Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Federico Freni, candidato alle prossime politiche con la Lega. Dibattito sulle proposte fiscali del partito.
Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Federico Freni, candidato alle prossime politiche con la Lega. Dibattito sulle proposte fiscali del partito.
Maurizio Landini (Ansa)
Nel rapporto sui rischi psicosociali, l’Ilo cita bulli e molestie, ma per il sindacato è poco: scelta politica non parlare dei gay.
La Cgil contro l’Onu. O meglio, un dirigente del primo sindacato italiano contro l’Ilo, l’organizzazione internazionale del lavoro che all’interno delle Nazioni Unite si impegna a promuovere un’occupazione dignitosa.
Che, ma siamo all’ovvio, dovrebbe essere lo stesso obiettivo di Landini e compagni. Eppure a Mario Zazzaro, responsabile dell’ufficio nuovi diritti di Napoli e Campania, il primo rapporto mondiale sui rischi psicosociali legati al lavoro, pubblicato a fine aprile dall’Ilo, non è andato proprio giù.
Motivo? Deve averla letta tutto d’un fiato, l’analisi, e alla fine delle 100 e passa pagine dello studio, il dirigente della Cgil non ha trovato un’indicazione specifica, un riferimento che sia uno, all’acronimo più prolisso e impronunciabile del mondo: Lgbtqia+. Insomma, com’è stato possibile, spendersi così intensamente su un tema tanto sentito e delicato e non dedicare almeno un capitolo alle discriminazioni subite dalle persone che hanno orientamenti sessuali e identità di genere non tradizionali?
Lo sfogo di Zazzaro potrebbe lasciare anche il tempo che trova, se non fosse che riceve ampio spazio e visibilità su «Collettiva», piattaforma multimediale e giornale ufficiale del sindacato di Landini, con una tesi ben precisa: «Nel rapporto non c’è nessun riferimento al minority stress: il peso derivante dallo status di minoranza stigmatizzata. I dati ci sono, ignorarli è una scelta politica che invia un segnale di impunità a governi e datori di lavoro».
E qui la situazione si fa seria. L’Onu che scientemente prende una posizione politica contro lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersex, asessuali ecc ecc. Talmente tanto seria che vale la pena leggerlo il rapporto e capire di cosa stiamo parlando. Partendo da un presupposto: si tratta del primo studio di questo tipo. E come tale rappresenta un passo in avanti rispetto alla linea evidentemente auspicata dalla Cgil.
Ma andiamo oltre. «I rischi psicosociali correlati al lavoro», si legge nell’analisi, «rappresentano una minaccia importante e crescente non solo per la salute e la sicurezza dei lavoratori, ma anche per la produttività delle organizzazioni e per l’economia nel suo complesso». Secondo le stime più recenti dell’Organizzazione internazionale del lavoro i fattori di rischio psicosociale causano ogni anno oltre 840.000 decessi per malattie cardiovascolari (soprattutto ictus e cardiopatie ischemiche) e disturbi mentali correlati (soprattutto depressione). «Si prevede, inoltre», continua, «che l’impatto complessivo dei fenomeni analizzati determini una perdita annua pari all’1,37 per cento del prodotto interno lordo (Pil) mondiale».
Le cause? «In questo contesto», procede il report, «la persistenza di orari di lavoro prolungati emerge come un fattore critico di rischio psicosociale correlato all’aumento del rischio di malattie cardiovascolari e ictus». L’Ilo stima che, a livello globale, il 35% dei lavoratori superi le 48 ore di lavoro settimanali. «E altrettanto preoccupanti sono il bullismo e le altre forme di violenza e molestie». Tant’è che secondo l’organizzazione internazionale del lavoro quasi un quarto dei lavoratori (23%) ha subito almeno una forma di violenza o molestia durante la propria vita lavorativa, con la violenza e molestia psicologica segnalata come la più diffusa (18%).
Soluzioni. La principale resta la prevenzione. Seguendo la gerarchia delle misure di controllo, la priorità va data agli interventi organizzativi e collettivi che agiscono sulle cause profonde. Quindi? Si parte dalla gestione del carico di lavoro e dalla chiarezza dei ruoli e si arriva fino alla necessità di migliorare la comunicazione, la partecipazione e la qualità della leadership.
