2025-10-11
Dietro la «squadretta» spunta un’altra inchiesta per corruzione
Mario Venditti. Nel riquadro da sinistra: Oreste Liporace e Maurizio Pappalardo (Ansa)
Il presunto capo della squadretta di carabinieri infedeli di Clean 2, il maggiore in quiescenza Maurizio Pappalardo, muoveva i suoi tentacoli anche fuori Pavia e incontrava personaggi che sono tuttora coinvolti in inchieste per corruzione a Milano e Roma. I testimoni raccontano che durante questi abboccamenti non portasse con sé il cellulare. Quali misteriose questioni venivano trattate durante quei briefing? E chi erano i suoi interlocutori?
Il 14 novembre 2024 l’ex comandante provinciale dei carabinieri Ernesto Di Gregorio viene sentito in Procura. Con l’alto ufficiale gli inquirenti provano a scandagliare la rete di conoscenze di Pappalardo, sotto processo per corruzione, e, mentre, fanno domande sui beneficiari dei suoi favori, tirano fuori un nome che spiazza il testimone: «È a conoscenza della frequentazione del maggiore Pappalardo con il generale Oreste Liporace?» chiede il procuratore aggiunto Stefano Civardi. Di Gregorio è stupito: «Conosco il generale Liporace per motivi di servizio, ma ignoro se Pappalardo lo frequentasse. Durante la mia permanenza al Comando di Pavia mi pare improbabile che il generale Liporace si sia recato a Pavia, altrimenti, penso, che mi avrebbe contattato in quanto i rapporti di colleganza erano buoni, seppur non fossero amicali». Quello di Liporace non è un nome qualsiasi e permette di immaginare un livello superiore di corruzione e mazzette. Infatti sia Pappalardo che il generale erano in rapporti con i fratelli William e Massimiliano Fabbro, arrestati nel 2022 per una vicenda di appalti milionari pilotati in Fiera Milano (hanno patteggiato la pena) e riarrestati il 4 luglio del 2024, questa volta, con Liporace con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta per altre presunte gare truccate: gli imprenditori avrebbero ottenuto un incarico da 700.000 euro per i servizi di pulizia nella caserma dei carabinieri di Velletri, dove Liporace ha comandato la Scuola allievi marescialli e brigadieri. In cambio il generale avrebbe intascato 22.000 euro, biglietti per la Scala e per l’Olimpico e borse griffate. I fratelli Fabbro hanno chiesto (con il consenso del pm Paolo Storari) un altro patteggiamento, in fase di valutazione.
La posizione del generale è stata, invece, trasmessa a Roma per competenza territoriale. I Fabbro, per anni, hanno fornito alla pubblica amministrazione distributori di snack e offerto servizi di pulizia e di mensa: per esempio hanno conquistato un appalto da 34 milioni di euro per la ristorazione in 297 caserme dell’Arma e 3 milioni l’anno per la refezione degli 007 del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Alla fine di luglio del 2024, dopo l’arresto del generale, la Guardia di finanza scrive ai pm pavesi che, in quel momento, stanno indagando su Pappalardo, per segnalare che Liporace «è stato citato da persone sentite a sommarie informazioni, nell’ambito dell’indagine in corso, quale persona avente rapporti professionali e personali con Pappalardo». Le Fiamme gialle fanno sapere di avere recuperato su due cellulari del maggiore le chat intercorse con il generale. In effetti il rapporto tra Pappalardo, Liporace e i Fabbro è stato al centro di diverse testimonianze raccolte nell’inchiesta Clean 2. Per esempio Pietro Picone, in servizio presso il Nucleo investigativo, ha dichiarato: «Ricordo di avere portato Pappalardo decine di volte (e così anche i miei colleghi) a Novate Milanese presso l’azienda Fratelli Fabbro. Ricordo che si parcheggiava nel piazzale della ditta e lasciava il cellulare in auto. Mi domandavo spesso per quale motivo si andasse lì. Questa vicenda mi è tornata in mente quando ho letto le notizie relative all’arresto del generale Liporace, perché in una notizia si diceva che fossero a vario titolo coinvolti i fratelli Fabbro».
