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2022-12-22
Gas e inflazione le vere emergenze. Ma lì l’opposizione può solo tacere
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Con una trasparenza ammirevole, ieri, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è intervenuto alla convention di Coldiretti e ha condiviso con tutti i presenti una preoccupazione che La Verità cerca di raccontare da settimane. «Siamo consapevoli che, probabilmente, tra due mesi saremo ancora alle prese con qualche misura da fare, se la situazione non si risolve come temo non si risolverà nel brevissimo tempo; e, come fatto dai governi precedenti, la situazione dovrà essere aggiornata costantemente e continuamente per dare queste risposte». In altre parole ha spiegato che stiamo continuando a vivere due grosse problematiche: «L’energia, che ha raggiunto picchi incredibili e rimane una sfida ancora da risolvere; e poi l’inflazione, da un lato, che è una brutta bestia, e dall’altro l’aumento dei tassi d’interesse che implica sul bilancio dello Stato una cautela e un’attenzione che deve essere massima», ha concluso usando per entrambe le problematiche il termine «emergenze». Su questo ci permettiamo di dissentire. I picchi di prezzo energetico e l’inflazione sono problemi strutturali, che certamente si smusseranno nel breve termine, ma che comunque manterranno una linea di crescita ben al di sopra dei parametri che abbiamo conosciuto tra il 2000 e il 2019.
Aver quindi destinato circa due terzi dell’intero budget della manovra in via di approvazione a contrastare il caro bollette a favore di aziende e famiglie è significato andare in scia alle scelte di Mario Draghi senza prendere atto che lo schema proposto dall’Europa - per capirsi un price cap che non potrà mai funzionare salvo portare a ulteriore volatilità sui mercati o tagli ai consumi - non potrà mai garantire effetti pratici. Salvo infilare il sistema produttivo in un cul de sac. Salvo, quindi, portare le aziende italiane a chiudere i battenti non potendo più esportare.
Vale per l’acciaio così come per tutta l’industria pesante. Se il governo si attende un cambio di prospettiva da parte di Bruxelles rischia di scottarsi e farsi molto male. Ecco, perché da ora dovrebbe dichiarare che cosa avrà intenzione di fare dopo la fine di marzo, quando gli aiuti in manovra saranno esauriti. Possiamo immaginare di fare scostamento di bilancio per mettere un’altra toppa? Per carità si può fare. Ma la verità è che bisogna smettere di intervenire a valle e non a monte rispetto al problema. E il problema si chiama approvvigionamento energetico. Come sostituire il gas russo con altro oro azzurro che costi più o meno la stessa cifra e sia di simile quantità? Il mercato del Gnl non è sufficiente.
L’Africa, al contrario, è un continente interessante per l’Italia. Ma non si sta in Africa con la diplomazia dei pasticcini. Si sta là con l’uso sapiente delle forze armate e di un nuovo modello di cooperazione. Bisogna cambiare mentalità e accettare che per avere energia bisogna essere potenze militari. E gestire i propri fondi direttamente, spendendoli solo dove ci conviene. Ogni anno l’Italia stanzia circa 4 miliardi per la cooperazione e lo sviluppo. Il 70% abbondante finisce in canali multilaterali, quali l’Ue, la banca mondiale o Ong che fanno riferimento comunque a Bruxelles. La proporzione va invertita. Roma deve decidere a chi fare beneficenza. Quali tribù sostenere e deve affidarsi di più allo Stato maggiore della Difesa. Se i nostri militari addestrano colleghi africani, bisogna consentire ai nostri generali di gestire i fondi necessari per poi vestire i militari africani. Fornire loro tutto ciò che serve, anche tecnologia condivisibile. Così si creano legami duraturi. Altrimenti noi li addestriamo e poi arriva qualcun altro che li veste e li arma e si becca i benefici. Riteniamo che i temi dell’energia e dell’inflazione siano i veri dossier su cui i politici debbano perdere il sonno. Non ci sono soluzioni facili, ma solo soluzioni di sistema che richiedono tempo e ampia partecipazione, dall’Eni allo Stato maggiore della Difesa, alle imprese fino alla Farnesina.
