattempo, per l'ex capo di Stato francese si stava preparando un processo per corruzione in merito alla vicenda di Azibert. Tale processo è fissato per il prossimo mese di novembre. Molti degli avvocati intercettati pensano di fare causa allo Stato. Inoltre, il primo luglio scorso, poco prima dell'uscita di scena del governo guidato da Edouard Philippe, l'allora ministro della giustizia, Nicole Belloubet, ha annunciato l'avvio di un'ispezione alla Pnf. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giustizia-politicizzata-in-francia-2646862904.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-muro-dei-pirla-costruito-dai-giudici" data-post-id="2646862904" data-published-at="1596372768" data-use-pagination="False"> Il «muro dei pirla» costruito dai giudici Che i rapporti tra il sindacato della magistratura francese e la destra transalpina non fossero idilliaci non era un mistero per nessuno. Ma nel 2013 è arrivata la «prova provata» di questo rapporto conflittuale, per dirla con un eufemismo. Clément Weill-Raynal(*), un giornalista del canale pubblico France 3, ha girato di nascosto un video all'interno di un ufficio del sindacato della magistratura. Il contenuto è stato pubblicato dal media di destra Atlantico.fr. Nel video si vedeva un muro dell'ufficio sindacale ricoperto di fotografie di vari esponenti politici, a queste si aggiungevano quelle di alcuni giornalisti e personaggi del mondo dello spettacolo. Sopra questa galleria di ritratti campeggiava la scritta «il muro dei coglioni». La maggior parte delle personalità appiccicate al muro erano, manco a dirlo, di destra o simpatizzanti di questa area politica. Tra questi, si ricordano: Nicolas Sarkozy, accompagnato da una buona parte degli ex membri della sua maggioranza che ha retto il Paese fino al 2012, Christine Boutin, all'epoca presidente del Partito Cristiano-Democratico transalpino, Nicolas Dupont-Aignan, leader del partito sovranista Debout La France. A onor del vero, tra i ritratti c'erano anche quelli dell'allora ministro dell'interno Manuel Valls che, all'epoca, era socialista e poi è diventato macronista, nonché quello di Jacques Attali. Tra i personaggi fotografati c'era il polemista Eric Zemmour ma anche il padre di una giovane che nel 1979 era stata violentata e assassinata.La scoperta aveva provocato delle vive polemiche sulla faziosità dei magistrati. Molti degli affissi avevano protestato vivamente. L'autore del video era stato sospeso temporaneamente dalla propria azienda e l'allora ministro della giustizia Christiane Taubira - la “madre" della legge che ha introdotti in Francia il matrimonio tra persone dello stesso sesso - aveva reagito piccata. L'esponente del governo si era detta «costernata» di fronte a un comportamento definito «per lo meno fuori luogo da parte di una organizzazione sindacale dei magistrati». Poi aveva girato il dossier al Consiglio Superiore della Magistratura d'Oltralpe che, però, non si era voluto pronunciare, in quanto considerava la vicenda al di fuori dalle proprie competenze. Poi, con estrema lentezza, la giustizia ha fatto il suo corso per arrivare al 31 gennaio 2019, quando il tribunale ha emesso una sentenza di condanna contro Françoise Martres che all'epoca della scoperta del muro era presidente del sindacato della magistratura. Per la verità la pena comminata è stata molto blanda. I giudici hanno condannato la loro collega a pagare un'ammenda da 500 euro oltre a 5.000 euro di danni e interessi a una delle persone incollate sul muro. Tutti gli altri ricorsi presentati dalle personalità sul muro, sono stati respinti.(*) Clément Weill-Raynaln è l'autore del libro Le Fusillé du mur des cons (Edizioni Plon - non tradotto in italiano)
Alberto Stasi (Ansa)
Dal 2015 Stasi era detenuto a Bollate e dal 2023 lavorava all’esterno dell’istituto penitenziario, in uno studio nel centro di Milano con mansioni amministrative e contabili terminate le quali con l’autobus si rimetteva sulla via del penitenziario. Negli ultimi mesi i giornalisti lo attendevano all’inizio o alla fine del lavoro nella speranza di strappare qualche commento dopo la riapertura delle indagini da parte della procura di Pavia a carico di Andrea Sempio, ma lui nulla, nessuna parola sui fatti giudiziari; solo parole di massima educazione nei confronti di chi si presentava col taccuino aperto o le telecamere accese. Del resto l’unica volta che si era sbilanciato concedendo un’intervista la Procura generale milanese chiese di annullare la semilibertà nell’aprile 2025; per fortuna la Cassazione confermò la scelta. Nell’udienza di ieri, cui ha partecipato anche Stasi, la Procura generale ha messo in luce come nel comportamento corretto ci siano anche l’accettazione della condanna da parte dell’ex bocconiano (accettazione che ovviamente non preclude la convinzione di proclamarsi innocente) e il risarcimento dei familiari di Chiara Poggi.