Anche un collega di Picone, il maresciallo Lucio Rossetti, ha ricordato di avere «accompagnato due volte Pappalardo presso la ditta Fabbro di Novate Milanese». Picone ha detto anche altre cose interessanti: «Più volte Pappalardo mi diede l’ordine di andare a prendere con l’auto di servizio il generale Liporace a Milano. Una volta lo portai in un ospedale, aspettai lì che terminasse e poi lo accompagnai a pranzo con Pappalardo in una via anonima, tipo in un fast food. Non ho mai portato il generale Liporace a Pavia, né in comandi dell’Arma. Una volta lo portai in zona Duomo. Ma io restavo in macchina e aspettavo. Inizialmente, quando andavo a prendere Liporace veniva anche Pappalardo». Giovanni Pais, membro del Nucleo informativo, ha riferito ulteriori episodi sulla frequentazione tra i due ufficiali: «Sono andato una volta a Milano con il maggiore perché doveva incontrare il generale Liporace, si sono visti in strada, hanno parlato, mangiato qualcosa insieme e poi si sono salutati. Erano in confidenza». Quindi Pais ha aggiunto un particolare: «Pappalardo mi ha detto di portare del vino dell’azienda di mio cognato, per la precisione una decina di magnum di spumante metodo classico, del valore approssimativo di circa 200 euro, che io gli ho consegnato e caricato sulla Porsche insieme ad altre bottiglie che già aveva in macchina e mi ha fatto capire che avrebbe portato le bottiglie a Padova, dove era comandante Liporace. Mi ha proprio precisato che le avrebbe portate all’allora colonnello Liporace». Adriano Mason, pure lui in servizio presso il Nucleo Informativo, ha confermato il forte legame tra i presunti corrotti: «Pappalardo aveva rapporti con il generale Liporace. In un’occasione ho assistito a un incontro tra i due, in un ristorante di Milano. Non so quale fosse l’oggetto dell’incontro. Sembravano amici». Rilevante la testimonianza della ex di Pappalardo, la giovane che sarebbe stata stalkerizzata dalla squadretta di carabinieri. Con gli inquirenti la trentenne ha introdotto nuovi particolari sul rapporto tra i due militari finiti in disgrazia: «C’è una persona dei Carabinieri di Roma che si chiama Oreste Liporace che è il collegamento con il family banker che ha assunto la figlia di Pappalardo […]. Questo family banker ha introdotto sia la figlia di Pappalardo che quella di Oreste Liporace».
Quando la figlia di quest’ultimo saliva a Milano, viaggiando anche su aerei privati, Pappalardo «era totalmente al servizio delle necessità di questa ragazza». Chissà se qualcuno prima o poi riuscirà a ricostruire che cosa facessero insieme Pappalardo, Liporace e i fratelli Fabbro, personaggi che uniscono due grandi inchieste e mondi che vanno dall’intelligence al Vaticano.
Garlasco, occhi puntati sui conti del gip e delle cugine di Chiara
Questa volta non sono solo delle comparse sullo sfondo del dramma familiare di Garlasco. Per la prima volta viene chiesto di poter svolgere delle attività investigative su di loro. Sulle loro movimentazioni finanziarie.
