Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Federico Freni, candidato alle prossime politiche con la Lega. Dibattito sulle proposte fiscali del partito.
Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Federico Freni, candidato alle prossime politiche con la Lega. Dibattito sulle proposte fiscali del partito.
Donald Trump (Getty Images)
Dopo lo scontro a distanza, Trump corregge il tiro sul papa per non incrinare il rapporto con l’elettorato cattolico in vista delle Midterm. Leone respinge le letture politiche del suo discorso e prende le distanze dalle polemiche.
Giovedì, il presidente americano ha ammorbidito i toni per quanto riguarda il pontefice. «È molto semplice. Non ho nulla contro il papa. Non ho intenzione di litigare con lui», ha affermato, per poi aggiungere: «Il papa può dire quello che vuole e io voglio che dica quello che vuole, ma posso non essere d'accordo». «Il papa deve capire che questo è il mondo reale. È un mondo brutto. Ma per quanto riguarda il papa e il dire quello che vuole, può farlo. Sono sicuro che il papa sia una brava persona. Non l'ho incontrato, ma non sono d'accordo con il papa, se il papa permettesse all'Iran di avere un'arma nucleare», ha continuato.
Sabato, è stato invece Leone a gettare acqua sul fuoco. «Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me», ha detto. «Gran parte di ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto», ha proseguito, sostenendo che il suo discorso del 16 aprile, interpretato dalla stampa come critico nei confronti della Casa Bianca, «era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo». «Eppure», ha aggiunto, «è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Insomma, dopo le tensioni, sembrerebbe che entrambi i leader stiano cercando una sorta di distensione. Trump è il primo ad averne bisogno. Criticando duramente il papa, il presidente rischia innanzitutto di alienarsi quel voto cattolico che, nel 2024, aveva invece nettamente vinto. Trump non può permettersi un simile scenario, soprattutto in vista delle Midterm novembrine. In secondo luogo, la Casa Bianca deve fare anche attenzione al 2028: JD Vance e Marco Rubio, entrambi cattolici, sono infatti i principali possibili contendenti per la nomination presidenziale repubblicana. Inoltre, sul fronte dem, uno dei nomi più forti è un altro cattolico, come il governatore della California, Gavin Newsom. Infine, con il suo aspro attacco al papa, Trump ha rischiato indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi che, nella Chiesa cattolica, erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. Settori che di certo non hanno appoggiato Leone e da cui il pontefice ha a sua volta necessità di guardarsi con estrema attenzione.
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Franco Cardini (Getty Images)
Lo storico Franco Cardini: «Trump rischia di alienarsi il mondo cattolico. Ma attenzione all’avanzata di un uso “militare” della fede soprattutto da parte di ambienti ricchissimi e influenti».
«Non ho difficoltà a dire che Trump si sta comportando come un criminale».
Professor Franco Cardini, suppongo che la sua sia un’iperbole?
«Ma quale iperbole. Per decenni abbiamo dato del criminale a persone che spesso se lo meritavano, ma qualche volta no. E certamente la parola va usata con prudenza».
E stavolta, dopo gli attacchi inediti al Papa e al governo italiano?
«Trump è, almeno formalmente, l’uomo più potente del mondo, il capo di un impero che dai tempi della guerra di Corea perde tutte le guerre, ma che resta pur sempre un impero. E per come si sta muovendo, i casi sono due: o ha bisogno della visita di un medico - ma di uno bravo - oppure è un perfetto criminale, perché fa e dice cose che sono obiettivamente criminose».
A cosa si sta riferendo?
«Non si può accettare, con tutto il beneficio dell’ignoranza che si può accordare a chiunque, che lui dica di essere capace di spazzare via l’intera civiltà persiana. Lui non sa quello che dice: la civiltà persiana è una delle più grandi del mondo. Parla di mettere a ferro e fuoco quasi tutta la Mesoamerica e tutti i Caraibi, e nello stesso tempo continua a far circolare quelle grottesche immagini di lui che pianta la bandiera stellata sul territorio groenlandese».
«Il Papa è un debole». «Il Papa deve capire». «È stato eletto grazie a me». Da storico e intellettuale attento al presente, mi dica se le frasi del presidente Trump contro il Papa hanno mai avuto un precedente, anche andando indietro nei secoli?
