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2022-08-27
Gas bruciato e Zaporizhzhia in bilico. Sull’energia Mosca mostra i muscoli
(Yulii Zozulia/ Ukrinform/Future Publishing via Getty Images)
Secondo un report della società norvegese Rystad Energy, diffuso dalla Bbc, nell’impianto russo di Portovaya Mosca mostra i muscoli bruciando grandi quantità di gas naturale mentre in Europa i costi per l’energia superano ogni record. Lo si è visto ieri con il gas metano, che ad Amsterdam (mercato di riferimento per l’Europa) ha toccato il nuovo massimo storico con la valutazione a 339 euro al megawattora per poi chiudere la giornata a 337 euro.
La televisione britannica ha mostrato alcune immagini provenienti da un satellite nelle quali si vedono delle grandi fiamme e le conseguenti radiazioni infrarosse provocate dalla combustione del gas. Quanto vale questo gas che i russi bruciano? Le stime di alcuni esperti dicono che parliamo di circa 10 milioni di euro al giorno: secondo i tecnici della Rystad Energy ogni giorno nell’impianto a Nord-Ovest di San Pietroburgo vengono bruciati circa 4,34 milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto.
A proposito di energia, dall’Inghilterra ci arrivano delle brutte notizie: l’Office of Gas and Electricity Markets (Ofgem), l’Autorità di regolamentazione dell’energia del Regno Unito, attraverso una nota pubblicata ieri ha fatto sapere che i cittadini inglesi vedranno aumentare le loro bollette per le utenze domestiche annuali fino all’80%. L’Ofgem ha dichiarato che a partire dal mese di ottobre i costi passeranno da 1.971 a 3.549 sterline all’anno e tutto questo non è che uno dei tanti frutti avvelenati di questa guerra che sta facendo schizzare i prezzi al consumo nelle economie di tutta Europa che usano il gas per riscaldare le case e creare elettricità. Evidente che un aumento dell’80% sulle bollette, se non verrà calmierato dalla Stato, britannico rischia di creare un problema sociale che potrebbe trovare nelle proteste di piazza una valvola di sfogo. E non è certo uno scenario rassicurante.
Intanto la guerra non si ferma e ieri nella zona occupata di Kherson ci sono stati nuovi bombardamenti dell’esercito ucraino ma secondo l’agenzia russa Ria Novosti «la difesa aerea ha funzionato», tuttavia, su Telegram circolano numerosi video di violenti attacchi che hanno colpito il ponte Antonivsky. Secondo dell’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell, «la Russia ha già perso la guerra in Ucraina, non avendo raggiunto i suoi obiettivi militari dopo sei mesi di invasione e non avendo più l’iniziativa nel conflitto. La guerra si trova in una fase decisiva e chi prende l’iniziativa in questo momento non è più la Russia, la Russia ha già perso». In ogni caso a Mosca e a Kiev nessuno parla più di negoziare una tregua o di iniziare dei veri colloqui di pace. Dopo quanto affermato dai russi, che negli scorsi giorni avevano escluso questa possibilità, ieri ci ha pensato Mikhail Podolyak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ad affermare al quotidiano americano The Hill che «i negoziati con la Federazione Russa sono una condanna a morte e Zelensky è nettamente contrario».
E che succede alla centrale nucleare di Zaporizhzhia? È stata scollegata dalla rete Ucraina oppure no? Dopo una serie di notizie contraddittorie (un classico di questo conflitto), l’operatore energetico statale ucraino Energoatom ieri ha comunicato: «La centrale è ora collegata alla rete e produce elettricità per il fabbisogno dell’Ucraina ed è stata collegata alla rete elettrica una delle unità di potenza della centrale nucleare più grande d’Europa che era stata scollegata ieri». Attenzione, perché si tratta solo di uno scampato pericolo, visto che la situazione nell’aerea è fragilissima, tanto che il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha dichiarato alla radio francese Rfi: «Dobbiamo rendere sicura la nostra rotta, dobbiamo farlo in coordinamento tra i due Paesi, il che non è facile date le circostanze. Dobbiamo anche contare sul sostegno delle Nazioni Unite e dei loro veicoli blindati che ci porteranno lì. Questa è la logistica, poi a livello tecnico bisogna definire chiaramente i parametri della missione e, possibilmente, stabilire una presenza continua dell’Agenzia in loco».
