Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Federico Freni, candidato alle prossime politiche con la Lega. Dibattito sulle proposte fiscali del partito.
Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Federico Freni, candidato alle prossime politiche con la Lega. Dibattito sulle proposte fiscali del partito.
Donald Trump (Ansa)
Sfogo del tycoon dopo le critiche su Leone: «È molto diversa da quello che pensavo, dice che non vuole essere coinvolta nella guerra». E insiste sul Papa: «Non dovrebbe parlare, non ha idea di quello che succede in Iran».
Donald Trump è andato all’attacco di Giorgia Meloni. «A voi italiani piace il fatto che il vostro presidente del Consiglio non stia facendo nulla per ottenere il petrolio? Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo», ha affermato al Corriere della Sera.
«Dice semplicemente che l’Italia non vuole essere coinvolta. Anche se l’Italia ottiene il suo petrolio da là, anche se l’America è molto importante per l’Italia. Non pensa che l’Italia dovrebbe essere coinvolta. Pensa che l’America dovrebbe fare il lavoro per lei», ha proseguito, per poi replicare allo stessa premier che, l’altro ieri, aveva bollato le sue parole su Leone XIV come «inaccettabili». «È lei che è inaccettabile, perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità», ha dichiarato. «Non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell’arma nucleare. È molto diversa da quello che pensavo», ha continuato il presidente americano. «Non è più la stessa persona, e l’Italia non sarà lo stesso Paese, l’immigrazione sta uccidendo l’Italia e tutta l’Europa», ha aggiunto, per poi tornare a criticare il pontefice. «Non capisce e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo. Non capisce che in Iran hanno ucciso 42.000 manifestanti lo scorso mese», ha affermato.
Insomma, l’asse politico tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi sembra essersi infranto. Al di là della condanna delle parole di Trump sul Papa, la Meloni aveva già iniziato a distanziarsi dal presidente americano. Parlando alla Camera giovedì scorso, il premier aveva espresso alcune critiche nei confronti di Trump. «Come è normale tra alleati, bisogna dire con chiarezza anche quando non si è d’accordo. Come abbiamo fatto in passato con i dazi, che abbiamo molte volte definito una scelta sbagliata che non condividevamo. Come abbiamo fatto per difendere l’onore dei nostri soldati in Afghanistan, che erano stati definiti “inutili” in modo inaccettabile. Come abbiamo fatto sulla Groenlandia, partecipando a ogni documento europeo di difesa dell’integrità del suo territorio e della sovranità del suo popolo, e sull’Ucraina di fronte alle proposte di negoziato che non consideravamo sostenibili», aveva dichiarato, per poi rivendicare il divieto ai caccia americani diretti in Iran di utilizzare la base di Sigonella.
C’è stato un tempo in cui i rapporti tra Trump e la Meloni erano assai saldi, tanto che l’attuale governo italiano era diventato uno dei principali punti di riferimento dell’amministrazione statunitense nell’Europa occidentale. La sponda tra Roma e Washington era del resto funzionale ad arginare l’asse tra Parigi e Berlino. Tuttavia l’attacco israelo-americano di fine febbraio all’Iran (e specialmente lo stallo che ne è conseguito) ha portato a un aumento delle turbolenze transatlantiche. Trump ha inasprito le proprie critiche alla Nato, accusandola di non fare abbastanza per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Al contempo, il conflitto ha determinato un notevole aumento dei prezzi dell’energia: un elemento che, oltre a colpire gli Stati Uniti, ha avuto impatti particolarmente duri per il Vecchio Continente. È in questa cornice complessiva che il rapporto politico tra la Meloni e Trump è andato deteriorandosi, soprattutto nel corso dell’ultimo mese. D’altronde, la guerra in Iran ha scavato un solco anche tra il presidente americano e varie destre europee: nelle ultime settimane, sia l’Afd che il Rassemblement National hanno marcato una certa distanza dalla Casa Bianca. Alcuni hanno inoltre sottolineato come la recente visita di JD Vance a Budapest non sia stata in grado di aiutare Viktor Orbán a vincere le elezioni. Tutto questo, mentre lo stesso Nigel Farage ha recentemente raffreddato i rapporti con Trump.