Stasi potrà continuare a lavorare dove già lavora e alle mansioni di ufficio affiancherà anche un percorso di volontariato. Nel provvedimento, che sarà depositato entro cinque giorni, il Tribunale indicherà le prescrizioni, come l’orario di rientro a casa, il fatto che non potrà lasciare l’Italia, e forse anche non dovrà rilasciare interviste e dichiarazioni perché tecnicamente non è ancora un uomo libero, una condizione che conoscerà - stando alla data di fine pena - nel 2028.
In questi mesi lo abbiamo conosciuto una seconda volta così, dopo che nel 2016 il tribunale dei giudici - e pure quello del popolo - cercava un colpevole, e forse lo voleva trovare anche senza che ve ne fosse l’assoluta certezza. Con la riapertura delle indagini il caso Garlasco ha riposizionato tutti gli attori, ne ha scombussolato le caselle e su quel ragazzo che da dieci anni e sei mesi si ritrova in carcere con l’accusa di essere il colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi, gli occhi di molti italiani hanno mutato il punto di visto, il giudizio, l’impressione. Ecco perché la decisione del Tribunale di sorveglianza di accogliere la richiesta di affidamento in prova ci procura un brivido di compassione suppletiva, un moto di compiacimento, una «pacca sulla spalla» data a questo ragazzo invecchiato in gattabuia senza la certezza «al di là di ogni ragionevole dubbio» che fosse stato lui a uccidere Chiara.
Il fatto che non debba più tornare in carcere la sera e che possa riprendere le misure di una dimensione domestica senza sbarre, senza orari, senza quei rumori di fondo che per dieci anni e passa sono entrati nell’orecchio come acufene, merita un sorriso di compiacimento. Il nostro - da tempo riteniamo ingiusta quella condanna e quindi quella detenzione - di sicuro; ma anche chi non lo crede del tutto innocente non può che rallegrarsi per questa scelta che riallinea i principi del processo penale: non si condanna se la verità resta appiccicata ai dubbi, se la verità processuale non si smarca dalla leggerezza degli indizi. Perché il paradosso di questa lunga, tormentata vicenda dell’omicidio di Chiara Poggi è proprio questo: chi ha ucciso la ragazza? Chi non ha saputo leggere la scena del crimine? Chi non ha saputo in questi anni togliere la patina ai dubbi affermando una solida verità processuale?
Se ci rallegriamo perché Stasi non dovrà più tornare in cella dopo l’affidamento in prova ai servizi sociali, restiamo impauriti perché si possano fare dieci anni e sei mesi in galera quando - come stiamo vedendo - ci sono diversi scenari investigativi e quindi processuali possibili. È per questa scena del crimine «aperta» che ci viene da incoraggiare quel ragazzo dagli occhi di ghiaccio, diventato grande in un altro modo.
L’affidamento in prova non fa da preludio all’eventuale revisione del suo processo, sia chiaro, ma per l’opinione pubblica è intanto un alleggerimento della sua posizione personale, e poi è la speranza di arrivare a questa benedetta verità processuale «al di là di ogni ragionevole dubbio». Dicono che Stasi non tornerà a vivere a Garlasco, dicono che resterà a Milano in una casa dove vuole respirare aria nuova. E per questo potrebbe lasciare persino gli abiti ai compagni di cella. Alberto proverà a riprendersi la vita (e come messa in prova potrebbe bastare).