«Un potere secolare che abbia parlato del Papa in quei termini? Mai successo nella storia. Mettersi contro il pontefice in un momento come questo non è un gesto paragonabile a quello che può aver fatto Enrico IV nell’undicesimo secolo, o Federico II, e nemmeno Napoleone nel Settecento. Quando c’era la lotta per le investiture gli imperatori parlavano del Papa, e qualche volta dicevano che era un eretico degno delle fiamme dell’inferno, ma non accompagnavano mai queste qualifiche con osservazioni del tipo: “Il Papa dovrebbe occuparsi soltanto di morale”».
In effetti è ciò che ha detto il vicepresidente Vance.
«Ma lui si rende conto di quello che dice? Sa cosa vuol dire “la morale”? La morale è qualcosa che nella vita politica moderna investe qualunque cosa: fare o non fare una guerra è fondamentalmente un fatto morale. Forse alla Casa Bianca pensano che la morale riguardi solo le pratiche sessuali? Trump crede che il Papa dovrebbe amministrare le mutande di ciascuno di noi, e limitarsi a quello».
Sia Meloni che Schlein hanno condannato l’attacco di Trump, in difesa di papa Leone XIV, e anche del governo italiano. È stata una reazione doverosa?
«Un sussulto di amore per la patria che non si vedeva da tempo. Mi sono piaciute entrambe, perché una volta tanto si sono ricordate dell’Abc della vita politica e, diciamolo pure anche se è un termine inflazionato, della democrazia. Un leader politico non è al servizio del suo partito, e tantomeno della sua rete di amici e sostenitori, bensì al servizio della nazione».
Auspica per l’Italia una linea diversa sul piano internazionale, mentre l’incontro a tre Meloni-Macron-Starmer sancisce una possibile «missione pacifica» in Iran?
«Bisogna che si metta da parte l’inveterato occidentalismo - letto da destra e da sinistra - e si colga il momento per ristabilire un minimo di dignità nei rapporti con la superpotenza americana. In questo momento, dopo averci raccontato tante balle sulla società iraniana - retta da un sistema problematico, ma coesa e vitale - sarebbe politicamente opportuno chiedere agli Usa un po’ di rispetto in più. La politica è anche questa».
Che fine farà la Nato?
«È una delle tante domande sul tavolo. La Nato ci ha difeso dai comunisti ieri, ma oggi da che cosa dovrebbe difenderci? E già che ci siamo, parliamo del vero verme nella mela: le Nazioni Unite, oggi assolutamente inutili perché paralizzate da veti incrociati, assolutamente antigiuridici. L’Onu va rifondata».
Come ha reagito il mondo cristiano statunitense di fronte agli attacchi di Trump al Papa?
«Trump si sta alienando le simpatie dei cattolici, ma cerchiamo di andare a vedere cos’è davvero il cristianesimo americano. Ci sono i tradizionalisti, che odiavano Francesco e non amavano Benedetto. Ma ci sono anche gli estremisti, e mi riferisco a quelle scene grottesche che abbiamo visto in televisione: la benedizione a Trump impartita da certi strani figuri. È strano che questi signori non vadano in giro vestiti come il Ku Klux Klan: sarebbe stata una sfilata interessante».
Era la preghiera collettiva dei pastori evangelici nello studio ovale. Nel frattempo, la consigliera spirituale del presidente, aderente al cosiddetto «Prosperity Gospel», dice che «Trump è stato tradito come Gesù».
«È una delle tante piccole chiese, chiesuole, le sette più strampalate, i cascami del cristianesimo americano - che però sono cascami di lusso, perché rappresentano ambienti ricchissimi e influentissimi. Questi gruppi incitano Trump ad andare avanti, e lo finanziano. Anche se forse Trump di finanziamenti non avrebbe bisogno, perché quando un bancarottiero diventa anche capo di Stato fa sì che le casse si riempiano d’oro».
Però possiamo dire che i credenti americani non seguono Trump nella sue dichiarazioni oltranziste degli ultimi giorni?
«Il grosso dei cristiani americani, davanti a questo cumulo di menzogne e di follie, sta reagendo. Ma ribadisco che non bisogna sottovalutare la mina vagante del cristianesimo fondamentalista perché, ripeto, non è fatta solo di sottoproletari che si rotolano per terra quando cantano i predicatori: ci sono anche fior di finanzieri e tecnocrati a guidarli».