Va da sé come questa rottura in seno al conservatorismo transatlantico rappresenti un enorme regalo tanto al Partito democratico negli Stati Uniti quanto al Pse nell’Unione europea. Sotto questo aspetto, l’eventuale successo delle trattative diplomatiche tra Washington e Teheran potrebbe, almeno in teoria, rappresentare un punto di svolta e favorire, magari, un riavvicinamento tra l’attuale Casa Bianca e le destre europee. Trump deve capire che il Vecchio Continente non può sobbarcarsi i costi di un conflitto da lui stesso iniziato, senza neanche consultarlo. E deve anche capire che lo sfilacciamento dei legami transatlantici rischia di gettare l’Ue sempre più tra le braccia della Cina, trasformandosi in un boomerang per gli stessi interessi nazionali americani. I conservatori europei, dal canto loro, devono evitare di inseguire le sirene di quanti vorrebbero spingerli verso posizioni o velleitarie o di establishment ormai logore e impopolari, con il preciso obiettivo di metterli all’angolo. «L’Occidente si poggia su due gambe: la gamba europea e la gamba nordamericana. Se le due gambe non si muovono nella stessa direzione, l’Occidente è destinato alla paralisi. E, in ultima analisi, all’irrilevanza», ha affermato, giovedì, la Meloni alla Camera. Ecco, è proprio da qui che le due sponde conservatrici dell’Atlantico potrebbero ripartire, per provare, un giorno, a ricucire ed evitare un futuro improntato al wokismo e all’ambientalismo ideologizzato: un futuro che farebbe la felicità del Partito comunista cinese e dei suoi alleati, tanto negli Usa quanto in Europa.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il premier interrompe gli accordi sulla difesa con Gerusalemme e incalza Ursula: «Via il Patto di stabilità prima che sia tardi».
Giorgia Meloni, all’indomani delle parole severe contro Trump circa l’intervento di quest’ultimo contro il Papa, conferma la linea e non cambia idea. «Quello che ho detto è quello che penso, che le dichiarazioni in particolare sul Pontefice fossero inaccettabili» ha spiegato arrivando al Vinitaly a Verona.
«Ho espresso ed esprimo la mia solidarietà a papa Leone. Dico di più: francamente io non mi sentirei a mio agio in una società nella quale i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici. Non in questa parte del mondo».
«A me pareva che il post pubblicato alle 8.30 del mattino fosse un segnale chiaro» ha aggiunto, «poi ovviamente servivano parole più chiare e abbiamo detto anche parole più chiare. Non so quanti leader le abbiano espresse, questo per quanti dicono che ci sarebbe una sudditanza».
Severa, decisa, ancor più con un alleato di quanto forse non farebbe con un leader che non lo fosse. «Consideriamo gli Stati Uniti un nostro alleato strategico, prioritario; però, quando si è amici e si hanno alleati, particolarmente se sono strategici, bisogna anche avere il coraggio di dire quando non si è d’accordo. È quello che faccio ogni giorno: quando sono d’accordo lo dico, quando non sono d’accordo dico di non esserlo, perché credo che questo faccia bene all’Europa, agli Stati Uniti e all’Occidente in generale». Non una rottura perché «non penso che da domani i nostri alleati strategici debbano essere altri, non penso che dovremmo guardare a un’altra parte del mondo, le alleanze tra le nazioni non cambiano in base a chi le governa. La nostra collocazione storica, geopolitica, lo ha ribadito anche il presidente Mattarella nel discorso di fine anno, è europea e occidentale e io mi attengo a quella, che tra l’altro condivido pienamente. Poi quando ci sono delle cose che non condividiamo agiamo di conseguenza, le alleanze tra le nazioni non cambiano in base a chi le governa». Non una rottura ma una presa di distanza decisa, quella di Meloni, ma non è l’unica per il governo. All’indomani della convocazione dell’ambasciatore italiano a Tel Aviv l’esecutivo «ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele». Anche «in considerazione della situazione attuale».
Una situazione attuale che comprende tante cose, a guidare l’azione del governo in questo momento c’è la crisi economica: «Sospendere il Patto di stabilità potrebbe aiutare. L’Ue non dovrebbe sottovalutare l’impatto che la crisi potrà avere, muoversi troppo tardi è un enorme errore di valutazione. Stiamo chiedendo sia la sospensione del Patto, sia dell’Ets. Dar battaglia in Ue su questi temi è per il bene dell’Ue».
