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2022-08-27
Gas bruciato e Zaporizhzhia in bilico. Sull’energia Mosca mostra i muscoli
(Yulii Zozulia/ Ukrinform/Future Publishing via Getty Images)
Secondo un report della società norvegese Rystad Energy, diffuso dalla Bbc, nell’impianto russo di Portovaya Mosca mostra i muscoli bruciando grandi quantità di gas naturale mentre in Europa i costi per l’energia superano ogni record. Lo si è visto ieri con il gas metano, che ad Amsterdam (mercato di riferimento per l’Europa) ha toccato il nuovo massimo storico con la valutazione a 339 euro al megawattora per poi chiudere la giornata a 337 euro.
La televisione britannica ha mostrato alcune immagini provenienti da un satellite nelle quali si vedono delle grandi fiamme e le conseguenti radiazioni infrarosse provocate dalla combustione del gas. Quanto vale questo gas che i russi bruciano? Le stime di alcuni esperti dicono che parliamo di circa 10 milioni di euro al giorno: secondo i tecnici della Rystad Energy ogni giorno nell’impianto a Nord-Ovest di San Pietroburgo vengono bruciati circa 4,34 milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto.
A proposito di energia, dall’Inghilterra ci arrivano delle brutte notizie: l’Office of Gas and Electricity Markets (Ofgem), l’Autorità di regolamentazione dell’energia del Regno Unito, attraverso una nota pubblicata ieri ha fatto sapere che i cittadini inglesi vedranno aumentare le loro bollette per le utenze domestiche annuali fino all’80%. L’Ofgem ha dichiarato che a partire dal mese di ottobre i costi passeranno da 1.971 a 3.549 sterline all’anno e tutto questo non è che uno dei tanti frutti avvelenati di questa guerra che sta facendo schizzare i prezzi al consumo nelle economie di tutta Europa che usano il gas per riscaldare le case e creare elettricità. Evidente che un aumento dell’80% sulle bollette, se non verrà calmierato dalla Stato, britannico rischia di creare un problema sociale che potrebbe trovare nelle proteste di piazza una valvola di sfogo. E non è certo uno scenario rassicurante.
Intanto la guerra non si ferma e ieri nella zona occupata di Kherson ci sono stati nuovi bombardamenti dell’esercito ucraino ma secondo l’agenzia russa Ria Novosti «la difesa aerea ha funzionato», tuttavia, su Telegram circolano numerosi video di violenti attacchi che hanno colpito il ponte Antonivsky. Secondo dell’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell, «la Russia ha già perso la guerra in Ucraina, non avendo raggiunto i suoi obiettivi militari dopo sei mesi di invasione e non avendo più l’iniziativa nel conflitto. La guerra si trova in una fase decisiva e chi prende l’iniziativa in questo momento non è più la Russia, la Russia ha già perso». In ogni caso a Mosca e a Kiev nessuno parla più di negoziare una tregua o di iniziare dei veri colloqui di pace. Dopo quanto affermato dai russi, che negli scorsi giorni avevano escluso questa possibilità, ieri ci ha pensato Mikhail Podolyak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ad affermare al quotidiano americano The Hill che «i negoziati con la Federazione Russa sono una condanna a morte e Zelensky è nettamente contrario».
E che succede alla centrale nucleare di Zaporizhzhia? È stata scollegata dalla rete Ucraina oppure no? Dopo una serie di notizie contraddittorie (un classico di questo conflitto), l’operatore energetico statale ucraino Energoatom ieri ha comunicato: «La centrale è ora collegata alla rete e produce elettricità per il fabbisogno dell’Ucraina ed è stata collegata alla rete elettrica una delle unità di potenza della centrale nucleare più grande d’Europa che era stata scollegata ieri». Attenzione, perché si tratta solo di uno scampato pericolo, visto che la situazione nell’aerea è fragilissima, tanto che il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha dichiarato alla radio francese Rfi: «Dobbiamo rendere sicura la nostra rotta, dobbiamo farlo in coordinamento tra i due Paesi, il che non è facile date le circostanze. Dobbiamo anche contare sul sostegno delle Nazioni Unite e dei loro veicoli blindati che ci porteranno lì. Questa è la logistica, poi a livello tecnico bisogna definire chiaramente i parametri della missione e, possibilmente, stabilire una presenza continua dell’Agenzia in loco».
Ieri è tornato a parlare all’agenzia statale Belta il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, poche ore dopo aver fatto gli auguri per il giorno dell’indipedenza ucraina, ha dichiarato che sono stati ultimati i lavori di adeguamento (con la collaborazione della Russia) sui propri bombardieri in modo che possano trasportare bombe nucleari affinché possano reagire alle eventuali minacce dell’Occidente, per poi aggiungere: «I Paesi occidentali devono capire che nessun elicottero o aereo potrà salvarli se daranno vita a un’escalation».