Che giudizio dà delle prime file trumpiane, Rubio e Vance?
«Per il momento Rubio sembra ben intenzionato a fare sì che i suoi parenti, amici e collaterali si reimpossessino di Cuba, e forse si accontenteranno di quella. Poi c’è Vance, che potrebbe riservarci un cattolicesimo americanista e bellicista. Non mi sembra un personaggio rassicurante».
Guardando le immagini «provvidenziali» postate recentemente da Trump, in cui si vede il presidente in veste di guaritore miracoloso, che cosa profetizza?
«Quando la politica assume certi aspetti - che noi chiamiamo estremistici - finisce per forza di cose con il tracimare nel fanatismo apocalittico. È una vecchia storia che ci portiamo dietro da duemila anni».
Quale storia?
«Ogni cinque minuti ci diciamo che arriva l’Apocalisse, che poi però non arriva mai. Arriva la peste nera, arrivano i mongoli, ogni volta supponiamo di essere giunti alla fine dei tempi. E invece i tempi proseguono».
E oggi?
«Oggi effettivamente la corsa vorticosa della tecnologia in questi ultimi anni può far pensare di essere prossimi alla fine. A pensarci bene, è più ragionevole pensarlo adesso che non nel Cinquecento, quando c’era qualcuno che identificava l’Anticristo con l’imperatore Federico II».
E Trump si inserisce in questo filone?
«La storia insegna almeno questo: che le potenzialità distruttive dell’essere umano tecnologicamente attrezzato ed economicamente avido come l’homo occidentalis sono davvero impressionanti. E quindi in questo senso Donald Trump - dopo aver rovinato le sue élite, dopo aver rovinato il suo Paese, che ha bisogno di essere aiutato perché si stava già rovinando da solo - potrebbe anche rovinare l’intero genere umano. In questo senso, fa bene a comportarsi da apocalittico».
Il capo della resistenza anti Trump è diventato papa Prevost?
«Dopo gli scossoni del pontificato di Francesco, era sorta l’esigenza di un mite equilibratore. Per questo in principio avevo soprannominato papa Leone “sua mediocrità”, perché ha dovuto a lungo tacere, o parlare in sordina, e intavolare discorsi che sembravano un po’ la scoperta dell’acqua calda. Ma nel momento in cui Trump si è scollegato dalla realtà, Leone XIV ha agito da vero agostiniano: si è ricordato dell’attivismo politico, che consiste nella soggezione dei laici al potere ecclesiastico, quando ci sono momenti particolari in cui l’autorità spirituale deve far sentire la sua presenza. Stavolta il Papa ha parlato forte e chiaro: è stato diretto e ragionevole nello stesso tempo».
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JD Vance (Ansa)
Dopo le precisazioni del Pontefice, il vicepresidente tende la mano: «Lui predica il Vangelo, noi cerchiamo di applicarlo».
Washington e Vaticano cercano di ricucire i pezzi di una rottura che non fa bene a nessuno. Lo sa papa Leone XIV che per primo ha cercato di stemperare le parole del presidente Usa Donald Trump chiarendo di non volerci dibattere. Una reazione molto gradita al vicepresidente americano e cattolico JD Vance: «Sono grato a papa Leone per aver detto questo.
Mentre la narrazione dei media alimenta costantemente i conflitti (e sì, disaccordi reali ci sono stati e ci saranno) la realtà è spesso molto più complicata» ha commentato aggiungendo: «Il Papa predica il Vangelo, come deve, questo inevitabilmente significa che offre le sue opinioni su questioni morali del momento. Il presidente e la sua intera amministrazione lavorano per applicare questi principi morali in un mondo nel caos. Lui sarà nelle nostre preghiere e spero che noi saremo nelle sue».