Sui cambiamenti a Bruxelles ha particolarmente insistito: «Noi stiamo ponendo una serie di questioni in Europa, come il tema di prendere anche in considerazione una sospensione del Patto di stabilità. Non intesa come misura che può essere fatta dal singolo Stato membro, ma come misura generalizzata. Siamo determinati a dare battaglia in Europa per il bene dell’Europa, perché non si può rimanere sempre identici a sé stessi mentre il mondo intorno a noi cambia in maniera vorticosa. Crediamo che chi oggi pone queste questioni sia responsabile e non irresponsabile come invece alcuni vorrebbero».
Politica estera e crisi energetica sono legate a doppio filo in questo momento. Non solo per il blocco dello stretto di Hormuz, resta anche il tema del gas russo su cui era intervenuto l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, spiegando che «sia necessario sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di Gnl (gas naturale liquefatto, ndr) che vengono dalla Russia». Meloni ha chiarito di comprendere le motivazioni che hanno portato l’ad dell’Eni a fare queste dichiarazioni. «Descalzi è un operatore del settore e ha il dovere di porre le questioni per come le vede sul gas russo, io continuo a sperare che quando il problema dovesse porsi, a gennaio 2027, saremo riusciti a fare un passo avanti e a portare pace la pace in Ucraina. Io capisco il punto di vista di Descalzi ma non dobbiamo dimenticare che la pressione economica esercitata sulla Russia è l’arma più efficace per costruire pace, per cui dobbiamo fare molta attenzione a come ci muoviamo». E poi la chiosa: «È comunque presto per parlare di questa dinamica».
A Meloni viene chiesta anche una battuta sulle reazioni ai risultati elettorali in Ungheria. «Mi fa un po’ sorridere questo fatto che la sinistra italiana è così contenta di un risultato di un’elezione in cui la sinistra non è pervenuta. Lascia ben sperare per il futuro: contenti loro che quello sarà lo scenario che avremo in tutta Europa, io ci metto la firma». Il presidente del Consiglio ha poi ribadito che «Italia e Ungheria continueranno a lavorare insieme. Per difendere gli interessi italiani non mi interessa capire da dove viene l’interlocutore».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 15 aprile con Carlo Cambi
Getty Images
- Altre quattro imbarcazioni legate a Teheran sono passate da Hormuz. Donald Trump: «Ci saranno novità nei prossimi due giorni».
- Mentre si discute di pace, però, proseguono i bombardamenti da entrambe le parti.
Lo speciale contiene due articoli
Il blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran sta producendo effetti immediati sul traffico nello Stretto di Hormuz, senza però riuscire a interrompere completamente il transito marittimo. Nelle ultime ore alcune navi legate a Teheran sono comunque riuscite a superare il passaggio, mentre sul fronte diplomatico si intensificano gli sforzi per riaprire il dialogo ed evitare un ulteriore aggravamento della crisi. Un portavoce del Servizio europeo per l’Azione esterna ha sottolineato la gravità della situazione: «La situazione attuale - la chiusura - sta effettivamente causando danni enormi e il ripristino della libertà di navigazione è per noi di fondamentale importanza. Respingiamo e continueremo a respingere qualsiasi misura o accordo che ostacoli la sicurezza marittima e limiti la libertà di passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz, in conformità con il diritto internazionale. Quanto sta accadendo oggi nello Stretto di Hormuz rappresenta un chiaro appello a una forte coalizione internazionale per la sicurezza marittima». Il portavoce ha poi precisato: «Noi, l’Unione europea, accogliamo con favore e abbiamo accolto con favore tutte le iniziative annunciate dagli Stati membri, compreso un maggiore coordinamento con i nostri partner nella regione, per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Sulla stessa linea anche il governo italiano. «Bisogna continuare a lavorare per mandare avanti i negoziati di pace, fare ogni sforzo possibile per stabilizzare la situazione, riaprire lo Stretto di Hormuz, che per noi è fondamentale. Chiaramente non solo per i carburanti, ma anche per i fertilizzanti», ha dichiarato il premier Giorgia Meloni.