Ieri è tornato a parlare all’agenzia statale Belta il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, poche ore dopo aver fatto gli auguri per il giorno dell’indipedenza ucraina, ha dichiarato che sono stati ultimati i lavori di adeguamento (con la collaborazione della Russia) sui propri bombardieri in modo che possano trasportare bombe nucleari affinché possano reagire alle eventuali minacce dell’Occidente, per poi aggiungere: «I Paesi occidentali devono capire che nessun elicottero o aereo potrà salvarli se daranno vita a un’escalation».
A proposito di satrapi dell’area, ieri il presidente ceceno Ramzan Kadyrov e i comandanti della Guardia nazionale russa, Daniil Martynov e Huseyna Mezhidova, suoi stretti collaboratori, sono accusati di crimini di guerra. Lo ha reso noto in un messaggio su Telegram il Servizio di sicurezza ucraino secondo cui sono state raccolte prove indiscutibili di crimini di guerra commessi da Kadyrov e dai suoi due fedelissimi.
Infine una buona notizia: secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres «dozzine di navi hanno attraccato e sono salpate dai porti ucraini, e sono state caricate finora con oltre 720.000 tonnellate di prodotti alimentari, come parte della Black Sea Grain Initiative. Una potente dimostrazione di ciò che si può ottenere, anche nei contesti più devastanti, quando mettiamo le persone al primo posto».
Kiev tenta di ricucire con il Vaticano
Nel cuore dell’Italia, all’Aquila, il Papa andrà domenica per compiere una visita pastorale in occasione della festa della Perdonanza celestiniana. «Il perdono», ha detto Francesco in un’intervista concessa al quotidiano abruzzese Il Centro, «è l’unica arma possibile contro ogni guerra».
Dopo le sue parole pronunciate mercoledì scorso contro «la pazzia della guerra», di ogni guerra, e dove ha ricordato tutte le vittime innocenti, fra cui anche Darya Dugina, la figlia del filosofo Aleksandr Dugin, si comprende una volta in più la prospettiva del Papa sul conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina. Eppure giovedì, il ministro degli Esteri di Kiev aveva convocato il nunzio apostolico, Visvaldas Kulbokas, per comunicargli in modo formale che «l’Ucraina è profondamente delusa dalle parole del Pontefice, che equiparano ingiustamente l’aggressore e la vittima». Ieri, tuttavia, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha un po’ corretto il tiro, pubblicando sui social le foto della visita del segretario di Stato Pietro Parolin di un anno fa e scrivendo: «È stata la seconda visita del segretario di Stato vaticano dall’inizio dell’invasione russa nel 2014 che ha mostrato per entrambe le parti quanto siano importanti le relazioni tra Ucraina e Santa Sede».
Sulla vicenda è intervenuto ieri anche Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani, con una dichiarazione rilasciata all’edizione ucraina di Vatican News. Il Papa, ha detto Tornielli, «riferendosi alla pazzia della guerra, che crea insicurezza per tutti, ha ricordato anche l’ultimo episodio di cronaca accaduto, l’attentato in cui è rimasta uccisa Darya Dugina. Ha parlato di lei definendola “povera ragazza”, per riferirsi alle circostanze drammatiche della sua morte, per ribadire che mai niente può giustificare l’uccisione di un essere umano. Il Papa ha parlato con il cuore del pastore, non del politico. Voleva esprimere la pietà cristiana per i morti, per tutti i morti, e non certo ferire i sentimenti della popolazione ucraina, che sperimenta l’orrore della guerra e continua ad avere tante vittime innocenti, e tra queste molti bambini».