Leone aveva precisato che i suoi discorsi erano stati preparati prima delle parole di Trump e che quindi non dovevano essere interpretati «come se cercassi di dibattere nuovamente con il presidente Trump, cosa che non è nel mio interesse». Poi aveva precisato: «Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me». Ma «gran parte di ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto», ha aggiunto facendo riferimento all’incontro di preghiera per la pace a Bamenda due giorni fa. «Quel discorso era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Oltre all’opportunità di discutere con il leader religioso più importante del mondo, per Trump c’è anche la questione del consenso. L’attacco al Papa non è piaciuto ai cattolici americani e il fatto che non abbia ancora chiesto scusa ancora meno. Ed è per questo probabilmente che il presidente Usa ha deciso di partecipare a una lettura pubblica della Bibbia nell’ambito del processo di integrazione della religione, in particolare del cristianesimo, nelle attività ufficiali dell’amministrazione. «Il 21 aprile, il presidente Trump leggerà le Sacre Scritture tramite un videomessaggio dallo Studio Ovale alle ore 18», hanno scritto gli organizzatori dell’evento dal titolo «L’America legge la Bibbia». La notizia secondo la Cnn è particolarmente significativa proprio considerato tutto quello che è successo con il Papa. Un modo per riavvicinarsi ma senza chiedere scusa. Il brano che leggerà dovrebbe contenere questo passaggio: «Se il mio popolo, che è chiamato con il mio nome, si umilierà, pregherà, cercherà il mio volto e si convertirà dalle sue vie malvagie, io ascolterò dal cielo, perdonerò il suo peccato e guarirò la sua terra».
Nelle stesse ore prosegue la missione di Leone in Africa. Dopo un volo in elicottero da Luanda, in Angola, il Papa è giunto al santuario mariano di Muxima. Al suo arrivo all’eliporto è stato accolto da alcune autorità locali per recarsi al Santuario di Nossa Senhora per la preghiera del Santo Rosario accompagnato dal Vescovo di Viana, S.E. monsignor Emílio Sumbelelo. Davanti a lui 30.000 persone. Al termine della preghiera, il Pontefice ha reso omaggio alla Madonna con un’offerta di fiori prima di raggiungere il palco nella spianata. Nella vasta radura erano in migliaia ad attenderlo da giorni. Il Santuario un tempo era il luogo della tratta di schiavi. Costruito nel XVII secolo dai portoghesi e per anni, infatti, punto d’incontro per gli schiavi che venivano condotti verso la costa, per iniziare il loro viaggio senza ritorno nel continente americano.
Al mattino, a Kilamba, durante la messa della domenica mattina, Leone XIV ha lanciato un nuovo appello per la pace in Ucraina e in tutto il Medio Oriente.
«La tregua annunciata in Libano è motivo di speranza perché rappresenta un segnale di sollievo per il popolo libanese e per l’Oriente». Leone ha incoraggiato «coloro che sono impegnati nella ricerca di una soluzione diplomatica a proseguire il dialogo per la pace affinché si raggiunga la stabilità in tutto il Medio Oriente e rimanga permanente. Uniti a Dio ci sforziamo oggi ogni giorno di fare crescere i frutti dell’amore, dell’autentica giustizia e della pace al di là di tutti gli ostacoli e le difficoltà».
Parlando in portoghese, il Santo Padre ha chiesto anche la fine della corruzione in Angola, attraverso la guarigione della «piaga della corruzione». «Possiamo e vogliamo costruire un Paese in cui le antiche divisioni siano superate per sempre, in cui l’odio e la violenza scompaiano, in cui la piaga della corruzione sia sanata da una nuova cultura della giustizia e della condivisione».
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Il generale Paolo Capitini (Imagoeconomica)
Il generale Paolo Capitini: «La guerra ha indebolito l’opposizione agli ayatollah Netanyahu non voleva il cambio di regime, ma smembrare l’Iran».
«Trump voleva assicurarsi che l’Iran non possedesse la bomba atomica, ma in realtà la Repubblica islamica la possiede già: si chiama Hormuz». Paolo Capitini è un generale dell’esercito italiano che ha partecipato a missioni in varie guerre, dalla Somalia alla Bosnia fino al Kosovo.
Generale, in queste ore si parla di missione dei «Volenterosi» per stabilizzare il cessate fuoco tra Usa e Iran, prolungato di ulteriori 10 giorni da venerdì scorso. Di che intervento si tratterebbe?