«Se per situazioni critiche come violenza e molestie è necessario un intervento immediato», evidenzia l’organizzazione internazionale del lavoro, «le strategie a lungo termine devono puntare alla riprogettazione delle mansioni e alla revisione dei sistemi aziendali. Le misure individuali volte a proteggere e promuovere la salute mentale, seppure utili per supportare il lavoratore nel fronteggiare la situazione, devono integrare e mai sostituire gli interventi sulle condizioni organizzative».
Insomma, per la prima volta, attraverso l’analisi di statistiche, pubblicazioni recenti e questionari, vengono messi in fila numeri e stime su un fenomeno probabilmente sottovalutato e sicuramente non adeguatamente monitorato come quello dei rischi psicosociali legati al lavoro. La Cgil dovrebbe applaudire e invece mastica amaro, critica e parla di scelte politiche contro i lavoratori Lgbtqia+ che, anche se non citati in modo esplicito, evidentemente rientrano nelle fattispecie legate ad abusi e molestie sul lavoro analizzate dal report.
Ma c’è poco da fare quando l’ideologia prende il sopravvento non c’è dato della realtà che possa farla arretrare.
Continua a leggereRiduci
Giorgia Meloni nella sua prima visita ufficiale in Cina il 31 luglio del 2024 (Ansa)
Nei colloqui, l’Ue si impegni solo su temi di reciproca utilità e preveda difese doganali.
Geopolitica economica. Con un occhio bisogna certamente fare attenzione alla soluzione della crisi di Hormuz, che se non fosse risolta nel breve avrebbe un impatto potenziale grave sull’economia europea, in particolare per l’Italia. Ma con l’altro occhio bisogna dare altrettanta attenzione al bilaterale tra Ue e Cina previsto nel prossimo giugno con oggetto principale le relazioni commerciali. Il punto: al momento non c’è una sufficiente convergenza tra le euronazioni per dare alla Commissione Ue un indirizzo preciso per il negoziato con Pechino. E tale constatazione indica un pericolo grave di deindustrializzazione nell’area europea a causa di una concorrenza sleale da parte della Cina, che non trova barriere politiche, doganali e condizioni di reciprocità sufficienti per arginarla. Lo scopo di questo articolo è stimolare un argine, rapidamente.
I dati sono preoccupanti. La concorrenza cinese per prezzi in molteplici settori industriali è crescente e comporta la chiusura o comunque la crisi di numerosi siti industriali. In alcuni di questi settori, per esempio il «bianco», la causa è prevalentemente la concorrenza sleale sui prezzi. In altri, come quello automobilistico, c’è un concorso tra regole europee suicide e concorrenza sleale stessa. Un’analisi complessiva mostra con estrema chiarezza che l’Ue (che ha la delega per gli accordi doganali) oltre a togliere vincoli con effetto deindustrializzante al suo interno deve riuscire a condizionare l’export cinese sleale per non renderlo distruttivo. Ma allora perché non c’è convergenza tra le euronazioni per farlo? La Germania ha trasferito nel passato molti impianti industriali in Cina per conquistare quell’enorme mercato, ma anche per vendere a costo più basso nei mercati evoluti alcuni prodotti. Inoltre non ha limitato l’ingenuità - per altro come tanti altri attori industriali di parecchie nazioni, statunitensi in particolare - di trasferire know how permettendo ai cinesi di rubarlo o imitarlo senza rispetto per i brevetti. Semplificando, Berlino ha il grosso problema di essere ricattabile dalla Cina. Oltre alla Germania, va poi annotato che la Francia ha interesse a mantenere una relazione forte con la Cina, ambedue con toni finalizzati a collocare l’Europa come terza forza tra America e Cina, con certa preferenza per la seconda dopo la divergenza crescente con l’America. Postura non nuova: va ricordato che nel 2020, dopo sette anni di negoziati e 35 round negoziali, l’Unione europea e la Cina hanno concluso l’accordo politico sugli investimenti «Eu-China Comprehensive Agreement on Investment (Cai)». La firma (preliminare) di questo accordo commerciale è avvenuta durante la teleconferenza del 30 dicembre 2020 alla quale hanno partecipato Xi Jinping, il presidente ai tempi del Consiglio europeo Charles Michel, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen. Ma questo accordo non è mai stato pienamente applicato. Ora, a giugno, probabilmente la Cina vorrà riprendere quella bozza di accordo, aggiornandola. Quale sarebbe la giusta postura Ue?