Paola e Stefania, le gemelle, figlie dell’avvocato Ermanno Cappa e di Rosa Maria Assunta Poggi, e cugine di Chiara Poggi, sono finite, a sorpresa, insieme con i genitori, in una lista di nomi che la Guardia di finanza, Nucleo investigazioni criminalità organizzata, chiedeva di poter controllare per «mirati accertamenti bancari». L’inchiesta è quella su Mario Venditti, l’ex procuratore aggiunto di Pavia indagato dalla Procura di Brescia per un’ipotesi di corruzione in atti giudiziari legata alla richiesta di archiviazione dell’indagine del 2017 su Andrea Sempio, l’amico di Marco Poggi che ora è di nuovo indagato a Pavia per l’omicidio. Il documento, che la Verità ha potuto consultare, è datato 30 luglio 2025 e sembra voler allargare il perimetro investigativo: entrare nei conti corrente non solo di Venditti e del gip che nel 2017 firmò l’archiviazione, Fabio Lambertucci, ma anche dei parenti di Sempio e dei Poggi. Nella successiva annotazione, che risale al mese scorso, quando i controlli vengono compiuti, però, i nomi dei Cappa (e anche quello di Lambertucci) non ci sono più. Ma non è detto che le attività richieste non siano state delegate. Quello che è certo è che negli atti inviati dalla Procura al Tribunale del Riesame, al quale Venditti si è rivolto dopo la perquisizione (la toga in pensione non avrebbe consegnato le password per accedere al suo pc e allo smartphone), non compaiono documenti che contengono riferimento ai Cappa.
Tutto nasce da un quaderno Pigna, copertina verde, trovato durante una perquisizione a casa dei Sempio il 14 maggio scorso. I carabinieri del Nucleo investigativo di Milano lo sequestrano. Tra le pagine corrispondenti alle lettere «Q» e «R» della rubrica alfabetica spunta un appunto quasi indecifrabile, ma che gli investigatori riconducono a cifre di denaro e a ruoli di magistrati. I finanzieri, infatti, scrivono: «Le anomalie segnalate trovano riscontro al manoscritto sequestrato, in cui associava il cognome del pm Venditti alla corresponsione di 20.000 o 30.000 euro […] per ottenere l’archiviazione del procedimento». Un appunto secco: «Venditti gip archivia per 20/30 Euro». Nell’informativa ci sono anche le ambientali registrate nell’auto dei Sempio. È il 9 febbraio 2017, vigilia dell’interrogatorio di Andrea. Il padre, Giuseppe, parla col figlio: «Comunque ha detto che ti chiederà le cose che sono state depositate…». Poi aggiunge: «Se ti infila dentro qualche domanda che non… dici, guardi io non mi ricordo, son passati dieci anni». Il giorno dopo, appena usciti dalla Procura, sfugge un’altra frase: «Abbiamo cannato una risposta», dice Giuseppe, parlando del ticket che avrebbe dovuto fornire un alibi al figlio. E subito dopo: «A parte che erano dalla nostra… perché mi han fatto alcune domande che io ho capito perché me le facevano…». Sempre il 9 febbraio, in un’altra registrazione, papà Giuseppe dice: «Adesso bisogna che troviamo la formula di pagare quei signori lì». La moglie chiede: «Chi intendi?». E lui: «Eh, portare i soldi all’avvocato…». I finanzieri cercano di interpretare: «Le modalità sembrano più vicine all’ipotesi di dover pagare in maniera occulta persone diverse, indicate come «quei signori lì», piuttosto che i difensori di fiducia». Gli atti di Pavia dicono che Andrea viene convocato l’8 febbraio 2017, interrogato il 10 e che la Procura chiede l’archiviazione il 15 marzo. Otto giorni dopo, il 23 marzo, il gip firma il decreto. Ed è su questa mappa temporale che hanno lavorato i finanzieri, che hanno chiesto di verificare i movimenti bancari dall’1 dicembre 2016 al 31 dicembre 2017. Tredici mesi, ovvero il periodo che copre i momenti clou di quella indagine: l’esposto presentato dalla madre di Alberto Stasi, l’interrogatorio di Sempio, l’archiviazione e i mesi successivi. Mentre a proposito dell’uso sconsiderato delle auto di servizio, per la compravendita di macchine del garage della Procura a Venditti e al pm Paolo Pietro Mazza, verrebbe contestato un peculato da 750.000 euro. Tanto sarebbe costato il noleggio dei mezzi, utilizzati però anche a fini privati. «Noi, però», replica l’avvocato Massimo Dinoia, che difende Mazza, «non ne abbiamo mai sentito parlare».