Eppure, nonostante il nostro punto debole sia evidente e scoperto, l’opposizione continua a sollevare polveroni su presunte polemiche con non smuovono la manovra di un euro, né l’attuale crisi di un centimetro. Così l’opposizione batte sul Pos, sul bonus ai diciottenni e via dicendo. Invece che infilare il dito nella piaga del caro energia. Certo, noi sappiamo che, a partire dal Pd, chi sta all’opposizione non può permettersi di criticare le scelte di questo governo sulle misure anti bollette. Non può perché finirebbe con il contraddirsi, ma soprattutto finirebbe con il dover criticare le scelte dell’Europa. Vorrebbe dire per loro ammettere il fallimento della gestione di Bruxelles e al tempo stesso chiedere di imboccare un’altra strada. Ma il Pd dopo aver perso i voti non può permettersi di perdere anche la protezione di Bruxelles.
Ricette e Spid, tanto caos per nulla
La solita tempesta in un bicchier d’acqua all’italiana. Di quelle che accompagnano ogni legge di bilancio ma con l’aggravante, stavolta, che le priorità sono drammaticamente note ai più ma incredibilmente periferiche rispetto al dibattito sul mainstream mediatico. Nel momento in cui bisognerebbe parlare a ciclo continuo di come trovare le risorse per attenuare gli effetti della crisi energetica, che per stessa ammissione di alcuni esponenti dell’esecutivo potrebbero avere il fiato corto, le polemiche che monopolizzano l’agenda politica hanno riguardato prima il Pos e poi la app per gli acquisti culturali dei diciottenni. Che, se non altro, erano questioni reali, su cui maggioranza e opposizione hanno espresso punti di vista divergenti.
Il salto di qualità verso la «fuffa» assoluta è arrivato però con le ultime due polemiche in ordine di tempo, perché in questo caso alla base non c’era nemmeno l’annuncio di una possibile misura da parte del governo. Negli ultimi due giorni, infatti, la vis polemica di più di un esponente dei partiti di minoranza si è esercitata nel bersagliare la presunta intenzione del governo di farla finita con le ricette mediche elettroniche e addirittura con lo Spid, il sistema di identificazione digitale che ha avuto enorme impulso nel corso della pandemia.
La cosa bella, però, è che la genesi della polemica ha un che di misterioso, poiché agli atti mancano dichiarazioni univoche (e per la verità anche sibilline) di politici di maggioranza che abbiano criticato o le ricette elettroniche o la validità dello Spid.
A innescare il cortocircuito forse è bastata qualche affermazione non compresa sul fatto che per le ricette occorreva una proroga, visto che la piena legittimità di quelle elettroniche era stata sancita nel corso della pandemia, essendo i pazienti impossibilitati a spostarsi di persona negli ambulatori per ritirare la ricetta cartacea. Era stata un’ordinanza della Protezione civile a «sdoganare» la prescrizione elettronica (che per alcune fattispecie era prevista già dal 2011) per cui ora serviva un atto del governo per prolungarne la validità. Cosa che è arrivata ieri dal Cdm con l’inserimento nel Dl Milleproroghe della possibilità, ancora per un anno, di ricevere le ricette mediche via mail o sms. Forse è bastato che qualche addetto ai lavori facesse presente da una parte l’esigenza di stabilizzare la misura e allo stesso tempo di prevedere protocolli di sicurezza più severi per evitare la violazione della privacy, per far gridare +Europa e M5s al «ritorno al Medioevo» o alla «guerra al progresso».
E c’era già chi, come il candidato del Pd e del Terzo polo alla presidenza della Regione Lazio, nonché assessore alla Sanità della dimissionaria giunta Zingaretti, Alessio D’Amato, aveva già annunciato via social che la sua Regione avrebbe comunque mantenuto la ricetta elettronica, in barba alle intenzioni del governo centrale di toglierla.
Ancora più kafkiana la querelle sullo Spid, di cui sono in possesso ormai 34 milioni di italiani, che c’era prima della pandemia e non corre certo il rischio di abolizione. In questo caso c’è chi si è limitato - condivisibilmente o meno - a evidenziare la complicatezza della procedura per ottenere l’identità digitale e per esercitarla, che in effetti non è proprio intuitiva: «Stiamo cercando», aveva detto nei giorni scorsi il capogruppo alla Camera di Forza Italia Alessandro Cattaneo, «il modo di risolvere alcune criticità piuttosto che girarci dall’altra parte». In questo caso non ha perso occasione per farsi notare il ras campano Vincenzo De Luca, che invece ha attaccato coi consueti modi tranchant lo Spid, definito una «bestialità».
