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2024-12-08
Fuori la furia rossa, dentro il nero
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Ansa
Se il buongiorno si vede dal mattino, la giornata di ieri è iniziata con la performance di un centro sociale che ha srotolato davanti all’entrata del Piermarini, un tappeto rosso imbrattato di letame dove erano state posizionate le fotografie della premier Giorgia Meloni, del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, del vice premier Matteo Salvini e del presidente del Senato Ignazio La Russa.
Nel pomeriggio è partito il corteo pro Palestina, centri sociali e sindacati di base. Ma la pioggia ha spento i bollenti animi, a parte il lancio di alcuni fumogeni, e la Prima, fiore all’occhiello di Milano, della Lombardia, dell’Italia ha potuto iniziare nel migliore dei modi, con l’inno applaudito e tutti in piedi. È andata in scena l’«innominabile» di Giuseppe Verdi. Le variazioni lessicali scaramantiche di sprecano, da La forza del cestino, La forza del delfino, Potenza del fato anche solo La Forza, tanto per chiuderla lì. La maledizione perseguita quest’opera ed è dato per certo che i più, ieri sera, portavano in tasca cornetti rossi (anche diverse signore) e guai a dire il titolo che già quello potrebbe creare problemi. Il classico scongiuro maschile, all’entrata del teatro, é stato nascosto dai paltò. Ma è una fama ingiusta, dice chi se ne intende, nata da un equivoco.
La Forza del destino, che coraggiosamente chiamiamo con il suo nome, assente da un quarto di secolo dalla Scala, è il capolavoro con cui Riccardo Chailly ha firmato l’inaugurazione del 7 dicembre, forte di un cast stellare: Anna Netrebko, amatissima dal pubblico della Scala, è tornata per interpretare Donna Leonora, mentre il ruolo di Don Carlo è stato affidato a Ludovic Tézier. Don Alvaro Brian Jagde è stato il Don Alvaro, che ha sostituito all’ultimo il tenore Jonas Kaufmann. E, accanto a loro, artisti del calibro di Alexander Vinogradov, Vasilisa Berzhanskaya e Marco Filippo Romano hanno completato un cast di assoluto prestigio. Più di tre ore e mezzo per raccontare la sorte avvezza, l’amore infelice e la vendetta. Il regista Leo Muscato ha scelto di spiegare lo scorrere del tempo attraverso una scenografia che ruota al centro della scena, con le stagioni che si avvicendano come in un immaginario viaggio nel tempo inserendo anche la guerra sullo sfondo: con il passare degli atti trascorrono i secoli, dal Settecento alle guerre di oggi e, alla fine Leonora, la protagonista, invocherà la pace.
Donne al centro, nell’opera e perfino sul palco reale dove la senatrice a vita Liliana Segre si è seduta al centro, al posto del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, impegnato a Parigi all’inaugurazione di Notre Dame. Alla sua destra la moglie del presidente del Senato, Laura De Cicco e alla sua sinistra Chiara Bazoli, la compagna del sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Ai due lati rispettivamente, sul lato destro il presidente del Senato, Ignazio La Russa e su quello sinistro, il sindaco Sala. Questo schema, che vede le tre donne al centro del palco, è stato proposto da La Russa, e accettato dal primo cittadino milanese. «Le nostre due mogli e noi staremo ai margini. Una volta tanto è un bene che gli uomini stiano ai margini», ha detto La Russa. Tra le altre personalità politiche presenti il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana con la bella figlia Maria Cristina. La forza del destino è un potente affresco storico, dai vasti squarci corali, in bilico tra passione e spiritualità che «le signore della prima», spesso influenzate dall’opera nella scelta dei vestiti, hanno, per la maggior parte, interpretato con abiti neri. Nero protagonista, quindi. L’aveva detto anche Armani che il nero fa tutte belle. E nero è stato a parte qualche spruzzata di colore qua e là. Guarda caso, il re della moda le ha vestite tutte e quasi tutti. Da Achille Lauro a Stefania Rocca (in smoking di cristalli), Chiara Bazoli (verde scuro illuminato da ricami), Dominique Meyer, l’étoile della Scala Nicoletta Manni, Timofej Andrijashenko, primo ballerino della Scala in smoking Giorgio Armani e così Alessandro Baricco e molti altri. Nero l’abito lungo di Laura La Russa firmato da Alberta Ferretti, sua stilista d’elezione, con giacca di satin e gioielli di famiglia. Impeccabile Roberto Bolle, elegantissimo Enzo Miccio con uno smoking di Valentino, «per la precisione di Pier Paolo», Piccioli l’ex stilista. In nero la più nota sondaggista italiana, Alessandra Ghisleri che mostrava una piccola borsa porte bonheur con tanto di ciondoli inequivocabili: un 13, il gobbo, un ferro di cavallo, le corna. «Non si sa mai», ha sussurrato. Tre cappotti uno sull’altro si è infilata Andrée Ruth Shammah alternando il nero al bordeaux e con tanto di bombetta. Scaramantica? «Come diceva Peppino, non è vero ma ci credo». Nero per Melania Rizzoli in Chiara Boni, per Gigliola Curiel con un abito d’archivio della mamma Lella e per Laura Teso. In argento di Genny per Ludmilla Bozzetti. Velluto blu scuro firmato Gianluca Saitto è stato scelto da Fabiana Giacomotti, velluto ma bianco per Mattia Boffi che esibiva una splendida spilla di Pennisi. Alla sfortuna dell’opera non credono né Placido Domingo, tra gli invitati d’onore, né il campione di salto in alto Gianmarco Tamberi: «Ho già dato, con me non attacca».