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Il presunto capo dei carabinieri agli ordini di Venditti era vicino a un generale e due imprenditori sotto processo per appalti truccati.Chiesti controlli bancari anche sulla toga che archiviò Sempio e su quelli delle Cappa.Lo speciale contiene due articoli.Il presunto capo della squadretta di carabinieri infedeli di Clean 2, il maggiore in quiescenza Maurizio Pappalardo, muoveva i suoi tentacoli anche fuori Pavia e incontrava personaggi che sono tuttora coinvolti in inchieste per corruzione a Milano e Roma. I testimoni raccontano che durante questi abboccamenti non portasse con sé il cellulare. Quali misteriose questioni venivano trattate durante quei briefing? E chi erano i suoi interlocutori? Il 14 novembre 2024 l’ex comandante provinciale dei carabinieri Ernesto Di Gregorio viene sentito in Procura. Con l’alto ufficiale gli inquirenti provano a scandagliare la rete di conoscenze di Pappalardo, sotto processo per corruzione, e, mentre, fanno domande sui beneficiari dei suoi favori, tirano fuori un nome che spiazza il testimone: «È a conoscenza della frequentazione del maggiore Pappalardo con il generale Oreste Liporace?» chiede il procuratore aggiunto Stefano Civardi. Di Gregorio è stupito: «Conosco il generale Liporace per motivi di servizio, ma ignoro se Pappalardo lo frequentasse. Durante la mia permanenza al Comando di Pavia mi pare improbabile che il generale Liporace si sia recato a Pavia, altrimenti, penso, che mi avrebbe contattato in quanto i rapporti di colleganza erano buoni, seppur non fossero amicali». Quello di Liporace non è un nome qualsiasi e permette di immaginare un livello superiore di corruzione e mazzette. Infatti sia Pappalardo che il generale erano in rapporti con i fratelli William e Massimiliano Fabbro, arrestati nel 2022 per una vicenda di appalti milionari pilotati in Fiera Milano (hanno patteggiato la pena) e riarrestati il 4 luglio del 2024, questa volta, con Liporace con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta per altre presunte gare truccate: gli imprenditori avrebbero ottenuto un incarico da 700.000 euro per i servizi di pulizia nella caserma dei carabinieri di Velletri, dove Liporace ha comandato la Scuola allievi marescialli e brigadieri. In cambio il generale avrebbe intascato 22.000 euro, biglietti per la Scala e per l’Olimpico e borse griffate. I fratelli Fabbro hanno chiesto (con il consenso del pm Paolo Storari) un altro patteggiamento, in fase di valutazione.La posizione del generale è stata, invece, trasmessa a Roma per competenza territoriale. I Fabbro, per anni, hanno fornito alla pubblica amministrazione distributori di snack e offerto servizi di pulizia e di mensa: per esempio hanno conquistato un appalto da 34 milioni di euro per la ristorazione in 297 caserme dell’Arma e 3 milioni l’anno per la refezione degli 007 del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Alla fine di luglio del 2024, dopo l’arresto del generale, la Guardia di finanza scrive ai pm pavesi che, in quel momento, stanno indagando su Pappalardo, per segnalare che Liporace «è stato citato da persone sentite a sommarie informazioni, nell’ambito dell’indagine in corso, quale persona avente rapporti professionali e personali con Pappalardo». Le Fiamme gialle fanno sapere di avere recuperato su due cellulari del maggiore le chat intercorse con il generale. In effetti il rapporto tra Pappalardo, Liporace e i Fabbro è stato al centro di diverse testimonianze raccolte nell’inchiesta Clean 2. Per esempio Pietro Picone, in servizio presso il Nucleo investigativo, ha dichiarato: «Ricordo di avere portato Pappalardo