I tempi sono cambiati. La Cina è in crisi economica interna dal 2015 sia per il crollo del valore degli immobili, andato in bolla e poi sgonfiato da una variazione dei flussi migratori dalla campagna alle città, sia per una saturazione del suo potenziale di sviluppo economico dopo una crescita fortissima per più di 30 anni a seguito dell’impulso riformista avviato da Deng Xiaoping nel 1978, che concesse più libertà economica pur mantenendo il controllo monopolista e autoritario del Partito comunista. Inoltre, da decenni Pechino ha basato la sua crescita sull’export e non sui consumi interni: sta tentando di cambiare questo modello, ma non ci riesce a causa della sovracapacità, cioè una produzione manifatturiera di molto superiore alle capacità di assorbimento del mercato interno. Per tale necessità Pechino ha scelto di assistere le vendite a sconto da parte delle aziende esportatrici, cioè in dumping ossia concorrenza sleale. Non solo: in Cina non c’è welfare, non ci sono sindacati, la repressione delle proteste non trova né stampa né limiti e la mancanza di lavoro inizia a colpire i giovani. Quindi è un sistema in crisi. Ma il Partito vuole gestirla aumentando l’export e l’influenza geopolitica sul piano globale per trasformarla in vantaggio geoeconomico. I segnali di questa azione indicano molta aggressività sostanziale nascosta da linguaggio collaborativo.
Raccomandazioni. L’Ue deve difendersi dalla concorrenza sleale cinese, ma anche non deve perdere quel mercato per il suo export. La sua forza negoziale è limitata da quanto detto sopra, problema aggravato dal fatto che la Cina ha peso politico sia per calmare la crisi di Hormuz sia per fare pressioni limitative nei confronti della Russia per il caso Ucraina, ambedue interessi primari delle nazioni europee. Per questi motivi mi rendo conto della necessità dell’Ue di non prendere atteggiamenti conflittuali con la Cina. Ma va considerato che l’Ue ha anche punti di forza in prospettiva, quello principale il fatto che sta siglando accordi doganali con le nazioni di mezzo mondo impaurite dal dazismo statunitense, ma anche da un’eccessiva dipendenza dalla Cina. Semplificando, l’Ue è meno debole di quanto oggi appaia. Conseguentemente suggerisco alla Commissione di gradualizzare nel tempo eventuali accordi con la Cina, selezionando quelli che provocano meno danni e portano reciprocità utile al sistema industriale europeo, lasciando il resto esposto a sorveglianza rafforzata per eventuali blocchi doganali. L’Italia? Nel passato è stata molto penetrata da interessi cinesi che ora richiedono contenimento con qualche porta aperta, ma ben controllata.
www.carlopelanda.com
Juliette Binoche (Ansa)
Con la solita scusa della destra che soffoca l’arte, le produzioni «rosse» fanno incetta di fondi pubblici per imporre una narrazione ideologica «superiore». Ma il revival del Sessantotto rallenta l’adattamento all’ambiente mediale basato sulla pluralità delle voci.
Mentre in Italia la categoria che negli anni in cui hanno governato «i fascisti» ha percepito due miliardi e mezzo di sostegni sogna di poter vivere in un mondo simile a quello che sognava il compositore di corte del Re Sole, Jean-Baptiste Lully, in Francia è successo qualcosa di molto interessante. Sì, perché se è vero che in Italia la domanda da fare a chi auspica «mondi piccoli» è costretta ad aleggiare senza mai essere posta - «in un mondo in cui ci siete solo voi chi ve li dà i fondi per fare i film?» - la classe intellettuale francese, molto meno di mondo e sorniona di quella partenopea e molto più militante e priva di autoironia, si è prodotta in un classico: una bella «lettera aperta» contro i «fascisti» che soffocano il cinema.