Secondo le ricostruzioni basate sui dati di monitoraggio, almeno quattro imbarcazioni riconducibili all’Iran hanno attraversato lo stretto dopo l’entrata in vigore del blocco annunciato da Washington a partire dalle 16 di ieri. Due di queste unità risultano aver fatto scalo in porti iraniani. Tra i casi segnalati c’è la portarinfuse Christianna, transitata dopo aver attraccato a Bandar Imam Khomeini. La petroliera Rich Starry, sottoposta a sanzioni statunitensi, ha invece lasciato Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti, dirigendosi verso est e attraversando lo stretto nelle ore notturne. Un’altra unità, la Murlikishan, anch’essa colpita da restrizioni americane, ha effettuato il passaggio in direzione opposta dopo essere partita dal porto cinese di Lanshan, risultando poi localizzata a est dell’isola di Qeshm. Nella stessa giornata la petroliera Elpis ha lasciato Bushehr dirigendosi verso est, anche in questo caso senza una destinazione chiara. Non si esclude che alcune di queste navi abbiano manipolato i sistemi di tracciamento per mascherare i propri spostamenti. A quasi 48 ore dall’avvio dell’operazione americana, il traffico in entrata e in uscita dai porti iraniani del Golfo Persico e del Golfo di Oman appare drasticamente ridotto. Gli analisti parlano di un’attività ancora presente, ma discontinua e irregolare. Il Comando centrale degli Stati Uniti rivendica l’efficacia del dispositivo militare. Nelle ultime ventiquattro ore, riferisce, «nessuna nave è riuscita a superare il blocco statunitense» e «sei navi mercantili hanno seguito le direttive delle forze americane per invertire la rotta e rientrare in un porto iraniano sul Golfo di Oman».
L’operazione coinvolge oltre diecimila uomini tra marinai, marines e aviatori, supportati da una decina di navi da guerra e numerosi assetti aerei. Secondo il Centcom, «il blocco viene applicato in modo imparziale contro le navi di tutte le nazioni in entrata o in uscita dai porti iraniani e dalle aree costiere, inclusi tutti i porti iraniani sul Golfo Arabico e sul Golfo di Oman. Le forze Usa stanno sostenendo la libertà di navigazione per le navi che transitano nello Stretto di Hormuz verso e da porti non iraniani». Sul piano diplomatico emergono segnali di possibile riapertura. «I colloqui tra Stati Uniti e Iran potrebbero riprendere nei prossimi due giorni», ha detto Donald Trump in un’intervista al New York Post. «Abbiamo in mente un altro luogo» per i colloqui con l’Iran, ha aggiunto il presidente, precisando che «si stanno muovendo delle cose, ma non credo che sarà lì che faremo il nostro prossimo incontro», riferendosi al Pakistan. L’obiettivo resta sempre raggiungere un’intesa prima della scadenza della tregua prevista il 21 aprile. Il Pakistan si sta muovendo per favorire un secondo ciclo di negoziati tra Stati Uniti e Iran già nel corso della settimana. Lo riferiscono tre funzionari pakistani al New York Times, spiegando che l’intento è sfruttare il clima emerso dall’incontro di Islamabad tra il vicepresidente JD Vance e il presidente del parlamento iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf. Resta però incerto il livello della prossima riunione: non è chiaro se parteciperanno nuovamente esponenti politici di primo piano o se il confronto sarà affidato a tecnici e funzionari incaricati di approfondire i nodi ancora aperti. «La palla è nel campo dell’Iran», ha dichiarato il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, spiegando che i negoziati del fine settimana si sono interrotti per l’assenza di interlocutori autorizzati a concludere un’intesa. «Sarebbero dovuti tornare a Teheran, dalla Guida Suprema o da qualcun altro, per ottenere l’approvazione dei termini che avevamo proposto». Da parte iraniana emergono anche segnali di prudenza: Teheran starebbe valutando una sospensione temporanea del traffico nello stretto per evitare un’immediata escalation e preservare il margine negoziale. Intanto Israele continua a indicare come condizione imprescindibile la rimozione dell’uranio arricchito, mentre Teheran stima in circa 270 miliardi di dollari i danni subiti e vorrebbe essere risarcito.