«È una mossa politica dei Paesi colpiti dallo scacco nello stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Uno slancio per tirare la palla in avanti, dopo il cessate il fuoco. Nella pratica si tratterebbe di una missione di sminamento condivisa dall’Europa. Un modo per mettere la bandiera e restare lì, in uno snodo mondiale cruciale. Però l’aspetto importante è rappresentato dal messaggio preciso che questi Paesi vogliono lanciare a chi tiene il mondo con il fiato sospeso attraverso la chiusura e riapertura dello stretto in base alla durata della tregua. Perché prima della guerra questa arma non era chiara, ora la minaccia del blocco è un’evidenza sotto gli occhi di tutti. Quindi è come se i Volenterosi volessero dire che l’Europa si propone come alternativa a chi ha generato questo casino. Francia e Germania faranno da garanti e chi lo sa che l’Europa possa diventare un interlocutore con l’Iran... Un’ipotesi che fa impazzire gli Usa. Anche dopo la prima guerra del Golfo ci fu lo sminamento e vi parteciparono tutti. Ma stiamo parlando di un orizzonte ancora lontano».
Netanyahu sarebbe scioccato dallo stop di Trump sul Libano. Sul campo ci sono differenze tra Israele, che non vuole cedere a ritiri immediati, e Stati Uniti che, invece, vorrebbero stabilizzare il fronte libanese per riaprire il dialogo con l’Iran. Queste due posizioni sono conciliabili?
«Quelle di Usa e Israele sono visioni opposte. Israele persegue una linea strategica ben definita ed è quella della distruzione delle realtà ancora ostili dopo aver costruito una pace con Egitto e Giordania, per esempio. A Netanyahu restavano da risolvere le questioni di Libia, Siria e Palestina: ha sciolto il problema dei palestinesi, lasciando una realtà fatta di tribù in Libano e Siria. Israele, inoltre, voleva un Iran inoffensivo, ma non per la bomba atomica. Israele punta alla distruzione dello Stato iraniano in toto, non soltanto del regime. Sa qual è il sogno della vita per Netanyahu? Un Iran smembrato in 40 staterelli. Ma Netanyahu sa che questo si può realizzare soltanto con una guerra tra l’Iran e l’America. Perché Israele da solo potrebbe reggere un conflitto al massimo per tre settimane, quindi porta avanti questa linea strategica con gli Usa. Gli Stati Uniti, invece, hanno una linea strategica opposta. Devono consolidare la loro egemonia in quell’area, addomesticando però gli Stati del Golfo. Stanno combattendo una guerra per conto terzi, con tutto quello che ciò comporta anche internamente. Penso a una parte dei repubblicani, i Maga, che non sono per niente soddisfatti. Gli Usa si trovano “masticati” tra il non potere dire di no a Israele per motivi storici e il costo che stanno pagando per questa guerra».
Cruciale lo stretto di Hormuz, sotto il controllo della Repubblica islamica. Gli americani hanno inviato altri 10.000 uomini, pronti a un possibile attacco. Sarebbero sufficienti?
«10.000 soldati sono il nulla, o meglio, per un’isoletta come quella di Karg lo sono: puoi conquistarla ma non tenerne il controllo a lungo. Operativamente un’operazione via terra con queste forze ha senso, ma tatticamente non serve a nulla. Gli iraniani sostengono di aver stimato in 270 miliardi i danni subiti. La vera richiesta emersa dai colloqui di Islamabad è: ridateci i soldi. Oppure, se non ci ridate i soldi, mettiamo un pedaggio su Hormuz. Gli americani non possono pagare e ammettere un pedaggio perché sarebbe l’ammissione di una sconfitta. In guerra paga sempre chi perde. Trump non può dare l’ok per un pedaggio perché vorrebbe dire cedere una delle più importanti vie d’acqua e non controllarla più. Gli Usa si sono messi in un collo di bottiglia ed è davvero difficile uscirne, a meno che non ammettano la sconfitta, l’errore. Ma qual è il valore che ha Hormuz in merito alle vie dell’acqua, quindi? Non soltanto la disobbedienza di uno Stato come l’Iran, ma la fine di una narrazione: quella degli Stati Uniti che dominano i mari. Basta uno sguardo al dislocamento delle basi americane nel mondo, sarebbe impensabile perdere un avamposto come Hormuz. Valeva anche per gli inglesi, un tempo, si pensi alla canzone dell’Ottocento, Britannia rules the navy…».