Questa volta il bersaglio è stato il magnate dei media Vincent Bolloré e la vicenda si sarebbe dipanata sui binari soliti da 70 anni a questa parte, senonché questa volta la «cattiva oca» ha deciso di mordere chi le stava tirando il collo: Bolloré ha risposto che le sue aziende non avrebbero più collaborato con i firmatari della lettera. E così Juliette Binoche, Mark Ruffalo, Ken Loach, Aki Kaurismäki, Javier Bardem e molti altri «artisti militanti» saranno esenti dalle contaminazioni della «deriva di destra» e dalla «influenza indebita» sulla produzione cinematografica.
Questa è solo l’ultima puntata di una vicenda nata mesi fa quando sempre Bolloré attraverso il centro studi Institut de l’Espérance rese pubbliche le proposte volte a ridurre le spese statali e i sostegni pubblici alla cultura, al fine di contrastare forme di egemonia ideologica consolidate. Recentemente anche l’ex ministro Gennaro Sangiuliano, tornando sul tema della reale funzione dei sostegni pubblici per prodotti culturali che nessuno fruisce, si è posto all’interno della più ampia, complessiva, riflessione sulla forma-cinema intesa come sistema novecentesco sia dal punto di vista produttivo sia da quello fruitivo, dove la grande ombra che si proietta su tutto quel mondo arriva non solo dalla preminenza delle serie-tv sui film ma dal grande elemento ignoto e minaccioso che, come in Mulholland Drive di David Lynch, attende dietro l’angolo: l’Intelligenza artificiale.
Per l’arte che trova il suo senso estetico nell’essere espansione di una tecnologia, il trovarsi di fronte a un momento di cambio di paradigma tecnologico non consente la riproposizione pedissequa di schemi, poetiche, ruoli e richieste tipiche di un mondo che non esiste più. Il fatto che Hollywood appaia come l’ultimo posto al mondo in cui vigono ancora il woke e le normative Dei conferma proprio la sua obsolescenza e il suo rifiuto nell’accettare un viale del tramonto ormai imboccato.
Anche in Europa, e in Italia in particolare, il mantenimento di strutture centralizzate e sovvenzionate rischia di ritardare l’adattamento a un ambiente mediale frammentato, in cui la pluralità delle voci emerge più efficacemente da processi decentralizzati e dove l’insieme di queste dinamiche suggerisce che le tensioni tra capitale privato, finanziamento pubblico e produzione culturale non si riducono a dispute contingenti su singoli film o su singole personalità ma investono questioni di più ampio respiro che si sostanziano nel rapporto tra libertà tematica e pretese di sostegno statale. A tal proposito al Festival di Cannes finito ieri è stato presentato il film L’Abandon di Vincent Garenq, dedicato agli ultimi giorni di vita di Samuel Paty, l’insegnante francese decapitato nel 2020 da un attentatore islamista per aver mostrato vignette satiriche durante una lezione. La pellicola ha suscitato reazioni immediate da parte del conformismo di sinistra sottoforma di accuse di razzismo o di alimentazione di stereotipi. Ancora una volta ci siamo trovati di fronte alla riproposizione del tipico schema di inversione: la vittima che diventa colpevole e colpevole, più precisamente, di contraddire la narrazione che giustifica la presenza, il dominio e la costante espansione del Parastato gramsciano che governa sia immigrazione che mondo della cultura. Apparentemente, dunque, ricomponendo tutti i termini della questione, ci troveremmo semplicemente di fronte a un revival della linea sessantottina classica: dominio ideologico della sinistra in un settore culturale, richiesta di fondi pubblici, rivendicazione di poter produrre arte anche in assenza di pubblico, scontro coi «fascisti» che devono pagare e tacere, imposizione di gerarchia morale tra un mondo di artisti eletti e uno di gretti commercianti, talmente ignoranti da non andare al cinema e sfruttamento del conflitto ideologico secondo le tecniche del Parastato gramsciano.
Tutto già visto? E no, questa volta no. Come farebbe notare Carlo Freccero, ci troviamo oggi di fronte a una differenza sostanziale: mentre il cinema nel Sessantotto rappresentava forze di critica sociale che condividevano la spinta avanguardista di contrapposizione al sistema, oggi il mondo del cinema si schiera come un sol uomo a difesa e preservazione del sistema attraverso le più stataliste e privilegiate rivendicazioni, suggerendo addirittura una sorta di superiorità morale, proprio come i «papà» che François Truffaut contestava tanto.