È quello che tanti, anche all’interno delle sacre stanze, continuano a non voler comprendere, desiderando un Francesco schierato con Kiev e con la Nato, magari benedicente l’invio di armi. La sua posizione però non è quella del «cappellano della Nato», né, peraltro, del «filputiniano», categorie buone per il battage televisivo, ma lontane dalla prospettiva del Papa.
«Stiamo assistendo in questi mesi alla guerra in Ucraina», ha detto Francesco nella sua intervista al quotidiano Il Centro, «ma anche a tanti altri conflitti che non trovano abbastanza spazio nei mezzi di comunicazione ma che affliggono migliaia di persone e soprattutto di innocenti. Il male non si vince mai con il male, ma solo con il bene. Ci vuole più forza a perdonare che a fare una guerra. Ma il perdono ha bisogno di una grande maturazione interiore e culturale».
Quando domenica prossima papa Francesco aprirà la porta santa della basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila, dando il via alla Perdonanza celestiniana, compirà il gesto che permette di comprendere la sua posizione. Occhi profani forse non vedranno nulla, ma ad occhi semplicemente aperti è permesso vedere una cosa semplice, che il Papa guarda all’umanità cercando di una prospettiva trascendente. Potremmo chiamarla geopolitica della spiritualità; la pace si fa con la conversione e il perdono, anche tra ucraini e russi.
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Il Cremlino ostenta il suo ruolo di dominus dei rifornimenti con delle provocazioni: al confine con la Finlandia dà fuoco a riserve pari a 10 milioni di euro al giorno. E sulla centrale ucraina scatta un tira e molla snervante.Kiev tenta di ricucire con il Vaticano. Dopo la convocazione del nunzio apostolico per le parole del Papa su Darya Dugina, l’ambasciatore presso la Santa Sede diffonde sui social un messaggio distensivo.Lo speciale comprende due articoli. Secondo un report della società norvegese Rystad Energy, diffuso dalla Bbc, nell’impianto russo di Portovaya Mosca mostra i muscoli bruciando grandi quantità di gas naturale mentre in Europa i costi per l’energia superano ogni record. Lo si è visto ieri con il gas metano, che ad Amsterdam (mercato di riferimento per l’Europa) ha toccato il nuovo massimo storico con la valutazione a 339 euro al megawattora per poi chiudere la giornata a 337 euro. La televisione britannica ha mostrato alcune immagini provenienti da un satellite nelle quali si vedono delle grandi fiamme e le conseguenti radiazioni infrarosse provocate dalla combustione del gas. Quanto vale questo gas che i russi bruciano? Le stime di alcuni esperti dicono che parliamo di circa 10 milioni di euro al giorno: secondo i tecnici della Rystad Energy ogni giorno nell’impianto a Nord-Ovest di San Pietroburgo vengono bruciati circa 4,34 milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto. A proposito di energia, dall’Inghilterra ci arrivano delle brutte notizie: l’Office of Gas and Electricity Markets (Ofgem), l’Autorità di regolamentazione dell’energia del Regno Unito, attraverso una nota pubblicata ieri ha fatto sapere che i cittadini inglesi vedranno aumentare le loro bollette per le utenze domestiche annuali fino all’80%. L’Ofgem ha dichiarato che a partire dal mese di ottobre i costi passeranno da 1.971 a 3.549 sterline all’anno e tutto questo non è che uno dei tanti frutti avvelenati di questa guerra che sta facendo schizzare i prezzi al consumo nelle economie di tutta Europa che usano il gas per riscaldare le case e creare elettricità. Evidente che un aumento dell’80% sulle bollette, se non verrà calmierato dalla Stato, britannico rischia di creare un problema sociale che potrebbe trovare nelle proteste di piazza una valvola di sfogo. E non è certo uno scenario rassicurante. Intanto la guerra non si ferma e ieri nella zona occupata di Kherson ci sono stati nuovi bombardamenti dell’esercito ucraino ma secondo l’agenzia russa Ria Novosti «la difesa aerea ha funzionato», tuttavia, su Telegram circolano numerosi video di violenti attacchi che hanno colpito il ponte Antonivsky. Secondo dell’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell, «la Russia ha già perso la guerra in Ucraina, non avendo raggiunto i suoi obiettivi militari dopo sei mesi di invasione e non avendo più l’iniziativa nel conflitto. La guerra si trova in una fase decisiva e chi prende l’iniziativa in questo momento non è più la Russia, la Russia ha già perso». In ogni caso a Mosca e a Kiev nessuno parla più di negoziare una tregua o di iniziare dei veri colloqui di pace. Dopo quanto affermato dai russi, che negli scorsi giorni avevano escluso questa possibilità, ieri ci ha pensato Mikhail Podolyak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ad affermare al quotidiano americano The Hill che «i negoziati con la Federazione Russa sono una condanna a morte e Zelensky è nettamente contrario». E che succede alla centrale nucleare di Zaporizhzhia? È stata scollegata dalla rete Ucraina oppure no? Dopo una serie di notizie contraddittorie (un classico di questo conflitto), l’operatore energetico statale ucraino Energoatom ieri ha comunicato: «La centrale è ora collegata alla rete e produce elettricità per il fabbisogno dell’Ucraina ed è stata collegata alla rete elettrica una delle unità di potenza della centrale nucleare più grande d’Europa che era stata scollegata ieri». Attenzione, perché si tratta solo di uno scampato pericolo, visto che la situazione nell’aerea è fragilissima, tanto che il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha dichiarato alla radio francese Rfi: «Dobbiamo rendere sicura la nostra rotta, dobbiamo farlo in coordinamento tra i due Paesi, il che non è facile date le circostanze. Dobbiamo anche contare sul sostegno delle Nazioni Unite e dei loro veicoli blindati che ci porteranno lì. Questa è la logistica, poi a livello tecnico bisogna definire chiaramente i parametri della missione e, possibilmente, stabilire una presenza continua dell’Agenzia in loco». Ieri è tornato a parlare all’agenzia statale Belta il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, poche ore dopo aver fatto gli auguri per il giorno dell’indipedenza ucraina, ha dichiarato che sono stati ultimati i lavori di adeguamento (con la collaborazione della Russia) sui propri bombardieri in modo che possano trasportare bombe nucleari affinché possano reagire alle eventuali minacce dell’Occidente, per poi aggiungere: «I Paesi occidentali devono capire che nessun elicottero o aereo potrà salvarli se daranno vita a un’escalation». A proposito di satrapi dell’area, ieri il presidente ceceno Ramzan Kadyrov e i comandanti della Guardia nazionale russa, Daniil Martynov e Huseyna Mezhidova, suoi stretti collaboratori, sono accusati di crimini di guerra. Lo ha reso noto in un messaggio su Telegram il Servizio di sicurezza ucraino secondo cui sono state raccolte prove indiscutibili di crimini di guerra commessi da Kadyrov e dai suoi due fedelissimi. Infine una buona notizia: secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres «dozzine di navi hanno attraccato e sono salpate dai porti ucraini, e sono state caricate finora con oltre 720.000 tonnellate di prodotti alimentari, come parte della Black Sea Grain Initiative. Una potente dimostrazione di ciò che si può ottenere, anche nei contesti più devastanti, quando mettiamo le persone al primo posto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gas-bruciato-e-zaporizhzhia-in-bilico-sullenergia-mosca-mostra-i-muscoli-2657951632.