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Nel riquadro Guido Oppido, il cardiochirurgo che operò, e secondo l’accusa condannò il piccolo Domenico Caliendo, bambino di due anni morto il 21 febbraio scorso in seguito a un intervento di trapianto di cuore (Ansa)
La premessa vi potrà apparire superflua, perché tutti o quasi sanno che l’iter giuridico per accertare responsabilità penali o civili di chiunque prevede tre gradi di giudizio. Tuttavia, credo che il preambolo sia indispensabile per chiarire quanto mi appresto a scrivere. Non conosco Guido Oppido, il cardiochirurgo che operò, e secondo l’accusa condannò il piccolo Domenico Caliendo, bambino di due anni morto il 21 febbraio scorso in seguito a un intervento di trapianto di cuore. Le cronache fino a sei mesi fa dipingevano Oppido come un brillante professionista, un medico capace che operava al Monaldi di Napoli, specializzato negli interventi sui bambini.
Ma il curriculum che lo accredita come un cardiochirurgo di grande esperienza, e che ancora si ritrova online, non fa cenno a Domenico Caliendo. Si parla del corso di studi seguito dal «luminare», delle responsabilità che ha ricoperto e pure delle numerose pubblicazioni alla cui stesura ha partecipato. Nessun cenno però al decesso di Domenico, né alcun riferimento al procedimento in corso nei suoi confronti. Ovviamente io non penso che Oppido dovrebbe trascrivere la morte di Domenico nel suo biglietto da visita. Tuttavia, vista l’accusa che gli è stata mossa dalla Procura di Napoli e i numerosi dubbi che sono emersi sul suo operato, forse evidenziare di più la tragica storia di Domenico sarebbe stato se non obbligatorio, almeno necessario.
Già, perché la giustizia come è noto fa il suo lento corso e ad accertare la verità sulla morte del bambino di Napoli potrebbe impiegare diversi anni. Nel frattempo, Oppido che fa? Il suo mestiere, ovvero il cardiochirurgo. Dopo il decesso di Domenico è stato sospeso dall’ospedale campano e ora il gip, su richiesta della Procura, lo ha interdetto dalla professione medica per un anno. Ma può bastare un anno? In 12 mesi i giudici non faranno nemmeno in tempo a emettere la sentenza di primo grado e dopo che accadrà? Oppido potrà tornare a esercitare. Forse lui stesso si asterrà dagli interventi chirurgici, in attesa che la magistratura faccia il suo corso. Ma se non lo facesse? Se tornasse alla professione medica? Capisco che non si può «condannare» una persona prima che lo facciano i tribunali. E comprendo che Oppido ha, come chiunque, bisogno di lavorare. Ma impedirgli di fare il medico per 12 mesi può bastare? Il legale dei genitori di Domenico si dice fiducioso, perché il giudice ha applicato nei confronti del chirurgo il massimo dell’interdizione previsto dal codice. Ma un anno non è certo sufficiente, soprattutto se le accuse nei confronti del chirurgo saranno confermate. Nell’ordinanza di 70 pagine con cui dispone la misura cautelare della sospensione dell’attività, il gip non parla più di comportamento colposo, ossia di errori commessi dal cardiochirurgo e dalla sua equipe, ma introduce il comportamento doloso, definendo Oppido «un prevaricatore».
Tutti quanti abbiamo letto le cronache di questi mesi. Non solo il cuore del piccolo Domenico espiantato prima ancora che arrivasse quello da trapiantare. Il muscolo cardiaco bruciato dal ghiaccio secco portato in sala operatoria all’ultimo momento, quando il bambino era già tenuto in vita dalle macchine. E poi i tentativi per mascherare la sequela di errori, nascondendo la verità ai genitori. Sì, tutti abbiamo partecipato al dolore di quella famiglia e insieme ci siamo indignati per i tentativi di nascondere gli errori e la verità.
Dunque, oggi ci domandiamo se un anno di interdizione sia sufficiente. La nostra non è una richiesta di anticipo di pena: i processi faranno il loro corso e vedremo dove approderanno, ma nel frattempo Oppido non può tornare in servizio e nemmeno esercitare la professione. Se è vera la metà delle accuse che gli vengono mosse la sospensione non può essere così breve. Può darsi che la legge non preveda di più, ma di fronte a un medico che oltre ad aver sbagliato per settimane avrebbe mentito ai genitori, l’allontanamento da ospedali e studi medici deve durare fino a quando una sentenza definitiva non abbia chiarito le responsabilità. Rimetterlo in corsia, anche senza consentirgli di operare, sarebbe troppo anche per un garantista.