Ansa
Pubblicato all’apice dello Stato islamico, resta il testo chiave pure per i terroristi di oggi.
Sono passati ormai dieci anni da quando l’Isis ha pubblicato il suo manuale per lupi solitari. Si intitolava How to survive in the West (Come sopravvivere in Occidente) e rappresentava il testo sacro degli aspiranti jihadisti. Chiunque, all’epoca, poteva scaricarlo tramite i canali più o meno ufficiali dello Stato islamico e mettere in pratica gli insegnamenti raccolti negli 11 capitoli che lo compongono. E che oggi rappresentano un ottimo strumento per comprendere quali parti siano rimaste immutate nell’addestramento degli aspiranti terroristi islamici e quali siano cambiate.
Al centro di tutto, c’è la taqiyya, la capacità di dissimulare e mentire: «Non mostrate che siete musulmani, in questo modo eviterete di finire tra i sospettati di essere terroristi». Profilo basso, quindi. Si consiglia di evitare barbe lunghe e, per le donne, di indossare niqab neri. Meglio quelli colorati. Allo stesso modo, quando si è in pubblico, è preferibile evitare nomi che ricordino la religione islamica ed è necessario mostrarsi sempre cordiali con tutti.
Uno degli obiettivi principali dei lupi solitari, poi, è quello di raggranellare soldi nel modo più semplice possibile. E, ancora una volta, senza dare nell’occhio. Chi è in grado organizzi truffe bancarie o hackeri i conti di grandi aziende. L’obiettivo da colpire? Naturalmente gli infedeli, il «vero nemico». Meglio ancora se israeliani.
Comunicare in sicurezza è fondamentale. Ed è uno dei tanti errori che ha fatto il ragazzo nordafricano di Firenze. Lo Stato islamico suggerisce infatti di tenere un profilo basso: mai digitare parole come «jihad» o armi nei motori di ricerca. Per trovare informazioni in modalità anonima, meglio usare Tor.
L’apparenza è tutto: bisogna sembrare «puliti» agli occhi altrui. Anche, e soprattutto, quando ci si addestra. Correre e andare in palestra sono attività normali in Occidente, quindi si possono fare senza problemi. Bisogna evitare però di indossare simboli che richiamino armi o simboli legati all’islam. Ancora una volta la taqiyya, la dissimulazione: «Devi allenarti come una persona normale, non puoi sembrare diverso». Curiosamente, il volume per aspiranti jihadisti consiglia di imparare il krav maga, l’arte del combattimento corpo a corpo israeliana. Utilizzare le armi è fondamentale, ma è meglio evitare quelle vere e fare pratica con quelle di paintball e softair. Per imparare i movimenti di combattimento in zone urbane il videogioco Call of duty rappresenta un ottimo strumento.
Il volume suggerisce poi i metodi di attacco. Non solo bombe e armi da fuoco, che rappresentano strumenti più complessi, ma anche, e soprattutto, strumenti più semplici e facilmente reperibili. Del resto era stato proprio il portavoce dell’Isis, Abu Muhammad al-Adnani, a elaborare una nuova strategia, definendola delle «mille lame», per colpire l’Occidente. Attacchi improvvisi, rapidi e con mezzi di fortuna, alla portata di tutti, utilizzando auto-ariete e coltelli. La stessa dinamica dell’attacco di Modena.
Il ragazzo nordafricano di Firenze, però, voleva colpire in grande. Sognava l’attentato spettacolare, che causasse una carneficina. Cercava armi e preparava molotov. Un salto di qualità.
A distanza di dieci anni dalla sua pubblicazione, questo manuale rappresenta ancora il punto di riferimento di chi vuole colpire l’Occidente. Non a caso, dopo esser stato rimosso dal Web, circola tra la chat degli aspiranti terroristi. Che dissimulano e sembrano innocui mentre si preparano a colpire un Occidente sempre più stanco. Che ha abbassato la guardia, nonostante le tante ferite inflitte dal jihad.