A proposito di satrapi dell’area, ieri il presidente ceceno Ramzan Kadyrov e i comandanti della Guardia nazionale russa, Daniil Martynov e Huseyna Mezhidova, suoi stretti collaboratori, sono accusati di crimini di guerra. Lo ha reso noto in un messaggio su Telegram il Servizio di sicurezza ucraino secondo cui sono state raccolte prove indiscutibili di crimini di guerra commessi da Kadyrov e dai suoi due fedelissimi.
Infine una buona notizia: secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres «dozzine di navi hanno attraccato e sono salpate dai porti ucraini, e sono state caricate finora con oltre 720.000 tonnellate di prodotti alimentari, come parte della Black Sea Grain Initiative. Una potente dimostrazione di ciò che si può ottenere, anche nei contesti più devastanti, quando mettiamo le persone al primo posto».
Kiev tenta di ricucire con il Vaticano
Nel cuore dell’Italia, all’Aquila, il Papa andrà domenica per compiere una visita pastorale in occasione della festa della Perdonanza celestiniana. «Il perdono», ha detto Francesco in un’intervista concessa al quotidiano abruzzese Il Centro, «è l’unica arma possibile contro ogni guerra».
Dopo le sue parole pronunciate mercoledì scorso contro «la pazzia della guerra», di ogni guerra, e dove ha ricordato tutte le vittime innocenti, fra cui anche Darya Dugina, la figlia del filosofo Aleksandr Dugin, si comprende una volta in più la prospettiva del Papa sul conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina. Eppure giovedì, il ministro degli Esteri di Kiev aveva convocato il nunzio apostolico, Visvaldas Kulbokas, per comunicargli in modo formale che «l’Ucraina è profondamente delusa dalle parole del Pontefice, che equiparano ingiustamente l’aggressore e la vittima». Ieri, tuttavia, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha un po’ corretto il tiro, pubblicando sui social le foto della visita del segretario di Stato Pietro Parolin di un anno fa e scrivendo: «È stata la seconda visita del segretario di Stato vaticano dall’inizio dell’invasione russa nel 2014 che ha mostrato per entrambe le parti quanto siano importanti le relazioni tra Ucraina e Santa Sede».
Sulla vicenda è intervenuto ieri anche Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani, con una dichiarazione rilasciata all’edizione ucraina di Vatican News. Il Papa, ha detto Tornielli, «riferendosi alla pazzia della guerra, che crea insicurezza per tutti, ha ricordato anche l’ultimo episodio di cronaca accaduto, l’attentato in cui è rimasta uccisa Darya Dugina. Ha parlato di lei definendola “povera ragazza”, per riferirsi alle circostanze drammatiche della sua morte, per ribadire che mai niente può giustificare l’uccisione di un essere umano. Il Papa ha parlato con il cuore del pastore, non del politico. Voleva esprimere la pietà cristiana per i morti, per tutti i morti, e non certo ferire i sentimenti della popolazione ucraina, che sperimenta l’orrore della guerra e continua ad avere tante vittime innocenti, e tra queste molti bambini».
È quello che tanti, anche all’interno delle sacre stanze, continuano a non voler comprendere, desiderando un Francesco schierato con Kiev e con la Nato, magari benedicente l’invio di armi. La sua posizione però non è quella del «cappellano della Nato», né, peraltro, del «filputiniano», categorie buone per il battage televisivo, ma lontane dalla prospettiva del Papa.
«Stiamo assistendo in questi mesi alla guerra in Ucraina», ha detto Francesco nella sua intervista al quotidiano Il Centro, «ma anche a tanti altri conflitti che non trovano abbastanza spazio nei mezzi di comunicazione ma che affliggono migliaia di persone e soprattutto di innocenti. Il male non si vince mai con il male, ma solo con il bene. Ci vuole più forza a perdonare che a fare una guerra. Ma il perdono ha bisogno di una grande maturazione interiore e culturale».
Quando domenica prossima papa Francesco aprirà la porta santa della basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila, dando il via alla Perdonanza celestiniana, compirà il gesto che permette di comprendere la sua posizione. Occhi profani forse non vedranno nulla, ma ad occhi semplicemente aperti è permesso vedere una cosa semplice, che il Papa guarda all’umanità cercando di una prospettiva trascendente. Potremmo chiamarla geopolitica della spiritualità; la pace si fa con la conversione e il perdono, anche tra ucraini e russi.