decine di volte (e così anche i miei colleghi) a Novate Milanese presso l’azienda Fratelli Fabbro. Ricordo che si parcheggiava nel piazzale della ditta e lasciava il cellulare in auto. Mi domandavo spesso per quale motivo si andasse lì. Questa vicenda mi è tornata in mente quando ho letto le notizie relative all’arresto del generale Liporace, perché in una notizia si diceva che fossero a vario titolo coinvolti i fratelli Fabbro».Anche un collega di Picone, il maresciallo Lucio Rossetti, ha ricordato di avere «accompagnato due volte Pappalardo presso la ditta Fabbro di Novate Milanese». Picone ha detto anche altre cose interessanti: «Più volte Pappalardo mi diede l’ordine di andare a prendere con l’auto di servizio il generale Liporace a Milano. Una volta lo portai in un ospedale, aspettai lì che terminasse e poi lo accompagnai a pranzo con Pappalardo in una via anonima, tipo in un fast food. Non ho mai portato il generale Liporace a Pavia, né in comandi dell’Arma. Una volta lo portai in zona Duomo. Ma io restavo in macchina e aspettavo. Inizialmente, quando andavo a prendere Liporace veniva anche Pappalardo». Giovanni Pais, membro del Nucleo informativo, ha riferito ulteriori episodi sulla frequentazione tra i due ufficiali: «Sono andato una volta a Milano con il maggiore perché doveva incontrare il generale Liporace, si sono visti in strada, hanno parlato, mangiato qualcosa insieme e poi si sono salutati. Erano in confidenza». Quindi Pais ha aggiunto un particolare: «Pappalardo mi ha detto di portare del vino dell’azienda di mio cognato, per la precisione una decina di magnum di spumante metodo classico, del valore approssimativo di circa 200 euro, che io gli ho consegnato e caricato sulla Porsche insieme ad altre bottiglie che già aveva in macchina e mi ha fatto capire che avrebbe portato le bottiglie a Padova, dove era comandante Liporace. Mi ha proprio precisato che le avrebbe portate all’allora colonnello Liporace». Adriano Mason, pure lui in servizio presso il Nucleo Informativo, ha confermato il forte legame tra i presunti corrotti: «Pappalardo aveva rapporti con il generale Liporace. In un’occasione ho assistito a un incontro tra i due, in un ristorante di Milano. Non so quale fosse l’oggetto dell’incontro. Sembravano amici». Rilevante la testimonianza della ex di Pappalardo, la giovane che sarebbe stata stalkerizzata dalla squadretta di carabinieri. Con gli inquirenti la trentenne ha introdotto nuovi particolari sul rapporto tra i due militari finiti in disgrazia: «C’è una persona dei Carabinieri di Roma che si chiama Oreste Liporace che è il collegamento con il family banker che ha assunto la figlia di Pappalardo […]. Questo family banker ha introdotto sia la figlia di Pappalardo che quella di Oreste Liporace».Quando la figlia di quest’ultimo saliva a Milano, viaggiando anche su aerei privati, Pappalardo «era totalmente al servizio delle necessità di questa ragazza». 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Sulle loro movimentazioni finanziarie.Paola e Stefania, le gemelle, figlie dell’avvocato Ermanno Cappa e di Rosa Maria Assunta Poggi, e cugine di Chiara Poggi, sono finite, a sorpresa, insieme con i genitori, in una lista di nomi che la Guardia di finanza, Nucleo investigazioni criminalità organizzata, chiedeva di poter controllare per «mirati accertamenti bancari». L’inchiesta è quella su Mario Venditti, l’ex procuratore aggiunto di Pavia indagato dalla Procura di Brescia per un’ipotesi di corruzione in atti giudiziari legata alla richiesta di archiviazione dell’indagine del 2017 su Andrea Sempio, l’amico di Marco Poggi che ora è di nuovo indagato a Pavia per