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kiev-tenta-di-ricucire-con-il-vaticano" data-post-id="2657951632" data-published-at="1661556238" data-use-pagination="False"> Kiev tenta di ricucire con il Vaticano Nel cuore dell’Italia, all’Aquila, il Papa andrà domenica per compiere una visita pastorale in occasione della festa della Perdonanza celestiniana. «Il perdono», ha detto Francesco in un’intervista concessa al quotidiano abruzzese Il Centro, «è l’unica arma possibile contro ogni guerra». Dopo le sue parole pronunciate mercoledì scorso contro «la pazzia della guerra», di ogni guerra, e dove ha ricordato tutte le vittime innocenti, fra cui anche Darya Dugina, la figlia del filosofo Aleksandr Dugin, si comprende una volta in più la prospettiva del Papa sul conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina. Eppure giovedì, il ministro degli Esteri di Kiev aveva convocato il nunzio apostolico, Visvaldas Kulbokas, per comunicargli in modo formale che «l’Ucraina è profondamente delusa dalle parole del Pontefice, che equiparano ingiustamente l’aggressore e la vittima». Ieri, tuttavia, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha un po’ corretto il tiro, pubblicando sui social le foto della visita del segretario di Stato Pietro Parolin di un anno fa e scrivendo: «È stata la seconda visita del segretario di Stato vaticano dall’inizio dell’invasione russa nel 2014 che ha mostrato per entrambe le parti quanto siano importanti le relazioni tra Ucraina e Santa Sede». Sulla vicenda è intervenuto ieri anche Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani, con una dichiarazione rilasciata all’edizione ucraina di Vatican News. Il Papa, ha detto Tornielli, «riferendosi alla pazzia della guerra, che crea insicurezza per tutti, ha ricordato anche l’ultimo episodio di cronaca accaduto, l’attentato in cui è rimasta uccisa Darya Dugina. Ha parlato di lei definendola “povera ragazza”, per riferirsi alle circostanze drammatiche della sua morte, per ribadire che mai niente può giustificare l’uccisione di un essere umano. Il Papa ha parlato con il cuore del pastore, non del politico. Voleva esprimere la pietà cristiana per i morti, per tutti i morti, e non certo ferire i sentimenti della popolazione ucraina, che sperimenta l’orrore della guerra e continua ad avere tante vittime innocenti, e tra queste molti bambini». È quello che tanti, anche all’interno delle sacre stanze, continuano a non voler comprendere, desiderando un Francesco schierato con Kiev e con la Nato, magari benedicente l’invio di armi. La sua posizione però non è quella del «cappellano della Nato», né, peraltro, del «filputiniano», categorie buone per il battage televisivo, ma lontane dalla prospettiva del Papa. «Stiamo assistendo in questi mesi alla guerra in Ucraina», ha detto Francesco nella sua intervista al quotidiano Il Centro, «ma anche a tanti altri conflitti che non trovano abbastanza spazio nei mezzi di comunicazione ma che affliggono migliaia di persone e soprattutto di innocenti. Il male non si vince mai con il male, ma solo con il bene. Ci vuole più forza a perdonare che a fare una guerra. Ma il perdono ha bisogno di una grande maturazione interiore e culturale». Quando domenica prossima papa Francesco aprirà la porta santa della basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila, dando il via alla Perdonanza celestiniana, compirà il gesto che permette di comprendere la sua posizione. Occhi profani forse non vedranno nulla, ma ad occhi semplicemente aperti è permesso vedere una cosa semplice, che il Papa guarda all’umanità cercando di una prospettiva trascendente. Potremmo chiamarla geopolitica della spiritualità; la pace si fa con la conversione e il perdono, anche tra ucraini e russi.
La risposta alla scoppiettante Atreju è stata una grigia assemblea piddina
Il tema di quest’anno, Angeli e Demoni, ha guidato il percorso visivo e narrativo dell’evento. Il manifesto ufficiale, firmato dal torinese Antonio Lapone, omaggia la Torino magica ed esoterica e il fumetto franco-belga. Nel visual, una cosplayer attraversa il confine tra luce e oscurità, tra bene e male, tra simboli antichi e cultura pop moderna, sfogliando un fumetto da cui si sprigiona luce bianca: un ponte tra tradizione e innovazione, tra arte e narrazione.