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Il Cremlino ostenta il suo ruolo di dominus dei rifornimenti con delle provocazioni: al confine con la Finlandia dà fuoco a riserve pari a 10 milioni di euro al giorno. E sulla centrale ucraina scatta un tira e molla snervante.Kiev tenta di ricucire con il Vaticano. Dopo la convocazione del nunzio apostolico per le parole del Papa su Darya Dugina, l’ambasciatore presso la Santa Sede diffonde sui social un messaggio distensivo.Lo speciale comprende due articoli. Secondo un report della società norvegese Rystad Energy, diffuso dalla Bbc, nell’impianto russo di Portovaya Mosca mostra i muscoli bruciando grandi quantità di gas naturale mentre in Europa i costi per l’energia superano ogni record. Lo si è visto ieri con il gas metano, che ad Amsterdam (mercato di riferimento per l’Europa) ha toccato il nuovo massimo storico con la valutazione a 339 euro al megawattora per poi chiudere la giornata a 337 euro. La televisione britannica ha mostrato alcune immagini provenienti da un satellite nelle quali si vedono delle grandi fiamme e le conseguenti radiazioni infrarosse provocate dalla combustione del gas. Quanto vale questo gas che i russi bruciano? Le stime di alcuni esperti dicono che parliamo di circa 10 milioni di euro al giorno: secondo i tecnici della Rystad Energy ogni giorno nell’impianto a Nord-Ovest di San Pietroburgo vengono bruciati circa 4,34 milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto. A proposito di energia, dall’Inghilterra ci arrivano delle brutte notizie: l’Office of Gas and Electricity Markets (Ofgem), l’Autorità di regolamentazione dell’energia del Regno Unito, attraverso una nota pubblicata ieri ha fatto sapere che i cittadini inglesi vedranno aumentare le loro bollette per le utenze domestiche annuali fino all’80%. L’Ofgem ha dichiarato che a partire dal mese di ottobre i costi passeranno da 1.971 a 3.549 sterline all’anno e tutto questo non è che uno dei tanti frutti avvelenati di questa guerra che sta facendo schizzare i prezzi al consumo nelle economie di tutta Europa che usano il gas per riscaldare le case e creare elettricità. Evidente che un aumento dell’80% sulle bollette, se non verrà calmierato dalla Stato, britannico rischia di creare un problema sociale che potrebbe trovare nelle proteste di piazza una valvola di sfogo. E non è certo uno scenario rassicurante. Intanto la guerra non si ferma e ieri nella zona occupata di Kherson ci sono stati nuovi bombardamenti dell’esercito ucraino ma secondo l’agenzia russa Ria Novosti «la difesa aerea ha funzionato», tuttavia, su Telegram circolano numerosi video di violenti attacchi che hanno colpito il ponte Antonivsky. Secondo dell’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell, «la Russia ha già perso la guerra in Ucraina, non avendo raggiunto i suoi obiettivi militari dopo sei mesi di invasione e non avendo più l’iniziativa nel conflitto. La guerra si trova in una fase decisiva e chi prende l’iniziativa in questo momento non è più la Russia, la Russia ha già perso». In ogni caso a Mosca e a Kiev nessuno parla più di negoziare una tregua o di iniziare dei veri colloqui di pace. Dopo quanto affermato dai russi, che negli scorsi giorni avevano escluso questa possibilità, ieri ci ha pensato Mikhail Podolyak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ad affermare al quotidiano americano The Hill che «i negoziati con la Federazione Russa sono una condanna a morte e Zelensky è nettamente contrario». E che succede alla centrale nucleare di Zaporizhzhia? È stata scollegata dalla rete Ucraina oppure no? Dopo una serie di notizie contraddittorie (un classico di questo conflitto), l’operatore energetico statale ucraino Energoatom ieri ha comunicato: «La centrale è ora collegata alla rete e produce elettricità per il fabbisogno dell’Ucraina ed è stata collegata alla rete elettrica una delle unità di potenza della centrale nucleare più grande d’Europa che era stata scollegata ieri». Attenzione, perché si tratta solo di uno scampato pericolo, visto che la situazione nell’aerea è fragilissima, tanto che il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha dichiarato alla radio francese Rfi: «Dobbiamo rendere sicura la nostra rotta, dobbiamo farlo in coordinamento tra i due Paesi, il che non è facile date le circostanze. Dobbiamo anche contare sul sostegno delle Nazioni Unite e dei loro veicoli blindati che ci porteranno lì. Questa è la logistica, poi a livello tecnico bisogna definire chiaramente i parametri della missione e, possibilmente, stabilire una presenza continua dell’Agenzia in loco». Ieri è tornato a parlare all’agenzia statale Belta il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, poche ore dopo aver fatto gli auguri per il giorno dell’indipedenza ucraina, ha dichiarato che sono stati ultimati i lavori di adeguamento (con la collaborazione della Russia) sui propri bombardieri in modo che possano trasportare bombe nucleari affinché possano reagire