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Il ministro Giancarlo Giorgetti ammette: altri interventi di bilancio in futuro per la crisi dell’energia. A rischio la nostra capacità produttiva. La sinistra, per non attaccare l’Ue, preferisce sollevare polemiche su temi minimali.Ricette e Spid, tanto caos per nulla. Una tempesta in un bicchier d’acqua: la certificazione online prorogata di 12 mesi. Nessuno ha annunciato l’abolizione dell’identità digitale, ma solo un «tagliando».Lo speciale comprende due articoli.Con una trasparenza ammirevole, ieri, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è intervenuto alla convention di Coldiretti e ha condiviso con tutti i presenti una preoccupazione che La Verità cerca di raccontare da settimane. «Siamo consapevoli che, probabilmente, tra due mesi saremo ancora alle prese con qualche misura da fare, se la situazione non si risolve come temo non si risolverà nel brevissimo tempo; e, come fatto dai governi precedenti, la situazione dovrà essere aggiornata costantemente e continuamente per dare queste risposte». In altre parole ha spiegato che stiamo continuando a vivere due grosse problematiche: «L’energia, che ha raggiunto picchi incredibili e rimane una sfida ancora da risolvere; e poi l’inflazione, da un lato, che è una brutta bestia, e dall’altro l’aumento dei tassi d’interesse che implica sul bilancio dello Stato una cautela e un’attenzione che deve essere massima», ha concluso usando per entrambe le problematiche il termine «emergenze». Su questo ci permettiamo di dissentire. I picchi di prezzo energetico e l’inflazione sono problemi strutturali, che certamente si smusseranno nel breve termine, ma che comunque manterranno una linea di crescita ben al di sopra dei parametri che abbiamo conosciuto tra il 2000 e il 2019. Aver quindi destinato circa due terzi dell’intero budget della manovra in via di approvazione a contrastare il caro bollette a favore di aziende e famiglie è significato andare in scia alle scelte di Mario Draghi senza prendere atto che lo schema proposto dall’Europa - per capirsi un price cap che non potrà mai funzionare salvo portare a ulteriore volatilità sui mercati o tagli ai consumi - non potrà mai garantire effetti pratici. Salvo infilare il sistema produttivo in un cul de sac. Salvo, quindi, portare le aziende italiane a chiudere i battenti non potendo più esportare. Vale per l’acciaio così come per tutta l’industria pesante. Se il governo si attende un cambio di prospettiva da parte di Bruxelles rischia di scottarsi e farsi molto male. Ecco, perché da ora dovrebbe dichiarare che cosa avrà intenzione di fare dopo la fine di marzo, quando gli aiuti in manovra saranno esauriti. Possiamo immaginare di fare scostamento di bilancio per mettere un’altra toppa? Per carità si può fare. Ma la verità è che bisogna smettere di intervenire a valle e non a monte rispetto al problema. E il problema si chiama approvvigionamento energetico. Come sostituire il gas russo con altro oro azzurro che costi più o meno la stessa cifra e sia di simile quantità? Il mercato del Gnl non è sufficiente. L’Africa, al contrario, è un continente interessante per l’Italia. Ma non si sta in Africa con la diplomazia dei pasticcini. Si sta là con l’uso sapiente delle forze armate e di un nuovo modello di cooperazione. Bisogna cambiare mentalità e accettare che per avere energia bisogna essere potenze militari. E gestire i propri fondi direttamente, spendendoli solo dove ci conviene. Ogni anno l’Italia stanzia circa 4 miliardi per la cooperazione e lo sviluppo. Il 70% abbondante finisce in canali multilaterali, quali l’Ue, la banca mondiale o Ong che fanno riferimento comunque a Bruxelles. La proporzione va invertita. Roma deve decidere a chi fare beneficenza. Quali tribù sostenere e deve affidarsi di più allo Stato maggiore della Difesa. Se i nostri militari addestrano colleghi africani, bisogna consentire ai nostri generali di gestire i fondi necessari per poi vestire i militari africani. Fornire loro tutto ciò che serve, anche tecnologia condivisibile. Così si creano legami duraturi. Altrimenti noi li addestriamo e poi arriva qualcun altro che li veste e li arma e si becca i benefici. Riteniamo che i temi dell’energia e dell’inflazione siano i veri dossier su cui i politici debbano perdere il sonno. Non ci sono soluzioni facili, ma solo soluzioni di sistema che richiedono tempo