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I «pacifisti» di centro sociali e pro Pal hanno lanciato petardi e scaricato letame. Dentro il Piermarini signore (e signori) in total black. E con amuleti portafortuna.Se il buongiorno si vede dal mattino, la giornata di ieri è iniziata con la performance di un centro sociale che ha srotolato davanti all’entrata del Piermarini, un tappeto rosso imbrattato di letame dove erano state posizionate le fotografie della premier Giorgia Meloni, del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, del vice premier Matteo Salvini e del presidente del Senato Ignazio La Russa.Nel pomeriggio è partito il corteo pro Palestina, centri sociali e sindacati di base. Ma la pioggia ha spento i bollenti animi, a parte il lancio di alcuni fumogeni, e la Prima, fiore all’occhiello di Milano, della Lombardia, dell’Italia ha potuto iniziare nel migliore dei modi, con l’inno applaudito e tutti in piedi. È andata in scena l’«innominabile» di Giuseppe Verdi. Le variazioni lessicali scaramantiche di sprecano, da La forza del cestino, La forza del delfino, Potenza del fato anche solo La Forza, tanto per chiuderla lì. La maledizione perseguita quest’opera ed è dato per certo che i più, ieri sera, portavano in tasca cornetti rossi (anche diverse signore) e guai a dire il titolo che già quello potrebbe creare problemi. Il classico scongiuro maschile, all’entrata del teatro, é stato nascosto dai paltò. Ma è una fama ingiusta, dice chi se ne intende, nata da un equivoco.La Forza del destino, che coraggiosamente chiamiamo con il suo nome, assente da un quarto di secolo dalla Scala, è il capolavoro con cui Riccardo Chailly ha firmato l’inaugurazione del 7 dicembre, forte di un cast stellare: Anna Netrebko, amatissima dal pubblico della Scala, è tornata per interpretare Donna Leonora, mentre il ruolo di Don Carlo è stato affidato a Ludovic Tézier. Don Alvaro Brian Jagde è stato il Don Alvaro, che ha sostituito all’ultimo il tenore Jonas Kaufmann. E, accanto a loro, artisti del calibro di Alexander Vinogradov, Vasilisa Berzhanskaya e Marco Filippo Romano hanno completato un cast di assoluto prestigio. Più di tre ore e mezzo per raccontare la sorte avvezza, l’amore infelice e la vendetta. Il regista Leo Muscato ha scelto di spiegare lo scorrere del tempo attraverso una scenografia che ruota al centro della scena, con le stagioni che si avvicendano come in un immaginario viaggio nel tempo inserendo anche la guerra sullo sfondo: con il passare degli atti trascorrono i secoli, dal Settecento alle guerre di oggi e, alla fine Leonora, la protagonista, invocherà la pace.Donne al centro, nell’opera e perfino sul palco reale dove la senatrice a vita Liliana Segre si è seduta al centro, al posto del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, impegnato a Parigi all’inaugurazione di Notre Dame. Alla sua destra la moglie del presidente del Senato, Laura De Cicco e alla sua sinistra Chiara Bazoli, la compagna del sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Ai due lati rispettivamente, sul lato destro il presidente del Senato, Ignazio La Russa e su quello sinistro, il sindaco Sala. Questo schema, che vede le tre donne al centro del palco, è stato proposto da La Russa, e accettato dal primo cittadino milanese. «Le nostre due mogli e noi staremo ai margini. Una volta tanto è un bene che gli uomini stiano ai margini», ha detto La Russa. Tra le altre personalità politiche presenti il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana con la bella figlia Maria Cristina. La forza del destino è un potente affresco storico, dai vasti squarci corali, in bilico tra passione e spiritualità che «le signore della prima», spesso influenzate dall’opera nella scelta dei vestiti, hanno, per la maggior parte, interpretato con abiti neri. Nero protagonista, quindi. L’aveva detto anche Armani che il nero fa tutte belle. E nero è stato a parte qualche spruzzata di colore qua e là. Guarda caso, il re della moda le ha vestite tutte e quasi tutti. Da Achille Lauro a Stefania Rocca (in smoking di cristalli), Chiara Bazoli (verde scuro illuminato da ricami), Dominique Meyer, l’étoile della Scala Nicoletta Manni, Timofej Andrijashenko, primo ballerino della Scala in smoking Giorgio Armani e così Alessandro Baricco e molti altri. Nero l’abito lungo