alle eventuali minacce dell’Occidente, per poi aggiungere: «I Paesi occidentali devono capire che nessun elicottero o aereo potrà salvarli se daranno vita a un’escalation». A proposito di satrapi dell’area, ieri il presidente ceceno Ramzan Kadyrov e i comandanti della Guardia nazionale russa, Daniil Martynov e Huseyna Mezhidova, suoi stretti collaboratori, sono accusati di crimini di guerra. Lo ha reso noto in un messaggio su Telegram il Servizio di sicurezza ucraino secondo cui sono state raccolte prove indiscutibili di crimini di guerra commessi da Kadyrov e dai suoi due fedelissimi. Infine una buona notizia: secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres «dozzine di navi hanno attraccato e sono salpate dai porti ucraini, e sono state caricate finora con oltre 720.000 tonnellate di prodotti alimentari, come parte della Black Sea Grain Initiative. Una potente dimostrazione di ciò che si può ottenere, anche nei contesti più devastanti, quando mettiamo le persone al primo posto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gas-bruciato-e-zaporizhzhia-in-bilico-sullenergia-mosca-mostra-i-muscoli-2657951632.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kiev-tenta-di-ricucire-con-il-vaticano" data-post-id="2657951632" data-published-at="1661556238" data-use-pagination="False"> Kiev tenta di ricucire con il Vaticano Nel cuore dell’Italia, all’Aquila, il Papa andrà domenica per compiere una visita pastorale in occasione della festa della Perdonanza celestiniana. «Il perdono», ha detto Francesco in un’intervista concessa al quotidiano abruzzese Il Centro, «è l’unica arma possibile contro ogni guerra». Dopo le sue parole pronunciate mercoledì scorso contro «la pazzia della guerra», di ogni guerra, e dove ha ricordato tutte le vittime innocenti, fra cui anche Darya Dugina, la figlia del filosofo Aleksandr Dugin, si comprende una volta in più la prospettiva del Papa sul conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina. Eppure giovedì, il ministro degli Esteri di Kiev aveva convocato il nunzio apostolico, Visvaldas Kulbokas, per comunicargli in modo formale che «l’Ucraina è profondamente delusa dalle parole del Pontefice, che equiparano ingiustamente l’aggressore e la vittima». Ieri, tuttavia, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha un po’ corretto il tiro, pubblicando sui social le foto della visita del segretario di Stato Pietro Parolin di un anno fa e scrivendo: «È stata la seconda visita del segretario di Stato vaticano dall’inizio dell’invasione russa nel 2014 che ha mostrato per entrambe le parti quanto siano importanti le relazioni tra Ucraina e Santa Sede». Sulla vicenda è intervenuto ieri anche Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani, con una dichiarazione rilasciata all’edizione ucraina di Vatican News. Il Papa, ha detto Tornielli, «riferendosi alla pazzia della guerra, che crea insicurezza per tutti, ha ricordato anche l’ultimo episodio di cronaca accaduto, l’attentato in cui è rimasta uccisa Darya Dugina. Ha parlato di lei definendola “povera ragazza”, per riferirsi alle circostanze drammatiche della sua morte, per ribadire che mai niente può giustificare l’uccisione di un essere umano. Il Papa ha parlato con il cuore del pastore, non del politico. Voleva esprimere la pietà cristiana per i morti, per tutti i morti, e non certo ferire i sentimenti della popolazione ucraina, che sperimenta l’orrore della guerra e continua ad avere tante vittime innocenti, e tra queste molti bambini». È quello che tanti, anche all’interno delle sacre stanze, continuano a non voler comprendere, desiderando un Francesco schierato con Kiev e con la Nato, magari benedicente l’invio di armi. La sua posizione però non è quella del «cappellano della Nato», né, peraltro, del «filputiniano», categorie buone per il battage televisivo, ma lontane dalla prospettiva del Papa. «Stiamo assistendo in questi mesi alla guerra in Ucraina», ha detto Francesco nella sua intervista al quotidiano Il Centro, «ma anche a tanti altri conflitti che non trovano abbastanza spazio nei mezzi di comunicazione ma che affliggono migliaia di persone e soprattutto di innocenti. Il male non si vince mai con il male, ma solo con il bene. Ci vuole più forza a perdonare che a fare una guerra. Ma il perdono ha bisogno di una grande maturazione interiore e culturale». Quando domenica prossima papa Francesco aprirà la porta santa della basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila, dando il via alla Perdonanza celestiniana, compirà il gesto che permette di comprendere la sua posizione. Occhi profani forse non vedranno nulla, ma ad occhi semplicemente aperti è permesso vedere una cosa semplice, che il Papa guarda all’umanità cercando di una prospettiva trascendente. Potremmo chiamarla geopolitica della spiritualità; la pace si fa con la conversione e il perdono, anche tra ucraini e russi.
Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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