Israele e Libano tornano a parlarsi. Rubio: «Cancelleremo Hezbollah»
Nel tentativo di raggiungere la fine delle ostilità tra il Libano e Israele, ieri gli Stati Uniti hanno ospitato i primi colloqui diretti tra i due Paesi. E nonostante per il regime iraniano qualsiasi trattativa sia legata a doppio filo al cessate il fuoco nel territorio libanese, i funzionari americani hanno cercato di presentare l’incontro come una questione separata dai negoziati tra la Casa Bianca e Teheran.
Si tratta di «un’opportunità storica» ha annunciato il segretario di Stato americano Marco Rubio, dopo aver accolto a Washington l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, e la sua omologa libanese, Nada Hamadeh Moawad. Vero è che l’ultimo incontro di alto livello tra i due Paesi risale al 1993. Dopo oltre 30 anni quindi, i funzionari israeliani e libanesi sono apparsi vicini nelle foto di rito e seduti allo stesso tavolo per oltre due ore.
A rendere incerto l’esito del meeting, ancor prima che iniziasse, sono state le aspettative diverse. Per il Libano, la priorità era discutere il cessate il fuoco. Al contrario, Israele aveva annunciato che i colloqui si sarebbero concentrati sul disarmo di Hezbollah e sull’avvio delle relazioni pacifiche con Beirut. Chi ha definito il perimetro degli obiettivi è stato Rubio che, rivolgendosi ai giornalisti, ha dichiarato: «So che alcuni di voi stanno ponendo domande sul cessate il fuoco. Ma la questione va ben oltre. Si tratta di porre fine in modo definitivo a 20 o 30 anni di influenza di Hezbollah in questa parte del mondo, non solo ai danni che ha inflitto a Israele, ma anche a quelli che ha inflitto al popolo libanese». E quindi: «La speranza di oggi (ieri, ndr) è di poter delineare il quadro su cui costruire una pace permanente e duratura». A far parte della delegazione americana c’erano anche il consigliere del dipartimento di Stato, Michael Needham, l’ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, e l’ambasciatore statunitense in Libano, Michel Issa.
Al termine del meeting, l’ambasciatore israeliano Leiter ha annunciato che il Libano non vuole più essere «occupato» da Hezbollah. L’auspicio del presidente libanese Joseph Aoun è che l’incontro «segni l’inizio della fine delle sofferenze del popolo libanese». E ha riconosciuto che «l’unica soluzione è che l’esercito libanese si ridispieghi ai confini riconosciuti dalla comunità internazionale e si assuma la piena responsabilità della sicurezza dell’area, senza collaborare con nessuno».
A ostacolare le trattative è Hezbollah che già lunedì sera aveva chiesto al governo libanese di boicottare l’incontro negli Stati Uniti. E con la richiesta rimasta inascoltata, l’esponente di alto rango del Consiglio politico del gruppo terroristico, Wafiq Safa, ha comunicato al Guardian che in ogni caso Hezbollah non rispetterà gli eventuali accordi tra il Libano e Israele. Nelle stesse ore del meeting tra i diplomatici, le Idf hanno quindi avvertito di «un possibile aumento del fuoco dal territorio libanese probabilmente concentrato sulla regione settentrionale». Questa eventualità si è subito concretizzata: le sirene sono scattate in tutta la Galilea in seguito al lancio di razzi. Ma anche Gerusalemme ha continuato ad attaccare il Libano meridionale, prendendo di mira l’area di Tiro e le zone al confine. In particolare, Al Jazeera ha riferito che i raid hanno colpito la città di Haneen, la periferia di Al-Abbasiyya, e anche Tayr Debba, Zibqin e Sarafand.
E ancor prima del faccia a faccia a Washington, un raid israeliano, stando a quanto reso noto dall’agenzia di stampa libanese Nna, ha ucciso tre persone della stessa famiglia nella Bekaa occidentale. Inoltre, nel distretto di Sidone si contano altre tre vittime. A Bint Jbeil, nel Sud del Libano, sono stati feriti dieci soldati delle Idf durante uno scontro a fuoco.
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