e ampia partecipazione, dall’Eni allo Stato maggiore della Difesa, alle imprese fino alla Farnesina. Eppure, nonostante il nostro punto debole sia evidente e scoperto, l’opposizione continua a sollevare polveroni su presunte polemiche con non smuovono la manovra di un euro, né l’attuale crisi di un centimetro. Così l’opposizione batte sul Pos, sul bonus ai diciottenni e via dicendo. Invece che infilare il dito nella piaga del caro energia. Certo, noi sappiamo che, a partire dal Pd, chi sta all’opposizione non può permettersi di criticare le scelte di questo governo sulle misure anti bollette. Non può perché finirebbe con il contraddirsi, ma soprattutto finirebbe con il dover criticare le scelte dell’Europa. Vorrebbe dire per loro ammettere il fallimento della gestione di Bruxelles e al tempo stesso chiedere di imboccare un’altra strada. 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Nel momento in cui bisognerebbe parlare a ciclo continuo di come trovare le risorse per attenuare gli effetti della crisi energetica, che per stessa ammissione di alcuni esponenti dell’esecutivo potrebbero avere il fiato corto, le polemiche che monopolizzano l’agenda politica hanno riguardato prima il Pos e poi la app per gli acquisti culturali dei diciottenni. Che, se non altro, erano questioni reali, su cui maggioranza e opposizione hanno espresso punti di vista divergenti. Il salto di qualità verso la «fuffa» assoluta è arrivato però con le ultime due polemiche in ordine di tempo, perché in questo caso alla base non c’era nemmeno l’annuncio di una possibile misura da parte del governo. Negli ultimi due giorni, infatti, la vis polemica di più di un esponente dei partiti di minoranza si è esercitata nel bersagliare la presunta intenzione del governo di farla finita con le ricette mediche elettroniche e addirittura con lo Spid, il sistema di identificazione digitale che ha avuto enorme impulso nel corso della pandemia. La cosa bella, però, è che la genesi della polemica ha un che di misterioso, poiché agli atti mancano dichiarazioni univoche (e per la verità anche sibilline) di politici di maggioranza che abbiano criticato o le ricette elettroniche o la validità dello Spid. A innescare il cortocircuito forse è bastata qualche affermazione non compresa sul fatto che per le ricette occorreva una proroga, visto che la piena legittimità di quelle elettroniche era stata sancita nel corso della pandemia, essendo i pazienti impossibilitati a spostarsi di persona negli ambulatori per ritirare la ricetta cartacea. Era stata un’ordinanza della Protezione civile a «sdoganare» la prescrizione elettronica (che per alcune fattispecie era prevista già dal 2011) per cui ora serviva un atto del governo per prolungarne la validità. Cosa che è arrivata ieri dal Cdm con l’inserimento nel Dl Milleproroghe della possibilità, ancora per un anno, di ricevere le ricette mediche via mail o sms. Forse è bastato che qualche addetto ai lavori facesse presente da una parte l’esigenza di stabilizzare la misura e allo stesso tempo di prevedere protocolli di sicurezza più severi per evitare la violazione della privacy, per far gridare +Europa e M5s al «ritorno al Medioevo» o alla «guerra al progresso». E c’era già chi, come il candidato del Pd e del Terzo polo alla presidenza della Regione Lazio, nonché assessore alla Sanità della dimissionaria giunta Zingaretti, Alessio D’Amato, aveva già annunciato via social che la sua Regione avrebbe comunque mantenuto la ricetta elettronica, in barba alle intenzioni del governo centrale di toglierla. Ancora più kafkiana la querelle sullo Spid, di cui sono in possesso ormai 34 milioni di italiani, che c’era prima della pandemia e non corre certo il rischio di abolizione. In questo caso c’è chi si è limitato - condivisibilmente o meno - a evidenziare la complicatezza della procedura per ottenere l’identità digitale e per esercitarla, che in effetti non è proprio intuitiva: «Stiamo cercando», aveva detto nei giorni scorsi il capogruppo alla Camera di Forza Italia Alessandro Cattaneo, «il modo di risolvere alcune criticità piuttosto che girarci dall’altra parte». In questo caso non ha perso occasione per farsi notare il ras campano Vincenzo De Luca, che invece ha attaccato coi consueti modi tranchant lo Spid, definito una «bestialità».
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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