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Ansa
Ma a poche ore dalla tragedia, sempre a Milano, mi è capitato di osservare due adolescenti. Lei credo non avesse 18 anni e lui anche. Erano abbracciati e se ne andavano allegri con il loro monopattino, quando, arrivati all’altezza delle strisce, la giovane ha deciso di invertire la rotta e tornare indietro. Lo ha fatto come se fosse un pedone. Come se le vetture che arrivavano in senso contrario fossero obbligate a fermarsi prima dell’attraversamento pedonale. Grazie al cielo non è accaduto nulla, ma i due, proprio come quelli dell’incidente della sera prima, si sono dimostrati incuranti del pericolo. E sempre ieri, nel pomeriggio ne ho visti altri tre, anch’essi adolescenti, tutti sul solito trabiccolo, allegri e sconsiderati. Tutti, sia la coppia che il trio, erano senza casco. Osservandoli mi è parsa chiara una cosa e cioè che il fenomeno va fermato prima di contare altri incidenti.
I ragazzi non se ne rendono conto, ma correre senza rispettare il codice della strada significa giocare con la morte. Non basta introdurre la targa, né prevedere l’assicurazione dei monopattini. E neppure può essere risolutivo l’obbligo di indossare il casco, soprattutto se poi nessuno è in grado di rispettare la disposizione. Dove sono i vigili che devono impedire che in due o in tre salgano su veicoli a batteria omologati per una sola persona? Dove sono i ghisa, così un tempo li chiamavano a Milano, o i pizzardoni, come li definiscono a Roma, che dovrebbero multare chi infrange il codice della strada? Capisco che sia più facile fare cassa passando con un’auto che rileva i divieti di sosta, come sia più semplice mettere un autovelox sulle strade di maggiore scorrimento. Ma il problema con cui dobbiamo fare i conti non è economico, bensì sociale. I monopattini sono effettivamente un pericolo, per chi li conduce e per chi li incrocia. Perché vanno sul marciapiede, perché vanno contromano, perché chi li guida non conosce e quindi non rispetta il codice della strada. Di fronte a un problema del genere, che non è di sicurezza e dunque non si può scaricare sul governo, chi amministra la città non può voltarsi dall’altra parte, ma ha l’obbligo di intervenire. Non si riesce a mandare in strada i vigili perché molti di loro sono inadatti al servizio esterno o preferiscono l’ufficio al marciapiede? Non si è in grado di smontare un sistema che è protetto da accordi sindacali? Beh, almeno si segua l’esempio dei sindaci di altre metropoli europee, che di fronte ai crescenti incidenti e anche all’abbandono dei mezzi sul marciapiede hanno deciso semplicemente di vietarli. Capisco che molte amministrazioni non in grado di potenziare il trasporto pubblico ma intenzionate a fermare quello privato, soprattutto a motore termico, favoriscano i monopattini elettrici. Tuttavia, il caos e i pericoli che ne derivano non solo non risolvono un problema, quello della circolazione in città, ma lo aggravano. Mettere due ruote a batteria nelle mani di ragazzi che non conoscono le regole è un po’ come dare loro un giocattolo pericoloso. E la responsabilità non può essere esclusivamente loro, ma anche di chi lo consente.
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Christine Lagarde (Ansa)
Ormai su questo punto non ci sono dubbi. Madame Christine Lagarde, detta Laguardia, guarda solo e unicamente all’inflazione e ai tassi di interesse, come se le politiche finanziarie di una banca centrale potessero essere concepite senza tener conto dei cicli economici (concetto troppo alto per ella) e anche delle più elementari regole di funzionamento del meccanismo economico.
Nino Sunseri, ieri, su questo giornale, ha già ampiamente descritto e interpretato quest’ultimo colpo di genio della Bce di alzare i tassi dello 0,25% e aumentare il costo del denaro, dopo quasi tre anni, per contenere l’inflazione dovuta sostanzialmente ai rincari energetici e delle materie prime a loro volta causati dalle guerre e, in particolare, dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. A Francoforte, quei cervelloni della Banca centrale, hanno pensato bene che questa mossa possa costituire un segnale ai mercati, che vorrebbe dire, con un’interpretazione a dire poco benevola, la seguente cosa: occhio, perché se continuate ad alzare i prezzi io vi aumento i tassi di interesse, così di soldi ne circoleranno meno e in questo modo l’inflazione calerà. Una follia da ogni punto di vista la si guardi. La signora Laguardia fa la guardia ai prezzi europei come se gli europei si divertissero ad alzarli e non ne fossero costretti dalle guerre aperte che portano, quelle sì, all’aumento dei prezzi. A rigor di logica i tassi di interesse andrebbero alzati alla Russia, agli Stati Uniti ma, soprattutto, all’Iran. Sono loro che con le loro guerre folli stanno facendo rialzare i prezzi. Sono loro i carnefici dell’inflazione, gli europei sono le vittime di questa inflazione.