l’omicidio. Il documento, che la Verità ha potuto consultare, è datato 30 luglio 2025 e sembra voler allargare il perimetro investigativo: entrare nei conti corrente non solo di Venditti e del gip che nel 2017 firmò l’archiviazione, Fabio Lambertucci, ma anche dei parenti di Sempio e dei Poggi. Nella successiva annotazione, che risale al mese scorso, quando i controlli vengono compiuti, però, i nomi dei Cappa (e anche quello di Lambertucci) non ci sono più. Ma non è detto che le attività richieste non siano state delegate. Quello che è certo è che negli atti inviati dalla Procura al Tribunale del Riesame, al quale Venditti si è rivolto dopo la perquisizione (la toga in pensione non avrebbe consegnato le password per accedere al suo pc e allo smartphone), non compaiono documenti che contengono riferimento ai Cappa. Tutto nasce da un quaderno Pigna, copertina verde, trovato durante una perquisizione a casa dei Sempio il 14 maggio scorso. I carabinieri del Nucleo investigativo di Milano lo sequestrano. Tra le pagine corrispondenti alle lettere «Q» e «R» della rubrica alfabetica spunta un appunto quasi indecifrabile, ma che gli investigatori riconducono a cifre di denaro e a ruoli di magistrati. I finanzieri, infatti, scrivono: «Le anomalie segnalate trovano riscontro al manoscritto sequestrato, in cui associava il cognome del pm Venditti alla corresponsione di 20.000 o 30.000 euro […] per ottenere l’archiviazione del procedimento». Un appunto secco: «Venditti gip archivia per 20/30 Euro». Nell’informativa ci sono anche le ambientali registrate nell’auto dei Sempio. È il 9 febbraio 2017, vigilia dell’interrogatorio di Andrea. Il padre, Giuseppe, parla col figlio: «Comunque ha detto che ti chiederà le cose che sono state depositate…». Poi aggiunge: «Se ti infila dentro qualche domanda che non… dici, guardi io non mi ricordo, son passati dieci anni». Il giorno dopo, appena usciti dalla Procura, sfugge un’altra frase: «Abbiamo cannato una risposta», dice Giuseppe, parlando del ticket che avrebbe dovuto fornire un alibi al figlio. E subito dopo: «A parte che erano dalla nostra… perché mi han fatto alcune domande che io ho capito perché me le facevano…». Sempre il 9 febbraio, in un’altra registrazione, papà Giuseppe dice: «Adesso bisogna che troviamo la formula di pagare quei signori lì». La moglie chiede: «Chi intendi?». E lui: «Eh, portare i soldi all’avvocato…». I finanzieri cercano di interpretare: «Le modalità sembrano più vicine all’ipotesi di dover pagare in maniera occulta persone diverse, indicate come «quei signori lì», piuttosto che i difensori di fiducia». Gli atti di Pavia dicono che Andrea viene convocato l’8 febbraio 2017, interrogato il 10 e che la Procura chiede l’archiviazione il 15 marzo. Otto giorni dopo, il 23 marzo, il gip firma il decreto. Ed è su questa mappa temporale che hanno lavorato i finanzieri, che hanno chiesto di verificare i movimenti bancari dall’1 dicembre 2016 al 31 dicembre 2017. Tredici mesi, ovvero il periodo che copre i momenti clou di quella indagine: l’esposto presentato dalla madre di Alberto Stasi, l’interrogatorio di Sempio, l’archiviazione e i mesi successivi. Mentre a proposito dell’uso sconsiderato delle auto di servizio, per la compravendita di macchine del garage della Procura a Venditti e al pm Paolo Pietro Mazza, verrebbe contestato un peculato da 750.000 euro. Tanto sarebbe costato il noleggio dei mezzi, utilizzati però anche a fini privati. «Noi, però», replica l’avvocato Massimo Dinoia, che difende Mazza, «non ne abbiamo mai sentito parlare».
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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