Quindi il problema sarebbe mantenere il controllo di quel lembo di terra?
«Le due principali vie d’acqua che collegano Mediterraneo e Atlantico sono Bab al Mandab, sotto il controllo degli Huthi, e Hormuz, oggi sotto il controllo dell’Iran. Se adesso si perde definitivamente anche il secondo, il Medio Oriente è pronto a controllare queste due vie e a tagliare fuori l’Europa. Quindi la sorveglianza delle due vie d’acqua è fondamentale».
Il piano dell’Europa, come anticipato dal Wall Street Journal, prevede la creazione di una coalizione internazionale con l’obiettivo di ripristinare la sicurezza della navigazione nello Stretto una volta terminato il conflitto iraniano, senza il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. Sarà possibile escludere Trump?
«Senza gli Stati Uniti non è possibile, perché, come dicevamo, per loro è vitale come l’aria che il mare sia soggetto direttamente al proprio controllo. Altrimenti non spenderebbero miliardi di dollari nella marina militare, per esempio per mantenere 11 portaerei. Loro sanno che in qualsiasi parte del mondo è necessario che siano loro a rispondere. Devono essere gli americani a decidere chi passa e chi no da uno stretto. Il problema è che questa guerra ha dimostrato che una piccola potenza come l’Iran può mettere in ginocchio una grande potenza come gli Usa».
Lo stesso Trump attacca l’Italia e ora anche la Nato per non aver messo a disposizione la base di Sigonella. Si tratta di un pretesto politico oppure era un nodo militare strategico per gli Usa?
«La Nato viene costantemente attaccata da circa un anno e mezzo da Trump e quindi l’ultima uscita non mi stupisce. Ma lui è azionista di maggioranza della Nato, non è che la Nato sia una cosa nuova, un ente che non conosceva e che si è ritrovato sulla sua strada. Permettetemi di dire che è come se Trump se la prendesse con se stesso».
Gli iraniani, in questo momento, sono in vantaggio in questa guerra?
«Iniziamo con il prendere questa guerra come il secondo round di un percorso più lungo. Prima c’è stata la guerra dei 12 giorni, che è stata interrotta perché sia Usa sia Israele avevano mal calibrato le risorse. Ora è iniziato il secondo round. Ma facciamo un bilancio: il famoso regime change non c’è stato, anzi, le vecchie cariatidi al potere sono state spazzate via dalle nuove leve, ayatollah ancora più giovani che, se facciamo una stima, possono reggere tranquillamente per i prossimi 35 anni. Altro che essere cancellati come Stato… Semmai con l’intervento americano è stato fatto un grande danno a una rivoluzione interna, depotenziandola. Ora, come reazione all’ingerenza occidentale, si sono compattati tutti per battere il nemico esterno. Se qualcuno degli iraniani non fosse stato edotto sulla vecchia retorica del grande Satana e piccolo Satana… ora sicuramente ne è a conoscenza! Forse oggi chi era in dubbio sullo scendere in piazza o meno, ha cambiato idea e a causa delle bombe sopra la propria testa pensa semplicemente che avesse ragione Khamenei».
Quali sono stati gli errori degli Usa che hanno portato la guerra a un passo dall’escalation mondiale?
«La guerra non si inizia senza sapere il punto di caduta: non sai qual è l’obiettivo politico. La guerra non si fa per distruggere cose ma per cambiare sistemi. Qui qualcosa è cambiato, ma in peggio: ci pensi, Hormuz viene riaperto dall’Iran in base alla tregua in Libano. Questo è molto pericoloso anche per Trump».
Trump chiedeva l’aiuto dell’Europa. Lei, generale, ha partecipato a missioni importanti come quella in Bosnia e Kosovo. In quel caso gli Usa erano entrati in azione pur non avendo incominciato la guerra. Non è la stessa cosa ma al contrario, oggi?
«Trump voleva assicurarsi che l’Iran non possedesse la bomba atomica, ma in realtà la Repubblica islamica la possiede già: si chiama Hormuz. L’amministrazione americana ha fatto una valutazione sbagliata, o meglio il presidente degli Usa ha preso la decisione sbagliata. Come disse Eisenhower a Marshall: il comando non è gloria, è solitudine organizzata in decisioni».
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