Ma qualcuno, un premio Nobel dell’economia tipo Stiglitz o Krugman, non potrebbe tenere chiusa, almeno cinque o sei giorni, la signora Lagarde insieme alla politica che mette la maggior quantità di lacca sui capelli al mondo con quella cofana che sovrasta il cranio di Ursula von der Leyen? Potrebbero loro fare questo gesto di generosità nei confronti di queste due sprovvedute che, insieme, riescono a fare più danni della grandine nel periodo della vendemmia o della raccolta delle olive? Potrebbero spiegare loro che questa è un’inflazione da costi? Cioè un aumento dei prezzi dovuto a due delle componenti che concorrono a formare i prezzi: i costi dell’energia e i costi delle materie prime. Se tu, in un momento di crescente inflazione (e anche qui sarebbe da discutere questo dogma del 2% in tutte le situazioni a prescindere dalla congiuntura economica), e in particolare di inflazione da costi, aumenti uno dei costi, e cioè il costo del denaro, non fai che aggiungere una vera e propria bomba d’acqua su un terreno, non bagnato ma, ormai, fradicio. Lo spiego in parole ancora più semplici per le signore Christine e Ursula: aumentando i tassi di interesse aumentano, ad esempio, i mutui delle famiglie, come abbiamo già visto nel 2022 e 2023 quando le rate di tali mutui raggiunsero livelli insostenibili fino a un aumento di varie centinaia di euro; l’aumento dei tassi di interesse inoltre produce una riduzione immediata degli investimenti da parte delle imprese che si traducono abbastanza rapidamente in un decremento delle produzioni e della necessità di manodopera, cioè creano, prima o dopo, maggiore disoccupazione.
Insomma: per le famiglie significa un aggravio dei costi dei mutui e quindi una diminuzione del reddito disponibile per i consumi, per le imprese significa un aumento del costo del denaro con conseguente tendenza a una diminuzione degli investimenti. Un disastro. Ma tale è la chiusura mentale delle due su citate signore che, nonostante i disastri del 2022 e 2023, criticati da buona parte degli economisti mondiali, come se niente fosse stato, insistono sulla stessa via. Allora le ipotesi non sono molte: la prima è una evidente indifferenza verso l’economia europea (vedi le politiche green della Von der Leyen e la gestione dei tassi di interesse della Lagarde); la seconda è quello che ha detto in modo non curante il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, un tedesco sostanzialmente dante causa delle due signore, e cioè che lo choc energetico guidato dal conflitto è stato «forte e persistente». Questo ci prende per scemi, vorremmo fargli presente che ce n’eravamo accorti anche noi poveri mortali, certamente anche più di lui, soprattutto tenendo conto di quel che ha detto, ovvero che le banche centrali non possono semplicemente «guardare oltre», frase incomprensibile, e aggiungendo che la decisione della Bce è stata «un passo necessario». Questo lo ha detto nel momento in cui la stessa Bundesbank ha ridotto le previsioni di crescita dell’economia tedesca portandole allo 0,5% per il 2026 e allo 0,8% per il 2027, rispettivamente dai precedenti 0,6% e 1,1%, con un’inflazione prevista al 2,9%.
Capite che è tutto incomprensibile? Capite che siamo in mano a una classe dirigente del sistema finanziario che sembra avere in odio l’economia reale e il suo sviluppo?
Un problema ci sarebbe sul quale porre l’attenzione e prendere iniziative per contrastarlo: la speculazione in atto in Europa e in Italia a proposito dei prezzi con imprese multinazionali che si mettono d’accordo per aumentarli certo non solo in relazione all’aumento dei costi energetici e delle materie prime, tant’è vero che i prezzi iniziarono ad aumentare il giorno dopo l’attacco degli Stati Uniti e di Israele all’Iran. Ma su quello la Commissione europea e la Bce tacciono forse perché gli interessi in gioco non consentono alle due sorelle Materassi di fare quello che dovrebbero.
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