Fumettisti e illustratori sono stati il cuore pulsante dell’Oval: oltre 40 autori, tra cui il cinese Liang Azha e Lorenzo Pastrovicchio della scuderia Disney, hanno accolto il pubblico tra sketch e disegni personalizzati, conferenze e presentazioni. Primo Nero, fenomeno virale del web con oltre 400.000 follower, ha presentato il suo debutto editoriale con L’Inkredibile Primo Nero Show, mentre Sbam! e altre case editrici hanno ospitato esposizioni, reading e performance di autori come Giorgio Sommacal, Claudio Taurisano e Vince Ricotta, che ha anche suonato dal vivo.
Il cosplay ha confermato la sua centralità: più di 120 partecipanti si sono sfidati nella tappa italiana del Nordic Cosplay Championship, con Carlo Visintini vincitore e qualificato per la finale in Svezia. Parallelamente, il propmaking ha permesso di scoprire il lavoro artigianale dietro armi, elmi e oggetti scenici, rivelando la complessità della costruzione dei personaggi.
La musica ha attraversato generazioni e stili. La Battle of the Bands ha offerto uno spazio alle band emergenti, mentre le icone delle sigle tv, Giorgio Vanni e Cristina D’Avena, hanno trasformato l’Oval in un grande palco popolare, richiamando migliaia di fan. Non è mancato il K-pop, con workshop, esibizioni e karaoke coreano, che ha coinvolto i più giovani in una dimensione interattiva e partecipativa. La manifestazione ha integrato anche dimensioni educative e culturali. Il Dipartimento di Matematica dell’Università di Torino ha esplorato il ruolo della matematica nei fumetti, mostrando come concetti scientifici possano dialogare con la narrazione visiva. Lo chef Carlo Mele, alias Ojisan, ha illustrato la relazione tra cibo e animazione giapponese, trasformando piatti iconici degli anime in esperienze reali. Il pubblico ha potuto immergersi nella magia del Villaggio di Natale, quest’anno allestito nella Casa del Grinch, tra laboratori creativi, truccabimbi e la Christmas Elf Dance, mentre l’area games e l’area videogames hanno offerto tornei, postazioni libere e spazi dedicati a giochi indipendenti, modellismo e miniature, garantendo una partecipazione attiva e immersiva a tutte le età.
Con 28.000 visitatori in due giorni, Xmas Comics & Games conferma la propria crescita come festival della cultura pop, capace di unire creatività, spettacolo e narrazione, senza dimenticare la componente sociale e educativa. Tra fumetti, cosplay, musica e gioco, Torino è diventata il punto d’incontro per chi vuole vivere in prima persona il racconto pop contemporaneo, dove ogni linguaggio si intreccia e dialoga con gli altri, trasformando la fiera in una grande esperienza culturale condivisa.
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i,Hamza Abdi Barre (Getty Images)
La Somalia è intrappolata in una spirale di instabilità sempre più profonda: un’insurrezione jihadista in crescita, un apparato di sicurezza inefficiente, una leadership politica divisa e la competizione tra potenze vicine che alimenta rivalità interne. Il controllo effettivo del governo federale si riduce ormai alla capitale e a poche località satelliti, una sorta di isola amministrativa circondata da gruppi armati e clan in competizione. L’esercito nazionale, logorato, frammentato e privo di una catena di comando solida, non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno sulle principali rotte commerciali che costeggiano il Paese. In queste condizioni, il collasso dell’autorità centrale e la caduta di Mogadiscio nelle mani di gruppi ostili rappresentano scenari sempre meno remoti, con ripercussioni dirette sulla navigazione internazionale e sulla sicurezza regionale.
La pirateria somala, un tempo contenuta da pattugliamenti congiunti e operazioni navali multilaterali, è oggi alimentata anche dal radicamento di milizie jihadiste che controllano vaste aree dell’entroterra. Questi gruppi, dopo anni di scontri contro il governo federale e di brevi avanzate respinte con l’aiuto delle forze speciali straniere, hanno recuperato terreno e consolidato le proprie basi logistiche proprio lungo i corridoi costieri. Da qui hanno intensificato sequestri, assalti e sabotaggi, colpendo infrastrutture critiche e perfino centri governativi di intelligence. L’attacco del 2025 contro una sede dei servizi somali, che portò alla liberazione di decine di detenuti, diede il segnale dell’audacia crescente di questi movimenti.