di Laura La Russa firmato da Alberta Ferretti, sua stilista d’elezione, con giacca di satin e gioielli di famiglia. Impeccabile Roberto Bolle, elegantissimo Enzo Miccio con uno smoking di Valentino, «per la precisione di Pier Paolo», Piccioli l’ex stilista. In nero la più nota sondaggista italiana, Alessandra Ghisleri che mostrava una piccola borsa porte bonheur con tanto di ciondoli inequivocabili: un 13, il gobbo, un ferro di cavallo, le corna. «Non si sa mai», ha sussurrato. Tre cappotti uno sull’altro si è infilata Andrée Ruth Shammah alternando il nero al bordeaux e con tanto di bombetta. Scaramantica? «Come diceva Peppino, non è vero ma ci credo». Nero per Melania Rizzoli in Chiara Boni, per Gigliola Curiel con un abito d’archivio della mamma Lella e per Laura Teso. In argento di Genny per Ludmilla Bozzetti. Velluto blu scuro firmato Gianluca Saitto è stato scelto da Fabiana Giacomotti, velluto ma bianco per Mattia Boffi che esibiva una splendida spilla di Pennisi. Alla sfortuna dell’opera non credono né Placido Domingo, tra gli invitati d’onore, né il campione di salto in alto Gianmarco Tamberi: «Ho già dato, con me non attacca».
Il ceo Simoneschi: «Concorrenza serrata tra i 10 team in arrivo da tutto il mondo».
Taranto si rivela una delle tappe simbolo del Marina Militare Nastro Rosa Tour 2026, grazie alla partecipazione del pubblico, alla qualità dell'organizzazione e al forte legame con il mare. Lo hanno sottolineato il ceo del Marina Militare «Nastro Rosa Tour» e presidente di SSI Sport & Events, Riccardo Simoneschi, e l'ammiraglio di Divisione Andrea Petroni, comandante del Comando Interregionale Marittimo Sud, intervenendo al talk «Taranto, città dello sport - I Giochi del Mediterraneo volano per la crescita della città dei due mari», che ha chiuso la tappa ionica del Giro dell'Italia a Vela 2026. «Abbiamo avuto delle condizioni meteo bellissime, una giornata di mare stupenda. La città è super ospitale e siamo stati benissimo. La collocazione del villaggio è davvero iconica, quindi questo è candidato a essere uno dei più bei villaggi del tour di quest'anno», ha detto Simoneschi. Le immagini dell’evento.
Giorgia Meloni e Donald Trump (Getty Images)
Hanno l'effetto di detonazione di una bomba atomica le dichiarazioni in cui il presidente americano Donald Trump definisce Giorgia Meloni «più accondiscendente con gli altri leader che con gli alleati». Parole in cui spiega che nell'incontro avuto al G7 Meloni lo avrebbe «implorato di fare una foto insieme» un scena in cui la premier gli avrebbe fatto «pena». Parole consegnate al programma di La 7 L'Aria che tira.
La risposta del presidente del Consiglio arriva subito: «Dunque, certe cose meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono dichiarazioni totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati, non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che mi dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell'Occidente, con i nemici degli Stati Uniti con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e L'Italia non imploriamo mai».
Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, parla di «deliri di Trump su Meloni» che rappresentano «solo l'ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei». Il presidente Usa, prosegue, «sta rovinando gli storici rapporti tra Usa ed Europa», «non si capisce se per volontà o per inettitudine». E, così facendo, sta «danneggiando non solo l'Europa ma soprattutto gli Usa».
«Le gravi e offensive parole del Presidente Trump nei confronti del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni offendono tutta l'Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Il commento del vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Leone XIV ha affermato di considerarla una cosa «non molto cristiana». In realtà non si tratta di deportazione, ma di uno strumento legale che serve a rimpatriare i criminali stranieri. Non mancano moniti al centrodestra sul caso Vannacci: «Escluderlo significa perdere le elezioni». E ricorda che «la sinistra al governo fa paura con patrimoniali mascherate e transizione energetica selvaggia. Se vincessero loro, il nome forte per il ministero dell’Economia è l’ex capo del Fisco Ruffini, un esattore pronto a mettere le mani in tasca agli italiani, sulla scia dei prelievi forzosi del passato».