Le debolezze dell’apparato statale restano uno dei fattori decisivi. Nonostante due decenni di aiuti, investimenti e programmi di addestramento militare, le forze somale non riescono a condurre operazioni continuative contro reti criminali e gruppi jihadisti. Il consumo interno di risorse, la corruzione diffusa, i legami di fedeltà clanici e la dipendenza dall’Agenzia dell’Unione africana per il supporto alla sicurezza hanno sgretolato ogni tentativo di riforma. Nel frattempo, l’interferenza politica nella gestione della missione internazionale ha sfiancato i donatori, ridotto il coordinamento e lasciato presagire un imminente disimpegno. A questo si aggiungono le tensioni istituzionali: modifiche costituzionali controverse, una mappa federale contestata e tentativi percepiti come manovre per prolungare la permanenza al potere della leadership attuale hanno spaccato la classe politica e paralizzato qualsiasi risposta comune alla minaccia emergente. Mentre i vertici si dividono, le bande armate osservano, consolidano il controllo del territorio e preparano nuovi colpi contro la navigazione e le città costiere. Sul piano internazionale cresce il numero di governi che, temendo un collasso definitivo del sistema federale, sondano discretamente la possibilità di una trattativa con i gruppi armati. Ma l’ipotesi di una Mogadiscio conquistata da milizie che già controllano ampie aree della costa solleva timori concreti: un ritorno alla pirateria sistemica, attacchi oltre confine e una spirale di conflitti locali che coinvolgerebbe l’intero Corno d’Africa.
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Il presidente eletto del Cile José Antonio Kast e sua moglie Maria Pia Adriasola (Ansa)
Un elemento significativo di queste elezioni presidenziali è stata l’elevata affluenza alle urne, che si è rivelata in aumento del 38% rispetto al 2021. Quelle di ieri sono infatti state le prime elezioni tenute dopo che, nel 2022, è stato introdotto il voto obbligatorio. La vittoria di Kast ha fatto da contraltare alla crisi della sinistra cilena. Il presidente uscente, Gabriel Boric, aveva vinto quattro anni fa, facendo leva soprattutto sull’impopolarità dell’amministrazione di centrodestra, guidata da Sebastián Piñera. Tuttavia, a partire dal 2023, gli indici di gradimento di Boric sono iniziati a crollare. E questo ha danneggiato senza dubbio la Jara, che è stata ministro del Lavoro fino allo scorso aprile. Certo, Kast si accinge a governare a fronte di un Congresso diviso: il che potrebbe rappresentare un problema per alcune delle sue proposte più incisive. Resta tuttavia il fatto che la sua vittoria ha avuto dei numeri assai significativi.
«La vittoria di Kast in Cile segue una serie di elezioni in America Latina che negli ultimi anni hanno spostato la regione verso destra, tra cui quelle in Argentina, Ecuador, Costa Rica ed El Salvador», ha riferito la Bbc. Lo spostamento a destra dell’America Latina è una buona notizia per la Casa Bianca. Ricordiamo che, alcuni giorni fa, Washington a pubblicato la sua nuova strategia di sicurezza nazionale: un documento alla cui base si registra il rilancio della Dottrina Monroe. Per Trump, l’obiettivo, da questo punto di vista, è duplice. Innanzitutto, punta a contrastare il fenomeno dell’immigrazione irregolare. In secondo luogo, mira ad arginare l’influenza geopolitica della Cina sull’Emisfero occidentale. Vale a tal proposito la pena di ricordare che Boric, negli ultimi anni, ha notevolmente avvicinato Santiago a Pechino. Una linea che, di certo, a Washington non è stata apprezzata.
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